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Soluzioni tecnologiche per migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità

13 Luglio 2026 - 6:04pm

Tra intelligenza artificiale, robotica, realtà aumentata, piattaforme digitali e altro, un concorso per scoprire e premiare soluzioni tecnologiche che migliorino l’accessibilità, l’autonomia e la qualità della vita delle persone con disabilità: è “Digital4Human. L’innovazione che include”, iniziativa promossa dalla Fondazione Mondo Digitale, in collaborazione con ING Italia, Ausilioteca Roma e l’Istituto Leonarda Vaccari della Capitale, cui si potrà partecipare (gratuitamente) fino al 10 settembre

Tra intelligenza artificiale, robotica, realtà aumentata, piattaforme digitali e altro, un concorso per scoprire e premiare soluzioni tecnologiche che migliorino l’accessibilità, l’autonomia e la qualità della vita delle persone con disabilità: è Digital4Human. L’innovazione che include, iniziativa promossa dalla Fondazione Mondo Digitale, nell’àmbito del progetto Job Digital Lab, in collaborazione con ING Italia, Ausilioteca Roma e l’Istituto Leonarda Vaccari della Capitale.
Vi possono partecipare, come si legge nel bando, singoli innovatori, team universitari, spin-off, startup, associazioni, enti di Terzo Settore, fondazioni, organizzazioni non governative, consorzi, laboratori e istituti di ricerca. È richiesta inoltre la presenza di almeno un under 35 in un ruolo chiave e i progetti devono essere già in fase prototipale o di sperimentazione.
Al progetto vincitore andrà un premio di 3.000 euro e i 5 team finalisti saranno invitati alla cerimonia di premiazione con giuria di esperti e rappresentanti di ING Italia, nel prossimo mese di settembre.
Fatto non trascurabile, la partecipazione è gratuita e aperta fino al 10 settembre prossimo. (S.B.)

A questo link è disponibile il bando completo del concorso. Per altre informazioni: l.uggeri@mondodigitale.org; m.panunzio@mondodigitale.org.

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In Svezia alla quattordicesima edizione del “Gothia Special Olympics Trophy”

13 Luglio 2026 - 5:28pm

Nell’àmbito della “Gothia Cup”, il più grande torneo di calcio giovanile al mondo, che si svolge in questi giorni a Göteborg, in Svezia, vi è anche la 14^ edizione del “Gothia Special Olympics Trophy”, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive. E l’Italia vi è rappresentata dalla squadra Accademia Sport di Porte (Torino), aggiudicatasi in primavera il torneo “SKF Italia Meet the World” Il team dell’Accademia Sport di Porte (Torino), impegnato in questi giorni in Svezia

Si svolge in questi giorni a Göteborg, in Svezia, la 51^ edizione della Gothia Cup, il più grande torneo di calcio giovanile al mondo, che accoglie quest’anno oltre 1.900 squadre provenienti da 79 Paesi, con più di 5.100 partite tra gironi eliminatori e finali che saranno disputate il 18 luglio all’Ullevi Stadium della città scandinava. E in tale àmbito vi è anche la 14^ edizione del Gothia Special Olympics Trophy, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive.
L’azienda svedese SKF è sponsor ufficiale della manifestazione e anche SKF Italia è presente al Gothia Special Olympics Trophy con la squadra Accademia Sport di Porte (Torino), aggiudicatasi a fine aprile il torneo SKF Italia Meet the World, di cui ci eravamo occupati anche sulle nostre pagine, dedicato appunto a calciatori con disabilità intellettive, evento organizzato da molti anni, con l’obiettivo di promuovere lo sport e i suoi valori positivi come strumento di integrazione e inclusione sociale.
«Per noi Accademia Sport ha già vinto – dichiara l’amministratore delegato di SKF Italia Sandro Chervatin – perché i suoi componenti si sono dimostrati maturi e responsabili, perfettamente capaci di affrontare e gestire al meglio un’esperienza di alto livello come la partecipazione alla Gothia Cup, che oltre al lato sportivo prevede un viaggio in Svezia e la permanenza lontano dalle famiglie per diversi giorni».
In bocca al lupo, quindi, alla squadra piemontese che rappresenta l’Italia in Svezia. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ilaria Teresa Del Monte (ilaria.delmonte@studio.ey.com).

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Un approfondimento dedicato al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027

13 Luglio 2026 - 5:01pm

In un ampio approfondimento di cui suggeriamo senz’altro la consultazione, il Centro Studi Giuridici HandyLex ha dato spazio a una vera e propria guida al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027, pubblicato il 12 giugno in Gazzetta Ufficiale, ossia a come esso è strutturato e a come funzionano, in concreto, la programmazione degli interventi e la ripartizione delle risorse

In un ampio approfondimento pubblicato in questi giorni, il Centro Studi Giuridici HandyLex ha dato spazio a una vera e propria guida al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027, pubblicato il 12 giugno scorso in Gazzetta Ufficiale, ossia a come esso è strutturato e a come funzionano, in concreto, la programmazione degli interventi e la ripartizione delle risorse.
Si tratta, lo ricordiamo, del documento che programma gli interventi in favore delle persone con disabilità non autosufficienti e che regola la ripartizione del Fondo per le Non Autosufficienze, istituito dall’articolo 1, comma 1264 della Legge 296/06 (Legge Finanziaria per il 2007). Sulla base del Piano Nazionale, ciascuna Regione adotta un proprio Piano Regionale per la Non Autosufficienza, definendo gli interventi da realizzare con le risorse trasferite.
Suggeriamo senz’altro la consultazione dell’approfondimento di HandyLex, disponibile a questo link. (S.B.)

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La figura professionale del consulente alla pari, ovvero Le persone con disabilità sono esperte della propria vita

13 Luglio 2026 - 4:41pm

Tenutosi a Salerno, il primo Tavolo Tecnico del progetto “Nothing About Us Without Us – Da vulnerati a protagonisti della propria vita”, promosso in Campania dal MOVICA, in partenariato con la UILDM di Salerno e l’Associazione Amici di Lola, ha posto al centro un obiettivo condiviso con i rappresentanti istituzionali: avviare il percorso per il riconoscimento della figura professionale del consulente alla pari, destinato a rafforzare le politiche di inclusione, autonomia e partecipazione delle persone con disabilità I partecipanti al Tavolo Tecnico di Salerno

Il primo Tavolo Tecnico del progetto Nothing About Us Without Us – Da vulnerati a protagonisti della propria vita, promosso dal MOVICA (Movimento Vita Indipendente Campania), in partenariato con la UILDM di Salerno (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e l’Associazione Amici di Lola, nell’àmbito del Piano Regionale Campania FSE+ 2021-2027, è stato ospitato dalla Provincia di Salerno, rappresentando un momento di confronto istituzionale di grande rilievo, che ha posto al centro un obiettivo condiviso: avviare cioè il percorso per il riconoscimento della figura professionale del consulente alla pari (Peer Counsellor), figura innovativa destinata a rafforzare le politiche di inclusione, autonomia e partecipazione delle persone con disabilità.
Vi hanno partecipato tra gli altri Andrea Morniroli, assessore alle Politiche Sociali della Regione Campania, Giovani Guzzo e Annarita Ferrara, rispettivamente vicepresidente e consigliera delegata alle Politiche Sociali e Sanitarie e alle Pari Opportunità della Provincia di Salerno, oltre ad esponenti dei Piani Sociali di Zona, dell’ASL, dei partner progettuali, delle organizzazioni sindacali, del movimento cooperativo e delle realtà associative impegnate nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, confermando la volontà di costruire un percorso condiviso tra Istituzioni e Società Civile.

Nell’aprire i lavori, Maria Rosaria Duraccio, presidente di DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e del MOVICA, ha ricordato il significato profondo del progetto, affermando che «Nothing About Us Without Us non è soltanto il titolo del nostro progetto, ma è un principio che rivendica il diritto delle persone con disabilità ad essere protagoniste delle decisioni che riguardano la loro vita. In tal senso, il consulente alla pari rappresenta questa rivoluzione culturale: trasformare l’esperienza personale in una competenza al servizio di altre persone e delle istituzioni».
Il progetto, infatti, nasce per promuovere la cultura della vita indipendente, dell’autodeterminazione e della crescita di autoconsapevolezza (empowerment), attraverso la formazione di persone con disabilità che, forti del proprio percorso di crescita, possano accompagnare altri cittadini verso la costruzione del proprio progetto di vita. Un modello già sperimentato con successo in diversi contesti europei e che oggi punta ad ottenere anche in Campania il riconoscimento istituzionale della relativa figura professionale.
Duraccio ha sottolineato quindi che il punto di forza del progetto sta nella scelta dei partner collaboratori, ossia ENIL Italia (European Network on Independent Living) e DPI Italia, oltreché del sostegno della CISL di Napoli.

Tra gli interventi più autorevoli, vi è stato quello di Giampiero Griffo, membro del Consiglio Mondiale di DPI e tra i maggiori esperti di politiche sulla disabilità a livello internazionale, che ha ricondotto il tema del Peer Counselling al quadro della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ricordando come il sostegno tra pari sia espressamente richiamato dall’articolo 26 della Convenzione stessa (Abilitazione e riabilitazione) quale strumento fondamentale di abilitazione, riabilitazione ed empowerment delle persone con disabilità.
Griffo ha evidenziato inoltre che la vera innovazione consiste nel superare definitivamente una visione della disabilità fondata sui bisogni e sull’assistenza, per affermare un modello basato sul riconoscimento dei diritti umani, della partecipazione e dell’autodeterminazione. «Le persone con disabilità – ha affermato – non sono fragili per natura: sono state rese fragili e vulnerate da una società che per secoli ha costruito barriere, discriminazioni e pregiudizi. Il compito delle Istituzioni è rimuovere questi ostacoli, non sostituirsi alle persone nelle scelte che riguardano la loro vita. In tal senso, il consulente alla pari rappresenta uno degli strumenti più efficaci per produrre empowerment, perché consente alle persone con disabilità di rafforzare le proprie capacità, acquisire maggiore consapevolezza dei propri diritti e diventare protagoniste dei processi decisionali che le riguardano. Si tratta per altro di una pratica consolidata a livello internazionale, nata all’interno del movimento per la Vita Indipendente e oggi diffusa in numerosi Paesi attraverso i Centri per la Vita Indipendente».
In conclusione, Griffo ha rivolto un appello alla Regione Campania affinché il percorso avviato con il progetto Nothing About Us Without Us possa tradursi in un risultato concreto, ossia il riconoscimento della figura del consulente alla pari all’interno del sistema regionale del welfare, accompagnato da politiche orientate ai progetti di vita personalizzati e partecipati, alla formazione degli operatori e alla piena attuazione della riforma della disabilità.

