Poli ad orientamento artistico e performativo
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Qualche settimana fa, l’AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) aveva segnalato sulle nostre pagine come il rifiuto da parte della Società Sportiva Dilettantistica Formia Atletica Leggera di formare i propri istruttori per la somministrazione di un farmaco utile ad interrompere le possibili crisi epilettiche prolungate di un minore, ne avesse impedito la partecipazione, assieme ai suoi pari, al Summer Camp 2026 organizzato da quella stessa Società.
Torna ora a informare l’AICE, che «grazie alla disponibilità dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Sema Sport Scuola Danza Respiro di Castelforte (Latina), il giovane è da ieri, 29 giugno, incluso assieme ai propri pari nella Colonia Estiva di Castelforte, un’inclusione resa possibile, oltreché dall’atteggiamento all’insegna della sensibilità dei componenti di quell’Associazione, anche grazie a un corso di formazione da noi promosso, sulla somministrazione, per via oro-mucosale, di un medicinale, la cui responsabilità dei conseguenti effetti rimane in capo al medico prescrittore e non al somministratore, senza prevedere competenza o discrezionalità sanitaria. Un corso in cui, oltre agli aspetti di prima informazione sull’epilessia, sulle crisi e sulla loro gestione assistenziale, si affronta in modo “deansificante” la “drammaticità” della crisi epilettica con attenzione sia normativa che emotiva per il somministratore e per gli astanti, sviluppando con la loro conoscenza e partecipazione all’atto inclusivo una maggiore cultura di solidarietà».
«Nelle comunicazioni di Vincenzo Scipione, presidente della Società Formia Atletica Leggera – aggiungono dall’AICE – è rimasto purtroppo costante, nel lungo confronto avuto con la nostra Associazione, il rifiuto di formare i propri istruttori e volontari per il bisogno del minore, e questo anche nonostante il “ragionevole accomodamento” proposto dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità tramite la propria Delibera n. 18. Ed è utile anche ricordare che nei corsi di primo soccorso previsti dalla norma sono contenuti gli interventi per crisi convulsiva, come per allergia, asma ecc., ciò per il bene di tutti i minori affidati».
«Il tentativo permanente del Presidente di Formia Atletica Leggere di scaricare l’onere inclusivo sulla famiglia o su terzi – concludono dall’AICE – senza sviluppare l’inclusività della propria organizzazione, non ha quindi solo determinato una discriminazione per il minore e la sua famiglia, ma a fronte dell’azione inclusiva dell’Associazione Sema Sport Scuola Danza Respiro, ha portato anche all’assegnazione del nostro premio 6 con NOI, con 1.000 euro alla “combattiva famiglia” e 1.000 euro alla stessa Associazione includente. La consegna del premio sarà certo l’occasione per tutto il territorio coinvolto dell’ulteriore sviluppo di una cultura che anziché discriminare sul bisogno di una persona con epilessia, o altra condizione patologica, ne tragga spunto per una crescita solidale». (S.B.)
Per ulteriori informazioni: assaice@gmail.com.L'articolo Lo sport per un minore con epilessia: c’è chi dice no e c’è chi dice sì! proviene da Superando.
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Anche dopo la nascita dell’Autorità Garante nazionale per i Diritti delle persone con disabilità, il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha continuato ad occuparsi anche di persone con disabilità – come previsto tra le proprie competenze – e più specificamente, mediante la propria Unità Organizzativa n. 5, del monitoraggio dei luoghi di privazione della libertà personale in àmbito sociale, sanitario e socio sanitario (in particolare le residenze per persone con disabilità minori o adulte o per persone anziane, dove in passato siano state rilevate situazioni di privazioni di libertà di fatto), trattando le segnalazioni ad essi relative.
Recentemente il Garante ha presentato al Parlamento la propria Relazione Annuale (disponibile integralmente a questo link), riferita ai dati del 2024 (integrata da dati del 2025), ove alle pagine 224-225 si legge che, nonostante il notevole ridimensionamento della dotazione organica componente la citata Unità Organizzativa n. 5, «nel periodo di riferimento sono state esaminate 53 istanze relative in massima parte alla permanenza presso le strutture residenziali sanitarie e socio-sanitarie».
L’analisi di tali istanze, dunque, «ha messo in evidenza i limiti che incidono profondamente sulla qualità della vita all’interno delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e delle Residenze Sanitarie per Disabili (RSD). Sono emerse talora restrizioni alla libertà di movimento sproporzionate rispetto alle reali esigenze cliniche dei residenti, accompagnate da prassi organizzative orientate più al rispetto di schemi gestionali standard che alle necessità individuali di ciascuna persona».
«Un aspetto rilevante in merito – si legge ancora – riguarda la continuità dei legami familiari e sociali, spesso compromessa da regolamenti interni rigidi (orari di visita limitativi e obbligo di prenotazioni preventive). Tali prassi, sebbene motivate da esigenze organizzative, riducono significativamente la possibilità per gli ospiti di mantenere rapporti affettivi significativi e di conservare un contatto vitale con la comunità di riferimento».
Ulteriore passaggio significativo riguarda il fatto che «la situazione trova complicazioni ulteriori quando l’esercizio del diritto fondamentale in oggetto dipende dall’amministratore di sostegno. In assenza di un controllo tempestivo e rigoroso da parte del giudice tutelare, l’ampio margine di discrezionalità riconosciuto all’amministratore può tradursi in azioni limitative o arbitrarie dei contatti e delle relazioni familiari e sociali, incidendo negativamente sulla dignità e sull’autonomia delle persone fragili. In quest’ottica, emerge chiaramente il rischio di una deriva impropria della funzione dell’amministratore di sostegno, con ripercussioni significative nella riduzione delle visite dei familiari, nell’impossibilità di mantenere contatti con persone affettivamente significative e, più in generale, nella compressione delle possibilità di costruire relazioni di sostegno e di appartenenza sociale».
«Le conseguenze disfunzionali del fenomeno – conclude la Relazione su tale tema -, mostrano pertanto, la necessità del rafforzamento sul controllo da parte del giudice tutelare, affinché l’azione dell’amministratore non diventi arbitraria, in particolare se non proporzionata al caso specifico e non giustificata da ragioni cliniche documentate». (S.B.)
