Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
Pubblicato su Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria (https://www.handitecno.calabria.it)

Home > Printer-friendly > Aggregatore di feed

Perché la sintesi migliore sulla disabilità è data dal modello “biopsicosociale”

Superando - 18 Settembre 2026 - 6:14pm

«Quando ci si rapporta al tema della disabilità – scrive Luca Grecchi -, si fronteggiano tuttora, sostanzialmente, due modelli, quello “medico” e quello “sociale”. Ciò deriva, in larga misura, dal fatto che la disabilità è il risultato dell’interazione tra due fattori. Ma il modello “biopsicosociale”, che tende a sintetizzare dialetticamente quei due paradigmi, conservandone gli aspetti positivi ed eliminandone quelli negativi, risulta largamente preferibile»

Quando ci si rapporta al tema della disabilità, si fronteggiano tuttora, sostanzialmente, due modelli: “medico” e “sociale”. Ciò deriva, in larga misura, dal fatto che la disabilità è il risultato dell’interazione tra due fattori: da un lato i deficit psicofisici permanenti di una persona, che inducono spesso alla “medicalizzazione”; dall’altro un contesto sociale non sufficientemente inclusivo, che produce sovente “disabilitazione”. La disabilità ha quindi come condizione di partenza un deficit, i cui effetti tuttavia si amplificano all’interno di un ambiente non comunitario, che crea ostacoli partecipativi.

Per questo, come mostreremo alla fine, il modello “biopsicosociale”, che tende a sintetizzare dialetticamente i due paradigmi precedenti, conservandone gli aspetti positivi ed eliminandone quelli negativi, risulta largamente preferibile. La dialettica, del resto, chiarisce filosoficamente che ogni unilateralismo è sempre deleterio: meglio porre le posizioni, per quanto tra loro contrapposte, in reciproca connessione.

Non è questa la sede per un’analisi complessiva dei due modelli, per altro già molto presente nella letteratura specialistica. Dirò soltanto che il principale difetto del modello medico è di basarsi troppo sui deficit psicofisici della persona, mentre il principale difetto del modello sociale è forse di sottovalutare tali deficit, insistendo quasi solo sulla loro ricezione collettiva. Il modello biopsicosociale cerca dialetticamente, come detto, di eliminare, sul piano teorico, ogni approccio unilateralistico. Prima però di giungere a questo paradigma, può essere utile qualche considerazione pratica.

Ad oggi, in Italia, il modello medico risulta ancora, per vari motivi, predominante. A scuola, ad esempio, il primo documento che viene sollecitato ai genitori di alunni con disabilità è la certificazione medica, ponendo sin dall’inizio la difficoltà in capo al soggetto anziché al contesto. Nel mondo del lavoro, per iniziare a svolgere una professione, la prima cosa che viene richiesta al futuro lavoratore, affinché l’impresa possa fruire delle agevolazioni previste dalla legge, è di farsi determinare la propria percentuale di invalidità; quest’ultima, per altro, aumenta di solito al crescere del numero dei certificati medici presentati. Infine, anche per l’inserimento nei centri residenziali per persone con disabilità, in cui si svolge tuttora, purtroppo – scandita da varie attività definite “terapeutiche”, anche se sono soltanto “passatempistiche” –, la vita adulta di tante persone, la documentazione sanitaria risulta imprescindibile.

Il modello medico, dunque, prevale ancora ampiamente nel nostro Paese, in tutte le principali fasi della vita delle persone con disabilità. Ciò accade, come detto, per una pluralità di ragioni. Una di esse è che tale modello, a differenza di quello sociale, il quale imporrebbe un rapporto con la realtà di tipo collettivo, promuove un rapporto di tipo individuale, in larga parte delegabile a professionisti privati a pagamento.

In un’epoca, quindi, in cui la totalità socio-economica tende a relazionarsi con le persone in quanto consumatori privati, il modello medico è sicuramente più conforme, per cui risulta favorito, non richiedendo appunto interventi politici, che a loro volta presupporrebbero fondate riflessioni culturali di matrice progettuale per poter modificare la realtà in maniera comunitaria.

Questa tendenza individualistica trova conferma, per altro, nelle stesse modalità con cui, nel settore pubblico, viene sempre più spesso attivata l’assistenza sociale, ovvero con contributi personali da richiedere, card nominative da ottenere, agevolazioni specifiche da conseguire, in base a determinate condizioni tutte da corredare con adeguati certificati medici.