Anche il sociologo Daniele Romano ha sottolineato come il riconoscimento del consulente alla pari rappresenti un tassello fondamentale per l’attuazione concreta della Convenzione ONU, ricordandoi che «il Peer Counselling non costituisce semplicemente un nuovo servizio, ma uno strumento capace di modificare il rapporto tra Istituzioni e Cittadini, ponendo la persona con disabilità al centro dei processi decisionali e della progettazione personalizzata».
«La partecipazione diretta delle persone con disabilità – ha dichiarato quindi – non è un valore aggiunto, ma un diritto e il consulente alla pari può contribuire a rendere realmente partecipati i Progetti di Vita e a trasformare il sistema dei servizi da modello assistenziale a modello fondato sull’autodeterminazione».
«Per poter promuovere i diritti e farli rispettare – ha concluso Romano – c’è bisogno di competenze conoscenze e capacità professionali ed esperienze come quella avviata dal MOVICA possono rappresentare un riferimento anche per altre Regioni italiane, contribuendo a diffondere una cultura della vita indipendente basata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sul pieno esercizio dei diritti di cittadinanza».

Particolarmente significativo è stato l’intervento dell’assessore Andrea Morniroli, che ha riconosciuto il valore strategico dell’iniziativa per l’intero sistema regionale dei servizi. «Da Salerno e dalla sua Provincia – ha dichiarato – parte un percorso che può diventare un modello per tutta la Campania. Il riconoscimento della figura del consulente alla pari rappresenta una buona pratica capace di fare da apripista a un nuovo modo di intendere le politiche sociali. Si parla infatti di una figura capace di mettere la propria esperienza di vita al servizio di altre persone con disabilità, offrendo orientamento, ascolto e sostegno nella costruzione di percorsi di autonomia».
«Le persone con disabilità – ha affermato ancora – sono esperte della propria vita. Dobbiamo pertanto superare definitivamente una logica fondata esclusivamente sull’assistenza per costruire un welfare di partecipazione, di prossimità e di inclusione. Figure come il consulente alla pari introducono una nuova idea di welfare, nella quale le persone non sono destinatarie passive dei servizi, ma protagoniste competenti dei processi di cambiamento».
«Il riconoscimento di questa figura – ha concluso Morniroli – può contribuire a rafforzare la qualità della progettazione personalizzata, valorizzando il contributo diretto delle persone con disabilità nella definizione delle politiche pubbliche e pertanto ci impegneremo a dare il nostro contributo al percorso intrapreso».

Nel dettaglio, il progetto Nothing About Us Without Us prevede un articolato percorso formativo di 500 ore, rivolto a 14 persone con disabilità, con formazione a distanza, attività in presenza, laboratori esperienziali e stage presso Enti del Terzo Settore e servizi pubblici. Al termine di tale percorso i partecipanti conseguiranno un attestato di consulente alla pari, che costituirà la base del lavoro istituzionale finalizzato al riconoscimento della qualifica professionale.
Il primo Tavolo Tecnico di Salerno rappresenta soltanto l’inizio di un percorso più ampio che prevede ulteriori momenti di confronto tra la Regione Campania, gli Enti Locali, il sistema dei servizi e il Terzo Settore, allo scopo di definire competenze, àmbiti operativi e profilo professionale del consulente alla pari, permettendo a tale figura di trovare piena collocazione all’interno del sistema regionale delle politiche sociali. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: movi.campaniaonlus@gmail.com.

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La disabilità e le amministrazioni che non dialogano tra loro: il caso esemplare della Piattaforma CUDE

13 Luglio 2026 - 1:58pm

«Il problema è la frammentazione strutturale dei servizi dedicati alle persone con disabilità, caratterizzata da piattaforme non integrate, procedure non uniformi e informazioni disperse tra enti diversi»: lo dicono dalla startup In&Valid, soffermandosi sul caso della Piattaforma CUDE, introdotta per consentire l’accesso automatizzato alle ZTL su tutto il territorio nazionale, ma che basandosi sull’adesione volontaria delle amministrazioni locali, resta ancora uno strumentoi limitato e disomogeneo sul territorio

«Muoversi tra Comuni diversi dovrebbe essere un processo semplice e uniforme per le persone con disabilità e tuttavia, la realtà descritta dall’analisi e dalle segnalazioni da noi raccolte evidenzia ancora una forte frammentazione dei servizi e delle procedure»: lo dicono da In&Valid, startup che punta a creare un nuovo sistema di servizi per le persone con disabilità e i loro caregiver, che avevamo presentato anche sulle nostre pagine con un’ampia intervista dello scorso anno al fondatore di essa Daniele Pace.
«Il nodo centrale – aggiungono da In&Valid – è la Piattaforma Nazionale CUDE (Contrassegno Unificato Disabili Europeo), introdotta, com’è noto, per consentire l’accesso automatizzato alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo era appunto quello di eliminare le comunicazioni preventive tra Comuni e garantire la riconoscibilità immediata delle targhe associate ai contrassegni, ma l’efficacia del sistema dipende dall’adesione volontaria delle amministrazioni locali e secondo i dati disponibili della documentazione ANCI (Associaziona Nazionale Comuni Italiani) e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel 2024 risultavano attivi sulla piattaforma 554 Comuni, pari a circa l’8% del totale nazionale e tra questi solamente 369 avevano effettivamente abilitato i cittadini al servizio, mentre le targhe CUDE registrate superano quota 23.000. Numeri che evidenziano come l’adozione dello strumento resti ancora limitata e disomogenea sul territorio».

Quanto sottolineato da In&Valid, significa sostanzialmente che solo una parte minoritaria dei cittadini e delle cittadine può beneficiare della piena interoperabilità del sistema. Chi si sposta infatti tra Comuni che hanno attivato il sistema non deve effettuare comunicazioni preventive per l’accesso alle ZTL, mentre in tutti gli altri casi restano in vigore le procedure tradizionali, con obbligo di segnalazione del transito e conseguente esposizione al rischio di sanzioni in caso di errori o mancati adempimenti.
«Il problema – afferma Helena Pozzi, project manager di In&Valid – non è la singola ZTL, ma il fatto che ogni Comune continui a operare con regole e piattaforme diverse. Questo costringe le persone con disabilità a dover verificare ogni volta le modalità di accesso, trasformando un diritto alla mobilità in un percorso amministrativo incerto».
Anche la più recente documentazione parlamentare, per altro, conferma come la natura facoltativa dell’adesione dei Comuni renda la piattaforma, nei fatti, ancora inefficace al di fuori dei territori aderenti, mantenendo la necessità di comunicazioni preventive e quindi il rischio di sanzioni improprie.

«La nostra ricerca – dicono ancora da In&Valid – evidenzia che la questione della mobilità rappresenta solo una parte di un problema più ampio ovvero la frammentazione strutturale dei servizi dedicati alle persone con disabilità, caratterizzata da piattaforme non integrate, procedure non uniformi e informazioni disperse tra enti diversi. In tal senso, va detto che un’eccezione significativa è rappresentata dal progetto ZTL Network della Regione Veneto, che ha introdotto un sistema di interscambio dati tra Comuni, consentendo il riconoscimento automatico delle autorizzazioni senza ulteriori comunicazioni da parte dei cittadini, proprio nella direzione di una maggiore interoperabilità amministrativa».
«Il CUDE – conferma e conclude Helena Pozzi – è solo uno dei sintomi di un problema più profondo, ovvero che nel nostro Paese la disabilità continua a essere gestita attraverso sistemi che non dialogano tra loro. Il punto centrale non è tecnologico, ma sistemico. La nostra missione è fare ordine, affinché la semplificazione amministrativa non dipenda dal Comune in cui ci si trova, ma diventi un diritto uniforme su tutto il territorio nazionale». (S.B.)

Per ulteriori approfondimenti: roberta.vaia@wearelever.it (Roberta Vaia).

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Danza e musica dal vivo: uno spettacolo audiodescritto a Cividale del Friuli

13 Luglio 2026 - 1:25pm

“8. otto archi_otto corpi” è il titolo dello spettacolo di danza e musica dal vivo, fruibile anche da persone con disabilità visive attraverso l’audiodescrizione, che verrà presentato in prima assoluta il 26 luglio a Cividale del Friuli (Udine), nell’àmbito del “Mittelfest di Cividale” Una scena di “8. otto archi_otto corpi”

Lo spettacolo si intitola 8. otto archi_otto corpi: si chiama così lo spettacolo di danza e musica dal vivo, fruibile anche da persone con disabilità visive attraverso l’audiodescrizione, che verrà presentato in prima assoluta il 26 luglio presso la Chiesa di San Francesco di Cividale del Friuli (Udine), nell’àmbito del Mittelfest di Cividale (ore 19.30).
«La rappresentazione – spiegano i promotori – vedrà in scena otto violoncelli disposti in cerchio e otto danzatori all’interno. Un gioco di violoncellisti e corpi che danzano 8, composizione musicale di Michael Gordon. Il suono diventa quindi spazio circolare, si muove come un’onda che non ha un inizio né una fine, ma scorre intorno, attraversa, travolge. E dentro questo anello musicale si aprono le traiettorie della danza, prende forma uno spazio rituale in cui suono e corpo si fondono in un’unica scultura tridimensionale. Da parte sua, il pubblico si fa custode del cerchio, diventando una presenza che delimita e partecipa. Non c’è una prospettiva privilegiata, ognuno vive un frammento irripetibile, un dettaglio diverso, un respiro che soffia solo per sé. 8 non è solo un numero, ma un simbolo. È l’infinito, la circolarità, il continuo passaggio tra individuale e collettivo, tra presenza e assenza, tra silenzio e vibrazione».

