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La “nuova scuola” non dimentichi la partecipazione di alunni e alunne con disabilità

«La nostra raccomandazione è che non si vada verso una scuola per pochi, che selezioni ed escluda, ma che ci sia sempre più spazio alla personalizzazione della didattica, per promuovere la partecipazione anche dei tanti studenti e studentesse con disabilità»: lo dicono dall’Associazione AIPD, commentando le notizie riguardanti la riforma dei programmi scolastici, delineata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara (Foto di AIPD Nazionale)

«Non spetta a noi entrare nel merito delle novità annunciate, ma la nostra raccomandazione è che non si vada verso una scuola per pochi, che selezioni ed escluda, ma che ci sia sempre più spazio alla personalizzazione della didattica, per promuovere la partecipazione anche dei tanti studenti e studentesse con disabilità»: lo dicono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), commentando le notizie riguardanti la , delineata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara.
«Da quarant’anni ci battiamo per l’inclusione scolastica – aggiungono dall’Associazione – che oggi preferiamo chiamare partecipazione, perché includere non basta: gli studenti e le studentesse con disabilità, sempre più numerosi nelle nostre classi, hanno bisogno di essere protagonisti attivi degli apprendimenti e delle competenze che ciascuno di loro può acquisire. Per questo, servono programmi personalizzati, ma soprattutto insegnanti specializzati, curricolari e di sostegno, che sappiamo cogliere in ciascun alunno il suo talento e valorizzarlo. Ben vengano il latino, la storia, la letteratura, la conoscenza delle proprie radici, ma si trovino i metodi, gli spazi, il linguaggio e le modalità perché l’apprendimento sia sempre attivo e la didattica favorisca la partecipazione di tutti».

«Invitiamo il ministro Valditara – è pertanto l’appello del presidente nazionale dell’AIPD Gianfranco Salbini – a coinvolgere le Associazioni che, come la nostra, hanno contribuito a creare, negli anni, una scuola di tutti. Insieme, possiamo rimettere mano non solo ai programmi, che certamente devono essere rivisti, ma soprattutto all’idea di scuola e di comunità educante, che deve essere riletta e riscritta, alla luce della realtà quotidiana che oggi vivono i ragazzi e le ragazze. Da parte nostra, saremo felici di mettere a disposizione le nostre competenze, le nostre esperienze e le nostre professionalità, per costruire una nuova scuola, che sia di tutti e per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.

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Ancora sul Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità

Alcune ulteriori riflessioni sul Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, istituito dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e dal Decreto Legislativo 20/24, attuativo di essa, il cui collegio è stato definito nel dicembre scorso. Ad esprimerle è PERSONE, il Coordinamento Nazionale Contro la Discriminazione delle Persone con Disabilità di recente costituzione Loghi che rappresentano altrettante diverse forme di disabilità

Il Decreto Legislativo 20/24, istitutivo del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, stabilisce, all’articolo 2, comma 3, che «il presidente e i componenti del collegio sono scelti tra persone di notoria indipendenza e di specifiche e comprovate professionalità, competenze o esperienze nel campo della tutela e della promozione dei diritti umani e in materia di contrasto delle forme di discriminazione nei confronti delle persone con disabilita».
Stando alle nomine recentemente rese note, nasce tuttavia spontanea una domanda: «Davvero non c’erano personalità caratterizzate da competenze specifiche e di innegabile indipendenza nell’intero panorama nazionale?». Infatti, pur essendo in possesso di curricula rispettabilissimi e di indubitabili competenze, riferibili però ad àmbiti disciplinari distanti dal ruolo istituzionale attribuito, i profili eletti non rispettano i criteri sopra elencati.

Non abbiamo motivo di dubitare dell’impegno personale nello svolgere il delicato incarico, ma ci chiediamo: può essere considerato autonomo e indipendente il capo di gabinetto della Ministra per le Disabilità? Inoltre, perché, proprio nel momento in cui dovremmo, finalmente, immergerci nel modello sociale della disabilità di cui è impregnata la Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, si nomina un medico nella commissione? Senza negare l’importanza degli aspetti medico-clinici che interessano le varie condizioni, riteniamo intollerabile ridurre l’esistenza di una persona al suo progetto di cura, tradendo lo spirito stesso della riforma.

Domande ineludibili, visto che le scelte non sono neutre, ma indicano, al contrario, la direzione intrapresa. Come previsto nel Decreto Legislativo 20/24, ci saremmo aspettati la presenza di competenze legate all’àmbito dei diritti delle persone con disabilità, dei fenomeni di segregazione, discriminazione e limitazione della libertà personale.

Consapevoli dunque che quello attuale sia un momento di svolta per le persone con disabilità e per i loro familiari, è con grande rispetto, ma con altrettanto spirito critico, che il nostro Coordinamento intende vigilare sull’evolversi degli avvenimenti, avendo scelto la strada dei diritti e della libertà personale come unica stella polare.

*personecoordnazionale@gmail.com. Nella pagina Instagram del Coordinamento (a questo link) sono presenti una serie di ulteriori informazioni sullo stesso.

All’operatività dal 1° gennaio 2025 dell’ufficio del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, il nostro giornale ha già dedicato i testi Fondamentale la collaborazione del Garante con le organizzazioni di persone con disabilità, Quanto potrà essere efficace l’azione di questo Garante? di Giampiero Griffo e Altre riflessioni sul Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità di ANFFAS Nazionale.

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Sclerosi multipla, la riabilitazione è cura

Inaugurato nei giorni scorsi, il progetto “Sclerosi multipla, la riabilitazione è cura!”, promosso dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e sostenuto da Intesa Sanpaolo, in collaborazione con il CESVI, ha consentito di apportare una serie di interventi alla piscina riabilitativa del Servizio Riabilitazione AISM Liguria, per continuare a rispondere ai bisogni delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate La piscina riabilitativa dell’AISM Liguria

È stato inaugurato nei giorni scorsi il progetto Sclerosi multipla, la riabilitazione è cura!, promosso dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e sostenuto da Intesa Sanpaolo, attraverso il Programma Formula, in collaborazione con il CESVI, iniziativa finanziata attraverso una raccolta fondi del 2023, sulla piattaforma di Intesa Sanpaolo dedicata a sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per le persone in difficoltà, consentendo di apportare una serie di interventi alla piscina riabilitativa del Servizio Riabilitazione AISM Liguria, per continuare a rispondere ai bisogni delle persone con sclerosi multipla.
Grazie al progetto, infatti, è stato possibile garantire un adeguato microclima sia dell’aria che dell’acqua della piscina, garantendo benefìci a circa 1.400 persone con sclerosi multipla o patologie correlate, seguite dal Servizio Riabilitazione dell’AISM Liguria.

«Il polo specialistico dell’AISM di Genova -sottolinea Mario Alberto Battaglia, direttore generale dell’AISM e presidente della FISM, la Fondazione che opera a fianco dell’Associazione -, che è nato grazie anche al lascito di Filippo Malaponte, una persona con sclerosi multipla progressiva, risponde ai bisogni di chi convive con la sclerosi multipla, la neuromielite ottica (NMOSD), la MOGAD e patologie correlate. La riabilitazione è una vera e propria cura, essenziale per il benessere e l’autonomia delle persone e la riabilitazione in acqua facilita i movimenti e migliora l’equilibrio, permettendo attività che sarebbero difficili da svolgere fuori dall’acqua. Investire in strutture come questa significa costruire un futuro in cui nessuno resti indietro». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Per far sì che l’inclusione non sia solo uno slogan

«L’inclusione – scrive tra l’altro Gianfranco Vitale – non può essere ridotta a slogan né ad iniziative di facciata. Le strategie e le azioni da promuovere devono tendere a rimuovere le forme di esclusione di cui le persone con disabilità soffrono nella loro vita quotidiana» Una realizzazione grafica americana dedicata all’inclusione delle persone con disabilità

Negli ultimi anni, il termine “inclusione” è entrato sempre più spesso nel nostro linguaggio quotidiano. Iniziative, eventi e progetti dedicati a questo tema stanno crescendo, e ciò è senza dubbio un segnale positivo: indica che la società si sta muovendo verso una maggiore sensibilità e rispetto per le persone con disabilità.
Sbaglieremmo, tuttavia, a ignorare che dietro questa importante svolta si nascondono, a volte, limiti, errori e contraddizioni che rischiano di trasformare l’inclusione in semplice apparenza. Non sono poche, infatti, le iniziative che, pur muovendo da buone intenzioni, finiscono per rafforzare la separazione anziché superarla. In questi casi, innegabilmente, siamo più vicini a un’esclusione travestita che ad un’inclusione vera!

Un esempio emblematico è il Disability Day, organizzato da alcuni Comuni in “imbarazzanti” orari mattutini, con parchi divertimento riservati esclusivamente a persone con disabilità e alle loro famiglie. Anche se l’intento è lodevole, queste iniziative non rischiano di isolare ulteriormente i destinatari, invece di promuovere una reale integrazione?
La vera inclusione richiede che tutti (proprio tutti) partecipino alle stesse attività, nello stesso luogo e nello stesso momento. Nessuno pretende per i nostri cari la creazione di una nuova Disneyland, ma nemmeno è accettabile l’idea di realizzare una succursale di Disabilandia!
Il Disability Day non dovrebbe realizzarsi in tre ore al mattino, com’è ormai prassi, ma svilupparsi in tutto l’arco della giornata, tenendo conto che in quella stessa occasione tutti (proprio tutti) gli avventori dovrebbero anche “accontentarsi” di giostre rallentate, di musica ad un volume accettabile, di luci un po’ meno intermittenti…
Se non si comprende l’importanza di un simile percorso, la conseguenza è che più che includere si creino muri alti, spessi e difficilmente abbattibili, che nascondono varchi e crepe di ogni genere.
L’inclusione non può essere ridotta a slogan né ad iniziative di facciata. Le strategie e le azioni da promuovere devono tendere a rimuovere le forme di esclusione di cui le persone con disabilità soffrono nella loro vita quotidiana. Penso, esemplificando al massimo e riservandomi qualche approfondimento ad hoc, all’emarginazione scolastica; al mancato apprendimento di competenze sociali e di vita; alle esperienze affettive troppo spesso relegate all’esclusivo àmbito familiare; alla scarsa partecipazione alle attività di tempo libero; alla mancanza di un lavoro che sia altro rispetto a quello “retribuito” con mancette simboliche, che rasentano lo sfruttamento, da molte Cooperative ecc.

Proviamo ad analizzare, ad esempio, il contesto scolastico. Qui emerge un modello che spesso associa il concetto di inclusione a un mero adempimento burocratico. Se è vero che l’adozione di piani didattici personalizzati è fondamentale, è altrettanto vero che essa deve essere affiancata da un cambiamento culturale che eviti di etichettare gli studenti solo con sigle (BES, DSA, NAI, PDP…) o di catalogare ad ogni costo, con fantasiosi acronimi e diciture, ogni forma di disagio, a cominciare da quello cosiddetto sociofamiliare! L’etichettatura riduce le persone a diagnosi, trascurando colpevolmente le loro potenzialità.
È fondamentale che la scuola non trasformi le differenze tra gli studenti in disuguaglianze. Le risposte di tipo medico o terapeutico a problemi sociali non devono assolutamente prevalere sull’approccio pedagogico, che rappresenta il cuore del processo educativo.
Pur riconoscendo l’importanza di diagnosticare e affrontare le difficoltà specifiche degli studenti, occorre evitare il rischio che l’inclusione venga compromessa. Se è inconfutabile che alcune difficoltà richiedono una diagnosi e un supporto adeguato, è necessario evitare che l’inclusione si blocchi a causa di una medicalizzazione eccessiva, che oltretutto mortifica e depriva della loro identità professionale gli stessi docenti fino a renderli subalterni a psicologi e neuropsichiatri.
Non si tratta di criticare gli interventi individualizzati previsti e concordati nei Piani Educativi Individualizzati (PEI), ma è fondamentale condannare qualsiasi utilizzo improprio di strumenti che finiscono per creare esclusione ed emarginazione anziché favorire l’inclusione.
La scuola deve essere il luogo in cui le differenze vengono riconosciute e valorizzate, non trasformate in disuguaglianze. Occorre contrastare l’abuso di modelli che isolano gli studenti con disabilità, promuovendo invece ambienti autenticamente inclusivi, dove ogni alunno viene rispettato nella sua unicità.
Si pensi all’uso distorto che viene fatto, non di rado, delle “aule di sostegno”. Indicate come luoghi sereni e gioiosi, esse sono – nella realtà – spazi vuoti, deprimenti, altamente stigmatizzanti, perché separano gli allievi con disabilità dai loro coetanei, negando di fatto la piena partecipazione alla vita scolastica. Sono spazi che invece di abbattere segnano confini; nascondono e celano, oscurano alla vista e coprono alla mente.
Eppure questo falso modello inclusivo è ancora oggi promosso al rango di “laboratorio” da tanti dirigenti e ispettori scolastici che, incredibilmente, lo descrivono come “inclusivo”, pur sapendo, loro per primi, che è “riempito” di soli, e tanti, alunni con disabilità!

Promuovere davvero l’inclusione significa cambiare prospettiva: non considerare la disabilità come una malattia, ma riconoscerla come il risultato dell’interazione tra le caratteristiche della persona con disabilità e l’ambiente in cui vive, lavorando per eliminare le barriere che ostacolano la partecipazione.
Occorre rendere la disabilità una realtà che interagisce con altre realtà, perché la vera inclusione guarda oltre la disabilità come “problema personale” e si concentra sul contesto sociale, con l’obiettivo di abbattere le barriere culturali, fisiche e sociali che limitano le opportunità delle persone con disabilità.

