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Il turismo accessibile esce dalla “nicchia” e diventa qualità dell’accoglienza per tutti

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Il turismo accessibile entra con una pagina dedicata in “Italia.it”, portale ufficiale del turismo italiano, al pari di tutti gli altri settori, con piena visibilità e dignità. Si tratta di un cambio di prospettiva che sposta l’accessibilità dal terreno della nicchia a quello della qualità dell’accoglienza per tutti e che è il frutto del risultato di una collaborazione tra il Ministero del Turismo e la nota rete dell’ospitalità accessibile Village for all–V4A®

«Vedere il turismo accessibile riconosciuto sul portale ufficiale del turismo italiano significa affermare un principio semplice: viaggiare deve essere possibile per tutti! E mettere a disposizione del Tourism Digital Hub le nostre informazioni e le nostre guide era il modo più concreto per trasformare un valore in un’opportunità reale, per le persone e per le strutture che sanno offrire un’ospitalità accessibile»: così Roberto Vitali co-fondatore e amministratore delegato della nota rete per l’ospitalità accessibile Village for all–V4A®, commenta con soddisfazione l’inserimento di una pagina interamente dedicata al turismo accessibile in Italia.it, portale ufficiale del turismo italiano, risultato che nasce dalla collaborazione tra il Ministero del Turismo e la stessa rete Village for all–V4A®, partner del Ministero, che ha appunto messo a disposizione tutte le informazioni necessarie e le guide pubblicate nel corso degli anni.

Grazie dunque all’inserimento nel portale nazionale Italia.it dei link utili e delle guide di Village for all, tutte le strutture affiliate alla rete V4A® e le destinazioni certificate con il marchio Destination4All®, sono rintracciabili direttamente dal portale stesso, in modo che i viaggiatori con esigenze di accessibilità — persone con disabilità motorie, sensoriali, cognitive, persone anziane, famiglie con bambini piccoli — possono raggiungere le strutture accessibili dallo stesso canale che promuove l’intera offerta turistica del Paese.
«Si tratta di un passo in avanti significativo – ribadisce Vitali – per il riconoscimento del turismo accessibile, che entra nel portale ufficiale al pari di tutti gli altri settori, con piena visibilità e dignità. Un cambio di prospettiva che sposta l’accessibilità dal terreno della nicchia a quello della qualità dell’accoglienza per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@villageforall.net.

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Una preziosa occasione di visibilità per la figura del disability manager

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Durante il recente evento di Rimini “ExpoAid 2026”, per tre giorni lo stand di SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager) ha rappresentato un punto di informazione, orientamento e confronto, dedicato alla conoscenza della realtà associativa e alla promozione della figura del disability manager. E per l’occasione le due organizzazioni hanno anche proposto il seminario intitolato “La figura del disability manager” I partecipanti al seminario promosso a Rimini da SIDIMA e AIDIMA

Durante il recente evento di Rimini ExpoAid 2026, per tre giorni lo stand di SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager) ha rappresentato un punto di informazione, orientamento e confronto, dedicato alla conoscenza della realtà associativa e alla promozione della figura del disability manager. Numerose persone con disabilità, caregiver, professionisti, associazioni, studenti, cittadini e rappresentanti delle Istituzioni hanno avuto quindi l’opportunità di conoscere più da vicino le attività delle due organizzazioni e di confrontarsi sui temi dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione. Le numerose richieste di informazioni e il dialogo sviluppatosi nel corso della manifestazione hanno per altro confermato il crescente interesse verso la figura del disability manager e il valore che questa professionalità può esprimere nei diversi contesti organizzativi, istituzionali e sociali.

Sempre a Rimini, SIDIMA e AIDIMA hanno anche proposto il seminario intitolato La figura del disability manager, centrato su due direttrici complementari, ossia da un lato il ruolo e le competenze del disability manager nei diversi contesti operativi, dall’altro il contributo che le due organizzazioni offrono alla crescita di tale figura professionale attraverso la formazione, la produzione culturale, il lavoro di rete e la collaborazione con istituzioni e organizzazioni.
Ad aprire il seminario è stato Rodolfo Dalla Mora, presidente di SIDIMA e AIDIMA, con un intervento dedicato all’evoluzione storica e culturale della figura del disability manager e al percorso di crescita della propria realtà associativa. Sono quindi intervenuti Gloria Tessarolo, assessora alla Città Solidale e Inclusiva, alla Famiglia e alla Disabilità del Comune di Treviso, che ha illustrato l’esperienza degli Enti Locali; Palma Marino Aimone, vicepresidente dell’AIDIMA e componente del Disability Management della RAI, sul ruolo del disability manager nel mondo del lavoro; Mimoza Doci, terapista occupazionale, sull’àmbito socio-sanitario; Alessandra Martelli, docente dell’Università di Teramo, sull’àmbito universitario; Cristina Casali, esperta di accessibilità, sul contributo del disability manager nel settore turistico.
Il confronto è proseguito sul ruolo svolto da SIDIMA e AIDIMA nello sviluppo della professione. A tal proposito, formazione, produzione culturale, reti territoriali, protocolli di collaborazione e confronto interdisciplinare sono stati indicati come strumenti fondamentali per consolidare competenze, favorire il riconoscimento della figura del disability manager e sostenere la crescita di una comunità professionale sempre più qualificata.
Su questi temi sono intervenuti nuovamente Rodolfo Dalla Mora e Palma Marino Aimone, seguiti da Orianna Romanello, amministratrice delegato dell’ORAS (Ospedale Riabilitativo ad Alta Specializzazione di Motta di Livenza, in provincia di Treviso), sull’esperienza del disability manager nella propria realtà organizzativa; Simona Sforzin, direttrice dei Servizi Socio-Sanitari dell’ULSS Marca Trevigiana, sul valore della rete territoriale di prossimità; Christian Parone, disability manager dell’AIDIMA, che ha illustrato il Protocollo d’Intesa dell’Associazione con l’AITO (Associazione Italiana di Terapia Occupazionale).
A conclusione dell’incontro, Stefano Sacchetti, sociologo e disability manager, ha presentato la collana editoriale dell’editore il Prato, denominata “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, alla quale abbiamo dedicato ampio spazio anche sulle nostre pagine, evidenziandone il valore come strumento di approfondimento, formazione e diffusione di una cultura dell’inclusione fondata su competenze, diritti e responsabilità condivise.

Soddisfazione ha espresso Dalla Mora per la partecipazione all’evento di Rimini, sottolineando come «occasioni di confronto di questo livello contribuiscano a rafforzare il riconoscimento della figura del disability manager e a diffonderne la cultura nei diversi contesti istituzionali, professionali e sociali». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa.sidima@gmail.com.

