Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
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Borse di studio per studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università

Superando - 7 Luglio 2026 - 1:12pm

Sono aperte fino al 30 settembre le candidature al bando “Borse di Studio” promosso dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi e riservato a studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università italiane pubbliche e private. Nel dettaglio, saranno dieci le borse di studio dell’importo di 2.000 euro ciascuna, che verranno attribuite tenendo conto dell’andamento degli studi universitari e delle condizioni reddituali

Sono aperte fino al 30 settembre le candidature al bando Borse di Studio promosso dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi e riservato a studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università italiane pubbliche e private.
Nel dettaglio, saranno dieci le borse di studio dell’importo di 2.000 euro ciascuna, che verranno attribuite tenendo conto dell’andamento degli studi universitari e delle condizioni reddituali.
Per leggere il regolamento e scoprire come presentare la propria candidatura cliccare a questo link.

Per ulteriori informazioni: info@pioistitutodeisordi.org.

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Il web o è di tutti, o è un privilegio: l’accessibilità nella Pubblica Amministrazione e il “modello Firenze”

Superando - 7 Luglio 2026 - 12:45pm

Dietro ogni schermo c’è un cittadino e dove c’è una barriera digitale, c’è un diritto negato. In tal senso, per anni la Pubblica Amministrazione ha considerato l’accessibilità web come un fastidio burocratico, ma oggi l’inclusione digitale non è più un gesto di cortesia istituzionale, bensì un dovere civico e inderogabile che attraversa l’intera macchina pubblica. E in questo settore c’è chi ha scelto di non “subire le norme”, ma di guidarle, da veri pionieri, come all’Università di Firenze

Dietro ogni schermo c’è un cittadino e dove c’è una barriera digitale, c’è un diritto negato.
Per anni la Pubblica Amministrazione ha considerato l’accessibilità web come un fastidio burocratico, una nota a piè di pagina da risolvere con una spunta su un modulo. Oggi quella stagione è finita per sempre. L’inclusione digitale non è più un gesto di cortesia istituzionale, ma un dovere civico e inderogabile che attraversa l’intera macchina pubblica. Riguarda il Ministero, il piccolo Comune, l’Ospedale e l’Università. Riguarda chiunque scriva un bando, carichi una delibera o progetti un servizio online. Se la Pubblica Amministrazione non è accessibile, smette di essere pubblica.

L’evoluzione della normativa AgID (Agenzia Italia Digitale) ha ridisegnato completamente le regole del gioco a livello nazionale, trasformando i vecchi princìpi della “Legge Stanca” [Legge 4/04, N.d.R.] in un regime a tolleranza zero. L’Agenzia ha schierato infatti commissioni interne di valutazione e organi ispettivi con poteri di vigilanza reali e stringenti, cosicché non ci si può più nascondere dietro un’autocertificazione formale.
Oggi l’AgID monitora costantemente i portali pubblici, accoglie le segnalazioni dei cittadini e avvia istruttorie che si traducono in pesanti sanzioni per danno erariale e responsabilità dirigenziale. La conformità non è più una scelta di stile: è un obbligo di legge che impone di ripensare ogni documento, ogni intranet e ogni software fin dalla sua progettazione.

In questo scenario di profondo cambiamento nazionale, c’è chi aspetta i controlli e c’è chi anticipa il futuro. Chi scrive coordina l’accessibilità web dell’Università degli Studi di Firenze e nel nostro Ateneo abbiamo scelto di non “subire la norma”, ma di guidarla, posizionandoci di fatto tra i pionieri in Italia in questo campo. Mentre molti si limitano a rincorrere le scadenze dell’AGID, nell’Ateneo Fiorentino abbiamo strutturato infatti un vero e proprio modello di lavoro. Non ci limitiamo a correggere i siti web a posteriori: formiamo il personale, analizziamo i software prima di acquistarli e creiamo una cultura dell’inclusione che parte dall’alto. Dai portali principali alle piattaforme di e-learning, fino all’ultimo pdf di un regolamento, verifichiamo che ogni singolo pixel sia fruibile da chiunque, indipendentemente dalle abilità fisiche o cognitive.
Essere pionieri significa questo: tracciare la strada per tutta la Pubblica Amministrazione, dimostrando che l’accessibilità non è un limite tecnico, ma una straordinaria opportunità di innovazione. Perché l’inclusione non si fa a parole, si progetta nei fatti e un’amministrazione davvero accessibile abbatte i muri prima ancora che vengano costruiti, per non lasciare indietro nessuno.

*Coordinatore dell’accessibilità web nell’Università degli Studi di Firenze.

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Il nuovo rapporto sulla condizione delle persone con malattia rara in Italia

Superando - 7 Luglio 2026 - 12:25pm

Già dal 2015 la Federazione Italiana Malattie Rare UNIAMO raccoglie e aggrega tutti i dati disponibili tra gli attori del sistema malattie rare, per produrre un documento che offra una visione d’insieme del sistema in questione nel nostro Paese e che includa anche il punto di vista dei pazienti. Il risultato è il rapporto “MonitoRare” di cui nei giorni scorsi è stata presentata l’edizione del 2026

Nei giorni scorsi a Roma vi è stata la presentazione di MonitoRare. Dodicesimo Rapporto sulla condizione delle persone con malattia rara in Italia. Lo rende noto UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare che dal 2015 raccoglie e aggrega tutti i dati disponibili tra gli attori del sistema malattie rare, proprio al fine di produrre un documento che offra una visione d’insieme del sistema in questione nel nostro Paese e che includa anche il punto di vista del paziente, l’interlocutore centrale che necessita di informazioni valide e attendibili per poter comprendere il funzionamento dell’organizzazione di cui fa parte e diventare parte attiva della struttura.
Il Rapporto MonitoRare 2026 è liberamente fruibile e scaricabile dal seguente link, mentre una sintesi degli elementi emersi dalla lettura del Rapporto è disponibile a quest’altro link.

La presentazione del documento si è inserita nella cornice della Convention MonitoRare, che anche quest’anno si è sviluppata su due giornate di lavori. All’interno di essa si sono tenute tre tavole rotonde, un focus speciale sulle Regioni e, novità di quest’anno, il World Café dedicato alle priorità del prossimo Piano Nazionale per le Malattie Rare, una sessione interattiva che ha visto la partecipazione dei Centri di Coordinamento Malattie Rare, rappresentanti delle Associazioni dei pazienti e della società civile. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: segreteria@uniamo.org.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Danzare mi tiene viva e mi ricorda che non è finita

Superando - 7 Luglio 2026 - 12:08pm

Da circa dieci anni convive con una malattia rara autoimmune e degenerativa che ne ha progressivamente trasformato la quotidianità, ma continua a lavorare in smart working, a organizzare la propria vita attorno ai limiti imposti dalla malattia, e continua soprattutto a proteggere uno spazio essenziale della sua identità: la danza. «Danzare – dice Elisa Tibussi – tiene viva la mia passione e in questo modo tiene viva me. È uno sfogo di vita normale e mi ricorda che non è finita»