In apparenza il nostro Paese ha dimostrato sensibilità nel disegnare processi e percorsi diretti a favorire la piena inclusione sociale delle persone con disabilità, ma, in verità, nonostante la ridondante produzione legislativa degli ultimi trent’anni, in tanti àmbiti di vita emergono e permangono significativi svantaggi delle persone con disabilità rispetto al resto della popolazione.
Questo significa che gli strumenti messi in campo non hanno ottenuto i risultati attesi, ma sono serviti, nella migliore delle ipotesi, ad attenuare le differenze o impedire che si amplificassero.
Una miriade di leggi, di cui lo Stato ipocritamente va fiero, non trova di fatto applicazione (ne cito, per brevità di esposizione, solo due, ma è bene sapere che il loro numero è almeno dieci volte più grande: la Legge 68 del 1999 su disabilità e lavoro, la Legge 328 del 2000 sul progetto di vita). Non dare attuazione alla Legge 68/99, ad esempio, da una parte ha significato tradire la possibilità di pensare alla persona con disabilità come individuo sociale, favorendone la piena integrazione sul territorio grazie a misure atte a trovare nuove motivazioni, sviluppare abilità, occasioni di socializzazione, attività formative, eccetera. Dall’altra ha significato rinnegare con brutalità e disprezzo il principio di una società equa e inclusiva.
Cosa c’è di più equo e inclusivo di un lavoro adeguato alle capacità individuali? Capirà mai questa classe politica, rozza e ignorante, che il lavoro non è solo un diritto ma è anche un potente strumento di autonomia e dignità? Fino a quando dovremo sopportare, anziché denunciare, la retorica di Servizi e Istituzioni che quando parlano di tutela dell’inclusione sociale delle persone con disabilità ricorrono solo a menzogne e omissioni?

A queste domande potrebbero e dovrebbero rispondere soprattutto le Associazioni, se per una volta fossero capaci di capire che su un tema così delicato e complesso come “l’inclusione”, oggettivamente trasversale a tutte le forme di disabilità, non ci si può ingenuamente dividere per la sola voglia di primeggiare come, in maniera infantile, avviene ogni giorno su tante altre questioni. È forse possibile distinguere tra l’inclusione della persona con disabilità fisica e quella della persona con disabilità psichica? No: l’inclusione riguarda tutti.
Per raggiungere una vera inclusione, le Associazioni, le famiglie e tanti cittadini perbene sensibili al problema devono unirsi in uno sforzo comune. Si lavori, allora, perché questo obiettivo diventi il collante capace di unire tutte le forze chiamate a fare fronte comune contro l’egoismo e la miopia di una classe politica brava solo a difendere e consolidare i suoi privilegi, ma completamente inaffidabile, insensibile e vergognosamente distante dai bisogni reali delle persone con disabilità (e, non dimentichiamolo mai, delle loro famiglie).
È tempo di superare divisioni e compromessi. La diversità è una risorsa straordinaria che arricchisce la società, e ogni persona con disabilità merita, a pieno titolo, di essere inclusa, accolta e valorizzata. Non si tratta di un privilegio, ma di un diritto primario che va difeso e promosso, in tutte le sedi, con coraggio e determinazione.

Alcune settimane fa ho promesso a Stefania Delendati, direttrice responsabile di Superando, che le avrei dedicato un articolo. Mantengo la promessa: quello che ho scritto qui è per Lei. (G.V.)

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Insieme, oltre il buio e il silenzio

Cosa significa essere persone sordocieche nel nostro Paese? È una domanda che merita una riflessione profonda, perché chi non vede e non sente vive immerso in un mondo fatto di buio e silenzio. La Lega del Filo d’Oro ha lanciato la campagna “Insieme, oltre il buio e il silenzio” e ha realizzato la guida “Strumenti pratici per l’inclusione” per facilitare la comunicazione con le persone sordocieche e rendere diverse situazioni della vita quotidiana più confortevoli e inclusive L’attore Neri Marcorè, testimonial “storico” della Lega del Filo d’Oro, insieme a un giovane seguito da tale organizzazione

Da sessant’anni la Fondazione Lega del Filo d’Oro, organizzazione aderente alla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), sostiene le persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale e le loro famiglie, supportandole nella complessa sfida di andare oltre il buio e il silenzio.
Con la campagna di sensibilizzazione Insieme, oltre il buio e il silenzio, al via lo scorso 13 gennaio, la Fondazione rilancia il proprio impegno nel promuovere un futuro più inclusivo e privo di barriere, che si può costruire solo grazie al supporto di tutti. Sul sito insiemeoltre.it, è disponibile la guida Strumenti pratici per l’inclusione, documento che raccoglie indicazioni utili e buone pratiche pensate per facilitare la comunicazione con le persone sordocieche e rendere diverse situazioni della vita quotidiana più confortevoli e inclusive.

Per dar voce alle loro istanze, la Fondazione ha realizzato il Manifesto delle Persone Sordocieche, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui bisogni reali di chi non vede e non sente, promuovendo il pieno riconoscimento dei loro diritti. Il documento, presentato nel mese di marzo dello scorso anno alla Camera, parte dalla richiesta di aggiornamento della Legge 107/10 al fine di riconoscere tutte le persone che siano contemporaneamente cieche e sorde, a prescindere dall’età in cui sviluppano tali disabilità; in particolare, la Lega del Filo d’Oro pone l’attenzione su alcuni temi centrali per promuovere un reale cambiamento, chiedendo alle Istituzioni un maggiore impegno affinché ogni persona sordocieca venga riconosciuta e sostenuta, ovunque e sempre, con accesso a cure, interpreti e strumenti che possano davvero fare la differenza nella vita di tutti i giorni.

«Il Manifesto delle persone sordocieche rappresenta una visione collettiva: è il sogno di una società che abbraccia ogni individuo e celebra la diversità come una ricchezza – ha dichiarato Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro –. Da 60 anni il lavoro della Lega del Filo d’Oro è animato dalla passione e soprattutto dal coraggio di vedere e ascoltare “oltre” ciò che è possibile, per dare voce ai bisogni delle persone sordocieche e delle loro famiglie, fornire risposte concrete per migliorare la loro qualità di vita e promuovere maggiore inclusione. Tutti insieme possiamo contribuire a un reale cambiamento, impegnandoci a costruire un mondo più equo e accessibile, dove nessuno sia lasciato indietro».

L’inclusione scolastica, la mobilità autonoma, la possibilità di lavorare e di abitare in spazi pensati per le esigenze specifiche di chi non vede e non sente non sono solo diritti, ma passi fondamentali verso una società in cui nessuno venga lasciato indietro. Creare un mondo più accessibile, anche nei luoghi di sport e cultura, significa abbracciare la diversità e abbattere ogni barriera: la Lega del Filo d’Oro crede fermamente che con il sostegno di tutti si possano superare le sfide attuali per creare una società più equa e accessibile, capace di riconoscere il potenziale delle persone sordocieche come una risorsa preziosa per l’intera collettività. (C.C.)

Il comunicato integrale diffuso dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro, in occasione della campagna Insieme, oltre il buio e il silenzio, è disponibile a questo link. Per maggiori informazioni: Virginia Matteucci (v.matteucci@inc-comunicazione.it).

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Quella norma da correggere nel nuovo Codice della Strada

Le novità del nuovo Codice della Strada riguardanti la guida di chi abbia assunto sostanze stupefacenti o psicotrope rischiano di creare molti problemi alle persone con disabilità le cui patologie richiedano di assumere quel tipo di sostanze in dosi terapeutiche e che abbiano la patente di guida. «Risulta dunque necessario un correttivo alla normativa – scrive il presidente della Federazione FISH Falabella -, ed è in tal senso che ci muoveremo nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti»

Con l’entrata in vigore del nuovo Codice della Strada, tramite la Legge 177/24 (Interventi in materia di sicurezza stradale e delega al Governo per la revisione del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285), sono state introdotte importanti novità per chi si mette alla guida dopo avere assunto sostanze stupefacenti o psicotrope. Con la nuova disciplina, però, bisogna prestare adeguata attenzione anche all’uso di alcuni farmaci, che potrebbero determinare una falsa positività al test di controllo. Prima della riforma, infatti, la vecchia normativa puniva chi, dopo avere assunto sostanze stupefacenti o psicotrope, si metteva alla guida in stato di alterazione psicofisica. Ora invece, dopo la modifica dell’articolo 187 del Codice della Strada, viene punito «chiunque guidi dopo avere assunto sostanze stupefacenti o psicotrope», facendo pertanto venir meno il requisito della necessità di verificare lo stato di alterazione psicofisica del conducente.
Questo significa che, in caso di controllo da parte degli organi competenti, le sanzioni scattano con la semplice positività al test antidroga, pur non essendovi alcuno stato di alterazione psicofisica.

Si tratta di una novità che crea non pochi problemi e dubbi a chiunque utilizzi determinati farmaci che possono essere ricompresi nella categoria delle sostanze psicotrope, e a maggior ragione per le persone con disabilità le cui patologie richiedano di assumere quel tipo di farmaci o di sostanze psicotrope in dosi terapeutiche (si pensi ad esempio ai cannabinoidi ad uso terapeutico) e che possedendo la patente di guida, si debbano muovere quotidianamente per raggiungere il posto di lavoro, i luoghi di cura e/ riabilitazione o semplicemente per usare l’autovettura per esigenze quotidiane. Come detto, infatti, secondo la nuova normativa, potrebbe essere punito anche chi assume farmaci con effetti psicotropi, pur essendo egli capace di guidare in piena sicurezza. E secondo il nuovo articolo 187 del Codice della Strada, è opportuno ricordare, la guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti è punita con l’ammenda da 1.500 a 6.000 euro e l’arresto da sei mesi ad un anno. Nel caso poi di accertamento del reato, vi è comunque la sospensione della patente da uno a due anni, con durata della sospensione stessa che viene raddoppiata quando il veicolo appartiene a una persona estranea al fatto.
Ma non solo, sempre l’articolo 187 del Codice della Strada stabilisce ora che la patente sia sempre revocata nel caso di recidiva nel triennio o se il reato sia commesso da una determinata categoria di conducenti prevista dalla lettera d) del comma 1 dell’articolo 186.
Infine, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta (anche se sia stata applicata la sospensione condizionale della pena), viene sempre disposta la confisca del veicolo con cui è stato commesso il reato, salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al fatto.

A questo punto appare evidente la necessità di affrontare il problema dei cosiddetti “falsi positivi” nei test antidroga, perché il rischio è quello di punire ingiustamente persone che assumono medicinali prescritti legittimamente.
Ad oggi non è stato formalmente elaborato un elenco di farmaci e sostanze che potrebbero determinare una falsa positività. E tuttavia, anche se solo a titolo di esempio, è possibile fare riferimento ai farmaci a base di morfina e sostanze analgesiche oppiacee, nonché ai medicinali a base di cannabis, benzodiazepine e barbiturici. Potrebbero inoltre esserci problemi anche nel caso di assunzione di antistaminici, antidolorifici, oppioidi (tra cui, come già detto, la cannabis terapeutica) ansiolitici e sedativi, farmaci per la pressione e antidepressivi triciclici: ossia medicinali, anche di uso comune, che possono avere controindicazioni sulla capacità di guida (come, ad esempio, sonnolenza e alterazione della concentrazione).

Alla luce dunque di quanto evidenziato, risulta necessario, un correttivo alla normativa, pur semplicemente aggiungendo una frase quale «…fatte salve le persone che assumano dette sostanze e farmaci per scopo terapeutico a fronte di precisa prescrizione medica e nei dosaggi previsti dalla stessa» ed è in tal senso che la nostra Federazione muoverà formalmente i propri passi nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

*Presidente della FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Le nuove Linee Guida per l’inclusione nelle Università

Approvate nel settembre dello scorso anno, le nuove Linee Guida della CNUDD, la Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati all’Inclusione degli Studenti con Disabilità e con DSA, sono composte da dieci capitoli e ne presentiamo oggi un’ampia analisi, con i passaggi che più evidenziano i diritti degli studenti con disabilità, DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e ulteriori BES (bisogni educativi speciali)

Pubblicamente presentate nei giorni scorsi (se ne legga anche su queste pagine), erano state approvate il 25 settembre dello scorso anno le nuove Linee Guida della CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati all’Inclusione degli Studenti con Disabilità e con DSA), documento di 24 pagine suddiviso in dieci capitoli, recepito dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), di cui riportiamo di seguito i passaggi che più evidenziano i diritti degli studenti con disabilità, DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e ulteriori BES (bisogni educativi speciali).

Come si legge nella premessa, «le Linee Guida vogliono essere un modello di riferimento comune volto a indirizzare le politiche e le buone prassi degli Atenei, stimolando scambi e sinergie nell’ottica di una sempre migliore qualificazione del diritto allo studio per tutte e tutti le/gli studenti e della realizzazione di comunità accademiche inclusive». Fonte normativa di tutto ciò è la Legge 17/99, che ha previsto l’istituzione in ogni università di un Delegato del Rettore per l’Inclusione.
Il documento, come sopra detto, riguarda non solo gli studenti con disabilità certificata, ma anche quelli con DSA e ulteriori BES.
Come si legge nel capitolo 2 (Principi ispiratori), «le intenzionalità e le azioni delle Università italiane a favore delle/degli studenti con disabilità e/o con DSA si ispirano ai principi di diritto allo studio, vita indipendente, cittadinanza attiva e inclusione nella società, che orientano più in generale le politiche di indirizzo del nostro tempo, il cui principale punto di riferimento è la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità del 2006, ratificata dal Parlamento italiano con la Legge n. 18 del 2009».

Le Indicazioni per una didattica inclusiva di cui al capitolo 2.2 prevedono comunicazione multimodale, materiali didattici accessibili, misure di flessibilità didattica, strumenti visivi, feedback continuo.