Le Istituzioni che stanno gestendo questo passaggio del Welfare State da funzionalità collettive a fruizioni individuali, non si rendono forse conto – o forse sì, e ciò viene fatto apposta, per distribuire meno fondi pubblici e favorire soluzioni private – che rendere più complesse le richieste di servizi può creare problemi a molte persone con disabilità, soprattutto intellettiva. Non si considera inoltre che strutture pubbliche disponibili per tutti sarebbero di vantaggio all’intera collettività, oltreché meno portatrici di stigma per coloro che le utilizzano.

Modello medico individuale e modello sociale comunitario sembrano porsi, pertanto, in alternativa. I due paradigmi, in realtà, presentano, come detto, aspetti dialetticamente complementari, in quanto l’inclusione si realizza meglio coniugando insieme l’attenzione alle caratteristiche psicofisiche della persona e al contesto sociale che la ospita. Pensiamo, ad esempio, all’autismo. Si discute tuttora se esso debba essere considerato principalmente un disturbo del neurosviluppo, ossia un deficit da affrontare in sostanza con il modello “medico”, oppure una naturale neurodiversità della persona, da accogliere all’interno di un modello sociale maggiormente inclusivo.

In merito, essendo lo spettro autistico molto ampio – e il discorso vale, mutatis mutandis, per tutto il composito àmbito della disabilità –, si può dire che, per alcune situazioni, risultano ancora necessari interventi tipici del modello medico. In generale, tuttavia, il modello sociale è certamente più utile per far vivere in maniera comunitaria (quindi migliore) tutte le persone, comprese quelle neurodivergenti. Molti, infatti, di quelli che si ritengono essere sintomi di un “disturbo” dello spettro autistico, ovvero alcuni comportamenti disfunzionali che si attribuiscono ad una presunta “patologia”, regrediscono fortemente se le persone si trovano a vivere in un contesto adeguato. Ciò mostra come l’autismo, in particolare, rappresenti una condizione le cui manifestazioni maggiormente problematiche sono spesso dovute alla non inclusività dell’ambiente sociale, che è assai difficile da modificare, ma anche determinante.

Detto questo, come ricordato, non si deve considerare eliminabile l’intero approccio medico, che in alcuni casi rimane necessario, almeno nei vari àmbiti in cui una competenza farmacologica, fisiatrica logopedica, ecc. si mostri utile. Sempre infatti assumendo come esempio l’autismo nelle sue forme più severe, esso costituisce davvero una neurodiversità caratterizzata da problematicità elevate, quale che sia l’ambiente in cui la persona viene inserita, spesso anche all’interno della stessa famiglia. Non è un caso che il modello ICF (la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute), stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001, la cui validità viene generalmente riconosciuta, raccomandi certamente una prospettiva biopsicosociale integrata, ossia di attribuire maggiore importanza al modello sociale, ma al contempo anche di non abbandonare il modello medico, ovvero di fare interagire i due paradigmi, per favorire la migliore possibile inclusione delle persone con disabilità.

Anche con riferimento a questa tematica, apparentemente lontana, la filosofia mostra dunque che la composizione dialettica di modelli apparentemente antitetici può produrre una sintesi in grado di unire gli aspetti positivi di entrambi, eliminandone solo le unilateralità manchevoli.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Perché la sintesi migliore sulla disabilità è data dal modello “biopsicosociale” proviene da Superando.

Il Gruppo Asperger Puglia mira a diventare un punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni della propria Regione

Superando - 18 Settembre 2026 - 5:44pm

La nascita del Gruppo Asperger Puglia ha segnato il punto d’arrivo di un percorso più lungo, che ha visto l’impegno congiunto delle famiglie, di Gruppo Asperger APS e della Cooperativa Sociale Giuliaparla, e che ha trasformato una rete informale attiva da tre anni in un’Associazione che mira a diventare punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni pugliesi L’intervento di Matteo Leone, vicepresidente del Gruppo Asperger Puglia, durante l’evento di fine luglio che ha coinciso con la nascita dello stesso Gruppo Asperger Puglia

