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Disabilità, clima e un giornalismo che restituisca dignità a chi spesso resta ai margini

12 Dicembre 2025 - 6:22pm

Già preziosa collaboratrice della redazione di Superando, Carmela Cioffi è stata tra i vincitori dell’ultima edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, per un suo articolo dedicato all’impatto della crisi climatica sulle persone con disabilità. Di questo tema, ma anche di un giornalismo che sulla disabilità sappia finalmente passare da una cultura che “parla di, a nome di” a una cultura che “parla con”, ci soffermiamo in questa intervista con la stessa Carmela Cioffi L’intervento di Carmela Cioffi durante la cerimonia conclusiva a Torino del “Premio Osiride Ferrero”

Già preziosa collaboratrice della redazione di Superando, Carmela Cioffi è stata tra i vincitori dell’ultima edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, meritato riconoscimento per il suo articolo L’impatto della crisi climatica sulle persone con disabilità, pubblicato il 23 aprile di quest’anno dalla testata online «A Fuoco».
Giunto quest’anno alla terza edizione, questo Premio è ideato e promosso dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al sostegno e alla partnership strategica con la Fondazione CRT all’interno del progetto Agenda della Disabilità, oltre a godere del patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, della Federazione Nazionale Stampa Italiana, della Città di Torino e della Regione Piemonte. L’obiettivo è valorizzare i professionisti dell’informazione – giornalisti, autori e creatori di contenuti – che si siano distinti per la capacità di raccontare con originalità e competenza i temi della disabilità e dell’inclusione sociale, contribuendo ad ampliare la consapevolezza pubblica.
Quest’anno per la prima volta è stato assegnato il Premio Speciale per l’Attivismoalla scrittrice e attivista Marina Cuollo. Tre le altre tradizionali sezioni che, tra oltre 100 candidature pervenute da tutta Italia, hanno visto premiati per la categoria carta stampata Michele Calamaio e Lorenzo Di Stasi, per radio e tv Andrea Bettini, e per la sezione web e social, come detto, Carmela Cioffi.
Giornalista professionista, Carmela racconta storie di persone e territori che chiedono voce. Questo Premio, come ha dichiarato, «riconosce il valore di un giornalismo che unisce temi ambientali e sociali, la strada che seguo ogni giorno. Credo in un giornalismo che ascolta, dà luce a chi è invisibile». Nell’articolo premiato ci spiega come la crisi climatica colpisca in modo sproporzionato le persone con disabilità, più vulnerabili di fronte alle difficoltà nell’evacuare o accedere ai soccorsi durante eventi estremi, ma ancora escluse sistematicamente dai tavoli in cui si decidono le politiche climatiche. Eppure la vulnerabilità non è un destino naturale, lo si comprende leggendo la sua inchiesta, è piuttosto il risultato di barriere fisiche e prima ancora culturali che dobbiamo e possiamo abbattere.
Nell’intervista che di seguito pubblichiamo, oltre a spiegarci quali enormi danni comporta la mancata pianificazione inclusiva in caso di emergenza, ci racconta del suo lavoro di giornalista che con sensibilità, cura e impegno richiama l’attenzione dell’opinione pubblica sulle sfide quotidiane delle persone con disabilità, contribuendo a una comunicazione capace di superare semplificazioni e approcci pregiudiziali.

Cambiamenti climatici e disabilità, sembrano due temi lontani eppure come ogni condizione umana, anche la disabilità risente dei mutamenti che il pianeta vive. Cosa ti ha spinto a scrivere questo articolo?
«Nel mio lavoro ho sempre cercato di tenere insieme ambiente e sociale, perché sono due lati della stessa medaglia: la crisi climatica, ad esempio, non è solo un tema tecnico, ma un fatto che incide su comunità e diritti. Se non raccontiamo questo intreccio, rischiamo di produrre narrazioni fredde e soprattutto di lasciare invisibili proprio le persone più vulnerabili.
Una spinta è arrivata dalle storie accadute a Faenza: penso a Luca, un ragazzo con un disturbo dello spettro autistico che dopo le alluvioni del 2023 non voleva più lasciare la sua casa. Con la madre ha vissuto per mesi senza riscaldamento e acqua calda, pur di sentirsi al sicuro. Ed è da qui che nasce l’urgenza di raccontare, di dare voce a chi rischia di restare escluso anche dal racconto pubblico».

Quali sono, nel concreto, i fattori che rendono più vulnerabili le persone con disabilità di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico?
«Come ha spiegato in varie occasioni Giampiero Griffo, componente del consiglio mondiale di DPI (Disabled Peoples’International), la vulnerabilità è una costruzione sociale: le persone con disabilità sono rese vulnerabili perché non hanno avuto accesso agli stessi diritti, opportunità e servizi. Quando si verificano eventi estremi che richiedono evacuazioni rapide, infrastrutture e informazioni accessibili, la mancanza di pianificazione inclusiva diventa un ostacolo enorme.
Gli studi scientifici lo confermano: secondo la rivista «Lancet», il tasso di mortalità globale delle persone con disabilità in caso di calamità naturali è fino a quattro volte superiore rispetto alla media, a causa di sistemi di allerta non accessibili, trasporti inadeguati e atteggiamenti discriminatori. Senza programmazione inclusiva, la crisi climatica diventa un moltiplicatore di disuguaglianze».

Qual è il grado di consapevolezza riguardo la necessità di una programmazione inclusiva in caso di calamità naturali ed emergenze?
«Ancora troppo basso. I princìpi ci sono e sono chiari: l’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction prevedono esplicitamente l’inclusione nelle emergenze. Ma nella pratica il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni continua a mancare.
Nei negoziati sul clima la situazione non cambia: alla COP29, a Baku, le organizzazioni internazionali delle persone con disabilità hanno protestato per farsi ascoltare e alla recente COP30 di quest’anno in Brasile, non si è comunque costituita una rappresentanza autonoma».

Esistono buone pratiche già in atto nel mondo? E a che punto è l’Italia?
«Sì, alcuni Paesi hanno avviato pratiche inclusive. In Giappone, dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, sono stati introdotti piani di evacuazione accessibili e sistemi di allerta pensati anche per le persone con disabilità. Negli Stati Uniti, la FEMA (Federal Emergency Management Agency) ha sviluppato linee guida e programmi per garantire accessibilità nelle procedure di protezione civile. In Europa, il riferimento è al rapporto del Forum Europeo sulla Disabilità del dicembre 2024 (Mapping Disability Inclusive Climate Action in Europe), secondo il quale, su 13 Paesi analizzati, la maggior parte non ha ancora integrato la disabilità nelle politiche di adattamento e mitigazione. Le buone pratiche restano isolate, come alcune misure di trasporto accessibile in Slovenia e Svezia.
In Italia, il quadro è critico: penso al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici che presenta carenze significative e non integra la prospettiva della disabilità o anche ai piani di Protezione Civile che raramente prevedono misure dedicate. Alcune esperienze locali e campagne di sensibilizzazione, come Io non rischio, mostrano che si può fare, ma manca una visione sistemica».

Ci sono anche buone pratiche globali che impattano negativamente sulla quotidianità delle persone con disabilità. Penso ad esempio al bando delle plastiche monouso, se è vero che per chi utilizza ogni giorno le cannucce per bere non esistono ancora alternative altrettanto valide. Questo dimostra che la mancata partecipazione delle persone con disabilità alle decisioni e alla pianificazione che riguardano tutti e tutte porta ad ulteriori problemi. Come si coinvolgono le persone con disabilità?
«Ti sono grata per questa domanda perché mi permette di riprendere un aspetto che nel pezzo non era stato approfondito in modo così chiaro. Erika Moranduzzo, esperta di diritti umani nel contesto del cambiamento climatico e attualmente ricercatrice presso l’Università di Leeds nel Regno Unito, ricorda che il primo passo è la sensibilizzazione e l’educazione, anche delle stesse persone con disabilità: in un sistema abilista il rischio di interiorizzare l’abilismo è alto, e non sorprende se ci si percepisce come fuori posto o ridotti a oggetti di compassione.
Il secondo passo è la partecipazione. Servono processi di consultazione permanenti con le comunità di persone con disabilità, dalla progettazione di città resilienti fino alle politiche nazionali e internazionali. Partecipazione significa anche accessibilità: luoghi, documenti, strumenti. Dalle conferenze sul clima ai materiali di lavoro, tutto deve essere fruibile con tecnologie assistive e formati inclusivi.
C’è tanto lavoro da fare e il caso delle cannucce monouso, di cui mi sono occupata in questo pezzo, mostra bene cosa accade quando le persone con disabilità non vengono coinvolte: soluzioni pensate per il bene comune finiscono per creare nuovi ostacoli nella vita quotidiana».

A me capita spesso di emozionarmi quando intervisto persone che hanno vissuto o vivono momenti di difficoltà. La giornalista, insomma, lascia il posto alla donna. Cosa ti hanno lasciato umanamente gli incontri che hanno portato alla realizzazione di questa inchiesta?
«Mi hanno fatto sentire ancora più forte il senso di responsabilità. Ascoltare storie di persone che vivono difficoltà quotidiane, aggravate dalla crisi climatica, significa mostrare che la vulnerabilità non è un destino naturale, ma il risultato di barriere fisiche, culturali, istituzionali che possiamo e dobbiamo abbattere. Questi incontri hanno rafforzato in me la convinzione che raccontare non è soltanto un mestiere: è un modo per restituire dignità e visibilità a chi troppo spesso resta ai margini. Per me rigore ed empatia non si escludono: insieme definiscono il giornalismo che ascolta e dà luce a chi è invisibile».

Dal tuo “osservatorio” di giornalista, come pensi sia cambiata la cultura nei confronti della disabilità?
«Oggi si parla di disabilità con più frequenza e con un linguaggio meno stigmatizzante rispetto al passato. Allo stesso tempo, però, persiste una narrazione che riduce le persone con disabilità a simboli di eroismo o a oggetti di compassione. Insomma, la visibilità è cresciuta, ma non sempre accompagnata da un reale riconoscimento della piena cittadinanza.
La sfida da giornalista è chiara: passare da una cultura che “parla di, a nome di” a una cultura che “parla con”. Lo dimostrano anche casi recenti, come sottolinea sulla sua pagina Facebook l’attivista Valentina Tomirotti: dalla cronaca di Corleone (Palermo), dove la disabilità è stata raccontata come contesto che attenua la gravità di un omicidio (mi riferisco segnatamente al recente drammatico caso della donna che ha ucciso la figlia con disabilità per poi togliersi la vita), fino alla prima pagina della «Stampa» per la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, che ha proposto una narrazione semplificata e paternalista (qui vi è la lettera aperta inviata al direttore del quotidiano che è possibile sottoscrivere). Due esempi diversi, ma accomunati dalla stessa distorsione: la disabilità usata come giustificazione o metafora, invece che come condizione sociale e politica da affrontare con serietà».