Il paragrafo 3.1 del terzo capitolo definisce quindi in tal modo i compiti del Delegato o Delegata del Rettore: «Il Delegato o la Delegata del Rettore o della Rettrice costituisce il punto di riferimento sui temi dell’inclusione, della disabilità e dei DSA sia verso l’esterno dell’Ateneo sia verso l’interno. Per quanto attiene all’esterno, è punto di riferimento verso tutte le realtà territoriali che si occupano di disabilità e DSA, tra le quali: gli enti regionali per il diritto allo studio, gli enti e gli organismi amministrativi territoriali, gli uffici scolastici decentrati, le istituzioni scolastiche, le associazioni, le imprese e le agenzie per il lavoro. Con riferimento all’interno dell’Ateneo, il Delegato o la Delegata ha il compito fondamentale di promuovere l’inclusione, in tutte le sue forme: sensibilizzazione ai temi della disabilità e dei DSA, tramite iniziative culturali (incluse le attività di ricerca), interventi mirati nelle strutture dell’istituzione, promozione di eventi informativi e formativi rivolti a studenti, personale docente e tecnico amministrativo e bibliotecario. La prospettiva dalla quale il Delegato o la Delegata procede è sempre quella di privilegiare interventi volti a valorizzare le persone con disabilità e DSA, a contrastare stereotipi abilisti ed ogni altra forma di discriminazione anche di tipo intersezionale. Inoltre, il/la Delegato/a sostiene l’autonomia e l’autodeterminazione delle/degli studenti, favorendone il successo formativo, nel rispetto della loro dignità e libertà personale. Spettano al Delegato o alla Delegata il coordinamento di tutte le attività del SDDA [Servizio Disabilità/DSA di Ateneo, N.d.R.], nonché il monitoraggio e l’autovalutazione della qualità dei servizi offerti, finalizzati al loro miglioramento. Il Delegato o la Delegata in collaborazione con altri/e docenti referenti dei Dipartimenti o dei Corsi di studio affianca il SDDA nell’importante fase dell’accoglienza dello/a studente che, per la prima volta, si rivolge all’Ateneo con l’intenzione di intraprendere un percorso di studi universitario. Deve inoltre farsi promotore o promotrice, anche tramite il SDDA o i/le docenti referenti delle strutture didattiche, di incontri periodici con le/gli studenti che usufruiscono dei servizi offerti, sia per ascoltarne l’opinione, sia per evidenziare nuove esigenze ed eventualmente pianificare la modifica di alcune procedure o la creazione di nuovi servizi. Di particolare rilievo il ruolo di mediazione tra lo/a studente e i/le docenti durante tutto il percorso formativo, e il supporto al corpo docente nella consapevolezza del quadro normativo di riferimento, dei diritti e dei bisogni educativi dello/a studente. Il Delegato o la Delegata sovrintende all’allocazione e all’utilizzo dei fondi assegnati a favore delle/degli studenti con disabilità e DSA e assicura che vengano portate a termine nelle scadenze previste le procedure ministeriali. Il Delegato o la Delegata entra di diritto a far parte della CNUDD, come previsto dall’art. 3 del Regolamento della stessa. Il Delegato o la Delegata mantiene un costante scambio con gli omologhi e le omologhe delle altre Università per affrontare e risolvere questioni emergenti o con carattere d’urgenza».

A livello organizzativo è previsto il già citato Servizio SDDA, che «costituisce il punto di riferimento per le/gli studenti e svolge un ruolo strategico di orientamento, accoglienza e di gestione dei servizi».
Fra i suoi compiti, di cui al paragrafo 3.2 del terzo capitolo, «la funzione di interfaccia fra il sistema università e le/gli studenti, considerando anche la possibilità di coinvolgimento dei servizi territoriali di riferimento; la possibilità di fornire informazioni in merito ai benefìci economici, ai servizi erogati e alla mediazione con i/le docenti; il raccordo con i servizi di Ateneo e, in particolare, con gli uffici di orientamento, in ingresso e in uscita (Ufficio Placement), con le segreterie studenti, gli uffici per la mobilità internazionale, gli uffici per gli stage e i tirocini; il supporto mirato all’acquisizione di maggiore autonomia e indipendenza nello studio; l’attività di supporto al/la Delegato/a e, laddove previsto, ai/alle singoli/e Docenti Referenti delle strutture di Ateneo; d’intesa con il/la Delegato/a, il monitoraggio e l’autovalutazione della qualità dei servizi offerti finalizzato al loro miglioramento; l’offerta di materiale didattico accessibile anche tramite il sistema bibliotecario di Ateneo».

La Legge 17/99 ha pure previsto la nomina, a spese dell’università, di tutor nella persona di studenti universitari da affiancare come sostegno agli studenti con disabilità o DSA. Tali tutor costituiscono il servizio di tutorato, di cui al paragrafo 4.1 del quarto capitolo, fondamentale per facilitare il successo universitario degli studenti affiancati. In particolare, «ogni servizio di tutorato ha lo scopo di supportare lo sviluppo dell’autonomia individuale nello studio e la partecipazione attiva lungo tutto il percorso accademico delle/degli studenti, predisponendo interventi mirati che garantiscano pari opportunità e una maggiore inclusività del contesto», e si distinguono inoltre «differenti dimensioni, che sottendono diversi ambiti di intervento: prestazioni di servizi e di supporto da parte di uno/una studente (tutor alla pari) […]; prestazioni di servizi e di supporto da parte di uno/una tutor specializzato/a: con competenze disciplinari (studenti senior, tirocinanti, laureati/e) […],con competenze in ambito psico-pedagogico didattico (individuale e/o per piccoli gruppi omogenei)».

Le Linee Guida dedicano pure particolare attenzione all’accessibilità dei locali universitari, come al paragrafo 4.2 del quarto capitolo, ove si scrive che «il monitoraggio dell’accessibilità degli edifici universitari e delle azioni necessarie al superamento delle barriere architettoniche e sensoriali è compito specifico del servizio tecnico di Ateneo, ma deve essere condiviso con il Servizio SDDA, al fine di pianificare e programmare interventi per il miglioramento dell’accessibilità e della fruibilità degli spazi e dei servizi. Il SDDA può fungere da preziosa interfaccia tra lo/a studente con disabilità e il servizio tecnico di Ateneo per la segnalazione diretta di criticità e la proposta di soluzioni efficaci per il loro superamento».
Segue quindi il riferimento all’uso e accessibilità delle nuove tecnologie, in cui si prevede fra l’altro che «il personale universitario deve essere sensibilizzato sull’utilità di questi strumenti, e formato per l’utilizzo appropriato degli stessi» e «l’accessibilità deve essere anche garantita per tutte le informazioni fornite dall’Ateneo attraverso i siti web».

Le Linee Guida si soffermano quindi accuratamente sulle modalità di svolgimento delle prove d’esame (paragrafo 4.4 del quarto capitolo): «A seguito della richiesta da parte dello/a studente con disabilità e/o con DSA, dell’analisi dei bisogni, il SDDA fornisce consulenza al fine di individuare modalità di supporto adeguate al singolo caso. Ove necessario, il/la docente può essere coinvolto/a fin dall’inizio nella definizione delle modalità di supporto. Sulla base di tali indicazioni, con congruo anticipo prima delle verifiche e delle prove d’esame, lo/a studente con disabilità e/o DSA segnala e/o presenta al/alla docente – con modalità diverse a seconda degli Atenei – le proprie esigenze. La certificazione non dà diritto ad ogni misura compensativa in modo indifferenziato, ma indica piuttosto un bisogno che occorre promuovere, affrontando le problematiche proprie della persona. Se non è pregiudizievole agli obiettivi dell’insegnamento, possono essere concessi uno o più strumenti compensativi, ad esempio: tempo aggiuntivo, strumenti tecnici (TIC e/o TA), suddivisione in moduli della disciplina, accesso ad appelli straordinari, utilizzo di mappe concettuali e mentali, affiancamento di un/una tutor con funzione di lettore/scrittore, di un/una assistente alla comunicazione, di un/una interprete LIS/LIST, ecc. Al/alla docente, in qualità di responsabile del percorso formativo disciplinare, compete la valutazione della idoneità delle misure rispetto al raggiungimento degli obiettivi formativi».
Per gli Esami di Stato, di cui al paragrafo successivo, resta previsto che «l’utilizzo di tali strumenti viene autorizzato dalla Commissione».

Viene pure presa in considerazione la mobilità internazionale con frequenza di università estere, rispetto alla quale il paragrafo 4.6 del quarto capitolo stabilisce fra l’altro che «in collaborazione con l’ufficio di Ateneo addetto alla mobilità internazionale, il SDDA dovrà valutare le reali necessità dello/a studente, facilitare i contatti con l’Università ospitante e, nei casi previsti, avviare le procedure per la richiesta di fondi aggiuntivi. Di particolare rilievo è l’azione di sensibilizzazione verso altri/e studenti che partecipano ai programmi di mobilità internazionale e che possono svolgere volontariamente, nei confronti dei colleghi e delle colleghe con disabilità e/o DSA, attività di tutoraggio alla pari».

Molto spazio viene poi dedicato all’orientamento (capitolo 5). Per l’orientamento in entrata si scrive che «il processo di orientamento è importante al fine di favorire la scelta dell’indirizzo di studi più adeguato volto a valorizzare le potenzialità presenti e a contrastare la dispersione e gli abbandoni in itinere. Sono infatti fornite allo/a studente, attraverso l’orientamento in ingresso, le informazioni relative al percorso formativo e al contesto universitario. Risultano utili al riguardo azioni di avvicinamento dello/a studente al contesto universitario già negli ultimi anni della scuola secondaria, in sinergia con le scuole e gli uffici scolastici-territoriali, anche attraverso la stipula di apposite convenzioni o accordi di programma. Dopo il superamento dell’esame di maturità e prima dell’immatricolazione, occorre guidare lo/a studente nell’acquisire dimestichezza con l’ambiente universitario nelle sue diverse componenti e in particolare con i/le referenti dei Corsi di studio e delle strutture didattiche interessate. In seguito all’immatricolazione, il SDDA si attiverà, laddove richiesto dallo/la studente, per identificare i servizi individualizzati e approntare contesti accoglienti e promozionali rispetto alle diverse dimensioni: conoscitiva, relazionale, progettuale, didattica e organizzativa».
Per quanto riguarda invece l’orientamento in itinere: «Durante il percorso accademico, l’orientamento può svilupparsi sia attraverso interventi di counseling individuale e/o di gruppo (career counseling) sia mediante azioni rivolte all’interazione tra studente e contesto».
Infine, sull’orientamento in uscita: «Il compito dell’Università non si esaurisce con il conseguimento della laurea, ma deve prevedere anche strategie concrete per fornire un supporto adeguato alle/agli studenti con disabilità e/o con DSA nel momento della transizione al mondo del lavoro. Ogni azione va sviluppata in collaborazione con l’ufficio di Job Placement di Ateneo, anche attraverso attività di sensibilizzazione rivolte al mondo imprenditoriale che mettano in evidenza le opportunità lavorative consone alle professionalità acquisite dal/la singolo/a studente».

Fondamentale è ancora il capitolo 6, relativo ai test d’ingresso che gli studenti devono in alcuni casi svolgere: «Oltre ad un ambiente accessibile e all’applicazione del tempo aggiuntivo previsto (fino al 30% per candidati con DSA, fino al 50% per candidati con disabilità), le misure compensative possono riguardare: tutor con funzione di supporto nella lettura e/o nella scrittura; sintesi vocale; calcolatrice non scientifica; testo della prova adattato secondo le esigenze (caratteri ingranditi, contrasto figura/sfondo, ecc.); ambiente silenzioso; interprete in LIS/LIST. Non possono essere ammessi i seguenti strumenti: dizionario e/o vocabolario, formulario, tavola periodica degli elementi, mappa concettuale, personal computer, tablet, smartphone, smartwatch».

Mentre i capitoli dal primo al settimo riguardano quasi esclusivamente gli studenti con disabilità, il capitolo 8 è specificamente dedicato agli studenti con DSA, rispetto ai quali «l’Università ha l’obbligo di prevedere, come stabilito all’art. 5 della legge n. 170/2010, strumenti compensativi e approcci individualizzati nell’erogazione delle misure a tutela del diritto allo studio che supportino lo sviluppo delle competenze richieste, attraverso pratiche didattiche inclusive, sia nell’ambito del percorso di apprendimento sia per lo svolgimento delle prove di valutazione».
A titolo esemplificativo, viene fornito il seguente elenco: “Strumenti compensativi: PC con correttore ortografico; testo d’esame in formato digitale; programmi di lettore vocale / penna con OCR e di lettore vocale; presenza di tutor con funzione di lettore/lettrice, nel caso in cui non sia possibile fornire materiali d’esame in formato digitale; calcolatrice; tabelle e formulari; mappe concettuali; testo della prova con caratteri ingranditi; suddivisione della materia d’esame in più prove parziali; possibilità di interrogare il/la candidato/a in luoghi e tempi concordati in maniera personalizzata. Misure dispensative: tempo supplementare, fino a un massimo del 30%, per lo svolgimento della prova nel rispetto della privacy; per le prove scritte, riduzione quantitativa, ma non qualitativa, della prova stessa; possibilità di sostenere esami orali piuttosto che scritti o viceversa, tenendo conto anche del profilo individuale di abilità; laddove l’esame scritto venga ritenuto indispensabile, verificare se il formato scelto (a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, test a scelta multipla, o a risposta chiusa, ecc.), rappresenti un ostacolo e se possa essere sostituito da altre forme di valutazione scritta; valutazione dei contenuti piuttosto che della forma e dell’ortografia in relazione alla disciplina; in presenza di difficoltà nel calcolo, per quanto possibile, dare maggior rilievo al procedimento piuttosto che al risultato».

Indicazioni specifiche sono previste riguardo alle lingue straniere (paragrafo 8.4 dell’ottavo capitolo).

Il capitolo 9 è innovativo rispetto alle precedenti Linee Guida, ed è dedicato agli studenti con ulteriori BES (bisogni educativi speciali). Sono previste a tale riguardo due tipologie la prima delle quali è costituita da situazioni che richiedono una certificazione come la disabilità (disabilità e invalidità, disturbi specifici dell’apprendimento, altri disturbi del neurosviluppo, disturbi psichiatrici diagnosticati, condizioni mediche invalidanti), mentre il secondo gruppo concerne più specificamente quelli tradizionalmente considerati come casi di ulteriori BES, che non richiedono certificazione, quali «altre condizioni di bisogni educativi speciali. Rientrano in questa fattispecie tutte le condizioni che influenzano in modo particolarmente negativo gli apprendimenti e/o la partecipazione sociale. In questa categoria potrebbero ricadere, ad esempio, le condizioni di svantaggio socio-economico, linguistico e culturale particolarmente gravi qualora si ravvisi il loro impatto negativo relativamente persistente sugli apprendimenti e/o la partecipazione sociale (tenendo comunque conto delle altre misure che gli Atenei o altri enti, come ad esempio gli enti regionali per il diritto allo studio, mettono in campo per fronteggiare tali condizioni, come ad esempio borse di studio, riduzione delle tasse su base ISEE, corsi di lingua, ecc.). Tali condizioni possono essere segnalate da altri servizi di Ateneo o pervenire direttamente all’attenzione del SDDA».
Quanto agli esami di questi studenti, è prevista la stessa «adozione di accomodamenti ragionevoli individualizzati in sede di esame»; tuttavia, è da precisare che «tali misure, allo stato attuale, non sono al momento estendibili agli esami e ai test di ammissione che seguono indicazioni ministeriali su cui non ci sono margini di autonomia per gli Atenei».