Non un convegno accademico né una cerimonia formale, ma un incontro dal vivo sulla scogliera di Santa Maria al Bagno di Nardò (Lecce), tra musica e aperitivo al tramonto. Il 25 luglio scorso, nell’àmbito dell’evento Autism Beach Party organizzato dalla Cooperativa Sociale Giuliaparla, da Gruppo Asperger APS e con il patrocinio del Comune di Nardò, dieci soci fondatori hanno firmato l’Atto Costitutivo di Gruppo Asperger Puglia, nona Associazione Regionale della compagine nazionale e la seconda al Sud Italia.
Lo stile della serata ha costituito esso stesso una scelta sostanziale: raccontare cioè l’autismo allontanandosi dalla narrazione pietistica con cui viene ancora troppo spesso descritto, per mettere al centro dignità, diritti e autodeterminazione.
L’Associazione preferisce parlare di “convivenza ampia” piuttosto che di “inclusione”: non un adattamento unilaterale della persona autistica al contesto, ma la costruzione condivisa di spazi e contesti capaci di accogliere ogni modo di essere e di funzionare. Lo ha ricordato anche chi scrive [Stefania Scarpulla] nell’intervento da Presidente dell’Associazione, tracciando lo stato dell’arte dell’autismo in Puglia: diagnosi tardive per mancanza di professionisti formati sui profili senza disabilità intellettiva, servizi pubblici insufficienti, un modello di finanziamento a bandi incompatibile con la natura permanente dei diritti. Un diritto, però, non può avere una data di scadenza ed è pertanto necessario rivendicare controlli, formazione e interventi psicoeducativi calibrati sulle caratteristiche individuali, che accompagnino le persone autistiche in tutti i contesti di vita.

Tra le numerose testimonianze di giovani autistici raccolte durante la serata, un momento centrale si è avuto con l’intervento di Matteo Leone, vicepresidente dell’Associazione, che ha ripercorso anni di diagnosi errate, mascheramento sociale e burnout, prima della diagnosi corretta arrivata solo dopo i vent’anni. «Sono qui per rivendicare il diritto ad una vita autonoma e autodeterminata», ha dichiarato, rimarcando un principio di autorappresentanza che veda le persone neurodivergenti protagoniste a pieno diritto delle decisioni che le riguardano.
Un altro momento intenso e denso di contenuti ha coinciso con l’intervento di Patrizia Ventura, neuropsichiatra infantile del Policlinico di Bari e Segretario della SINPIA Apulo-Lucana (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza). Con parole chiare e nette, Ventura ha invitato a superare la contrapposizione tra modello medico e modello sociale dell’autismo, spiegando inoltre come il mascheramento prolungato porti quasi sempre a sofferenza psicologica, indipendentemente dalla diagnosi. «La vera risorsa – ha detto – è avere consapevolezza di come si funziona», rivolgendo infine un appello alle Associazioni di famiglie affinché facciano fronte comune nei tavoli istituzionali, invece di presentarsi divise davanti alla Sanità Pubblica.
Presenti anche i saluti della compagine nazionale, portati da Rita Valentini del Consiglio Direttivo di Gruppo Asperger APS a nome del presidente Ruggero Mason. Valentini ha ricordato come i grandi cambiamenti nascano sempre dall’impegno diretto delle famiglie.
In video è arrivato poi il saluto del Garante Regionale dei diritti delle persone con disabilità della Puglia, Antonio Giampietro, che h affermato: «La barriera più grande che resta oggi è quella culturale». Giampietro ha confermato inoltre l’impegno a incontrare i rappresentanti dell’Associazione presso il proprio Ufficio in Regione.

Condotto dalla Cooperativa Sociale Giuliaparla, l’evento ha alternato momenti musicali e testimonianze spontanee rendendo tangibile ciò che altri avevano raccontato con le parole.
Si è trattato di una serata che ha segnato il punto d’arrivo di un percorso più lungo, un parent training che ha visto l’impegno congiunto delle famiglie, di Gruppo Asperger e di Giuliaparla, e che ha trasformato una rete informale attiva da tre anni in un’Associazione che mira a diventare punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni pugliesi.

*Presidente di Gruppo Asperger Puglia (stefaniascarpulla@gmail.com).

L'articolo Il Gruppo Asperger Puglia mira a diventare un punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni della propria Regione proviene da Superando.

Per una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’Alzheimer

Superando - 18 Settembre 2026 - 4:56pm

Una giornata dedicata all’ascolto e al sostegno delle famiglie e una serata aperta a tutti per incontrare il tema dell’Alzheimer attraverso ricerca scientifica, musica e danza: sono le proposte dell’AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), in occasione dell’imminente Giornata Mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre Realizzazione grafica internazionale per la Giornata Mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre

Una giornata dedicata all’ascolto e al sostegno delle famiglie e una serata aperta a tutti per incontrare il tema dell’Alzheimer attraverso ricerca scientifica, musica e danza: sono le proposte dell’AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), in occasione dell’imminente Giornata Mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre. Per l’occasione, infatti, l’Associazione rinnoverà la giornata di colloqui gratuiti con gli psicologi dedicata ai familiari (per prenotare un colloquio contattare la Linea Verde Alzheimer 800 679 679 o scrivere a aima@aimanazionale.it, indicando l’orario desiderato e la località nella quale si vive), mentre in serata promuoverà a Roma, presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza Università, l’evento Note di Memoria. Un passo dopo l’altro, tra informazione, musica, danza e narrazione.
«Due iniziative diverse – viene sottolineato – ma unite dallo stesso obiettivo: essere vicini a chi vive ogni giorno la malattia e contribuire a costruire una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’Alzheimer». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ogni altra informazione: Ufficio Stampa AIMA (Simone Iemmolo), simone.iemmolo@h-rp.it.