L'articolo RSA e RSD: sproporzionate restrizioni alla libertà di movimento dei residenti proviene da Superando.
La disabilità si rapporta in vari modi al male. Per capire in quali, occorre cercare prima di comprendere cosa è il male, argomento propriamente filosofico.
La storia della filosofia, com’è noto, offre molteplici definizioni di questo concetto. Tra esse la migliore, a mio avviso, è quella della filosofia greca classica. Per Platone e Aristotele il male è l’opposto del bene, il quale, a sua volta, è – mi scuseranno gli esperti se semplifico un po’ -, per ogni ente, tutto ciò che favorisce la realizzazione della sua natura. Per un essere umano, dunque, il bene consiste in ciò che fa fiorire la sua umanità. E in generale, fare il bene consiste nell’avere rispetto e cura di se stessi e di tutti gli altri “enti”, dato che tutto, nella realtà, è collegato. L’essere umano che, con intelligenza, fa il bene degli altri enti, soprattutto di quelli che hanno maggiore bisogno di riceverne, pone pertanto in atto nella maniera migliore la propria natura razionale e morale, vivendo così in modo massimamente felice, data la sua condizione. Va da sé, in base a quanto detto, che il male consiste, per ogni ente, in tutto ciò che ne derealizza la natura, ossia che ne riduce le potenzialità di vita, ovvero in ogni mancanza di rispetto e di cura.
Dopo avere compreso, almeno a grandi linee, in cosa consiste il male, è possibile cercare di capire come esso si rapporti al tema della disabilità. Come anticipato, vi si rapporta in molti modi. Pensiamo soltanto alle varie prassi con cui alcune persone, o istituzioni, si mostrano prive di rispetto, nonché di cura, per i soggetti con compromissioni funzionali, che contribuiscono così, socialmente, a “disabilitare” in maniera ulteriore. Il male qui, appunto, sta nei comportamenti, individuali come collettivi.
Vorrei, tuttavia, soffermarmi su un tema più originario e cercherò di farlo in modo semplice, riportando un episodio accadutomi durante la prima presentazione del mio libro Filosofia, inclusione, comunità.
Mi trovavo, in una sera dello scorso mese di gennaio, sul lago d’Iseo in un antico monastero. C’era un discreto numero di persone, in un clima piuttosto partecipato. Come noto, al termine di questi incontri, vi sono spesso interventi da parte del pubblico. La domanda che ricordo maggiormente, fra quelle ricevute, fu fatta da un signore piuttosto anziano, direi sicuramente ultraottantenne. Nel presentare alcune tesi del libro, quella sera, avevo utilizzato un’analogia, dicendo che, così come ad un martello, o ad una pinza, o ad un cacciavite, non si può chiedere più di quello che possono dare, la stessa cosa – fermo restando il ricercare sempre il migliore sviluppo delle loro potenzialità – si dovrebbe fare a scuola con i propri studenti, soprattutto quelli con disabilità, nonché in generale con tutte le persone. Non siamo tutti martelli, così come non siamo tutti pinze, né tutti cacciaviti, ma il bello è proprio questo: che nella vita sono utili sia i martelli che le pinze che i cacciaviti, e, direi, molti altri arnesi ancora. Di ciò, in classe, i docenti devono tenere conto, non utilizzando solo la “modalità martello”, ovvero, solitamente, la sequenza “spiego-studiate-interrogo”, bensì favorendo pratiche didattiche maggiormente comunitarie, che consentano il coinvolgimento armonico di tutti gli “strumenti”.
L’anziano signore, di rara gentilezza, esordì nel modo seguente: «Sa, professore, io sono una di quelle persone che nella vita non ha studiato, perché ho lavorato fin da piccolo, proprio con i martelli e le pinze, come diceva lei. Vorrei però farle una domanda, se posso». «Va bene, basta che non sia troppo difficile, altrimenti non so rispondere e faccio brutta figura», dissi come d’abitudine, per ridurre per tutti ogni possibile timore. Al che il signore: «No, non si preoccupi. Volevo solo chiederle perché, secondo lei, il buon Dio ha creato tanta sofferenza, ad esempio per quei bambini disabili con gravissime malattie, che spesso muoiono piccoli. Perché tutto questo male: lei, che è un filosofo, lo sa?».
L’atmosfera si fece, improvvisamente, seria. Cercai di uscirne con un po’ di ironia, iniziando con un «meno male che non era una domanda difficile…». Aggiunsi poi che avrei dovuto parlare del buon Dio a casa sua, dato che ci trovavamo in chiesa, e che forse non ero autorizzato. Provai anche a dire che non sono proprio un filosofo – i filosofi sono Platone, Aristotele, Kant, Hegel ecc. –, ma solo uno studioso di filosofia, per cui forse mi chiedeva troppo. Il signore, però, mi rispose con queste parole: «Lei lo sa, ma non me lo vuole dire».
Il rispetto, ossia il non fare il male, è doveroso in ogni situazione, e la mia risposta – giusta o sbagliata – avrebbe potuto ferire quella persona, con una fede semplice, sebbene non banale. Forse ebbi rispetto, ma, ripensandoci, probabilmente non ebbi abbastanza cura di quest’uomo, dunque non gli feci davvero del bene. Magari, qualunque fosse stata la risposta, avrebbe potuto essergli utile. Avevo dovuto decidere sul momento, ma credo di avere sbagliato, nel timore di deludere lui, o altre persone presenti, le quali, solo in quanto si trovavano in chiesa, alla presentazione di un libro di una casa editrice di ispirazione cattolica come Morcelliana, ritenevo in larga parte credenti.
Se potessi tornare indietro – ma non si può –, risponderei nel modo seguente. Direi che al Dio cristiano sono per tradizione attribuite due caratteristiche: quella di essere massimamente potente, e quella di essere massimamente buono. Molti filosofi e teologi, in passato, hanno tuttavia problematizzato queste attribuzioni. Se Dio, che conosce tutto ciò che accade – dunque anche le sofferenze che talvolta la disabilità produce –, lascia che queste cose succedano, delle due l’una: o lo fa perché non è massimamente potente, dunque non può intervenire, o perché non è massimamente buono, quindi non vuole intervenire. Poiché tali sofferenze, in ogni caso, avvengono, Dio può allora non essere, forse, ciò che la tradizione cristiana ritiene che sia. O, forse, è solo il nome che, per paura della morte, molti esseri umani attribuiscono alla natura, mediante la quale, invece, sarebbe possibile spiegare ciò che, con le premesse di quel garbato signore, risulta, purtroppo, inspiegabile.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
L'articolo Cos’è il bene, cos’è il male e una domanda a cui non seppi rispondere proviene da Superando.
