Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
Pubblicato su Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria (https://www.handitecno.calabria.it)

Home > Printer-friendly >

Abbonamento a feed SuperandoI temi delle disabilità trattati con coraggio
Superando
URL:
https://superando.it
Aggiornato:
55 min 58 sec fa

Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura

11 Maggio 2026 - 12:53pm

“La salute che cambia – Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura”: è questo il tema scelto per la diciannovesima edizione del “Festival della Salute”, filo conduttore di una serie di appuntamenti informativi e formativi, in programma dal 12 al 16 maggio tra Bologna, Modena e Casalecchio di Reno, aperti alla partecipazione dei cittadini, sui temi della prevenzione e della salute

Con un ricco programma di appuntamenti informativi e formativi, tra Bologna, Modena e Casalecchio di Reno, aperti alla partecipazione dei cittadini, sui temi della prevenzione e della salute, e una particolare attenzione alla promozione degli stili di vita sani, tornerà da domani, 12 maggio, a sabato 16, il Festival della Salute, manifestazione emiliana giunta alla diciannovesima edizione.
Il tema scelto per l’edizione di quest’anno è La salute che cambia – Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura, filo conduttore dei numerosi incontri, eventi e iniziative previste. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento, a quest’altro link il programma completo. Per altre informazioni: d.annolino@adcommunications.it (Deborah Annolino).

L'articolo Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura proviene da Superando.

Gunta Anča nuova Presidente del Forum Europeo sulla Disabilità

11 Maggio 2026 - 12:23pm

«L’inclusione non è un dettaglio: è ciò che garantisce autonomia, dignità e uguaglianza a ogni persona. Quando l’inclusione cresce, cresce tutta la società»: con queste parole si è aperta a Cipro l’Assemblea Generale del Forum Europeo sulla Disabilità, che ha rinnovato i propri organi di governo, per il mandato 2026-2030, nominando alla Presidenza la lettone Gunta Anča, con l’Italia che continuerà ad avere un ruolo da protagonista, grazie all’elezione in  Consiglio di Luisa Bosisio, Francesca Sbianchi e Pietro Cirrincione Il nuovo Consiglio del Forum Europeo sulla Disabilità. In prima fila, la seconda da destra è la nuova Presidente, la lettone Gunta Anča

 

«L’inclusione non è un dettaglio: è ciò che garantisce autonomia, dignità e uguaglianza a ogni persona. Quando l’inclusione cresce, cresce tutta la società»: con queste parole si è aperta a Cipro l’Assemblea Generale 2026 dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, appuntamento centrale per il movimento europeo delle persone con disabilità e per il rinnovo dei propri organi di governance.
In un contesto internazionale segnato da profondi cambiamenti politici, economici e sociali, il nuovo governo del Forum sarà chiamato ad affrontare sfide decisive per la tutela dei diritti delle persone con disabilità. Oggi più che mai, infatti, è necessario riaffermare che la disabilità non può essere relegata ai soli temi della povertà, dell’assistenza o della segregazione, ma deve rimanere al centro delle politiche europee come questione di diritti umani, partecipazione e piena cittadinanza.

L’Assemblea ha eletto dunque all’unanimità come nuova Presidente Gunta Anča, rappresentante di SUSTENTO, il Consiglio Nazionale della Disabilità della Lettonia. A seguire, sono stati eletti i nuovi membri degli organi di governo dell’organizzazione (a questo link è disponibile l’elenco completo di tutte le nomine per il mandato 2026-2030).
L’Italia continuerà ad avere un ruolo da protagonista, grazie all’elezione di Luisa Bosisio, candidata dal FID (Forum Italiano sulla Disabilità), di Francesca Sbianchi, candidata dall’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi e di Pietro Cirrincione, candidato da Autism Europe. Un risultato importante che conferma il riconoscimento del contributo italiano nelle politiche europee sulla disabilità e nella costruzione di un movimento sempre più forte, competente e unitario.

Un ringraziamento particolare dell’Assemblea è andato inoltre a Giampiero Griffo per il grande impegno, la competenza e la visione politica portati in tanti anni di militanza all’interno dell’EDF, in rappresentanza di DPI Europe (Disabled Peoples’ International). La sua esperienza e il suo contributo hanno lasciato un segno importante nel movimento europeo per i diritti delle persone con disabilità. (P.C.)

Per ulteriori informazioni: fid.presidenza@gmail.com.

L'articolo Gunta Anča nuova Presidente del Forum Europeo sulla Disabilità proviene da Superando.

Mai nessuna madre dovrebbe “sparire” dentro la cura

8 Maggio 2026 - 6:08pm

In Italia, si stima che le donne siano oltre l’89% dei caregiver familiari. Molte di loro sono madri di bambini con disabilità grave che tengono insieme assistenza, cura, relazioni, lavoro e fatica emotiva, spesso senza avere il diritto concreto a fermarsi, riposare o chiedere aiuto. Ma nessuna madre dovrebbe essere lasciata sola fino a perdere completamente il proprio spazio come persona»

In Italia, secondo i dati Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti), le donne rappresentano oltre l’89% dei caregiver familiari. Molte di loro sono madri di bambini con disabilità grave. Donne che ogni giorno tengono insieme assistenza, cura, relazioni, lavoro e fatica emotiva, spesso senza avere il diritto concreto a fermarsi, riposare o chiedere aiuto…
«Signora, l’iter si è concluso». La mamma di Anna sorride. «Ats [Agenzia di Tutela della Salute, N.d.R.] ha concesso 3 mesi di sollievo. Il Comune però solo 15 giorni». Lei resta in silenzio. «Non capisco». «Il sollievo per una bambina con gravissima disabilità è sostenuto da una quota sanitaria e da una quota sociale. Ats riconosce 90 giorni all’anno. Ma il Comune ne coprirà soltanto 15». «Quindi?». «Quindi potrà usufruire di 15 giorni di sollievo su 365». Gli occhi della mamma di Anna si riempiono di lacrime.
Questo dialogo non è una provocazione. È una conversazione reale. Una delle tante che ogni giorno ci troviamo ad affrontare accanto alle famiglie.

Per molte madri caregiver, il tempo personale scompare lentamente. La cura occupa tutto: il corpo, i pensieri, il sonno, il lavoro, le relazioni. Ci si abitua a rimandare se stesse, perché la priorità è sempre un figlio in condizioni di fragilità che ha bisogno di assistenza continua.
Molto spesso, inoltre, le famiglie che sentono il bisogno di avere tempo per respirare finiscono per viverlo come un lusso. A volte persino come una mancanza nei confronti del proprio ruolo genitoriale. Per questo è fondamentale ricordare non solo alle famiglie, ma anche alle istituzioni e alla società civile, che il sollievo è un diritto. Un diritto riconosciuto anche dalla normativa che ha introdotto la figura del caregiver familiare (il Fondo per il Caregiver familiare è stato istituito dalla Legge di Bilancio per il 2018, la Legge 205/17, articolo 1, commi 254-256).
Avere qualche ora per sé significa poter respirare, dormire, dedicarsi agli altri figli, uscire di casa, ritrovare energie. Significa poter tornare, almeno per un momento, da caregiver a madre.

Per questo, da oltre 25 anni, la nostra Associazione [L’abilità] crea servizi di sollievo per le famiglie di bambini con disabilità. Spazi in cui i bambini possano vivere esperienze educative, di gioco e relazione insieme a educatori specializzati, mentre i genitori recuperano tempo, energie e possibilità.
Oggi, però, questi servizi vengono ancora considerati un extra, qualcosa da finanziare solo se restano risorse disponibili. E così molte famiglie si trovano sole proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di sostegno.
Il diritto al sollievo è il diritto al tempo. Tempo per sé, per la propria salute, per i legami, per continuare a vivere senza essere schiacciati completamente dal peso della cura. Perché nessuna madre dovrebbe essere lasciata sola fino a perdere completamente il proprio spazio come persona.

*Direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano.

L'articolo Mai nessuna madre dovrebbe “sparire” dentro la cura proviene da Superando.