La produzione è il frutto di una collaborazione tra la compagnia di danza contemporanea Arearea (ideazione di Roberto Cocconi) e la Fondazione Luigi Bon, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Friuli Venezia Giulia.
La durata della rappresentazione sarà di circa 50 minuti ed è anche previsto, per chi lo vorrà, un breve incontro conoscitivo pre-spettacolo riservato proprio al pubblico con disabilità visive. (S.B.)

Per gli interessati ad acquistare i biglietti: biglietteriamittelfest@gmail.com; per altre informazioni: Lisa Colautti (lisacolautti@gmail.com), curatrice dell’audiodescrizione.

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Torino: approdano in Comune le istanze delle persone con disabilità visiva sui monopattini a noleggio

13 Luglio 2026 - 12:52pm

La petizione lanciata qualche mese fa dall’UICI di Torino, per chiedere uno stop, almeno temporaneo, dei servizi di monopattini a noleggio, alla luce delle continue segnalazioni di incidenti e gravi disagi riguardanti persone con disabilità visiva, porterà ad un primo passo, verso l’approdo nelle Commissioni Ccompetenti del Comune di Torino, ossia a una conferenza stampa pubblica in programma il 16 luglio prossimo

«Dopo anni di trattative e promesse non mantenute – si legge in una nota dell’UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), il tema dei monopattini a noleggio si impone nuovamente all’attenzione del Comune di Torino. Per chi non vede o ha gravi limitazioni della vista, infatti, questi mezzi, abbandonati ovunque, in strada e in mezzo ai marciapiedi, sono vere e proprie mine vaganti»: di diritto alla mobilità e di autonomia a rischio si parlerà dunque durante una conferenza stampa in programma nella mattinata del 16 luglio a Palazzo Civico di Torino (Sala Capigruppo, ore 11.30), nel corso di un incontro in cui a farla da protagonista sarà la stessa UICI del capoluogo piemontese, che come abbiamo anche riferito già in più di un’occasione sulle nostre pagine, da tempo si batte per una gestione più ordinata dei monopattini a noleggio, viste le continue segnalazioni di incidenti e gravi disagi raccolte dalla propria base associativa e, più in generale, da chi vive il problema sulla propria pelle.

«La petizione da noi lanciata nei mesi scorsi [se ne legga anche sul nostro giornale, N.d.R.] – riferiscono ancora dall’UICI di Torino – con la quale chiedevamo uno stop, almeno temporaneo, dei servizi di noleggio, ha ampiamente superato le 300 firme necessarie a esercitare il diritto di tribuna, un prezioso strumento di democrazia previsto dall’ordinamento comunale. La conferenza stampa del 16 luglio, dunque, cui parteciperanno i primi firmatari della petizione stessa, insieme a una nostra delegazione, sarà il primo passo di un percorso che nei prossimi mesi porterà l’argomento all’attenzione delle Commissioni Consiliari competenti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@uictorino.it (Lorenzo Montanaro).

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Le riforme degli ultimi anni sul fronte della disabilità non possono restare sulla carta

13 Luglio 2026 - 12:26pm

«Le riforme approvate negli ultimi anni non possono rimanere incompiute né trasformarsi in semplici enunciazioni di principio»: è il messaggio lanciato dalla Giunta Nazionale della Federazione FISH, riunitasi insieme ai Presidenti delle FISH Regionali. «E spetta a Governo, Regioni, Comuni e a tutte le Amministrazioni coinvolte – è stato detto per l’occasione – assumersi le proprie responsabilità e dare immediata attuazione alle misure previste, senza ulteriori rinvii, ritardi o scarichi di competenze»

«Le riforme approvate negli ultimi anni non possono rimanere incompiute né trasformarsi in semplici enunciazioni di principio»: è il messaggio forte e chiaro lanciato dalla Giunta Nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), riunitasi nei giorni scorsi insieme ai Presidenti delle FISH Regionali per avviare, nel segno della partecipazione e del confronto con la rete associativa, il percorso verso il prossimo congresso elettivo della Federazione.
Particolare preoccupazione è stata espressa per l’occasione rispetto all’andamento della sperimentazione prevista dal Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità. «Il confronto con i territori – si legge infatti in una nota diffusa dalla Federazione – ha fatto emergere criticità organizzative e amministrative che, se non affrontate rapidamente, rischiano di compromettere l’entrata a regime della riforma prevista per gennaio 2027. Per questo la FISH chiede al Ministero per le Disabilità di adottare con urgenza i decreti correttivi necessari, eliminando gli ostacoli emersi nella fase sperimentale, garantendo un’applicazione uniforme della riforma su tutto il territorio nazionale e assicurando la piena operatività del nuovo sistema fin dalla sua entrata in vigore».

Durante la riunione, ampio spazio è stato dedicato anche al tema della deistituzionalizzazione, riconosciuta come una priorità imprescindibile per garantire il diritto a una vita indipendente, autonoma e pienamente inclusa nella comunità. In tal senso, dalla FISH è stata ribadita «la necessità di investire in progetti personalizzati, rafforzare i sostegni territoriali e favorire il progressivo superamento delle strutture segreganti ancora presenti nel nostro Paese. Nonostante un quadro normativo ormai orientato alla tutela dei diritti, il processo continua infatti a scontrarsi con finanziamenti discontinui, modelli culturali ormai superati e una cronica carenza di politiche efficaci per l’inclusione abitativa e sociale».

Si è quindi parlato anche di scuola e di lavoro. Riguardo alla prima, la Federazione ha denunciato ancora una volta «la mancata piena attuazione dei Decreti Applicativi del Decreto Legislativo 66/17 sull’inclusione», «una situazione – si è detto – che continua a compromettere la qualità dell’inclusione e il diritto allo studio». È stata inoltre richiamata con forza l’attenzione «sul rischio di un grave arretramento culturale alimentato dal riemergere di proposte che ipotizzano un ritorno a classi o percorsi separati per gli alunni con disabilità. Si tratterebbe di una scelta che cancellerebbe decenni di conquiste civili e metterebbe in discussione il modello italiano di inclusione scolastica, riconosciuto a livello internazionale. La nostra Federazione è pronta a opporsi con determinazione, contro qualsiasi tentativo di riportare indietro le lancette della storia».Sul versante occupazionale, invece, «il diritto al lavoro – viene sottolineato nella nota della FISH – resta ancora oggi un obiettivo non raggiunto per troppe persone con disabilità, nonostante gli strumenti normativi già disponibili».

La Federazione ha ribadito quindi la necessità di dare piena attuazione alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, «proseguendo con decisione il percorso di superamento degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione e rafforzando gli strumenti di sostegno alle decisioni, nel pieno rispetto della volontà, della dignità e dell’autodeterminazione della persona, a partire dall’amministrazione di sostegno».
E un appello altrettanto deciso è stato rivolto al Parlamento «affinché concluda rapidamente l’iter del Disegno di Legge sul caregiver familiare. Le famiglie, infatti, non possono continuare ad attendere: è necessario riconoscere finalmente il valore sociale di chi ogni giorno garantisce assistenza e cura ai propri cari, assicurando tutele, diritti e sostegni adeguati».
A rendere infine ancora più urgente il passaggio dalle parole ai fatti c’è anche il terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità, che individua con chiarezza obiettivi, priorità e linee di intervento per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità.

Dalla Giunta Nazionale della FISH è arrivato pertanto un messaggio politico chiaro: «le riforme approvate negli ultimi anni non possono restare sulla carta. E spetta a Governo, Regioni, Comuni e a tutte le Amministrazioni coinvolte assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e dare immediata attuazione alle misure previste, senza ulteriori rinvii, ritardi o scarichi di competenze. Ogni giorno di attesa significa infatti continuare a non garantire i diritti che appartengono alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Perché la domanda, oggi, è una sola: se non ora, quando?».

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Avviato il percorso sui territori del Piano di Azione triennale per i diritti delle persone con disabilità

10 Luglio 2026 - 5:08pm

Ha preso il via da Genova ed è proseguito a Milano, il percorso nazionale di informazione e diffusione del “terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità”, elaborato dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, un percorso fatto di dieci incontri territoriali, voluto per favorire la conoscenza del Piano stesso e accompagnarne l’attuazione attraverso il coinvolgimento di istituzioni, amministrazioni e organizzazioni rappresentative Un’immagine dell’incontro di Genova

Ha preso il via da Genova ed è proseguito subito dopo a Milano, come avevamo riferito anche sulle nostre pagine (a questo e a questo link) il percorso nazionale di informazione e diffusione del terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità, elaborato dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, un percorso fatto di dieci incontri territoriali (i prossimi saranno in Friuli Venezia Giulia, Marche, Lazio, Emilia Romagna, Sardegna, Campania, Puglia e Sicilia), e voluto dallo stesso Osservatorio Nazionale, con la partecipazione di FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), per favorire la conoscenza del Piano nei territori e accompagnarne l’attuazione attraverso il coinvolgimento di istituzioni, amministrazioni e organizzazioni rappresentative, e in particolare di quelle appartenenti ai territori coinvolti. Nello specifico dell’appuntamento genovese, esso è stato organizzato dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), con il patrocinio e l’ospitalità della Regione Liguria nella Sala di Rappresentanza “Liguri nel Mondo”.

