Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
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IMMISSIONI IN RUOLO 2026/2027 – RETTIFICA ASSEGNAZIONE SEDE AM56

Ultime da A. T. P. Cosenza - 8 Settembre 2026 - 4:56pm

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

AVVISO – DISPONIBILITA’ PER INCARICHI AGGIUNTIVI DI REGGENZA PRESSO L’ISTITUZIONE SCOLASTICA PLATI’-CARERI-DE AMICIS di PLATI’ (RC) – (ART. 19 DEL C.C.N.L. – AREA V DIRIGENZA SCOLASTICA SOTTOSCRITTO IN DATA 11/04/2006).

Ultime da USR Calabria - 8 Settembre 2026 - 4:54pm

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Intelligenza artificiale e tecnologie digitali: prorogato il termine per i corsi rivolti a giovani donne

Superando - 8 Settembre 2026 - 4:44pm

Prorogato fino al 15 ottobre il termine per iscriversi ai corsi di formazione del progetto “Donne e intelligenza artificiale”, da noi già ampiamente presentato a suo tempo, iniziativa promossa dalla Federazione FISH, in partnership con altre Associazioni e Federazioni, rivolta a giovani donne tra i 16 e i 25 anni, che avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale

Dalla data del 15 settembre, prevista inizialmente, è stato prorogato di un mese, ossia fino al 15 ottobre, il termine per iscriversi ai corsi di formazione del progetto Donne e intelligenza artificiale, da noi ampiamente presentato nel luglio scorso (a questo link).
Si tratta, lo ricordiamo, di un’iniziativa rivolta esclusivamente a giovani donne tra i 16 e i 25 anni, che avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale.
Il progetto, che si avvale di un finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è promosso dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in partnership con numerose altre Associazioni e Federazioni. (S.B)

A questo link è disponibile la domanda di iscrizione, da inviare, completa degli allegati richiesti, a segreteria@fishets.it (allo stesso indirizzo si possono chiedere ulteriori informazioni).

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ORDINANZA sul ricorso numero di R.G. 8468 del 2026, proposto da Annamaria Musitano, contro il M.I.M. e U.S.R. della Calabria, del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Quarta Bis) per l’annullamento previa sospensione dell’efficacia,...

Ultime da USR Calabria - 8 Settembre 2026 - 4:33pm

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ORDINANZA sul ricorso numero di R.G. 8459 del 2026, proposto da Annamaria MARRAPODI, contro il M.I.M. e U.S.R. della Calabria, del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Quarta Bis) per l’annullamento – del decreto dell’Ufficio...

Ultime da USR Calabria - 8 Settembre 2026 - 4:20pm

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Elaborazione del progetto di vita individuale, personale e partecipato: una guida operativa

Superando - 8 Settembre 2026 - 4:18pm

Il Centroi Studi Giuridici HandyLex della FISH, in collaborazione con l’ANFFAS, ha prodotto un’utile guida operativa, per accompagnare l’istanza di attivazione del progetto di vita, ai sensi del Decreto Legislativo 62/24,  e la relativa proposta progettuale, al fine di supportare le amministrazioni competenti nella corretta gestione del procedimento; di rendere chiari i passaggi operativi, i tempi e i ruoli; di favorire una presa in carico tempestiva, integrata e centrata sulla persona

Com’è ormai ben noto, il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, punta a superare l’attuale sistema dei servizi, basato sulla standardizzazione degli stessi, in favore di un modello centrato sulla persona e sui progetti di vita individuali, personalizzati e partecipati. «In tale contesto – come si legge nel sito di HandyLex -, il progetto di vita costituisce uno strumento volto a garantire piena inclusione sociale e qualità della vita della persona con disabilità e si caratterizza per essere individuale, definendo cioè percorsi non standardizzati per il raggiungimento degli obiettivi di vita, ma adeguati e plasmati su quella specifica persona; personalizzato, declinando gli obiettivi di vita secondo i bisogni, desideri e aspettative della Persona; partecipato, garantendo il protagonismo della persona, che deve essere supportata nell’espressione dei propri bisogni, desideri ed aspettative. Il progetto, infatti dev’essere inteso come il progetto della persona e non per la persona o sulla persona».
A tal proposito, dunque, HandyLex, che è il Centro Studi Giuridici della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in collaborazione con l’ANFFAS (Associazione Nazionale e Famiglie di Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), ha prodotto una guida operativa (disponibile a questo link), utile documento che accompagna l’istanza di attivazione del progetto di vita e la relativa proposta progettuale, al fine, come viene spiegato, «di supportare le amministrazioni competenti nella corretta gestione del procedimento; rendere chiari i passaggi operativi, i tempi e i ruoli; favorire una presa in carico tempestiva, integrata e centrata sulla persona». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la guida operativa sul progetto di vita, prodotta dal Centro Studi Giuridici HandyLex in collaborazione con l’ANFFAS.