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Se una società sceglie di abbattere le barriere visibili e invisibili: l’impegno dell’AIFO in Mongolia

12 Dicembre 2025 - 5:34pm

L’esperienza dell’Associazione AIFO in Mongolia dimostra che l’inclusione non è un atto isolato, ma un processo che richiede costanza, collaborazione con istituzioni e comunità locali, e soprattutto la volontà di ascoltare, valorizzare e sostenere le persone con disabilità come soggetti attivi. È grazie a questo approccio che in un Paese vasto e spesso con difficoltà logistiche, oggi molte persone con disabilità possono accedere a riabilitazione, supporto, e alla possibilità di costruire un progetto di vita indipendente Una delle immagini della mostra “L’inclusione diventa vita”, centrata su storie di persone con disabilità della Mongolia

L’AIFO (Associazione Italiana Amici Raoul Follereau) ha colto l’occasione della recente visita in Vaticano del presidente della Mongolia Khürelsükh Ukhnaa, per ricordare che da oltre trent’anni è attiva sul territorio di quello Stato dell’Asia, con interventi per promuovere i diritti, l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità, con la convinzione che ogni persona abbia il diritto di vivere con dignità e partecipazione.
Si tratta di un percorso iniziato con la risposta a una richiesta di supporto ricevuta dall’AIFO da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per avviare un programma di riabilitazione su base comunitaria nel Paese asiatico. Con il tempo questo approccio – evolutosi verso un modello più complessivo, definito Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria (SIBC) – ha permesso di costruire un intervento sistemico e duraturo, che non agisce solo sulla riabilitazione sanitaria, ma sull’educazione, l’inclusione sociale, l’accessibilità, il lavoro e la partecipazione comunitaria.

Secondo le statistiche nazionali del 2023, in Mongolia vivono 111.228 persone con disabilità, pari al 3,2% della popolazione. Tra loro vi sono circa 12.500 bambini, che rappresentano l’11% del totale. Molto spesso, però, i dati ufficiali sono sottostimati perché frequentemente le persone con disabilità sono di fatto invisibili. Nonostante alcuni progressi, infatti, permangono forti disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, educativi e sociali. I bambini con disabilità, in particolare, non hanno ancora la possibilità di intraprendere percorsi riabilitativi adeguati. Questa mancanza aumenta il rischio di difficoltà nella mobilità, ritardi nello sviluppo e conseguenze sul benessere psicologico e sociale.

In tale contesto, il progetto Programma integrato per la presa in carico riabilitativa dei bambini con disabilità in Mongolia, finanziato dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), dimostra che una collaborazione tra famiglie e istituzioni può portare a cambiamenti concreti e duraturi: l’uso di strumenti innovativi e la formazione pratica aiutano a sviluppare competenze e a trovare soluzioni sostenibili per la vita quotidiana delle persone con disabilità.
Attraverso inoltre il progetto OSC in azione: migliorare l’efficacia della risposta alle violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone con disabilità, co-finanziato dall’Unione Europea, l’AIFO accompagna da anni anche i processi di empowerment delle comunità locali e di rafforzamento delle organizzazioni di persone con disabilità. Quest’ultima iniziativa mira a costruire una nuova consapevolezza e sensibilità riguardo alla disabilità in Mongolia, agendo su informazione, divulgazione e formazione. L’attività principale è contribuire alla creazione di un sistema di monitoraggio, gestito da organizzazioni della società civile e da organizzazioni di persone con disabilità, nonché da istituzioni governative, per vigilare, prevenire e rispondere alle violazioni dei diritti umani in Mongolia.
Un altro importante filone di intervento è rappresentato dal Green Inclusion, iniziativa già finanziata dall’Unione Buddhista Italiana, che unisce la tutela dell’ambiente e la promozione della vita indipendente per le persone con disabilità: in un contesto come quello della Mongolia, infatti, dove oltre alle esigenze sociali esiste un forte bisogno di riforestazione e cura del territorio, Green Inclusion intende mobilitare risorse e sensibilità sociali, favorendo la partecipazione concreta delle persone con disabilità alla vita della comunità.

L’esperienza dell’AIFO in Mongolia dimostra che l’inclusione non è un atto isolato, ma un processo che richiede costanza, collaborazione con istituzioni e comunità locali, e soprattutto la volontà di ascoltare, valorizzare e sostenere le persone con disabilità come soggetti attivi. È grazie a questo approccio che, in un Paese vasto e spesso con difficoltà logistiche, oggi molte persone con disabilità possono accedere a riabilitazione, supporto, e alla possibilità di costruire un progetto di vita indipendente.
Il 3 dicembre scorso, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, è stato presentato a Bologna – nel corso di una serata resa possibile grazie alla Banca di Bologna, allo Studio Serantoni e Associati e all’Osservatorio Nazionale del Miele – l’impegno dell’Associazione nel Paese, durante l’evento L’inclusione diventa vita, che si è avvalso degli interventi di Lucia Bellaspiga e Paolo Lambruschi di «Avvenire», per raccontare le storie dei protagonisti dei progetti.
Tra queste storie c’è quella di Saranchulun Otgong, oggi prima parlamentare con disabilità nella storia della Mongolia, che deve la sua presa di coscienza anche a un gesto semplice ma decisivo compiuto dall’AIFO nell’ormai lontano 1991, al suo arrivo nel Paese: tradurre in mongolo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla disabilità. In una nazione che si affacciava appena alla democrazia, quel testo divenne infatti l’“abc dei diritti” per migliaia di persone. E proprio su quella base sono stati costruiti interventi sempre più ampi e articolati, contribuendo al miglioramento della vita di tante persone.

La scoperta delle storie provenienti dalla Mongolia è continuata poi con la mostra intitolata anch’essa, inaugurata il 9 dicembre scorso e aperta fino a venerdì 19, presso la Casa per la Pace La Filanda di Casalecchio di Reno, presso Bologna (Via Canonici Renani, 8). All’inaugurazione hanno partecipato anche Simona Venturoli, responsabile dei Programmi Paese in Mozambico e Mongolia, che ha condiviso la sua recente esperienza di viaggio nel Paese ed Enrichetta Alimena, attivista, scrittrice e collaboratrice dell’Ufficio Comunicazione AIFO, che ha proposto un approfondimento sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
È un’esposizione che nasce dal lungo percorso di collaborazione tra l’AIFO, l’organizzazione non governativa Tegsh Niigem e le comunità mongole, cofinanziata dall’Unione Europea. Ispirata alla Convenzione ONU, essa racconta come lo Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria possa trasformare vite, territori e prospettive, un viaggio che mostra cosa accade quando una società sceglie di abbattere le barriere – visibili e invisibili – e di creare spazi in cui ognuno possa dire: «Ci sono, conto, partecipo». (Federica Donà)

Per ulteriori informazioni: federica.dona@aifo.it.

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Il “Premio Angelo Ferro” a chi ha ottenuto grandi risultati in ambito di cecità e sordocecità

12 Dicembre 2025 - 4:46pm

Domani, 13 dicembre, a Venezia, è in programma la cerimonia conclusiva del sesto “Premio Angelo Ferro”, iniziativa promossa dalla Fondazione Lucia Guderzo, in collaborazione con la Fondazione Lega del Filo d’Oro, per valorizzare personalità che, con il loro impegno, hanno offerto un contributo significativo e concreto al miglioramento della società. Nello specifico il premio andrà a Dongdong Camanni, Francesco De Domenico e Leopoldo Cozzolino Il “Premio Angelo Ferro 2025”

Dongdong Camanni, «per avere conseguito, nonostante la cecità, significativi traguardi nello studio e nello sport, che lo hanno reso testimonial autentico delle pari opportunità. Esempio per i giovani che, con la volontà e l’impegno, gli obiettivi si possono raggiungere». Francesco De Domenico, «per avere trasformato, grazie alla sua passione e sensibilità, l’attività di istruttore di cani guida in una soluzione che dona alle persone cieche la libertà di muoversi». Leopoldo Cozzolino, «volontario e dipendente della Lega del Filo d’Oro per la Sede Territoriale di Napoli, per avere, con il suo impegno e le sue azioni, sostenuto tante persone sordocieche ad uscire dall’isolamento, permettendo loro di conquistare spazi autentici di comunicazione, socialità, integrazione e pari opportunità»: sono loro i vincitori della sesta edizione del “Premio Angelo Ferro”, promosso dalla Fondazione Lucia Guderzo, in collaborazione con la Fondazione Lega del Filo d’Oro, iniziativa che si ispira agli scritti e alla visione del professor Angelo Ferro (1938-2016), economista, filantropo e uomo attento a valorizzare le capacità di ciascuno, che dedicò gran parte della sua vita all’aiuto e alla promozione dei servizi per le persone fragili, con una particolare attenzione nei confronti dei più anziani. Il premio a lui dedicato è nato per valorizzare personalità che, con il loro impegno, hanno offerto un contributo significativo e concreto al miglioramento della società.

La cerimonia conclusiva è in programma nella mattinata di domani, 13 dicembre, a Venezia (Palazzo Labia, ore 11), con i vincitori che ritireranno il premio, consistente in una scultura raffigurante un angelo di bronzo, opera dell’artista veneziano Luciano Brollo e per l’occasione è previsto anche l’intervento, tra gli altri, di Davide Cervellin, presidente della Fondazione Lucia Guderzo, che parlerà di economia inclusiva e dell’impegno di Angelo Ferro su questo tema e di Roberto Costantini, direttore generale della Fondazione Lega del Filo d’Oro, che illustrerà il percorso percorso a supporto delle persone con sordocecità e pluridisabilità portato avanti dal proprio Ente nei suoi oltre 60 anni di attività e i principali obiettivi futuri, con riferimento al valore e al modello di realizzazione di un’economia solidale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Federica Pugliese (f.pugliese@inc-comunicazione.it), Virginia Mateucci (v.matteucci@inc-comunicazione.it).

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Quando un Comune viola il proprio stesso Statuto

12 Dicembre 2025 - 4:04pm

«In occasione della Giornata Internazionale della Copertura Sanitaria Universale, come Associazione ACDC – scrive Carlo Leoni – ci mobilitiamo per far conoscere storie di discriminazione ordinaria delle Pubbliche Amministrazioni “letargiche” nell’applicazione delle leggi a tutela dei diritti dei loro concittadini. Nello specifico riteniamo ia impensabile che nel 2025 una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle non abbia completo accesso all’assistenza sanitaria da parte di un Comune che in tal modo viola anche il suo stesso Statuto»

In occasione della Giornata Internazionale della Copertura Sanitaria Universale (Universal Health Coverage Day) di oggi, 12 dicembre, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017 per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di garantire a tutti l’accesso a servizi sanitari, come ACDC (Associazione Centrale per la Difesa dei Diritti e Doveri dei Cittadini) siamo mobilitati a informare i cittadini e a far conoscere storie di discriminazione ordinaria delle Pubbliche Amministrazioni “letargiche” nell’applicazione delle leggi a tutela dei diritti dei loro concittadini.
Nello specifico riteniamo sia impensabile, nel 2025, non avere completo accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto per una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle, che chiede una presenza costante. Insieme al figlio di 58 anni, la signora risiede da circa vent’anni circa nel Comune di Bassano Romano (Viterbo), ma a seguito di un incendio dalla causa non chiarita, si sono visti togliere, in barba al rispetto delle procedure, la residenza nella loro casa abituale, ciò che ha avuto ripercussioni pesanti sulla vita quotidiana dei due, costretti ad autotutelarsi da se stessi, data la mancanza di ascolto e dialogo con le Istituzioni che invece dovrebbero interessarsi alla vicenda e chiamarli a chiarire la questione con il Sindaco, che potrebbe risolvere l’equivoco creatosi da semplici vizi di forma, che gli Uffici comunali non si occupano di correggere.

