«Le Associazioni che si occupano di disabilità presenti nei social – scrive Luca Grecchi -, dovrebbero cercare, quanto più possibile, di “fare rete”, ovvero di trovare alleanze, accordi, strategie comuni. In questo campo come in altri, infatti, è l’unione che fa la forza, e quest’ultima è molto importante in un mondo come il nostro, caratterizzato da un sistema economico fortemente determinato a ridurre la disabilità, come altri bisogni sociali, ad una voce di spesa da comprimere (per quanto si dichiari di voler fare l’opposto)»
“Rete” è il termine che, solitamente, i meno giovani come me utilizzano per indicare il mondo di internet. In rete, negli ultimi anni, hanno avuto un ruolo centrale i social network. La presenza su queste piattaforme – strumenti che non utilizzo, ma che da qualche tempo ho cominciato a conoscere (Facebook), data la rilevanza di alcune dinamiche sociali che in essi si sviluppano – ha coinvolto anche il tema della disabilità. Si sono infatti costituiti, all’interno di un panorama assai composito, da un lato luoghi associativi virtuali di grande utilità, così come, dal lato opposto, spazi che sembrano funzionali principalmente alla visibilità di chi li anima, pur in un àmbito in cui l’individualismo dovrebbe essere ridotto.
Conosco quanto sia difficile, soprattutto per genitori e persone con disabilità, affrontare certe situazioni. Per questo motivo ritengo opportuno considerare, da parte di tutti, in primo luogo il contributo positivo che ciascuno può dare sui social, quale che esso sia, evitando le critiche personali astiose, le quali feriscono sempre. Rimane tuttavia preferibile, almeno a mio avviso, per il fine di favorire maggiormente l’inclusione, cercare di dare priorità a contenuti caratterizzati da una discreta ampiezza di orizzonti.
Detto questo, la presenza sui social di alcune Associazioni ha, in linea generale, notevolmente aumentato la consapevolezza di determinati problemi, nonché la conoscenza di ciò che gli stessi richiedono per poter essere affrontati nel modo migliore. Queste strutture associative, nonché le persone che le animano, le quali si pongono al servizio dell’inclusione, sono davvero preziose. Così è non solo in quanto i soggetti interessati possono, tramite le stesse, confrontarsi su tutte le questioni teorico-pratiche inerenti a loro ed ai loro cari, ma anche in quanto, condividendo esperienze comuni, possono uscire un poco da quell’isolamento verso cui la disabilità, sovente, conduce.
Preciso subito che sono consapevole dei problemi causati da un utilizzo eccessivo dei social network, ed in genere dello smartphone, soprattutto in giovane età. Io stesso, come detto, ne sono sempre stato abbastanza lontano, per cui non lo incoraggio affatto. Ciò nonostante, poiché gli strumenti devono anche essere giudicati per la parte di utilità che possono avere, il criterio valutativo più adatto per gli stessi non può, a mio avviso, escludere totalmente l’uso migliore che dei medesimi si può fare.
In tale direzione, alcuni di questi luoghi virtuali possono davvero risultare funzionali per l’inclusione, sia per il loro contenuto informativo, sia per la potenziale condivisione emotiva che agevolano.
Cosa manca tuttavia, in genere, a questi gruppi costituiti sul web, per rendere la propria attività ancora più utile, esercitando anche un’influenza sulla cultura, nonché, ove possibile, sulla politica? Manca, paradossalmente – dato che si tratta di realtà presenti “in rete” –, proprio la capacità di “fare rete”.
Prendiamo come esempio l’autismo. Come noto, per tale condizione, il cui numero delle diagnosi continua ad aumentare, sono attive, solo in Italia, centinaia di associazioni. Non sempre, però, è presente nelle stesse una sincera volontà di collaborare. Unite, esse sarebbero sicuramente più forti, ovvero riuscirebbero a realizzare in modo più efficace il fine per cui sono nate. Il problema del fine risulta in effetti, in questo come in altri settori, essenziale, sicché, per comprendere meglio l’attuale situazione, è necessario spendere sul medesimo qualche parola.
Aristotele scriveva in merito che il fine determina l’essenza di un ente. Anche le Associazioni, pure quelle virtuali, sono degli enti, per cui anche per esse il fine determina l’essenza, dunque i principali comportamenti posti in essere. Quando la finalità di un’Associazione è svolgere un’attività funzionale a favorire la buona vita delle persone con disabilità, ciò si evince facilmente dagli strumenti che essa utilizza, ovvero, ad esempio, dalla disponibilità a condividere contenuti significativi elaborati da altri gruppi, a relazionarsi in maniera comunitaria con le persone che interagiscono, ad ospitare riflessioni culturali che si reputano importanti, pur non portando molti like, e così via.
Quando, invece, il fine di un’associazione si identifica principalmente col desiderio di notorietà della persona di riferimento della stessa, ecco allora che la collaborazione con altri enti assimilabili diviene difficoltosa, che agli utenti si forniscono soprattutto risposte fidelizzanti, che i contenuti culturali vengono snobbati, e così via. In particolare, le altre Associazioni, o persone, aventi il medesimo “oggetto sociale”, sono vissute quasi come competitors, ovvero come rivali nella presenza mediatica, anziché come potenziali alleate.
In tal caso, è evidente come la disabilità o, meglio, l’inclusione, non sia il reale fine di questi enti, bensì principalmente il mezzo utilizzato per rendersi visibili. Si dovrebbe al contrario, per favorire davvero l’inclusione, rinunciare ad un’esposizione personale eccessiva, per cercare appunto, quanto più possibile, di “fare rete”, ovvero di trovare alleanze, accordi, strategie comuni. In questo campo come in altri, infatti, è l’unione che fa la forza, e quest’ultima è molto importante in un mondo come il nostro, caratterizzato da un sistema economico fortemente determinato a ridurre la disabilità, come altri bisogni sociali, ad una voce di spesa da comprimere (per quanto si dichiari di voler fare l’opposto).
Data dunque la rilevanza crescente che i social network oggi rivestono, iniziare a fare rete sugli stessi sarebbe realmente fruttuoso, così come, a livello locale, su un piano non virtuale, sarebbe utile unire maggiormente le Associazioni che si occupano di disabilità, evitando così la dispersione in mille rivoli di risorse – anche umane: penso al volontariato – sempre più scarse. Le divisioni all’interno della disabilità sono in effetti, nella situazione attuale, molto dannose. Ci sarebbe sicuramente, in questo caso, qualche fotografia in meno per qualcuno sui mezzi di informazione, ma il vantaggio che un Terzo Settore più compatto potrebbe produrre, per le persone con disabilità, sarebbe davvero notevole.
Si potrà certo ribattere che esistono già Associazioni numericamente più rappresentative, con cui ci si potrebbe federare. Esse tuttavia, fino ad oggi, non hanno dato prova di grande apertura comunitaria, per cui ritengo preferibile favorire una maggiore presenza di soggetti nuovi, meno istituzionalizzati, tra loro cooperanti, per realizzare azioni più concrete di miglioramento della vita delle persone con disabilità.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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