«Sopravvivere è un lavoro. Con una malattia di questo tipo passi la vita a cercare di salvarti. Nel mio caso, senza mai rinunciare ai sogni»: le parole di Elisa Tibussi arrivano nette, senza retorica. Non cercano compassione. Raccontano semplicemente la fatica quotidiana di restare in piedi quando il corpo, lentamente, cambia le regole della vita.
Elisa ha 50 anni, vive a Piacenza con il marito e da circa dieci anni convive con una malattia rara autoimmune e degenerativa che ne ha progressivamente trasformato la quotidianità. Le giornate si sono riempite di visite, ricoveri, terapie, prenotazioni, telefonate, decisioni da prendere in fretta e spesso da sola. Un lavoro invisibile che accompagna ogni persona costretta a vivere dentro una fragilità cronica. Eppure, ascoltandola parlare, non emerge mai il tono di chi si è arreso. Continua a lavorare come impiegata, in modalità smart working, continua a organizzare la propria vita attorno ai limiti imposti dalla malattia, continua soprattutto a proteggere uno spazio essenziale della sua identità: la danza.
«La danza mi serve come terapia – racconta -, ma solo perché ho trovato un’insegnante come Danila Corgnati». Quando entra nella sala dell’Alive Dance Studio, a Piacenza, il tempo sembra rallentare. La malattia resta fuori per qualche istante e il corpo smette di essere soltanto dolore, stanchezza o controllo medico. Torna a essere movimento.
«Quando entro in una sala di danza mi sento a casa»: è una frase che contiene molto più di quanto sembri. Per Elisa, infatti, la danza non è evasione romantica, ma un modo concreto per restare agganciata alla vita. Una disciplina che accompagna la sua storia sin dall’infanzia e che oggi, nonostante tutto, continua a offrirle un frammento di libertà.
Danila Corgnati, ballerina, docente e coreografa, ha imparato a leggere quel corpo fragile senza forzarlo. Ogni lezione nasce dalle condizioni fisiche del momento. Nulla è standardizzato, nulla è automatico. «Con lei inventiamo ogni volta la lezione, la cuciamo sulle mie condizioni fisiche», spiega Elisa. «Danila ha imparato a capire quello che posso affrontare».
Nei loro incontri, dunque, non esiste la ricerca della perfezione tecnica, ma piuttosto la necessità di creare uno spazio sicuro, umano, possibile. «Il lavoro che svolgiamo insieme – racconta Danila – è calibrato sulle sue esigenze, ma ciò che Elisa porta in sala va ben oltre qualsiasi adattamento tecnico: porta una passione autentica e una consapevolezza di sé non comune».

Fuori dalla danza, però, la realtà resta complessa. La malattia ha ridotto drasticamente la libertà personale di Elisa. Piccoli gesti quotidiani come fare due passi, condividere una pizza in compagnia o partire per un viaggio si sono trasformati in traguardi complessi, se non del tutto irraggiungibili. «Non posso più uscire per una semplice passeggiata o per una pizza con gli amici. Non posso fare vacanze o viaggi se non per raggiungere un luogo di cura». E anche le relazioni cambiano quando la fragilità entra nella vita. Alcune persone si allontanano, altre, inattese, restano.
Elisa racconta senza rabbia le delusioni ricevute da amici e parenti da cui si sarebbe aspettata sostegno, ma racconta anche le nuove amicizie nate proprio dentro l’esperienza della malattia: legami più autentici, meno superficiali, costruiti sulla presenza reale.
Nonostante tutto, nel suo racconto resta spazio perfino per l’ironia, per una risata improvvisa, per quella leggerezza ostinata di chi non vuole lasciare che la diagnosi diventi l’unica definizione possibile di sé. «Danzare tiene viva la mia passione e in questo modo tiene viva me. È uno sfogo di vita normale e mi ricorda che non è finita».

Forse è proprio questo il punto centrale della storia di Elisa: non la malattia in sé, ma il modo in cui continua a difendere il diritto a sentirsi viva oltre la malattia. All’Alive Dance Studio questa idea è diventata parte di una filosofia precisa. «In base all’esperienza che abbiamo avuto con gli adulti, crediamo nella danza non solo come disciplina tecnica, ma come qualcosa che possa far sentire vivi – spiegano Elena e Antonio Taglia, fondatori della scuola – non siamo terapeuti, ma siamo convinti che la danza possa essere supporto, benessere, energia». E osservando Elisa muoversi in sala, si comprende che non stanno parlando soltanto di danza. Stanno parlando della possibilità, anche dentro una vita radicalmente cambiata, di continuare a cercare bellezza. Anche solo per pochi minuti. Anche solo per il tempo di una musica.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Nota 17642 del 7 luglio 2026 - Schema di decreto interministeriale revisione dotazioni organiche personale ATA as 2026-2027

Ultime dal MIUR - 7 Luglio 2026 - 10:39am

Nota 17642 del 7 luglio 2026 - Schema di decreto interministeriale revisione dotazioni organiche personale ATA as 2026-2027

Categorie - News Normativa

Personale docente – rettifiche movimenti scuola primaria, a.s. 2026/2027

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 7 Luglio 2026 - 9:50am

La celiachia non va in vacanza: consigli e indicazioni per un’estate senza glutine e senza rinunce

Superando - 6 Luglio 2026 - 6:27pm

Vacanze, cene fuori e viaggi all’estero: per le persone celiache l’estate può essere vissuta con serenità, a patto di avere le informazioni giuste. Per questo l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ha messo a disposizione numerosi strumenti e indicazioni per affrontare la stagione estiva in sicurezza, senza glutine e senza rinunce. Vediamo di cosa si tratta

Vacanze, cene fuori e viaggi all’estero: per le persone celiache l’estate può essere vissuta con serenità, a patto di avere le informazioni giuste. Per questo l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ha messo a disposizione numerosi strumenti e indicazioni per affrontare la stagione estiva in sicurezza, senza glutine e senza rinunce. In particolare, grazie al contributo di Carlotta Romeo, dietista del’Associazione, è online un video (a questo link) con i consigli pratici su come organizzare pasti senza glutine, freschi ed equilibrati, perfetti per le calde giornate estive, quali accortezze adottare nella scelta del gelato e come prepararsi a un viaggio all’estero.
«L’estate – afferma Rossella Valmarana, presidente drell’AIC – deve essere un momento di libertà e serenità anche per chi convive con la celiachia; poter vivere una quotidianità senza limitazioni e partecipare pienamente alla vita sociale è infatti un indicatore importante della qualità della vita della persona. Informazione, formazione e attenzione alla sicurezza alimentare sono fondamentali per permettere alle persone celiache di viaggiare e vivere le vacanze senza rinunce e senza rischi».

Come trovare dunque il locale giusto? Dove acquistare prodotti senza glutine? A supporto di chi viaggia, l’AIC mette anche a disposizione il programma Alimentazione Fuori Casa (AFC), l’app AIC Mobile e la sezione Celiachia in viaggio nel proprio sito.
Per quanto riguarda il programma AFC, ad oggi sono circa 5.000 gli esercizi commerciali che vi aderiscono (e per i turisti stranieri è disponibile una versione Welcome dell’app, acquistabile anche per brevi periodi).
AIC Mobile rappresenta quindi uno strumento completo per la gestione quotidiana della dieta senza glutine e consente di consultare la mappa dei locali gluten free in tutta Italia; l’elenco dei negozi dove acquistare prodotti senza glutine; il Prontuario degli alimenti, con funzione di scansione del codice a barre per verificare l’idoneità dei prodotti; una sezione dedicata all’acquisto online di prodotti per celiaci. Sono inoltre disponibili gratuitamente contenuti utili come la sezione delle News o l’ABC della dieta senza glutine, elenco “a semaforo” che raggruppa gli alimenti sulla base della loro idoneità alla dieta dei celiaci.
In assenza, poi, di un locale che non aderisce al programma AFC, l’AIC non invita naturalmente rinunciare a un pranzo fuori con la famiglia e gli amici o a un viaggio, ma di informare sempre il personale sulla celiachia e sugli ingredienti da evitare. E in caso di dubbi sulla preparazione o sul rischio di contaminazione, si consiglia di evitare il consumo del piatto, privilegiando preparazioni più semplici. In ogni caso, il suggerimento è quello di informarsi preventivamente sulla disponibilità di pasti o prodotti gluten free.

L’AIC, va ricordato inoltre, fa parte dell’AOECS (Association of European Coeliac Societies) e del CYE (The Coeliac Youth of Europe), organizzazioni nei cui siti ufficiali (a questo e a questo link) sono disponibili riferimenti delle Associazioni straniere, consigli utili su dove mangiare e acquistare prodotti gluten free all’estero e frasi utili sulla celiachia tradotte in diverse lingue.
Tornando al programma AFC, va detto che esso comprende anche una sezione dedicata ai punti ristoro presenti in stazioni, aeroporti e aree di servizio autostradali, sempre più numerosi: nel 2025-2026 sono cresciuti infatti di oltre 250 unità in tutta la penisola.
E ancora, nel sito dell’AIC sono disponibili anche approfondimenti e consigli pratici per organizzare vacanze senza glutine, anche all’estero. In una pagina dedicata (a questo link), costantemente aggiornata con i consigli utili per la celiachia in viaggio, è disponibile infine un video delle dietiste AIC, con una panoramica dei principali problemi che il celiaco può trovare e tante soluzioni pratiche per affrontarli.
E da ultimo, ma non ultimo, l’AIC dedica uno spazio a parte al gelato, «simbolo dell’estate per eccellenza, che può essere consumato anche dalle persone celiache, a patto di prendere alcune semplici ma fondamentali precauzioni. Non basta, infatti, scegliere un cono senza glutine: anche ingredienti come basi pronte, guarnizioni, decorazioni e semilavorati devono essere controllati con attenzione; inoltre, le gelaterie devono adottare procedure corrette per evitare contaminazioni durante la preparazione e il servizio. Per questo si può fare sempre affidamento alle gelaterie aderenti al nostro programma AFC. Se poi si opta per un gelato confezionato, l’etichetta è lo strumento che permette di essere sicuri grazie alla presenza della dicitura “senza glutine” o del marchio Spiga Barrata». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Caterina Argirò (caterina.argiro@leacrobate.it).