Cogliamo dunque l’occasione per ricordare l’articolo 11 (Cancellazioni anagrafiche) del “Regolamento Anagrafico” (DPR 223/89: «La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente viene effettuata […] quando, a seguito di ripetuti accertamenti opportunamente intervallati, la persona sia risultata irreperibile»), la Circolare dell’ISTAT n. 21 del 5 aprile 1990 («Le cancellazioni per irreperibilità dei cittadini italiani o stranieri devono essere effettuate quando sia stata accertata la irreperibilità al loro indirizzo da almeno un anno e non si conosca l’attuale loro dimora abituale»), gli articoli per la difesa dei diritti delle persone con disabilità nella relativa Convenzione delle Nazioni Unite, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966, la libertà di circolazione e di soggiorno e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Con l’auspicio dunque di poter festeggiare la Giornata Internazionale di oggi senza discriminazioni, ovvero con la risoluzione positiva di questa vicenda, vale certamente la pena di evidenziare anche lo Statuto del Comune di Bassano Romano, protagonista di questa stessa vicenda: «ART. 16 – Valorizzazione degli anziani, comma 3: Si prefigge di estendere il sistema di garanzie sociali e di servizi e di assistenza morale e materiale agli anziani. ART.6 – Principi ispiratori e criteri dell’attività amministrativa del Comune, commi 1, 2 e 6: 1. Il Comune di Bassano Romano ispira la sua azione ai principi di uguaglianza e di pari dignità sociale della popolazione per il completo sviluppo della persona umana, come previsto dalla “Carta europea dei diritti umani” nella città alla quale aderisce; 2. Ispira la sua azione al principio di solidarietà per tutti i cittadini, operando per superare gli squilibri sociali, culturali, economici, territoriali esistenti nel proprio ambito e nella comunità nazionale e internazionale. Concorre inoltre a realizzare lo sviluppo della propria comunità ispirandosi ai valori ed agli obiettivi della Costituzione; 6. L’attività amministrativa del Comune è svolta secondo criteri di imparzialità, efficacia, efficienza […] per soddisfare le esigenze della collettività e degli utenti dei servizi».
In sostanza il Comune in questione viola se stesso!
E in conclusione ci chiediamo anche come mai i Consiglieri di minoranza (l’opposizione), loro stessi cittadini di Bassano Romano, rimangano in silenzio e non esercitino il diritto del regolamento del funzionamento del Consiglio Comunale del 1994 (Articoli 8, 9, 10, 11, 12).

*ACDC (Associazione Centrale per la Difesa dei Diritti e Doveri dei Cittadini).

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La sovraesposizione ai dispositivi digitali nei bambini con disturbi del neurosviluppo

12 Dicembre 2025 - 2:07pm

Molti bambini con disturbi del neurosviluppo sono esposti a notevoli quantità di tempo davanti agli schermi, principalmente per scopi ricreativi passivi, mentre l’uso per scopi riabilitativi o educativi rimane limitato: è quanto emerge da uno studio dell’IRCCS Eugenio Medea, uno dei primi svolti in questo àmbito

Molti bambini con disturbi del neurosviluppo sono esposti a notevoli quantità di tempo davanti agli schermi, principalmente per scopi ricreativi passivi, mentre l’uso per scopi riabilitativi o educativi rimane limitato: è quanto emerge da uno studio dell’IRCCS Eugenio Medea pubblicato dalla rivista «Disability and Rehabilitation: Assistive Technology».
Si parla di un lavoro che ha preso in esame 352 famiglie e 407 bambini e bambine con disabilità intellettiva, sindromi genetiche, autismo e disturbi dell’apprendimento. I dati hanno rilevato che molti bambini superavano i limiti di tempo raccomandati davanti allo schermo, con una prevalenza dei più grandi rispetto ai più piccoli, mentre sono emerse modalità di utilizzo relativamente simili in base a genere, gruppi diagnostici e livelli di disabilità funzionale.
La televisione è il dispositivo utilizzato più frequentemente, mentre circa la metà del campione utilizza smartphone. Guardare video e cartoni animati, spesso da soli, è l’attività più comune, con pochi casi di utilizzo riabilitativo. Inoltre, è risultato prevalente un uso passivo di schermi ricreativi.
Questa tendenza può essere influenzata da diversi fattori: i deficit funzionali possono ostacolare le risposte motorie e l’interazione con schermi più interattivi, come smartphone e consolle di gioco, mentre le difficoltà cognitive ed emotivo-comportamentali possono indirizzare verso attività solitarie e meno impegnative e ridurre l’utilizzo di social network.
I risultati evidenziano anche che le abitudini mediatiche dei genitori influenzano quelle dei bambini e che lo stress genitoriale è direttamente associato a un maggiore uso dei media digitali nei figli.
I ricercatori sottolineano infine l’importanza di linee guida personalizzate e politiche di supporto per migliorare la cittadinanza digitale di questa popolazione e per mitigare i rischi associati all’eccessiva esposizione agli schermi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, insieme all’American Academy of Paediatrics e ad altre Società Pediatriche Nazionali, ha pubblicato raccomandazioni sull’uso degli schermi per bambini e adolescenti. In Italia, la SIP (Società Italiana di Pediatria) ha recentemente delineato linee guida specifiche per l’infanzia e l’adolescenza, che sconsigliano l’esposizione a schermi digitali prima dei 2 anni di età, raccomandano un massimo di un’ora al giorno per i bambini tra 2 e 5 anni e meno di 2 ore al giorno per quelli di età compresa tra 5 e 8 anni. Inoltre, sconsigliano l’uso dello schermo durante i pasti, almeno un’ora prima di coricarsi e come “ciuccio” per tenere i bambini tranquilli.
Tuttavia le linee guida esistenti si basano su ricerche condotte su popolazioni a sviluppo tipico, mentre sono disponibili pochi studi su bambini e adolescenti con disturbi del neurosviluppo.

Entrando nel dettaglio dello studio citato, va detto che esso è stato condotto coinvolgendo le famiglie di bambini e bambine che attualmente ricevono servizi clinici e interventi riabilitativi dall’Associazione La Nostra Famiglia. Hanno inoltre supportato il reclutamento dei partecipanti, l’ASSI Gulliver (Associazione Sindrome di Sotos Italia), l’AFSW (Associazione Famiglie Sindrome di Williams) e l’Associazione GRI Italia.
Nel complesso, dunque, il tempo trascorso davanti allo schermo è risultato simile tra maschi e femmine, mentre è risultato statisticamente significativo il confronto per fasce d’età, con un utilizzo maggiore tra i preadolescenti e gli adolescenti. Sebbene poi l’uso di dispositivi digitali non sia consigliato prima dei 2 anni, solo un bambino su 16 in questa fascia d’età non è esposto abitualmente a schermi digitali. Tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni, oltre la metà supera il limite raccomandato di un’ora al giorno e circa un terzo dei bambini in età scolare (6-10 anni) eccede il limite raccomandato dalla SIP.
La televisione, come detto, è lo strumento più comunemente utilizzato, mentre gli smartphone vengono utilizzati da circa la metà del campione. L’uso quotidiano di tablet, personal computer e consolle per videogiochi è stato segnalato solo da una minoranza. Le attività più frequenti includevano la visione di video e cartoni animati (81%) e l’uso di videogiochi (37%), mentre le piattaforme di social media erano utilizzate solo da una minoranza del campione (14%), con un incremento tra gli adolescenti (39%).

Per quanto poi riguarda lo stress dei genitori, solo una piccola parte dei caregiver (meno del 13%) ha riferito di utilizzare dispositivi digitali come strategia per tenere i bambini tranquilli, durante i pasti o prima di metterli a letto. Al contrario, sono emerse differenze significative nell’uso per calmare il bambino in base al livello di disabilità funzionale, segnalato più comunemente nei bambini con più di una diagnosi di disturbi del neurosviluppo, in quelli con disabilità funzionale più grave e nei bambini con autismo. Inoltre, considerando che i bambini con disturbi del neurosviluppo presentano spesso difficoltà comportamentali e richiedono un maggior carico assistenziale per la famiglia, lo studio ha indagato la complessa interazione tra lo stress dei genitori e l’uso dei media digitali da parte dei bambini: ebbene, è stato evidenziato un effetto diretto dello stress genitoriale sul tempo trascorso dai bambini davanti allo schermo. Permettere ai bambini l’uso dei media digitali può servire come strategia di adattamento per i genitori e offrire un sollievo temporaneo dal comportamento e dalle richieste del proprio figlio.
«L’assorbimento nei dispositivi digitali può ridurre la responsività dei genitori durante le prime interazioni, con conseguenti minori opportunità di coinvolgere i bambini in altre attività», spiega Niccolò Butti, psicologo e ricercatore presso il Centro 0-3 dell’IRCCS Medea e primo autore dello studio. «Il tempo trascorso davanti allo schermo e le abitudini dei caregiver – aggiunge – potrebbero quindi rappresentare un potenziale obiettivo per interventi di supporto rivolti ai genitori di bambini con disturbi del neurosviluppo».

La ricerca ha esplorato infine il possibile ruolo dei dispositivi digitali come strumenti per la riabilitazione, supporto alla comunicazione e nelle attività scolastiche. Ebbene, solo una minoranza fa un uso riabilitativo ed educativo degli stessi dispositivi digitali, principalmente i bambini con disturbi dell’apprendimento, ADHD o disabilità funzionali più gravi. In quest’ottica, il potenziale dei dispositivi digitali nel supportare interventi comportamentali e cognitivi e nel facilitare la partecipazione sociale sembra ampiamente sottoutilizzato.
«Abbiamo voluto acquisire dati sull’utilizzo sempre più diffuso dei dispositivi digitali anche nella vita dei bambini e ragazzi con disturbi del neurosviluppo – spiega Rosario Montirosso, psicologo responsabile del Centro 0-3 dell’IRCCS Medea – perché è un àmbito ancora poco indagato e sebbene sia indubbio che ci sono molti benefìci nell’utilizzo delle nuove tecnologie per i nostri bambini, è importante sia per gli operatori che per i genitori conoscere anche i loro potenziali rischi». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Cristina Trombetti (cristina.trombetti@lanostrafamiglia.it).