«Articolato in 7 linee di intervento e 66 linee di azione, il terzo Piano di Azione – ricordano dall’AISM – definisce obiettivi, responsabilità, strumenti di monitoraggio e indicatori utili a verificarne nel tempo l’attuazione e i risultati. Il documento affronta in maniera integrata temi quali accessibilità universale, salute e benessere, inclusione lavorativa, istruzione e formazione, progetto di vita, sicurezza inclusiva e sistemi di monitoraggio, secondo una logica che supera la frammentazione degli interventi e promuove una visione coordinata delle politiche per la disabilità. A vent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, il Piano costituisce uno degli strumenti attraverso cui l’Italia intende rafforzare l’attuazione dei principi di inclusione, partecipazione e pari opportunità, in continuità con il percorso avviato dalla riforma della disabilità e con gli impegni assunti a livello nazionale e internazionale».

«Il Piano di Azione Triennale – ha dichiarato Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità –è il risultato di un grande lavoro condiviso che ha coinvolto istituzioni, amministrazioni, associazioni e organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità. Oggi si apre la fase più importante: quella della sua diffusione e attuazione. Abbiamo bisogno dell’impegno di tutti per trasformare le azioni previste in cambiamenti concreti nella vita delle persone. Dobbiamo continuare a lavorare insieme per affermare una visione della disabilità fondata sulla valorizzazione delle capacità, dei talenti e del contributo che ogni persona può offrire alla comunità».
«Questo – ha affermato dal canto suo Massimo Nicolò, assessore alla Sanità, alle Politiche sociosanitarie e al Terzo Settore della Regione Liguria – non è un documento destinato a restare sulla carta, ma uno strumento operativo per costruire una nuova visione della disabilità, non come un’emergenza da gestire, ma come una parte integrante delle nostre comunità. La sfida è superare una concezione limitata alla sola cura sanitaria, puntando su una presa in carico globale della persona sul territorio. Accessibilità, inclusione lavorativa, autonomia abitativa e lavorativa sono diritti fondamentali che definiscono la dignità dei cittadini. Il cuore del Piano è il Progetto di Vita individuale, un approccio innovativo che integra sanità, sociale e territorio in un percorso personalizzato, cucito addosso alle aspirazioni e alle necessità della singola persona».
A margine dell’incontro, Cristina Lodi, assessora al Welfare, ai Servizi Sociali, alle Famiglie, alla Terza Età e alla Disabilità del Comune di Genova, ha sottolineato il valore del Progetto di Vita come diritto da garantire con strumenti e risorse adeguate: «Sostenere un Progetto di Vita – ha dichiarato – significa riconoscere che esso deve diventare un livello essenziale delle prestazioni, garantito con risorse stabili, affinché possa accompagnare la persona per tutta la vita. Genova, insieme alla Regione Liguria, è stata scelta come area sperimentale e siamo molto soddisfatti del lavoro svolto fino a oggi. Avevamo già uno strumento consolidato grazie al lavoro delle équipe multidisciplinari e all’integrazione tra sociale, socio-sanitario e sanitario. Ora sarà necessario mettere in campo anche nuove risorse affinché questi progetti possano trovare piena attuazione».
Lodi ha evidenziato anche il valore della collaborazione con la Consulta Comunale Permanente delle Persone con Disabilità e con il mondo associativo, evidenziando «la necessità di rafforzare le reti già esistenti tra Comune, Regione e servizi territoriali».

La parola è passata quindi a Serafino Corti, coordinatore Osservatorio dell’Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e direttore del Dipartimento delle Disabilità nella Fondazione Sospiro. «La sfida più importante che il Piano pone – ha affermato – non riguarda la singola azione o il singolo intervento, ma la capacità di leggere la disabilità come una responsabilità condivisa tra politiche e istituzioni diverse. Per questo il Piano è stato costruito come un sistema integrato, nel quale temi come il progetto di vita, l’istruzione, il lavoro, la salute e la partecipazione dialogano tra loro e si rafforzano reciprocamente. La fase che si apre oggi con questa serie di incontri è quella della concreta attuazione di tale approccio nei territori».
«Dopo due anni di intenso lavoro all’interno dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità – ha dichiarato poi Vincenzo Falabella, presidente della FISH – e il superamento dell’intero iter istituzionale, il Piano di Azione Triennale si prepara a diventare realtà su tutto il territorio nazionale. Non si tratta semplicemente di far conoscere un documento, ma di esigerne e guidarne l’attuazione concreta sui territori, lì dove le persone vivono, studiano e lavorano. Il ciclo di dieci incontri che inauguriamo a Genova, grazie all’impegno organizzativo dell’AISM, nasce esattamente con questo scopo: tessere una rete solida e operativa tra istituzioni, amministrazioni locali e mondo associativo».
«L’AISM ha contribuito alla costruzione di questo Piano – ha concluso Mario Alberto Battaglia, presidente della Fondazione FISM che opera a fianco dell’AISM, direttore generale dell’AISM stessa e vicepresidente della FISH – come uno degli undici membri di diritto dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e oggi si assume la responsabilità di accompagnarne la diffusione e l’attuazione nei territori. Nella nostra Agenda della SM e patologie correlate 2030, il Piano di Azione Triennale rappresenta una delle leve fondamentali per promuovere diritti, inclusione e partecipazione. Continueremo a mettere a disposizione di istituzioni, federazioni e territori competenze, esperienze e capacità progettuali, per accompagnare percorsi di cambiamento capaci di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Un aperitivo con il gin tonic

10 Luglio 2026 - 4:16pm

«Dove c’è lei – racconta Elena Malagoli -, c’è sempre anche lui. Le cammina dietro con un po’ di difficoltà e si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino. Invece è un uomo di 32 anni che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente e che la madre ha cresciuto da sola. “Facciamo l’aperitivo?”, chiede emozionato e questa sua emozione è per il fatto di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso…» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Sono al tavolino di un bar all’aperto e arriva lei, la riconosco da lontano per i vestiti colorati che indossa abitualmente, tipo “figlia dei fiori” Anni ’70. E dove c’è lei, c’è sempre anche lui. E infatti eccolo, le cammina dietro con un po’ di difficoltà, cercando di starle al passo. E nel mentre si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino.
Invece è un uomo di trentadue anni, e lei – sua madre – è una donna ancora bellissima, ma visibilmente provata dalla fatica e da una vita dura. È rimasta sola trent’anni fa a crescere questo figlio “diverso”, che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente.
Si siedono al tavolo, è tanto che non ci vediamo. «Come stai?», le chiedo. «Abbiamo passato un periodo difficile, per vari problemi di salute, sia io che lui, ma adesso cominciamo a stare un po’ meglio». Li guardo e in effetti noto che hanno entrambi il volto provato.
Il ragazzo continua a sorridere, è visibilmente emozionato di trovarsi al bar tra la gente, e il suo volto mi sembra troppo stanco e troppo adulto per sorrisi così puri. «E come vanno le cose?», chiedo. «Al solito», mi dice lei, tentando di addolcire la risposta con un bel sorriso, che però risulta triste. È una risposta che racconta più di trent’anni in solo due parole.
Lui mi guarda da dietro gli occhialoni strizzando gli occhi: «Facciamo l’aperitivo?», chiede emozionato. So che questa sua emozione è per il fatto di essere uscito, di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso.
«Io prendo il gin tonic», dice. E io guardo sua madre un po’ incredula: «Un gin tonic, ma davvero?!?». «Sì – mi dice lei sottovoce – quello analcolico, quello finto, ma che ha lo stesso sapore di quello vero». «Ah, ma allora lo prendo anch’io che sono astemia!». «Io lo prendo vero invece, che ne ho bisogno», dice lei ridendo.
Arrivano i grandi bicchieri, pieni di ghiaccio, con le cannucce. Li facciamo tintinnare in un brindisi. «Sto bevendo il gin tonic anche io», dice il ragazzo al colmo della gioia. «Sì, stai bevendo il gin tonic anche tu», gli dice tenera sua madre, e gli fa una carezza.
Mi si riempie il cuore di commozione, perciò distolgo lo sguardo, lo faccio vagare intorno, e nel mentre lo sento succhiare vigorosamente e allegramente dalla cannuccia.
E poi rialziamo i bicchieri, e brindiamo ancora, “cin” diciamo in coro, “cin” ripete lui ridendo. Ed è un momento così dolce e così struggente che quasi mi ubriaca.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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Non solo diplomi di maturità, ma anche il segno che si può continuare a guardare al futuro

10 Luglio 2026 - 2:02pm

Luca lo ha fatto in videoconferenza, altri cinque lo hanno fatto neelle rispettive sedi scolastiche: sono stati sei gli studenti che hanno frequentato la Scuola in Ospedale dell’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) e tutti hanno superato l’esame di maturità. I loro diplomi assumono un significato che va oltre il risultato scolastico: confermano infatti come il percorso di cura possa accompagnarsi, giorno dopo giorno, alla crescita personale e alla costruzione di nuove prospettive Luca durante l’esame di maturità svolto in videoconferenza dall’Istituto Riabilitativo Montecatone

Luca ha sostenuto l’esame di maturità da una delle aule dell’Istituto Riabilitativo Montecatone – la nota struttura di Imola (Bologna) impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita -, collegato in videoconferenza con la commissione dell’IIS Borsellino e Falcone di Zagarolo (Roma), la sua scuola. Ha superato l’esame con la votazione di 93/100, raggiungendo un traguardo scolastico che si intreccia con un percorso di riabilitazione ancora in corso. Ricoverato infatti a Montecatone dal novembre dello scorso anno, in seguito a un grave incidente sul lavoro, il diciannovenne aveva interrotto gli studi alcuni mesi prima per iniziare a lavorare; durante il colloquio d’esame ha raccontato quindi come la possibilità di riprendere la scuola in ospedale abbia rappresentato una seconda opportunità, un tassello importante nel percorso per riprendersi la propria vita.
Al termine della prova la commissione lo ha salutato con un lungo applauso e uno dei docenti gli ha detto: «Oggi ho ricevuto una lezione di vita importante».