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Marco Rasconi alla Presidenza dell’Istituto Italiano della Donazione

Superando - 6 Luglio 2026 - 5:53pm

Forte di una lunga esperienza nella governance di organizzazioni non profit e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, dell’inclusione e della partecipazione civica, è stato tra l’altro a lungo presidente dell’Associazione UILDM, è responsabile del progetto sui percorsi di vita indipendente della Federazione LEDHA Milano e componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo: Marco Rasconi è il nuovo Presidente dell’IID, l’Istituto Italiano della Donazione Marco Rasconi, nuovo Presidente dell’Istituto Italiano della Donazione

«Ho accolto con convinzione la proposta di assumere questo nuovo incarico e lo affronterò facendo tesoro delle esperienze maturate in tanti anni di impegno nel Terzo Settore. Stiamo vivendo una fase cruciale per il non profit: si aprono nuove opportunità, anche grazie all’evoluzione del quadro normativo, ma al tempo stesso siamo chiamati a rispondere a sfide importanti, soprattutto sul piano della comunicazione, della credibilità e della reputazione. In questo contesto, l’Istituto Italiano della Donazione vuole rinnovare e rafforzare il proprio ruolo storico, continuando a promuovere la cultura e la pratica del dono, della trasparenza e della fiducia. Sono valori irrinunciabili per il Terzo Settore e rappresentano la base su cui costruire il rapporto con cittadini, donatori, istituzioni e comunità»: a dirlo è Marco Rasconi, dopo essere stato eletto alla Presidenza dell’IID (Istituto Italiano della Donazione), succedendo a Ivan Nissoli.

Figura di riferimento del Terzo Settore italiano, con una lunga esperienza nella governance delle organizzazioni non profit e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, dell’inclusione e della partecipazione civica, Rasconi ha ricoperto tra l’altro per nove anni la carica di presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), dopo averne guidato la Sezione di Milano, ed è anche responsabile del progetto sui percorsi di vita indipendente della Federazione LEDHA Milano (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), oltreché componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo. Con la sua elezione alla Presidenza dell’IID, mette dunque a disposizione dell’Istituto un’esperienza consolidata nella guida di organizzazioni del Terzo Settore, nella costruzione di reti e nella promozione dei valori della trasparenza, della responsabilità e della fiducia, elementi fondanti della missione dell’IID stesso. Al suo fianco Alberto Fontana, in qualità di vicepresidente, e il nuovo Consiglio Direttivo, composto anche da Gianfranco Arnoletti, Francesco Falini, Alessandro Guido e Adelaide Gallo.

L’IID, lo ricordiamo, è un’Associazione che promuove la cultura del dono in tutte le sue forme, rivolgendosi sia al mondo associativo che al privato cittadino. Fondato nel 2004 dalla Fondazione Sodalitas e dal Forum Nazionale del Terzo Settore, esso basa la propria attività sulla Carta della Donazione, primo codice italiano di autoregolamentazione per la raccolta e l’utilizzo dei fondi nel non profit. Grazie ai suoi strumenti e alle verifiche annuali, l’Istituto assicura che l’operato delle organizzazioni non profit sia in linea con standard riconosciuti a livello internazionale e risponda a criteri di trasparenza, credibilità ed onestà. Dal 2015, inoltre, si rivolge anche al privato cittadino, donatore e non solo, grazie all’istituzione per legge del Giorno del Dono, progetto culturale nazionale. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ornella Ponzoni (ornella.ponzoni@istitutoitalianodonazione.it).

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Procede il percorso del Piano Nazionale dell’Economia Sociale

Superando - 6 Luglio 2026 - 5:18pm

«Con il passaggio in Consiglio dei Ministri, il Piano supera un ulteriore step verso la sua realizzazione e, in base a quanto apprendiamo dalla stampa, va incontro anche a diverse proposte da noi formulate nell’intenso percorso di consultazione. Ora servono sia gli strumenti normativi che le risorse»: così Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, a proposito del Piano d’Azione Nazionale dell’Economia Sociale, ritenuto «una grande opportunità di sviluppo da cogliere a pieno» 

«Con il Piano d’Azione Nazionale dell’Economia Sociale il nostro Paese ha una grande opportunità di sviluppo e di fare scuola in Europa: è davvero cruciale coglierla a pieno, muovendo subito passi verso la direzione individuata»: a dirlo in una nota è Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, che aggiunge: «Con il passaggio in Consiglio dei Ministri, il Piano supera un ulteriore step verso la sua realizzazione e, in base a quanto apprendiamo dalla stampa, va incontro anche a diverse proposte formulate dal Forum Terzo Settore, che sin dall’inizio ha partecipato all’intenso percorso di consultazione. In attesa di leggere il documento sul sito del Governo, consideriamo molto positivo che, finalmente, il nostro Paese si doti di politiche strutturali in grado di promuovere, valorizzare, sostenere un modello di economia inclusiva e sostenibile, di cui il Terzo Settore italiano è senza dubbio protagonista».

Il Piano dell’Economia Sociale, va ricordato, nasce da una Raccomandazione dell’Unione Europea e uno dei principali meriti di esso, secondo il Forum Terzo Settore, «è quello di porre l’attenzione su un modello economico che mette al centro il benessere delle persone e della collettività. Si tratta di un passo cruciale per scardinare l’idea di ineluttabilità, che è stata dominante negli ultimi decenni, di un’economia fondata esclusivamente alla massimizzazione del profitto, di cui a beneficiare sono sempre meno persone. Nel nostro Paese, del resto, l’economia sociale è già un fenomeno diffuso e articolato e il Piano ne tiene giustamente conto, mettendo a disposizione strumenti diversi a seconda della tipologia dei soggetti: imprese cooperative, imprese sociali, associazioni, volontariato».

«Nel testo esaminato dal Governo – prosegue Moretti – troverebbero spazio, tra le altre cose, strumenti finanziari specifici, il rafforzamento delle modalità di collaborazione tra il Terzo Settore e le Pubbliche Amministrazioni per realizzare le politiche pubbliche, la valorizzazione del volontariato e delle competenze di chi lo pratica. Tutti aspetti, questi come altri, che hanno visto un importante contributo da parte del Forum Terzo Settore. Come auspicavamo, inoltre, è stata prevista una struttura per lo sviluppo del Piano presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze».
«Al momento – conclude il Portavoce del Forum – il Piano si configura come una cornice molto positiva, ma che va quanto prima riempita. Pensiamo, innanzitutto, agli strumenti normativi per realizzare le misure contenute nel testo e, ancor di più, alle risorse: da questo punto di vista ci aspettiamo che già la prossima Legge di Bilancio sia decisiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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“Nulla su di Noi, senza di Noi”, anche nella prevenzione, nella protezione e nelle emergenze!