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Disabilità e trasporti pubblici nell’Unione Europea: è ancora una grande sfida

12 Dicembre 2025 - 1:35pm

Quello che negli Stati Membri dell’Unione Europea è un vero e proprio “puzzle” di soluzioni nazionali, regionali e locali, coincide spesso con una situazione di scarsa accessibilità dei trasporti pubblici, facendo sì che utilizzarli, per le persone con disabilità, sia ancora spesso una sfida, limitandone la libertà di andare dove vogliono e quando vogliono. E tuttavia alcune possibili soluzioni strutturali ci sarebbero, come quelle di seguito evidenziate dal Forum Europeo sulla Disabilità

Non c’è dubbio che a livello di Unione Europea negli ultimi anni vi siano stati progressi in materia di accessibilità dei trasporti: si è dato spazio ai diritti dei passeggeri in tutte le modalità di trasporto, insieme a requisiti per rendere accessibili le ferrovie e ad alcuni obblighi sull’accessibilità degli autobus. Più recentemente, inoltre, la Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act) ha introdotto una serie di normative standard riguardanti i siti web, le app e i terminal self-service utilizzati per accedere ai trasporti. E ancora, i premi annuali della Commissione Europea alle città accessibili (Access City Award), guardano molto anche alla componente dei trasporti.
Quest’ultimo è certamente un importante strumento di sensibilizzazione il quale dimostra tra l’altro che un’infrastruttura di trasporto urbano accessibile è possibile. Purtroppo, però, non è certo questo il caso di tutte le città dell’Unione Europea. In realtà, infatti, utilizzare i trasporti pubblici è ancora spesso una sfida, che limita la libertà delle persone con disabilità di andare dove vogliono e quando vogliono. Le città, ad esempio, acquistano una nuova flotta di autobus elettrici, ma mancano le funzionalità di accessibilità di base. Oppure si costruiscono nuove fermate dei tram, ma non sono alla stessa altezza delle vecchie vetture ancora in uso, rendendo il servizio inaccessibile agli utenti su sedia a rotelle. E sono solo due esempi possibili tra tanti altri.
Proviamo dunque ad elencare quelle che a nostro parere sono alcune tra le principali questioni irrisolte.

Bisogna innanzitutto parlare della mancanza di norme precise a livello dell’Unione Europa sull’accessibilità dei veicoli e delle infrastrutture di trasporto urbano, tra cui la metropolitana, metropolitana leggera, i tram e le fermate degli autobus. Sebbene infatti gli autobus siano in parte coperti dalle norme comunitarie, questo non appare sufficiente, né esistono requisiti o norme a su come rendere accessibili le altre modalità di trasporto.
Ne risulta un vero e proprio “puzzle” di soluzioni nazionali, regionali e locali che spesso si traducono in scarsa accessibilità.

Va poi evidenziata la carenza di competenze in materia di accessibilità da parte delle autorità pubbliche e/o del mondo imprenditoriale. Secondo infatti la Direttiva dell’Unione Europea sugli appalti pubblici, le città o i comuni che desiderino acquistare nuovi autobus urbani possono includere l’accessibilità nelle loro gare d’appalto e privilegiare un’accessibilità di qualità nell’appalto vincente rispetto al prezzo. In realtà, però, le specifiche tecniche che accompagnano le gare d’appalto a volte non sono sufficientemente chiare, perché i comuni non dispongono delle competenze necessarie in materia di accessibilità. E d’altra parte, nemmeno i costruttori di veicoli o le imprese di costruzione a volte dispongono delle competenze necessarie per implementare tali specifiche.

Va infine sottolineata anche una persistente mancanza di chiarezza su come vengono spesi i finanziamenti dell’Unione Europea per i progetti infrastrutturali. Il meccanismo CEF (Connecting Europe Facility) è lo strumento di finanziamento dell’Unione per le infrastrutture di trasporto e il regolamento che lo disciplina stabilisce esplicitamente che i fondi per rendere accessibili le infrastrutture siano ammissibili e che l’accessibilità venga inclusa nei criteri di aggiudicazione delle proposte. E tuttavia, non esistono dati concreti su quanti finanziamenti siano stati effettivamente destinati a infrastrutture accessibili né il regolamento impedisce la costruzione di nuove infrastrutture inaccessibili.

Quelle menzionate sono sfide davvero complicate, ma le possibili soluzioni ci sarebbero. Ad esempio:
° Revisionare la legislazione vigente dell’Unione Europea vigente o elaborare una nuova legislazione sull’accessibilità delle infrastrutture e dei veicoli di trasporto, incluso il trasporto urbano. Questa potrebbe, ad esempio, essere inclusa nel citato European Accessibilty Act o in altre normative esistenti incentrate su modalità di trasporto specifiche.
° Istituire una nuova Agenzia Europea decentrata per l’accessibilità, basata sul Centro AccessibleEU e per implementarne il lavoro, allo scopo di supportare l’armonizzazione di tutta la legislazione dell’Unione in materia di accessibilità. Tale Agenzia potrebbe supportare gli Stati Membri e i Comuni, fornendo consulenza pratica su come rendere il trasporto pubblico più accessibile.
° Elaborare linee guida dell’Unione Europea sugli appalti per i sistemi di trasporto pubblico urbano, documenti che dovrebbero fornire indicazioni tecniche e buone pratiche alle autorità locali per l’approvvigionamento di veicoli e infrastrutture di trasporto pubblico accessibili (tram, metropolitane, taxi o autobus), specificando le caratteristiche minime di accessibilità da includere nell’offerta. Queste ultime dovrebbero concentrarsi non solo sull’accessibilità fisica, ma anche sulla comprensibilità di segnaletica, mappe e istruzioni, e sulla chiara indicazione di stazioni/fermate per facilitare il viaggio dei passeggeri.
° I finanziamenti dell’Unione Europea non dovrebbero più essere spesi per progetti che creano nuove infrastrutture di trasporto inaccessibili. A tal proposito, nel prossimo Bilancio Pluriennale dell’Unione (Quadro Finanziario Pluriennale), che include anche la revisione del “Meccanismo per collegare l’Europa”, dovrebbe essere aggiunta al regolamento una clausola che conceda finanziamenti solo a progetti di infrastrutture di trasporto con caratteristiche di accessibilità. E in parallelo nuove o ristrutturate stazioni ferroviarie, così come aeroporti nuovi o ristrutturati dovrebbero essere il fruttto di interventi accessibili alla base.
° Utilizzare meglio i Piani di Mobilità Urbana Sostenibile (SUMPs), già obbligatori per 431 città e nodi urbani nell’Unione Europea. Per tali Piani, le città dovrebbero anche riferire su indicatori specifici, uno dei quali dovrebbe essere proprio l’accessibilità per le persone a mobilità ridotta.

Ci auguriamo quindi che nei prossimi cinque anni il trasporto pubblico urbano sia maggiormente al centro delle politiche dell’Unione Europea, con misure concrete per migliorare l’accessibilità. E questo dovrebbe andare di pari passo con la trasformazione verso soluzioni di mobilità urbana più sostenibili e, auspicabilmente, riflettersi anche nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione.

*L’EDF (European Disability Forum) è il Forum Europeo sulla Disabilità. Traduzione e adatamentoi del testo a cura della Redazione di Superando.

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Corsi di specializzazione per il sostegno: guardare la luna e non il dito!

12 Dicembre 2025 - 12:42pm

«Credo – scrive Fernanda Fazio – che tra docenti dovremmo confrontarci non su quali siano i corsi più validi per la specializzazione sul sostegno, ma sul fatto che la normativa di base sull’inclusione è stata erosa e scarnificata, sostituendo ad essa un progressivo “aggiustamento”. E dovremmo anche finalmente chiarire quali siano le funzioni del docente specializzato, dei docenti disciplinari e degli assistenti, magari con le associazioni, con i sindacati, con le forze politiche e soprattutto tra i docenti stessi»

A seguito di un articolo sulla nascita del MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), ho avuto modo di leggere un altro testo in difesa dei cosiddetti “corsi INDIRE”, ovvero i corsi per la spcializzazione sul sostegno gestiti dall’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e prorogati anche per il prossimo anno. A questo punto credo sia decisamente importante tentare una riflessione e, perché no, magari un confronto; il mettere l’un contro l’altro i docenti, infatti, è una strategia che si trascina da tanti anni, il tutto a grave discapito della scuola.

Non credo sia impossibile trovare alternative valide all’ingiusta (e spero che su questo aggettivo potremmo essere tutti d’accordo) modalità di contrapporre docenti dei corsi INDIRE a docenti specializzati per il sostegno tramite il TFA (Tirocinio di Formazione Attiva). Credo che ci possa essere una modalità di verificare, accompagnare, graduare le cose in modo tale da non penalizzare alcuno né far prevalere gli interessi dei docenti sul diritto degli alunni ad avere docenti preparati e professionali. In tal senso, è avvilente vedere come, per risolvere i problemi della scuola, si ricorra a interventi spot, aggiustamenti e “contentini”, non mettendo mai a sistema gli impegni che un Governo e uno Stato debbono offrire ai propri cittadini, anche solo attuando le normative già vigenti che sono il cardine di tutto il processo dell’inclusione.
Credo dunque che dovremmo confrontarci non su quale corso sia più valido, ma sul perché stia succedendo tutto questo. E quindi vanno messi in fila alcuni punti.
1) Il docente specializzato nasce come docente curricolare di ruolo (da almeno cinque anni) che ha acquisito competenze specifiche aggiuntive per poter essere di supporto alla classe (e al Consiglio di Classe) in cui è “inserito” un alunno/alunna con disabilità.
2) Il docente specializzato è quindi assegnato alla classe.
3) I corsi di specializzazione, nati per formare questi docenti, prevedevano una durata di due anni, molti laboratori e quattro tirocini in presenza nelle classi dove frequentava un alunno con disabilità psicofisica, visiva, uditiva o una pluridisabilità.
4) I corsi prevedevano discipline legate alla clinica medica, alla pedagogia, alle discipline e alle specificità delle disabilità sensoriali.

Tutto ciò premesso, tuttavia, proprio in una visione di responsabilità condivise, nelle scuole si era affiancati da un’équipe psico-medico-pedagogica che monitorava le diverse situazioni, proponeva incontri di aggiornamento, conosceva gli alunni, si confrontava con le classi, con i Consigli di Classe e con le famiglie. All’alunno con disabilità, se necessario, veniva assegnato un assistente per le sue competenze specifiche (relativamente all’autonomia). Ebbene, di tutto questo sistema cosa rimane?
Poco o nulla: l’insegnante specializzato il più delle volte è un supplente, spesso non abilitato all’insegnamento che, stanco di precarietà, decide di tentare la stabilizzazione attraverso la strada della specializzazione. Nulla di male, nulla da eccepire. Ma, una volta stabilizzati, per molti l’aspirazione è quella di spostarsi sulla disciplina. Perché?
Le risposte che ci siamo dati sono tante, le più frequenti sono:
° Il docente di sostegno viene poco considerato dai suoi colleghi. Come mai, visto che non solo è un docente laureato, abilitato, di ruolo, ma anche con competenze in più?
° Spesso il docente di sostegno viene delegato in tutto o in parte alla gestione dell’alunno con disabilità, dall’assistenza alla programmazione del percorso di apprendimento, alla valutazione e verifica degli apprendimenti e degli obiettivi raggiunti. E così l’alunno non viene preso in carico dai docenti “disciplinaristi”, che si dicono non “formati” per questo compito (e quindi non tenuti a farsi carico anche degli alunni con disabilità).
° Spesso, nello svolgere i programmi scolastici per il raggiungimento del titolo di studi, i docenti curricolari non sono in grado di intraprendere declinazioni degli obiettivi capaci di includere anche alunni con difficoltà fortemente connotate che richiedono modalità, strategie e tempi molto difformi da quelle richieste dal resto della classe.
° Spesso il percorso dell’alunno con disabilità non prevede il raggiungimento di un traguardo che lo possa far parte attiva del contesto sociale. In tal caso l’allontanamento dalla classe e l’esclusione diviene la prassi più diffusa. È difficile, impegnativo, non sempre possibile fare diversamente, vista la totale delega data alla scuola, seguita, poi, al termine del percorso di apprendimento scolastico, dal nulla.
Aggiungiamo che l’équipe è scomparsa, che gli assistenti si sono moltiplicati e che spesso sono laureati e specializzati per lunga esperienza su quella tipologia di disabilità, seguono l’alunno accompagnandolo da un livello scolastico all’altro, costano di meno (sono per lo più a cottimo, pagati per le ore che svolgono), sono soggetti al “giudizio” delle famiglie e a quello della scuola.