Sorge a Padova ed è una realtà interdisciplinare che promuove salute mentale, apprendimento, autonomia e inclusione attraverso la costruzione di contesti, opportunità e reti capaci di ampliare concretamente le possibilità di partecipazione delle persone alla vita sociale. È il Centro Clinico Stella Polare la cui attività si colloca all’intersezione tra psicologia, pedagogia, riabilitazione, sviluppo di comunità, inclusione sociale, formazione e progettazione territoriale. L’obiettivo non è limitato all’erogazione di prestazioni cliniche, educative o riabilitative, ma consiste nella creazione di condizioni che permettano alle persone di assumere ruoli significativi, sviluppare competenze, costruire relazioni e realizzare il proprio Progetto di Vita.
In altre parole, la visione che orienta il lavoro di questo Centro considera salute mentale, apprendimento, inclusione e qualità della vita come esiti che emergono dall’incontro tra caratteristiche individuali, relazioni, comunità e opportunità concrete di azione. Per questo motivo Stella Polare rappresenta un modello integrato di sviluppo umano e partecipazione sociale, più che una semplice somma di servizi specialistici.
Il Centro opera prevalentemente nei campi della psicologia clinica, della salute mentale, della riabilitazione, dell’educazione e dell’inclusione sociale, integrando intervento diretto, ricerca, formazione e progettazione di contesti generativi. Pur riconoscendo il valore della psicologia della prestazione in àmbito sportivo e organizzativo, Stella Polare orienta la propria attività principalmente verso una psicologia della partecipazione, della possibilità e dell’abitare il mondo, rivolta a sostenere le persone nell’ampliamento dei propri margini reali di scelta e di azione.
L’organizzazione si fonda su un modello ibrido che integra competenze specialistiche e presenza territoriale, articolato su tre direttrici strategiche.
° Hub specialistico che rappresenta il nucleo clinico, diagnostico e progettuale del sistema. Al suo interno vengono sviluppate attività di valutazione clinica e funzionale; psicoterapia; neuropsicologia; clinica dell’età evolutiva; progettazione individualizzata; ricerca e sviluppo metodologico; supervisione; formazione di operatori e professionisti. L’Hub costituisce il centro generativo dell’intero modello, garantendo competenza specialistica, continuità metodologica e qualità degli interventi.
° Presìdi Territoriali di Rete: rappresentano le articolazioni territoriali del Centro e operano come vere e proprie “antenne di prossimità”. Presenti nei contesti reali della vita quotidiana — scuole, associazioni, società sportive, biblioteche, centri giovanili, quartieri, contesti naturali e reti informali —svolgono funzioni di osservazione, accompagnamento, partecipazione e sviluppo comunitario. La loro finalità non è soltanto intercettare situazioni di disagio, ma individuare precocemente bisogni, risorse, opportunità e traiettorie evolutive, mantenendo un collegamento costante tra comunità e competenze specialistiche.
° Valutazione dell’impatto reale: il Centro adotta una prospettiva orientata agli esiti concreti nella vita delle persone, se è vero che l’efficacia degli interventi non viene misurata esclusivamente attraverso il numero di prestazioni erogate, ma tramite la capacità di produrre cambiamenti significativi nei percorsi di vita. Gli indicatori principali riguardano: l’incremento della partecipazione sociale; l’acquisizione di nuovi ruoli; l’ampliamento delle opportunità di scelta; il miglioramento della qualità di vita; lo sviluppo dell’autonomia; il rafforzamento delle reti relazionali; l’aumento delle capacità di abitare in modo competente i propri contesti. Questa impostazione si ispira ai principi del cosiddetto Capability Approach, che pone al centro le opportunità effettive di cui una persona dispone per realizzare la propria vita.
A questo punto vanno delineati gli àmbiti di attività di Stella Polare, a partire dall’Area psicologica e clinica che vede il Centro operare nei seguenti settori: psicologia clinica e della salute; psicoterapia; psicologia di comunità; psicologia della riabilitazione; psicologia della disabilità; psicologia dell’età evolutiva e dell’adolescenza; psicologia familiare e dei gruppi; psicologia sociale e dell’inclusione; orientamento scolastico e professionale; psicologia dello sport in chiave partecipativa; psicologia ambientale; screening e osservazione funzionale; progettazione sociale.
Per quanto riguarda invece l’Area educativa e pedagogica, le attività comprendono: pedagogia speciale e inclusiva; educazione all’autonomia e alla cittadinanza; educazione socio-relazionale; educazione attraverso il lavoro e i ruoli sociali; educazione esperienziale e outdoor education; interventi assistiti con il cavallo; metodo di studio e supporto all’apprendimento; orientamento scolastico e professionale; formazione degli adulti e degli operatori; progettazione educativa; supervisione educativa; ricerca-azione; progettazione del Progetto di Vita.
Infine, l’Area riabilitativa, rispetto alla quale la riabilitazione viene intesa in una prospettiva ampia e partecipativa, attraverso: riabilitazione individuale e sociale; riabilitazione territoriale e comunitaria; terapia occupazionale; psicomotricità; attività espressive, musicali e corporee; laboratori esperienziali; attività motorie e in acqua; interventi assistiti con il cavallo; percorsi di autonomia; costruzione del Progetto di Vita.
Il Centro integra inoltre contributi provenienti dalla sociologia applicata, dall’antropologia e dai Disability Studies, promuovendo una lettura della disabilità e della salute mentale centrata sulla relazione tra persona, contesto, opportunità e partecipazione. Particolare attenzione in tal senso viene dedicata allo sviluppo di reti territoriali, comunità inclusive, percorsi di cittadinanza attiva e processi di costruzione del capitale sociale.