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Decreto nomina giuridica area dei funzionari e dell’elevata qualificazione

Ultime da USR Calabria - 8 Settembre 2026 - 2:50pm

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La responsabilità individuale di un gesto e le responsabilità sociali

Superando - 8 Settembre 2026 - 1:51pm

«Nel caso di un caregiver che arriva a uccidere la persona con disabilità che assiste – scrive Daniela Mignogna -, la responsabilità del gesto resta individuale, ma non può esaurire l’analisi del fenomeno. Una società, infatti, dovrebbe chiedersi perché una persona possa arrivare a sentirsi completamente sola davanti a una responsabilità che non è umanamente sostenibile per un solo individuo»

Il “disabilicidio” non è necessariamente assimilabile al femminicidio, perché può nascere da una dinamica profondamente diversa. Nel caso del caregiver che arriva a uccidere la persona con disabilità che assiste, non è corretto presumere automaticamente una motivazione fondata sull’odio o sul desiderio di dominio. Questo non significa giustificare l’omicidio né negare la gravità del gesto: significa riconoscere che, in alcuni casi, esso può maturare dentro una situazione di abbandono, esaurimento e disperazione.
Tra le condizioni di rischio possono esserci una solitudine prolungata, un carico assistenziale continuo e sproporzionato, la mancanza di pause e di sostegno, l’esaurimento psicologico e fisico, le difficoltà economiche, l’isolamento sociale e l’assenza o l’insufficienza dei servizi territoriali. Il rischio aumenta quando il caregiver non riesce più a chiedere aiuto, quando vive la propria responsabilità come esclusiva e quando non esistono interventi tempestivi per affrontare crisi, conflitti o segnali di cedimento.

La responsabilità del gesto resta individuale, ma non può esaurire l’analisi del fenomeno. Una società dovrebbe chiedersi perché una persona possa arrivare a sentirsi completamente sola davanti a una responsabilità che non è umanamente sostenibile per un solo individuo. Prevenire significa intervenire prima che la disperazione diventi l’unica prospettiva possibile.
Servono quindi misure concrete: assistenza domiciliare adeguata e continuativa, servizi di sollievo e sostituzione temporanea, sostegni economici accessibili, supporto psicologico gratuito, formazione e accompagnamento per i caregiver, équipe territoriali capaci di individuare precocemente i segnali di crisi e procedure rapide per attivare aiuto e protezione.
È inoltre necessario garantire alla persona con disabilità servizi, tutela e possibilità di vita indipendente, così da non concentrare ogni responsabilità su un unico familiare. Solo una rete stabile e tempestiva può ridurre infatti il rischio e impedire che l’isolamento si trasformi in tragedia.

*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).

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Un gioco online (gratuito) per osservare la realtà da un punto di vista diverso

Superando - 8 Settembre 2026 - 1:22pm

Si chiama “Witek Adventures” ed è un gioco online gratuito, ideato da Łukasz Socha, sviluppatore polacco con disabilità, per osservare la realtà da un punto di vista diverso e ricordare che l’accessibilità non è un favore riservato a qualcuno, ma una condizione indispensabile perché tutte le persone possano partecipare alla vita quotidiana con pari libertà

Si chiama Witek Adventures ed è un gioco online gratuito ideato da Łukasz Socha, sviluppatore polacco con disabilità. Il protagonista è Witek, una persona che utilizza una sedia a rotelle elettrica e deve affrontare situazioni apparentemente semplici della vita quotidiana: raggiungere un appuntamento, muoversi lungo un marciapiede, entrare in un luogo o usufruire di un servizio.
Il problema, però, non è la sua disabilità. Sono le automobili parcheggiate dove non dovrebbero, gli spazi inaccessibili, i percorsi interrotti e tutti quegli ostacoli che trasformano la normalità in un percorso a enigmi.
Attraverso brevi livelli narrativi, il giocatore esplora gli ambienti, interagisce con persone e oggetti e cerca possibili soluzioni. Un modo originale e immediato per mostrare quanto le barriere, spesso invisibili a chi non le incontra, possano limitare concretamente la libertà e l’autonomia. «Voglio dimostrare – dice Socha – che le situazioni che possono sembrare semplici non sono sempre così facili per le persone con disabilità».