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“Navigare insieme: l’Italia senza barriere”: una rete fatta di sport, collaborazione e opportunità

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Dopo le tappe che hanno attraversato l’Italia negli ultimi mesi, approderà domani, 9 luglio, e venerdì 10, a la Spezia, “Navigare insieme: l’Italia senza barriere”, progetto promosso dalla FIV (Federazione Italiana Vela), con il sostegno di UniCredit attraverso il Fondo Carta Etica, offrendo ai partecipanti la possibilità di vivere altre due giornate di vela in un contesto aperto e accessibile a tutti e tutte Le imbarcazioni “Hansa 303”, protagoniste del progetto “Navigare insieme: l’Italia senza barriere”

Dopo le tappe che hanno attraversato l’Italia negli ultimi mesi – si legga sulle nostre pagine di quella a Porto San Giorgio nelle Marche – sta per approdare a la Spezia, per una nuova due giorni all’insegna dell’inclusione e della condivisione, Navigare insieme: l’Italia senza barriere, progetto promosso dalla FIV (Federazione Italiana Vela), con il sostegno di UniCredit attraverso il Fondo Carta Etica e, per l’occasione, avvalendosi della collaborazione con il Circolo Velico affiliato, la Lega Navale Italiana-Sezione la Spezia, il Comitato I Zona FIV e la Sezione Velica del Comando Interregionale Marittimo Nord.
Accadrà domani, 9 luglio e venerdì 10, offrendo ai partecipanti la possibilità di vivere la vela in un contesto aperto e accessibile a tutti e tutte.

Nel dettaglio, il programma prevede attività a terra e in acqua a bordo delle imbarcazioni Hansa 303, progettate per garantire autonomia, sicurezza e partecipazione.
Il 10 luglio, poi, è in programma un Workshop per lo sviluppo del parasailing sul territorio, rivolto alle Associazioni locali e dedicato al confronto e alla condivisione di esperienze, idee e buone pratiche per promuovere una vela sempre più inclusiva.
«Tappa dopo tappa – sottolinea Fabio Colella, consigliere federale della FIV con delega al parasailing – stiamo vedendo crescere qualcosa che va ben oltre i numeri. Ogni territorio che ci ospita, infatti, aggiunge valore al progetto, grazie al lavoro dei circoli, dei volontari e di tutte le persone che credono nella forza inclusiva della vela. Vedere sempre più partecipanti vivere il mare con entusiasmo e naturalezza ci conferma che stiamo percorrendo la strada giusta. Navigare Insieme continua quindi a costruire una rete fatta di sport, collaborazione e opportunità, dimostrando che la vela può davvero essere un’esperienza aperta a tutti». (S.B.)

Per ogni altra informazione: parasailingacademy@federvela.it.

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Formazione per i docenti su ADHD e DSA: molte firme raccolte e le riflessioni del Ministero

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Ha raccolto ad oggi 16.388 firme la petizione nel web di cui avevamo riferito un paio di mesi fa, voluta per chiedere che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Fatto poi ulteriormente significativo, una volta resa nota e formalizzata ai rappresentanti delle Istituzioni nazionali, quell’istanza è stata anche inoltrata agli uffici competenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito

Ha raccolto ad oggi 16.388 firme verificate, la petizione nel web lanciata da Sonia Brescianini, di cui avevamo riferito nel maggio scorso, per chiedere che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Fatto poi ulteriormente significativo, una volta resa nota e formalizzata ai rappresentanti delle Istituzioni nazionali, quell’istanza è stata anche inoltrata agli uffici competenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
«A questo punto – commenta la promotrice dell’iniziativa – non si tratta più solo di una raccolta firme, per quanto cospicue e importanti, ma di un percorso che sta effettivamente stimolando una riflessione nelle sedi ministeriali sulla necessità di fornire appunto ai docenti strumenti psicologici e tecnici concreti per gestire le sfide delle neurodivergenze in classe». (S.B.)

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Una campagna di comunicazione sul diritto alla vita indipendente realizzata da giovani con disabilità

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Verrà presentata il 13 luglio a Milano la campagna di comunicazione riguardante il diritto alla vita indipendente, denominata “My Time is not Mine” (“Il mio tempo non è mio”), realizzata da un gruppo di giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, partecipanti al progetto europeo “Keep Driven”, che mira appunto a rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità stessi Giovani con disabilità partecipanti al progetto europeo “Keep Driven”

Come avevamo riferito lo scorso anno, il progetto europeo Keep Driven è un’iniziativa co-finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma Erasmus+, con l’obiettivo di rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità, affinché possano contribuire in modo pieno ed efficace alla vita democratica delle loro comunità, a livello locale ed europeo. Coordinato da CBM Italia e realizzato insieme a un partenariato europeo che comprende l’EDF (il Forum Europeo sulla Disabilità), APF France Handicap, la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), e SUSTENTO (Lettonia), Keep Driven si è focalizzato nei primi mesi di attività su un’indagine transnazionale riguardante la partecipazione dei giovani con disabilità e su una serie di visite di studio in Lettonia, Italia e Francia, coinvolgendo direttamente giovani attivisti ed esperti.

Sempre nell’àmbito di tale iniziativa, i fari saranno ora accesi il 13 luglio su Milano (Centro BASE Milano, ore 18.30), per la presentazione pubblica della campagna di comunicazione riguardante il diritto alla vita indipendente e denominata My Time is not Mine (letteralmente “Il mio tempo non è mio”), realizzata appunto da un gruppo di giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, partecipanti a Keep Driven.
«L’incontro – spiegano dalla LEDHA – sarà un’ottima occasione per ascoltare direttamente i protagonisti della campagna e confrontarsi sul diritto alla vita indipendente: saranno infatti i giovani stessi a raccontare il proprio percorso, le sfide affrontate e il significato di essere protagonisti del cambiamento. Nello specifico, il talk, condotto da Arianna Talamona, diversity & inclusion specialist e content creator, darà voce ad Alessia, Marco, Giona e Valentina, la delegazione di giovani con disabilità che hanno partecipato al progetto e che attraverso un percorso di formazione sui diritti, la partecipazione democratica e la comunicazione, hanno trasformato le proprie storie personali in una presa di posizione collettiva: un manifesto e un position paper rivolto alle istituzioni europee, che mettono in luce gli ostacoli alla vita indipendente e rivendicano il diritto di scegliere del proprio tempo, del proprio futuro, della propria vita». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@ledha.it; valeria@tree-ideas.it.

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Sostenere il lavoro delle persone con disabilità nel mercato aperto, non percorsi separati o simbolici

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Un recente rapporto dell’ENIL, la Rete Europea per la Vita Indipendente, pone una questione centrale: ancora oggi, in molti Paesi europei, una parte rilevante delle risorse destinate all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità continua a finanziare forme di occupazione separate, protette o confinate. Urge invece investire in strumenti che permettano alle persone con disabilità stesse di accedere, restare e crescere nel lavoro ordinario

Pochi giorni fa è stato pubblicato il nuovo Policy Report intitolato Increasing labour market inclusion – reforming EU State Aid legislation (letteralmente “Promuovere l’inclusione nel mercato del lavoro: riforma della normativa UE sugli aiuti di Stato”), prodotto dall’ENIL, la Rete Europea sulla Vita Indipendente e dedicato appunto all’inclusione delle persone con disabilità nel mercato del lavoro e alla necessità di riformare le norme europee sugli aiuti di Stato.
Il rapporto pone una questione centrale: le politiche pubbliche per l’occupazione delle persone con disabilità devono essere valutate per i risultati che producono davvero, non per le buone intenzioni che dichiarano. Ancora oggi, infatti, in molti Paesi europei, una parte rilevante delle risorse destinate all’inclusione lavorativa continua a finanziare forme di occupazione separate, protette o confinate. Le evidenze disponibili, però, mostrano che questi modelli producono pochissime transizioni verso il mercato del lavoro aperto. In diversi casi, il passaggio dal lavoro protetto al lavoro ordinario resta sotto l’1%, mentre anche le esperienze considerate migliori raggiungono percentuali molto limitate.
Il report dell’ENIL richiama invece l’urgenza di investire in strumenti che permettano alle persone con disabilità di accedere, restare e crescere nel lavoro ordinario: accomodamenti ragionevoli, assistenza personale sul lavoro, job coaching, orientamento personalizzato, adattamento degli ambienti, tecnologie assistive, formazione, accompagnamento dei datori di lavoro e sostegni economici mirati.