L'articolo Per una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’Alzheimer proviene da Superando.

Cinque mesi per la riparazione di una carrozzina elettrica, non di un’astronave…

Superando - 18 Settembre 2026 - 4:21pm

Una vera odissea di cinque mesi per ottenere la riparazione di una carrozzina elettrica e la tecnologia, che anziché agevolare l’utilizzo del mezzo, ne complica le procedure di settaggio. «Cinque mesi senza carrozzina sono inaccettabili – commentano dall’Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli Venezia Giulia – sono stati violati i diritti di un cittadino ad avere la sua normale vita. E a parte il disagio impagabile all’utente, chi pagherà ora i costi per le cure necessarie a guarire dalle lesioni provocate dalla ritardata consegna?»  Remo Molaro

Riceviamo dall’Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli Venezia Giulia e ben volentieri pubblichiamo la seguente testimonianza, commentata in calce dall’Associazione stessa.

Il 9 aprile ho dovuto far ritirare dal rivenditore, per l’ennesima volta, la mia carrozzina elettrica: i freni dei motori, difettosi fin dalla consegna, si guastano definitivamente. L’ortopedia che doveva occuparsi della sostituzione dei motori (già fatta due volte in passato) mi comunica che le procedure sono cambiate e non può più intervenire direttamente. Mi rivolgo allora al Distretto Sanitario: dopo due settimane un tecnico ritira la carrozzina promettendo cinque giorni per la riparazione. Passano invece due mesi di telefonate a un call center anonimo, prima che mi venga comunicato che il mezzo non era riparabile. Comincia così l’iter per avere una carrozzina nuova, con l’urgenza di chiudere le pratiche prima della pausa estiva delle aziende.
17 giugno: è il giorno di prova del nuovo modello che, nonostante non fosse ancora regolato su misura, si era rivelato decisamente efficace su tutti i terreni. Per averlo, l’iter burocratico prevede: relazione della terapista occupazionale; prescrizione del medico fisiatra; invio della documentazione, con schede tecniche allegate, all’Ufficio Assistenza Protesica per la verifica; pubblicazione sul portale istituzionale da parte dell’Ufficio Approvvigionamento Beni e Servizi; richiesta di fornitura alla ditta; infine immatricolazione presso il magazzino ausili.
Grazie all’impegno straordinario di fisioterapisti, medici e tecnici ortopedici, il 6 agosto è la data prevista per la consegna. Ma tutto salta perché la carrozzina, spedita dalla Svezia, arriva, incompleta, a Treviso anziché a Udine, e senza il software di configurazione, disponibile solo per i tecnici della casa produttrice (andati in ferie dal 7 agosto).
26 agosto: finalmente consegna definitiva. Durante il collaudo emerge però una nuova criticità: non è più possibile, per l’utente, modificare autonomamente i parametri elettronici da computer come in passato. Ogni regolazione richiede ora una applicazione in possesso esclusivo del tecnico dell’azienda, con appuntamenti ogni due settimane circa. Così, prendo appuntamento, ma devo aspettare fino all’ 8 settembre.
Puntuale come un orologio svizzero, arriva a casa mia, e dopo avere chiarito ancora un paio di aspetti tecnici può finalmente inserire la mappatura. Fortunatamente stavolta tutto funziona perfettamente e posso provare il nuovo mezzo prima all’interno della casa e poi su strada. Forse sarà necessario qualche ulteriore adattamento, ma per l’intanto funziona. Comunque alla fine, nonostante l’impegno che ci hanno messo tante persone, che ringrazio, il periodo in cui ho dovuto vivere senza la carrozzina elettrica è durato esattamente dal 9 aprile al 9 settembre. Le conseguenze fisiche dell’attesa: cinque mesi senza carrozzina elettrica, con una vecchia manuale non adatta a sostenere il tronco, mi hanno provocato una piaga al gomito sinistro, l’inizio di una lesione simile al destro e due ferite alla schiena da sfregamento con le fasce di contenimento: un costo sanitario che l’attesa burocratica genera senza necessità.