Alcune osservazioni conclusive
Queste Linee Guida completano il sistema di Linee Guida riguardante tutto l’arco dell’inclusione scolastica, costituito dalle Linee Guida per l’inclusione nella scuola, emanate con Nota Ministeriale del 4 agosto 2009 e dalle Linee Guida allegate al Decreto Interministeriale 182/20 sui nuovi modelli di PEI (Piani Educativi Individualizzati), come integrato dal Decreto Ministeriale 153/23.
Il capitolo 10 delle Linee Guida or ora esaminate presenta l’elenco dei riferimenti normativi su cui esse si basano, manca però quello alle Linee Guida per gli alunni con ulteriori BES, trasmesse con Decreto Ministeriale del 12 luglio 2011. A proposito di questi studenti universitari, le presenti Linee Guida precisano, data la novità introdotta, che mancano attualmente appositi finanziamenti per poter prevedere tutor come avviene con gli studenti con disabilità e DSA. È pertanto da supporre che l’Ufficio Assistenza di Ateneo possa ottenere dei giovani del Servizio Civile Universale che sono forniti gratuitamente dallo Stato, per i quali bisogna pagare solo un piccolo contributo da parte dell’Università o degli interessati. Invero, gli studenti che le Linee Guida qualificano come con ulteriori BES, purché certificati, dovrebbero, secondo la normativa vigente per le scuole, rientrare nel gruppo degli studenti con disabilità, data la complessità delle situazioni elencate nel documento.
Da ricordare, infine, che le Linee Guida sono una tipologia di atti amministrativi piuttosto recenti, emanate inizialmente solo dalle nuove autorità che si sono affermate nel mondo amministrativo, come in questo caso la CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati all’Inclusione degli Studenti con Disabilità e con DSA), anche se il documento è stato recepito dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane). Comunque, anche a livello giurisprudenziale esse possono considerarsi sempre più fonte di diritti, rivendicabili dagli studenti che si trovano nelle condizioni da esse previste. E ciò vale anche per queste Linee Guida, pur non essendo state trasmesse con Decreto Ministeriale.

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“Per noi non c’è spazio nel mondo del lavoro. Come possiamo realizzare i nostri sogni nel cassetto?”

I giovani e le giovani con disabilità che hanno intervistato la ministra per le Disabilità Locatelli nella trasmissione radiofonica Jolly Roger lo hanno fatto nell’àmbito del progetto Aracne – La Rete che Include, iniziativa che punta a promuovere la piena inclusione sociale di 200 minori con disabilità e in condizioni di povertà educativa che vivono nel III Municipio di Roma. Un progetto selezionato dall’Impresa Sociale Con i Bambini L’immagine-simbolo del progetto “Aracne – La Rete che Include”

Damiano vorrebbe lavorare ma non trova nessuno che lo assuma; Luca vuole capire cosa si intende per “disabilità”, dato che siamo tutti diversi; Matteo chiede cosa fa il Ministero per le Disabilità per la sua famiglia e Alice vorrebbe realizzare il sogno nel cassetto di lavorare nel settore della moda, ma per il momento riempie le sue giornate frequentando un centro diurno lontanissimo da casa «dove sono tutti anziani».
La recente intervista alla ministra per le Disabilità Locatelli fatta dai giovani speaker con disabilità della “redazione inclusiva di Jolly Roger” è solo l’ultimo tassello del progetto Aracne – La Rete che Include, progetto selezionato dall’Impresa Sociale Con i Bambini nell’àmbito del Fondo per il Contrasto alla Povertà Educativa Minorile.

ll progetto Aracne – La Rete che Include è nato per promuovere nel complesso ed eterogeneo territorio del III Municipio di Roma la piena inclusione sociale di 200 minori con disabilità e in condizioni di povertà educativa. Si tratta di una rete di realtà territoriali che promuove l’inclusione attraverso laboratori e servizi che si snodano intorno al “Polo Inclusivo Sperimentale” all’interno dell’Istituto Comprensivo Carlo Levi e che toccano i nodi periferici diffusi sul territorio: dalla sede della Cooperativa Idea Prisma 82, a quella del Brutto Anatroccolo e di Insieme per Fare, dal Brancaleone, alle scuole IC Filattiera e IC Montessori, nonché l’istituto di formazione professionale CIOFS.

«Aracne è anche presa in carico personalizzata orientata al progetto di vita, tramite percorsi di tutoraggio e inclusione lavorativa, percorsi di orientamento all’autonomia personale e sociale, corsi espressivi e ricreativi, laboratori sportivi senza barriere, web radio e laboratori di archeologia. Particolare attenzione viene inoltre dedicata all’accessibilità culturale, con iniziative rivolte alle scuole medie e superiori del territorio, che potranno usufruire anche di percorsi narrativi, didattiche alternative, art-terapia, laboratori di orientamento al successo formativo e di teatro»: questo si legge nel sito del sito del progetto, il cui simbolo è una ragnatela, che diventa «timone, emblema di stabilità e capacità di mantenere la rotta, è pronto a iniziare a tessere la sua ragnatela inclusiva».

Partita nel mese di ottobre dello scorso anno, l’iniziativa intende da ultimo coinvolgere e sostenere le famiglie tramite gruppi di mutuo aiuto, punti di ascolto, percorsi di sostegno, attività ludiche e promozione di reti di famiglie solidali. Né mancano incontri, dibattiti, seminari ed eventi, rivolti a tutta la comunità educante, per sensibilizzare e creare una rete solida e realmente integrata sul territorio. (C.C.)

Per maggiori informazioni: Chiara Di Paola (aracne@ideaprisma.it).

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Che cosa giustifica ancora il “soggiorno obbligato” delle persone con disabilità?

Cresce il numero di persone con disabilità che vivono in ambienti segreganti, ad esempio in Francia, in Polonia, ma anche in Italia. Il volume Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, scritto a più voci, raccoglie strumenti analitici e operativi per prevenire e contrastare l’istituzionalizzazione delle persone con disabilità nel nostro Paese. Ne abbiamo intervistato il curatore Ciro Tarantino, professore di Sociologia del Diritto presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Può sembrare un paradosso. Da una parte cresce il numero di persone con disabilità che vivono in ambienti segreganti ad esempio in Francia, in Polonia, ma anche in Italia, come evidenzia un recente studio di Eurofound, agenzia dell’Unione Europea del quale ci siamo già occupati recentemente, dall’altra, diventa sempre più urgente la sfida della vita indipendente per le persone con disabilità.

Il curatore del volume, il professor Ciro Tarantino

Tra le mani ci è capitato lo scorso anno, e se n’è parlato anche sulle nostre pagine, un libro scritto a più voci e di libero accesso nel web (a questo link), che può aiutarci a capire: è Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, edito dal Mulino, che raccoglie strumenti analitici e operativi per prevenire e contrastare l’istituzionalizzazione delle persone con disabilità in Italia.
Abbiamo intervistato il curatore del volume, Ciro Tarantino, professore di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa, dove insegna Sociologia della Disabilità ed Etica Sociale.

Come è possibile prevenire e contrastare i processi di istituzionalizzazione, anche dove sembra non esistere un’alternativa concreta al cosiddetto “soggiorno obbligato” (penso anche semplicemente a conversazioni/racconti di vita quotidiana, in cui figli o nipoti non riescono a prendersi cura di familiari, non più autosufficienti, e quindi sono costretti ad optare per strutture sociosanitarie)?
«Prima di tutto chiariamo sinteticamente l’espressione soggiorno obbligato: con la formula mi riferisco a tutti quei casi in cui la persona è collocata in una particolare sistemazione abitativa contro la propria volontà e/o non avendo avuto a disposizione una valida e concreta alternativa. Siamo, cioè, in quell’area di fenomeni tutelati dal noto articolo 19 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e, soprattutto, dal meno richiamato articolo 14 che – ricordo – , al comma 1, lettera b), chiede che si garantisca che le persone con disabilità “non siano private della loro libertà illegalmente o arbitrariamente, che qualsiasi privazione della libertà sia conforme alla legge e che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà”. Parliamo, dunque, di casi in cui sono compresse le due libertà – quella personale e quella di scelta – che compongono i pilastri su cui si regge la Convenzione stessa.
L’Italia, nel corso degli anni, ha accumulato molteplici saperi e ha elaborato moltissime pratiche in grado di prevenire e contrastare, con estrema efficacia, le forme di collocamento involontario delle persone anziane e/o con disabilità. Molti strumenti, quali la progettazione personalizzata capacitante e gli elementi connessi, quali il budget di progetto, vengono sperimentati ormai da un quarto di secolo. Non a caso la Legge Delega 227/21 in materia di disabilità li ha posti come perno di un nuovo sistema di welfare. E ricordo che la Legge Delega è l’attuazione della Riforma 1.1 del PNRR (Missione 5 – Componente 2) che prevedeva appunto l’adozione di una Legge quadro per le disabilità “nell’ottica della deistituzionalizzazione e della promozione dell’autonomia delle persone con disabilità”. Il problema, semmai, è l’inverso: che cosa, nel 2025, giustifica ancora eticamente e scientificamente l’istituzionalizzazione involontaria delle persone con disabilità?»

Nel volume una parte è dedicata a storie di istituzionalizzazione che potremmo definire assolutamente ordinarie, in nulla riconducibili al “caso limite”: c’è un elemento in comune in tutte queste storie? E cosa possiamo imparare?
«Nel corso della ricerca sono state raccolte molteplici traiettorie esistenziali, poi ne sono state estratte alcune paradigmatiche, per comprendere quelli che possiamo definire i “determinanti sociali dell’istituzionalizzazione”. Direi che tutte le storie, per quanto estremamente diverse, hanno in comune il verificarsi di uno o più punti di frattura: quelli che, materializzando una formula di Ernesto De Martino, abbiamo chiamato “crisi della presenza”. Si tratta, esattamente, di quei momenti a cui faceva cenno lei prima in cui il sistema di cura familiare – se disponibile – entra in crisi per le più diverse ragioni che nel volume proviamo a ricostruire.
Ora il problema è che il sistema di welfare, nel suo assetto ordinario, raramente interviene per evitare o alleviare questi momenti poiché prima scarica il carico assistenziale su famiglie e caregivere poi, dopo averli spremuti fino all’estremo – spesso chiedendo di annullare le proprie esistenze –, sancisce con l’istituzionalizzazione l’insostenibilità della situazione.
Anche nelle situazioni più complesse, di norma, c’è invece molto tempo per intervenire e molte soluzioni prospettabili, volendolo. Tra l’alternativa secca fra una domiciliarità forzata e l’istituzionalizzazione coatta, esistono molte forme di abitare possibile, più o meno assistito, se solo si vuole lavorare nel rispetto di diritti, bisogni e desiderata di tutti. Davvero nel 2025 non siamo in grado di prospettare forme di assistenza di qualità nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali?»

Come i servizi – e penso ai centri diurni ad esempio – possono e devono essere uno strumento veramente a disposizione delle persone con disabilità per l’elaborazione e la realizzazione del loro progetto di vita e uscire dalla logica dell’assistenzialismo e dell’imposizione dall’alto dell’educatore?
«Vedo due questioni principali. In primo luogo, bisogna liberarsi dalla tirannia dell’offerta. In molti territori è l’offerta disponibile di servizi che chiede alle persone di adattarsi, non è invece – come dovrebbe essere nella logica normale delle cose – la domanda che produce un’apposita gamma di servizi. Questo è un problema antico e strutturale di un welfare obsoleto, alquanto standardizzato e ancora poco flessibile rispetto alla personalizzazione dei servizi. Il caso del centro diurno, che lei cita, è significativo: in molti casi, esistendo storicamente un centro diurno sul territorio, la persona con disabilità viene indirizzata a frequentarlo come un automatismo, senza nessuna riflessione in merito a bisogni, aspettative e desideri della persona. Il centro diventa, così, non un luogo funzionale alla persona, ma, se va bene, un “defaticatore” familiare e, molto spesso, un luogo di mera riproposizione della logica dell’intrattenimento che speravamo archiviata da almeno un trentennio».

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito l’incostituzionalità della disciplina del trattamento sanitario obbligatorio (TSO) nella parte in cui non garantisce a chi vi è sottoposto il diritto ad un’adeguata informazione e al contraddittorio. Un’altra ordinanza della Corte di Cassazione circoscrive i poteri del Giudice Tutelare nella nomina dell’amministrazione di sostegno. Stiamo andando nella “direzione giusta”, ma cosa manca affinché sia effettivo il cambiamento culturale e non solo legislativo?
«I cambiamenti legislativi sono efficaci e duraturi solo se fondati su cambiamenti culturali. In questo momento, in merito alle limitazioni di libertà, la disciplina del TSO è quella ancora oggi più formalizzata e che fornisce maggiori garanzie. Il punto, in merito alle persone anziane e/o con disabilità, è un altro: è che, molto spesso, sono soggette a privazioni e limitazioni della libertà improprie e surrettizie, cioè non conformi ai meccanismi di garanzia previsti dalle normative.
Come l’esperienza del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ci ha insegnato in questi anni, si tratta spesso di internamenti o di privazioni di fatto e non di diritto della libertà personale. Questo significa che c’è un profondo problema culturale in merito allo statuto di cittadinanza delle persone anziane e/o con disabilità: nei loro confronti viene reputato normale adottare comportamenti lesivi della dignità e della libertà che sarebbero impensabili per il resto della cittadinanza.
Ancora più drammatico è quando i servizi e le istituzioni neanche si accorgono di star comprimendo la dignità e la libertà di una persona. Sempre l’esperienza di questi anni indica come ormai improcrastinabili alcune riforme: in primo luogo, anche in ottemperanza alle ripetute richieste del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – che vigila sull’applicazione della Convenzione omonima –, la soppressione degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione. In secondo luogo, ed estremamente necessaria, la delicata riforma dell’amministrazione di sostegno, in modo che siano scongiurati i pericoli che l’assistenza si tramuti in sostituzione della volontà della persona con disabilità».