Superando - 6 Luglio 2026 - 4:23pm

Le punte di caldo anomalo e torrido che interessano l’Italia e l’Europa sono un segnale sempre più evidente di una crisi climatica che incide sulla salute, sulla sicurezza, sull’autonomia e sulla vita quotidiana delle persone. E, come accade spesso nelle emergenze, non colpisce tutti allo stesso modo. Per questo la prevenzione e il soccorso devono diventare sempre più inclusivi e partecipati, perché la crisi climatica è reale, e reali dovrebbero essere i diritti richiamati in tale àmbito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

Le punte di caldo anomalo e torrido che stanno interessando il nostro territorio e l’Europa non possono essere considerate soltanto un disagio stagionale. Sono un segnale sempre più evidente di una crisi climatica che incide sulla salute, sulla sicurezza, sull’autonomia e sulla vita quotidiana delle persone. E, come accade spesso nelle emergenze, non colpisce tutti allo stesso modo.
Di fronte a fenomeni come questi, le persone con disabilità, le persone anziane, chi vive con patologie croniche e chi può avere bisogno di supporti specifici rischiano di rimanere senza una protezione adeguata quando le misure di prevenzione e gestione dell’emergenza non tengono concretamente conto dei bisogni di tutte e tutti. E questo principio vale non solo per i picchi di calore, ma anche per altre situazioni di rischio climatico e per qualunque emergenza.
Non occorre attendere il verificarsi di calamità naturali o eventi catastrofici per comprendere quanto sia fondamentale prevenire. La crisi climatica è anche una questione di diritti umani, salute pubblica, protezione civile e pari opportunità.

Pur essendo tra le persone più esposte agli effetti delle emergenze climatiche e avendo un rischio da due a quattro volte maggiore di morire o rimanere ferite in emergenze legate al clima, circa 1,3 miliardi di persone con disabilità nel mondo non dispongono ancora di una rappresentanza pienamente strutturata nelle Conferenze sul Clima delle Nazioni Unite. Tuttavia, un passo importante è stato compiuto con il riconoscimento del Disability Climate Caucus, che riunisce più di 120 organizzazioni globali in una piattaforma coordinata per rafforzare la partecipazione delle persone con disabilità nei negoziati climatici, nell’accesso ai finanziamenti e nelle discussioni su perdite e danni. Tra queste organizzazioni c’è anche la nostra [Attiva-Mente, N.d.R.], che porta in questo percorso internazionale anche la voce sammarinese.
A livello internazionale, il tema è ormai ben documentato. In questa direzione si colloca anche il recente rapporto promosso dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che chiede di integrare le persone con disabilità nelle politiche, nelle prassi e nell’attuazione delle azioni climatiche globali. Il rapporto stesso sottolinea che l’azione climatica diventa più efficace, equa e sostenibile quando le persone con disabilità sono coinvolte nei processi decisionali, non come destinatarie passive di misure pensate da altri.

San Marino ospita in questi giorni un confronto internazionale di grande rilievo sulla medicina dei disastri e sulla preparazione alle emergenze. È un’occasione preziosa per ricordare che nessun piano di emergenza può dirsi davvero completo se non include, fin dalla progettazione, anche le persone con disabilità e tutte le persone con specifiche esigenze di supporto. La medicina dei disastri, la protezione civile e i piani di emergenza devono essere pensati anche per le persone con disabilità.
È alquanto utile, crediamo, interrogarsi su quanto il nostro sistema sia preparato ad affrontare una possibile “emergenza senza barriere”, capace cioè di proteggere tutte le persone, comprese quelle che vivono condizioni di maggiore esposizione al rischio. Se, ad esempio, una persona non riceve un’allerta in un formato comprensibile e fruibile, se non può raggiungere un luogo sicuro, se un centro di accoglienza presenta barriere, se un’evacuazione non prevede mezzi idonei, se un’interruzione elettrica mette a rischio chi utilizza dispositivi salvavita o ausili tecnologici, oppure se un operatore o un soccorritore non è formato per assistere una persona con una specifica disabilità cognitiva, intellettiva, relazionale o sensoriale, allora quella persona non è realmente protetta. Questi sono solo alcuni esempi, ma bastano a ricordare che una comunità è pienamente resiliente solo quando riesce a proteggere tutte e tutti.

Un tema particolarmente importante riguarda la possibilità di conoscere, prima che l’emergenza accada, quali persone possano avere bisogno di supporti specifici in caso di rischio climatico, sanitario o ambientale. Questo può avvenire attraverso strumenti volontari, aggiornabili e costruiti con il consenso diretto degli interessati, affinché chi desidera essere individuato, contattato, assistito o evacuato in modo adeguato possa autorizzare l’utilizzo delle informazioni necessarie alla propria protezione.
La tutela dei dati personali è un principio fondamentale che non può trasformarsi in un ostacolo astratto alla prevenzione e alla sicurezza. Al contrario, se gestita con consenso informato, finalità chiare, accesso limitato ai soli soggetti autorizzati e pieno controllo da parte della persona interessata, può e deve diventare parte integrante della protezione. Chi chiede di essere tutelato, protetto e soccorso in caso di emergenza deve poter mettere a disposizione le informazioni utili alla propria incolumità, senza che la privacy diventi, anche involontariamente, un motivo per rinviare o bloccare soluzioni necessarie.

La prevenzione e il soccorso devono diventare sempre più inclusivi e partecipati. Perché la crisi climatica è reale, e reali dovrebbero essere i diritti richiamati dall’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
“Nulla su di Noi, senza di Noi”, anche nella prevenzione, nella protezione e nelle emergenze!

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

Sul medesimo tema qui trattato, suggeriamo anche la lettura dei nostri recenti contributi: Cambiamenti climatici e disabilità: prosegue il percorso per fare emergere sempre più i diritti (a questo link); Le persone con disabilità non possono più essere escluse dalle politiche sui cambiamenti climatici (a questo link).

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Ma che me ne faccio di “un’inclusione di plastica”? Ovvero “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!

Superando - 6 Luglio 2026 - 1:56pm

«Vogliamo continuare a ripeterci – scrive Maurizio Piacenza – che abbiamo una normativa sull’inclusione scolastica invidiata da molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà nella quale troppo spesso c’è solo “un’inclusione di plastica”, oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!»

Sono 13 anni che conviviamo con un’epilessia farmacoresistente. La malattia ha portato “in dono” una disabilità e una certa qual fatica nello studio. Abbiamo dunque un PEI (Piano Educativo Individualizzato) e sì, uso e userò il plurale perché salute, inclusione scolastica e diritto allo studio per chi ha bisogni educativi speciali non sono mai questioni della singola persona. Sono questioni collettive. Familiari, in primis, ma a essere onesti sono – o almeno dovrebbero essere – temi di interesse e riflessione per l’intera società.
Gli ultimi due anni, cioè da che siamo alla secondaria di secondo grado, il livello di inclusione scolastica e rispetto del diritto allo studio sono venuti alla luce per quello che sono: formalità, nella sua duplice veste. Forma, intesa come qualcosa che è ancora lontano dal diventare sostanza e forma come attenzione alle procedure, svolte le quali si è – formalmente, nonché legalmente – a posto.
Che ci siamo imbattuti in un’eccezione ben poco virtuosa? Potrebbe ben essere, per carità. Quindi guardiamoci un po’ attorno.

Il terzo Rapporto Annuale  sui diritti delle persone con disabilità dell’Osservatorio Giuridico Permanente dell’Università di Milano Human Hall ci dice, tra le altre cose, che «emerge un quadro segnato da persistenti criticità nell’attuazione effettiva dei diritti, soprattutto nell’àmbito dell’inclusione scolastica». Su un altro fronte, gli articoli di Superando sul tema inclusione e scuola che descrivono situazioni di criticità stanno diventando davvero numerosi. Dulcis in fundo (si fa per dire…), il gruppo Facebook Normativa Inclusione continua a essere ricco di segnalazioni di vario tipo. Non un panorama idilliaco, come si può vedere. Ma torniamo a noi e agli ultimi due anni.
Due anni davvero tosti, sia sul fronte salute che sul fronte scuola. E altri ne abbiamo di fronte, ahinoi. Sul fronte salute poco ci possiamo fare. O meglio, usiamo tutti i mezzi che medicina e scienza ci mettono a disposizione e sfruttiamo le positività derivanti dall’essere riusciti quasi sempre a fare squadra in modo vincente con i professionisti che ci supportano. Rapporti win-win, direbbero quelli bravi. Rapporti dove il rispetto reciproco e il contributo di tutti concorre al risultato finale.
Sul fronte scolastico mi sarei aspettato di riuscire a fare qualcosa di simile. La realtà però ci ha raccontato una storia diversa. Episodi di “scarsa cordialità” (chi legge l’onore e l’onere di usare altri termini…) sia il primo che il secondo anno. Un contesto classe davvero ostico, dobbiamo dirlo. Certe meccaniche della Scuola di oggi che davvero non aiutano e, a volte, paiono anche molto poco logiche.