La storia di Luca racconta un risultato più ampio: quest’anno, infatti, sono stati sei gli studenti che hanno frequentato la Scuola in Ospedale di Montecatone e tutti hanno superato l’esame di maturità. Cinque l’hanno sostenuto nelle rispettive sedi scolastiche, uno – Luca, appunto – direttamente dall’Istituto. «È il segno concreto – commentano da Montecatone – di un servizio che consente agli studenti ricoverati di non interrompere il proprio percorso di studi».

La Scuola in Ospedale è un progetto nazionale promosso dal Ministero dell’Istruzione e coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali, con l’obiettivo di garantire la continuità didattica agli alunni che, a causa della degenza, non possano frequentare temporaneamente la scuola di appartenenza.
A Montecatone tale servizio è attivo dal 2004, grazie alla collaborazione con l’Istituto Alberghiero Bartolomeo Scappi di Castel San Pietro Terme le cui docenti progettano percorsi educativi personalizzati in costante raccordo con gli istituti di provenienza degli studenti. «Si tratta di un lavoro – sottolineano dalla struttura imolese – che permette di mantenere continuità negli apprendimenti e, insieme, di preservare una dimensione fondamentale della quotidianità. Per chi affronta un lungo ricovero, infatti, la scuola non rappresenta soltanto un luogo di studio, ma è uno spazio nel quale continuare a immaginare il futuro, mantenere relazioni, fissare obiettivi e ritrovare normalità. Anche per questo i sei diplomi conseguiti quest’anno assumono un significato che va oltre il risultato scolastico: confermano come il percorso di cura possa accompagnarsi, giorno dopo giorno, alla crescita personale e alla costruzione di nuove prospettive». (S.B.)

A questo link è disponibile il sito dell’Istituto Riabilitativo Montecatone, recentemente oggetto di una profonda ristrutturazione (se ne legga a quest’altro link), dopo anche l’introduzione di un nuovo logo. Per altre informazioni: Comunicazione e Ufficio Stampa dell’Istituto Riabilitativo Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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Il “Durante Noi”, il tempo della responsabilità e il passaggio decisivo dall’ideale all’azione

10 Luglio 2026 - 1:31pm

«Non abbiamo bisogno soltanto di più servizi per la disabilità – scrive Tonino Urgesi -, abbiamo bisogno di una società più capace di riconoscere l’umano nelle sue diverse forme. E la sfida del futuro non è costruire luoghi dove “collocare le persone fragili”, ma è costruire comunità dove nessuno venga percepito come fuori posto. Il cosiddetto “Durante Noi”, quindi  dovrebbe diventare il tempo della responsabilità condivisa in cui si prepara una società capace di accogliere il “Dopo di Noi”»

La domanda «Dopo di noi, dove vivrà nostro figlio?» attraversa da anni il cuore di molte famiglie che vivono l’esperienza della disabilità. È una domanda profondamente umana, nata dalla paura della solitudine, dell’abbandono, dell’incertezza. È la domanda di chi ama e vuole proteggere. Ma forse oggi siamo chiamati a porci una domanda ancora più profonda, più vera: che idea di persona e di comunità abbiamo costruito, se il futuro di una persona con deficit continua a essere pensato soprattutto come un problema da risolvere quando i genitori non ci saranno più?
Il punto centrale non è soltanto il “dopo”. Il punto centrale è il “durante”. Perché il futuro di una persona non si prepara nell’ultimo tratto della vita dei genitori. Si costruisce giorno dopo giorno, attraverso relazioni, esperienze, possibilità, appartenenze. Il “Durante Noi” è il tempo educativo e sociale nel quale una persona con deficit viene riconosciuta, accompagnata e messa nelle condizioni di diventare protagonista della propria esistenza. Il “Dopo di Noi”, infatti, rischia di arrivare troppo tardi se prima non abbiamo costruito un “Durante Noi” autentico.

Per troppo tempo la disabilità è stata letta attraverso il paradigma della mancanza. La persona con deficit è stata definita da ciò che non può fare, dalle sue difficoltà, dai suoi limiti. Anche se animata dalle migliori intenzioni, la cultura dell’assistenza ha spesso prodotto uno sguardo riduttivo: prima il bisogno, poi la persona. Ma una persona non coincide mai con il proprio deficit. La domanda pedagogica fondamentale non è: «Di cosa ha bisogno questa persona?», ma: «Chi è questa persona? Quale desiderio porta con sé? Quale possibilità di vita possiamo costruire insieme?».
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” deve compiere un passaggio culturale decisivo: dalla logica della compensazione alla logica della generatività. Non si tratta soltanto di colmare una mancanza, ma di creare condizioni affinché ogni persona possa esprimere la propria unicità.
La persona con deficit non è un oggetto di cura, ma un soggetto di relazione. Non è soltanto destinataria di interventi, ma parte della costruzione della comunità.
Abbiamo dunque bisogno di una nuova pedagogia della persona con deficit: un pensiero capace di superare la separazione tra “normale” e “diverso”, perché la disabilità non è una condizione che riguarda soltanto alcune persone, ma è una dimensione dell’umano che interroga tutti noi. E ogni società si misura dal modo in cui accoglie la fragilità, perché la fragilità non è un’eccezione, ma appartiene alla vita.

Una comunità realmente educativa non chiede alla persona fragile di adattarsi a un mondo già costruito. È il mondo che deve imparare a trasformarsi, per permettere a ciascuno di partecipare. La vera interazione non è mettere una persona dentro uno spazio predisposto per lei. È costruire spazi nei quali la sua presenza sia considerata naturale.
Ma vi è un aspetto che considero essenziale. La sensibilizzazione non può esaurirsi nella riflessione, per quanto profonda essa sia. Se il pensiero non si traduce in una trasformazione dello sguardo e, successivamente, in un cambiamento delle pratiche quotidiane, rischia di rimanere confinato nell’ambito delle opinioni. Il senso di queste riflessioni è proprio quello di contribuire a generare una diversa cultura della relazione. Ogni autentico cambiamento educativo nasce, prima di tutto, da una conversione dello sguardo: è nel modo in cui riconosciamo l’altro che prendono forma le nostre scelte, i nostri gesti e le nostre responsabilità.
Esiste un’affermazione che sintetizza efficacemente questa prospettiva: «Tutto è utopico, fino a quando non arriva qualcuno e lo mette in pratica». È una frase che richiama il passaggio decisivo dall’ideale all’azione. Una nuova pedagogia della persona con deficit può nascere proprio da questa convinzione: un’idea acquista valore soltanto quando diventa prassi educativa, relazione autentica e riconoscimento concreto della dignità dell’altro.
Se quindi anche una sola persona, dopo avere letto queste riflessioni, iniziasse a vedere prima la persona e solo successivamente il suo deficit, quell’utopia avrebbe già iniziato a trasformarsi in realtà. Ed è proprio in questi piccoli cambiamenti, spesso silenziosi ma profondi, che prendono avvio le autentiche rivoluzioni educative.

La Legge sul “Dopo di Noi” [Legge 112/16, N.d.R.] ha rappresentato un passaggio importante nella storia dei diritti delle persone con deficit. Ha riconosciuto il bisogno di progettare il futuro e di superare l’idea dell’istituzionalizzazione come unica risposta. Tuttavia, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sui limiti di quella norma. Se gli strumenti previsti funzionano soprattutto per chi possiede patrimoni, proprietà, conoscenze giuridiche e reti familiari capaci di orientarsi tra fondazioni, vincoli e procedure amministrative, rischiamo di creare una nuova forma di disuguaglianza. Che cosa accade, infatti, alla persona con deficit che non erediterà nulla? Che cosa accade alle famiglie prive di risorse economiche o culturali?
La dignità non può dipendere da un’eredità ricevuta. Un diritto universale non può essere costruito sulla capacità privata delle famiglie di organizzare una soluzione individuale. La vita di una persona non può essere garantita dalla ricchezza dei genitori, ma dalla responsabilità della comunità.
Invece, il “Durante Noi” ci obbliga a cambiare prospettiva. Non dobbiamo aspettare che venga meno la famiglia per chiederci quale sarà il futuro di una persona. Dobbiamo costruire quel futuro mentre la famiglia è ancora presente. Questo significa educare all’autonomia possibile, creare reti sociali, favorire amicizie, esperienze lavorative, partecipazione culturale, appartenenza ai luoghi. Significa permettere alla persona con disabilità di esercitare il diritto alla scelta, anche quando la scelta è accompagnata e sostenuta.
L’autonomia non significa fare tutto da soli. Nessun essere umano è completamente autonomo: tutti viviamo grazie a relazioni e interdipendenze. La vera autonomia è poter partecipare alla propria vita con gli strumenti necessari per esprimere se stessi.

Il volontariato ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale. Ha saputo trasformare il dolore delle famiglie in solidarietà, costruendo risposte dove spesso mancavano. Ma la disabilità non può essere affidata soltanto alla generosità dei volontari. La questione riguarda il modello culturale di una società intera. Riguarda la scuola, il lavoro, la politica, l’urbanistica, i servizi, i luoghi della cultura, le relazioni quotidiane. Non abbiamo bisogno soltanto di più servizi per la disabilità. Abbiamo bisogno di una società più capace di riconoscere l’umano nelle sue diverse forme. E la sfida del futuro non è costruire luoghi dove “collocare le persone fragili”, ma è costruire comunità dove nessuno venga percepito come fuori posto.
Il “Durante Noi” dovrebbe quindi diventare il tempo della responsabilità condivisa: il tempo in cui si prepara una società capace di accogliere il “Dopo di Noi”, non perché ha trovato un luogo dove collocare qualcuno, ma perché ha costruito legami nei quali nessuno è lasciato solo.
La domanda finale non dovrebbe essere soltanto: «Dove vivrà mio figlio quando io non ci sarò?». La domanda più grande è, e rimane: «Che tipo di comunità stiamo costruendo oggi, affinché mio figlio possa vivere pienamente quando io ci sono ancora e quando io non ci sarò più?». Perché il futuro non si eredita. Il futuro si educa, si costruisce e si condivide.