I frutti buoni, per le persone con epilessia, da quel Protocollo d’Intesa tra AICE e UISP

8 Maggio 2026 - 5:44pm

Il Protocollo d’Intesa sottoscritto alcuni mesi fa dall’AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) e dall’UISP (Unione Italiana Sport per Tutti), con il principale obiettivo di favorire l’inclusione nella pratica sportiva delle persone con epilessia, sta portando a nuovi positivi risultati, da un accordo analogo raggiunto in Valle d’Aosta dalle componenti regionali delle due organizzazioni, a un corso informativo e formativo organizzato congiuntamente per l’11 e il 12 maggio, rivolto a dirigenti, operatori sportivi, arbitri e giudici dell’UISP

«Le nostre organizzazioni convengono che il presente Protocollo d’Intesa si applichi alle attività ludico-motorie, ricreative e sportive dilettantistiche rivolte a persone – in età evolutiva, adulta o anziana – che, in relazione a una condizione patologica certificata, necessitino al bisogno della somministrazione di un medicinale che non comporti competenza o discrezionalità di tipo sanitario»: questo si legge tra l’altro nel testo del Protocollo d’Intesa (disponibile integralmente a questo link), sottoscritto nel dicembre dello scorso anno, come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, dall’AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) e dall’UISP (Unione Italiana Sport per Tutti), accordo inserito nell’àmbito della cornice degli articoli 3 e 33 della Costituzione, con l’obiettivo di favorire l’inclusione nella pratica sportiva delle persone con epilessia.
«L’imprevedibilità di una crisi epilettica – sottolinea infatti Giovanni Battista Pesce, presidente dell’AICE – pone oggettivi ostacoli per la pratica sportiva, ostacoli spesso generati dalla mancanza di conoscenza delle articolate forme in cui l’epilessia e i tipi di crisi si manifestano. “De-ansificare”, quindi, e risolvere insieme tale imprevedibilità è l’impegno della nostra associazione e dell’UISP, ben sintetizzato anche nel logo di tale Società Sportiva, ove si legge “Sport per Tutti”».

Ebbene, quel Protocollo d’Intesa sta portando a nuovi positivi risultati, se è vero, innanzitutto, che a ricaduta dell’accordo nazionale, un’analoga iniziativa è stata definita il 6 maggio scorso tra l’UISP Valle d’Aosta e l’AICE Valle d’Aosta, incentrata appunto sulla somministrazione di medicinali d’emergenza che non necessitino di competenza e discrezionalità sanitaria nel contesto di attività ludico motorie e/o sportive.
Il Protocollo, per altro, si origina sì sul bisogno di persone con epilessia, ma intende essere uno strumento inclusivo per pari bisogni determinati da altre condizioni patologiche, ad esempio con riferimento a farmaci salvavita quali glucagone, adrenalina o salbutamolo.
Mentre Katia Guidi, presidente dell’UISP Valle d’Aosta, si dichiara «orgogliosa di questa firma» e ricorda che con il Protocollo le due sedi regionali firmatarie «si sono impegnate a sensibilizzare, al fine che il Protocollo stesso sia attuato ed esigibile, a promuovere attività inclusive, ad affiancare le persone interessate nell’informazione e nell’attivazione della richiesta, a favorire la formazione dei propri associati/operatori, volta a garantire l’inclusione di chi necessiti, al bisogno, della somministrazione di medicinali di cui si tratta, nonché, in caso di criticità, a promuovere un accomodamento ragionevole tra i soggetti coinvolti», Manuele Amateis, presidente dell’AICE Valle d’Aosta, sottolinea che «l’iniziativa potrà avere ottimi riflessi anche all’interno del Tavolo di Lavoro Regionale sull’Epilessia, istituito da una Delibera di Giunta Regionale dello scorso anno e volto all’implementazione del Percorso epilessia Valle d’Aosta per le almeno 650 persone interessate nella Regione».

A livello nazionale, invece, è ormai imminente il corso informativo e formativo organizzato congiuntamente da AICE e UISP, rivolto a dirigenti, operatori sportivi, arbitri e giudici dell’UISP, per comprendere il mondo dell’epilessia, accogliere le persone che la vivono, co-progettando assieme a loro l’attività sportiva più idonea, superando con ragionevole accomodamento le possibili criticità e affrontando, se del caso, le crisi epilettiche, per risolverle non solo da un punto di vista assistenziale su chi le manifesta, ma anche in favore degli astanti, quale occasione di sviluppo di mutualità.
L’IN-prevedibile, INsieme. Sport per tutti: Epilessia: questo il titolo del corso, che si terrà online nei pomeriggi dell’11 e 12 maggio (a questo link vi è il programma completo; per iscriversi fare riferimento a quest’altro link), durante il quale si affronteranno i vari aspetti sociali, assistenziali e giuridici del tema trattato. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: assaice@gmail.com (AICE Nazionale); aicevda@libero.it (AICE Valle d’Aosta).

L'articolo I frutti buoni, per le persone con epilessia, da quel Protocollo d’Intesa tra AICE e UISP proviene da Superando.

Rischio di diagnosi di autismo: come sostenere le abilità sociocomunicative nella primissima infanzia

8 Maggio 2026 - 4:56pm

«Ormai da tempo – scrive Carlo Hanau – la comunità scientifica concorda sul fatto che i segni di disfunzione della comunicazione e dell’interazione sociale possono essere individuati già nel primo e secondo anno di vita, e che intervenire precocemente su tali difficoltà è utile ed efficace. Prima dei due anni di età, per altro, si dovrebbe parlare di “rischio di diagnosi”, non di diagnosi di autismo. Il vero nodo critico nasce invece quando una diagnosi apre le porte alla prescrizione di psicofarmaci»

Da decenni la letteratura scientifica concorda su un punto fondamentale: i segni di disfunzione della comunicazione e dell’interazione sociale possono essere individuati già nel primo e secondo anno di vita, e intervenire precocemente su tali difficoltà è utile ed efficace.
Non si tratta di un’acquisizione recente. I risultati dell’ESDM (Early Start Denver Model) sono stati pubblicati infatti già nel 2010 da «Pediatrics», ma il lavoro che li ha resi possibili era iniziato molti anni prima. Quello studio ha mostrato che un intervento psicoeducativo intensivo, molto precoce produce miglioramenti significativi nello sviluppo socio-comunicativo.

Su quella stessa linea si colloca il lavoro di Elena Clò Sostenere le abilità sociocomunicative nella prima infanzia, presentato il 6 aprile 2024 a un convegno dell’ANGSA di Bologna (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), che ha portato un contributo originale e particolarmente rilevante con interventi educativi avviati già nel primo anno di vita e realizzati nell’ambiente domestico dai genitori, durante le normali attività di accudimento, sotto la guida di professionisti esperti. L’obiettivo era documentare l’efficacia di un intervento precoce fuori dai contesti sperimentali, mostrando come la quotidianità familiare possa diventare uno spazio educativo strutturato. Quell’esperienza è confluita poi in uno studio pubblicato quest’anno dal «British Journal of Special Education».

Ma su cosa c’è consenso, e su cosa no? Nel dibattito scientifico attuale non c’è controversia sull’utilità dell’abilitazione precoce. Il confronto riguarda piuttosto le modalità dell’intervento, i contesti (naturali o strutturati) e il ruolo dei genitori e dei professionisti.
C’è un ampio accordo su un altro punto chiave: prima dei due anni di età si dovrebbe parlare di “rischio di diagnosi”, non di diagnosi di autismo.
La comunità scientifica, dunque, sta discutendo le modalità dell’abilitazione precoce, mentre c’è accordo sia sui segni di disfunzioni comunicative nei primi due anni di vita, sia sull’utilità di un’abilitazione che inizi subito dopo l’identificazione di detti segni, senza bisogno che vi sia una diagnosi di autismo. Un’educazione personalizzata, cucita sulle difficoltà individuali di un dato bambino, può infatti ben prescindere dalla diagnosi.
Il pedagogista Daniele Novara, come si legge su «Orizzonte Scuola» del 4 maggio scorso, concorda con la neurologa e psicologa cognitiva Uta Frith, secondo cui «bisognerebbe avere un filo di prudenza prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due». E su questo concordano anche gli autori prima citati, la cui ricercatrice di riferimento è Sally Rogers.
Non si tratta di un ritorno ai tempi della cosiddetta “mamma frigorifero”, quando gli psicoanalisti psicodinamici e lacaniani imponevano di non fare diagnosi prima dei 6 anni. È una posizione coerente con un principio basilare: l’intervento psicoeducativo personalizzato non dipende dalla diagnosi. In altre parole, un’educazione/abilitazione mirata alle difficoltà individuali di un bambino prescinde dall’etichetta diagnostica e non comporta effetti negativi.

Il vero nodo critico, dunque, è quello legato al rischio di inappropriata prescrizione di antipsicotici. La questione, infatti, diventa pericolosa quando la diagnosi – o anche il solo sospetto – apre la strada a interventi farmacologici.
In questo senso desta forte preoccupazione quanto riportato nella Linea Guida 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico (ASD), dove si legge: «Il Panel ISS della Linea Guida sulla diagnosi e trattamento del disturbo dello spettro autistico suggerisce di usare i D2 bloccanti piuttosto che non usare i D2 bloccanti in bambini e adolescenti con ASD (raccomandazione condizionata basata su una qualità bassa nelle prove di efficacia)». Una simile raccomandazione, infatti, sia pure moderata da una successiva nota, non fissando alcun limite inferiore di età né di durata, rende rischiosa qualsiasi anticipazione diagnostica. È ben diverso fare diagnosi se l’unica risposta è la psicoeducazione oppure farmaci tutt’altro che innocui, per tutte le età. Se infatti il sospetto o la diagnosi di autismo potessero condurre, anche indirettamente, all’uso di farmaci antipsicotici in età evolutiva, senza rispettare le regole dell’off label, allora Novara e Frith avrebbero perfettamente ragione a invocare la massima prudenza non solo per i bambini prima dei due anni, ma anche oltre i tre.