Witek Adventures non chiede compassione: invita a osservare la realtà da un punto di vista diverso. E ricorda che l’accessibilità non è un favore riservato a qualcuno, ma una condizione indispensabile perché tutte le persone possano partecipare alla vita quotidiana con pari libertà.
Il gioco, come detto, è disponibile gratuitamente online, anche direttamente dal browser (a questo link). Tutti ci possono provare e magari la prossima volta che incontreranno un’auto sul marciapiede, un gradino senza alternativa o un passaggio troppo stretto, forse non sembreranno più ostacoli di poco conto.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Rettifica Decreto

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 8 Settembre 2026 - 12:53pm

Decreto 08-09-2026 pdf_Firmato Allegati Decreto 08-09-2026 pdf_Firmato (561 KB)

Il progetto “Sinestesie”: al Museo… con altri occhi

Superando - 8 Settembre 2026 - 12:12pm

In occasione dei vent’anni di collaborazione tra il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea) e l’UICI di Torino, all’insegna dell’accessibilità culturale, ha preso il via il progetto “Sinestesie, il Laboratorio di narrazione sensoriale collettiva”, che verrà presentato il 10 settembre presso la sede della stessa UICI torinese, un’iniziativa in cui sperimentare appunto la sinestesia, ossia l’intreccio tra i diversi sensi In un’immagine di repertorio, una visita sensoriale al Castello di Rivoli condotta insieme al compianto Francesco Fratta, scomparso nel 2018

In occasione dei vent’anni di collaborazione tra il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea) e l’UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ha preso il via presso la nota struttura piemontese il progetto denominato Sinestesie, il Laboratorio di narrazione sensoriale collettiva, che verrà presentato al pubblico il 10 settembre prossimo presso la sede della stessa UICI torinese (Corso Vittorio Emanuele II, 63, ore 16).
«Il Museo d’Arte Contemporanea – spiegano i promotori dell’iniziativa – è uno spazio dinamico dove l’arte si abita con tutta la propria sensibilità. Ecco allora che il Castello di Rivoli, grazie al grande lavoro di ricerca sul campo del Dipartimento Educazione, si fa laboratorio in cui sperimentare la sinestesia, ossia l’intreccio tra i diversi sensi, perché l’arte del nostro tempo supera il confine della vista e sradica i classici modelli percettivi. Qui ogni visitatore diventa protagonista di esperienze multisensoriali che attivano il corpo e la mente, la curiosità e la percezione, grazie alla ricchezza di stimoli offerti dall’incontro tra l’edificio e le opere, con una grande varietà di allestimenti che si rinnovano costantemente».

Come detto inizialmente, il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli ha avviato già ben vent’anni fa il dialogo con la sede torinese dell’UICI, un pionieristico cammino fatto di ricerche, sfide e sperimentazioni condivise per rendere il proprio Museo d’Arte Contemporanea. «Innumerevoli sono stati i percorsi di visite sensoriali co-progettate e realizzate insieme – ricordano dal Museo -, in particolare in stretta collaborazione con il professor Francesco Fratta, la cui eredità culturale è sempre viva e fonte inesauribile di ispirazione nel nostro impegno a favore dell’accessibilità. Ogni visita al Castello, alla Collezione e alle mostre è un’esperienza unica, fondata sulla relazione dinamica con l’ambiente e con le opere, sul coinvolgimento attivo dei visitatori con disabilità visiva, grazie al contatto personalizzato con ciascuno».
Al Museo, inoltre, sono a disposizione di tutti i visitatori i modelli tattili del complesso architettonico del Castello, realizzati dallo studio dell’architetto Andrea Bruno, sempre in collaborazione con il con il Dipartimento Educazione e la supervisione dell’UICI.

Lo scorso anno, quindi, come ulteriore evoluzione, è stata avviata una sperimentazione inedita nell’àmbito della Scuola della Curiosità, ampio progetto del Dipartimento Educazione in cui la curiosità è lo strumento principale e dove ogni domanda apre la porta a nuove prospettive. È nato da qui Sinestesie, gruppo di scrittura condivisa tra persone cieche e vedenti, in collaborazione con l’UICI di Torino e con il Centro di Consulenza Tiflodidattica del Piemonte, per raccontare il Museo in modo nuovo e accessibile a tutti. «Il risultato del lavoro di scrittura a più mani – viene detto – è un’inedita narrazione multisensoriale, che può offrire a un pubblico ampio la possibilità di cogliere prospettive inedite sulle opere d’arte contemporanea, oltre lo sguardo. Sinestesie rappresenta un modello innovativo basato sulla costruzione di senso condivisa. I testi del primo capitolo, intitolato Invito all’ascolto, sono disponibili nel web (a questo link) e in forma di brochure cartacea visivo-tattile presso il Museo, nell’ambito del Bando PNRR M1C3-3 per la Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei e luoghi della cultura pubblici non appartenenti al Ministero della Cultura».