Lei scrive che il volume è stato scritto «in un momento di fermento legislativo»: i Decreti Legislativi attuativi della Legge Delega 227/21 e in generale le recenti soluzioni normative adottate dal Legislatore hanno tenuto conto di questi studi raccolti?
«La ricerca è stata promossa dalla Presidenza del Consiglio (Ufficio per le Politiche in Favore delle Persone con Disabilità, oggi Dipartimento) in un momento in cui il Covid aveva messo in luce l’estrema fragilità del sistema di welfare italiano e prima ancora che prendesse piede l’ipotesi della Legge Delega 227/21. Non a caso, nello stesso periodo e a partire dallo stesso presupposto, la Federazione FISH aveva promosso il progetto Welfare 4.0. La ricerca si è poi materialmente svolta in un periodo in parte convergente con quello della redazione dei Decreti Legislativi di attuazione della Legge Delega. E alcuni degli estensori del rapporto di ricerca sono stati coinvolti nei lavori della Commissione di studio redigente gli schemi di Decreti Attuativi (chi scrive, Cecilia Marchisio e Daniele Piccione in funzione di coordinatore della Commissione). Oggi che il procedimento legislativo è sostanzialmente chiuso, i lettori e le lettrici potranno giudicare se e quanto le soluzioni adottate dal Legislatore siano o meno convergenti con quelle prospettate nel volume.
Se proprio dovessi riassumere una materia che è molto complessa e articolata, direi che, a fronte di una sostanziale convergenza della ricerca con l’impianto della Legge Delega 227/21, le distanze maggiori si rinvengono in alcuni punti di ambiguità che il Decreto Legislativo 62/24 lascia proprio in tema di libertà personale e di prevenzione e contrasto dell’istituzionalizzazione. Ma questo è un argomento che meriterebbe un apposito approfondimento e un dibattito, soprattutto con i movimenti di tutela dei diritti delle persone con disabilità. Il problema è che non mi pare che il mondo dell’associazionismo – nel suo complesso e con le dovute eccezioni – in questo momento dimostri una specifica sensibilità per queste tematiche. Mi sembra, piuttosto, che siamo in un momento in cui il tema viene silenziosamente rimosso dall’agenda politica, senza la forza e il coraggio di esplicitare le ragioni di questo accantonamento subdolo».

Se confrontiamo il quadro italiano con quello europeo come ne usciamo?
«Il quadro europeo e internazionale che ruota intorno all’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità è molto solido. Si pensi, a puro titolo di esempio, alle Linee Guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza rilasciate dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità nel 2022, proprio mentre la nostra ricerca era in corso. Oppure al lavoro del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti  del Consiglio d’Europa, oppure al recentissimo Commento Generale n.1 all’articolo 4 del Protocollo Opzionale (Posti di privazione della libertà) del Sottocomitato ONU sulla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (CAT). Mi sembra, piuttosto, che sia l’Italia – con la sua tradizione di emancipazione – a dover decidere se dignità e libertà delle persone con disabilità siano o meno questioni meritevoli di confronto e impegno o temi da mettere in sordina».

Il libro Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, di libero accesso nel web, come sopra già ricordato (a questo link), è diviso in cinque parti (Geometrie esistenziali e crisi della presenza; Cartometrie e cartografie della residenzialità in Italia; Codici culturali e quadri normativi; Dispositivi di incapacitazione; Strategie di emancipazione) e contiene contributi di Matteo Schianchi, Massimiliano Verga, Natascia Curto, Cecilia Maria Marchisio, Virginia De Silva, Lavinia D’Errico, Giovanni Pizza, Ciro Pizzo, Nicola Vanacore, Daniele Piccione, Emilio Santoro, Orsetta Giolo, Daniele Amoroso, Benedetto Saraceno, Christian Loda, Maria Giulia Bernardini, Diana Genovese, Paolo Addis, Fabrizio Magani, Giovanni Merlo, Luca Fazzi, Ranieri Zuttion, Fabrizio Starace, Alceste Santuari, Filippo Venturi, Gilda Losito e Vincenzo Falabella, curatore, quest’ultimo, della postfazione.

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Istruzioni operative sul nuovo iter di accertamento della disabilità

Con il suo messaggio n. 4465/2024, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha provveduto a una descrizione puntuale delle principali novità in relazione alla procedura di accertamento della condizione di disabilità, stabilita dal decreto legislativo 62/2024, andando quindi a fornire delle istruzioni operative utili per l’attuazione della sperimentazione, partita il 1° gennaio 2025, nelle Province di Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste.

In tale documento, l’INPS chiarisce dettagliatamente il contenuto del certificato medico introduttivo, elencando i medici che lo possono rilasciare.

Inoltre, specifica che la responsabilità di inviare il suddetto certificato all’INPS, secondo le modalità previste sul sito dell’Istituto, è del medico che lo ha rilasciato e che, sempre quest’ultimo, deve far firmare all’interessato la ricevuta di trasmissione del certificato e conservarla.

Ancora, il messaggio precisa che la convocazione a visita arriverà all’interessato tramite lettera raccomandata, della quale specifica il contenuto.

La parte più importante della nota INPS in esame è la descrizione dell’accertamento sanitario e della composizione delle nuove Unità di Valutazione di Base (UVB), che, secondo il nuovo iter, saranno quelle competenti alla sua realizzazione.

Infine, il messaggio n. 4465, oltre a chiarire che il “certificato che attesta la condizione di disabilità” rilasciato dall’UVB sarà visibile dall’interessato sul “Portale della Disabilità”, va a indicare le modalità per la trasmissione dei dati socioeconomici.

 

News a cura del Centro Studi Giuridici HandyLex © HandyLex.org – Tutti i diritti riservati – Riproduzione vietata senza preventiva autorizzazione

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Selezione e formazione rigorosa per l’insegnamento di sostegno

«Abilitazioni discutibili, comportamenti inaccettabili e, in alcuni casi, violenti, non sono più tollerabili. Chiediamo misure concrete per garantire che tutti i docenti di sostegno siano selezionati e formati in modo rigoroso e continuativo, con particolare attenzione alle competenze specialistiche necessarie per supportare in maniera efficace e rispettosa gli studenti e le studentesse con disabilità»: lo dicono dalla Federazione FISH, commentando l’arresto di un’insegnante di sostegno in Campania, sulla base di «accuse gravissime, se confermate»

«Servono controlli seri, continui, formazione iniziale e in servizio e verifiche rigorose sulla qualità e sull’etica dei docenti, e non solo dei docenti, per garantire un’istruzione di qualità. Occorre costruire un sistema trasparente e responsabile, in grado di rispondere alle esigenze dei nostri studenti e studentesse. Non possiamo più accettare un sistema che tratta gli alunni e le alunne come numeri, che finge inclusione, ma poi abbandona gli studenti le famiglie al loro destino. I nostri figli non sono un banco di prova per chi cerca un lavoro facile. I nostri alunni e alunne, studenti e studentesse, le nostre famiglie meritano più rispetto»: è questa la presa di posizione espressa da Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), commentando la notizia dell’arresto di un’insegnante di sostegno in Campania, accusata di avere tenuto comportamenti di natura sessuale con alcuni alunni della scuola media dove svolgeva il proprio ruolo. «Accuse gravissime – sottolineano dalla Federazione -, qualora dovessero essere confermate».

«Esprimiamo profonda preoccupazione per questi fatti – si legge poi nella nota diffusa dalla FISH – e per la condizione attuale del sistema scolastico italiano, in particolare per quanto concerne il reclutamento e la formazione dei docenti di sostegno. Troppe volte, infatti, ci troviamo di fronte a situazioni in cui l’insegnamento di sostegno viene percepito come una via di ripiego per entrare nel mondo della scuola, senza che i docenti siano dotati delle competenze, della vocazione e della preparazione adeguata. Questo non solo compromette la qualità dell’insegnamento, ma soprattutto limita il diritto all’inclusione e all’educazione di qualità per gli studenti e le studentesse con disabilità, privandoli del necessario supporto di cui hanno urgente bisogno».

«Abilitazioni discutibili, comportamenti inaccettabili e, in alcuni casi, violenti, non sono più tollerabili – prosegue la nota -. Per questo chiediamo con forza che vengano adottate misure concrete per garantire che tutti i docenti di sostegno siano selezionati e formati in modo rigoroso e continuativo, con particolare attenzione alle competenze specialistiche necessarie per supportare in maniera efficace e rispettosa gli studenti e le studentesse con disabilità. A tal proposito invitiamo le Istituzioni a intervenire con urgenza per risolvere queste problematiche, rivedendo le modalità di abilitazione, formazione e reclutamento, al fine di tutelare il diritto all’inclusione e alla qualità dell’educazione per tutti».

«È inaccettabile – concludono dalla FISH – che il sistema scolastico sembri talvolta un “ammortizzatore sociale” per diplomati e laureati in cerca di un’occupazione. Il ruolo educativo, soprattutto per gli studenti e le studentesse con disabilità, richiede una preparazione seria, un’etica rigorosa e un profondo rispetto per la dignità umana. Ribadiamo pertanto la necessità di adottare con immediatezza strumenti normativi concreti per garantire trasparenza e qualità nell’insegnamento. È necessario, ad esempio, applicare pienamente il cosiddetto Freedom of Information Act (Decreto Legislativo 97/16*), permettendo a cittadini, genitori e istituzioni di vigilare sull’operato della scuola. Dirigenti scolastici, genitori e ispettori ministeriali devono essere messi nelle condizioni di verificare con serietà la preparazione e l’etica dei docenti». (S.B.)

*La normativa cosiddetta “FOIA”, ossia “Freedom Of Information Act”, introdotta con il Decreto Legislativo 97/16 (recante “Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell’articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche) è parte integrante del processo di riforma della Pubblica Amministrazione, definito dalla Legge 124/15.

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishonlus.it.

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Quel che serve per un’intelligenza artificiale accessibile, equa e inclusiva

«Per progettare un’intelligenza artificiale accessibile, equa e inclusiva è necessario partire da tre pilastri: consapevolezza, responsabilità e buoni progetti»: a dirlo è Nicola Gencarelli, responsabile della ricerca tecnologica per la Fondazione ASPHI, nel quadro del dibattito sempre aperto su come l’intelligenza artificiale possa realmente aiutare a creare un mondo più inclusivo

Ma l’intelligenza artificiale (d’ora in poi semplicemente IA) può realmente aiutare a creare un mondo più inclusivo? La risposta è alquanto complessa.
Prima di tutto occorre fare un’importante premessa: gli habitat e gli spazi inclusivi, protagonisti della recente edizione di Handimatica, la mostra-convegno nazionale promossa a Bologna dalla Fondazione ASPHI e dedicata alle tecnologie digitali per una società inclusiva, non vengono mai costruiti dall’uomo in maniera neutrale poiché dietro la loro realizzazione ci sono sempre una decisione progettuale, una responsabilità e delle dinamiche di potere strutturali. Di conseguenza, l’IA, in modo autonomo, non può fare grandi cose; ogni singolo prodotto IA deve essere progettato e disegnato dall’uomo, in modo tale che sia egli stesso a decidere che possa essere utilizzabile da tutti e tutte.
D’altro canto, però, va ammesso che, in particolare, l’IA generativa ha aperto frontiere molto importanti, permettendo, infatti, di produrre descrizioni di immagini e oggetti più accurate per le persone cieche, trascrizioni più precise per quelle sorde e voci sintetiche maggiormente realistiche per chi ha delle disabilità comunicative. Inoltre, ha favorito l’interazione con il web e il digitale, sviluppando alcune interfacce che assistono, guidano e semplificano la ricerca delle informazioni per le persone anziane o con disabilità.

L’IA avrebbe la possibilità di rispondere ai bisogni di persone con particolari esigenze, ancora insoddisfatte, come il riconoscimento vocale per le persone con disartria [perdita della capacità di articolare le parole in maniera normale, N.d.R.] e parlato atipico, l’accessibilità a grafici, mappe e formule matematiche per i ciechi, assistenti virtuali per supportare l’autodeterminazione per chi ha una disabilità cognitiva. Stiamo parlando al condizionale perché, anche in questo caso, è fondamentale l’intervento dell’uomo.
In questo momento è facilmente constatabile che elementi come il riconoscimento vocale, invece di essere di aiuto, in molti casi possono generare ulteriori discriminazioni per differenze linguistiche, geografiche, economiche. Così come i dati che riguardano in modo specifico le persone con disabilità, in quanto non sono la realtà, ma un modo con cui noi la rappresentiamo, e conseguentemente la progettiamo, producendo, per lo più, ulteriori barriere, invece di abbatterle.