La ricerca, pertanto, indica con chiarezza la strada: interventi psicoeducativi tempestivi, intensivi, personalizzati, in ambiente naturale. Non quella delle “etichette” anticipate né, tanto meno, quella degli psicofarmaci per l’autismo. Si chiede quindi che venga cancellato questo suggerimento, contro il quale è in atto una petizione al Ministero della Salute che ha raccolto oltre 25.000 firme di esperti, associazioni e genitori, e un ricorso al Consiglio di Stato (in discussione il 14 maggio prossimo), presentato dall’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori), dal Tribunale della Salute, dall’AGSAS di Palermo (Associazione Genitori Soggetti Autistici Solidali) e dall’Associazione emiliana L’Aliante.

*Presidente dell’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori).

L'articolo Rischio di diagnosi di autismo: come sostenere le abilità sociocomunicative nella primissima infanzia proviene da Superando.

Soldati che trascinano a terra un ragazzo con sindrome di Down: una delle tante facce disumane della guerra

8 Maggio 2026 - 4:15pm

«Quel video testimonia un atto gravissimo, in cui si colpisce una persona già in condizione di particolare vulnerabilità e che riporta con forza al centro una questione troppo spesso ignorata: nei contesti di guerra e occupazione, la popolazione civile, e in particolare le persone con disabilità sono esposte a rischi estremi, senza adeguate tutele»: così il presidente dell’AIPD Salbini commenta quel un video che riprende le forze israeliane mentre aggrediscono un ragazzo palestinese con sindrome di Down Mahadi Al Arabi, il giovane con sindrome di Down che nel video viene inseguito e trascinato a terra da alcuni soldati

«Da alcuni giorni – si legge in una nota diffusa dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) -, circola su diversi social e media internazionali, un video che riprende le forze israeliane mentre aggrediscono un ragazzo palestinese con sindrome di Down, Mahadi Al Arabi. Il fatto è accaduto nel campo profughi di Shuafat, a nord di Gerusalemme, durante una delle frequenti incursioni militari che – come testimoniano alcuni ospiti – mettono a rischio la sicurezza dei civili, tra cui donne e bambini».
Nel ribadire la più ferma condanna nei confronti di ogni atto di violenza, di ogni guerra e di ogni occupazione, il presidente della stessa AIPD Gianfranco Salbini commenta così il fatto: «Abbiamo visto con sgomento quel video, un atto gravissimo, che colpisce una persona già in condizione di particolare vulnerabilità e che riporta con forza al centro una questione troppo spesso ignorata: nei contesti di guerra e occupazione, che la nostra Associazione da sempre condanna, la popolazione civile, e in particolare le persone con disabilità sono esposte a rischi estremi, senza adeguate tutele. Serve una presa di responsabilità immediata, concreta e verificabile. E serve ribadirlo con chiarezza: la guerra, in ogni sua forma, produce violazioni inaccettabili dei diritti umani. Rinnoviamo pertanto il nostro accorato appello: tutti i governi e le istituzioni nazionali e internazionali si adoperino con determinazione per costruire percorsi di pace giusta e duratura in tutti i territori devastati dalle guerre».

Poco più di un anno, ricordiamo, avevamo segnalato anche sulle nostre pagine come l’AIPD fosse intervenuta per denunciare la morte di Muhammed Bhar, giovane palestinese con sindrome di Down, brutalmente ucciso a Gaza durante un’operazione militare. Anche allora l’Associazione aveva lanciato il proprio appello per la pace e chiesto attenzione e protezione per le persone con disabilità nei contesti di guerra.
«Nei contesti in cui vengono meno sicurezza e diritto – concludono dall’AIPD -, le persone con sindrome di Down e tutte le persone con disabilità rischiano di essere lasciate indietro, invisibili, senza protezione». In tal senso, l’Associazione si mette a disposizione delle reti e delle organizzazioni ancora presenti sul territorio, «per contribuire, per quanto possibile, alla tutela dei diritti e della sicurezza delle persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.

L'articolo Soldati che trascinano a terra un ragazzo con sindrome di Down: una delle tante facce disumane della guerra proviene da Superando.

Solide le radici per la vita indipendente, piantate da Piero Defilippi e Roberto Tarditi!

8 Maggio 2026 - 1:56pm

«Con la loro testimonianza di vita, Piero e Roberto hanno segnato un esempio importante, e coraggioso, del percorso verso una vita indipendente. Sono stati radici, solide, per far crescere diritti e consapevolezza»: lo ha dichiarato l’assessore della Città di Torino Tresso, annunciando che nei prossimi giorni verranno messi a dimora due nuovi alberi in memoria di Piero Defilippi e Roberto Tarditi, figure centrali nella storia dei diritti delle persone con disabilità a Torino Da sinistra Piero Defilippi (1957-2021) e Roberto Tarditi (1945-2021), a una manifestazione per il diritto alla vita indipendente (fonte dell’immagine: sito di «la Repubblica»)

In occasione della giornata inaugurale di Prima Persona Plurale, il festival dedicato alla vita indipendente, ideato e promosso dalla Fondazione Time2, che si è tenuto nei giorni scorsi a Torino, come avevamo ampiamente riferito anche sulle nostre pagine, l’Assessore della Città di Torino Francesco Tresso, ha annunciato una significativa iniziativa simbolica. Nei prossimi giorni, infatti, verranno messi a dimora due nuovi alberi sul Lungodora Savona, nell’area del Cottolengo, in memoria di Piero Defilippi e Roberto Tarditi, figure centrali nella storia dei diritti delle persone con disabilità a Torino.
«La scelta di ricordare Defilippi e Tarditi attraverso la piantumazione di due alberi – spiegano dalla Fondazione Time2 – si inserisce nel solco della loro eredità civile. La loro storia, infatti, raccontata nel volume Anni senza vita al Cottolengo. Il racconto e le proposte di due ex ricoverati (Mimesis Edizioni), curato da Ciro Tarantino e Samuele Pigoni, testimonia un percorso di emancipazione straordinario: entrambi, infatti, avevano trascorso decenni all’interno dell’istituto torinese per poi scegliere di uscirne e costruire una vita autonoma, contribuendo al movimento per i diritti delle persone con disabilità. Essi hanno rappresentato quindi una voce pionieristica in un’epoca in cui il diritto alla vita indipendente non era ancora riconosciuto, trasformando la loro esperienza in impegno civile e collettivo».

«Con la loro testimonianza di vita – ha dichiarato in occasione dell’annuncio l’assessore Tresso –, Piero e Roberto hanno segnato un esempio importante, e coraggioso, del percorso verso una vita indipendente. Per me sono stati due amici, che mi hanno insegnato a rendere normale ciò che io stesso consideravano diverso. Sono stati radici, solide, per far crescere diritti e consapevolezza. Per questo con altri amici vogliamo ricordarli mettendo a dimora due nuovi alberi, che crescendo offrano benessere, ombra e bellezza nel quartiere dove loro hanno vissuto».

«L’iniziativa – ricordano in conclusione da Time2 – assume un valore ancora più forte proprio nel luogo scelto: il quartiere Aurora a Torino, dove si trovava l’istituto di carità e assistenza fondato da San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Defilippi e Tarditi vi hanno vissuto per anni e da lì è iniziato il loro percorso di liberazione e autodeterminazione. Gli alberi diventeranno così simbolo concreto di memoria, radicamento e futuro, in continuità con il messaggio del Festival Prima Persona Plurale: costruire una società più inclusiva, capace di riconoscere e sostenere il diritto di ogni persona a scegliere la propria vita». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), bells@bellspress.com.
Sul libro Anni senza vita al Cottolengo, di cui si parla in questo nostro contributo, segnaliamo anche un recente, ampio servizio pubblicato a questo link nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli.

L'articolo Solide le radici per la vita indipendente, piantate da Piero Defilippi e Roberto Tarditi! proviene da Superando.

Si riaccendono i motori per i centauri paralimpici

8 Maggio 2026 - 1:20pm

Domani, 9 maggio, e domenica 10, si riaccenderanno i motori del motociclismo paralimpico, nel circuito del Mugello, con l’avvio Campionato Europeo e del Campionato Italiano dedicati ai piloti con disabilità, manifestazioni organizzate dall’Associazione Di.Di.-Diversamente Disabili Immagine di repertorio di una gara di piloti con disabilità sul circuito del Mugello

Domani, 9 maggio, e domenica 10, si riaccenderanno i motori del motociclismo paralimpico, nel circuito del Mugello, con l’avvio della stagione 2026 dell’European Handy Bridgestone Cup e della OCTO Cup, rispettivamente Campionato Europeo e Campionato Italiano dedicati ai piloti con disabilità, manifestazioni organizzate dall’Associazione Di.Di.-Diversamente Disabili che anche Superando segue sin dagli inizi.
Dopo la giornata di oggi, 8 maggio, dunque, dedicate alle prove libere e alle qualifiche, ben 26 piloti, provenienti da Austria, Francia e Spagna, oltreché dal nostro Paese, si sfideranno domani e dopodomani nelle due tradizionali categorie dei 600cc e dei 1000cc, e accanto ai protagonisti già affermati, vi sarà anche il debutto di numerosi nuovi piloti.
Ad arricchire inoltre l’evento, la giornata di oggi, 8 maggio, prevede uno spazio dedicato all’educazione stradale, organizzato in collaborazione con l’FMI (Federazione Motociclistica Italiana). (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: info@diversamentedisabili.it.