Le varie attività vengono realizzate attraverso strumenti e interventi integrati, tra cui consulenza psicologica e psicoterapia; valutazione clinica e osservazione funzionale; progettazione individualizzata e Progetto di Vita; interventi domiciliari e territoriali; Laboratori Terapeutico-Residenziali (LTR); gruppi terapeutici, educativi ed esperienziali; sostegno a famiglie, caregiver e sibling (fratelli e sorelle di persone con disabilità); orientamento scolastico, formativo e lavorativo; interventi sui processi di apprendimento; supervisione e formazione professionale; terapia occupazionale; interventi assistiti con il cavallo; attività sportive, artistiche ed espressive; attività outdoor e in ambiente naturale; ricerca-azione e sviluppo di comunità; Presìdi Territoriali di Rete (PTR).
In conclusione si può dire che l’obiettivo principale del Centro Clinico Stella Polare sia costruire le condizioni che consentano alle persone di partecipare pienamente alla vita sociale, apprendere, sviluppare autonomia, assumere ruoli significativi e realizzare il proprio Progetto di Vita. Curare, educare e riabilitare rappresentano infatti strumenti importanti, ma il fine ultimo è ampliare concretamente le possibilità di azione, scelta e partecipazione di ogni persona all’interno della comunità.
L'articolo Costruire le condizioni per far sì che le persone partecipino pienamente alla vita sociale proviene da Superando.
Esiste un confine sottile, ma invalicabile, tra la sensibilizzazione e la spettacolarizzazione. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla disabilità sembra avere smarrito la strada della concretezza per imboccare quella, decisamente più confortevole ma meno efficace, del grande evento. Festival, maratone televisive, premiazioni e campagne social ad alto tasso emotivo si sono moltiplicati. Eppure, a fronte di una sovraesposizione mediatica senza precedenti, la quotidianità delle persone con disabilità e delle loro famiglie resta spesso ancorata alle medesime, storiche carenze strutturali. Questo anche con la complicità delle Associazioni di tutela. È tempo di invertire la rotta ed è necessario che la discussione sulla disabilità esca dai riflettori degli eventi-spettacolo e ritorni nei luoghi preposti.
La narrazione attuale tende ad oscillare tra due estremi altrettanto retorici: il pietismo assistenzialista e l’“eroicizzazione” della persona con disabilità (il cosiddetto Inspiration Porn). L’evento temporaneo risponde perfettamente a questa logica. Crea una bolla di empatia artificiale, un’auto-assoluzione collettiva in cui istituzioni e cittadinanza si sentono “inclusive” per la durata di un convegno o di un evento.
Il limite tipico di questo approccio è la sua natura occasionale. Quando i riflettori si spengono e i palchi vengono smontati, i problemi restano: i trasporti pubblici inaccessibili, i fondi per i caregiver familiari sempre insufficienti, i progetti di vita indipendente fermi al palo e l’inserimento lavorativo ridotto a un mero adempimento burocratico.
Riportare il confronto nelle sedi adeguate significa restituire alla disabilità la sua vera natura: non un tema emergenziale o d’intrattenimento, ma una questione di diritti civili, politici ed economici.
I luoghi in cui si deve tornare a discutere e, soprattutto, a decidere sono ben precisi, vale a dire le sedi istituzionali e i tavoli di bilancio, ove si definisce la reale priorità di un Paese. Discutere di disabilità nei luoghi preposti significa programmare i piani di zona, stanziare fondi strutturali (e non una tantum); la scuola e le università: l’inclusione, infatti, non può essere delegata alla singola “giornata a tema”. Deve diventare parte integrante della formazione dei futuri progettisti, ingegneri, medici e insegnanti, attraverso la progettazione universale; i luoghi di lavoro e il confronto sindacale: il diritto al lavoro si difende applicando seriamente il collocamento mirato e investendo sull’accomodamento ragionevole, trasformando l’ufficio in uno spazio accessibile e non il lavoratore in una quota da coprire per evitare sanzioni.
Il passaggio dai festival ai luoghi della politica e della programmazione segna dunque il passaggio culturale dalla logica della “concessione benefica” a quella del diritto esigibile. La spettacolarizzazione anestetizza la spinta al cambiamento: commuove, ma non risolve. Per garantire una reale cittadinanza alle persone con disabilità non servono nuovi palcoscenici dedicati, ma la garanzia che le porte dei luoghi dove si decide il futuro della società siano finalmente, e permanentemente, aperte a tutti.
Quando si analizza la deriva spettacolarizzante e la perdita di concretezza nel dibattito sulla disabilità, la tendenza immediata è quella di puntare il dito contro le Istituzioni assenti o i media in cerca di click. Esiste però una verità più complessa e scomoda che richiede un esercizio di trasparenza: parte di questa responsabilità ricade sulle stesse Associazioni di rappresentanza.
Nate come avamposti di lotta per i diritti civili, alcune realtà del Terzo Settore sembrano avere progressivamente smarrito la spinta propulsiva dei decenni scorsi, scivolando in dinamiche che alimentano, anziché contrastare, l’isolamento istituzionale del tema.
Il primo nodo critico riguarda l’adesione, talvolta entusiastica, alla logica del palcoscenico. Spesso sono le stesse Associazioni a promuovere, patrocinare o accettare di partecipare a festival, premi e rassegne che riducono la disabilità a una narrazione rassicurante e “ispirazionale”.
Accettare questo compromesso significa, di fatto, legittimare la politica del consenso facile. Per un’Associazione, organizzare o presenziare a un grande evento mediatico garantisce visibilità immediata, ritorni d’immagine e, talvolta, l’accesso a finanziamenti temporanei. Tuttavia, questo avviene a un prezzo altissimo: l’accettazione implicita di essere confinati in uno spazio “speciale” e separato, rinunciando a presidiare con fermezza i tavoli tecnici dove si decidono i bilanci e le riforme strutturali.
Negli ultimi vent’anni, molte grandi Associazioni hanno vissuto una profonda mutazione genetica, trasformandosi da organi di pressione politica e tutela dei diritti a veri e propri enti gestori di servizi in convenzione con lo Stato (centri diurni, riabilitazione, residenze, assistenza domiciliare).
Se da un lato questo garantisce la sopravvivenza di prestazioni fondamentali per le famiglie, dall’altro crea un evidente conflitto di interessi: un’Associazione che dipende economicamente dalle convenzioni stipulate con la Regione o con il Comune difficilmente potrà esercitare una critica feroce e indipendente contro quelle stesse Istituzioni quando le politiche sociali falliscono. Il rischio è la burocratizzazione del dissenso e la perdita della spinta rivendicativa originaria.