Ed ecco la prima domanda: come mai il tanto sbandierato Patto educativo di corresponsabilità scuola-famiglia in questi frangenti non esce fuori dai fogli scritti – o dai PDF sui siti – per diventare qualcosa di concreto, di vivo, di vero? Me lo sono chiesto e continuo a chiedermelo.
Ci sarebbe modo, e necessità, di instaurare anche qui rapporti win-win. Allora perché invece di lavorare insieme a un obiettivo comune, ci si ritrova a non firmare un PEI? Per più di un motivo, a dire il vero. Il formato digitale adottato, innanzitutto, che in realtà non era tale perché della piattaforma ministeriale non c’era traccia, ma eravamo di fronte a un coacervo di file su Google Drive. Nessuna possibilità di firma digitale con valore legale, ça va sans dire, ma nemmeno un documento cartaceo stampato che, una volta letto e se condiviso, si poteva stampare. Perché tutto questo, mi chiedo io? Una risposta non ce l’ho.
Ma non fermiamoci alla forma. Abbiamo detto che ciò che conta è la sostanza e se il principio vale, deve valere sempre. Ubi maior, minor cessat, dicevano. Se i contenuti del PEI fossero stati condivisi, la forma avrebbe potuto passare in secondo piano. Ma nel PEI si alternavano approcci diametralmente opposti. Si passava da un’assenza totale di personalizzazioni e strumenti compensativi e/o dispensativi perché non ritenuti necessari, a elenchi di strumenti decisamente troppo completi. Per poter scegliere al bisogno, il motivo. Sigh. E accanto alla singolarità dell’approccio “altalenante”, ecco spuntare espressioni generali e di principio, così poco tarate su necessità specifiche da ricordarmi molto alcuni testi della Erickson. O di altro editore con pubblicazioni simili, qui non si fanno preferenze. Per dire che sembravano più affermazioni di principio adatte a un convegno in tema di inclusione scolastica che ad un progetto su misura come il PEI, invece, dovrebbe essere. Più forma che sostanza, di nuovo.

Passiamo quindi a una veloce digressione sulle “mappe concettuali”, tanto utili quanto mai veramente affrontate in modo serio. Quest’anno ci siamo trovati a crearle a casa in autonomia. Ovviamente seguiva il vaglio del/la docente di turno. Vaglio dovuto, intendiamoci, perché le mappe concettuali – come gli altri strumenti compensativi – devono appunto compensare una difficoltà che altrimenti risulterebbe eccessiva, non devono certo favorire. Quindi che controllo sia!
La domanda che mi pongo, però, è questa: su materie specifiche di indirizzo non sarebbe più opportuno che, se il ragazzo o la ragazza non riescono a crearle in autonomia, la scuola fornisse il supporto per crearle o, in caso di impossibilità, le producesse essa stessa? Ovvio, il discorso dovrebbe valere per tutte le materie, ma per quelle di indirizzo vedo la cosa ancora più dirimente, e deprimente, per come troppo spesso viene affrontata. Parliamo infatti di competenze che non sempre in famiglia ci sono. E se non ci sono, come si fa?
«Volevo essere più forte / di ogni mia perplessità / ma come posso accontentarmi / se tutto quello che sai darmi / è un’inclusione di plastica?». A parte queste semi-citazioni volutamente ironiche (Carmen Console, cantautrice di Amore di plastica mi perdonerà, o almeno lo spero), mi piacerebbe proporre una riflessione: penso che alla luce di come stanno andando le cose nella realtà, dobbiamo farci una domanda. Come società, intendo. Vogliamo continuare a nasconderci dietro a un dito, ripetendoci che abbiamo una normativa che ci invidiano in molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà troppo spesso difficile oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Perché c’è una differenza abissale tra un diritto formale e un diritto sostanziale. Il primo, per quanto sacrosanto, resta sulla carta, il secondo lo possiamo esercitare. Io la mia preferenza ce l’ho, penso si sia capito.

Di quest’anno scolastico appena chiuso ho omesso molte cose, ma una la inserisco adesso: il discorso caregiving. Con una scuola sempre più assente, che delega – ma sarebbe meglio dire lascia – alla famiglia quanto dovrebbe fare lei, quale mai potrà essere la disponibilità di tempo da dedicare al lavoro per chi abbia deciso di seguire il figlio o la figlia nel percorso scolastico, per non lasciare che affronti in solitaria quel percorso che dovrebbe fargli acquisire competenze per la vita?
Attenzione, però. Non vivo su Marte. Conosco bene i problemi che sta attraversando la Scuola, non da oggi. Ma questo non cambia di una virgola il discorso, anzi. È proprio questo il contesto in cui il Patto educativo di corresponsabilità dovrebbe svolgere un suo ruolo ben preciso. E quindi? E quindi non lo so. E con queste tante domande e ben poche risposte, ad un certo punto ho deciso di scrivere una lettera al ministro Valditara. L’avrà letta? Non lo so, non ne ho idea. Lo spero, ovvio, anche se ad oggi non ho avuto risposte. E perché mai avrebbe dovuto rispondermi, dirà qualcuno. Non sono un’associazione, non sono un ente che rappresenta una moltitudine di persone, non sono una persona pubblicamente rilevante. Tutto molto vero. Ma ho una presunzione: non sono nemmeno l’unico che crede ancora che la Scuola e il diritto allo studio per tutti/e siano uno dei pilastri fondamentali di una società che voglia definirsi civile. E allora una sorta di rappresentanza minima – ideale, s’intende, ché nessuno mi ha dato alcun mandato – me la arrogo. Se mi è concesso. E se non mi è concesso, fa lo stesso, tiè.
E dico che serve un cambio di passo. Non è la stessa Costituzione a dirci con l’articolo 34 che «la scuola è aperta a tutti», che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» e con l’articolo 3 che la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»?
Allora serve un cambio culturale che, per resistere alle intemperie del tempo e anche a certe nuove spinte sociali, nasca dal basso. Che dal basso fiorisca coinvolgendo sempre più persone. Perché quando parliamo di certi temi. parliamo di temi condivisi. Non riguardano solo qualcuno, rappresentano precise scelte sociali.
Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!

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Perché tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare

Superando - 6 Luglio 2026 - 1:17pm

In Italia, secondo stime attendibili, tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare, non perché manchi il desiderio di partire, ma soprattutto perché mancano informazioni affidabili sulla reale accessibilità delle strutture e dei servizi. Con la consapevolezza, quindi, che senza informazioni affidabili sull’accessibilità, il turismo resta un diritto incompiuto, la startup World4All punta a trasformare l’accessibilità stessa in un dato misurabile e verificabile

Il turismo accessibile non è una nicchia. È una componente sempre più rilevante dell’economia turistica europea e rappresenta una delle grandi sfide ancora aperte per un settore che fa dell’accoglienza il proprio tratto distintivo. Eppure, in Italia, tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare. Non perché manchi il desiderio di partire, ma perché mancano informazioni affidabili sulla reale accessibilità delle strutture e dei servizi.
L’Italia, per altro, è notoriamente tra le destinazioni turistiche più ambite al mondo, ma continua a mostrare profonde criticità sul fronte dell’accessibilità. Secondo i dati riportati dalla startup World4All, il turismo accessibile nel nostro Paese genera un valore di 9,6 miliardi di euro tra effetti diretti e indiretti e rappresenta l’8,2% delle presenze turistiche nazionali. A livello europeo il comparto produce circa 400 miliardi di euro all’anno. E tuttavia, nonostante questo potenziale, soltanto il 9% dei servizi turistici risulta pienamente accessibile.
Il problema non riguarda esclusivamente le persone con disabilità. L’assenza di informazioni precise e verificabili penalizza anche persone anziane, famiglie con bambini piccoli e tutti quei viaggiatori che necessitano di ambienti facilmente fruibili. Il risultato è un mercato che fatica a intercettare una domanda crescente e che continua a lasciare indietro milioni di persone.
Alla base di questa situazione c’è un nodo spesso sottovalutato: la differenza tra accessibilità dichiarata e accessibilità reale, se è vero che molte strutture si definiscono accessibili, ma le informazioni disponibili online sono spesso incomplete, generiche o non aggiornate. Chi deve organizzare un viaggio si trova così costretto a telefonate, verifiche incrociate e lunghe ricerche che non sempre garantiscono risultati affidabili.