L'articolo Si riaccendono i motori per i centauri paralimpici proviene da Superando.

In spiaggia all’aria aperta, per promuovere consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo

8 Maggio 2026 - 12:56pm

Una mattinata all’aria aperta per promuovere la consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo e valorizzare la ricchezza delle neurodiversità: sarà quella del 10 maggio nella spiaggia di Porto Ferro, nei pressi di Sassari, con l’“Open Day – Outdoor” promosso dai Servizi di Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari, in occasione della 5ª Giornata Nazionale per la Promozione del Neurosviluppo, organizzata dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) Immagine riguardante una delle precedenti edizioni dell’iniziativa promossa dall’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari

Una mattinata all’aria aperta per promuovere la consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo e valorizzare la ricchezza delle neurodiversità: sarà quella del 10 maggio (ore 10.30-13.30), nella spiaggia di Porto Ferro, nei pressi di Sassari, con l’Open Day – Outdoor promosso dai Servizi di Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari, in occasione della 5ª Giornata Nazionale per la Promozione del Neurosviluppo, organizzata dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), che a tal proposito darà vita per il pomeriggio dell’11 maggio (ore 16.15-19.30) a un incontro online aperto a tutti e tutte (a partecipazione gratuita, con iscrizione tramite questo link).
Aperto a tutta la cittadinanza, l’evento di Porto Ferro – che prevede una serie di attività ludico-educative pensate per stimolare le competenze relazionali e comunicative – si propone di essere un momento di incontro, condivisione e sensibilizzazione, in un contesto naturale e inclusivo, allo scopo, come detto, di promuovere una cultura attenta alle neurodiversità, favorendo l’integrazione e lo sviluppo delle abilità sociali nei bambini. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per altre informazioni: ufficio.stampa@aouss.it (Giovanna Tuffu).

L'articolo In spiaggia all’aria aperta, per promuovere consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo proviene da Superando.

Grazie Giuseppe Gitti, a nome delle persone sorde e delle loro famiglie che ha aiutato

8 Maggio 2026 - 12:05pm

«Maestro della logopedia, educatore, docente, imprenditore, editore, giornalista, Giuseppe Gitti svolse tutti questi ruoli per l’intera sua vita, con capacità, impegno e successo, per aiutare le persone sorde e favorirne l’integrazione sociale. Grazie a lui, a nome delle persone sorde e delle loro famiglie che ha aiutato»: così Diego Virginio Salvi, referente del Coordinamento Nazionale Sordità, ricorda il professor Giuseppe Gitti, scomparso nei giorni scorsi a 84 anni Giuseppe Gitti

Ben volentieri diamo spazio a Diego Virginio Salvi, referente del Coordinamento Nazionale Sordità, per un ricordo del professor Giuseppe Gitti, scomparso nei giorni scorsi a 84 anni.

Logopedista, educatore, docente, imprenditore, editore, giornalista, Giuseppe Gitti svolse tutti questi ruoli per l’intera sua vita, con capacità, impegno e successo, per aiutare le persone sorde.
Maestro della logopedia, insegnò per decenni all’Università di Firenze formando generazioni di logopedisti e di insegnanti di sostegno.
Fondò e diresse il CRO di Firenze (Centro di Rieducazione Ortofonica), modello di organizzazione per la riabilitazione delle persone sorde a sentire e a parlare. Fondò, inoltre, e diresse la rivista «I CARE», la prima testata dedicata a come accogliere finalmente le persone sorde nella scuola di tutti. Diffuse altresì e fece conoscere attraverso i suoi contributi scientifici, articoli e saggi, non solo la logopedia e la riabilitazione, ma anche i princìpi per l’integrazione sociale delle persone sorde.
Grazie Giuseppe Gitti, a nome delle persone sorde e delle loro famiglie che ha aiutato.

*Referente del Coordinamento Nazionale Sordità.

L'articolo Grazie Giuseppe Gitti, a nome delle persone sorde e delle loro famiglie che ha aiutato proviene da Superando.

Il peso delle parole sulla disabilità e quel silenzio in studio

8 Maggio 2026 - 11:38am

«Se una frase che associa implicitamente la carrozzina all’inutilità sociale non provoca un’immediata reazione di disagio, significa che il problema non riguarda soltanto chi l’ha pronunciata, ma un clima culturale più ampio che ancora fatica a riconoscere la discriminazione quando passa attraverso il linguaggio. Ed è qui che il giornalismo dovrebbe fare la differenza»: così Vincenzo Falabella commenta le parole sulla disabilità pronunciate dal giornalista Giannini durante una trasmissione televisiva

Le parole non sono mai innocenti, soprattutto quando vengono pronunciate da chi, per mestiere, vive di comunicazione, analisi e racconto della realtà. Un giornalista conosce, o dovrebbe conoscere, il valore del linguaggio, il peso delle immagini evocative e la responsabilità culturale che ogni espressione porta con sé. Per questo le dichiarazioni pronunciate da Massimo Giannini durante la trasmissione televisiva DiMartedì [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.], non possono essere archiviate come una semplice “frase infelice” o come una scivolata lessicale dettata dalla foga del dibattito televisivo. Quelle parole, infatti, raccontano qualcosa di molto più profondo e radicato: un approccio culturale che continua a considerare la disabilità come simbolo di immobilità, dipendenza, fragilità e perfino inutilità sociale. Ed è proprio questo l’aspetto più grave della vicenda.

La polemica politica è legittima. Il confronto acceso, anche duro, appartiene alla democrazia. Ma utilizzare la carrozzina o la condizione di disabilità come metafora negativa significa oltrepassare un limite che non riguarda più soltanto il dibattito politico, bensì il rispetto della dignità umana. Quando si associa implicitamente una persona in carrozzina all’idea di una vita “inutile” o priva di valore, il messaggio che passa è devastante: si finisce per misurare il valore delle persone sulla base della loro efficienza fisica, della produttività o dell’autosufficienza. È una visione pericolosa e profondamente discriminatoria.
Perché milioni di persone con disabilità ogni giorno studiano, lavorano, costruiscono famiglie, partecipano alla vita sociale, fanno politica, sport, cultura e volontariato. Vivono pienamente la propria esistenza, affrontando ostacoli che spesso la società continua a creare attraverso barriere architettoniche, pregiudizi e linguaggi sbagliati. Ridurre tutto questo a una metafora di debolezza significa cancellare realtà, storie e diritti.

Chi oggi critica quelle parole non sta facendo polemica strumentale. Non si tratta di alimentare indignazione artificiale o di cercare un bersaglio mediatico. Qui il punto è molto più serio: richiamare chi fa informazione alla responsabilità che deriva dal proprio ruolo pubblico. Perché le parole hanno conseguenze concrete. Formano mentalità, costruiscono immaginari collettivi, influenzano il modo in cui una società guarda alle persone più fragili.
Semmai, di strumentale, c’è il tentativo di ridurre tutto a un semplice equivoco comunicativo o a un mea culpa tardivo e di circostanza, utile più a chiudere rapidamente la polemica che a comprendere davvero la gravità del messaggio trasmesso. Quando si ricopre un ruolo pubblico non basta chiedere scusa formalmente: serve consapevolezza. Serve capire perché certe parole siano sbagliate e perché continuino ad alimentare una cultura abilista che considera la disabilità come sinonimo di inferiorità o perdita di valore sociale.
Ed è proprio qui che emerge il tema centrale del corretto uso del linguaggio.
Chi fa giornalismo dovrebbe sapere che le parole non servono soltanto a descrivere la realtà: contribuiscono a crearla. Ogni termine scelto in televisione, sui giornali o nei social produce effetti culturali. Il linguaggio può includere oppure escludere. Può dare dignità oppure rafforzare stereotipi. Può educare al rispetto oppure normalizzare la discriminazione. Per questo le parole vanno pensate e pesate.