In questa prospettiva, quindi, il rapporto richiama anche l’esperienza dell’ASEE, la rete europea impegnata nella promozione dell’occupazione supportata, una realtà affermata, che mette in relazione competenze professionali, organizzazioni nazionali e pratiche sviluppate in diversi Paesi europei, contribuendo a promuovere un cambiamento sostenibile: da mercati del lavoro che ancora troppo spesso escludono o separano, a sistemi capaci di riconoscere il diritto di ogni persona a un lavoro dignitoso, scelto e adeguatamente sostenuto.
Il punto non è semplicemente “inserire” una persona in un contesto lavorativo. Il punto è costruire le condizioni perché ogni persona possa svolgere un lavoro scelto, retribuito, dignitoso e sostenibile, in un ambiente aperto, inclusivo e accessibile.

Il rapporto dell’ENIL evidenzia anche un dato politico ed economico spesso ignorato: escludere le persone con disabilità dal lavoro non danneggia solo le singole persone e le loro famiglie, ma impoverisce l’intera collettività. Meno lavoro, infatti, significa meno reddito, più rischio di povertà, maggiore dipendenza dai trasferimenti sociali, perdita di competenze, minore produttività e minori entrate fiscali. Ecco perché arriva la proposta di riformare le leggi e i regolamenti europei, affinché gli aiuti di Stato siano orientati in modo più chiaro verso l’occupazione nel mercato aperto e non verso strutture separate. L’idea è semplice ed è molto chiara: i fondi pubblici devono finanziare l’inclusione vera.

Tra gli esempi concreti di pratiche promettenti presentati dal documento, vi è anche il Piano Emergo della Città Metropolitana di Milano, che combina servizi personalizzati, orientamento, formazione, supporto alle imprese e strumenti economici. Secondo i dati, nel 2023 tale Piano ha raggiunto un tasso di inserimento nel mercato del lavoro aperto pari al 29,8%.
Un altro esempio è dato da DiversiCom, in Belgio, dove nel 2025 il 62% dei partecipanti risultava occupato nel mercato aperto o coinvolto in percorsi lavorativi o formativi significativi.
Questi dati dimostrano che l’inclusione lavorativa non è un obiettivo astratto. È possibile, ma richiede strumenti adeguati, investimenti mirati, competenze professionali e una scelta politica chiara: non costruire percorsi paralleli, ma rendere accessibile il lavoro di tutti.
Una società inclusiva non misura il proprio successo dal numero di norme approvate o di progetti annunciati, ma dal numero di persone che, grazie a quelle politiche, riescono davvero a lavorare in modo dignitoso, mantenere il proprio impiego, avere un reddito e vivere con maggiore autonomia.
Il diritto al lavoro non è una concessione, né una misura assistenziale, ma un diritto umano fondamentale, riconosciuto dall’articolo 27 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e richiamato con ancora maggiore chiarezza dal Commento Generale n. 8 del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che monitora l’attuazione della Convenzione stessa nei vari Stati.
A tutto ciò si aggiunge ora questo documento dell’ENIL, un contributo importante per tutte le istituzioni e le organizzazioni sociali, sindacali, datoriali e associative che intendano affrontare seriamente il tema dell’inclusione lavorativa. La direzione è chiara: spostare risorse, responsabilità e politiche pubbliche verso il mercato del lavoro aperto, con supporti personalizzati e risultati verificabili. E le risorse pubbliche devono sostenere il lavoro nel mercato aperto, non percorsi separati o simbolici. Secondo ENIL, infatti, l’inclusione non può essere un’etichetta: deve diventare una pratica credibile, trasparente, dignitosa e concreta.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Il premio alle città più accessibili dell’Unione Europea: quest’anno un riconoscimento anche per la vita indipendente

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Questa volta è previsto anche un riconoscimento speciale a una città che sostenga in modo particolare la vita indipendente e la transizione dalla vita in istituto delle persone con disabilità alla vita nella comunità: accadrà con il 17° “Premio Europeo alla città più accessibile” (“Access City Award 2027”), iniziativa promossa sin dal 2010 dalla Commissione Europea e dal Forum Europeo sulla Disabilità cui ogni città dell’Unione Europea con più di 50.000 abitanti potrà candidarsi fino al 4 settembre

«La tua città merita di essere premiata per i suoi sforzi volti all’accessibilità? Incoraggiala a candidarsi all’Access City Award 2027!»: sono aperte, dunque, per le città dell’Unione Europea con oltre 50.000 abitanti (o per le aree urbane composte da due o più città con una popolazione complessiva di oltre 50.000 abitanti, se si trovano in Paesi dell’Unione con meno di due città che abbiano più di 50.000 abitanti) di candidarsi alla diciassettesima edizione del “Premio Europeo alla città più accessibile” (Access City Award), iniziativa organizzata sin dal 2010 – come abbiamo costantemente raccontato in questi anni -, dalla Commissione Europea, insieme all’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, allo scopo appunto di dare visibilità e premiare quelle città che abbiano preso iniziative esemplari per migliorare l’accessibilità nelle abitazioni, negli ambienti di lavoro, nei trasporti, nelle strutture ricreative e culturali del proprio ambiente urbano, nonché nell’àmbito delle tecnologie della comunicazione.
Le iscrizioni sono aperte fino al 4 settembre e le città vincitrici riceveranno premi in denaro di 150.000 euro alla prima classificata, 120.000 euro alla seconda e 80.000 euro alla terza. Quest’anno, inoltre, verrà assegnata anche una menzione speciale a una città che sostiene in modo particolare la vita indipendente e la transizione dalla vita in istituto delle persone con disabilità alla vita nella comunità.
I finalisti verranno resi noti nel mese di novembre e i vincitori il 4 dicembre a Bruxelles.

Come si può notare dall’Albo d’Oro dell’Access City Award, che proponiamo nel box in calce, l’unica città del nostro Paese ad aggiudicarsi finora il primo premio è stata Milano che, come avevamo anche raccontato a suo tempo, non aveva ritenuto il riconoscimento come un traguardo raggiunto, ma piuttosto come un punto di partenza per diventare sempre più accogliente e accessibile non solo alle persone con disabilità, ma a tutti, grazie anche alla continua e costante pressione delle Associazioni impegnate nel settore.
In occasione poi di un’edizione successiva, vi era stata una menzione speciale per Firenze, andando ad aggiungersi a quelle ottenute negli anni precedenti da altre città italiane, vale a dire Arona (Novara), Alessandria e Monteverde (Avellino). Lo scorso anno, infine, il primo premio è tornato in Spagna, a Saragozza, mentre anche Piacenza si è guadagnata una menzione speciale. (S.B.)