Si dirà che alla fine le cose si sono aggiustate. Non siamo d’accordo nella maniera più assoluta. Cinque mesi senza carrozzina sono inaccettabili, sono stati violati i diritti di un cittadino ad avere la sua normale vita. Sono troppi i passaggi da fare, le procedure devono essere snellite e automatizzate, la tecnologia dev’essere al servizio del cittadino per agevolarlo. Se una carrozzina ha bisogno di un tecnico per inserire il software e l’utente non può intervenire, va bene, ma un tecnico deve essere sempre disponibile! Se il vostro meccanico va in ferie, che fate? Andate un mese a piedi e lasciate l’auto in garage? Ringraziamo tutti gli operatori che si sono prodigati, ma qui è proprio l’impostazione di fondo che è inadeguata e dovrebbe essere urgentemente rivista.
Ultima considerazione: a parte il disagio impagabile all’utente, chi pagherà ora i costi per le cure necessarie a guarire dalle lesioni provocate dalla ritardata consegna? (Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli Venezia Giulia).

L'articolo Cinque mesi per la riparazione di una carrozzina elettrica, non di un’astronave… proviene da Superando.

Mobilità di fatto docenti A.S. 2026-27. Esecuzione ordinanza n° 13108 del 14/09/2026, R.G. n° 3375/2026 – Tribunale di Castrovillari

Ultime da A. T. P. Cosenza - 18 Settembre 2026 - 3:37pm

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0014085.18-09-2026 (209 KB)

“Staffetta InSuperAbile”: per dimostrare che le differenze non devono trasformarsi in distanze

Superando - 18 Settembre 2026 - 2:05pm

353 chilometri da Olbia a Cagliari percorsi in bicicletta e a piedi, tanti, cioè, quanti ne misura il “Cammino di Bonaria”, per dimostrare che le differenze non devono trasformarsi in distanze. Si è conclusa alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria la sesta edizione di “InSuperAbile – La Staffetta dell’Inclusione”, progetto che riunisce persone con e senza disabilità in un’esperienza condivisa di sport, cammino, autonomia e incontro “InSuperAbile 2026”: foto di gruppo all’arrivo davanti alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari

353 chilometri da Olbia a Cagliari percorsi in bicicletta e a piedi lungo il Cammino di Bonaria, per dimostrare che le differenze non devono trasformarsi in distanze. Si è conclusa alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria la sesta edizione di InSuperAbile – La Staffetta dell’Inclusione, progetto che riunisce persone con e senza disabilità in un’esperienza condivisa di sport, cammino, autonomia e incontro.
Partita da Olbia il 19 agosto, dopo un prologo del 17 agosto a Brescia, la staffetta ha attraversato la Sardegna alternando tappe in bicicletta e a piedi. Il percorso ha coinvolto Associazioni provenienti da diverse Regioni italiane e realtà del territorio sardo, creando lungo la strada occasioni di confronto con comunità, amministrazioni e cittadini.

Alla sesta edizione hanno preso parte le Associazioni fondatrici del progetto l’ASD Rosa Running Team, PedalAbile ASD, Se Vuoi Puoi, e quelle che da anni partecipano, ossia Nuova Cordata di Iseo e Lavorare Insieme di Bergamo, oltre alle organizzazioni sarde Diversamente, In Cammino con l’Autismo e Progetto Filippide Cagliari e Sud Sardegna.
La fatica, le alte temperature e la lunghezza delle tappe hanno rappresentato una sfida concreta per tutti i partecipanti. Il cammino ha però mostrato come il sostegno reciproco, l’adattamento dei tempi e la condivisione delle difficoltà possano rendere accessibile un’esperienza che, affrontata individualmente, potrebbe apparire impossibile.

Il viaggio è stato accompagnato dall’accoglienza delle comunità sarde: amministrazioni, associazioni e cittadini hanno aperto spazi, preparato ristori e condiviso tratti di strada con il gruppo. Ogni tappa è diventata così un’occasione per raccontare la disabilità fuori dagli stereotipi, mettendo al centro le persone, le loro capacità e il diritto di ciascuno a partecipare.
Uno dei momenti più intensi dell’edizione di quest’anno è stato l’incontro con i giovani dell’Istituto penale per minorenni di Quartucciu (Cagliari), che hanno raccontato le proprie fragilità, le difficoltà affrontate, le cadute e il modo in cui ciascuno prova a ripartire.
Il confronto ha creato un ponte tra condizioni di vita differenti, accomunate dall’esperienza del limite e dalla necessità di non essere identificati per sempre con una fragilità, una difficoltà o un errore. Senza pretendere di offrire risposte, InSuperAbile ha condiviso con i giovani dell’Istituto un messaggio di possibilità: oltre ogni ostacolo può esistere ancora una strada da immaginare e percorrere.