Nel racconto pubblico della disabilità esiste ancora troppo spesso un linguaggio che oscilla tra pietismo e svilimento: da una parte la retorica dell’“eroe” che supera i limiti, dall’altra la rappresentazione della persona con disabilità come peso, fragilità o simbolo di sconfitta. In entrambi i casi si perde di vista la normalità delle persone, la loro complessità, la loro piena cittadinanza.
Ma c’è un elemento di questa vicenda che colpisce quasi quanto le parole pronunciate: il silenzio dello studio televisivo. In quel momento né il conduttore né gli altri ospiti sono intervenuti immediatamente per prendere le distanze o correggere il tono di quelle affermazioni. Anzi, in studio è arrivato persino un applauso. Ed è forse proprio il silenzio del conduttore, degli ospiti presenti in studio e quell’applauso finale l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Nessuno ha sentito il bisogno di intervenire immediatamente, di fermare quelle parole o di sottolinearne la gravità. Al contrario, la reazione dello studio è sembrata quasi legittimarle. Ed è questo il segnale culturale più preoccupante: quando un linguaggio che associa la disabilità all’inutilità o alla perdita di valore sociale non suscita indignazione, ma consenso, significa che certi stereotipi sono ancora profondamente radicati, culturalmente tollerati e normalizzati e considerati accettabili nel dibattito pubblico.
Se una frase che associa implicitamente la carrozzina all’inutilità sociale non provoca un’immediata reazione di disagio, significa che il problema non riguarda soltanto chi l’ha pronunciata, ma un clima culturale più ampio che ancora fatica a riconoscere la discriminazione quando passa attraverso il linguaggio. Ed è qui che il giornalismo dovrebbe fare la differenza. Chi comunica ogni giorno al grande pubblico dovrebbe contribuire a costruire una società più consapevole, più rispettosa e più inclusiva, non alimentare immagini degradanti o semplificazioni offensive.
La dignità di una persona non si misura dalla sua autonomia fisica, dalla velocità con cui cammina o dalla sua produttività. Nessuna vita può essere considerata “minore” o “inutile” perché vissuta in carrozzina.
Le parole hanno un peso. Sempre. E quando vengono pronunciate da chi fa informazione, quel peso diventa una responsabilità pubblica che non può essere ignorata né banalizzata con un applauso o con delle scuse di circostanza.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

L'articolo Il peso delle parole sulla disabilità e quel silenzio in studio proviene da Superando.

Conto alla rovescia per la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics

7 Maggio 2026 - 6:16pm

3.000 atleti con e senza disabilità intellettive pronti a cimentarsi in 21 discipline sportive, 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e 1.400 familiari: sono cifre come sempre importanti quelle che caratterizzeranno la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, in programma dal 19 al 24 maggio a Lignano Sabbiadoro (Udine) e in altre località di Friuli Venezia Giulia e Veneto. Domani, 8 maggio, a Trieste, la coferenza stampa di presentazione

Realizzata grazie al contributo del Dipartimento per le Politiche in favore delle Persone con Disabilità, al sostegno della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, avvalendosi inoltre del patrocinio del Ministero per lo Sport e i Giovani, nonché del contributo e del patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia, la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, dal 19 al 24 maggio trasformerà le località friulane di Lignano Sabbiadoro (Udine) e Cordovado (Pordenone) e le località venete di Bibione e Portogruaro (Venezia), in un grande palcoscenico di sport, passione e inclusione. In tale occasione, infatti, ben 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive si cimenteranno in 21 discipline sportive e con loro vi saranno 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e 1.400 familiari.
Nella mattinata di domani, 8 maggio, è in programma a Trieste, presso il Palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia (ore 12.30), la conferenza stampa di presentazione dell’evento, incontro che sarà aperto proprio dagli atleti Special Olympics, a fianco delle Autorità, insieme ai vertici nazionali e regionali del Movimento, ai rappresentanti istituzionali e al mondo sportivo e associativo del territorio.
Durante tale incontro, attraverso immagini, racconti e contenuti audiovisivi, verrà svelato il programma completo dei Giochi, degli eventi collaterali e dell’attesa cerimonia di apertura, prevista per la serata del 20 maggio allo Stadio Guido Teghil di Lignano Sabbiadoro.
Grande attenzione, inoltre, verrà dedicata anche al viaggio della Fiamma di Special Olympics che proprio domani, 8 maggio (ore 11.30), dopo avere attraversato l’Aquila, Portogruaro, Bibione e Pordenone, arriverà nel cuore di Trieste, in Piazza Unità d’Italia, custodita nella “storica” lanterna che sarà presente anche durante la conferenza stampa. Successivamente, la prossima tappa della Fiamma sarà il 12 maggio a Udine, prima dell’arrivo finale a Lignano Sabbiadoro, dove illuminerà il tripode e darà ufficialmente il via ai Giochi. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

L'articolo Conto alla rovescia per la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics proviene da Superando.

Vita indipendente e fondi che non arrivano: la pazienza è la virtù dei forti, ma la libertà di vivere è un diritto di tutti!

7 Maggio 2026 - 5:48pm

«Siamo a maggio – scrive Germano Tosi – e in Piemonte, nel territorio carmagnolese, nonostante le nostre rivendicazioni, video e lettere di denuncia, non abbiamo ancora ottenuto risposte e non sono stati ancora disposti i finanziamenti relativi al 2026 per l’assistenza personale autogestita e autodeterminata di cui usufruiamo, cosicché da oltre quattro mesi dobbiamo arrangiarci. La pazienza è la virtù dei forti, ma la libertà di vivere è un diritto di tutti!»

Siamo a maggio e noi persone con disabilità in condizioni di necessità di assistenza continua e sostegni intensivi, appartenenti al Consorzio Socio-Assistenziale CISA 31 del Piemonte, siamo reduci da questi lunghi ponti di vacanze… giocoforza casalinghe, come del resto succede a chi non ha assistenza.
Il giorno 5 si è celebrata la Giornata Internazionale per la Vita indipendente delle persone con disabilità, ricorrenza sconosciuta per la popolazione “normale”, ma che rappresenta il diritto esigibile delle stesse persone con disabilità di vivere nella collettività, in eguaglianza con tutte le altre persone senza disabilità. Ciò significa poter essere liberi di vivere secondo il principio del Nulla su di Noi senza di Noi, ossia poter scegliere liberamente dove vivere, con chi, come e quando, grazie all’assistenza personale applicata in tutte le sue formule.
Una di queste è l’assistenza personale autogestita e autodeterminata che, per chi si trova in condizioni di non autosufficienza, consiste nell’utilizzare un budget economico, rendicontato, fornito dall’amministrazione pubblica con cui contrattualizzare un proprio assistente, liberamente scelto e formato sulla base delle proprie necessità e libertà fondamentali, come alzarsi dal letto, andare in bagno, lavarsi, vestirsi, mangiare e bere, uscire di casa per andare a svolgere qualsiasi attività, sociale, lavorativa, scolastica o semplicemente fare la spesa, andare dai propri nipoti o dal medico. Ogni giorno dell’anno, compresi i week-end e ogni festività.
Non poter disporre di questo finanziamento vitale per la quotidianità significa essere segregati in casa e, ancor peggio, a rischio di finire in un istituto. Perché, nonostante ogni tipologia di disabilità, la cosa più importante in assoluto è il poter disporre delle scelte autodeterminate per affrontare quella vita quotidiana come ogni essere umano. Dove vivere, con chi vivere, come vivere e con i propri tempi e i desideri possibili, rappresentano la sintesi della propria indipendenza e, per chiunque lo voglia, costituiscono un inalienabile diritto umano e soggettivo.
Ricordiamo che questa possibilità è una disposizione normata da Convenzioni europee, Leggi italiane, Fondi sociali e per la non autosufficienza, Decreti applicativi e Delibere regionali, la cui continuità dev’essere garantita economicamente e uniformata nel tempo alle contribuzioni previste dai vigenti contratti nazionali lavorativi.

A proposito di tali fondi, il 18 marzo scorso la Conferenza Unificata ha sancito l’Intesa sul nuovo Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025–2027 (con un ritardo di quindici mesi…), all’interno del quale sono definiti i riparti per le Regioni, in sostanza il finanziamento che stiamo ancora aspettando.
Il nuovo Piano integra parzialmente le nuove disposizioni introdotte in materia di disabilità dalla Legge Delega 227/21 e il Decreto Attuativo di essa 62/24, oltre al Decreto Legislativo 29/24, attuativo della Legge 33/23 e a quello che ci riguarda in particolare, il Decreto della Presidenza del Consiglio 17/25, che disciplina le modalità di autogestione del progetto personalizzato e partecipato. Anche e soprattutto la nostra Costituzione, che i nostri Amministratori Pubblici hanno l’onore e l’onere di rispettare, lo sancisce nei suoi princìpi e definisce l’assistenza come diritto di solidarietà “inderogabile” (articoli 2, 3 e 38), una buona prassi che favorisce l’occupazione e contrasta il lavoro nero.
E diviene così evidente il concetto che la vita indipendente è un termine trasversale a tutto il mondo della disabilità e si realizza con ogni livello di autonomia residua perché, grazie ai propri assistenti personali, ogni azione viene pianificata secondo i propri bisogni in modo da raggiungere un equilibrato processo di benessere psico-fisico, con l’aggiunta della consapevolezza di non essere un peso per la società, bensì una logica appartenenza in un’ottica di diritti e doveri. Un’opportunità dignitosa che non offusca desideri, sogni, difficoltà e che, comunque si realizzi, costituisce l’essenza della nostra vita. Per chi ha una disabilità, infatti, non si tratta di avere diritto di essere uguali agli altri, ma di avere lo stesso diritto di essere differenti.