Access City Award – Albo d’oro
2011: Ávila (Spagna)
2012: Salisburgo (Austria)
2013: Berlino (Germania)
2014: Göteborg (Svezia)
2015: Borås (Svezia)
2016: Milano
2017: Chester (Inghilterra)
2018: Lione (Francia)
2019: Breda (Olanda)
2020: Varsavia (Polonia)
2021: Jönköping (Svezia)
2022: Lussemburgo (Lussemburgo)
2023: Skellefteå (Svezia)
2024: San Cristóbal de La Laguna (Spagna)
2025: Vienna (Austria)
2026: Saragozza (Spagna) Per ogni informazione sull’Access City Award 2026 e su come candidarsi, accedere a questo link.

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“Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!”: perché tornare alle scuole speciali è la risposta sbagliata

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«Quando sento proporre di nuovo classi e scuole speciali – scrive Viviana Bucciarelli – penso a quella bambina che mi guardava incredula mentre ero io, l’adulta, a spiegarle perché mio figlio Carmine, ragazzo con grave disabilità cognitiva, non potesse partecipare a un gioco. “Certo che può giocare – mi disse -, noi sappiamo come fare!”. Forse, prima di tornare a separare, dovremmo imparare qualcosa proprio da loro» Carmine, figlio di Viviana Bucciarelli, ragazzo di 12 anni con grave disabilità cognitiva

In questi giorni si è tornati a parlare, con sorprendente leggerezza, della possibilità di riportare i bambini con disabilità in classi o scuole speciali. L’idea è che, almeno per quelli con le compromissioni più gravi, un contesto separato possa offrire interventi più specifici, professionisti preparati e percorsi realmente costruiti sui loro bisogni.
Chi vive la disabilità ogni giorno sa bene quanto questa proposta possa diventare seducente, soprattutto quando ci si scontra con una scuola che manca di risorse, formazione e continuità e con servizi sanitari e sociali spesso incapaci di costruire una rete intorno al bambino. Anch’io, in alcuni momenti, ho pensato che per mio figlio una scuola speciale o un centro riabilitativo potessero essere la soluzione più giusta.

Mio figlio Carmine ha 12 anni e una grave disabilità cognitiva. Quando è arrivato in prima elementare il suo linguaggio era quasi assente, aveva importanti problemi comportamentali e gravissime difficoltà di regolazione emotiva; non era in grado di svolgere alcuna attività al banco e, a causa di una grave disprassia, non possedeva nemmeno i prerequisiti per avvicinarsi alla scrittura. Aveva bisogno della presenza costante di un adulto in rapporto uno a uno, non era autonomo neppure nell’uso del bagno, scappava dall’aula, pizzicava, mordeva, non riusciva a stare seduto. Insomma, se c’era un bambino per il quale poteva sembrare ragionevole immaginare un contesto speciale, quel bambino era Carmine.
Il suo percorso di inclusione non è stato una passeggiata tra arcobaleni e coniglietti rosa, tutt’altro. Si è proceduto spesso per tentativi, aggiustamenti, cambi di rotta; alcune idee sulle quali si era lavorato e investito molto, e che sembravano davvero vincenti, si sono rivelate nei fatti dei fallimenti. Ci sono stati momenti di enorme fatica nei quali, nonostante la volontà e la professionalità di chi lavorava con lui, Carmine ha messo profondamente in crisi la scuola e i suoi comportamenti hanno posto problemi reali anche rispetto alla sicurezza sua e degli altri.
Credo che una parte importante di ciò che ha fatto funzionare questo percorso sia stata proprio la capacità di stare dentro anche a questi fallimenti. Quando una strategia non funzionava, la scuola non si è arroccata nella convinzione di aver fatto tutto nel modo giusto e che, quindi, il problema dovesse essere Carmine; si è rimessa in discussione, ha provato a capire cosa non avesse funzionato e ha cercato un’altra strada.
La differenza è stata nella domanda che gli adulti hanno scelto di porsi. Avrebbero potuto concludere che Carmine non fosse adatto a quel contesto, chiederci di ridurre il suo orario, chiamarci continuamente perché lo riportassimo a casa o suggerirci di cercare per lui un altro posto. Non lo hanno fatto; si sono chiesti: se la scuola, così com’è, non è adatta a Carmine, cosa possiamo cambiare?

Credo che il cuore dell’inclusione sia proprio questo, non l’idea ingenua che basti mettere un bambino con disabilità in una classe perché tutto funzioni, né la pretesa che debba stare sempre e comunque seduto in aula insieme agli altri, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dai suoi bisogni.
All’inizio Carmine trascorreva molto tempo fuori dalla classe e aveva uno spazio pensato per lui, un ambiente più contenuto nel quale potesse ritrovare equilibrio e lavorare in rapporto individuale con un adulto. Quella non era segregazione, era la risposta a un bisogno che Carmine aveva in quel momento; contemporaneamente, fin dall’inizio, sono stati costruiti momenti condivisi con i compagni, strutturati, pensati e calibrati sui suoi tempi e sulle sue possibilità.
In questo modo i bambini sono stati poco esposti ai suoi momenti più complessi e hanno potuto sperimentare da subito la relazione con lui come un tempo positivo e piacevole. Certamente qualche episodio difficile c’è stato e qualche bambino un pizzicotto se l’è preso; quando accadeva, però, gli adulti spiegavano cosa avesse portato Carmine a quel comportamento e accompagnavano i compagni a comprendere ciò che era successo. Se la complessità viene gestita, la sicurezza degli altri bambini può essere tutelata senza arrivare alla conclusione che il bambino con disabilità debba essere allontanato.

Con il passare del tempo Carmine ha avuto sempre meno bisogno di quello spazio, mentre sono aumentate la sua presenza in classe e le occasioni di lavoro condiviso. In questi cinque anni la scuola non ha semplicemente accolto Carmine, ha accettato di cambiare un po’ se stessa perché anche lui potesse abitarla pienamente; è questa, forse, la differenza più profonda tra integrazione e inclusione.
Per farlo sono servite risorse, certamente. Carmine ha avuto una copertura completa e, proprio per la complessità della sua gestione, si è scelto di non scaricare tutto il peso su una sola persona, ma di utilizzare due figure di sostegno; ha avuto inoltre una figura educativa stabile per tutti i cinque anni. Non si tratta però di risorse eccezionali o di un privilegio irripetibile, sono strumenti che la scuola pubblica e gli enti locali già prevedono per i bambini con bisogni come i suoi. La differenza è stata anche nel modo in cui quelle risorse sono state organizzate e messe realmente in relazione tra loro.
Il precariato, soprattutto nei primi anni, ha pesato. Il turnover delle figure di sostegno ha reso tutto più difficile e, quando si è riusciti a garantire maggiore continuità, la differenza è stata evidente; la figura educativa, stabile per cinque anni, ha svolto un lavoro prezioso. Soprattutto, però, nessuno ha lavorato da solo: insegnanti curricolari, sostegno, educatore, dirigenza e famiglia hanno costruito un lavoro realmente corale. La scuola ha aperto le proprie porte ai terapisti, ha accettato il confronto e anche di mettere in discussione alcune scelte, imparando e modificando le proprie strategie quando era necessario.