Insomma, la normativa di base è stata erosa e scarnificata, sostituendo, alle grosse inadempienze degli enti e dei ministeri, un progressivo “aggiustamento”: il neuropsichiatra manca? La diagnosi la fa qualcun altro, il medico dell’INPS! Sono necessari più docenti specializzati? Si ricorre ai precari senza dare la disponibilità di cattedre. Mancano docenti specializzati? Si fanno specializzare anche coloro che non hanno alcuna abilitazione né esperienza. Mancano ancora? Si riduce ad un solo anno il percorso! Sono ancora insufficienti? Facciamo un decreto tipo “condono”: se hai insegnato per tre anni, ti basta un corso di 4 mesi on line! Hai fatto il corso in Albania, Romania, Spagna (Paesi dove i ragazzi con disabilità non sono inclusi nelle scuole e nelle classi di tutti) altro condono: basta un corso INDIRE (vedi sopra)!

Aggiungo un’ultima riflessione, se avessi bisogno di un medico, non sarei tranquilla sapendo che “si sta facendo la sua esperienza” su di me, senza avere affrontato studi adeguati e aggiornati sulle conquiste scientifiche più recenti e senza che abbia almeno un tutor che lo accompagni in questa esperienza.
E aggiungo ancora che dovremmo finalmente chiarirci e chiarire quali siano le funzioni del docente specializzato, quali quelle dei docenti disciplinari, quali quelle degli assistenti, magari con le associazioni, con i sindacati, con le forze politiche e soprattutto tra i docenti stessi.

*Docente specializzata sul sostegno e formatrice.

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Disabilità e background migratorio: “Il doppio confine” è un podcast che racconta una realtà spesso invisibile

11 Dicembre 2025 - 6:45pm

Si chiama “Il doppio confine” ed è un podcast che racconta cosa significa vivere in Italia affrontando contemporaneamente la disabilità e la condizione di migrante o figlio di migranti, tramite storie che danno voce a una realtà spesso invisibile, di persone che si trovano ogni giorno a superare barriere fisiche, culturali e istituzionali

Aziz ha una disabilità motoria e dal Marocco è arrivato in Italia, dove è riuscito a creare la propria impresa di pulizie, sfidando la diffidenza di chi non credeva nelle sue capacità. Zahra, iraniana, è madre di due figli con autismo: ogni giorno si batte per garantire loro l’assistenza cui hanno diritto. Tamru, giurista cieco fuggito dall’Etiopia, ha ricostruito la sua vita a Milano continuando a occuparsi di diritto antidiscriminatorio: le loro storie, diverse ma unite da una doppia sfida, sono al centro di Il doppio confine, podcast che racconta cosa significa vivere in Italia affrontando contemporaneamente la disabilità e la condizione di migrante o figlio di migranti.
Attraverso le parole di Aziz, Zahra e Tamru, il podcast dà voce a una realtà invisibile: quella delle persone con disabilità e background migratorio, che si trovano ogni giorno a superare barriere fisiche, culturali e istituzionali. Le loro esperienze rendono concreto un tema complesso come la discriminazione intersezionale, mostrando che le diverse forme di esclusione si intrecciano nella vita reale, anche a causa di servizi che spesso non si parlano e non si conoscono.
Alle voci dei protagonisti si affiancano poi le analisi di esperti e ricercatori, che approfondiscono gli aspetti giuridici, sociali e culturali della condizione delle persone con disabilità e con background migratorio.

Il doppio confine è prodotto da Intreccimedia e nasce all’interno del progetto CI SIAMO (che è anche un acronimo per Competenze e Integrazione tra Servizi per Incoraggiare l’Accesso e Migliorare le Opportunità delle persone con disabilità e con background migratorio), realizzato dalla Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multtietnicità), dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) dalla Caritas Ambrosiana e dalla Fondazione Articolo 49, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione Lombardia.
Il progetto CI SIAMO punta a rendere i servizi del territorio più accessibili anche alle persone con disabilità e background migratorio, creando sinergie tra istituzioni, associazioni e operatori del Terzo Settore che, insieme, possano costruire percorsi di inclusione più equi e in grado di valorizzare il potenziale di ognuno. (I.S.)

Podcast Il doppio confine: testi e voce narrante di Dario Paladini; supervisione editoriale di Ilaria Sesana; sound design e post produzione di Angelo Miotto; produzione di Intreccimedia; copertina di Carola Fumagalli. È disponibile su Spotify, Apple Podcasts, Spreaker e su tutte le principali piattaforme. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Turismo di montagna accessibile sull’Altopiano della Paganella in Trentino

11 Dicembre 2025 - 6:05pm

Prenderà avvio da domani, 12 dicembre, a domenica 14, con le tre giornate del “Paganella Open Weekend”, ma proseguirà poi per l’intera stagione, il turismo di montagna senza barriere, accessibile a tutti e tutte, sull’Altopiano della Paganella in Trentino Immagine di repertorio di sci inclusivo sull’Altopiano della Paganella (foto di Filippo Frizzzera)

Come comunicano da Visit Paganella, marchio e identità comunicativa dell’Altopiano della Paganella in Trentino, da domani, 12 dicembre, a domenica 14, vi sarà il Paganella Open Weekend, ovvero tre giornate dedicate a una montagna senza barriere, pensata per accogliere tutti e tutte. Durante la tre giorni, infatti, sono in programma lezioni di sci con ausili specializzati (monoski e dualski), giri in carrozza trainata dai cavalli e ciaspolate tra i boschi innevati, per permettere alle persone con disabilità di vivere pienamente l’esperienza della neve. Tutte attività, così come skipass e noleggio dell’attrezzatura, che saranno gratuite per le stesse persone con disabilità.

L’impegno di Visit Paganella per un turismo aperto a tutti e tutte proseguirà poi per l’intera stagione: le scuole sci metteranno infatti a disposizione, sempre gratuitamente, gli ausili per le lezioni con maestri specializzati, rendendo la montagna un luogo di condivisione capace di superare barriere e valorizzare la forza delle persone. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: Chiara Martignoni (chiara.martignoni@agenziapressplay.it).

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Dal powerchair hockey un tedoforo per Milano-Cortina 2026

11 Dicembre 2025 - 5:36pm

10.001 tra tedofori e tedofore coinvolti nel passaggio della Torcia Olimpica fino all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026. E tra di loro, ad Agrigento, anche Giuseppe Sanfilippo, atleta con disabilità dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica). Una grande occasione per fare luce su sport come l’hockey e il calcio in carrozzina elettrica, rivolti a persone con disabilità particolarmente importanti, ma ancora troppo poco conosciuti

Il 26 novembre, da Olimpia, in Grecia, è iniziato il viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026, arrivata il 4 dicembre a Roma e già ripartita, due giorni dopo, verso tutte le 110 Province della penisola. In totale, verranno percorsi 12.000 chilometri in 63 giorni, con 60 città di tappa e 10.001 tra tedofori e tedofore coinvolti nel passaggio della Torcia Olimpica fino all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali, il 6 febbraio a Milano. Tra quei 10.001 vi sarà anche, nella tappa di Agrigento del 16 dicembre, Giuseppe Sanfilippo, presidente e atleta con disabilità, capitano della squadra dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica), come raccontano qui di seguito Gaetano Glorioso, delegato regionale per la Sicilia della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e dirigente dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo, Nunzia Rita Di Giglia, allenatrice della squadra delle Aquile di Palermo, Mattia Sutera, Martina Porretto e Valeria Cervone, volontari del Servizio Civile Universale 2025-2026 presso la sede locale di progetto delle Aquile di Palermo. 

Giuseppe Sanfilippo, presidente e atleta con disabilità, capitano della squadra dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica), sarà tra i tedofori della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026

È con immenso piacere e orgoglio che l’Ente Nazionale Tutela Disabilità e la nostra Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo annunciano una notizia che riteniamo possa segnare un vero e proprio salto di qualità per la FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e per tutto il movimento  del powerchair sport del quale la nostra squadra, unitamente alle altre due siciliane (Leoni Sicani e Red Cobra) sono parte integrante da oltre un ventennio.
Giuseppe Sanfilippo, atleta di powerchair hockey (hockey su carrozzina elettrica), è stato infatti ufficialmente selezionato come Tedoforo per il Viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026. «Sei pronto ad entrare nella storia dei Giochi?»: inizia così la lettera ufficiale ricevuta da Giuseppe, che lo conferma come uno dei 10.001 protagonisti che avranno l’onore di trasportare il simbolo più importante dello sport mondiale. Egli diventa in questo modo ambasciatore non solo dei valori olimpici, ma anche della passione e della tenacia che caratterizzano ogni singolo atleta che pratica una delle discipline di powerchair sport.

Questa convocazione, da un lato è certamente per Giuseppe un traguardo e costituirà una indelebile esperienza di vita sul piano personale. Dall’altro, rappresenta l’espressione di una scelta coraggiosa e significativa operata dal vertice del Comitato Paralimpico Internazionale che ha inteso riconoscere il giusto rilievo al lavoro svolto dalla FIPPS e verso le numerose squadre Italiane ad essa federate.
Ma ancor di più, il fatto di coinvolgere in modo così importante un atleta che pratica l’hockey su carrozzina elettrica, è la testimonianza tangibile di una nuova attenzione verso il powerchair sport e dell’intendimento di volere riconoscere la meritata dignità agonistica alle due discipline sportive (hockey e calcio su carrozzina elettrica) che notoriamente sono rivolte a persone con disabilità particolarmente importanti.
Sappiamo bene quanto le nostre discipline abbiano bisogno di luce. Spesso i cosiddetti sport “minori” faticano a trovare spazio sui grandi media, nonostante l’altissimo livello tecnico che esprimono. La presenza di Giuseppe come tedoforo è, dunque, un’occasione imperdibile per fare luce su queste “sconosciute” discipline sportive paralimpiche. Per questo immaginiamo che la Fiamma Olimpica, passando tra le sue mani, illuminerà metaforicamente tutti i nostri campi da gioco, offrendo quella visibilità necessaria a far crescere il movimento e ad attrarre nuovi atleti e sostenitori.