Per uscire quindi da questa impasse e pretendere che il dibattito torni nei luoghi preposti, il mondo associativo deve compiere un radicale esame di coscienza, poggiando su tre pilastri:
° Rifiutare la logica della delega e del palcoscenico: dire “no” agli eventi-vetrina che non producono impegni normativi o economici vincolanti da parte della politica.
° Superare le barriere identitarie: costruire cioè coalizioni trasversali capaci di parlare il linguaggio dei diritti umani e della cittadinanza universale, superando la logica dello “specifico disturbo”.
° Investire sulla competenza tecnica: per sedere ai tavoli di co-progettazione non basta l’esperienza vissuta della disabilità; servono competenze legali, economiche e urbanistiche. Le Associazioni devono tornare a essere centri di elaborazione politica capaci di scrivere Decreti e monitorare i flussi di cassa, non solo di denunciare i disservizi.
Solo smettendo di essere complici della spettacolarizzazione, le Associazioni potranno ritrovare l’autorevolezza necessaria per costringere la politica a discutere di disabilità non quando c’è una telecamera accesa, ma quando c’è una legge di bilancio da votare.
*Sociologo.
L'articolo Oltre la logica del palcoscenico: perché la disabilità deve tornare nei luoghi preposti proviene da Superando.
Come si progettano città, servizi, tecnologie e ambienti capaci di rispondere alla crescente complessità della società contemporanea? E soprattutto, chi saranno i professionisti chiamati a immaginare e costruire tali contesti? Sono domande che riguardano tutti noi. Riguardano i bambini e gli anziani, le persone con disabilità e quelle che attraversano momenti di fragilità temporanea, chi arriva da altri Paesi e chi si confronta con bisogni e condizioni differenti nel corso della propria vita.
È proprio a partire da queste domande che nasce la Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, promossa dall’Università di Bergamo, in collaborazione con l’Università del Salento [se ne legga già in alcune occasioni sulle nostre pagine l’ultima delle quali a questo link, N.d.R.].
A raccontarcene le finalità e prospettive è Serenella Besio, professoressa ordinaria di Pedagogia Speciale, delegata del Rettore per le Politiche su Disabilità e Diversità e direttrice del Corso di Specializzazione per le Attività di Sostegno nell’Università di Bergamo, con la quale ho avuto il piacere di interloquire la scorsa settimana.
L’impressione che emerge fin da subito è che non ci si trovi di fronte semplicemente a un nuovo percorso accademico, ma a una proposta formativa che guardi con decisione alle trasformazioni della società dei prossimi decenni. «Il corso – mi spiega la professoressa Besio – è organizzato secondo una modalità innovativa: il 75% delle attività si svolge online, mentre il restante 25% è dedicato a laboratori, seminari e attività in presenza. Una formula pensata per favorire la partecipazione di studenti provenienti da territori diversi e, allo stesso tempo, per garantire un contatto diretto con la realtà dell’ateneo».
Grazie infatti alla collaborazione tra l’Università di Bergamo e quella del Salento, gli incontri in presenza, i seminari e le prove d’esame possono svolgersi sia a Bergamo che a Lecce, offrendo quindi una maggiore flessibilità organizzativa e riducendo le difficoltà legate alla distanza geografica.
«Le attività laboratoriali – prosegue Besio – costituiscono uno degli elementi più caratterizzanti del percorso. Gli studenti avranno infatti la possibilità di confrontarsi con problematiche, esigenze e situazioni autentiche: dall’accessibilità dei servizi territoriali alle barriere architettoniche, dall’organizzazione degli ambienti di vita alle tecnologie per l’autonomia, fino alla progettazione di soluzioni capaci di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone».
Anche la struttura didattica riflette questa impostazione interdisciplinare. Il corso è articolato in sette Educational Cluster (“aree tematiche”), ciascuno dei quali composto da quattro moduli, che mettono in dialogo competenze educative, sociali, tecnologiche e progettuali.
Ma forse l’aspetto più interessante riguarda la visione che sostiene l’intero progetto. «Per molti anni – sottolinea la docente dell’Ateneo orobico – la società ha affrontato i problemi dell’accessibilità intervenendo “a valle”, quando le difficoltà erano già emerse. Prima si progettava un edificio, un servizio o una tecnologia; successivamente si cercava di adattarli alle esigenze delle persone che ne restavano escluse. Oggi questa logica mostra sempre più chiaramente i propri limiti. L’invecchiamento della popolazione, l’evoluzione tecnologica, i cambiamenti sociali e la crescente attenzione ai diritti delle persone richiedono infatti un approccio differente. Non basta più correggere gli ostacoli esistenti: occorre imparare a prevenirli, progettando fin dall’inizio contesti capaci di accogliere la diversità delle esperienze umane». Ed è proprio in questa prospettiva che Serenella Besio colloca il valore del nuovo corso di laurea. La società avrà sempre più bisogno di professionisti capaci di studiare, ideare e realizzare soluzioni “a monte”, prima che le criticità si trasformino in esclusione, disuguaglianza o limitazione delle opportunità.
Le chiedo quindi quali siano le possibili prospettive sul piano occupazionale. «Sono prospettive ampie – mi risponde – che attraversano numerosi settori: Amministrazioni Pubbliche, Enti del Terzo Settore, scuole, servizi educativi, organizzazioni sociali e realtà impegnate nella progettazione di interventi e politiche rivolte alle persone e alle comunità. Proprio per questo sarà importante che ogni studente, durante il proprio percorso formativo, individui l’àmbito maggiormente coerente con le proprie inclinazioni e competenze».
In fondo, dunque, il significato più profondo di questa iniziativa va ben oltre la nascita di un nuovo corso universitario. Formare professionisti capaci di leggere il rapporto tra persone e contesti significa investire in una società che non si limiti a rispondere ai bisogni quando questi emergono, ma che provi a immaginarli in anticipo. Significa passare dalla cultura dell’adattamento a quella della progettazione. Significa in sostanza comprendere che la qualità della vita delle persone dipende anche dalla qualità degli ambienti, dei servizi e delle opportunità che la collettività è in grado di costruire. E forse è proprio questa la sfida più importante che il futuro ci pone davanti.