Anche noi, come famiglia, abbiamo fatto la nostra parte. Nei momenti più complessi abbiamo attivato interventi terapeutici privati e lavorato insieme alla scuola per trovare strategie comuni che permettessero di gestire le situazioni più difficili e consentire a Carmine di continuare a frequentare in sicurezza. Fuori dalla scuola, purtroppo, la rete pubblica è stata quasi inesistente e il peso delle terapie e degli interventi è rimasto in gran parte sulle nostre spalle; proprio per questo, più di una volta, ho pensato che un centro riabilitativo o una scuola speciale potessero offrirgli ciò che altrove mancava. Avrebbe forse avuto più terapia, interventi ancora più specifici e mirati, ma avrebbe perso la possibilità di misurarsi ogni giorno con quel mondo nel quale auspichiamo che un domani possa vivere.
Perché i nostri figli a scuola non vanno soltanto per stare bene o per socializzare, vanno a scuola per imparare, esattamente come tutti gli altri. Carmine oggi continua a essere un ragazzo con una disabilità grave: non sa leggere e non sa scrivere, ha ancora bisogno di una figura dedicata e le esperienze devono essere pensate, costruite e strutturate sulle sue caratteristiche. Non ci sono stati miracoli, ma ha imparato moltissimo.
Oggi sa stare adeguatamente nei diversi spazi della scuola, è quasi completamente autonomo nell’uso dei servizi, sa chiedere aiuto quando è in difficoltà e ha imparato a gestire la frustrazione in modo funzionale; i comportamenti aggressivi sono scomparsi. Sa lavorare in piccolo gruppo dando il proprio contributo, partecipa a molte lezioni insieme ai compagni e si è appassionato alle materie di studio: conosce moltissime informazioni sulle civiltà antiche, ama la geografia, conosce tutte le Regioni italiane, moltissime bandiere del mondo e i diversi paesaggi.
Il primo anno la classe andò a teatro e non fu possibile nemmeno farlo entrare nell’edificio; oggi Carmine partecipa a tutte le uscite, visita musei, ascolta le guide, osserva, si interessa e partecipa davvero a ciò che sta vivendo.
Anche il suo linguaggio è cresciuto enormemente e la relazione con i compagni ha rappresentato una motivazione potentissima a comunicare, oltre che un modello continuo da imitare. Carmine voleva parlare con loro, voleva capire ed essere capito. Siamo esseri sociali, impariamo anche perché desideriamo entrare in relazione con l’altro e non vedo perché dovremmo pensare che questa spinta scompaia quando una persona ha una disabilità.
Oggi Carmine pensa al proprio futuro, immagina il lavoro che vorrebbe fare, sceglie come vestirsi e, quando ha un appuntamento particolare con i compagni, vuole essere “figo”, come dice lui. Ha imparato che esistono gli imprevisti, che non tutto va sempre come vorremmo e che anche a lui, per quanto il contesto debba essere accogliente e capace di adattarsi, è richiesto di fare la propria parte. Adattare il contesto non significa eliminare ogni fatica dalla vita di una persona con disabilità, significa darle la possibilità di affrontare quella fatica senza escluderla prima ancora che possa provarci.

Carmine impegnato assieme ai compagni di scuola

I continui adattamenti, gli aggiustamenti, la necessità di cercare percorsi alternativi per l’apprendimento non hanno reso la scuola migliore soltanto per Carmine; hanno costretto gli adulti a interrogarsi su come insegnare, su come organizzare gli spazi, su come leggere i comportamenti e trovare strade nuove quando quelle abituali non funzionavano. Una scuola che impara a fare questo per un bambino complesso diventa inevitabilmente più capace di farlo anche per tutti gli altri.
Lo stesso è accaduto ai compagni. L’inclusione non nasce spontaneamente e i bambini non diventano inclusivi per magia solo perché condividono un’aula con un compagno con disabilità; devono essere accompagnati a conoscere la disabilità, a comprenderla e a costruire relazioni con chi comunica, impara e vive il mondo in modo diverso. È un percorso educativo che richiede tempo, intenzionalità e adulti capaci di guidarlo.
I compagni di Carmine hanno fatto questo percorso e, nel tempo, ciò che avevano imparato nella relazione con lui è diventato parte del loro modo di stare con gli altri. Alcuni genitori hanno espresso anche alla scuola il desiderio che i propri figli continuassero a essere in classe con Carmine, proprio perché avevano riconosciuto quanto la sua presenza fosse stata preziosa per le fragilità dei loro bambini.
Per alcuni Carmine è stato un porto sicuro, soprattutto nei momenti di maggiore fatica nelle relazioni; per altri è diventato un argine, un limite che li ha aiutati a trovare un proprio equilibrio. Carmine è estremamente sensibile allo stato emotivo di chi gli sta accanto: se qualcuno si avvicina a lui agitato, arrabbiato o poco regolato, diventa facilmente reattivo. Alcuni bambini hanno dovuto quindi imparare che, prima di entrare in relazione con lui, era necessario fermarsi e chiedersi come stessero loro in quel momento, riconoscere la propria emozione, comprendere quanto potesse incidere sull’altro e provare a modularla. È una competenza importantissima che hanno acquisito perché la relazione con Carmine l’ha resa necessaria.

Gli episodi che potrebbero raccontare il risultato di questo percorso sono tantissimi, ma ce n’è uno che per me dice quasi tutto. A una festa di compleanno i bambini avevano organizzato alcuni giochi a squadre che richiedevano buone capacità linguistiche, saper disegnare e, più in generale, competenze cognitive che Carmine oggettivamente non ha. Quando hanno iniziato a formare le squadre, l’ho preso con me pensando di distrarlo e fare altro; una sua compagna è venuta a chiamarlo e io le ho spiegato che Carmine quel gioco non poteva farlo e che, in fondo, avrebbe anche rallentato la squadra. Mi ha guardata stranita, come se avessi detto un’assurdità: «Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!».
Ed era così. In pochi istanti hanno inventato una modalità diversa che permetteva a Carmine di partecipare davvero e a loro di continuare a giocare e divertirsi. Nessuno si è sentito buono perché stava “facendo partecipare il bambino disabile”, semplicemente per loro il problema non era decidere se Carmine potesse stare dentro, ma capire come modificare il gioco perché potesse starci.
Quei bambini non hanno un master in pedagogia e non possiedono competenze terapeutiche specifiche, hanno però trascorso cinque anni in una scuola che, davanti a una difficoltà, ha continuato a chiedersi come fare per tenere dentro tutti e, a forza di vedere gli adulti ragionare in questo modo, hanno imparato a farlo anche loro. Oggi applicano quella stessa forma mentis anche quando Carmine non c’entra nulla, perché ormai è diventato il loro modo di affrontare un problema: osservare l’ostacolo e cercare una soluzione creativa che non lasci indietro nessuno.

È pensando a tutto questo che torno al dibattito sulle scuole speciali. Se Carmine fosse stato inserito in un contesto separato avrebbe probabilmente ricevuto interventi molto specifici e avrebbe incontrato professionisti competenti, non nego il valore di quei luoghi e di quelle competenze; mi chiedo però quale prezzo avrebbe pagato e quale prezzo avrebbero pagato tutti gli altri.
Carmine avrebbe perso i modelli dei suoi coetanei, la motivazione a comunicare con loro, la possibilità di misurarsi ogni giorno con un mondo non costruito esclusivamente intorno alla sua disabilità; avrebbe perso amicizie, desideri, frustrazioni e quella spinta potentissima che nasce dal voler appartenere a un gruppo. I suoi compagni avrebbero perso Carmine, non un’occasione per “imparare la diversità”, formula che ormai rischia di non significare più nulla, ma una persona reale che li ha costretti a trovare modi nuovi di comunicare, aspettare, regolarsi, risolvere problemi e tenere conto dell’altro.
E anche la scuola avrebbe perso qualcosa, perché una scuola impara a essere inclusiva proprio incontrando la complessità. La scuola di Carmine aveva già costruito competenze grazie ad altri bambini con disabilità arrivati prima di lui; con Carmine ha dovuto imparare ancora, modificarsi ancora, trovare altre risposte e ciò che ha imparato con lui rimarrà, verrà utilizzato con altri bambini, con altre fragilità, in altre situazioni.
Separare i bambini con disabilità dalla scuola comune significa anche togliere alla scuola comune proprio una delle occasioni attraverso cui può imparare a diventare migliore.