L’arrivo alla Basilica di Bonaria ha concluso dunque simbolicamente il viaggio. Dopo 353 chilometri, la salita verso il santuario ha riunito partecipanti, accompagnatori e rappresentanti delle realtà incontrate lungo il percorso, trasformando il traguardo in un momento collettivo.
«InSuperAbile non significa essere capaci di superare tutto – hanno detto a una voce i partecipanti – ma scoprire che si può compiere un passo che sembrava impossibile, soprattutto quando qualcuno cammina accanto a noi. Siamo partiti per portare un messaggio di inclusione e ogni persona incontrata ce ne ha restituito una parte, arricchita dalla propria storia. La strada ci ha ricordato che la fragilità condivisa può diventare una forza che da soli non avremmo avuto».
InSuperAbile utilizza il viaggio come strumento di inclusione concreta. Il progetto non propone una rappresentazione eccezionale o retorica della disabilità, ma costruisce esperienze nelle quali ogni partecipante possa contribuire secondo le proprie possibilità, ricevendo e offrendo sostegno.
La sesta edizione si è conclusa quindi dopo 353 chilometri, ma il messaggio di essa prosegue attraverso le immagini, le testimonianze e le relazioni nate durante il cammino: ogni persona ha diritto alla propria strada e alla possibilità di percorrerla insieme agli altri. (Gilda Luzzi)

Per ulteriori informazioni: lamu@rosassociati.it.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, insieme anche un’immagine utilizzata, con diverso titolo e alcuni minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo “Staffetta InSuperAbile”: per dimostrare che le differenze non devono trasformarsi in distanze proviene da Superando.

Quanta strada percorsa in dodici anni da “In Cammino per l’Autismo”! E ora è nata l’Associazione

Superando - 18 Settembre 2026 - 1:45pm

Tutto era iniziato nel 2014 con il primo “Cammino di Santiago”, ma da allora l’iniziativa “In Cammino con l’Autismo” ha attraversato numerosi itinerari in Italia e in Europa, fino ad arrivare addirittura in Giappone, coinvolgendo persone con disturbo dello spettro autistico, famiglie, volontari, camminatori e associazioni. Ora è nata l’Associazione In Cammino con l’Autismo Italia, per raccogliere, rilanciare e allargare l’esperienza di questi anni. E alla Presidenza vi è Karola Cappai, che in quel 2014 era ancora una bimba in cammino verso Santiago La giovane Karola Cappai, presidente di In Cammino con l’Autismo Italia, con la maglietta dedicata alla nuova Associazione

Tutto era iniziato nel 2014 con il primo Cammino di Santiago, ma da allora la strada percorsa è stata lunga e In Cammino con l’Autismo, iniziativa promossa dall’Associazione sarda Diversamente e dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Progetto Filippide Cagliari e Sud Sardegna, ha attraversato numerosi itinerari in Italia e in Europa, fino ad arrivare addirittura in Giappone, come abbiamo ampiamente raccontato a suo tempo anche sulle nostre pagine, coinvolgendo negli anni persone con disturbo dello spettro autistico, famiglie, volontari, camminatori e associazioni, tutte esperienze diverse, ma unite dalla convinzione che il Cammino potesse essere uno straordinario strumento di incontro, autonomia, partecipazione e inclusione.
Ebbene, dopo dodici anni di Cammini, migliaia di chilometri percorsi in Italia e all’estero, è nata ora l’Associazione In Cammino con l’Autismo Italia, per raccogliere e rilanciare l’esperienza di questi anni.
«La costituzione dell’Associazione – spiegano i promotori – rappresenta la naturale evoluzione del percorso finora vissuto e nasce con l’obiettivo di mettere l’esperienza maturata in questi dodici anni a disposizione di una comunità più ampia, promuovendo Cammini sempre più accessibili e inclusivi, sviluppando nuovi progetti e costruendo una rete nazionale tra persone, famiglie, associazioni ed enti che condividono gli stessi valori».