È in tale contesto che si inserisce World4All, startup innovativa nata a Desenzano del Garda (Brescia) con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità in un dato misurabile e verificabile.
Il progetto ha recentemente ottenuto da Invitalia un finanziamento Smart&Start superiore a 420.000 mila euro, di cui oltre 123.000 a fondo perduto, per sviluppare ulteriormente una piattaforma basata su dati certificati e intelligenza artificiale. L’ambizione è chiara: diventare una sorta di Google Maps dell’accessibilità, non quindi una semplice applicazione che raccoglie recensioni degli utenti, ma uno strumento fondato su audit tecnici certificati e su un sistema in grado di elaborare oltre 300 variabili relative all’accessibilità di luoghi e servizi. Queste informazioni vengono poi messe in relazione con il profilo funzionale della persona, generando un indice di compatibilità personalizzato.
L’approccio si differenzia dai tradizionali modelli basati sul crowdsourcing. Anziché affidarsi infatti esclusivamente alle valutazioni spontanee degli utenti, la piattaforma utilizza dati verificati sul campo, progressivamente aggiornati e integrati in un database proprietario che cresce nel tempo. L’obiettivo è ridurre l’incertezza e permettere alle persone di pianificare viaggi e spostamenti con maggiore sicurezza.

Dietro a World4All c’è la storia di Marco Bottardi, imprenditore ed ex atleta diventato una persona con paraplegia in seguito a un incidente motociclistico. La difficoltà di reperire informazioni affidabili sui luoghi accessibili è diventata il punto di partenza per immaginare una soluzione che potesse essere utile non solo alle persone con disabilità, ma anche alle loro famiglie e a tutti coloro che necessitano di servizi realmente inclusivi.
Questa prospettiva mette in evidenza un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’accessibilità non è una richiesta speciale rivolta a una minoranza, ma un elemento che migliora la qualità dell’esperienza per una platea molto più ampia di cittadini e turisti.

La crescita del progetto passa anche attraverso l’apertura di una nuova sede operativa in Sardegna, con la scelta dell’isola che non è casuale: l’obiettivo è infatti quello di creare un laboratorio permanente dedicato al turismo inclusivo, rafforzando le attività di mappatura delle strutture accessibili, la formazione degli operatori del settore e la collaborazione con enti locali e istituzioni.
«Se vogliamo rendere l’accessibilità un’informazione affidabile e realmente utile per chi viaggia, dobbiamo essere presenti sui territori, lavorare a stretto contatto con operatori e istituzioni e raccogliere dati verificati sul campo», spiega Marvin Milanese, amministratore delegato e cofondatore di World4All secondo il quale la Sardegna può diventare un punto di riferimento europeo nel turismo accessibile e rappresenta il primo tassello di una più ampia strategia di sviluppo nazionale.
L’idea è quella di costruire un modello replicabile in altre Regioni italiane e, successivamente, in altre destinazioni europee.

La centralità dell’accessibilità è destinata ad aumentare nei prossimi anni. In Europa vivono circa 87 milioni di persone con disabilità e oltre 100 milioni di cittadini hanno più di 65 anni. Numeri che evidenziano come il tema non possa più essere considerato marginale nelle strategie di sviluppo turistico.
A rafforzare questa tendenza contribuisce anche la Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Actv), entrata recentemente in vigore, che punta a ridurre le barriere nell’accesso a prodotti e servizi e a rendere l’accessibilità un elemento strutturale delle politiche economiche e sociali europee.
La vera sfida, tuttavia, non riguarda soltanto l’eliminazione delle barriere fisiche. Riguarda soprattutto la costruzione di un sistema informativo trasparente, affidabile e verificabile. Perché un diritto esiste davvero solo quando può essere esercitato. E per milioni di persone, poter viaggiare significa prima di tutto poter scegliere sapendo con certezza cosa troveranno una volta arrivati a destinazione.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Tra empatia e gentilezza: restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità

Superando - 6 Luglio 2026 - 12:41pm

«Nel contesto di una “nuova pedagogia della persona con deficit” – scrive Tonino Urgesi -, l’empatia significa restituire alla stessa persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità»

In un mondo in cui spesso prevalgono la velocità, il giudizio e l’indifferenza, la gentilezza rappresenta un gesto profondamente rivoluzionario. Essa non è semplicemente una forma di educazione o una pratica di cortesia superficiale; quando si intreccia con l’empatia, diventa una scelta etica e antropologica, perché implica il riconoscimento dell’altro nella sua piena umanità.
Essere empatici significa vedere la persona prima della sua condizione, del suo ruolo sociale o delle sue difficoltà. Significa incontrare l’altro senza pregiudizi, attraverso uno sguardo capace di accogliere la complessità della sua esperienza e di riconoscerne il valore intrinseco. L’empatia richiede la capacità di andare oltre ciò che appare immediatamente visibile, per incontrare la persona nella sua unicità e nella ricchezza della sua storia.
La vera empatia, inoltre, nasce dall’ascolto e dalla capacità di considerare l’altro non come un oggetto di cura, ma come un soggetto portatore di diritti, emozioni, aspirazioni e libertà. Essa richiede sensibilità, rispetto e la disponibilità ad accogliere ciò che spesso rimane invisibile o non riconosciuto.
In questa prospettiva si apre la necessità di una “nuova pedagogia della persona con deficit”: una pedagogia fondata non sulla mancanza, sul limite o sulla dipendenza, ma sulla valorizzazione della persona nella sua interezza.
Questo principio assume un’importanza fondamentale soprattutto quando incontriamo una persona con deficit. Troppo spesso, infatti, lo sguardo sociale si concentra esclusivamente sulla fragilità, sulla dipendenza o sul bisogno di assistenza, dimenticando che ogni individuo possiede una dimensione emotiva, relazionale, corporea e progettuale che costituisce parte integrante della propria identità.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” richiede dunque un cambiamento di prospettiva: passare da una visione centrata sul bisogno a una visione centrata sulla persona. Il che significa riconoscere ogni individuo come protagonista della propria esistenza, capace di autodeterminazione, partecipazione e scelta. L’educazione e la cura non devono limitarsi a compensare una difficoltà, ma devono creare condizioni affinché ciascuno possa esprimere le proprie potenzialità e costruire il proprio progetto di vita.

In questo contesto, l’empatia significa restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità.
Uno degli aspetti più frequentemente negati riguarda proprio la dimensione affettiva e sessuale. Nella nostra società, infatti, permane ancora una difficoltà culturale nel riconoscere che anche le persone con deficit possiedono bisogni affettivi e sessuali, desideri, curiosità, necessità di intimità e il diritto di vivere una relazione autentica con il proprio corpo e con gli altri.
Spesso la persona viene infantilizzata e privata simbolicamente della propria maturità affettiva, come se il deficit potesse cancellare il desiderio o rendere marginale la dimensione sessuale e psico-corporea. Questo rappresenta una forma di invisibilità che incide profondamente sulla dignità della persona, perché nega la complessità dell’essere umano e riduce l’identità individuale alla sola condizione di fragilità.
Riconoscere il bisogno sessuale della persona con deficit non significa ridurre l’individuo alla dimensione istintiva o fisica, ma comprendere che la sessualità è una componente naturale dell’essere umano. Essa riguarda il modo in cui percepiamo noi stessi, il bisogno di vicinanza, il desiderio di essere riconosciuti, accolti e amati. Anche questa dimensione appartiene al diritto della persona di vivere pienamente la propria soggettività.
Quando questa dimensione viene ignorata, la persona rischia di vivere una condizione di solitudine ancora più profonda: non soltanto perché può incontrare ostacoli pratici o sociali, ma perché viene privata dello spazio simbolico in cui poter esprimere una parte essenziale della propria identità.