La citata Fondazione ASPHI, per favorire il più possibile l’intervento dell’uomo nell’utilizzo dell’IA, promuove progettualità concrete che si basano anche sull’esperienza personale di persone con disabilità. Il progetto CapisciAMe, ad esempio, condotto da Davide Mulfari, ingegnere con disabilità motoria e disatria, ha lo scopo appunto di sviluppare un sistema di riconoscimento vocale proprio per le persone con diverse forme di parlato atipico legate a condizioni di disabilità [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
E ci sono altri esempi analoghi, la cui validità dipende dal fatto che l’ideatore, come è successo per Mulfari, non ha pensato solamente a chi ha quel determinato deficit, ma a soluzioni strutturate, che possano cioè rispondere alle esigenze di molti, grazie a soluzioni collettive, partecipate e documentate.
A monte di questo tipo di lavoro, occorre avere a disposizione dati aggregati, strutturati e significativi, rispetto ai bisogni, ai desideri e alle aspettative delle persone con disabilità.
«Per progettare un’intelligenza artificiale accessibile, equa e inclusiva è necessario partire da tre pilastri – dichiara Nicola Gencarelli, responsabile della ricerca tecnologica per la Fondazione ASPHI -: consapevolezza, responsabilità e buoni progetti. Dobbiamo riconoscere che ogni scelta progettuale ha conseguenze non neutre perché influenzata da dataset spesso sbilanciati verso standard dominanti di tipo linguistico, culturale, economico e di abilità. Essere responsabile significa comprendere che le nostre scelte incidono sul modo in cui le persone vivono e interagiscono con il mondo, e che siamo parte del futuro collettivo. Solo attraverso un design inclusivo e collaborativo, che valorizzi i bisogni è i desideri marginalizzati, possiamo costruire strumenti capaci di abbattere barriere e promuovere un reale equità. È da questo approccio artigianale che può nascere un’IA in grado di rispondere alle specificità locali e di connettere soluzioni globali con il sapere e le esigenze delle società civili. In questo contesto, ASPHI svolge un ruolo cruciale, favorendo il dialogo tra aziende, enti di ricerca, associazioni e società civile, per sviluppare tecnologie assistive che siano realmente utili e accessibili».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “L’Intelligenza Artificiale e la disabilità: molti vantaggi ma il dibattito è aperto”, e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Assenze per malattia del lavoratore con disabilità? Verificarne le ragioni

Un interessante precedente, utile a “fare giurisprudenza” nel senso della tutela di lavoratori e lavoratrici con disabilità, è dato da una recente Ordinanza della Corte di Cassazione, secondo la quale la conoscenza dello stato di disabilità del lavoratore da parte del datore di lavoro comporta l’onere datoriale di acquisire, prima di procedere al licenziamento, informazioni circa l’eventualità che il superamento del limite di assenze per malattia sia connesso allo stato di disabilità

«In tema di licenziamento, costituisce discriminazione indiretta l’applicazione dell’ordinario periodo di comporto [totale delle assenze per malattia] previsto per il lavoratore non disabile al lavoratore che si trovi in condizione di disabilità, perché la mancata considerazione dei rischi di maggiore mobilità dei lavoratori disabili, proprio in conseguenza della disabilità, trasmuta il criterio, apparentemente neutro, del computo dello stesso periodo di comporto in una prassi discriminatoria nei confronti del particolare gruppo sociale protetto in quanto in posizione di particolare svantaggio [grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni, N.d.R.]»: sta in questo passaggio e soprattutto in quello successivo, tutta l’importanza di una recente Ordinanza della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro), pubblicata il 7 gennaio scorso e disponibile integralmente a questo link, che in tal senso ha accolto in alcune parti il ricorso di un lavoratore con disabilità nei confronti di una precedente Sentenza della Corte d’Appello di Torino. Nella parte successiva dell’Ordinanza, infatti, si scrive che «la conoscenza dello stato di disabilità del lavoratore da parte del datore di lavoro fa sorgere l’onere datoriale di acquisire, prima di procedere al licenziamento, informazioni circa l’eventualità che le assenze per malattia del dipendente siano connesse allo stato di disabilità, al fine di individuare possibili accorgimenti ragionevoli».
Nello specifico, la Corte territoriale aveva «accertato che la società era a conoscenza della condizione di disabilità del lavoratore» e aveva «intimato il licenziamento per superamento del periodo di comporto (il medesimo previsto anche per le persone prive di disabilità) senza procedere ad acquisire informazioni circa la correlazione tra assenze per malattie del dipendente e stato personale di disabilità».

Un interessante precedente, quindi, utile a “fare giurisprudenza” nel senso della tutela di lavoratori e lavoratrici con disabilità. (S.B.)

Ringraziamo per la segnalazione Elisa Marino dell’Ufficio Legislativo della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Audiodescrizione: dalla mediocrità all’“aurea mediocritas”

«È una vera e propria battaglia, quella delle audiodescrittrici e degli audiodescrittori seri e ben formati, contro l’invisibilità, l’esclusione e la mediocrità sferzate da tanti agenti negativi, che per interessi personali o superficialità, banalizzano una professione dalla vocazione nobilissima, com’è per chiunque operi nel settore dell’accessibilità»: lo scrive Savio Tanzi, raccontando di un incontro dell’UICI Emilia Romagna con la dialoghista, audiodescrittrice e insegnante Laura Giordani

Chiunque ama l’aurea via di mezzo,
al sicuro sta lontano dallo squallore di un tetto diroccato
e sta lontano, sobrio, da una reggia invidiabile.
Orazio, Odi II 10

La buona riuscita di un progetto spesso passa per l’incontro. La prima metà di questi nuovi Anni Venti – inaugurati dalla pandemia – ci ha ormai dato in eredità la conferma che ci si può riunire anche in videoconferenza: gli Incontri del giovedì dell’UICI Emilia Romagna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ne sono un esempio.
Nel corso di una videoconferenza del 21 novembre scorso, il presidente del Consiglio Regionale UICI dell’Emilia Romagna Marco Trombini ha intrattenuto una chiacchierata informale con la dialoghista e audiodescrittrice romana Laura Giordani [“firma” anche di Superando, N.d.R.] che nel 2009 fu chiamata da “mamma RAI” per importare l’audiodescrizione (d’ora in poi abbreviata in AD) e stilare delle regole di “buona prassi” per film e serie TV, sulla base delle linee guida esistenti all’estero.
Il presidente Trombini ha raccontato che è nato tutto da una corrispondenza social: una reazione al post di un evento, una richiesta di contatto, una chat e da lì ha scoperto molto di più su quel nome che conosceva solo come autrice dei testi delle AD cinetelevisive. Ovvero che Laura Giordani è anche e soprattutto una dialoghista, una professoressa, un’insegnante che si è impegnata nella giusta causa di inserire nella filiera figure professionali cieche o ipovedenti. Da lì è nata l’idea di invitarla all’incontro. A posteriori, si è detto più che soddisfatto, visto il record di presenze che quella videoconferenza ha registrato.

All’inizio, Giordani ha portato la propria esperienza, parlando e sensibilizzando sull’AD nel suo solito stile: interloquendo con i suoi diretti interessati, i fruitori (cosa, ahinoi, per niente scontata). Muovendosi da un tema all’altro, l’incontro ha toccato le criticità che ancora vincolano l’AD e non permettono ad essa di spiccare il volo. Il tono della riunione è stato caratterizzato da trasporto e polemica, termine spesso usato nelle sue connotazioni più negative.
Ma la polemica qui ci vuole: dal greco πολεμικός (polemikós), la parola indica tutto ciò che è “attinente alla guerra”. Trattasi infatti di una vera e propria battaglia, quella delle audiodescrittrici e degli audiodescrittori seri e ben formati. Una guerra contro l’invisibilità, l’esclusione e la mediocrità sferzate da tanti agenti negativi, che per interessi personali o superficialità, banalizzano una professione dalla vocazione nobilissima (com’è per chiunque operi nel settore dell’accessibilità). Ma andiamo con ordine, toccando questi tre antagonisti contro cui lottare.

Invisibilità: qual è il colmo per un audiodescrittore – colui che rende il cinema “visibile” ai non vedenti – se non l’invisibilità? Di fatto, lo siamo. Per esempio, si è parlato degli anni di insistenza che ci sono voluti per far entrare nei vocabolari il lemma audiodescrizione all’interno delle loro raccolte, nonostante ogni film o fiction RAI si apra, ormai da anni, con il cartello che ne annuncia la fruibilità “sul canale audio digitale o satellitare dedicato”.
E che dire delle leggi che obbligano alla produzione di un’AD senza però assicurarsi che queste vengano rese fruibili? Di fatto, finiscono in cineteca senza che più nessuno possa metterci mano, o “orecchio”. Un esborso economico non indifferente che però non si traduce poi in una sua effettiva utilità.
L’invisibilità degli audiodescrittori straripa anche in àmbito fiscale: non esiste ancora un Codice ATECO per gli audiodescrittori, ovvero dei liberi professionisti che creano opere dell’ingegno com’è il copione (o testo descrittivo) di un’AD. Tutte criticità che Laura Giordani sottolinea e denuncia. Proprio sul fronte fiscale, il presidente Trombini ha dimostrato interesse, rilanciandole la palla per organizzare progetti futuri atti a battersi insieme in tal senso, con l’obiettivo di acquisire visibilità e “farsi sentire”.

Esclusione: il contrario dell’inclusività e quindi dell’accessibilità. Il testo (audio)descrittivo di un’opera è per definizione devoto all’inclusività: l’intero settore dovrebbe esserlo. L’inclusione di professionisti ciechi o ipovedenti nella filiera dell’AD dovrebbe dunque essere un qualcosa di irrinunciabile. Più di chiunque altro, loro possono percepire i bisogni dei fruitori, essendone anche i destinatari. È chiaro che per un cieco è difficile scrivere un testo di AD, ma può facilmente partecipare alla fase di collaudo o speakerarlo.
La professoressa Giordani ha portato l’esempio di Mario Loreti e Veronica Cosimelli, due ragazzi ciechi ma «dall’energia da spaccare il mondo» che ormai speakerano i copioni delle audiodescrizioni filmiche per professione.

Infine, il minimo comune denominatore di ogni lavoro superficiale: la mediocrità. È la cattiva consigliera che regna sovrana sulla spalla di tutti quei sedicenti audiodescrittori che, neofiti e sprovvisti della formazione necessaria, improvvisano scimmiottando qualsiasi AD reperibile in tivù o linea guida rintracciabile sul web, magari superata da trent’anni. Spesso non hanno un briciolo di cultura cinematografica o nozioni di linguaggio filmico, che sono imprescindibili: chi si accosta all’audiodescrizione con serietà lo sa bene. Ma, senza prenderci in giro, questo è un problema più grande: la mediocrità si deve spesso a un esercito di giovani adulti che, spaesati, tentano di insinuarsi nel mondo del lavoro alla bell’e meglio. Il sottoscritto che, venticinquenne, non da molto è transitato dal mondo della formazione a quello del lavoro, non può che confermarlo: la mediocrità è spesso un morbo che attacca anche i centri di formazione. Gli studenti impreparati, ma stufi di aspettare, daranno i frutti mediocri che formatori altrettanto scarsi avevano seminato nei loro allievi: così si alimenta un’inarrestabile catena della mediocrità.
Ma come riconoscere un’AD mediocre? Semplice: manca di tutte quelle accortezze che assicurano un ausilio accessibile per le persone con disabilità visiva e si mostra totalmente sprovvisto del rispetto in primis ai fruitori, ma poi anche all’opera audiovisiva e a chi l’ha creata, il regista.

Una buona audiodescrizione è fatta di equilibrio e discernimento: tra ciò che va detto e ciò che va lasciato intendere, rispettando ciò che il regista ha voluto per noi spettatori. Dunque mai anticipare dettagli, mai dare il nome di un personaggio prima che compaia nei dialoghi, mai sopperire alla mancanza parziale o totale del senso della vista, con un eccesso di informazioni inutili e asfissianti. Così facendo, roviniamo solo l’esperienza dello spettatore che, va ricordato, si dovrebbe solamente godere un film o l’episodio di una serie in santa pace.
Francesca, una partecipante all’incontro promosso dall’UICI Emilia Romagna, non avrebbe potuto dirlo meglio: l’AD dovrebbe «togliere al fruitore il fardello e la fatica mentale di dover unire insieme i pezzi di un puzzle disordinato, al quale mancano dei tasselli». Niente di più, niente di meno.

Da suo onorato e fortunato ex allievo, posso testimoniare che la professoressa Giordani consiglia sempre ai suoi studenti di “scrivere in punta di sedia” e di “fare venticinquemila passi indietro”: non si viene apprezzati per una scrittura autocompiaciuta e vanagloriosa, bensì per chiarezza, oggettività e semplicità (non a caso, i tre precetti fondamentali dell’AD). L’horror vacui lasciamolo ai rococò. E allora, se volessimo restare sulla scia dei classici, dalla “polemica” greca, dovremmo approdare all’aurea mediocritas latina: l’aurea via di mezzo. Il buon audiodescrittore deve saper mediare, con equilibrio e parsimonia, per assicurare un ausilio che si mantenga sempre discreto, rifuggendo dalla ridondanza.

D’altronde, la descrizione esiste da che mondo è mondo. È un fatto naturale, un bisogno che nasce dall’esperienza umana e che necessita di figure professionali che lo colmino. Rita, attrice e cantante cieca col sogno del doppiaggio, ha raccontato ai partecipanti all’incontro di quando, da piccola, la sorella le descriveva i cartoni animati come poteva. Adesso che lei è madre si chiede dov’è la giustizia nel fatto che suo figlio cieco non possa godersi un cartone animato insieme al fratello vedente, a meno che quest’ultimo non abbia voglia di armarsi della pazienza di descriverglielo come può.
Lo stesso presidente Trombini, da fruitore a contatto con tanti altri fruitori, ha dichiarato che – stando alla sua esperienza – «quasi tutti i non vedenti vanno a caccia di AD», osservando come la necessità di tale ausilio sia in crescita. Infatti, se prima degli Anni Novanta i film tendevano a lasciare molto spazio al suono e ai rumori, si è poi andati via via a dare sempre più importanza all’immagine: questo complessifica l’esperienza per le persone con disabilità visiva. Ma rimane un grosso problema: la mancanza di un indice univoco e aggiornato che renda conto dei prodotti audiodescritti. Rai e Netflix fanno un ottimo lavoro, l’app MovieReading invia delle notifiche sul cellulare, ma servirebbe un qualcosa di più ufficiale e meglio organizzato.
Questa e altre problematiche sono state portate all’orecchio delle figure UICI più di spicco a livello nazionale in un secondo incontro – il 17 dicembre – che, si è augurato il presidente Trombini, porti presto a dei frutti concreti.