Durante l’assemblea costitutiva, dunque, sono stati approvati l’Atto Costitutivo e lo Statuto, ma, sin dal primo giorno, i soci hanno voluto definire con chiarezza anche l’identità e i princìpi sui quali costruire la nuova Associazione. «È stato quindi approvato – come viene sottolineato – anche il Manifesto fondativo, la Mission e la Vision, i Valori fondanti e la Carta etica del volontario, documenti che indicano non soltanto gli obiettivi da raggiungere, ma anche il modo in cui la nuova Associazione intende perseguirli».
L’assemblea ha inoltre eletto il primo Consiglio Direttivo e attribuendo le cariche sociali, ha voluto affidare la Presidenza alla giovane Karola Cappai, una scelta che racchiude in sé una parte importante della storia di In Cammino con l’Autismo, se è vero che Karola aveva appena 8 anni quando nel 2014 partecipò al primo Cammino di Santiago da cui tutto ebbe inizio. «Per me – dice – assumere la Presidenza di questa Associazione ha un significato particolare, perché In Cammino con l’Autismo fa parte della mia vita da quando ero bambina. Nel 2014 camminavo verso Santiago senza poter immaginare che, dodici anni dopo, sarei stata chiamata a guidare l’Associazione nata da quella esperienza. Vorrei quindi che questa nuova realtà riuscisse ad aprire sempre più Cammini alle persone autistiche e alle loro famiglie e, soprattutto, che sapesse coinvolgere tanti giovani, volontari e associazioni. Abbiamo una storia importante alle spalle, ma credo che la parte più bella sia ancora quella che dobbiamo scrivere».

Sono state segnatamente Diversamente e Progetto Filippide Cagliari e Sud Sardegna le prime due organizzazioni ad associarsi, dopo avere accompagnato In Cammino con l’Autismo sin dalle origini. «Quando siamo partiti per Santiago nel 2014 – afferma Pierangelo Cappai, presidente di Diversamente – non esisteva un progetto già scritto e certamente non immaginavamo quello che sarebbe successo negli anni successivi. Abbiamo semplicemente cominciato a camminare e, passo dopo passo, intorno a quell’esperienza sono arrivate persone, famiglie, volontari, associazioni e nuovi Cammini, fino al Giappone. Dopo dodici anni abbiamo sentito che era arrivato il momento di dare a questa esperienza una struttura autonoma e di metterla a disposizione di una comunità più grande. Come Diversamente abbiamo accompagnato questa storia fin dall’inizio e oggi essere tra i primi Enti di Terzo Settore associati significa continuare a sostenerla, lasciandole però lo spazio per crescere, costruire una propria identità e diventare un punto di riferimento per i Cammini inclusivi in Italia».
«Filippide – aggiunge Marcellina Spiga, presidente di Progetto Filippide Cagliari e Sud Sardegna – ha condiviso con In Cammino con l’Autismo tante esperienze e tanti chilometri e per questo, essere tra i primi Enti di Terzo Settore che hanno scelto di aderire alla nuova Associazione è per noi la naturale prosecuzione di un percorso costruito insieme. Del resto lo sport e il Cammino hanno molto in comune: richiedono impegno, costanza e capacità di stare insieme e permettono alle persone di scoprire possibilità che spesso gli altri non riescono a vedere. Infatti, crediamo molto nella possibilità di costruire, attraverso una rete sempre più ampia, nuove occasioni di partecipazione per le persone autistiche e le loro famiglie».

Tra le prime iniziative della nuova Associazione, ricordiamo infine, è già disponibile anche una maglietta dedicata, che si può ricevere attraverso una piccola donazione destinata a sostenere le attività dell’Associazione stessa e i prossimi Cammini.
«La nascita della nuova Associazione – concludono all’unisono i promotori – non è l’inizio di una storia nuova, ma dà una forma nuova a una storia cominciata dodici anni fa lungo la strada per Santiago e cresciuta, anno dopo anno, attraverso migliaia di chilometri». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: incamminoconlautismo@gmail.com.

L'articolo Quanta strada percorsa in dodici anni da “In Cammino per l’Autismo”! E ora è nata l’Associazione proviene da Superando.

Personale ATA – Avviso di pubblicazione graduatoria relativa interpello per il conferimento di incarico di DSGA sul posto vacante e disponibile presso l’Istituto Comprensivo di Amendolara e l’Istituto Comprensivo Rende Commenda per l’A.S. 2026/2027

Ultime da A. T. P. Cosenza - 18 Settembre 2026 - 1:22pm

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0014075.18-09-2026 (249 KB)Graduatoria_interpello_IC Amendolara-IC Rende Commenda (150 KB)

GPS 26/28 – Pubblicazione decreto esecuzione provvedimento giurisdizionale servizio militare

Ultime da A. T. P. Cosenza - 18 Settembre 2026 - 1:20pm

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

2,3 miliardi per il bollo auto: c’è la volontà di trovare un miliardo e mezzo per i Progetti di Vita?