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Arriva per la terza volta a Monfalcone il Giro d’Italia di Handbike

10 Luglio 2026 - 1:02pm

Dopo il grande successo ottenuto con le prime due tappe di Noventa di Piave (Venezia) e Cesano Maderno (Monza-Brianza), siamo alla vigilia del terzo appuntamento con il 16° Giro d’Italia di Handbike, manifestazione divenuta leader di settore anche a livello continentale, che il 12 luglio approderà a Monfalcone (Gorizia), città del Friuli Venezia Giulia che accoglierà per la terza volta l’evento La partenza della tappa di Cesano Maderno (Monza-Brianza) del 16° Giro d’Italia di Handbike

Dopo il grande successo ottenuto con le prime due tappe di Noventa di Piave (Venezia) e Cesano Maderno (Monza-Brianza) (i relativi approfondimenti sono disponibili rispettivamente a questo e a questo link), siamo ora alla vigilia del terzo appuntamento con il 16° Giro d’Italia di Handbike, manifestazione divenuta leader di settore anche a livello continentale, che il 12 luglio approderà a Monfalcone (Gorizia), città del Friuli Venezia Giulia che accoglierà per la terza volta l’evento.
Il Giro tornerà quindi, dopo la pausa estiva, con le ultime due tappe di Carugate (Milano) il 6 settembre e di Biella il 4 ottobre. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento di presentazione della tappa del Giro di Monfalcone. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@girohandbike.it (Angela Grassi).

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Formazione gratuita a giovani donne sull’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali

10 Luglio 2026 - 12:28pm

Per tentare di rispondere alla sfide riguardanti l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali, che stanno ridefinendo il mercato del lavoro e il futuro della società, oltreché per colmare il divario di genere in tale settore, la Federazione FISH, in partnership con varie altre organizzazioni, ha promosso il progetto “Donne e intelligenza artificiale”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, iniziativa formativa online gratuita, rivolta a giovani donne tra i 16 e i 25 anni. Le iscrizioni saranno aperte fino al 15 settembre

L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali stanno ridefinendo il mercato del lavoro e il futuro della società. Per tentare di rispondere a questa sfida e colmare il divario di genere in tale settore, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), in partnership con AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), la Federazione lombarda LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani), ha promosso il progetto denominato Donne e intelligenza artificiale, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, iniziativa formativa online gratuita, rivolta esclusivamente a giovani donne di età compresa tra i 16 e i 25 anni.

«Con questo progetto – spiegano dalla FISH – ci proponiamo di intercettare ragazze motivate, curiose e desiderose di dare una svolta decisiva al proprio percorso di studi e professionale. Attraverso percorsi didattici mirati, le partecipanti avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale».
«Offrire a giovani donne tra i 16 e i 25 anni gli strumenti per padroneggiare l’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – significa dare loro un vantaggio competitivo reale per il proprio futuro professionale e personale. L’innovazione e la transizione digitale devono essere inclusive e accessibili a tutti e tutte: solo investendo sulle competenze delle nuove generazioni possiamo costruire una società più equa, moderna e aperta al cambiamento».

La formazione è pensata per garantire un alto standard di apprendimento e per questo motivo, i posti sono limitati a un massimo di 52 partecipanti per ciascun corso. Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 15 settembre prossimo. (S.B.)

Le giovani interessate possono accedere al modulo di iscrizione tramite questo link e inviarlo quindi, insieme agli allegati richiesti, a segreteria@fishets.it. Per altre informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“A Suon di Padel”: lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale

10 Luglio 2026 - 11:49am

Lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale è il messaggio che ha caratterizzato il progetto “A Suon di Padel”, iniziativa dell’ENS di Sassari, realizzata grazie al contributo della Fondazione di Sardegna, nata con l’obiettivo di rendere l’attività sportiva realmente accessibile anche alle persone con disabilità uditiva. Vi si sofferma Claudia Porcu, che l’ha ideata, raccontando anche di un convegno dedicato sempre allo sport come strumento di inclusione, che ha potuto contare su alcuni illustri ospiti Foto di gruppo per il progetto sassarese “A Suon di Padel”

Lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale: è il messaggio che ha caratterizzato il progetto denominato A Suon di Padel, iniziativa dell’ENS di Sassari (Ente Nazionale Sordi), ideata da chi scrive [Claudia Porcu] e realizzata grazie al contributo della Fondazione di Sardegna, nata con l’obiettivo di rendere l’attività sportiva realmente accessibile anche alle persone con disabilità uditiva.
Lo sport, infatti, è molto più di una pratica agonistica o di un semplice momento di svago: è un linguaggio universale capace di unire persone di età, culture, abilità e percorsi di vita differenti. Attraverso tale pratica si costruiscono relazioni, si promuove il rispetto reciproco, si superano barriere e pregiudizi e si sviluppa un autentico senso di appartenenza alla comunità. Quando è accessibile e aperto a tutti, diventa un potente strumento di inclusione sociale, capace di valorizzare le diversità come una risorsa e di offrire a ciascuno l’opportunità di esprimere il proprio potenziale.

Il progetto A Suon di Padel è nato proprio da questa visione. Attraverso un corso di 20 ore, svoltosi a Sassari, presso lo Sporting Milano 26 e guidato dagli istruttori qualificati Giuseppe Cardin e Ginevra Ciafardini, i partecipanti sordi hanno avuto l’opportunità di avvicinarsi al padel non soltanto come disciplina sportiva, ma come esperienza di incontro, socializzazione e condivisione.
Oltre all’apprendimento delle tecniche di gioco, il percorso ha favorito la nascita di nuove relazioni e la condivisione di momenti significativi all’interno di un ambiente inclusivo e stimolante.
Il padel si è rivelato uno strumento particolarmente efficace per raggiungere questi obiettivi perché, essendo uno sport di gruppo, favorisce la collaborazione, la comunicazione, la fiducia reciproca e lo spirito di squadra.
Uno degli aspetti più significativi del progetto è stato il coinvolgimento non solo degli atleti con sordità, ma anche degli istruttori e di tutto lo staff dello Sporting Milano 26. Durante il percorso, tecnici e operatori hanno affrontato un’importante esperienza culturale e umana che li ha resi maggiormente consapevoli di quelle che sono le esigenze delle persone con sordità. Hanno infatti acquisito gli accorgimenti per comunicare in modo efficace con le persone sorde e anche alcuni segni della LIS Lingua dei Segni Italiana.
È stato insomma un percorso che ha dimostrato come l’inclusione autentica nasca dalla conoscenza reciproca, dall’ascolto delle esigenze di ciascuno e dalla volontà di creare spazi realmente accessibili.

Proprio questi temi sono stati approfonditi durante un convegno in giugno al Pegasus Hotel di Sassari, dedicato a sport e inclusione, durante il quale sono stati presentati i risultati raggiunti e condivise le esperienze di atleti provenienti da discipline diverse. Dallo sci nautico al nuoto, dal padel al surf, è emerso un messaggio comune: lo sport come potente strumento di inclusione, capace di valorizzare le differenze e trasformarle in una risorsa.
A portare il proprio contributo sono stati relatori di spicco del panorama sportivo e sociale. Tra questi Jeff Onorato, pluricampione di sci nautico e fondatore della Scuola Sci Saint Tropez di La Maddalena, che ha condiviso la propria esperienza sportiva e il valore della disciplina come percorso di crescita personale. La scuola, attiva da oltre vent’anni, accoglie atleti con e senza disabilità, provenienti da tutto il mondo che arrivano a la Maddalena per imparare e praticare lo sci nautico, in un contesto di libertà, sicurezza e inclusione.
È intervenuto poi Manolo Cattari, psicologo e psicoterapeuta dello sport e presidente del Progetto AlbatroSS, realtà che promuove l’attività in acqua come strumento di inclusione sociale, benessere e partecipazione. Nel corso del suo intervento, insieme agli atleti con disabilità presenti, sono state condivise esperienze di impegno, risultati e crescita continua, offrendo testimonianze significative del valore trasformativo dello sport. Il Progetto AlbatroSS ha inoltre sviluppato iniziative di respiro locale e internazionale, con l’obiettivo di creare connessioni tra comunità diverse attraverso lo sport.
Il terzo intervento è stato quello di Marco Pistidda, fondatore della Bonga Surf School a Porto Ferro (Sassari), che ha sviluppato progetti di surf therapy e inclusione rivolti in particolare alle persone neurodivergenti e con la malattia di Parkinson, attraverso attività che mettono al centro il benessere, la sicurezza e l’accessibilità dell’esperienza del mare.
A chiudere è stato infine Manuel Vanuzzo, ex capitano storico della Dinamo Sassari di basket, oggi impegnato nella gestione dello Sporting Milano 26, punto di riferimento cittadino per il tennis, il calcetto e soprattutto il padel, e che rappresenta un contesto attivo anche sul piano sociale.
La giornata successiva è stata invece dedicata al gioco e alla partecipazione attiva, con un torneo che ha visto scendere in campo insieme persone sorde e udenti, dando vita a un autentico momento di condivisione, collaborazione e divertimento.

È stata un’esperienza significativa che resterà a lungo nella memoria di tutti i partecipanti e che porteremo nel cuore. Il progetto è stato rifinanziato e si prevede di proseguire il percorso coinvolgendo nuove persone sorde, con l’obiettivo di continuare a promuovere inclusione, partecipazione e crescita condivisa.