L’empatia autentica, accompagnata dalla gentilezza, diventa allora anche la capacità di ascoltare ciò che spesso rimane inespresso. Significa creare contesti educativi e relazionali nei quali la persona con deficit possa parlare dei propri sentimenti, dei propri desideri e delle proprie pulsioni senza vergogna né giudizio. Essere gentili significa non decidere al posto dell’altro ciò che può o non può provare. Significa non imporre limiti determinati dal pregiudizio, ma accompagnare ogni persona nel percorso di conoscenza di sé e nella costruzione della propria autonomia affettiva, relazionale e sociale.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” si fonda proprio su questo principio: educare allo sguardo, alla relazione e al riconoscimento. Non si tratta soltanto di offrire sostegno, ma di costruire ambienti capaci di accogliere la persona nella sua totalità, valorizzandone la voce, le scelte, i desideri e la capacità di partecipare alla vita sociale.

Viviamo in una società nella quale spesso le persone vengono ridotte alle loro funzioni: il “cliente”, l’“utente”, il “paziente”, il “lavoratore”. Anche la persona con deficit rischia di essere considerata soltanto attraverso il ruolo di chi riceve assistenza. Ma prima di ogni definizione vi è una persona, con una storia, un corpo, un desiderio, una dignità e un progetto di vita che chiedono di essere riconosciuti.
L’empatia è proprio questo: restituire umanità agli incontri quotidiani. È fermarsi abbastanza a lungo da vedere davvero l’altro. È comprendere che ogni persona non ha bisogno soltanto di cura, ma anche di relazione, affetto, rispetto, tempo per vivere pienamente se stessa e possibilità concrete di essere riconosciuta nella propria complessità.
La più grande rivoluzione del nostro tempo consiste nel superare l’indifferenza e costruire una cultura dell’incontro, nella quale anche la persona con deficit possa essere riconosciuta nella sua interezza: non soltanto come qualcuno da proteggere, ma come qualcuno capace di desiderare, amare ed essere amato.
La “nuova pedagogia della persona con deficit” invita quindi a superare ogni sguardo riduttivo e a promuovere una cultura della possibilità, nella quale la diversità non venga interpretata come assenza o limite, ma come una delle molteplici forme attraverso cui si manifesta l’esperienza umana.
L’empatia, in fondo, è il linguaggio attraverso cui diciamo all’altro: «Ti vedo. Ti riconosco. La tua vita, i tuoi desideri e la tua umanità hanno valore».

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Arriva la tappa di Anzio per il viaggio di “Ocean Bird”

Superando - 6 Luglio 2026 - 12:18pm

Partito dalla Spezia, il giro d’Italia a vela di “Ocean Bird”, iniziativa denominata “BuonVento – Tutti a bordo”, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio, sta per approdare ad Anzio (Roma). Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto dello skipper Pietro Frisani, che ha messo a disposizione il proprio veliero  e che sostiene le spese di navigazione, organizzazione e gestione, con il contributo organizzativo di FIA e ANGSA A bordo di “Ocean Bird”

Partito il 26 giugno dal porto della Spezia, come avevamo segnalato sulle nostre pagine, sta per arrivare ad Anzio /(Roma) il giro d’Italia a vela del natante Ocean Bird, iniziativa denominata BuonVento – Tutti a bordo, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio.
Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto unico nel suo genere ideato dallo skipper Pietro Frisani, velista esperto che mette a disposizione il veliero due alberi di 16 metri, con il quale ha completato il giro del mondo. Tutte le spese di navigazione, organizzazione e gestione sono sostenute dallo stesso Frisani, che si avvale del fondamentale contributo organizzativo della FIA (Fondazione Italiana Autismo) e dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo).

Tre, dunque, le giornate previste per Ocean Bird ad Anzio, da domani, 7 luglio, fino a giovedì 9, con il coinvolgimento di circa 40 persone con neurodivergenze e accompagnatori.
Il programma prevede, come per ogni tappa del viaggio, due uscite in mare ogni giorno, una alla mattina alle 9 con rientro alle 13 e la seconda nel pomeriggio dalle 16 alle 20, con a bordo sette persone. Quattro ore a bordo della grande barca a vela, dunque, ossia il tempo giusto per scoprire le emozioni del mare e del viaggiare con il vento.
Da segnalare anche che nella mattinata di domani, 7 luglio, a portare il saluto della città ai naviganti vi sarà il sindaco di Anzio Aurelio Lo Fazio.

Dopo la Spezia e Anzio, Ocean Bird punterà su Maratea (Potenza), Vibo Valentia, Tropea (Vibo Valentia), Scilla (Reggio Calabria) e Milazzo (Messina). Risalendo poi lungo l’Adriatico, raggiungerà i porti di Taranto, Brindisi, Trani, Ancona, Ravenna, Chioggia (Venezia), Venezia e Trieste, «tredici tappe totali – sottolinea Frisani – che trasformeranno il mare in uno spazio di incontro, esperienza e partecipazione» Il tutto coinvolgendo in totale circa 230 persone tra persone con neurodivergenza, familiari e operatori che saliranno a bordo per un viaggio nel vento. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Luca Benigni (luca.benigni@gmail.com).

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GPS 2026/2028 – Pubblicazione terzo decreto di esclusione

Ultime da A. T. P. Cosenza - 6 Luglio 2026 - 10:30am

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0009423.06-07-2026 (262 kB)ALLEGATO ESCLUSI - TERZO DECRETO (406 kB)

Equità sanitaria e persone con disabilità: il Centro TincTec dell’Università di Macerata nella Rete dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

Superando - 3 Luglio 2026 - 6:49pm

Un prestigioso riconoscimento internazionale è stato conseguito da TincTec, Centro di ricerca su didattica, inclusione, disabilità e tecnologie educative dell’Università di Macerata, diretto da Catia Giaconi, che è entrato ufficialmente a far parte del “WHO Disability Health Equity Network”, rete internazionale per l’equità sanitaria delle persone con disabilità, promossa e ospitata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il biennio 2026-2028 Lo staff del Centro TincTec diretto da Catia Giaconi (in primo piano)

Un prestigioso riconoscimento internazionale è quello conseguito da TincTec, Centro di ricerca su didattica, inclusione, disabilità e tecnologie educative del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo dell’Università di Macerata, diretto da Catia Giaconi, che è entrato ufficialmente a far parte del WHO Disability Health Equity Network, rete internazionale per l’equità sanitaria delle persone con disabilità, promossa e ospitata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il biennio 2026-2028.
«L’ingresso nel WHO Disability Health Equity Network – sottolinea la professoressa Giaconi – rafforza ulteriormente la dimensione internazionale del nostro Centro e della stessa Università di Macerata, confermandone l’impegno nella promozione di una ricerca capace di generare impatto sociale e di contribuire attraverso il dialogo con le principali istituzioni internazionali, al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e alla costruzione di società più inclusive, eque e partecipative. Il riconoscimento conferma la centralità della Terza Missione del nostro Ateneo e l’impatto sociale delle ricerche dei nostri studiosi sui temi dell’inclusione».

«L’ingresso nel Network – si legge in una nota diffusa dall’Università marchigiana – rappresenta un importante riconoscimento del lavoro scientifico e istituzionale che il Centro TincTec svolge nei settori della pedagogia speciale per l’inclusione, delle disabilità e dell’innovazione educativa e didattica, rafforzandone il posizionamento all’interno di una rete internazionale impegnata nella promozione dell’inclusione sociale e della partecipazione attiva delle persone con disabilità. Questo passaggio consentirà alle ricercatrici e ai ricercatori del TincTec di contribuire a una comunità globale di ricerca composta da università, centri di ricerca, organizzazioni internazionali e associazioni rappresentative, favorendo lo sviluppo di collaborazioni scientifiche, la condivisione di evidenze e la definizione di strategie orientate a promuovere politiche sempre più inclusive».