L'articolo Una Laurea Magistrale per costruire i contesti di vita di domani, progettandoli “a monte” proviene da Superando.
Gentile Signor Stoica, ho letto nella sua pagina Facebook i suoi interventi di critica all’inclusione degli alunni con particolari disabilità, il primo dei quali intitolato Sono disabile e dico sì alle classi separate*. Sono anch’io una persona con disabilità visiva che ha svolto la propria formazione scolastica e universitaria tra la seconda metà degli Anni Quaranta del secolo scorso e l’inizio degli Anni Sessanta (può quindi immaginare quante decine di anni ho sul groppone), nel profondo Sud, laureandomi con lode in Giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma. Quindi non mi sono avvalso di insegnanti di sostegno, né di assistenti per l’autonomia e la comunicazione, di cui non erano stati inventati neppure i nomi. Non conoscevo il Braille, ma “me la sono cavata bene” grazie alla presenza di docenti professionalmente preparati e di compagni collaborativi. Ho fatto amicizia con i miei compagni che venivano a casa a leggere e a fare i compiti con me. L’amicizia instaurata con alcuni di loro dura ancora oggi.
Condivido la sua critica riguardo ai casi di alunni con disabilità complesse che rimangono isolati all’interno della classe o, peggio, che vengono portati fuori dall’aula. Tuttavia, poiché ho visto nascere l’integrazione scolastica e l’ho seguita sino ad oggi come inclusione programmata e personalizzata, non posso condividere la soluzione da lei proposta di fronte a questo problema.
Fortunatamente non tutti i casi di alunni con disabilità complesse fanno la fine da lei giustamente stigmatizzata. In molti altri casi, docenti seriamente impegnati e preparati sanno come adattare i programmi e le indicazioni nazionali alle “effettive capacità” di questi alunni, come è espressamente previsto dall’articolo 16, comma 2 della Legge 104/92. Molti di questi ragazzi non riescono a prendere il diploma finale, poiché il valore legale dei titoli di studio richiede il raggiungimento di certi obiettivi culturali superiori alle effettive capacità di questi giovani. Essi però, dove i docenti e i compagni hanno saputo instaurare un buon rapporto relazionale, nelle classi comuni riescono a instaurare rapporti di conoscenza e di amicizia molto diversi da quelli che possono instaurarsi nelle classi “speciali”. Ciò perché in queste si trovano solo alunni con disabilità e quindi si moltiplicano gli stereotipi comunicativi posseduti da ciascuno.
Se nelle classi comuni essi vengono isolati o addirittura espulsi, questo avviene per incapacità professionale dei docenti, scarsamente preparati al compito dell’inclusione e alla loro incapacità di coinvolgere i compagni in rapporti di accoglienza. Dove invece la preparazione e la disponibilità dei docenti trascina i compagni, educandoli all’accoglienza tra pari, ci sono stati episodi di piena solidarietà tra di loro, come nel caso in cui l’intera classe, qualche anno fa, rifiutò di partecipare ad una gita scolastica che aveva escluso il compagno con disabilità [se ne legga sulle nostre pagine a questo e a questo link, N.d.R.].
Sino al Sessantotto anche in Italia gli alunni con qualunque forma di disabilità intellettiva o fisica, indifferentemente, venivano per legge obbligatoriamente mandati in classi separate. Ma a partire da tale data c’è stato un movimento di rifiuto di questa separazione e, dopo un breve periodo di disorientamento della scuola pubblica, si è avviato un percorso di studio e sperimentazione pedagogica e didattica che è pervenuto alla possibilità di accoglienza utile per gli alunni con e senza disabilità, costituito dalla flessibilità e forte personalizzazione degli studi nell’àmbito di «uno sfondo comune di partecipazione al compito educativo», come scrisse Mario Tortello, bravissimo giornalista, purtroppo prematuramente scomparso, che aveva pienamente capito la lezione pedagogica avviata in Italia dal professor Andrea Canevaro, e da altri docenti universitari, che hanno grandemente contribuito a rendere l’inclusione scolastica un modo di crescita umana e culturale per alunni con e senza disabilità.
Certo, se lei ritiene che non abbia senso che gli alunni con disabilità imparino in modo elementare ciò che i compagni senza disabilità imparano in modo pieno, continuerà, insieme col professor Ernesto Galli della Loggia [ne scrisse sulle nostre pagine lo stesso Salvatore Nocera, nell’articolo del 2024 “Proposte sull’inclusione scolastica contrarie alla pedagogia e alla Costituzione”, N.d.R.] e più recentemente con il generale Roberto Vannacci, a chiedere la riapertura delle scuole speciali. Penso però che, se mai si pervenisse ad un referendum sull’abrogazione della normativa inclusiva, pur in presenza di voti favorevoli all’abrogazione stessa, la maggioranza sarebbe per la conferma della normativa inclusiva, con la richiesta, però, che le norme che siamo riusciti ad ottenere venissero effettivamente applicate e non disattese per mancanza di fondi sufficienti e di Decreti Applicativi, com’è avvenuto ad esempio dal 2017, per tutte le disposizioni del Decreto Legislativo 66/17 concernenti la maggiore specializzazione degli attuali docenti di sostegno e degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, la continuità didattica, l’istruzione domiciliare e il funzionamento dell’Osservatorio Permanente per l’Inclusione Scolastica, rimasto inattivo per parecchi anni, mentre si accumulavano le richieste di maggiore impegno della classe politica.
Sono certo che le attuali carenze normative possano essere sanate se vi sarà una classe politica capace di ascoltare le richieste delle associazioni e delle scuole dove la sperimentazione dell’inclusione è una realtà. Io, di fronte alle difficoltà, ho sempre sperato che venissero superate. Lo faccio ancora una volta di fronte a queste. Propongo dunque di risentirci fra qualche anno per verificare come le cose si saranno orientate.
Grazie comunque, Signor Stoica, per avermi offerto l’occasione di discutere di questi argomenti che sono stati oggetto di riflessione ed azione per tutta la mia vita.
*Emanuel Cosmin Stoica è intervenuto nei giorni scorsi sul tema dell’inclusione scolastica con due post pubblicati sulla propria pagina Facebook, intitolati rispettivamente Sono disabile e dico sì alle classi separate e Non tutte le disabilità sono uguali.