A questo punto non vorrei che questa storia fosse letta come il racconto di una scuola perfetta o di un’eccezione fortunata. La scuola di Carmine ha avuto le stesse difficoltà della scuola italiana: il precariato, il turnover, le risorse da organizzare, momenti nei quali nessuno sapeva bene quale fosse la scelta giusta; non ha sempre avuto successo, ma non ha mai smesso di cercare una strada.
Se l’inclusione in molte scuole oggi non funziona, la risposta non può essere tornare a separare i bambini. Dobbiamo pretendere formazione, continuità, risorse e servizi che finalmente facciano la propria parte; dobbiamo lavorare perché ogni scuola impari a interrogarsi, a modificarsi, a costruire percorsi reali e non inclusioni scritte soltanto nei documenti.
La storia di Carmine non dimostra che l’inclusione sia facile e nemmeno che basti la buona volontà. Dimostra però che si può fare, oggi, dentro la scuola pubblica che abbiamo, con il precariato, le difficoltà e le risorse che non sono mai abbastanza; si può fare organizzando bene ciò che già esiste e pretendendo, contemporaneamente, che ciò che manca venga finalmente garantito.
Quando sento proporre di nuovo classi e scuole speciali penso allora a quella bambina che mi guardava incredula mentre ero io, l’adulta, a spiegarle perché Carmine non potesse partecipare a un gioco. «Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!». Forse, prima di tornare a separare, dovremmo imparare qualcosa da loro.

*Pedagogista, oggi insegnante di scuola primaria, dopo avere lavorato per molti anni nell’àmbito della disabilità; è madre di un ragazzo di 12 anni con una grave disabilità cognitiva.

Sui temi trattati nel presente contributo, suggeriamo anche la lettura, sempre sulle nostre pagine, dei recenti testi: Scuola: la maggioranza è sempre per la normativa inclusiva, chiedendo però che venga applicata fino in fondo di Salvatore Nocera (a questo link) e La risposta non è separare gli studenti con disabilità, ma mettere la scuola nelle condizioni di includere davvero di ANFFAS Nazionale (a questo link).

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Giulia Mazza: oltre l’udito, dentro la musica

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«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: è racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda, il cui messaggio più prezioso non è dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti che la musica non appartiene solo all’udito, ma appartiene, prima ancora, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo Giulia Mazza

«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: probabilmente è tutta racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda.
A Giulia mi lega un’amicizia sincera. Da alcuni anni condividiamo prove e concerti e ogni volta mi colpisce la naturalezza con cui il suo modo di vivere la musica finisce per mettere in discussione molte delle convinzioni che noi musicisti “udenti”, spesso inconsapevolmente, diamo per scontate.
L’idea di questa conversazione non nasce dalla domanda fin troppo prevedibile, su come una persona sorda possa suonare il violoncello. La domanda, piuttosto, è un’altra: che cosa può insegnarci il suo modo di abitare la musica? Per Giulia, infatti, ascoltare non coincide semplicemente con udire. «La musica – ribadisce – è ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione». Un’affermazione la sua, che non nasce da una riflessione teorica, ma da anni di studio, di concerti e di un’instancabile ricerca personale.
Se molti continuano a identificare la musica con ciò che percepiamo attraverso le orecchie, la sua esperienza suggerisce una prospettiva più ampia. Le vibrazioni, le dinamiche, il movimento interno di un brano, il modo in cui esso modifica lo stato emotivo di chi lo interpreta diventano altrettanti elementi di un ascolto che coinvolge l’intera persona.

Sorprende nelle sue parole il ruolo attribuito all’immaginazione. Prima ancora di portare l’arco sulle corde, Giulia costruisce dentro di sé un’immagine del brano. Lo percorre mentalmente, ne cerca i punti di tensione, immagina dove la musica respira, dove si apre, dove acquista slancio. «Mi canto interiormente tutta la melodia», dice. La partitura diventa così una sorta di paesaggio mentale, una mappa nella quale le altezze delle note assumono quasi una dimensione spaziale. E quando ricorda le tante volte in cui da bambina ascoltava Eine kleine Nachtmusik durante i viaggi in montagna con la madre, il racconto assume un’intensità particolare: le cime che scorrono fuori dal finestrino e le frasi di Mozart finiscono per fondersi in un’unica esperienza nella quale il paesaggio sembra trasformarsi in musica e la musica in paesaggio.

Naturalmente esiste anche una dimensione corporea dell’ascolto. Le vibrazioni sono parte integrante del suo rapporto con il violoncello, ma sarebbe riduttivo considerarle un semplice espediente tecnico. «Rappresentano la profondità del suono», spiega. Non sostituiscono l’ascolto, ma lo completano restituendo quella presenza fisica che gli apparecchi acustici, per quanto sofisticati, non possono offrire completamente. È una relazione che nel tempo è cambiata: «Da giovane – mi spiega – ricercavo un suono pieno, intenso, quasi travolgente; oggi sento di avere imparato a dosarlo, trovando nuovi equilibri espressivi».
Persino nello studio teorico le vibrazioni sono diventate uno strumento prezioso: per affrontare gli esercizi di Ear Training al Conservatorio utilizzava cuffie a conduzione ossea, arrivando ad appoggiare un dito sulla struttura vibrante per riuscire a cogliere durata e altezza delle note.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Parlando dell’intonazione, Giulia non nasconde che rappresenti il terreno sul quale investe più tempo ed energie. «Non tanto perché costituisca il cuore della mia esperienza musicale – dice -, quanto perché è il punto sul quale sento di essere più facilmente giudicata». Ed è una distinzione importante: l’intonazione non definisce il suo modo di vivere la musica, ma richiede un lavoro costante, anche per confrontarsi con aspettative che spesso il pubblico applica senza conoscere la complessità del suo percorso.
Nel tempo ha sviluppato anche strumenti personali per facilitare lo studio, come i riferimenti tattili applicati al manico del violoncello, ispirati al Braille. Ma guai a considerarli un segno di inferiorità. «Sono strumenti di libertà – osserva -. Del resto nessuno giudicherebbe meno atleta una persona che utilizza un tutore per correre. Allo stesso modo, le tecnologie assistive e gli accorgimenti tecnici non diminuiscono il valore del musicista: gli consentono semplicemente di accedere alle informazioni necessarie per esprimersi». La vera disabilità, sembra suggerire, nasce quando questi strumenti vengono guardati con sospetto anziché essere riconosciuti per ciò che sono: mezzi che permettono a ciascuno di sviluppare pienamente il proprio talento.