In Piemonte questa tipologia di sostegno sociale è attiva dal 2002, sebbene nel nostro consorzio CISA 31 non sia mai stata indicizzata negli ultimi 24 anni, al contrario di altri Enti Socio-Assistenziali del Piemonte e di altre Regioni, o come ad esempio nel Comune di Torino, dove lo stesso sostegno è di oltre 250 euro in più ogni mese, da anni. Una diseguaglianza applicativa che a distanza di pochi chilometri cambia molto la vita di una persona con disabilità in condizioni di non autosufficienza, oltre alla chiara lesione del diritto di cittadinanza e portabilità delle prestazioni.
Altro esempio: le rette delle case di riposo, il cui costo per persone con disabilità non autosufficienti arriva a 3.500 euro al mese, ogni anno vengono indicizzate agli aumenti del costo della vita e ai contratti nazionali. Una semplice ricerca in rete restituisce che il costo totale per una badante convivente livello CS (non autosufficienti), con copertura h24, si aggira tra i 1.600 e gli oltre 2.000 euro al mese (inclusi contributi, tredicesima e TFR). Spesso l’“h24” richiede una seconda badante per il weekend (copertura, riposi), aumentando il costo, mentre la tariffa per il solo weekend (sabato-domenica) si aggira sui 750-1.350 euro. Oltretutto una sola assistente non può sopperire al fabbisogno giornaliero di una persona non autosufficiente con necessità di sostegni intensivi. Del resto è argomento attualissimo quello del concetto di “salario giusto” introdotto dal Governo Meloni (cosiddetto “Decreto Primo Maggio”). Ma nella realtà noi persone con disabilità non siamo, come canta l’inno nazionale, “fratelli d’Italia”, perché in ogni Comune le regole cambiano e di conseguenza anche la nostra vita. Quindi, a fronte di un costo di 3.500 euro in RSA (Residenza Sanitaria Assistita), perché non avere un finanziamento uguale per generare posti di lavoro e vivere liberamente a casa propria?

E dunque, nel territorio carmagnolese di appartenenza del CISA 31, nonostante le nostre rivendicazioni, video e lettere di denuncia, non abbiamo ancora ottenuto risposte e i finanziamenti relativi al 2026 non sono ancora stati disposti, cosicché da oltre quattro mesi dobbiamo arrangiarci. Era il 25 febbraio scorso quando la sindaca di Carmagnola Ileana Gaveglio dichiarava che «è comprensibile la preoccupazione delle famiglie e delle persone ma basterà avere un po’ di pazienza…». Beh, siamo a maggio e noi persone con disabilità e famiglie continuiamo a dover obbligatoriamente avere pazienza perché questi benedetti Fondi non sono ancora arrivati e neanche sappiamo quando arriveranno. Intanto le nostre assistenti che, come noi, con la sola pazienza non mangiano, cercano altri lavori con stipendio garantito, lasciandoci al nostro cupo destino. Allora ci viene spontaneo chiedere alla Sindaca o a qualsiasi persona senza disabilità, cittadino o cittadina, di avere pazienza la mattina se nessuno verrà ad aiutarli ad alzarsi dal letto o andare in bagno, lavarsi, mangiare…
Eppure, leggiamo sui giornali locali che la Sindaca ha presentato i conti del Comune di Carmagnola riferiti al 2025, annunciando un avanzo di amministrazione economico di oltre 19 milioni di euro, di cui 2 milioni e mezzo di euro immediatamente spendibili e di come il risultato sia stato raggiunto mantenendo i conti in equilibrio e garantendo la puntualità nei pagamenti. La puntualità che però per noi non c’è. Ci chiediamo quindi perché questa Amministrazione, che ha a disposizione siffatta pecunia, non possa fare subito un prestito al CISA 31, per far fronte alle nostre necessità che rappresentano davvero una grave urgenza. Facendo due conti è sufficiente destinare poco più del 5% di questa somma per coprire un anno intero del contributo necessario a tutte le persone che fruiscono del progetto di via indipendente. Una mozione che presentiamo dal Consiglio Comunale augurandoci venga al più presto deliberata senza opposizioni.
Chiediamo anche all’Amministrazione Regionale un incontro urgente per aggiornare l’attuale contributo del progetto di vita indipendente ai reali costi che stiamo sostenendo, almeno per le persone con disabilità in condizioni di non autosufficienza gravissima con necessità di assistenza continua, al fine di poter sostenere almeno un contratto di un assistente personale con i vigenti costi e sanare le diseguaglianze territoriali.
La pazienza è la virtù dei forti, ma la libertà di vivere è un diritto di tutti!

*Presidente di ENIL Italia (European Network on Independent Living).

L'articolo Vita indipendente e fondi che non arrivano: la pazienza è la virtù dei forti, ma la libertà di vivere è un diritto di tutti! proviene da Superando.

Il valore e la cura delle “menti” con disabilità

7 Maggio 2026 - 4:52pm

Sarà centrato sull’edizione italiana di un libro di Eva Feder Kittay, docente di Filosofia alla Stony Brook University (New York), una delle voci più autorevoli a livello internazionale nel campo degli studi sulla disabilità e dell’etica della cura, il seminario del 12 maggio promosso dall’Università di Bergamo e intitolato proprio come quel libro (“Imparando da mia figlia. Il valore e la cura delle ‘menti’ con disabilità”), che avrà la stessa Kittay quale ospite d’onore. L’incontro sarà fruibile anche online

L’ospite d’onore sarà Eva Feder Kittay, docente di Filosofia alla Stony Brook University (New York), una delle voci più autorevoli a livello internazionale nel campo degli studi sulla disabilità e dell’etica della cura, autrice del libro In Learning from My Daughter, recentemente pubblicato in Italia con il titolo Imparando da mia figlia. Il valore e la cura delle “menti” con disabilità (Studium, 2025; edizione critica a cura di Mabel Giraldo). E così come il suo libro si intitolerà il seminario cui appunto Kittay parteciperà, promosso per il pomeriggio del 12 maggio dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali e dal laboratorio di ricerca IperDEA (Inclusione per la Disabilità, l’Empowerment e l’Accessibilità) dell’Università di Bergamo (Aula 1, Sede di Pignolo, ma anche da remoto).
L’incontro sarà centrato infatti sulla presentazione dell’edizione critica italiana del volume di Kittay, per offrire uno spazio di riflessione e dialogo sui temi della cura, delle relazioni familiari e del valore delle persone con disabilità.
«Riteniamo che questo seminario – spiegano i promotori – possa rappresentare un’importante occasione di confronto anche per chi opera quotidianamente nei servizi, nelle associazioni e nei contesti del Terzo Settore, contribuendo a rafforzare il dialogo tra università, professionisti e comunità». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria tramite questo link. Per ulteriori informazioni: Mabel Giraldo (mabel.giraldo@unibg.it).

L'articolo Il valore e la cura delle “menti” con disabilità proviene da Superando.

E anche l’opera lirica può diventare accessibile alle persone con disabilità visive

7 Maggio 2026 - 2:14pm

Alcune persone cieche e ipovedenti, appassionate di opera lirica, hanno potuto assistere alla rappresentazione della “Tosca”, al Teatro Carlo Felice di Genova, grazie all’audiodescrizione realizzata con la tecnologia “Connect Me Too”, il tutto nell’àmbito del progetto “Navigare Insieme”, con cui lo stesso Teatro Carlo Felice vuole rendere fruibili a chiunque le varie esperienze musicali e culturali Un’immagine della rappresentazione di “Tosca” al Teatro Carlo Felice di Genova, resa accessibile alle persone con disabilità visive

Alcune persone cieche e ipovedenti, appassionate di opera lirica, il 18 aprile scorso, al Teatro Carlo Felice di Genova, hanno potuto assistere alla rappresentazione della Tosca, grazie all’audiodescrizione inclusiva Connect Me Too, tecnologia che rende accessibili vari tipi di eventi alle persone con disabilità uditiva attraverso sistemi di autodescrizione in tempo reale.
Già ad inizio anno era stato messo in scena Il trovatore con la stessa modalità, rendendo accessibile l’esperienza teatrale e promuovendo un percorso proiettato a una cultura sempre più aperta e partecipata, con un’attenzione particolare alle persone con disabilità.
La rappresentazione di entrambe le opere citate, supportate dall’audiodescrizione, rientra nella progettualità denominata Navigare Insieme, portata avanti dallo stesso Teatro Carlo Felice e sostenuto dalla Fondazione Carige, affinché le esperienze musicali e culturali diventino fruibili da parte di tutti e tutte. Ciò è reso possibile grazie all’integrazione della tecnologia e di alcuni servizi dedicati, pensati proprio per coinvolgere un pubblico sempre più ampio e diversificato. Navigare Insieme, in particolare, è impegnata in un lavoro di co-progettazione con le Associazioni del territorio per definire soluzioni efficaci; per questo può essere considerato un modello virtuoso tra istituzioni culturali, comunità e innovazione tecnologica.