Il presente contributo di opinione è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e una serie di modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.L'articolo Scuola: la maggioranza è sempre per la normativa inclusiva, chiedendo però che venga applicata fino in fondo proviene da Superando.
Chi dipinge sa che un colore, isolato, dice poco. Lo stesso azzurro avanza accanto a un grigio e si ritira accanto a un giallo. Il pittore Giorgio Morandi ha passato la vita su poche bottiglie sempre uguali per inseguire proprio questo: non gli interessavano gli oggetti, ma quel poco che accade nello spazio sottile dove due toni si toccano. La pittura, per lui, stava tutta nelle distanze fra le cose.
Una classe di scuola funziona in modo simile, e qui la metafora smette di essere letteraria e diventa concreta. Lo stesso ragazzo, allegro e generoso in un gruppo, può chiudersi e diventare spigoloso in un altro, senza essere cambiato di una virgola: è cambiato ciò che ha intorno. Gli accostamenti, a scuola, in buona parte li decide l’adulto, e si fanno con azioni minime dal grande impatto. Chi siede accanto a chi nei banchi. Quali due compagni mettere nello stesso turno di laboratorio perché scoprano di intendersi. A chi affidare una responsabilità, davanti agli altri, perché cambi posto nella considerazione del gruppo.
Quasi in ogni tavolozza del pittore, prima o poi, compare un colore che cambia le regole. Non è un cromatismo difficile da maneggiare per pietà: è un ragazzo che, per intensità e per il modo intero di stare al mondo, ridispone tutto ciò che gli sta accanto. Qualche tono arretra, altri si fanno avanti, le combinazioni comode saltano. La sua presenza è scomoda e preziosa allo stesso tempo, perché una composizione rivela la propria qualità solo quando deve reggere un elemento che non si lascia addomesticare. In termini batesoniani, è «la differenza a portare informazione»: un gruppo capisce davvero chi è quando si misura con chi non si rispecchia.
Restano due modi sbagliati di rispondere, e si somigliano più di quanto sembri. Il primo è separare, tenere ogni colore nella sua casella perché non si sporchi; ma un colore tenuto da solo non è pittura, è un campione su un cartoncino. Il secondo è più sottile, ed è quello che Pasolini temeva nella società intera: l’omologazione, lo stemperare ogni tinta in un grigio neutro dove le differenze si dissolvono e nessuno disturba più nessuno. Lo chiamiamo a volte armonia. È piuttosto una resa.
Il mestiere vero abita lo spazio fra questi due errori. Consiste nel tenere acceso ogni colore e, insieme, nel farli stare dentro lo stesso quadro. È un atto di responsabilità, umana prima che artistica: nessun colore trova la propria luce da solo, la riceve dall’accostamento con gli altri.
Una classe ben riuscita non si riconosce dal silenzio e nemmeno dall’uniformità. La si distingue da un certo brusio di toni diversi che, accostati con pazienza, invece di spegnersi si fanno risaltare a vicenda. È un lavoro da artigiano più che da artista: si fa banco per banco, gruppo per gruppo, gita dopo gita, finché i colori imparano a reggersi accanto.
*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.
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Curato dall’Associazione torinese LISten e frutto di un progetto realizzato grazie a un contributo della Fondazione CRT e della Città di Torino, andrà in scena nella serata di domani, 30 giugno, presso Cascina Roccafranca del capoluogo piemontese, La Regina dei Ghiacci, spettacolo delle allieve e degli allievi sordi e udenti del corso di teatro inclusivo In scena insieme.
«La vicenda – spiegano da LISten – racconta di una regina dal cuore gelido, incapace di provare sentimenti. Attraverso le storie che le verranno narrate, intraprenderà poco alla volta un cammino che la porterà a sciogliere il proprio cuore. Ispirato alla Regina delle nevi di Hans Christian Andersen, lo spettacolo vedrà la compresenza e la partecipazione di persone sorde e udenti contemporaneamente sul palco e sarà appunto la restituzione finale di un percorso di teatro amatoriale, per la prima volta aperto anche a bambine e bambini, iniziato nel mese di novembre dello scorso anno».
Diretto da Valentina Aicardi, che è stata anche la direttrice artistica del corso da cui è scaturito, lo spettacolo non utilizza le parole né la LIS ma si realizza attraverso la comunicazione corporea ed elementi espressivi. Come in ogni edizione proposta da LISten a partire dal 2016, del resto, il corso ha visto la partecipazione di persone udenti e sorde segnanti, bilingui e oraliste, e per ogni incontro è stata garantita la mediazione LIS.
La serata – per la cui realizzazione ci si è avvalsi anche della fondamentale collaborazione di APIC (Associazione Portatori Impianto Cocleare), Iperspazio, AICS Torino (Associazione Italiana Cultura Sport) e Cascina Roccafranca – sarà a ingresso libero, inserendosi all’interno della programmazione culturale estiva Cascina sotto le stelle di Cascina Roccafranca (Casa del Quartiere di Mirafiori Nord, Torino) e saranno garantiti l’interpretariato LIS, la sopratitolazione, nonché la presenza di staff segnante all’accoglienza. Saranno inoltre disponibili alcune cuffie wireless collegate alla sorgente sonora e dedicate a chi utilizza apparecchi acustici, impianti cocleari e persone ipoudenti (prenotabili scrivendo a listen.associazione@gmail.com o a info@apic.torino.it). (S.B.)
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Come leggiamo nel portale Persone con disabilità.it, la Giunta Regionale della Lombardia ha approvato la nuova programmazione del proprio Fondo per la Non Autosufficienza per il triennio 2026-2028, destinata alle persone con disabilità che necessitano di sostegno intensivo elevato e sostegno intensivo molto elevato.
Le risorse complessivamente disponibili superano i 710 milioni di euro nel triennio, grazie all’integrazione tra fondi regionali, nazionali ed europei. La Regione Lombardia, inoltre, ha confermato il proprio impegno diretto con oltre 185 milioni di euro di risorse regionali.
E ancora, vengono confermati tutti gli strumenti e i livelli di contributo previsti dalla precedente programmazione, garantendo così la continuità delle prestazioni a tutti coloro che finora ne hanno beneficiato. Per l’anno 2026 le istanze di primo accesso alla valutazione possono già essere presentate e fino al 31 ottobre prossimo.