Alla fine di questa chiacchierata, le pongo una domanda volutamente difficile: che cos’è, in fondo, la musica? La risposta arriva senza esitazioni: «Per me la musica è relazione. Non dunque la perfezione tecnica, non l’assenza di errori, neppure la ricerca ossessiva del suono ideale. La musica è un percorso umano fatto di crescita, di trasformazioni, di intuizioni, di crisi e di conquiste. È il luogo in cui memoria, corpo, emozione, immaginazione e pensiero si incontrano per dare forma a qualcosa che prima non esisteva».
Credo sia proprio questo il messaggio più prezioso che ci lascia l’esperienza di Giulia Mazza. Non dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti noi che la musica non appartiene esclusivamente all’udito. Appartiene, prima di tutto, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo.

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“Adulte!”: un percorso dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino

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Per rispondere a quella che troppo spesso è ancora una condizione di invisibilità multipla – di genere e di riconoscimento – la Fondazione Time2 ha promosso “Adulte!”, progetto con cui ha vinto il “Bando ACT 2026” della Fondazione Unipolis, nella categoria “Disuguaglianze”, un percorso di empowerment individuale e collettivo dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino, che prenderà il via dal prossimo mese di settembre e si protrarrà fino al mese di giugno del 2028

Essere donna e avere una disabilità significa, troppo spesso, essere doppiamente invisibili, «nei numeri, nei servizi, nel riconoscimento stesso della propria condizione», come viene sottolineato dalla Fondazione Time2 che richiama i dati prodotti a suo tempo dalla ricerca VERA della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), secondo cui il 65% delle donne con disabilità ha subìto violenza nella propria vita, senza che in un caso su tre quella stessa violenza venisse riconosciuta come tale; e richiama anche un parallelo proveniente dal mondo della sanità, che evidenzia il divario nella diagnosi di autismo tra maschi e femmine, tornato di recente al centro del dibattito scientifico internazionale.
È dunque proprio per rispondere a questa condizione di invisibilità multipla – di genere e di riconoscimento – che è nato Adulte!, progetto con cui la stessa Fondazione Time2 ha vinto il Bando ACT 2026 della Fondazione Unipolis, nella categoria Disuguaglianze, un percorso di empowerment individuale e collettivo dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino, che prenderà il via dal prossimo mese di settembre.

Sottotitolata Percorsi di affermazione e scelta per giovani donne con disabilità, l’iniziativa si protrarrà fino al mese di giugno del 2028, presso il centro di protagonismo giovanile accessibile Open, lo Spazio Aperto di diversità della Fondazione Time2 a Torino.
«Questo progetto – spiegano dalla Fondazione promotrice – nasce per rispondere alla condizione di disuguaglianza multipla e intersezionale vissuta dalle giovani donne con disabilità, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze di genere e sociali, favorire l’autonomia e la piena cittadinanza delle beneficiarie e promuovere una trasformazione culturale che integri le politiche per la disabilità con quelle per la parità di genere. Il tutto articolato su 7 azioni, suddivise in due macroaree, una relativa all’empowerment individuale, con percorsi personalizzati di progetto di vita per 6 giovani donne con disabilità, inserimenti lavorativi con metodo place & train per altre 6, percorsi di counselling per circa 10 partecipanti e percorsi psicologici e psicoterapeutici per altre 10. E una seconda relativa invece all’empowerment collettivo, con gruppi di parola per 16 giovani donne con disabilità intellettiva o complessa su temi di relazioni, affettività e sessualità, laboratori intersezionali “di donne per donne” per circa 36 partecipanti presso lo spazio Open, e una campagna di comunicazione e advocacy sulla vita indipendente da una prospettiva di genere e di funzionamento. In totale, le beneficiarie dirette del progetto saranno 82, mentre le persone coinvolte indirettamente – familiari, operatori dei servizi sociali, datori di lavoro e comunità locale – saranno circa 300».

Adulte!, di cui la Fondazione Time2 è capofila, si avvale dell’operato di due partner specialistici, quali l’Associazione Verba, che supporta i percorsi psicologici individuali e co-facilita i gruppi di parola, e l’Istituto Change, che cura i percorsi di counseling individuale rivolti alle beneficiarie. Alla rete si affianca il Comune di Torino, che attraverso i servizi Passepartout, il Centro Relazioni e Famiglie e l’InformaGiovani contribuirà a intercettare e coinvolgere le destinatarie del progetto.
«L’elemento di maggiore innovazione del progetto – concludono da Time2 – risiede nell’adozione dell’approccio intersezionale come strumento operativo concreto, capace di superare la logica della delega tra servizi e di sperimentare modelli di gestione del progetto di vita personalizzato, partecipato e individualizzato, in un ambito in cui mancano ancora riferimenti chiari e proceduralizzati». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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I tanti contesti in cui si manifesta il paternalismo nei confronti delle persone con disabilità

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«Il paternalismo – scrive Luca Grecchi -, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza; è una forma di prevaricazione, perché tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità subdola, poiché spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, da chi la subisce» Murale realizzato dalle persone con disabilità della Cooperativa Il Margine di Volpiano (Torino), rivisitazione centrata sulla disabilità del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo

Per paternalismo si intende generalmente un comportamento protettivo ritenuto benevolo, simile a quello posto in essere da un padre, praticato da una persona nei confronti di un’altra, in rapporto alla quale si sente, per qualche motivo, superiore. Tale modalità non risulta tuttavia davvero benevola, in quanto richiede implicitamente in cambio una condotta accondiscendente.
L’insegnante e pedagogista Mario Lodi, in un libro del 1963, scriveva in merito che, nonostante l’apparente bonomia, il paternalismo costituisce «una forma insidiosa di autoritarismo, che concede solo una finta libertà». Nei confronti delle persone con disabilità, soprattutto intellettiva, si tratta purtroppo di un atteggiamento molto diffuso, posto in essere sia in famiglia, sia nei centri residenziali, sia nei luoghi di lavoro. In questi ultimi, in particolare, troppo spesso manca quella finezza necessaria per rapportarsi in modo corretto a tali persone, carenza che potrebbe essere in parte colmata con un’adeguata formazione, della quale beneficerebbe l’intera società.
Per quale motivo, in ogni caso, il paternalismo, sebbene appaia benevolo, risulta in realtà dannoso per la persona con disabilità? Così è in quanto esso rafforza una condizione che è solitamente già di dipendenza, nella quale la persona con disabilità è spesso stata tenuta fin dall’infanzia. Poiché, però, un adulto, per quanto semplice, è un adulto, non un bambino, né un figlio, occorre che sia trattato come un adulto. Rapportarvisi in modo infantilizzante è infatti non solo inadatto alla sua condizione, dunque innaturale, ma anche irrispettoso.
Il paternalismo, pertanto, produce effetti negativi, che la persona con disabilità subisce, in termini di una più difficoltosa acquisizione della propria maturità.

L’atteggiamento paternalistico sarebbe per altro ampiamente evitabile, se il soggetto che lo realizza prendesse atto che esso non costituisce una necessità per nessun essere umano, essendo bensì il mero esito di una carenza nella propria struttura della personalità. Infatti, chi pratica tale comportamento spesso compensa, in modo più o meno consapevole, un proprio senso di inadeguatezza, esercitando su un soggetto debole una specie di “dominio protettivo”, realizzato, almeno a parole, “per il suo bene”, pertanto assai difficile da rifiutare. Esso viene tuttavia effettuato, da parte di chi lo pone in essere, al fine di creare una sorta di pseudo immagine benevola di sé, la quale nasconde, invece, un mal celato desiderio di controllo, sia sul soggetto considerato che sull’ambiente circostante.