La guerra all’invisibilità, all’esclusione e alla mediocrità va combattuta a spada tratta, sensibilizzando a suon di seminari, articoli e di lavori ineccepibili dal punto di vista della qualità. E a livello di attivismo sociale, il presidente del Consiglio Regionale UICI dell’Emilia Romagna, Marco Trombini, promette di andare anche oltre. Perché no? Magari con manifestazioni per acquisire quella visibilità tanto agognata. È la lotta per un futuro socialmente più accessibile per le persone con disabilità sensoriale, ma anche per uno più giusto dal punto di vista professionale per chi dedica o vorrà dedicare le proprie competenze a questa causa.

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La rigenerazione di un territorio deve passare anche per la riduzione delle disuguaglianze

«La rigenerazione di un territorio va ben oltre la sua riqualificazione fisica, sebbene quest’ultima sia necessaria: richiede interventi riparativi e generativi, capaci di creare nuove opportunità e competenze»: lo ha dichiarato Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, durante un’audizione alla Camera, presso la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie

«Come Terzo Settore osserviamo che l’approccio delle politiche pubbliche nelle periferie si rivela spesso inefficace, concentrandosi su interventi di rigenerazione urbana o di contrasto al degrado, e utilizzando misure securitarie piuttosto che azioni mirate alla riduzione delle disuguaglianze. La rigenerazione di un territorio, però, va ben oltre la sua riqualificazione fisica, sebbene quest’ultima sia necessaria: richiede interventi riparativi e generativi, capaci di creare nuove opportunità e competenze»: lo ha dichiarato Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, durante un’audizione alla Camera, presso la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. «Pertanto – ha aggiunto -, oltre agli interventi sugli edifici, le infrastrutture e gli spazi comuni, è fondamentale investire in azioni immateriali che rendano questi luoghi vivibili e attrattivi, aprendo nuove prospettive di vita e lavoro per gli abitanti. Occorre cioè migliorare l’offerta dei servizi, impostando come priorità l’istruzione, la salute, i servizi sociali e culturali, la casa, l’accessibilità e la mobilità».

«C’è bisogno – ha sottolineato ancora la Portavoce del Forum – di superare un approccio assistenzialista o pietistico e, al contrario, creare condizioni che restituiscano i diritti di base e promuovano autonomia e dignità. Lo stesso Terzo Settore, nelle periferie, si trova spesso a “riparare”, “ricucire” e “recuperare”, praticando una sorta di economia circolare applicata al sociale, mentre andrebbe valorizzato il ruolo fondamentale di esso nel costruire cittadinanza insieme a chi vive nelle periferie».

«Sono dunque quattro – ha concluso Pallucchi – le prospettive e gli interventi di sistema per le periferie da noi individuati, ovvero una politica intersettoriale in grado di integrare la riqualificazione fisica con quella sociale e culturale; la garanzia di servizi e infrastrutture pubbliche, spazi verdi e mobilità sostenibile; la promozione di politiche per un diritto all’abitare dignitoso e sostenibile; il contrasto alla povertà educativa, finanziando i Patti Educativi di Comunità e coinvolgendo tutti i soggetti del territorio». (S.B.)

A questo link è disponibile l’elenco dei soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.

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Anche Temple Grandin al convegno sullo spettro autistico di Calambrone

Temple Grandin, una delle persone più celebri al mondo nello spettro autistico, conosciuta per i suoi contributi e per la promozione della consapevolezza sull’autismo, e Giacomo Vivanti, ricercatore e docente di fama internazionale nel campo dell’autismo e del neurosviluppo, parteciperanno alla seconda edizione del convegno scientifico Disturbo dello spettro autistico e neurosviluppo: oltre i segni nucleari, organizzato per il 18 gennaio dall’IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa) Temple Grandin, una delle persone più celebri al mondo nello spettro autistico

Evento di riferimento per la comunità medico-scientifica, giunto alla sua seconda edizione, il convegno scientifico Disturbo dello spettro autistico e neurosviluppo: oltre i segni nucleari, organizzato dall’IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), si terrà presso l’Auditorium della Fondazione stessa sabato 18 gennaio (ore 8.30-17), per affrontare temi particolarmente attuali, come l’autismo e la salute pubblica, approfonditi attraverso un approccio multidisciplinare e sotto la guida del responsabile scientifico Antonio Narzisi.

Nel dettaglio del programma, la sessione mattutina, moderata da Stefano Berloffa, aprirà con l’intervento del già citato Antonio Narzisi, che esplorerà il tema dell’autismo come condizione complessa o complicata. A seguire, Gabriele Masi approfondirà il neurosviluppo in ottica evolutiva.
Tra i momenti più attesi, la lettura magistrale denominata Autismo e salute pubblica: nuove evidenze e narrazioni in conflitto, proposta da Giacomo Vivanti della Drexel University di Philadelphia (USA), ricercatore e docente di fama internazionale nel campo dell’autismo e del neurosviluppo, mentre Annarita Milone si concentrerà sul legame tra empatia e disturbi del neurosviluppo e Pamela Fantozzi presenterà un focus sulle differenze di genere nell’autismo ed empatia.
Gli interventi proseguiranno quindi con Raffaella Tancredi, che illustrerà i fenotipi clinici dell’autismo, e Gianluca Sesso, che discuterà il funzionamento autonomo alterato nei giovani con disregolazione emotiva e disturbi del neurosviluppo.

La parte pomeridiana, moderata da Antonio Narzisi, avrà quale principale protagonista Temple Grandin dell’Università del Colorado, una delle persone più celebri al mondo nello spettro autistico, conosciuta per i suoi mirabili contributi e per la promozione della consapevolezza sull’autismo. Il suo intervento, intitolato Il mondo ha bisogno di tutti i tipi di menti, sarà sostanzialmente un’analisi ispiratrice sulle diversità cognitive.
Seguirà la relazione di Alvise Casanova sull’esperienza di inclusione lavorativa con il progetto Specialisterne, con la chiusura affidata a Susanna Pelagatti, che si soffermerà sugli approcci tecnologici utili a favorire l’inclusione delle persone autistiche (Oltre le parole: approcci anche tecnologici per l’inclusione delle persone autistiche nel mondo reale: questo il titolo del suo intervento). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Roberta Rezoalli (r.rezoalli@gmail.com).

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Altre riflessioni sul Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità

Continuiamo a dare spazio a valutazioni e commenti riguardanti il Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, istituito dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e dal Decreto Legislativo 20/24, attuativo di essa, il cui collegio è stato definito nel dicembre scorso. Ad esprimersi oggi su tale argomento è l’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e del Neurosviluppo)

L’Autorità Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, prevista dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, è stata definita con il Decreto Attuativo n. 20 del 5 febbraio 2024. L’ufficio è stato reso operativo dal 1° gennaio di quest’anno. Si tratta di un organismo collegiale ed autonomo amministrativamente, non sottoposto a subordinazioni gerarchiche con sede a Roma.
L’atto di nomina è stato firmato dai Presidenti di Senato e Camera, chiamando a ricoprire tale importante ufficio per il prossimo quadriennio l’avvocato Maurizio Borgo, che assume anche la Presidenza, e il professor Francesco Vaia e il dottor Antonio Pelagatti, che andranno a comporre l’ufficio.

Tra le principali competenze e prerogative spiccano:
° vigilanza sul rispetto dei diritti e sulla conformità alle norme e ai princìpi stabiliti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e dagli altri trattati internazionali dei quali l’Italia è parte in materia di protezione dei diritti delle persone con disabilità, dalla Costituzione, dalle leggi dello Stato e dalle fonti subordinate nella medesima materia;
° contrasto dei fenomeni di discriminazione diretta e indiretta o di molestie in ragione della condizione di disabilità e del rifiuto dell’accomodamento ragionevole (di cui all’articolo 5, comma 2 del Decreto Legislativo 20/24);
° promozione dell’effettivo godimento dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone con disabilità, su base di eguaglianza con gli altri, anche impedendo che esse siano vittime di segregazione;
° raccolta delle segnalazioni provenienti dalle persone con disabilità, da chi le rappresenta, dai familiari e dalle associazioni e dagli enti legittimati ad agire in difesa delle persone con disabilità, individuati ai sensi dell’articolo 4 della Legge 1°marzo 2006, n. 67, riguardante le misure di tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazione, essendo legittimate ad agire a tutela dei diritti delle persone con disabilità le associazioni e gli enti individuati con apposito Decreto del Ministro per le Pari Opportunità, di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali;
° lo svolgere verifiche, d’ufficio o a seguito di segnalazione, sull’esistenza di fenomeni discriminatori;
° il richiedere alle amministrazioni e ai concessionari di pubblici servizi di fornire le informazioni e i documenti necessari allo svolgimento delle funzioni di loro competenza, prevedendo che i soggetti interpellati rispondano entro 30 giorni; in caso contrario, il Garante può chiedere l’ordine di esibizione dei documenti dal Presidente del Tribunale Amministrativo Regionale;
° formulazione di raccomandazioni e pareri alle amministrazioni e ai concessionari pubblici interessati sulle segnalazioni raccolte, anche in relazione a specifiche situazioni e nei confronti di singoli enti, sollecitando o proponendo, anche attraverso l’autorità di settore e di vigilanza, interventi, misure o accomodamenti ragionevoli idonei a superare le criticità;
° promozione, attraverso rapporti di collaborazione orizzontale e verticale, della cultura del rispetto dei diritti delle persone con disabilità, mediante campagne di comunicazione e informazione, progetti, iniziative e azioni positive, in particolare nelle istituzioni scolastiche, in collaborazione con le amministrazioni competenti per materia;
° promozione dei rapporti di collaborazione con i garanti e gli altri organismi pubblici comunque denominati a cui sono attribuite, a livello regionale o locale, specifiche competenze in relazione alla tutela dei diritti delle persone con disabilità, in modo da favorire, fatte salve le disposizioni vigenti in materia di trattamento dei dati anche sanitari, lo scambio di dati e di informazioni e un coordinamento sistematico ed efficace per assicurare l’applicazione uniforme dei principi di non discriminazione. Questa funzione dovrà essere esercitata secondo il principio di differenziazione, tenendo conto, dunque, delle differenze dei modelli di assistenza organizzati sui diversi territori;
° in accordo con l’articolo 4.3 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, assicura forme di consultazione sui temi affrontati, sulle campagne e sulle azioni con le organizzazioni e le associazioni rappresentative delle persone con disabilità, nell’àmbito della tutela e della promozione dei diritti delle persone con disabilità;
° trasmissione annuale, entro il 30 settembre di ogni anno, di una relazione sull’attività svolta alle Camere, nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri ovvero all’Autorità politica delegata in materia di disabilità, vale a dire il Ministro per le Disabilità;
° facoltà di visitare, senza necessità di autorizzazione o di preavviso e con accesso illimitato ai luoghi, avvalendosi, ove necessario, della collaborazione di altri organi dello Stato, le strutture che erogano servizi pubblici essenziali di cui alla Legge 12 giugno 1990, n. 146 e successive modificazioni e all’articolo 89, comma 2-bis, del Decreto Legge n. 34/2020 (Legge 77/2020);
° facoltà di visita degli istituti di cui agli articoli 67 e 67 bis della Legge 26 luglio 1975, n. 354, che detta le norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, con riferimento, rispettivamente, alla visita senza autorizzazione degli istituti penitenziari da parte di soggetti politici o dell’ordinamento giudiziario, e alla visita delle camere di sicurezza;
° agire e resistere in giudizio a difesa delle proprie prerogative con il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato;
° competenza nel definire e diffondere codici e raccolte delle buone pratiche in materia di tutela dei diritti delle persone con disabilità nonché di modelli di accomodamento ragionevole;
° collaborazione con gli organismi indipendenti nazionali nello svolgimento dei rispettivi compiti.

Il Garante si dovrà consultare, con cadenza almeno semestrale, sull’esercizio delle proprie funzioni, con le Federazioni maggiormente rappresentative delle persone con disabilità e dovrà garantire forme di concertazione in relazione alle specifiche attività di competenza. Inoltre, dovrà operare in collaborazione e stretta sinergia con l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità.
È poi importante evidenziare come la facoltà di visitare, senza necessità di autorizzazione o di preavviso e con accesso illimitato ai luoghi, le strutture che erogano servizi pubblici essenziali di cui alla Legge 146/90 (e successive modificazioni) e all’articolo 89, comma 2 bis del Decreto Legge 34/20 (Legge 77/20), e gli istituti di cui agli articoli 67 e 67 bis della Legge 354/75, conferita all’Autorità Garante per i Diritti delle Persone con Disabilità – anche in collaborazione con il Garante dei Diritti delle Persone private della Libertà Personale – sia di grande rilevanza poiché può contribuire in modo significativo a migliorare gli standard quali/quantitativi di tali importanti unità di offerta, promuovendone la transizione in chiave inclusiva e, conseguentemente, contribuire a migliorare la qualità di vita delle persone che ne usufruiscono, prevendendo e contrastando anche fenomeni di segregazione, maltrattamenti ed abusi, nonché agire affinché sia sempre garantito il pieno rispetto della loro dignità intrinseca ed estrinseca e sia contrastata ogni forma di discriminazione.
La competenza sul tema, oggi attribuita al Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità, e non più per quanto riguarda le persone con disabilità e le strutture di cui esse fruiscono, solo al Garante Nazionale delle Persone private delle Libertà Personali, contribuirà a fare chiarezza su un tema di grande rilevanza, che anche in questi giorni è stato da taluni riproposto con un approccio meramente ideologico e del tutto fuorviante. Far cioè passare il messaggio che tutte le strutture semiresidenziali e residenziali siano dei luoghi nei quali, a prescindere, le persone con disabilità vengono segregate, o peggio, rappresenta un approccio frutto di pericolosi preconcetti e foriero di grandi disastri laddove questo messaggio si dovesse tradurre in pratica: le persone con disabilità, infatti, nel rispetto dell’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU, hanno il diritto di poter scegliere dove come e con chi vivere, comprese le strutture semiresidenziali o residenziali, senza mai essere costrette ad una specifica sistemazione, contro la propria volontà.
In tale contesto la nostra Associazione ha già da tempo espresso con chiarezza la propria posizione che, oggi, viene ribadita e contrasta ogni maldestro tentativo di “generalizzata criminalizzazione” di servizi senza i quali le persone con disabilità, specie quelle a più alta complessità, non avrebbero alcuna possibilità di scegliere di poter vivere al meglio le proprie vite in luoghi adatti alle loro specifiche esigenze, ai loro desideri e alle loro aspettative.
Di contro, se qualcuno avesse evidenze di luoghi, strutture, servizi in cui le persone con disabilità vengono abusate, maltrattate, subiscono violenza o dove non ne vengono rispettati la dignità e i diritti, ha il dovere di segnalarlo a chi di dovere e non “sparare nel mucchio”: anche in questo senso siamo certi che il ruolo del nuovo ufficio del Garante assumerà una funzione centrale.