Il progetto Sinestesie, ricapitoliamo in conclusione, è a cura di Paola Zanini e Brunella Manzardo, rispettivamente responsabile e referente per l’Accessibilità nel Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli (Museo d’Arte Contemporanea), in collaborazione con Lorenzo Montanaro (Comunicazione e Ufficio stampa dell’UICI di Torino) ed Elisabetta Grande, tiflopedagogista del Centro di Consulenza Tiflodidattica del Piemonte. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: b.manzardo@castellodirivoli.org (Brunella Manzardo); ufficio.sttampa@uictorino.it (Lorenzo Montanaro).

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Rilevazione dei docenti e Rilevazione del funzionamento – Avvio Scuole paritarie A.S. 2026/27

Ultime da A. T. P. Cosenza - 8 Settembre 2026 - 11:34am

Allegati m_pi.AOODRCAL.REGISTRO UFFICIALE(U).0027060.27-08-2026 (283 KB)

Personale ATA – Supplenze a.s. 2026/2027 – esiti convocazione 7 settembre 2026 – profilo Collaboratore scolastico

Ultime da A. T. P. Cosenza - 7 Settembre 2026 - 8:12pm

Allegati esiti_cs_m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0013402.07-09-2026 (176 KB)cs_elenco sede assegnata_1 conv_0709 (262 KB)

Personale ATA – disponibilità residue per il conferimento degli incarichi a tempo determinato a. s. 2026/27 – profilo Collaboratore Scolastico

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 6:21pm

Ministero dell’Istruzione e del Merito Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria  Ufficio II – Ambito Territoriale di Catanzaro Via Cosenza, 31 – 88100 Catanzaro e-mail: usp.cz@istruzione.it – ...

Personale ATA –  Decreto individuazione destinatari contratto a tempo determinato personale ATA inserito nelle GP24 mesi a. s. 2026/2027 – Profilo CS – Esiti convocazione del 7/9/2027

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 6:12pm

Allegati INDIVIDUAZIONE LUNEDI 7 SETTEMBRE COLLABORATORE SCOLASTICO (17 KB)

Informazioni sui diritti delle persone con disabilità: i rischi dell’intelligenza artificiale

Superando - 7 Settembre 2026 - 6:03pm

Sempre più persone con disabilità e caregiver si rivolgono agli strumenti di intelligenza artificiale per ottenere informazioni su invalidità civile, Legge 104, indennità di accompagnamento o altre tematiche relative alle norme in materia di disabilità. È una tendenza comprensibile: questi strumenti, infatti, sono disponibili a qualsiasi ora, sono gratuiti, rispondono in modo chiaro e rassicurante. Ma nascondono anche una serie di rischi. Vediamo quali

Sempre più persone con disabilità e caregiver si rivolgono agli strumenti di intelligenza artificiale (ChatGPT, Google Gemini, Claude sono tra i più diffusi) per ottenere informazioni su invalidità civile, Legge 104, indennità di accompagnamento o altre tematiche relative alle norme in materia di disabilità. Si tratta di una tendenza comprensibile: questi strumenti, infatti, sono disponibili a qualsiasi ora, sono gratuiti, rispondono in modo chiaro e rassicurante. Ma nascondono dei rischi.
Le legali del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) ricevono infatti con frequenza crescente richieste di informazioni basate su informazioni errate o non aggiornate, generate proprio da questi strumenti: norme citate in modo non appropriato, benefìci inesistenti, procedure non più in vigore, soglie ISEE riferite ad altre Regioni o ad anni precedenti.
Chi usa i chatbot per cercare informazioni lo fa in buona fede, e spesso riceve risposte che sembrano affidabili. Il problema è che i sistemi di intelligenza artificiale tendono ad assecondare, a confermare, a rassicurare. Anche quando hanno torto.

Ma perché le informazioni dell’intelligenza artificiale in materia di disabilità sono spesso inaffidabili? Le ragioni sono strutturali e indipendenti dalla qualità dello strumento utilizzato.
I dati di addestramento, innanzitutto, hanno una “scadenza”. Gli strumenti di intelligenza artificiale, in altre parole, vengono “addestrati” su un patrimonio di dati raccolti fino a un certo momento, superato il quale le loro conoscenze rimangono ferme. In materia di disabilità questo è un limite critico: le soglie ISEE, i criteri di accesso ai servizi, le procedure di richiesta delle prestazioni possono cambiare. Uno strumento di intelligenza artificiale può quindi citare con precisione una normativa che nel frattempo è stata modificata o sostituita, senza alcun segnale di aggiornamento, ma soprattutto non è in grado di calare la norma nella situazione specifica.