Il paternalismo, in sostanza, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza.
Si tratta di un male che si potrebbe ritenere piccolo, se paragonato ad esempio ad altre forme di violenza, o abbandono, che purtroppo emergono sovente nelle cronache. Ciò nonostante, questa modalità di assoggettamento è comunque una forma di prevaricazione, in quanto tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità particolarmente subdola, dato appunto che spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, dal soggetto che la subisce.

Il paternalismo nei confronti delle persone con disabilità si verifica, come detto, in vari contesti. In modo velato può presentarsi anche in quei luoghi lavorativi che pure appaiono maggiormente inclusivi, ovvero quelli che impiegano principalmente persone con disabilità.
Ho già argomentato in passato, in un precedente articolo ripreso su queste stesse pagine [“Il modello migliore per l’inclusione delle persone con disabilità nel lavoro”, N.d.R.], alcuni problemi insiti nelle relazioni sociali che si strutturano in questi contesti occupazionali “speciali”, per cui non mi ripeterò. Ciò nonostante, rimanendo al paternalismo, vorrei rimarcare che per riconoscere tale atteggiamento nei rapporti lavorativi vige a mio avviso una semplice regola generale. Si verifica, cioè, paternalismo in ogni situazione pseudoprotettiva in cui si differenziano in modo non necessario, infantilizzandole, alcune persone, ossia in ogni comportamento apparentemente amicale che tuttavia, nei contesti lavorativi ordinari, o comunque con altre persone, non si realizzerebbe. Questo non esclude, ovviamente, che anche con i soggetti con disabilità si possa ridere o scherzare, ma non, appunto, con modalità inferiorizzanti.
Se ci troviamo, ad esempio, in un ristorante in cui lavorano soprattutto persone con disabilità, e il titolare sottolinea continuamente con i clienti, davanti a loro, che solo grazie alla sua iniziativa non si trovano “rinchiuse in un centro per disabili”, dato che tale narrazione non è necessaria per l’attività ristorativa, in questo caso è verosimilmente all’opera un atteggiamento paternalistico.
Se, per fare un altro esempio, all’atto dell’assunzione di ogni persona con disabilità viene girato un video, postato sui social, nel quale questo fatto viene presentato come “una miracolosa vincita alla lotteria”, di fronte alla quale il fortunato estratto non può che esultare giubilante, abbracciando chi lo assume, poiché, pure stavolta, ciò non è necessario e non accade nei contesti lavorativi ordinari, anche qui mi pare all’opera un atteggiamento paternalistico. E lungamente potrei continuare, portando casi particolari che, differenziando laddove non utile, non fanno altro che inculcare nelle persone con disabilità il convincimento di dovere sempre ringraziare qualche “secondo padre” che le fa lavorare, in quanto da sole non ne sarebbero mai state capaci.

Occorre allora, in merito, ricordare che una persona con disabilità che lavora è, in primo luogo, un lavoratore che presta la propria opera. Gratitudine sociale, certo, in particolare a chi assume persone con deficit intellettivi, ma non va dimenticato che, a fronte di un’assunzione, un imprenditore si garantisce una prestazione professionale, la quale, soprattutto nel caso di attività in cui operino prevalentemente persone con disabilità, può anche contribuire alla creazione di “brand” ad elevato ritorno di immagine.

Come semplice studioso di filosofia, vorrei quindi dare un suggerimento a chi ha a cuore la dignità delle persone con disabilità. Sento spesso ripetere l’affermazione secondo cui dovrebbe parlare, su queste tematiche, soltanto “chi fa”, ma io credo che, rispettosamente, possano parlare tutti. Il suggerimento è in ogni caso quello, per il bene delle persone con disabilità, di trattarle sempre, quanto più possibile, come tutte le altre. Ciò renderebbe per altro più agevole instaurare con loro un reale rapporto di amicizia. L’amicizia vera, infatti – che è un bene, come ricordava Aristotele – può essere solamente un legame simmetrico, il quale si realizza tra coloro che si ritengono simili, non superiori né inferiori.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con differente titolo e alcune minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Formazione sulle competenze alberghiere per giovani con disabilità: un progetto europeo

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Coinvolge organizzazioni di Ungheria, Spagna, Albania e Italia (con l’Associazione sarda Diversamente) ed è centrato sulle formazione delle competenze alberghiere per giovani con disabilità: il progetto europeo “Inclusive Check-In“, ha vissuto a Cagliari il proprio meeting internazionale, con esperti, educatori e professionisti provenienti dai Paesi coinvolti, che hanno condiviso esperienze e buone pratiche, lavorando alla progettazione dei materiali formativi utili per le successive fasi dell’iniziativa Al lavoro, a Cagliari, per il progetto “Inclusive Check-in”

«L’inclusione lavorativa rappresenta uno degli strumenti più efficaci per costruire autonomia, partecipazione e cittadinanza attiva. Attraverso la collaborazione europea possiamo sviluppare modelli innovativi e condividere esperienze capaci di generare opportunità concrete per le persone con disabilità»: a dirlo è Pierangelo Cappai, presidente dell’Associazione sarda Diversamente, partner italiana del progetto europeo Erasmus+ denominato Inclusive Check-In: Hotel Skills Training for Youth with Disabilities, letteralmente “Check-in inclusivo: formazione sulle competenze alberghiere per giovani con disabilità”, iniziativa triennale finalizzata a favorire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità attraverso percorsi formativi innovativi dedicati al settore turistico e dell’accoglienza.
Nei giorni scorsi il progetto ha vissuto all’Hotel Califfo di Cagliari il proprio meeting internazionale, riunendo i rappresentanti delle organizzazioni partner di Diversamente, vale a dire Nem Adjuk Fel Social Cooperative (Ungheria), capofila dell’iniziativa, COCEMFE Sevilla (Spagna) e Down Syndrome Albania (Albania), animando due giornate di lavoro che hanno visto esperti, educatori e professionisti provenienti dai diversi Paesi coinvolti, condividere esperienze, metodologie e buone pratiche, lavorando alla progettazione dei materiali formativi che saranno utilizzati durante le successive fasi del progetto.

«L’obiettivo di Inclusive Check-In – spiegano da Diversamente – è sviluppare strumenti concreti per favorire l’accesso delle persone con disabilità al mondo del lavoro nel settore alberghiero e turistico, attraverso la realizzazione di moduli formativi specifici, contenuti digitali innovativi, una piattaforma online dedicata alla formazione e percorsi di sperimentazione rivolti sia ai partecipanti sia ai professionisti del settore. Particolare attenzione viene dedicata all’accessibilità cognitiva, alla comunicazione efficace, all’organizzazione degli ambienti di lavoro e allo sviluppo delle competenze necessarie per favorire autonomia, autodeterminazione e partecipazione attiva. Per la nostra Associazione, questa iniziativa rappresenta un importante tassello nel percorso di promozione del progetto di vita delle persone autistiche e in generale delle persone con disabilità, con particolare attenzione ai temi della formazione professionale e dell’inclusione lavorativa».
«L’incontro di Cagliari – conclude Cappai – conferma il ruolo sempre più centrale della cooperazione europea nella costruzione di percorsi inclusivi e sostenibili, capaci di valorizzare le competenze di ogni persona e contribuire allo sviluppo di una società più equa e accessibile». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria.diversamenteodv@gmail.com.

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