Nel dettaglio, il Centro dell’Ateneo marchigiano contribuirà a due linee di lavoro strategiche, ossia Rafforzare la leadership in materia di equità sanitaria tra le persone con disabilità e Definire indicatori, dati e sistemi di monitoraggio affidabili e in tali àmbiti, metterà a disposizione le proprie competenze di ricerca per sostenere il rafforzamento della leadership delle persone con disabilità e lo sviluppo di sistemi di monitoraggio a supporto delle politiche internazionali per l’inclusione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimc.it.

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“I luoghi della discriminazione”: se il cambiamento comincia dallo sguardo

Superando - 3 Luglio 2026 - 6:01pm

“I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare” è un libro di Sabrina Francavilla, consulente filosofica e attivista per i diritti delle persone con disabilità, che non racconta episodi di discriminazione, né intende suscitare indignazione, ma prova ad interrogarsi su dove nascano davvero quei meccanismi culturali e relazionali che continuano, spesso in modo quasi impercettibile, a limitare la libertà e il pieno riconoscimento delle persone con disabilità. Ne parliamo con l’Autrice

Non è un libro costruito per raccontare episodi di discriminazione, né per suscitare indignazione. I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare di Sabrina Francavilla prova piuttosto a fare un passo ulteriore: interrogarsi su dove nascano davvero quei meccanismi culturali e relazionali che continuano, spesso in modo quasi impercettibile, a limitare la libertà e il pieno riconoscimento delle persone con disabilità.
Laureata in Filosofia, consulente filosofica e attivista per i diritti delle persone con disabilità, Francavilla affronta il tema senza necessariamente soffermarsi sul racconto della propria esperienza personale. La sua vicenda diventa il punto di partenza per una riflessione che chiama in causa il nostro modo di concepire la dignità, l’autonomia, la cura e le relazioni. Abbiamo parlato con lei di alcuni dei temi centrali del volume.

Sabrina, il tuo libro non si limita a raccontare la discriminazione. Cerca soprattutto di comprenderne le radici. Qual è stata la domanda da cui sei partita?
«Mi sono chiesta perché, nonostante i progressi compiuti sul piano dei diritti, tante forme di discriminazione continuino a riprodursi nella vita quotidiana. Mi sono resa conto che spesso non dipendono da comportamenti apertamente ostili, ma da atteggiamenti che consideriamo normali e che, proprio per questo, passano inosservati. Ho sentito l’esigenza di provare a raccontare questi meccanismi, perché è lì che il cambiamento può davvero iniziare».

Nel titolo parli di “luoghi della discriminazione”. Non sono soltanto spazi fisici. Quali sono oggi quelli che ti preoccupano maggiormente?
«Parlo di tutti quei contesti nei quali una persona costruisce la propria vita: la famiglia, la scuola, il lavoro, i servizi, le relazioni quotidiane. Mi soffermo in particolare sulla famiglia perché dovrebbe essere, per definizione, il luogo dell’accoglienza e della libertà. Eppure, proprio lì, talvolta possono nascere dinamiche che limitano l’autonomia, quasi sempre in buona fede, nel tentativo di proteggere. È una forma di discriminazione difficile da riconoscere proprio perché si presenta con il volto dell’affetto».

Nel libro emerge anche l’idea che non sempre la discriminazione nasca dall’ostilità.
«Esattamente. Siamo portati a pensare che, se un gesto nasce da una buona intenzione, non possa essere discriminatorio. Ma quando la protezione si trasforma nell’abitudine a decidere al posto dell’altro, oppure quando si presume di sapere sempre quale sia la scelta migliore, il rischio è quello di limitare la libertà della persona. È un meccanismo molto sottile, che raramente nasce dalla cattiveria, ma che proprio per questo merita di essere riconosciuto».

Dedichi ampio spazio anche al linguaggio. Negli ultimi anni se ne discute molto. Che ruolo attribuisci alle parole?
«Le parole hanno un peso enorme perché riflettono il modo in cui guardiamo le persone. Tuttavia non credo che basti sostituire un termine con un altro per cambiare davvero la realtà. Il linguaggio è importante se accompagna una trasformazione culturale. Altrimenti rischia di diventare soltanto un esercizio formale».

La tua formazione filosofica attraversa tutto il libro. In che modo ha influenzato il tuo sguardo?
«La filosofia mi ha insegnato a non fermarmi ai fenomeni, ma a cercarne le cause profonde. La disabilità non riguarda soltanto la salute o la condizione individuale. Interroga il nostro modo di pensare la persona, la libertà, la giustizia, la dignità. È questo lo sguardo che ho cercato di mantenere lungo tutto il libro».

Se dovessi indicare il messaggio più importante che vorresti arrivasse a chi legge, quale sarebbe?
«Mi piacerebbe che, terminata la lettura, le persone imparassero a riconoscere la discriminazione anche quando non assume forme evidenti. Non per alimentare sensi di colpa, ma per accrescere la consapevolezza. Credo che ogni autentico cambiamento culturale inizi proprio dalla capacità di osservare le relazioni quotidiane con occhi diversi».

Il merito principale del libro di Sabrina Francavilla è quello di non offrire risposte semplici a questioni complesse, ma invitare a riflettere su aspetti della vita quotidiana che troppe volte rimangono sullo sfondo. La discriminazione, ci ricorda l’Autrice, non è soltanto una questione di diritti negati o di episodi eclatanti. Può annidarsi anche nelle relazioni più vicine, nelle aspettative, nelle parole e perfino nelle attenzioni che nascono dalle migliori intenzioni.
Per questo I luoghi della discriminazione è un libro che merita di essere letto e discusso: non perché distribuisca giudizi, ma perché è capace di offrire strumenti per comprendere meglio una realtà che riguarda il modo in cui una società riconosce, o talvolta fatica ancora a riconoscere, la piena dignità di ogni persona.

I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare di Sabrina Francavilla è disponibile anche in e-book.

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Accessibilità e anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici

Superando - 3 Luglio 2026 - 4:50pm

L’Associazione professionale WIFTMI (Women in Film Television & Media Italia) ha creato il gruppo “Access Team”, dedicato all’accessibilità e all’anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici, che verrà presentato durante un incontro online del 6 luglio

L’Associazione professionale WIFTMI (Women in Film Television & Media Italia) ha creato il gruppo Access Team, dedicato all’accessibilità e all’anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici, che verrà presentato nel pomeriggio del 6 luglio (ore 18), durante un incontro online.
Per l’occasione, a parlare di disabilità, neurodivergenza, accessibilità, lavoro, rappresentazione, linguaggio, abilismo e stereotipi, sullo sfondo dell’audiovisivo, saranno Marzia Macchiarella, Marina Cuollo, Meltea Keller e Chiara Zanini. (S.B.)

Per partecipare all’incontro online (piattaforma Zoom), accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa.zanini@gmail.com.

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Il diritto alla cura come valore universale e responsabilità condivisa

Superando - 3 Luglio 2026 - 4:01pm

Un’occasione per approfondire il tema dell’inclusione, dei diritti dei caregiver e dell’accesso alla cura, attraverso testimonianze, riflessioni e un confronto aperto sul significato di una società che non lasci indietro nessuno: sarà questo l’incontro del 6 luglio a Milano, che coinciderà con l’uscita del libro “La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso” di Fortunato Nicoletti e Maria Coppola

In occasione dell’uscita del libro La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso (In Dialogo, 2026), gli autori dello stesso, Fortunato Nicoletti e Maria Coppola, dialogheranno nel pomeriggio del 6 luglio a Milano (Sala Convegni dell’Arcivescovado, Piazza Fontanas, 2, ore 17.45) con la consigliera regionale della Lombardia, avvocata e attivista per i diritti delle persone con disabilità Lisa Noja, nel corso di un incontro moderato dal giornalista del «Giorno» Giambattista Anastasio.
Sarà un’occasione propizia, come si legge nella presentazione editoriale, per approfondire il tema dell’inclusione, dei diritti dei caregiver e dell’accesso alla cura, attraverso testimonianze, riflessioni e un confronto aperto sul significato di una società che non lasci indietro nessuno. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: associazione@nessuno-escluso.it.

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Esiti valutazione dei progetti presentati dalle scuole, volti a contrastare il fenomeno del cyberbullismo e sensibilizzare all’uso consapevole della rete internet. Rettifica

Ultime da USR Calabria - 3 Luglio 2026 - 3:42pm

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