Al Garante avvocato Borgo e ai componenti l’ufficio, professor Vaia e dottor Pelagatti, va in conclusione un sincero augurio di buon lavoro da parte del nostro presidente nazionale Roberto Speziale e della nostra Associazione tutta.

*L’ANFFAS è l’Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e del Neurosviluppo.

All’operatività dal 1° gennaio 2025 dell’ufficio del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, il nostro giornale ha già dedicato i testi Fondamentale la collaborazione del Garante con le organizzazioni di persone con disabilità e Quanto potrà essere efficace l’azione di questo Garante? di Giampiero Griffo.

L'articolo Altre riflessioni sul Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità proviene da Superando.

“I Figli della Tigre” di Enrico Lombardi è anche in audiolibro

Pubblicata nel 2023, I Figli della Tigre, storia in stile fantasy di Enrico Lombardi, esce ora anche in versione audiolibro (disponibile su Audible), letta dal doppiatore professionista Alessandro Budroni. Lombardi, in una mirabile opera di trasposizione simbolica, conferisce a un episodio reale, un viaggio a Parigi del 1991, i contorni del mito, trasfigurandolo in una narrazione che incarna l’essenza di un legame indissolubile. Tutte le royalties della pubblicazione andranno alla UILDM di Pisa

Pubblicata da LCF Edizioni nel 2023, I Figli della Tigre, una storia in stile fantasy di Enrico Lombardi*, già ampiamente presentata anche su queste pagine, è uscita ora in versione audiolibro, edita da LibriVivi Media.
L’opera, disponibile su Audible (a questo link), è letta da Alessandro Budroni, doppiatore professionista con un’importante esperienza nel settore, mentre Valerio Burgio ne ha curato la veste grafica.

Parigi, 1991: è notte fonda quando quattro amici, animati da uno spirito che già prelude all’avventura, lasciano furtivamente il centro medico che li ospita. La loro meta è la Torre Eiffel, simbolo eterno di sogni e aspirazioni, che li chiama con un’attrazione irresistibile. In quel tempo, era ancora lontana la concezione inclusiva che oggi permea i luoghi di soggiorno e di incontro, eppure, in quella fuga silenziosa e temeraria, si consuma un atto iniziatico che possiede il respiro di un’epopea.
Da quel gesto, intriso di audacia e meraviglia, germina I Figli della Tigre, il racconto fantastico di Enrico Lombardi. L’autore, in una mirabile opera di trasposizione simbolica, restituisce all’episodio reale i contorni del mito, trasfigurandolo in una narrazione che incarna l’essenza di un legame indissolubile. Ciò che inizia come una ribellione giovanile si sublima in un patto eterno, attraverso il quale il lettore, in questa storia di amicizia e coraggio, potrà percepire con forza quel soffio vitale che distingue le imprese umane dalle gesta leggendarie.

Detto che tutte le royalties della pubblicazione saranno devolute alla UILDM di Pisa (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), va segnalato ancora che l’audiolibro (durata di 4 ore e 25 minuti) fa parte della collana “Azzurri – La narrativa degli autori italiani” ed è edito, come detto, da LibriVivi Media, in collaborazione con LCF Edizioni. (Simona Lancioni)

*Enrico Lombardi (Livorno, 1967-2021)
Ha vissuto cercando un equilibrio tra il suo sentire, la sua formazione e professione e il suo impegno civile. Essendo una persona con disabilità, si è impegnato sin da giovane nel contrasto alle discriminazioni e nel riconoscimento dei diritti propri e delle altre persone con disabilità.
Ancora giovanissimo, ha fondato la sezione livornese della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), l’Associazione di cui, più tardi, sarebbe divenuto presidente nazionale, oltre ad essere a lungo direttore editoriale di «DM», la rivista nazionale dell’Associazione stessa.
Dopo essersi laureato in Scienze Politiche con il massimo dei voti, ha costituito una Cooperativa Sociale finalizzata all’impiego di persone in situazione di svantaggio e si è creato una famiglia propria.
Empatico, curioso, ironico, profondo, coltivava una miriade di interessi, aveva viaggiato per l’Europa ed era appassionato di Stephen King, dei fumetti Marvel, di cinema e letteratura fantasy, di giochi di ruolo.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore –per gentile concessione.

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Franco Bomprezzi, “Il Cavaliere a rotelle”

In occasione dell’evento svoltosi per il decennale dalla scomparsa di colui che fu per dieci anni direttore responsabile di Superando, è stato presentato tra l’altro il podcast Il Cavaliere a rotelle. Franco Bomprezzi, che ne ripercorre la storia personale e professionale, attraverso la sua voce e quella dei suoi amici e colleghi

«Bambino dalle ossa di vetro e studente modello al liceo. Cronista di nera e poi giornalista a tutto tondo nelle redazioni di quotidiani locali e nazionali. Attivista per i diritti delle persone con disabilità e leader associativo attento alla comunicazione e all’uso del linguaggio. Un uomo dalla fine ironia, che vedeva la sua carrozzina come uno strumento di libertà: tutto questo e molto altro è stato Franco Bomprezzi»: è quanto si legge nel sito della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), a proposito di colui che fu direttore responsabile di Superando fino alla sua scomparsa il 18 dicembre 2014, oltreché presidente della stessa LEDHA e della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

In occasione dell’evento che si è svolto in dicembre a Milano, per il decennale dalla sua morte (se ne legga la presentazione anche sulle nostre pagine), è stata data tra l’altro visibilità al podcast denominato Il Cavaliere a rotelle. Franco Bomprezzi*, che ne ripercorre la storia personale e professionale, attraverso la sua voce e quella dei suoi amici e colleghi.
«In esso – viene spiegato – si condensa, in circa novanta minuti di ascolto, una vita straordinariamente normale, che attraversa un’epoca di grandi lotte e conquiste per i diritti delle persone con disabilità. E che ci dice molto anche sulla società in cui viviamo oggi. Il racconto della vita e del lavoro di Bomprezzi è affidato alla voce di amici, colleghi e di quanti hanno lavorato con lui nelle diverse tappe della sua carriera professionale. Oltre a contributi audio d’epoca e alla lettura di stralci di articoli pubblicati sulle diverse testate per cui Franco ha scritto».

Realizzato dalla LEDHA e dalla UILDM, con il contributo della Fondazione Cariplo (testo e voce narrante di Ilaria Sesana, sound design e post produzione di Angelo Miotto, prodotto da Intrecci Media), il podcast può essere ascoltato sulle principali piattaforme di streaming (Spotify, Spreaker, iHearth). Inoltre, le persone con disabilità uditiva e tutti coloro che abbiano piacere di leggerne i contenuti, possono a questo link trovare la trascrizione della prima puntata. (S.B.)

*Il titolo scelto per il podcast fa anche riferimento diretto al fatto che nel dicembre del 2007 Franco Bomprezzi venne insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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Non è ciò che mi aspettavo per la città di Pisa nel 2025

«Ciò che ho letto nella rivista “Pisa Futura” – scrive Serena Barachini, rivolgendosi direttamente al Sindaco della città toscana – non è ciò che mi aspettavo nel 2025 per la mia città. Avrei voluto infatti leggere della progettazione di molti più centri/servizi per persone con disabilità» Un’immagine panoramica della città di Pisa

Al Sindaco di Pisa,
mi chiamo Serena Barachini, sono pisana di nascita e lavoro all’Università di Pisa come biologa nella ricerca contro i tumori. Sono inoltre madre di una ragazza con disabilità di 22 anni.
Recentemente, leggendo la rivista «Pisa Futura» [rivista di informazione del Comune di Pisa, N.d.R.] del dicembre 2024, che ricevo per posta, ho preso atto di molteplici cantieri in corso in città, con un imponente investimento di 78 milioni di euro, tra fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), del Comune di Pisa, bandi ministeriali, fondi regionali ed altre fonti. Progetti di edilizia, riqualificazione di quartieri, scuole, asili nido, impianti sportivi, nuovi parchi, piste ciclabili e un centro “Dopo di Noi”, per una società che lei, Sindaco, definisce «House providing con l’obiettivo di valorizzare e sviluppare e promuovere le “Terre di Pisa” in modo efficace sotto un punto di vista internazionale».

Ciò che leggo, però, non è ciò che mi aspettavo nel 2025 per la mia città. Avrei voluto infatti leggere della progettazione di molti più centri/servizi per persone con disabilità.
Come può una città che si definisce pronta a valorizzare le “Terre di Pisa” su scala internazionale, trascurare l’inclusione sociale e l’accessibilità per le persone con disabilità? Penso che, oltre alla riqualificazione e agli investimenti in strutture destinate al turismo, dovremmo mettere al centro anche i bisogni quotidiani delle persone più vulnerabili.
Come cittadina e come madre di una persona con disabilità, avrei voluto leggere dei progetti per centri e servizi specifici per persone con disabilità. Eppure, l’unico accenno alla disabilità riguarda un solo progetto, il centro “Dopo di Noi”, che, purtroppo, appare come un’iniziativa isolata in un contesto troppo ampio per dare risposta a tutte le necessità.
Avrei voluto leggere del progetto di una piscina dedicata interamente alle persone con disabilità. Il nuovo impianto comunale, come riportato in «Pisa Futura», avrà tre vasche: una per la pallanuoto, una per relax e addestramento e una ricreativa per i bambini più piccoli. Tuttavia non trovo alcuna menzione di una vasca adibita alle persone con difficoltà motorie, tra cui anche gli anziani, con corsi specifici. La vecchia struttura sarà dedicata alle persone con disabilità o verrà smantellata? A mia figlia sono stati assegnati anche dei fondi tramite un bando che rimborsa totalmente la piscina, ma purtroppo ad oggi non possiamo usufruirne, poiché a Pisa non c’è nessuna piscina comunale che offra questo servizio.
Ad oggi molti cittadini con problemi motori, fra cui anche mia figlia, sono costretti a rivolgersi a strutture private a pagamento, dove la seduta in piscina viene considerata fisioterapia e, di conseguenza ha costi significativamente più elevati rispetto ad un normale corso di nuoto presso una piscina comunale.
Avrei poi voluto leggere che oltre a costruire innumerevoli piste ciclabili, il Comune di Pisa offrisse la possibilità alle persone con disabilità di poterne usufruire tramite l’uso di Cargo Bike (biciclette per poter portare sia ragazzi/ragazze con disabilità che persone anziane). In molte città italiane sono ormai messe a disposizione dagli esercenti che affittano le bici, per poter rendere la città accessibile a tutti.
E ancora, avrei voluto leggere che in estate fosse possibile fare il bagno anche per le persone con disabilità nelle strutture balneari pisane. In molte città italiane, i comuni mettono a disposizione sedie a rotelle da spiaggia (diverse dalle Job, che sono difficili da manovrare e richiedono almeno quattro assistenti per essere spostate in acqua), per facilitare l’accesso al mare in modo dignitoso e senza oneri aggiuntivi.
Recentemente sono stata a Rimini, città di eccellenza riguardo all’accessibilità al mare, e mi sono informata su come funzionasse la cosa. La risposta è stata molto semplice e chiara, come chiara era per loro la necessità di rendere la spiaggia accessibile a tutti: hanno finanziato l’acquisto di una decina di sedie a rotelle da spiaggia, grazie alla collaborazione con esercenti locali. Queste sedie vengono custodite dalla pubblica assistenza del litorale: la mattina la persona con disabilità si presenta da loro, richiede una sedia in un determinato stabilimento balneare e la pubblica assistenza si occupa di portarla in quello stabilimento e di andare la sera a riprenderla per custodirla presso la sede della pubblica assistenza.
Avrei quindi voluto leggere di campi solari estivi comunali accessibili alle persone con disabilità. Ogni estate cerco di iscrivere mia figlia, ma l’accesso le viene negato a causa della mancanza di personale qualificato e di strutture accessibili disponibili su territorio, nonostante il Comune affermi che i campi solari sono aperti anche alle persone con disabilità.
Avrei voluto infine leggere di un’Associazione simile ad UGO, ideata da un’imprenditrice di Milano, Michela Conti, finalista del premio Gamma Donna del 2024. Questa Associazione lavora nell’area dei servizi assistenziali a persone bisognose (disabili, anziani, persone in chemioterapia), fornisce assistenza ai caregiver con operatori selezionati e formati adeguatamente a prezzi accessibili ed è attiva in molte città italiane (Milano, Bologna, Firenze, Genova, Padova). Una sfida bellissima in collaborazione con enti privati e pubblici. I lavoratori-caregiver, come me, hanno moltissime difficoltà a lavorare per la mancanza di personale/assistente qualificati e questo crea notevoli ripercussioni sul lavoro.

Avrei voluto leggere di tutto questo sulla rivista della mia città per poter sperare in un futuro più accessibile non solo per mia figlia, ma per una cittadinanza che merita una visione più chiara e più inclusiva, attenta alle esigenze di tutti.
Ho già tentato come cittadina di sollevare questi problemi, parlando con l’assessora alla Disabilità Giulia Gambini, con l’assessora allo Sport Frida Scarpa e con la presidente della Società della Salute Giulia Guainai, ma purtroppo le mie richieste hanno sentito solo l’eco della mia voce.
Sarò anche una piccola fiammiferaia, che cerca di accendere una piccola luce in una realtà che sembra non prestare attenzione ai bisogni di chi è più fragile, ma nonostante tutto ho ancora un sacco di fiammiferi da accendere!

*Serena Barachini è ricercatrice presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa.

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