La normativa sulla disabilità, poi, è “territoriale”, se è vero che essa opera su tre livelli: nazionale (Leggi, Decreti, Circolari INPS), Regionale (in Lombardia, ad esempio, ma non solo, Delibere e criteri propri della Regione) e Locale (procedure specifiche di ASL, Comuni e Ambiti territoriali). Gli strumenti di intelligenza artificiale tendono invece a rispondere al livello nazionale, trattando le norme come uniformi su tutto il territorio. Ed è palese che nella pratica, le differenze (tra una Regione e l’altra, tra un Comune e l’altro, tra un caso e un altro possono essere decisive per l’esito di una richiesta.

Vi è poi anche il fenomeno delle cosiddette “allucinazioni”. Gli strumenti di intelligenza artificiale, cioè, soffrono di un difetto strutturale noto appunto come “allucinazione”, ossia, quando non dispongono di una risposta precisa, tendono comunque a produrre un testo coerente e apparentemente fondato, citando norme, riferimenti normativi e procedure che non esistono o non sono pertinenti. Il risultato viene presentato con lo stesso tono assertivo di una risposta corretta, senza alcuna indicazione che si tratti di un’informazione non verificata. È questo, più di ogni altro limite, a rendere questi strumenti particolarmente rischiosi.

Come utilizzare, dunque, l’intelligenza artificiale in modo corretto? Detto che sconsigliarne l’uso in assoluto non è né realistico né utile, esistono impieghi appropriati, anche in questo contesto.
L’intelligenza artificiale, ad esempio, può essere uno strumento efficace per comprendere il linguaggio burocratico di un documento già in possesso dell’utente (una lettera dell’INPS, una Delibera Comunale, una comunicazione della propria ATS-Agenzia di Tutela della Salute), chiedendo una spiegazione in termini semplici.
Può essere utile anche per rivedere la forma di una comunicazione scritta: correggere refusi, uniformare il registro, rendere il tono più adeguato al destinatario.
Non è invece uno strumento affidabile per sapere a quali prestazioni si ha diritto, quali procedure seguire, quali scadenze rispettare o come interpretare una norma rispetto a una situazione specifica.

In conclusione, va detto che un’informazione errata in materia di disabilità non è solo un inconveniente: può tradursi infatti in una domanda presentata fuori tempo, in un diritto non riconosciuto, in mesi di attesa persi e creare malintesi difficili da recuperare.
Dal canto loro, le legali del citato Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA offrono consulenza gratuita a famiglie e persone con disabilità in Lombardia. (I.S. e S.B.)

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Personale ATA – rettifica decreto n. 9213 del 4/9/2026 – Individuazione destinatari contratto a tempo determinato personale ATA inserito nelle GP24 mesi

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Settembre 2026 - 5:54pm

Sindrome feto-alcolica: una causa prevenibile di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva

Superando - 7 Settembre 2026 - 5:47pm

In occasione dell’imminente Giornata Internazionale della sindrome feto-alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebrerà il 9 settembre, la SIN (Società Italiana di Neonatologia) intende richiamare l’attenzione su una condizione ancora troppo spesso sottodiagnosticata, ma che rappresenta una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva

In occasione dell’imminente Giornata Internazionale della sindrome feto-alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebrerà il 9 settembre, la SIN (Società Italiana di Neonatologia) intende richiamare l’attenzione su una condizione ancora troppo spesso sottodiagnosticata, ma che rappresenta una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità dell’età evolutiva.
«L’esposizione prenatale all’alcol – spiegano dalla SIN – può compromettere in modo permanente lo sviluppo del sistema nervoso centrale e di altri organi del feto, con conseguenze che possono manifestarsi fin dai primi giorni di vita o emergere più tardivamente, durante l’infanzia e l’adolescenza, sotto forma di difficoltà cognitive, comportamentali, relazionali e di apprendimento. Ogni bambino che nasce con la sindrome Feto-Alcolica rappresenta per altro un caso completamente prevenibile. Eppure, i disturbi dello spettro feto-alcolico (FASD) continuano a rappresentare un’importante sfida di sanità pubblica e rimangono ancora oggi largamente sottodiagnosticati. La loro prevalenza è probabilmente sottostimata, poiché molti casi sfuggono alla diagnosi nei primi anni di vita o vengono riconosciuti solo quando emergono difficoltà cognitive, comportamentali e di apprendimento».