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In una classe di scuola, dove il pregiudizio non si dichiara quasi mai, ma si deposita nei gesti

9 Luglio 2026 - 6:25pm

«Nessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio – scrive Giorgio Sama -, lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore. Non è la disabilità a isolare, ma è ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno»

Nessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio. Lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore.
Il sociologo Erving Goffman aveva descritto bene questo meccanismo: lo stigma non abita l’attributo di una persona, nasce invece nella relazione che quell’attributo costruisce attorno a lei. Non è la disabilità a isolare. È ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno.
Sotto la superficie c’è un secondo piano, più difficile da raggiungere. Lo psicologo Renato Tagiuri parlava di percezione sociale per indicare un calcolo che facciamo di continuo: non solo chi scelgo e chi evito, ma cosa immagino che gli altri pensino, di me e di lui. Un ragazzo, a 14 anni, non si allontana da un compagno con disabilità soltanto per quello che prova. Si allontana anche per timore di come verrebbe giudicato se gli restasse vicino. Spesso il pregiudizio è una forma di prudenza: l’adeguamento muto a una temperatura del gruppo che nessuno ha dichiarato e che tutti rispettano.

La cosa sorprendente è che questo sentire sommerso si può perfino misurare. Negli Anni Cinquanta, lo psicologo Charles Osgood mise a punto il “differenziale semantico”. Invece di chiedere «cosa pensi di lui?», domanda alla quale ognuno risponde come si conviene, fa collocare una persona tra coppie di aggettivi opposti, vicino o lontano, sicuro o inquietante, su una scala muta. Lì, dove sembra di non esporsi, l’ago si sposta. Affiora la connotazione, il colore emotivo che la parola «compagno» prende quando accanto c’è una diagnosi. Le parole dicono una cosa, la scala ne registra un’altra, e quello scostamento costituisce la misura precisa di una lontananza che a voce nessuno avrebbe ammesso.

Tutto questo cambia il modo di stare in una classe di scuola. Davanti a una battuta infelice smette di avere senso la sola indignazione, perché quasi mai la frase è il vero problema. Il problema è l’ago, lo scarto fra ciò che si dichiara e ciò che si prova, e su quello si può lavorare. Le prediche spostano le parole e lasciano l’ago dov’era. Il tempo passato insieme, una responsabilità condivisa, le vicinanze ripetute durante un’attività comune, quelle sì, col tempo, spostano la connotazione.

Resta un punto da non dimenticare. Una misura, da sola, non ha mai avvicinato nessuno. Il dispositivo dice con precisione dove passa la frattura, una precisione che l’occhio nudo non possiede; ma attraversarla è un lavoro lento, fatto di gesti e non di numeri. Misurare ha valore solo se serve a restituire a un ragazzo un percorso, e ad aprirgli accanto lo spazio per stare, un giorno, fra gli altri, senza che a nessuno costi uno sforzo.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Elena Tomei in scena con il monologo “Immobile”

9 Luglio 2026 - 6:05pm

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei porterà in scena l’11 luglio a Roma, nell’àmbito dell’edizione 2026 della rassegna “Corti d’Estate”, il monologo “Immobile”, scritto e diretto da Salvatore Riggi, in cui si racconta il trauma di una sopravvissuta al terremoto dell’Irpinia del 1980 Elena Tomei, interprete di “Immobile”, insieme all’autore e regista del monologo Salvatore Riggi

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei porterà in scena nella serata dell’11 luglio, al Piccolo Teatro dell’Arte di Roma, nell’àmbito dell’edizione 2026 della rassegna Corti d’Estate (a tema Dal tramonto all’alba), il monologo Immobile, scritto e diretto da Salvatore Riggi.
In esso si racconta il trauma di una sopravvissuta al terremoto dell’Irpinia del 1980, segnata da ricordi frammentati e da una perdita che il tempo non riesce a colmare. Bloccata sotto un tavolo durante il sisma, resta intrappolata emotivamente in quell’istante. Anni dopo, continua a sentirsi immobile, sospesa tra memoria e dolore. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: elenatomei1990@gmail.com.

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Una giornata in cui Matteo si è sentito accolto (ma l’inclusione non può essere un evento)

9 Luglio 2026 - 5:47pm

All’evento “ExpoAid” di Rimini, Matteo, persona adulta con disabilità, ha vissuto una giornata piacevole, ricca di incontri, di esperienze e di scoperte. Una giornata in cui si è sentito accolto. La mamma Laura riflette e si chiede: «Come è possibile che lo stesso sistema che dimostra di possedere risorse, competenze, capacità organizzative e visione sufficienti per realizzare un evento così ben progettato faccia poi così tanta fatica a garantire, nella vita quotidiana, quella stessa qualità alle persone con disabilità?» Il palacongressi di Rimini, dove a fine giugno si è tenuto l’evento “ExpoAid”

«A me l’ExpoAid di Rimini è piaciuta tanto perché le persone erano gentili e ho ballato i Gioca Jouer nella stanza della calma e mi sono divertito tanto e ho visto i modellini di alcuni sottomarini del Gruppo Sommergibili Italiano che erano davvero molto belli e poi c’erano tutte le forze dell’ordine italiane e anche l’esercito, anche questo mi è piaciuto tanto».
Se dovessi raccontare l’evento di Rimini ExpoAid 2026 attraverso gli occhi di Matteo, partirei da qui. Non dai convegni, non dalle istituzioni, non dagli slogan. Dalla semplicità di una persona che ha vissuto una giornata piacevole, ricca di incontri, di esperienze e di scoperte. Una giornata in cui si è sentito accolto.

Siamo andati a Rimini insieme. Non era una semplice visita a una fiera, ma una tappa di un percorso più ampio. Matteo è un adulto con disabilità e sta lavorando, come tante altre persone, sul proprio progetto di vita e sulla propria autodeterminazione. Per questo era importante che partecipasse in prima persona a un evento nazionale dedicato all’inclusione, osservando, scegliendo, esprimendo preferenze, confrontandosi con realtà diverse e costruendo progressivamente la propria capacità di decidere.
Il viaggio è stato parte integrante dell’esperienza. Durante il tragitto in macchina abbiamo ascoltato la registrazione dell’intervento di Corinne Ceraolo Spurio, componente del Centro Studi Giuridici e Sociali dell’ANFFAS Nazionale [Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo, N.d.R.], dedicato al tema Autodeterminazione e autorappresentanza: origini e sviluppo. Un modo interessante per entrare nel clima della manifestazione e riflettere sul significato profondo delle parole che spesso utilizziamo quando parliamo di diritti, inclusione e partecipazione.
Solo successivamente abbiamo scoperto che tutti i contenuti dell’evento sarebbero stati resi disponibili anche online. È stata certamente una buona notizia, ma è un’informazione che, a nostro avviso, avrebbe meritato maggiore evidenza fin dall’inizio. La partecipazione digitale costituisce infatti un’importante opportunità di uguaglianza per chi, per ragioni economiche, organizzative, familiari o di salute, non può affrontare uno spostamento. Rendere note queste possibilità con chiarezza e tempestività significa ampliare realmente la partecipazione.

Siamo arrivati a ExpoAid con un obiettivo molto semplice: visitare gli stand. I seminari della giornata risultavano infatti già completi e non era più possibile registrarsi. Questa apparente limitazione si è trasformata però in un’opportunità, consentendoci di dedicare tutto il tempo all’esplorazione degli spazi espositivi, agli incontri e alle attività presenti.
Sin dall’ingresso siamo rimasti colpiti dalla qualità dell’organizzazione. Impeccabile il check-in: ciascun partecipante disponeva del proprio pass personalizzato con nome, cognome e QR Code. Tutto era chiaro, ordinato, immediato. Gli spazi erano ben distribuiti, con aree dedicate al ristoro, luoghi per il riposo, ambienti per chi aveva bisogno di tranquillità e perfino spazi destinati all’intrattenimento. La “stanza della calma”, citata da Matteo tra i suoi ricordi più belli, rappresenta forse meglio di ogni altra cosa l’attenzione posta alle diverse esigenze delle persone.
In ogni dettaglio emergevano competenza, cura e una reale volontà di rendere l’evento accessibile a tutti e tutte. Alla fine della visita, ogni partecipante ha ricevuto un gradito omaggio: una borsa in cotone ecologico, una palla gonfiabile da spiaggia, un cappellino, una maglietta e quaderni per appunti, tutti personalizzati con il marchio ExpoAid. Un gesto semplice ma curato, che contribuiva a lasciare un ricordo positivo della giornata.

Insomma, per chi vi ha partecipato, ExpoAid è stato un evento quasi perfetto. Ed è proprio qui che nasce una riflessione che mi accompagna ancora oggi. Come è possibile che lo stesso sistema che dimostra di possedere risorse, competenze, capacità organizzative e visione sufficienti per realizzare un evento così ben progettato faccia poi così tanta fatica a garantire, nella vita quotidiana, quella stessa qualità alle persone con disabilità? Perché ciò che è stato possibile costruire per due giorni all’interno di una fiera non riesce sempre a tradursi in normalità nei territori, nei servizi, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle comunità?
Le persone con disabilità non hanno bisogno di eventi straordinari. Hanno bisogno che siano applicate le leggi esistenti, che gli operatori siano adeguatamente formati, che gli ambienti siano realmente accessibili e dignitosi, che siano disponibili i sostegni sociali ed economici indispensabili per costruire una vita autonoma e partecipata.
Forse il successo più grande di ExpoAid non dovrebbe essere soltanto aver mostrato ciò che è possibile fare quando tutto funziona bene. Dovrebbe essere quello di ricordarci che quella qualità, quell’attenzione e quel rispetto non devono restare confinati dentro i padiglioni di una manifestazione.
Per Matteo, la parte migliore è stata ballare il Gioca Jouer, vedere i modellini dei sottomarini e incontrare persone gentili. E, in fondo, è proprio questo il punto. L’inclusione non è un evento. È permettere a ciascuno di vivere con naturalezza esperienze che gli altri considerano normali ogni giorno.