La scelta di un tedoforo siciliano per la tappa di Agrigento accende inoltre i riflettori sulla nostra Regione, l’unica che dalla Campania in giù, con le sue tre squadre che praticano le discipline del powerchair sport, fornisce l’occasione a diverse decine di atleti di vivere l’esperienza vibrante della partecipazione sportiva-attiva ai rispettivi campionati nazionali, pur a fronte dei molteplici e comprensibili disagi di vario tipo che vengono, di volta in volta, affrontati nel corso delle lunghe trasferte.
Idealmente l’intero movimento sportivo del powerchair sarà accanto a Giuseppe Sanfilippo per rappresentare i valori che ci spingono ogni giorno a promuovere l’hockey e il calcio su carrozzina elettrica.
Si legge nella lettera di convocazione che il compito del tedoforo è «dare luce ai sogni delle persone», un impegno che Giuseppe siamo sicuri porterà a compimento con la consapevolezza che il mondo lo guarderà e che tutti noi, amanti del powerchair sport, gli saremo accanto.

Ringraziamo Salvatore Di Giglia per la collaborazione.

*Gaetano Glorioso, delegato regionale per la Sicilia della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e dirigente dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo; Nunzia Rita Di Giglia, allenatrice della squadra delle Aquile di Palermo; Mattia Sutera, Martina Porretto e Valeria Cervone, volontari del Servizio Civile Universale 2025-2026 presso la sede locale di progetto delle Aquile di Palermo.

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La Convenzione ONU 19 anni dopo: a che punto siamo?

11 Dicembre 2025 - 4:50pm

19 anni fa venne firmata a New York la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, un tempo sufficientemente lungo per misurare i progressi fatti, ma anche per riconoscere con chiarezza quanta strada resti ancora da percorrere verso una piena inclusione e il rispetto effettivo dei diritti di tutte le persone con disabilità. Se ne parlerà il 17 dicembre, nel corso dell’incontro online “Disabilità e diritti umani: a che punto siamo?”, organizzato dalla LEDHA e dalla FISH 2006: un lungo applauso accolse a New York, presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, punto di riferimento imprescindibile, che ha sancito il diritto delle persone con disabilità a scegliere dove e con chi vivere come fondamento di una società realmente inclusiva

Era il 13 dicembre 2006, ovvero 19 anni fa, quando venne firmata, al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Si tratta certamente di un tempo sufficientemente lungo per misurare i progressi fatti, ma anche per riconoscere con chiarezza quanta strada resti ancora da percorrere verso una piena inclusione e il rispetto effettivo dei diritti di tutte le persone con disabilità.
La LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) e la stessa FISH hanno dunque organizzato per il pomeriggio del 17 dicembre (ore 16), l’incontro online denominato Disabilità e diritti umani: a che punto siamo?.
«Questo incontro – spiegano i promotori – nasce sostanzialmente dall’esigenza di valutare, a quasi vent’anni dalla ratifica della Convenzione ONU, quali cambiamenti concreti siano stati raggiunti, quali criticità persistano e quale ruolo debbano avere oggi le Associazioni impegnate nella tutela dei diritti».

A introdurre e a moderare sarà Laura Abet, responsabile del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA. Seguiranno gli interventi di Alberto Fontana (LEDHA), Salvatore Nocera (FISH) e Giampiero Griffo (DPI-Disabled Peoples’ Internatioinal).
Le conclusioni saranno affidate ad Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA. (S.B.)

Per iscriversi, accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: comunicazione@ledha.it.

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Nel 79° anniversario dell’UNICEF ricordare sempre che “i più vulnerabili tra i vulnerabili” sono i bambini e le bambine con disabilità

11 Dicembre 2025 - 2:09pm

«Oggi dedichiamo questo anniversario a tutti quei bambini e bambine che ogni giorno vedono la propria infanzia negata, vittime di conflitti, violenze, povertà, rischi e pericoli che non hanno scelto di vivere e sopportare»: lo dichiara Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia, in occasione del 79° anniversario dell’UNICEF di oggi, 11 dicembre. E “i più vulnerabili tra i vulnerabili”, non manchiamo mai di ricordarlo, sono sempre i bambini e le bambine con disabilità

«Oggi vogliamo dedicare questo anniversario a tutti quei bambini e bambine che ogni giorno vedono la propria infanzia negata, vittime di conflitti, violenze, povertà, rischi e pericoli che non hanno scelto di vivere e sopportare»: lo dichiara Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia, in occasione del 79° anniversario dell’UNICEF che ricorre oggi, 11 dicembre.

«Attualmente – prosegue Graziano – i bambini e le bambine sono esposti a gravi violazioni ai livelli più alti mai registrati con un record di 41.370 violazioni verificate nel 2024, più del doppio della media degli ultimi 20 anni. L’UNICEF è nato l’11 dicembre 1946, per aiutare i bambini e le bambine al termine della seconda guerra mondiale, ma 79 anni dopo il suo mandato rimane attuale e fondamentale, visto il moltiplicarsi dei conflitti, l’aumento della fame, i tagli ai finanziamenti globali e il collasso dei servizi di base in tanti Paesi; nel 2026 oltre 200 milioni di bambini e bambine avranno bisogno di assistenza umanitaria; proprio in queste ore, infatti, abbiamo lanciato l’appello sull’intervento umanitario 2026 per fornire assistenza salvavita a 73 milioni di bambini in 133 Paesi e territori nel prossimo anno».

«In questa giornata di “celebrazione” – conclude il Presidente di UNICEF Italia – vorrei fare un ringraziamento speciale ai nostri operatori sul campo, che si trovano sempre più spesso a operare scelte difficili, in contesti pericolosi e in rapida evoluzione. Allo stesso tempo, ringrazio anche i tanti volontari di UNICEF Italia, cuore pulsante della nostra organizzazione, per il loro profondo e costante impegno a favore delle nostre attività per i bambini e le bambine più vulnerabili».
E “i più vulnerabili tra i vulnerabili”, non manchiamo mai di ricordarlo, sono sempre i bambini e le bambine con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: press@unicef.it.

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Sindrome di Sjögren: un’altra panchina azzurra, una partita del cuore e un convegno

11 Dicembre 2025 - 1:44pm

La quarantunesima panchina azzurra nell’àmbito dell’omonimo progetto dell’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), voluto per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren, arriverà il 13 dicembre a Villammare di Vibonati, altra località del Salernitano e questa volta, oltre al tradizionale convegno, la giornata sarà arricchita anche da una partita del cuore

Dopo tante panchine inaugurate in Sicilia, a Verona, a Rimini e in varie località di Salerno e Provincia, come abbiamo di volta in volta riferito anche sulle nostre pagine, si tornerà nel Salernitano per la quarantunesima panchina azzurra, nell’àmbito dell’omonimo progetto promosso dall’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren. Accadrà a Villammare di Vibonati il 13 dicembre (ore 15) e questa volta – oltre al tradizionale convegno che seguirà l’inaugurazione (Sindrome di Sjögren primaria sistemica, malattia rara subdola e discriminata, Museo Logos, Via Monastero Vibonati, ore 18.30), durante il quale verrà proiettato il cortometraggio L’amante Sjögren, con la presidente dell’ANIMASS Lucia Marotta che illustrerà le problematiche e le criticità della malattia e di quanto stia facendo da vent’anni la propria Associazione, per dare dignità alle persone malate e tutelarle nel loro diritto alla salute – l’iniziativa si arricchirà anche di una partita del cuore (ore 16.30). Il tutto avvalendosi del patrocinio e della collaborazione del Comune locale, del Rotary E-club Film & Friends D2101, del Comitato della Croce Rossa Italiana di Sapri e dell’Associazione Canticum.

Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo, è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: animass.sjogren2005@gmail.com.

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Lo stile inconfondibile di Botero, assai adatto alla fruizione da parte delle persone con disabilità visive

11 Dicembre 2025 - 1:14pm

Un elemento caratterizzante dell’importante esposizione “Fernando Botero. Tecnica monumentale”, in mostra al Forte di Bard della Valle d’Aosta fino al 6 aprile del prossimo anno, è il progetto sperimentale promosso dall’Associazione Forte di Bard e realizzato dai referenti della stessa, insieme a Dieci Occhi, in collaborazione con l’UICI Valdostana e la Cooperativa C’era l’Acca, iniziativa voluta per rendere la mostra fruibile da parte di persone con disabilità visive Uno dei pannelli tattili realizzati per la mostra “Fernando Botero. Tecnica monumentale” (©Marisa Jans/Archivi Forte di Bard)

È presente fino al 6 aprile del prossimo anno, al Forte di Bard in Valle d’Aosta, un importante progetto espositivo dedicato a Fernando Botero (1932-2023), realizzato in collaborazione con 24 Ore Cultura e la Fernando Botero Foundation. Curata da Cecilia Braschi e intitolata Fernando Botero. Tecnica monumentale, «la mostra – come si legge nella presentazione – ripercorre l’intera carriera del maestro colombiano, valorizzando la complementarietà tra pittura, scultura e disegno e approfondendo le ragioni delle sue scelte stilistiche dalle prime prove degli Anni Quaranta del Novecento fino alle ultime opere realizzate a Monaco tra il 2019 e il 2023».

Un elemento caratterizzante del percorso espositivo è un progetto sperimentale promosso dall’Associazione Forte di Bard e voluto per rendere la mostra fruibile a persone con disabilità visive, tramite la realizzazione di sei pannelli tattilo-visivi, in grado di restituire gli elementi principali delle opere selezionate, ognuno dei quali accompagnato da didascalie in Braille e da un QR Code accessibile tramite due app gratuite, che consente di approfondire facilmente contenuti e contesto. Inoltre, una scultura è stata riprodotta in 3D, per consentirne l’esplorazione tattile.
«Lo stile inconfondibile di Botero – spiegano i promotori dell’iniziativa -, caratterizzato da forme piene, volumi definiti e colori intensi, si rivela particolarmente adatto alla lettura tattile e alla percezione da parte di persone con disabilità visive. Il percorso inizia sin dall’ingresso della mostra, dove un pannello stampato anche in Braille introduce alle diverse sezioni tematiche. In ciascuna sezione è stata poi inserita la riproduzione tattile di un’opera ritenuta rappresentativa del tema trattato. Le opere pittoriche sono state riprodotte a rilievo su pannelli posizionati accanto agli originali, con le riproduzioni stesse che presentano contorni di diverso spessore e altezza, texture dedicate e colori di fondo che mettono in evidenza gli elementi compositivi, spesso sovrapposti. Per facilitare la comprensione, accanto alla riproduzione dell’intera opera è proposto anche il soggetto principale isolato, utile a riconoscere e distinguere le figure nella composizione. Quest’ultimo è un supporto che si rivela anche un efficace strumento di coinvolgimento pure per i visitatori più piccoli, che possono avvicinarsi all’opera attraverso un’esperienza tattile di scoperta dal dettaglio all’insieme».

«Tutte le riproduzioni – viene spiegato ancora – sono accompagnate da didascalie in Braille e in caratteri ad alta leggibilità. Mentre i pannelli a rilievo permettono di comprendere la struttura visiva dell’opera, le informazioni descrittive, come i singoli elementi raffigurati, i significati e i dettagli, sono fornite tramite specifici codici QR Navilens, che completano e potenziano l’esperienza tattile. Tali codici, attivabili tramite un’app gratuita, vengono riconosciuti automaticamente da qualsiasi smartphone anche a distanza e offrono contenuti fruibili in modalità differenti: in questa situazione per persone con disabilità visive e per visitatori di lingua straniera, grazie alla traduzione automatica in oltre 40 lingue».