«I FASD – aggiungono dalla SIN – sono spesso definiti una “disabilità invisibile”: bambini apparentemente sani possono sviluppare nel tempo importanti difficoltà del neurosviluppo senza che la causa venga riconosciuta. In questo contesto, il ruolo del neonatologo è determinante. Il sospetto diagnostico deve infatti tradursi in una dimissione protetta, nella condivisione delle informazioni con il pediatra di libera scelta e con i servizi territoriali e nell’inserimento, quando indicato, in programmi di follow-up neuroevolutivo, così da intercettare precocemente eventuali difficoltà dello sviluppo e attivare gli interventi riabilitativi più appropriati. In sostanza, quindi, sono indispensabili la prevenzione con zero alcol in gravidanza, una diagnosi tempestiva e una presa in carico precoce del neonato». (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore ampio testo di approfondimento prodotto dalla SIN. Per altre informazioni: sin@brandmaker.it.

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Inclusione e risata, ovvero il coraggio di incontrarsi davvero

Superando - 7 Settembre 2026 - 4:58pm

«Forse la vera inclusione – scrive Laura “Lalla” Ribaldone, autrice del libro “Vivere felicemente la disabilità” – comincia quando smettiamo di chiederci come rendere le persone più simili a noi e iniziamo a domandarci come possiamo creare spazi nei quali ciascuno possa essere pienamente se stesso. E anche ridere insieme può diventare qualcosa di più di un semplice gesto. Perché quando riusciamo a farlo, scopriamo che la nostra diversità non ci impedisce di condividere qualcosa»

Quando parliamo di inclusione, spesso pensiamo alla possibilità di garantire a ogni persona gli stessi diritti, le stesse opportunità e la possibilità di partecipare alla vita sociale. È certamente questo, ma l’inclusione, a mio avviso, è qualcosa di ancora più profondo. Non significa soltanto permettere a qualcuno di esserci, ma creare le condizioni perché quella persona possa sentirsi realmente parte di ciò che sta vivendo.
Perché si può essere presenti senza sentirsi accolti. Si può stare in mezzo agli altri e, nello stesso tempo, percepire una distanza difficile da colmare. Si può essere invitati a partecipare e continuare a sentirsi osservati attraverso ciò che ci rende diversi.
L’inclusione vera nasce quando quella diversità smette di rappresentare una barriera e diventa semplicemente una delle tante caratteristiche che compongono una persona.
Ed è proprio qui che, nel mio percorso personale e professionale, ho incontrato un elemento che considero straordinariamente potente: la risata.
Non parlo della risata utilizzata per prendere in giro qualcuno, per sottolinearne una caratteristica o per creare complicità escludendo qualcun altro. Quella è una risata che separa. Parlo della risata condivisa, quella che nasce nello stare insieme e che può creare, anche in pochi istanti, una sensazione di vicinanza e di appartenenza.

La risata che crea un ponte
Ci sono momenti in cui le parole diventano complicate. Abbiamo storie diverse, esperienze diverse, modi diversi di comunicare e di percepire il mondo. A volte proprio queste differenze possono creare una distanza che non sappiamo come attraversare. Una risata condivisa, invece, può aprire una piccola porta. Non perché cancelli le differenze, ma perché per un momento ci permette di incontrarci su un terreno comune.
Quando ridiamo insieme non abbiamo bisogno di essere uguali. Non dobbiamo dimostrare di avere le stesse capacità, la stessa storia o lo stesso modo di vedere la vita. Possiamo semplicemente condividere un’emozione. Ed è questo, secondo me, uno degli aspetti più belli della risata: può ricordarci che, prima delle caratteristiche che ci distinguono, esiste una dimensione profondamente umana che ci accomuna.
Abbiamo tutti bisogno di sentirci accolti, riconosciuti e rispettati. Abbiamo tutti bisogno di relazioni nelle quali poter essere noi stessi senza sentirci costantemente giudicati. La risata, quando è autenticamente condivisa, può contribuire a creare proprio questo tipo di spazio.