L’équipe del Teatro Carlo Felice è molto soddisfatta dell’iniziativa. «L’esperienza dell’audiodescrizione dal vivo in occasione di Tosca – ci dicono – si è rivelata un punto di forza del progetto, raccogliendo apprezzamenti unanimi e restituendo con efficacia la potenza delle immagini senza mai sovrastare il canto e la musica. Il pubblico ha partecipato con grande coinvolgimento, offrendo ottimi feedback sulla qualità della narrazione, sulla chiarezza delle descrizioni e sull’armonia con la dimensione musicale e scenica. L’audiodescrizione in diretta, realizzata da Manuela Litro e sviluppata in fase di editing in collaborazione con Noemi Zerbone dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ha fatto registrare un esito estremamente positivo, confermando il valore di un approccio inclusivo e strutturato all’accessibilità culturale. L’iniziativa ha dimostrato quindi come l’opera possa essere pienamente fruibile anche da persone con disabilità visiva, garantendo che emozione e messaggio arrivino intatti e contribuendo ad abbattere quella barriera invisibile che spesso separa lo spettatore dalla comprensione profonda, trasformando la visione in un’esperienza autenticamente universale».

Portare l’audiodescrizione, all’interno del teatro significa applicare l’innovazione tecnologica a uno dei luoghi simbolo della cultura, rendendolo maggiormente aperto e inclusivo; inoltre, è la dimostrazione tangibile che l’arte non appartiene a chi la può vedere, ma a chi desidera viverla. In questa apertura, il teatro ritrova la sua vera anima: essere un luogo in cui l’emozione della scena e della musica diventano patrimonio di tutti.
L’audiodescrizione, in questo specifico caso, consiste in una cronaca iper-descrittiva, eseguita da un professionista del settore, che arricchisce le parti udibili dell’opera con una narrazione molto precisa di ciò che sta succedendo sia in scena (movimenti dei cantanti, mimica facciale, dettagli dei costumi indossati, acconciature e colori), sia all’interno del teatro (atmosfera, reazioni del pubblico, descrizione degli ambienti). L’audiodescrizione stessa viene trasmessa live e senza ritardo (delay) mediante la rete 5G e 4G, permettendo agli spettatori ciechi e ipovedenti di vivere l’esperienza teatrale con suggestioni ed emozioni molto forti. L’utilizzo è alquanto semplice: è sufficiente infatti scaricare l’app Connect Me Too sul proprio smartphone e navigare, seguendo le istruzioni, fino all’evento scelto e collegando gli auricolari o le cuffie.

«Siamo particolarmente soddisfatti dei risultati ottenuti durante Tosca – sottolinea Tony D’Angelo, responsabile del progetto Connect Me Too per CMT Translation –: l’integrazione tecnica dell’applicazione Connect Me Too ha funzionato infatti in modo impeccabile, permettendo al pubblico di vivere un’esperienza coinvolgente e innovativa senza alcun problema. Auspichiamo che sempre più istituzioni culturali possano ispirarsi all’esempio del teatro Carlo Felice, adottando soluzioni capaci di ampliare l’accessibilità e la qualità della fruizione».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Genova lancia la descrizione in diretta dell’opera lirica per i ciechi” e viene qui ripreso, con diverso titolo e una serie di modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo E anche l’opera lirica può diventare accessibile alle persone con disabilità visive proviene da Superando.

Una mostra fotografica per fornire una nuova prospettiva sulla condizione delle persone con autismo

7 Maggio 2026 - 1:39pm

«Abbattere pregiudizi e far vedere al visitatore, che mentre guarda le fotografie può sentire la registrazione di voci e commenti di persone con autismo, una nuova prospettiva sulla condizione di queste persone»: è l’obiettivo uiltimo della mostra fotografica “Chissà se quello che guardo lo vedi anche tu”, organizzata dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro di Pordenone, in collaborazione con il Comune di Brugnera (Pordenone), che in tale Comune verrà inaugurata domani, 8 maggio

«La nostra Fondazione è nata quasi trent’anni fa con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone con autismo e delle loro famiglie, promuovendo attività inclusive tra cui le Settimane Vacanze. È da queste ultime esperienze che prende forma questa mostra fotografica, ove si racconta una serie di momenti vissuti in un agriturismo del circuito delle fattorie sociali della Provincia di Pordenone»: così, dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro di Pordenone, viene presentata la mostra fotografica denominata Chissà se quello che guardo lo vedi anche tu, con immagini realizzate da Valentina Iaccarino e il commento sonoro di persone che convivono con il disturbo dello spettro autistico, un’iniziativa voluta appunto per documentare la quotidianità, i silenzi e le gioie di persone con autismo durante un periodo di svago condiviso con operatori e persone “neurotipiche”.
La mostra, organizzata dalla Fondazione insieme al Comune di Brugnera (Pordenone), verrà inaugurata nel pomeriggio di domani, 8 maggio, presso lo spazio espositivo del Canevon di Villa Varda di Brugnera (ore 18).

«A differenza delle vacanze tradizionali – sottolineano ancora dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro -, spesso fatte di luoghi affollati e ritmi imprevedibili, per le persone con autismo è fondamentale mantenere routine, prevedibilità e strumenti comprensibili per interpretare la realtà. Attraverso percorsi strutturati, abbiamo dunque costruito di volta in volta esperienze rispettose dei bisogni individuali, cercando un equilibrio tra le regole del contesto sociale e le caratteristiche dell’autismo. Gli sguardi e i sorrisi catturati nelle fotografie della mostra testimoniano l’efficacia di questo approccio e incoraggiano a proseguire su questa strada. E il reportage fotografico, realizzato con grande professionalità e rispetto da Valentina Iaccarino, nasce anche per contrastare pregiudizi e disinformazione, mostrando una realtà fatta di conquiste e felicità».
«L’obiettivo ultimo della mostra – concludono – è quello di abbattere pregiudizi e far vedere al visitatore, che mentre guarda le fotografie può sentire la registrazione di voci e commenti di persone con autismo, una nuova prospettiva sulla condizione di queste persone». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org.

 

L'articolo Una mostra fotografica per fornire una nuova prospettiva sulla condizione delle persone con autismo proviene da Superando.

La finale del Campionato Italiano di blind tennis

7 Maggio 2026 - 1:04pm

Si gioca con palline sonore e per questo il pubblico è invitato a mantenere il silenzio durante il gioco: è il blind tennis, disciplina praticata da atleti ciechi o ipovedenti, di cui il 9 e il 10 maggio a Milano si terrà la finale del Campionato Italiano, organizzata dal GSD (Gruppo Sportivo Non Vedenti Milano), in collaborazione con la FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi)

Si gioca con palline sonore e per questo il pubblico è invitato a mantenere il silenzio durante il gioco: è il blind tennis, disciplina di cui il 9 e il 10 maggio a Milano si terrà la finale del Campionato Italiano, organizzata dal GSD (Gruppo Sportivo Non Vedenti Milano), in collaborazione con la FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi).
Saranno circa 25 gli atleti provenienti da tutta Italia che si sfideranno nel capoluogo lombardo, supportati da altrettanti volontari.
Per la Categoria B1 (non vedenti), si gareggerà nella Palestra Santa Caterina da Siena (Via Monteverdi, 7, zona Piazza Bacone), per le Categorie B2, B3 e B4 (ipovedenti), invece, la sede sarà il Centro Sportivo Schuster (Via Padre Lodovico Morel, 2), il tutto sempre a ingresso gratuito e aperto a chiunque. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@gsdnonvedentimilano.org.

L'articolo La finale del Campionato Italiano di blind tennis proviene da Superando.