Il meritorio progetto è stato sviluppato da un gruppo di lavoro composto dai referenti del Forte di Bard e da Dieci Occhi (Valentina Lungo, Tactile Book Designer, ed Enrico Delmastro, Graphic Designer), in collaborazione con la Sezione Valdostana dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e della Cooperativa Sociale C’era l’Acca, nell’àmbito del progetto Sensi+ Tecnologia per l’autonomia, realizzato in co-progettazione con l’Assessorato Regionale della Valle d’Aosta alla Sanità, alla Salute e alle Politiche Sociali.
«Si tratta di un’iniziativa – sottolineano da C’era l’Acca – che rappresenta un punto di svolta, aprendo nuovi spazi all’accessibilità museale e ponendo le basi per un percorso destinato a crescere con forza nei prossimi anni». (S.B.)

Ringraziamo Maria Cosentino per la collaborazione.

Per ulteriori informazioni: Cooperativa Sociale C’era l’Acca (ceralaccaturismo@gmail.com).

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Il Premio Bomprezzi-Capulli, che accende i riflettori nel modo giusto sulla disabilità e l’esclusione sociale

11 Dicembre 2025 - 12:36pm

Inchieste e storie, racconti inediti sulla disabilità, denuncia sociale, ma anche diritti ritrovati, protagonismo, partecipazione, esperienze innovative nella lotta alle diseguaglianze: è questo il Premio Bomprezzi-Capulli, di cui è stata lanciata in questi giorni la quinta edizione, cui potranno partecipare, fino al 3 febbraio 2026, giornalisti di testate nazionali, cartacee, digitali, radiofoniche o televisive Maria Grazia Capulli e Franco Bomprezzi ai quali è dedicato l’omonimo Premio

Come potremmo non essere sin dalla prima edizione al fianco del Premio Giornalistico Bomprezzi, divenuto da due anni Premio Bomprezzi-Capulli, considerando ciò che ha rappresentato per Superando Franco Bomprezzi, che ne è stato direttore responsabile fino alla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre 2014? Parlare di questa iniziativa è per noi sempre un grande piacere e torniamo a farlo qualche giorno dopo l’apertura delle candidature per la quinta edizione – avvenuta in occasione della recente Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità – sempre a cura del Journalism Social Fund.
Per il quinto anno, quindi, potranno partecipare servizi di carta stampata, online, radio e TV, realizzati e pubblicati tra il 3 dicembre 2024 e il 3 dicembre 2025, ma la novità introdotta questa volta prevede la possibilità di proporre servizi, articoli e temi di strettissima attualità realizzati anche tra il 3 dicembre 2025 e il 2 febbraio 2026 ai quali saranno riservate le Menzioni Speciali per le categorie TV, Radio e Stampa (anche qui con premi in denaro).
Le date di scadenza delle candidature sono fissate per tutte le categorie al 3 febbraio 2026.

«Con questo premio – ha spiegato nel corso della cerimonia d’insediamento il presidente della giuria Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento RAI – non vogliamo solo celebrare e ricordare i lavori e l’esempio di Franco Bomprezzi e Maria Grazia Capulli, pietre miliari per chiunque si avvicini al giornalismo costruttivo e al racconto della disabilità. Vogliamo spingere chi decide cosa va in pagina o in onda – da chi è più in alto fino a chi riceve la proposta di un collaboratore – di aprire spiragli nuovi e dare spazio a queste tematiche, di dire sì a inchieste e storie, racconti inediti sulla disabilità, di denuncia sociale, ma anche di diritti ritrovati, di protagonismo e partecipazione, di esperienze innovative nella lotta alle diseguaglianze. Abbiamo imparato da Franco e Grazia a difendere il mestiere del giornalista come missione di responsabilità sociale e con questo intento ci aspettiamo che arriveranno i lavori dei nuovi Premiati».
Maria Grazia Capulli, lo ricordiamo è stata una giornalista del Tg2 RAI, ideatrice e conduttrice della rubrica televisiva Tutto il Bello che c’è, vera e propria finestra sul sociale e sul lato positivo dell’attualità.

Accendere dunque i riflettori su fragilità, inclusione, diritti umani e comunità marginalizzate, ma anche sulle notizie dal taglio positivo che siano in grado di contribuire all’attivazione e alla coscienza civica dei cittadini: è questo il focus dei due concorsi aperti a giornalisti di testate nazionali, cartacee, digitali, radiofoniche o televisive, per un premio che, lo ricordiamo, è supportato anche dall’organizzazione CBM Italia.
La cerimonia di insediamento della giuria – che si arricchisce ogni anno di firme di primo piano del mondo dell’informazione, tra carta stampata e online, TV, radio nazionali e testate di settore – si è avuta il 24 ottobre scorso al Castello di Grinzane Cavour in Piemonte, in occasione di Barolo en primeur, asta internazionale di solidarietà promossa dalla Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, che dal 2021 sostiene progetti ad alto impatto sociale in Italia e all’estero. (S.B.)

I bandi del 5° Premio Bomprezzi-Capulli sono scaricabili da questo link. Per ulteriori informazioni: Paola Amicucci (paolaamicucci1977@gmail.com).

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La quotidianità delle persone con disabilità: una giornata di studi a Napoli

11 Dicembre 2025 - 11:59am

Promossa dall’Università Parthenope di Napoli, si terrà domani, 12 dicembre, nel capoluogo campano, la giornata di studi “La quotidianità delle persone con disabilità”, durante la quale si affronteranno i seguenti temi: “Parole, testi e inclusione: la disabilità nella letteratura e nel linguaggio giuridico”; “Prendersi cura: famiglie, disabilità e reti sociali”; “Scuola, competenze digitali e inclusione sociale”; “Disabilità e mercato del lavoro”; “Vivere il tempo libero: inclusione nello sport e nel turismo”

Promossa dal Dipartimento di Scienze Economiche, Giuridiche, Informatiche e Motorie dell’Università Parthenope di Napoli, è in programma per domani, 12 dicembre, nel capoluogo campano (Palazzo Pacanowski, ore 9.30), la giornata di studi sul tema La quotidianità delle persone con disabilità, durante la quale si affronteranno i seguenti temi: Parole, testi e inclusione: la disabilità nella letteratura e nel linguaggio giuridico; Prendersi cura: famiglie, disabilità e reti sociali; Scuola, competenze digitali e inclusione sociale; Disabilità e mercato del lavoro; Vivere il tempo libero: inclusione nello sport e nel turismo.
Tra i relatori vi sarà anche Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). (S.B.)

Ringraziamo Guido Migliaccio per la segnalazione.

A questo link è disponibile il programma completo della giornata di studi.

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Omicidi-suicidi: quelle solite narrazioni

11 Dicembre 2025 - 11:32am

La recente vicenda di Corleone (Palermo), nella quale una donna con disturbo dello spettro autistico è stata uccisa da sua madre, che poi si è suicidata, fa emergere ancora una volta la necessità di una riflessione su come queste storie vengono raccontate. La notizia, infatti, è rimbalzata sui media per lo più assumendo la prospettiva della caregiver, mentre quella della donna con disabilità o non compare proprio, o è minoritaria. Eppure, in questa storia, la vera vittima è proprio lei

Il 5 dicembre scorso Giuseppina Milone, 47 anni, donna autistica, è stata strangolata con una corda da sua madre e caregiver, Lucia Pecoraro, 78 anni, che poi si è tolta la vita impiccandosi nel terrazzo della propria abitazione. Il fatto è accaduto a Corleone (Palermo).
La notizia è rimbalzata sui media per lo più assumendo la prospettiva della caregiver, mentre quella della donna con disabilità o non compare proprio, o è minoritaria**. Eppure, in questa storia, la vera vittima è proprio quest’ultima. La madre ha deciso di due vite, Giuseppina Milone nemmeno della propria.

Non si tratta di giudicare, ma di analizzare. Se vogliamo prevenire questi episodi dobbiamo chiamare le cose col proprio nome: in questa storia c’è una persona che ha ucciso e una che è stata uccisa. E assumere la prospettiva della vera vittima è uno dei modi per provare ad arginare il fenomeno.
Lo ha ben compreso Patriza Gariffo, giornalista e donna con disabilità, che, commentando la vicenda, osserva: «In questi giorni, Giusy è scomparsa quasi del tutto dal racconto pubblico. Quando è stata nominata, lo si è fatto solo per ricordare la fatica reale vissuta dalla sua famiglia» (si veda: La tragedia di Corleone e la vittima divenuta invisibile, in «la Repubblica», 10 dicembre). «Una vicenda dolorosa, certo, ma che non può trasformarsi nella cornice che attenua un gesto irreparabile. Si continua a parlare di contesto, di disperazione, di solitudine: elementi veri, legittimi da comprendere. Ma non fino al punto da relativizzare l’uccisione di una donna che, fino a prova contraria, voleva vivere», scrive, tra le altre cose, Gariffo.

Sulla stessa linea d’onda è anche la riflessione proposta da Sofia Righetti, attivista e filosofa specializzata nei Disability Study, Queer e Crip Studies e Gender Studies, nonché anche lei donna con disabilità. «Giuseppina Milone, 47 anni, disabile, è stata uccisa strangolata da sua madre due giorni dopo la giornata internazionale delle persone disabili – scrive Righetti sul suo profilo Instagram in un post del 9 dicembre –. Questo non è un “omicidio compassionevole”, come la stanno rigirando i giornali, è un crimine d’odio. Perché sono centinaia i casi di persone disabili uccise dai genitori e dai caregiver. E l’orrore che ti mette addosso è che i prossimi potremmo essere noi con la scusa del “se non me ne occupo io non se ne occupa nessuno”.
Quindi ora cosa dovremmo fare, ringraziare i nostri genitori/caregiver perché non ci hanno ancora ammazzate? Chiamatelo col suo nome, si chiama DISABILICIDIO. Ci vogliamo VIVE».

Nel 2023, come Centro Informare un’h, lanciammo una campagna di sensibilizzazione volta a sollecitare una riflessione sulle narrazioni pubbliche dei casi di omicidio-suicidio attuati dai/dalle caregiver a danno di se stessi/e e della persona con disabilità di cui si curano. Omicidi-suicidi: proposta di regolamentazione delle comunicazioni pubbliche, questo il nome della campagna visibile online a questo link, che poneva l’accento proprio sui messaggi sottesi a certe narrazioni. Uno degli aspetti a cui era richiesto di prestare attenzione era la necessità di sottolineare «che non rientra tre le prerogative del/la caregiver decidere arbitrariamente della morte della persona di cui si cura, e che l’unica vita di cui può disporre è solo la propria». Possiamo convenire che la campagna non abbia perso di attualità (a questo link il testo della proposta su cui si basava la campagna).

*Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa). 