Prima di chiedere inclusione agli altri, dobbiamo imparare ad accogliere noi stessi
C’è però un’altra forma di inclusione della quale si parla meno: quella verso noi stessi. Per molto tempo possiamo essere stati noi i primi a considerarci sbagliati, inadeguati o fuori posto. Possiamo avere imparato a guardare ciò che ci manca molto più di ciò che abbiamo, a concentrarci sui nostri limiti invece che sulle nostre possibilità, a confrontarci continuamente con gli altri fino a convincerci che la nostra vita avrebbe avuto valore soltanto se fosse stata diversa.
Anch’io ho conosciuto questa sensazione. Sono nata con una sordità profonda e per una parte importante della mia vita la mia disabilità è stata qualcosa che faticavo ad accettare. Non era soltanto una caratteristica della mia vita: era diventata, nel mio modo di guardarmi, una lente attraverso la quale interpretavo me stessa.
Ci sono stati periodi in cui non mi amavo, non riuscivo a riconoscere il mio valore e non vedevo con chiarezza un significato o uno scopo nella mia vita. Mi sembrava di essere finita dentro quelle sabbie mobili che, più cerchi di uscire, più sembrano trascinarti verso il basso.
Poi, nel mio cammino, è arrivato lo Yoga della Risata. Non è stata una bacchetta magica e non ha cancellato le difficoltà. Non ha cambiato la mia storia e non ha fatto sparire ciò che avevo vissuto. Ha però contribuito a cambiare il modo in cui stavo dentro quella storia. Attraverso la risata ho riscoperto una parte di me che avevo lasciato in secondo piano: la possibilità di giocare, di stare con gli altri, di lasciarmi andare, di esprimere emozioni e, soprattutto, di vivere un momento senza sentire continuamente il bisogno di dimostrare qualcosa. È stato un percorso nel quale ho iniziato, lentamente, a guardarmi con occhi diversi.
Questa parte della mia vita è diventata anche una parte importante del mio lavoro e della mia testimonianza. Nel mio libro Vivere felicemente la disabilità (Poliedricamente Edizioni ETS) ho raccontato il percorso che mi ha portata, attraverso momenti difficili e profonde trasformazioni, a cambiare il modo di guardare alla mia disabilità e, soprattutto, a me stessa.
Scrivere quella storia è stato un modo per dare un significato a ciò che avevo vissuto e per trasformare un’esperienza personale in qualcosa che potesse essere utile anche ad altre persone. Perché credo che raccontare le proprie fragilità non significhi mostrarsi deboli, ma avere il coraggio di condividere ciò che abbiamo imparato lungo il cammino.
E tra le esperienze che hanno contribuito a trasformare il mio modo di vivere e di relazionarmi con gli altri c’è stata proprio la risata. Una risata che, nel tempo, è diventata per me non soltanto uno strumento di benessere, ma anche una possibilità di incontro, di connessione e di inclusione.

L’inclusione non chiede di cancellare le differenze
A volte, quando parliamo di inclusione, rischiamo involontariamente di trasmettere un messaggio paradossale: per stare bene insieme dovremmo smettere di vedere le differenze. Io penso invece che sia esattamente il contrario. Le differenze esistono e fanno parte della ricchezza dell’umanità. Non abbiamo bisogno di eliminarle, ma di imparare a non trasformarle in gerarchie.
Una persona non vale di più perché sente, vede, cammina, comunica o apprende in un determinato modo. Allo stesso tempo, una persona non vale di meno perché il suo modo di vivere il mondo è differente da quello della maggioranza. L’inclusione non significa dire: «Siamo tutti uguali». Significa riuscire a dire: «Siamo diversi e possiamo appartenere tutti allo stesso spazio».
Questa distinzione, apparentemente piccola, cambia completamente la prospettiva. Perché quando smettiamo di considerare la diversità come qualcosa che deve essere nascosto, corretto o superato, possiamo finalmente iniziare a incontrare la persona che abbiamo davanti. E quando incontriamo davvero una persona, non incontriamo più una categoria. Incontriamo una storia.

Anche la felicità è una questione di relazione
Nel mio percorso di “Vivere felicemente” ho sempre considerato la felicità non come una condizione permanente nella quale vivere senza difficoltà, ma come un percorso fatto di consapevolezza, emozioni, relazioni, valori, crescita personale e capacità di dare significato alla propria vita. Per questo oggi sento che parlare di felicità senza parlare anche di inclusione sarebbe incompleto.
Possiamo lavorare sulla nostra autostima, imparare a riconoscere le nostre emozioni, scoprire i nostri valori e sviluppare maggiore consapevolezza, ma siamo comunque esseri relazionali. Il nostro benessere è influenzato anche dalla qualità delle relazioni che viviamo e dalla possibilità di sentirci parte di qualcosa. E sentirsi parte non significa necessariamente avere tante persone intorno. Significa poter essere se stessi all’interno delle relazioni che abbiamo. Significa non dover nascondere continuamente una parte della propria identità per paura di essere rifiutati. Significa poter portare nel mondo la propria unicità senza sentirsi costretti a chiedere il permesso di esistere.
Da questo punto di vista, anche la risata può diventare una piccola esperienza di felicità condivisa. Quando ridiamo insieme, infatti, possiamo sperimentare leggerezza, vicinanza, complicità e connessione. E non è necessario che tutto sia perfetto perché questo accada. Anzi, forse è proprio nella possibilità di lasciar andare per qualche momento il bisogno di essere perfetti che possiamo incontrarci davvero.