*Il presente contributo di riflessione è già apparso in Informareun’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Un lavoratore con disabilità è statisticamente più esposto ad assenze dal lavoro: così è cambiata la giurisprudenza

9 Luglio 2026 - 5:23pm

Quando il datore di lavoro conosce o può ragionevolmente conoscere la condizione di disabilità del dipendente, non può limitarsi a verificare il superamento del comporto, ossia del tempo di assenza dal lavoro determinato dalla legge (o dalla contrattazione colletiva) e causato dalla disabilità stessa: deve invece attivarsi per comprendere le ragioni delle assenze e valutare possibili accomodamenti ragionevoli. È la svolta di questi ultimi anni, giunta a seguito di una serie di provvedimenti della Corte di Cassazione

Per lungo tempo il licenziamento per superamento del “periodo di comporto” è stato considerato una delle fattispecie più stabili del diritto del lavoro. La regola appariva semplice: il lavoratore assente per malattia conserva il posto per un periodo determinato dalla legge o dalla contrattazione collettiva; superato quel limite, il datore di lavoro può recedere dal rapporto.
Negli ultimi anni, però, questo schema ha iniziato a mostrare i propri limiti. L’emersione del tema della disabilità, l’influenza del diritto europeo e una serie di importanti decisioni della magistratura hanno progressivamente modificato il significato stesso del comporto, aprendo una riflessione che va ben oltre il semplice conteggio dei giorni di assenza.

Il punto di partenza: la Sentenza della Cassazione del 2018
Una tappa fondamentale è rappresentata dalla Sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 12568 del 2018. In quella decisione la Corte ha chiarito che il licenziamento intimato prima della scadenza del periodo di comporto è radicalmente nullo. La tutela della salute del lavoratore, sancita dall’articolo 32 della Costituzione e dall’articolo 2110 del Codice Civile, non può infatti essere compressa da un recesso anticipato.
Il pronunciamento ha inoltre ribadito l’autonomia del licenziamento per comporto rispetto al licenziamento per giustificato motivo oggettivo: la malattia non costituisce un inadempimento del lavoratore e il recesso trova la propria disciplina in una fattispecie specifica.
Per anni questa ricostruzione ha rappresentato il principale punto di riferimento della giurisprudenza. Tuttavia, il tema della disabilità era ancora destinato a diventare il terreno sul quale si sarebbero sviluppate le maggiori innovazioni.

Il caso di Vicenza e il confronto con il diritto europeo
Nel 2022 il Tribunale di Vicenza è stato chiamato a pronunciarsi sul caso di una lavoratrice con una patologia cronica invalidante licenziata dopo il superamento del comporto previsto dal contratto collettivo. La questione era particolarmente delicata: le assenze collegate alla disabilità dovevano essere conteggiate allo stesso modo delle altre?
Ebbene, il Tribunale ha riconosciuto la rilevanza dei princìpi europei in materia di discriminazione e accomodamenti ragionevoli, ma ha ritenuto legittimo il licenziamento. Secondo il giudice, l’azienda non disponeva di elementi sufficienti per collegare le assenze alla condizione invalidante della dipendente e aveva comunque adottato alcune misure organizzative ritenute adeguate.
Questa decisione fotografa bene una fase di transizione: da un lato emerge la crescente attenzione verso il rischio di discriminazione indiretta, dall’altro permane una forte fiducia nella disciplina tradizionale del comporto e nel ruolo della contrattazione collettiva.

Nel 2023 la svolta
Ma il vero punto di svolta arriva con la Sentenza n. 9095 del 2023 della Corte di Cassazione. Qui, infatti, per la prima volta la Suprema Corte afferma in modo esplicito che l’applicazione uniforme del periodo di comporto può produrre una discriminazione indiretta nei confronti delle persone con disabilità.
Il ragionamento è semplice ma rivoluzionario: un lavoratore con disabilità è statisticamente più esposto ad assenze dovute alle proprie condizioni di salute. Applicare lo stesso limite previsto per tutti i dipendenti significa quindi trattare come uguali situazioni che uguali non sono.
La Corte recepisce così l’orientamento sviluppato dalla giurisprudenza europea e sposta l’attenzione dal semplice dato quantitativo delle assenze agli effetti concreti che la regola produce sui lavoratori più vulnerabili.

Gli accomodamenti ragionevoli diventano centrali
Le successive Sentenze della Cassazione del maggio 2024 (n. 11731 del 2 maggio; n. 11865 del 2 maggio; n. 14316 del 22 maggio; n. 15282 del 31 maggio) hanno rafforzato ulteriormente questa impostazione. I giudici affermano che il datore di lavoro, quando conosce o può ragionevolmente conoscere la condizione di disabilità del dipendente, non può limitarsi a verificare il superamento del comporto. Deve invece attivarsi per comprendere le ragioni delle assenze e valutare possibili accomodamenti ragionevoli.
Non esiste una soluzione valida per ogni situazione. Gli strumenti possono essere diversi: modifiche organizzative, adattamenti delle mansioni, flessibilità oraria, periodi di aspettativa o altre misure compatibili con le esigenze aziendali.
L’elemento decisivo è che il licenziamento non può più essere considerato una conseguenza automatica del superamento di una soglia numerica.

Collaborazione tra impresa e lavoratore
Con l’Ordinanza n. 170 del 2025 la Cassazione compie quindi un ulteriore passo avanti, introducendo con maggiore forza il tema del dialogo tra impresa e lavoratore. Quando cioè emerge una situazione di disabilità, entrambe le parti sono chiamate a collaborare per individuare soluzioni idonee a mantenere il rapporto di lavoro.
L’azienda deve attivarsi concretamente per valutare possibili accomodamenti. Il lavoratore, a sua volta, è chiamato a fornire le informazioni necessarie senza che ciò comporti una rinuncia alla propria riservatezza.
La logica non è più quella dello scontro giudiziario successivo al licenziamento, ma quella della ricerca preventiva di un equilibrio tra tutela della salute e organizzazione del lavoro.

Un cambiamento che riguarda il futuro del lavoro
L’evoluzione della giurisprudenza dimostra come il comporto non possa più essere considerato soltanto un istituto tecnico del diritto del lavoro e dietro il dibattito sui giorni di assenza si nasconde una questione più ampia: il modo in cui la società decide di includere o escludere le persone con disabilità dal mondo del lavoro.
Per decenni l’uguaglianza è stata interpretata come applicazione uniforme delle stesse regole a tutti. Oggi sta emergendo una diversa concezione, nella quale l’effettiva parità richiede anche la capacità di riconoscere le differenze e di adottare misure adeguate per compensarle.
Il percorso non è concluso. Molti aspetti attendono ancora chiarimenti legislativi e contrattuali. Tuttavia una direzione appare ormai tracciata: il periodo di comporto non è più soltanto un limite temporale oltre il quale il rapporto può cessare, ma uno degli strumenti attraverso cui si misura la reale capacità del sistema lavorativo di garantire inclusione, dignità e uguaglianza sostanziale.

*Giurista specializzata in Genetica Forense e in Giurisprudenza, con focus sul Diritto del Lavoro.

Indicazioni bibliografiche:
° Cristina Alessi, Disabilità, accomodamenti ragionevoli e oneri probatori, in «Rivista Italiana di Diritto del Lavoro», 2023, II, pp. 617 e seguenti.

° Vincenzo Luciani, Il comporto nel licenziamento del disabile “europeo” tra tutela antidiscriminatoria e accorgimenti ragionevoli, in «Diritto delle Relazioni Industriali», 2024, pp. 1171 e seguenti.
° Simone Varva, Malattie croniche e lavoro tra normativa e prassi, in «Rivista Italiana di Diritto del Lavoro», 2018, I, pp. 115 e seguenti.

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Fabbri 1905 a fianco della “Frolleria ANFFAS di Mirandola”

9 Luglio 2026 - 4:30pm

Due giorni di formazione dedicati a persone con disabilità, e la fornitura di 250 grembiuli: così Fabbri 1905, la celebre azienda alimentare operante nel settore dolciario, della gelateria e della pasticceria, si è schierata a Rimini, in occasione dell’evento “ExpoAid 2026”, a fianco della “Frolleria di Mirandola”, progetto dell’ANFFAS di Mirandola (Modena), che coinvolge persone con disabilità dalla produzione del prodotto dolciario, fino alla vendita al dettaglio dei biscotti artigianali realizzati Il team di “Frolleria ANFFAS Mirandola” a “ExpoAid 2026”, con Carlotta Fabbri, quinta generazione di Fabbri 1905 (prima a sinistra), Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (quarto da sinistra, dietro), il pasticciere formatore Domenico Costanza (sesto da sinistra, dietro) e Marzia Manderioli, presidente dell’ANFFAS di Mirandola (ottava da sinistra, dietro)

Confermando il proprio impegno nel campo dell’inclusione, Fabbri 1905, la celebre azienda alimentare operante nel settore dolciario, della gelateria e della pasticceria, si è schierata recentemente a Rimini, in occasione dell’evento ExpoAid 2026, a fianco della Frolleria di Mirandola, progetto dell’ANFFAS di Mirandola (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Nreurosviluppo), in provincia di Modena, che coinvolge persone con disabilità dalla produzione del prodotto dolciario, fino alla vendita al dettaglio dei biscotti artigianali realizzati.
Durante la manifestazione riminese, l’azienda bolognese ha sponsorizzato infatti due giorni di formazione dedicati a persone con disabilità, supportando laboratori di pasticceria professionale e fornendo 250 grembiuli con i loghi di Fabbri 1905, Frolleria ed Expo AID 2026.

«È un privilegio – ha dichiarato per l’occasione Carlotta Fabbri, esponente della quinta generazione alla guida di Fabbri 1905 – poter sostenere le Associazioni del nostro territorio con un’azione concreta, facendo una formazione vera e tangibile. I biscotti erano buonissimi: pasta frolla e Amarena Fabbri hanno conquistato tutti».
«Siamo fermamente convinti – ha aggiunto – che ogni persona abbia il proprio valore e vogliamo ringraziare Frolleria ANFFAS di Mirandola per averci proposto di supportarli in questo progetto che ci ha emozionato e reso orgogliosi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fabbri1905.ufficiostampa@leadcom.it.

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