Spendere cifre elevate per ottenere il certificato di disabilità

7 Maggio 2026 - 12:38pm

«A seguito della riforma sul Progetto di Vita Individuale – segnala Luca Faccio -, nel Veneto le nuove procedure per la certificazione della disabilità si sono allungate e complicate, con il risultato che il costo del certificato, a carico del richiedente, è lievitato. Alcuni medici, infatti, rifiutano di gestire la pratica e in libera professione le famiglie devono spendere cifre anche elevate per ottenere un documento essenziale come la certificazione della disabilità». Sulla question è stata anche presentata un’Interrogazione in Consiglio Regionale

A seguito della riforma sul Progetto di Vita Individuale, nel Veneto le nuove procedure per la certificazione della disabilità si sono allungate e complicate, con il risultato che il costo del certificato, a carico del richiedente, è lievitato. Alcuni medici, infatti, rifiutano di gestire la pratica e in libera professione le famiglie devono spendere cifre anche elevate per ottenere un documento essenziale come la certificazione della disabilità. Oltre al danno, quindi, la beffa. Oltre cioè a lottare e a doversi pagare – totalmente o in parte – gli ausili, chi ne ha la necessità deve pagare anche il certificato che attesta l’invalidità: un costo di circa 200 euro, mentre in precedenza la pratica era gratuita o aveva un costo più contenuto.
Sul tema è stata anche presentata un’Interrogazione in Consiglio Regionale (disponibile a questo link) affinché la Regione Veneto sostenga le famiglie nei costi del certificato. «Risultano numerose – vi si scrive tra l’altro – le segnalazioni di casi in cui la formazione del documento funzionale al rilascio della certificazione, la cui compilazione richiede anche un’ora di tempo, è considerata a titolo di prestazione in libera professione, e che quindi il costo, che si aggira intorno ai 200 euro, venga traslato a carico del richiedente».
«Le lungaggini burocratiche e il cospicuo dispendio di tempo necessario per l’ottenimento del certificato di disabilità –si aggiunge – risultano sommamente penalizzanti, specie per i minori con disabilità, tenuto conto che il certificato costituisce un presupposto per l’attivazione di numerosi servizi come quelli in ambito scolastico o per l’erogazione di contributi economici».
All’Assessora Regionale al Sociale i Consiglieri che hanno presentato l’Interrogazione chiedono quindi «come intenda sostenere le persone affette da disabilità e le loro famiglie nel far fronte all’eccessivo costo e alla lenta procedura burocratica richiesta per la presentazione della domanda di disabilità».

Ben volentieri abbiamo dato spazio a questa puntuale segnalazione di Luca Faccio, con l’augurio che la situazione possa essere risolta al meglio per le persone con disabilità e le loro famiglie. In tal senso apprezziamo anche l’Interrogazione su tale questione presentata alla Giunta Regionale del Veneto. Un appunto però riteniamo sia doveroso: se è vero infatti che in altra parte del giornale abbiamo pubblicato un testo in cui si chiede “ai professionisti dell’informazione una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio”, la medesima istanza la poniamo a tutti i Pubblici Amministratori. Leggere infatti due volte in quell’Interrogazione l’espressione “persone affette da disabilità” non va per niente bene, cosicché tocca ribadire per l’ennesima volta che la disabilità non è una malattia, ma una condizione! (la redazione di Superando)

L'articolo Spendere cifre elevate per ottenere il certificato di disabilità proviene da Superando.

Ai professionisti dell’informazione chiediamo maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio

7 Maggio 2026 - 11:44am

«Invitiamo i professionisti dell’informazione e le redazioni televisive a una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio, affinché non si avallino più stereotipi pietistici o svalutanti che riportano indietro di decenni il percorso di inclusione nel nostro Paese»: lo dicono dalla Federazione FISH, esprimendo indignazione per l’utilizzo della condizione di disabilità come metafora degradante e svilente della vita umana, attuato nel corso di una trasmissione televisiva dal giornalista Giannini

«Lo ribadiamo ancora una volta: le persone con disabilità non chiedono compassione né narrazioni eroiche, ma rispetto, rappresentazioni corrette e il riconoscimento della loro piena partecipazione alla vita sociale, culturale e professionale del Paese»: lo dicono dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in una nota in cui viene espressa «indignazione per le parole pronunciate dal giornalista Massimo Giannini nel corso della trasmissione di La7 diMartedì, andata in onda il 5 maggio scorso, quando, nel pieno di un dibattito, la condizione di disabilità è stata utilizzata come metafora degradante e svilente della vita umana, alimentando una narrazione offensiva nei confronti di milioni di persone con disabilità». «In particolare – sottolineano dalla FISH – il giornalista ha dichiarato: “[…] Bisogna vedere in che condizioni ci arriva, se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto”. Si tratta di parole gravi, che associano la vita di una persona con disabilità a un’esistenza priva di valore, dignità e significato. Un messaggio inaccettabile, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura abilista che dovrebbe essere contrastata con fermezza, soprattutto nel servizio pubblico del dibattito mediatico».

«Ancora una volta – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) – la disabilità viene strumentalizzata, con toni offensivi e degradanti. Le persone che vivono su una sedia a rotelle, anche nelle condizioni più difficili, non sono individui “inermi” o “inutili”, ma sono persone che affrontano ogni giorno la vita con dignità, forza e pieno valore umano. In quel caso, invece, il noto giornalista non ha avuto esitazioni nel ricorrere a lemmi beceri, caricandoli altresì di quello stigma devastante che da anni cittadini, istituzioni, organizzazioni, tentano faticosamente di scalzare. E non è una “banale” questione di linguaggio “politicamente corretto”, ma è un’uscita che tradisce una convinzione profonda, sospingendo le persone con disabilità ad essere “cittadini di serie C”».
«Ciò che tuttavia mi ha lasciato ancor più stupito – aggiunge il Presidente della FISH – non è stato solo il contenuto di quelle parole, ma l’assenza totale di indignazione da parte dei presenti: invece del silenzio o della presa di distanza, è arrivato addirittura un fragoroso applauso!».

«La narrazione mediatica sulla disabilità dovrebbe riflettere i progressi della società civile e il rispetto dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – concludono dalla FISH -. La nostra Federazione invita quindi i professionisti dell’informazione e le redazioni televisive a una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio, affinché non si avallino più stereotipi pietistici o svalutanti che riportano indietro di decenni il percorso di inclusione nel nostro Paese». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

L'articolo Ai professionisti dell’informazione chiediamo maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio proviene da Superando.

Una mattinata tutta dedicata alla pace, promossa dal Municipio 5 di Milano

6 Maggio 2026 - 6:26pm

In questo tempo segnato da conflitti e divisioni, il Municipio 5 di Milano sceglie di affermare con forza il principio che la pace non è un concetto astratto, ma una pratica concreta che si costruisce insieme, giorno dopo giorno. Sarà infatti interamente dedicata a questi temi la mattinata del 9 maggio, nella quale è prevista tra l’altro anche l’inaugurazione della Stele della Pace con il messaggio “Che la pace regni sulla Terra” in 16 lingue, tra cui i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) Una Stele della Pace, con l’iscrizione “May Peace Prevail On Earth” (“Che la pace regni sulla Terra”), circondata da bandiere di vari Paesi

Il 9 maggio prossimo (ore 9.30-12.30), il Municipio 5 di Milano promuoverà una mattinata interamente dedicata alla pace, intrecciando dimensione istituzionale, partecipazione civica e dialogo tra culture e religioni.
La giornata si aprirà con un gesto simbolico: l’inaugurazione della Stele della Pace nel giardino all’ingresso del Municipio (Viale Tibaldi, 41). La Stele, che riporta il messaggio Che la pace regni sulla Terra in 16 lingue, tra cui i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), rappresenta un invito universale alla convivenza, al rispetto e al dialogo tra i popoli.
Quindi, dopo i saluti del presidente del Municipio 5, Natale Carapellese, la Stele sarà presentata da Sonoko Tanaka e Laura Ricchina. Seguiranno la lettura del messaggio in più lingue e un momento poetico con lo scrittore e poeta senegalese Cheikh Tidiane Gaye. Interverrà inoltre Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo.
Successivamente, nella Sala Consiliare del Municipio 5, vi sarà il Consiglio Municipale Straordinario sulla pace: un momento istituzionale che intende assumere la pace stessa come responsabilità politica concreta. Interverranno, oltre al presidente del Municipio Carapellese, il presidente del Consiglio Michele Valtorta, i Capigruppo Consiliari, la presidente del Consiglio Comunale Elena Buscemi e il Consiglio dei Ragazzi e delle Ragazze, portando uno sguardo generazionale sul tema.
La mattinata proseguirà con un momento di dialogo interreligioso, introdotto da Luca Bressan della Diocesi di Milano, con la partecipazione di rappresentanti di diverse comunità religiose, a testimonianza del valore del confronto e della coesistenza.
A chiudere, la Cerimonia della Pace con la sfilata delle bandiere di tutte le nazioni, a cura del movimento internazionale May Peace Prevail On Earth International: un gesto collettivo, per restituire visivamente l’idea di una comunità plurale che sceglie la pace.
L’iniziativa sarà accessibile anche attraverso il servizio di interpretariato in LIS (Lingua dei Segni Italiana), grazie al Pio Istituto dei Sordi e in collaborazione con la Consulta Diocesana O tutti o nessuno. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Martina Gerosa per la segnalazione.

Per maggiori informazioni: Stefania Vedovato, consigliera del Municipio 5 di Milano, tel. 338 7971010.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione.

L'articolo Una mattinata tutta dedicata alla pace, promossa dal Municipio 5 di Milano proviene da Superando.

Pagine

  • « prima
  • ‹ precedente
  • …
  • 25
  • 26
  • 27
  • 28
  • 29
  • 30
  • 31
  • 32
  • 33
  • …
  • seguente ›
  • ultima »

Valida codice   Valida CSS   Accessibilità

Privacy    Note legali


© 2015-2026    handitecnocalabria.it

Sito realizzato da Attilio Clausi


( 10 Set 2026 - 14:49 ): https://www.handitecno.calabria.it/aggregator/sources/8?page=28