**Di seguito alcuni lanci: Uccide la figlia disabile e si suicida: cosa ci dice la tragedia di Corleone (Costanza Oliva, in «Avvenire», 6 dicembre 2025); Corleone, donna uccide la figlia disabile e si toglie la vita. Aveva perso il marito pochi mesi fa (Redazione online, in «Corriere della Sera», 6 dicembre 2025); Uccide la figlia e si suicida, chiede perdono con una lettera (Redazione ANSA, in «ANSA.it», 7 dicembre 2025); Strangola la figlia disabile e poi si impicca con la stessa corda: 8 mesi fa la donna aveva perso il marito (Redazione Cronaca, in «Il Fatto Quotidiano», 6 dicembre 2025); Un caregiver che uccide è un fallimento dello Stato: perché i soldi per il “dopo di noi” ci sono ma non vengono spesi (Chiara Ludovisi, in «Vita», 9 dicembre 2025); L’omicidio-suicidio di Corleone, folla e lacrime ai funerali: “Che tragedia, inutile cercare di capire il perché” (Redazione, in «PalermoToday», 9 dicembre 2025); Uccide la figlia disabile a Corleone e si suicida, Lucia Pecoraro ha lasciato una lettera chiedendo scusa (Simone Gervasio, in «Virgilio Notizie», 7 dicembre 2025).

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L’evento conclusivo a Milano di “Insieme per Progettare la Vita”

10 Dicembre 2025 - 6:20pm

«È stato un percorso intenso, fatto di seminari, laboratori, sportelli consulenza e momenti di formazione diffusa, con un obiettivo chiaro: sostenere le persone con disabilità e le loro famiglie nella costruzione di un progetto di vita consapevole, possibile e concretamente realizzabile»: lo dicono dall’Associazione InCerchio di Milano, capofila del progetto biennale “Insieme per Progettare la Vita”, che il 15 dicembre vivrà il proprio appuntamento conclusivo nel capoluogo lombardo

«È stato un percorso intenso, fatto di seminari, laboratori, sportelli consulenza e momenti di formazione diffusa, con un obiettivo chiaro: sostenere le persone con disabilità e le loro famiglie nella costruzione di un progetto di vita consapevole, possibile e concretamente realizzabile»: lo dicono dall’Associazione InCerchio di Milano, capofila del progetto biennale Insieme per Progettare la Vita, finanziato dal Bando per gli Enti del Terzo Settore della Regione Lombardia, iniziativa che nel pomeriggio del 15 dicembre giungerà al suo appuntamento conclusivo con un evento di confronto, restituzione e visione sul futuro, in programma presso l’Auditorium M. Toschi della Fondazione SON (Speranza Oltre Noi), a Milano (ore 16-18.30).
«L’evento di chiusura – viene spiegato – non rappresenterà solo un punto di arrivo, ma soprattutto un momento per fermarsi e guardare avanti. Quali bisogni sono emersi con maggiore forza in questi due anni? Quali risposte hanno funzionato e quali restano ancora da immaginare? Come possiamo stabilizzare e rafforzare la rete di collaborazione costruita? E soprattutto: quale sostenibilità possiamo dare al progetto perché diventi una risorsa stabile per il territorio?».

Dopo l’accoglienza a cura di don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione SON, e di Maria Teresa Zocchi, presidente dell’Associazione InCerchio, e dopo i saluti istituzionali di Donatella Ronchi, assessora alle Politiche Sociali del Municipio 2 di Milano, seguiranno due interventi di restituzione e riflessione, vale a dire Progetti che aprono prospettive e Metodi ed esiti, a cura rispettivamente di Daniela Piglia e Cristina Labianca dell’Associazione InCerchio.
Uno spazio significativo sarà quindi dedicato alla rete che ha accompagnato e sostenuto il progetto, con le Associazioni Il Gabbiano-Noi come gli altri e Vivi Down e le Fondazioni Oltre e Fare Famiglia che condivideranno esperienze, riflessioni e traiettorie possibili per il futuro.
A seguire, la parola passerà ai protagonisti dei Laboratori di autonomia, attraverso le interviste curate da Jacopo Mariani, e alle famiglie, con la testimonianza di Elisabetta e Fabio, genitori di Elena. (S.B.)

L’evento sarà aperto alla cittadinanza, alle famiglie e agli operatori interessati (è richiesta la registrazione tramite questo link). Per ogni ulteriore informazione: segreteria@associazioneincerchio.com.

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Il “pasticcio” di quegli ausili a carico delle persone con disabilità, con le Regioni che vanno in ordine sparso

10 Dicembre 2025 - 5:46pm

«A quanto pare – scrive Luca Faccio – ci sono molte famiglie e persone con disabilità ancora costrette a pagare totalmente o in parte di tasca propria ausili quali i ricambi per carrozzine elettriche, le riparazioni per le stesse o le scarpe ortopediche, perché le Regioni vanno in ordine sparso. Suggerisco quindi al Ministro della Salute di elaborare un testo ove invitare tutte le Regioni a non far pagare alcun costo se un utente tramite prescrizione medica richiede un ausilio»

Gentilissimo Ministro della Salute Orazio Schillaci, a suo tempo ho sollevato anche su queste pagine il problema dei costi delle batterie delle carrozzine elettriche. Qualche giorno fa il giornalista del «Fatto Quotidiano» Renato La Cara, attraverso un suo articolo [“Ricambi per carrozzine e scarpe ortopediche: un anno dopo spese ancora a carico delle famiglie. E le Regioni vanno in ordine sparso”, N.d.R.], ha fatto ben presente che le famiglie e le persone con disabilità sono ancora costrette a pagare totalmente o in parte gli ausili di tasca propria.
La pregherei molto gentilmente di impegnarsi a risolvere questo enorme e grave pasticcio perché né le persone con disabilità né le loro famiglie possono sostenere le spese degli ausili di cui hanno totalmente bisogno e diritto.
Le ricordo che le persone con disabilità con invalidità al 100% ricevono dallo Stato una pensione pari a 336 euro mensili più l’indennità d’accompagnamento pari a 542,02 euro, destinata a chi assiste. Mi può spiegare con questo tipo di importi, come fa chi ha bisogno di un ausilio a pagarselo anche in parte?
Le suggerisco pertanto di elaborare un testo ove invitare tutte le Regioni a non far pagare alcun costo se un utente tramite prescrizione medica richiede un ausilio; così facendo si può evitare che ogni Regione possa scegliere di fare come vuole.
Da parte mia mi impegno come sempre a raccogliere tutte le testimonianze dei cittadini e delle cittadine sui costi che devono affrontare per avere gli ausili e sarà mia premura inviarle a lei, al Ministro dell’Economia e delle Finanze, alla Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica.

*Blogger.

Alla questione trattata nel presente contributo, Superando ha dedicato nei mesi scorsi i seguenti testi:
° Batterie e riparazioni delle carrozzine a motore elettrico: pagano gli utenti? (a questo link).
° Cari Ministri, Care Regioni: e quindi, se mi si rompe la batteria, devo restare chiuso in casa? (a questo link).
° Far pagare le batterie sarebbe una palese violazione dei diritti umani (a questo link).
° Carrozzine a motore elettrico e spese a carico degli utenti: bene il Veneto, ma la FISH scrive al Governo (a questo link).
° Ausili: il rispetto dei diritti non può dipendere da dove si abita o da quanto è efficiente la propria ASL! (a questo link).
° Quali sono le ASL che chiedono contributi per gli ausili? (a questo link).

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L’uso di quella parola in un film? C’è proprio poco da ridere!

10 Dicembre 2025 - 5:05pm

«Rivolgiamo un invito fermo e rispettoso a giornalisti, autori, sceneggiatori, attori, comici e operatori del mondo cinematografico, teatrale e televisivo, affinché evitino l’uso di termini che possono ferire e discriminare le persone con disabilità»: è l’appello rivolto dall’Associazione AIPD, dopo le segnalazioni ricevute per il trailer del film “Oi vita mia”, ove la parola “mongoloide” viene nuovamente utilizzata come insulto, per quanto ironico, ciò che però non può affatto far ridere chi ha un figlio o una figlia con sindrome di Down Immagine tratta dal trailer del film “Oi vita mia”

«Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto un numero significativo di segnalazioni da parte di famiglie, che al proprio interno hanno bambini, ragazzi e adulti con sindrome di Down, così come da molte persone impegnate quotidianamente nella tutela della dignità delle persone con disabilità. Le segnalazioni riguardano il trailer del film Oi vita mia, attualmente in sala, del duo comico Pio e Amedeo. La parola “mongoloide” vi viene nuovamente utilizzata come insulto, per quanto ironico. Ma a chi ha un figlio o una figlia con sindrome di Down non fa affatto ridere!»: a dirlo è Gianfranco Salbini, presidente dell’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), che coglie l’occasione, a nome delle tante famiglie aderenti alla propria Associazione, per denunciare, ancora una volta, «l’utilizzo, in contesti di satira e comicità, di termini inappropriati legati alla disabilità».

«Questo tipo di linguaggio – prosegue Salbini – è purtroppo ancora diffuso, soprattutto sui social: spesso decidiamo di non intervenire, per non alimentare l’effetto emulazione e tuttavia, in questo caso anche il silenzio produrrebbe lo stesso risultato. L’uso di parole offensive o discriminatorie, inserite in contesti leggeri e di spensieratezza, rischia infatti di essere normalizzato soprattutto tra i più giovani, legittimando di fatto l’utilizzo di termini gravemente offensivi. Ed è proprio da questa legittimazione che, con facilità, si passa a un utilizzo offensivo nei più diversi contesti sociali».

«Rispettiamo le intenzioni degli autori di voler utilizzare la comicità per veicolare temi sociali di grande importanza – sottolinea ancora il Presidente dell’AIPD -: crediamo infatti anche noi che ci sia bisogno di raccontare, anche con leggerezza, problematiche che spesso non ricevono un’attenzione pubblica, ma restano, per così dire, un “affare di famiglia”. E del resto, anche la nostra Associazione ha spesso diffuso i propri messaggi attraverso campagne che utilizzano l’ironia e la comicità. Esiste però un limite che non vorremmo fosse superato: la comunicazione deve sempre essere “gentile” e rispettosa verso le sensibilità di tutti. La storia dello spettacolo italiano e internazionale dimostra che la comicità può essere brillante, efficace e profondamente intelligente senza ricorrere a offese, etichette o linguaggi degradanti. Grandi maestri della risata hanno saputo far ridere e riflettere senza mai colpire la dignità delle persone».

Dall’AIPD arriva dunque un appello: «Rivolgiamo un invito fermo e rispettoso a tutti i professionisti della comunicazione – giornalisti, autori, sceneggiatori, attori, comici e operatori del mondo cinematografico, teatrale e televisivo – affinché evitino l’uso di termini che possono ferire e discriminare le persone con disabilità. Il linguaggio è uno strumento potente: può includere o escludere, valorizzare o ferire. L’impegno comune per una comunicazione rispettosa rappresenta un passo fondamentale verso una società più consapevole, inclusiva e libera da stereotipi. Confidiamo pertanto nella collaborazione e nella sensibilità di chi opera nei diversi àmbiti della comunicazione, certi che il rispetto delle persone e delle loro condizioni non limiti la creatività, ma anzi la nobiliti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.

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