Quando la risata diventa incontro
La risata, soprattutto quando è spontanea e condivisa, può creare uno spazio nel quale le persone si sentono più vicine. Non servono necessariamente parole perfette, non è necessario avere la stessa storia o condividere lo stesso modo di vedere il mondo. A volte basta un momento di leggerezza vissuto insieme per sentirsi, semplicemente, parte di qualcosa.
È questo uno degli aspetti che amo maggiormente della risata: la sua capacità di avvicinare le persone senza chiedere loro di essere uguali. Possiamo avere esperienze, capacità e caratteristiche completamente differenti e, nello stesso momento, trovare qualcosa che ci accomuna.
Per questo, quando parlo di risata e inclusione, penso soprattutto alla possibilità di ridere insieme, creando uno spazio nel quale ciascuno possa sentirsi libero di partecipare, di esprimersi e di essere se stesso. La risata, allora, non diventa soltanto un’espressione di gioia, ma può trasformarsi in un’occasione di incontro, di connessione e di appartenenza.

L’inclusione trasforma chi viene accolto, ma anche chi accoglie
C’è un aspetto dell’inclusione che considero particolarmente importante: non è un processo a senso unico. Quando accolgo qualcuno, non sto semplicemente facendo qualcosa per quella persona. Sto anche permettendo a me stesso di ampliare il mio modo di vedere il mondo. Incontro una storia diversa dalla mia, un’esperienza che forse non conosco, un modo differente di affrontare la quotidianità. E se scelgo di ascoltare davvero, posso scoprire che ciò che inizialmente percepivo come distanza può trasformarsi in curiosità, conoscenza e arricchimento.
L’inclusione, quindi, non riguarda soltanto chi rischia di essere lasciato fuori. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che impariamo a guardare una persona oltre la sua etichetta, diventiamo un po’ più capaci di vedere l’essere umano che abbiamo davanti. Ogni volta che sostituiamo il giudizio con la curiosità, apriamo una possibilità. Ogni volta che scegliamo l’incontro invece della distanza, costruiamo un piccolo pezzo di quella società nella quale vorremmo vivere.

Il coraggio di incontrarsi
Forse, alla fine, inclusione, crescita personale e risata hanno più cose in comune di quanto potremmo pensare. Tutte e tre ci invitano ad uscire, almeno per un momento, da una visione rigida di noi stessi e degli altri. Ci ricordano che possiamo cambiare il nostro modo di guardarci, che possiamo mettere in discussione alcune convinzioni che ci hanno accompagnato per anni, che possiamo imparare a riconoscere le nostre risorse e che non siamo definiti soltanto dalle difficoltà che abbiamo attraversato.
Possiamo scegliere di non vivere più la nostra diversità come una condanna. Possiamo imparare ad accogliere le nostre fragilità senza permettere che siano loro a raccontare tutta la nostra storia. Possiamo scoprire risorse che non sapevamo di avere e possiamo continuare a crescere senza dover rinunciare a ciò che ci rende unici.
E possiamo farlo insieme agli altri. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a diventare qualcun altro per sentirsi parte del mondo. Ognuno di noi ha il diritto di trovare il proprio modo di stare nella vita, di crescere, di esprimersi e, perché no, anche di ridere.
La vera inclusione, forse, comincia proprio quando smettiamo di chiederci come rendere le persone più simili a noi e iniziamo a domandarci come possiamo creare spazi nei quali ciascuno possa essere pienamente se stesso.
E allora la risata diventa qualcosa di più di un semplice gesto. Può diventare un ponte, un’occasione di incontro, un modo per avvicinarci senza paura e un piccolo esercizio di libertà. Perché quando riusciamo a ridere insieme, non abbiamo necessariamente smesso di essere diversi. Abbiamo semplicemente scoperto che la nostra diversità non ci impedisce di condividere qualcosa.
E forse è proprio questo il senso più autentico dell’inclusione: non cancellare ciò che ci rende unici, ma creare un mondo nel quale le nostre unicità possano incontrarsi. Con consapevolezza, con rispetto, con coraggio e, qualche volta, anche con una bella risata.
Perché vivere felicemente non significa avere una vita senza difficoltà. Significa imparare, giorno dopo giorno, a stare nella propria vita con maggiore consapevolezza, autenticità, coraggio e connessione. E magari scoprire che, proprio quando smettiamo di sentirci soli nelle nostre differenze, possiamo finalmente iniziare a ridere insieme.

*Life Happiness & Inclusion Coach, Teacher Ambassador Yoga della Risata. Autrice del libro “Vivere felicemente la disabilità”.

L'articolo Inclusione e risata, ovvero il coraggio di incontrarsi davvero proviene da Superando.

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