Due le novità significative la prima delle quali riguarda il fatto che lo stanziamento copre un periodo di tre anni, il che significa che almeno sino alla fine del 2028 le persone con disabilità che hanno usufruito delle misure previste dal Fondo Regionale e le loro famiglie potranno contare su un quadro chiaro delle risorse.
La seconda novità riguarda invece un riordino degli interventi finanziati: al posto delle cosiddette Misura B1 e Misura B2 ne sono previste di nuove, ossia la Misura Sostegno, consistente nell’erogazione di contributi economici mensili, finalizzati a favorire il mantenimento al domicilio della persona e a sostenere il nucleo familiare nel carico assistenziale; la Misura Servizi, che attraverso un sistema integrato di interventi sostiene in modo complessivo i percorsi individuali, promuovendo contesti di offerta inclusivi e orientati alla piena realizzazione dei progetti di vita delle persone; la Misura Pro.Vi. per l’attivazione di progetti di vita indipendente. (S.B.)
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La Direttiva Europea per l’Accessibilità (European Accessibility Act) ha compiuto ieri, 28 giugno, il suo primo anno di applicazione in un momento chiave per enti pubblici e privati, che devono già garantire che i nuovi prodotti e servizi essenziali come sportelli automatici bancari, terminali di pagamento, servizi bancari, commercio elettronico, trasporto, libri elettronici, smartphone o servizi audiovisivi incorporino requisiti comuni di accessibilità.
Dopo un anno di attuazione, la sfida non è più prepararsi alla normativa, ma garantirne il rispetto effettivo negli appalti, nella fornitura dei servizi e nel rapporto quotidiano con i cittadini.
«Dopo un anno di applicazione – afferma Jesús Hernández-Galán, direttore dell’Accessibilità e Innovazione della Fondazionre spagnola ONCE e direttore di AccessibleEU, il Centro Europeo per le Risorse sull’Accessibilità – l’European Accessibility Act non può più essere considerato un obiettivo futuro, ma un obbligo presente. Imprese e amministrazioni devono integrare l’accessibilità nei loro prodotti, servizi, canali digitali, processi di appalto e servizi ai cittadini. Non si tratta solo di rispettare una normativa, ma di garantire che tutte le persone possano utilizzare i servizi essenziali in condizioni di parità».
La Direttiva Europea sull’Accessibilità, va ricordato, stabilisce requisiti funzionali comuni per armonizzare le legislazioni nazionali e garantire che i prodotti e i servizi interessati siano accessibili in tutti gli Stati Membri del’Unione Europrea. L’obiettivo di essa non è imporre un’unica soluzione tecnica, ma assicurare risultati di accessibilità che permettano a qualsiasi persona di utilizzare servizi essenziali in modo autonomo, sicuro e comprensibile.
Questo primo anno conferma che l’accessibilità deve essere integrata lungo tutta la catena relativca, se è vero che la normativa riguarda non solo la progettazione di prodotti e servizi, ma anche il modo in cui vengono messi a gara, acquistati, appaltati, forniti e supervisionati. Nel settore pubblico, l’accessibilità è già parte della qualità della gestione e dev’essere presente nei progetti, nei capitolati, nei canali digitali, nei servizi di assistenza e negli spazi di uso pubblico.
Con il primo anno di applicazione ormai compiuto, dunque, l’European Accessibility Act apre una nuova fase di conto alla rovescia fino al 2030. Durante questo periodo transitorio, infatti, alcuni prodotti e servizi che non incorporano ancora i requisiti di accessibilità potranno continuare a essere utilizzati fino a esaurimento della loro disponibilità o della loro vita utile prevista. Tuttavia, i nuovi prodotti, servizi, canali e attrezzature immessi sul mercato oppure oggetto di nuovi contratti devono già conformarsi alla normativa. Dei cinque anni previsti per questa transizione, uno è già trascorso, per cui il Centro AccessibleEU ricorda a imprese e amministrazioni l’importanza di rivedere quanto prima i propri appalti, i processi interni e i servizi ai cittadini.
E a proposito proprio di AccessibleEU, quest’ultimo, in tale contesto, agisce come una risorsa strategica per accompagnare l’attuazione della legislazione europea in materia di accessibilità.
Creato come una delle “iniziative faro” della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità 2021-2030, il Centro lavora per rafforzare le capacità, connettere gli attori coinvolti e offrire uno sportello unico europeo di conoscenza. Nei suoi già tre anni e mezzo di attività, ha formato più di 65.000 professionisti in tutta Europa e ha raccolto circa 1.000 documenti, riferimenti e buone pratiche nelle diverse lingue dell’Unione Europea, consolidando una delle biblioteche più ampie su questo tema a livello europeo. Inoltre, ha promosso il lavoro sulla standardizzazione, con l’obiettivo di favorire criteri comuni e armonizzati che consentano di applicare l’accessibilità in modo coerente all’interno del quadro legislativo europeo.
L’applicazione dell’European Accessibility Act ha un impatto diretto su settori strategici come trasporti, banche, telecomunicazioni, commercio elettronico, servizi audiovisivi, libri elettronici o terminali self-service. Influenza inoltre il modo in cui le Pubbliche Amministrazioni erogano servizi in presenza e digitali, informano i cittadini e le cittadine, progettano i canali di assistenza e acquisiscono prodotti o soluzioni tecnologiche.
Tra le sfide più comuni figurano informazioni pubbliche complesse o difficili da comprendere, mancanza di formati accessibili, siti web e piattaforme digitali con barriere, scarsa formazione del personale e mancanza di coordinamento tra le aree tecniche e quelle di assistenza ai cittadini. Di fronte a queste criticità, AccessibleEU raccomanda di integrare l’accessibilità e il contributo di esperti sin dalle fasi iniziali di progettazione di progetti, servizi e capitolati, oltre a rafforzare la formazione, rivedere i canali digitali, stabilire criteri di valutazione e monitoraggio e integrare i requisiti di accessibilità negli appalti e nei processi interni.
L’accessibilità, viene costantemente ricordato dal Centro, «non deve essere considerata solo come un obbligo legale, ma come un’opportunità per innovare, migliorare i servizi, ridurre le criticità, rafforzare i diritti e costruire un’Europa più coesa».
*Fundación ONCE (Spagna).
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