Superando - 18 Settembre 2026 - 1:06pm

«La misura sul bollo auto – dicono dalla Federazione FIS H – ha dimostrato che le risorse si trovano, quando c’è la volontà politica. Invitiamo dunque il Governo e il Parlamento a esprimere con chiarezza se esista la stessa volontà politica di investire un miliardo e mezzo di euro per istituire il Fondo Unico Nazionale destinato ai Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, ossia per i diritti e il futuro delle persone con disabilità» Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

«Il Governo ha trovato 2,3 miliardi di euro per eliminare il bollo auto. È possibile, quindi, trovare anche un miliardo e mezzo per istituire il Fondo Unico Nazionale destinato ai Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati delle persone con disabilità»: lo si legge in una nota della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che fa seguito alle iniziative dei giorni scorsi promosse dalla Federazione e di cui abbiamo riferito anche sulle nostre pagine, ossia alla lettera rivolta al Governo, chiedendo appunto, in vista della prossima Legge di Bilancio, l’istituzione di un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati delle persone con disabilità, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro, seguita da un messaggio su linee analoghe nei confronti dei leader delle forze politiche di opposizione, ai quali chiedere che l’istituzione di quel Fondo diventi oggetto di iniziative parlamentari e di un confronto politico sul finanziamento della riforma introdotta dal Decreto Legislativo 62/24.
«Non servono altre rassicurazioni da parte delle Istituzioni – proseguono dalla FISH -, ma una scelta concreta. Ribadiamo infatti che senza risorse certe, strutturali e adeguate, la riforma prevista dal Decreto Legislativo 62/24 rischia di restare incompiuta e di non garantire gli stessi diritti su tutto il territorio nazionale».
«A tal proposito – concludono dalla Federazione – la misura sul bollo auto ha dimostrato che le risorse si trovano, quando c’è la volontà politica. Invitiamo dunque il Governo e il Parlamento a esprimere con chiarezza se esista la stessa volontà politica di investire un miliardo e mezzo di euro nei diritti e nel futuro delle persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

L'articolo 2,3 miliardi per il bollo auto: c’è la volontà di trovare un miliardo e mezzo per i Progetti di Vita? proviene da Superando.

Personale ATA – Surroga immissioni in ruolo – Assegnazione sede – rettifica a seguito di rinuncia a posto di Collaboratore Scolastico

Ultime da A. T. P. Cosenza - 18 Settembre 2026 - 12:33pm

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0014057.18-09-2026 (1) (178 KB)

L’accessibilità è democrazia e fa anche bene al cinema!

Superando - 18 Settembre 2026 - 12:29pm

«Non è democratico escludere una parte di pubblico dalla fruizione culturale. E crediamo tra l’altro che la nostra proposta sia anche un’occasione per implementare il pubblico delle sale»: lo dicono dall’Associazione +Cultura Accessibile, lanciando una nuova edizione della propria iniziativa volta a responsabilizzare operatori e pubblico sulla necessità di avere finalmente la produzione e la distribuzione di film italiani in versione accessibile, centrata sulla proiezione, dal 21 al 27 settembre, del film “Sogni d’oro” di Nanni Moretti

L’avevamo definita una proposta molto interessante, lo scorso anno, quella dell’Associazione +Cultura Accessibile, impegnata ormai da anni per ottenere contenuti filmici accessibili a tutti e tutte, che insieme ad alcuni importanti attori dell’industria cinematografica italiana, a partire dall’ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Digitali), aveva organizzato una vera e propria tournée in 14 cinema italiani del capolavoro di Federico Fellini La dolce vita, che vi era stato proiettato in versione digitalizzata, restaurata e resa appunto accessibile.
Quell’iniziativa, lanciata con il significativo messaggio di Tutti al cinema!, sta ora per vivere una seconda edizione, dal 21 al 27 settembre, centrata sulla proiezione del film del 1981 Sogni d’oro di Nanni Moretti, anch’esso in versione restaurata, digitalizzata e finalmente resa accessibile.

«Questa nuova edizione dell’iniziativa – spiegano da +Cultura Accessibile – vede la co-partecipazione dell’ANEC (Associazione Esercenti Cinema), ossia dell’organizzazione che rappresenta i destinatari primari della nostra campagna di sensibilizzazione, perché sono proprio gli esercenti che devono programmare le visioni inclusive nei loro calendari».
«Questa nostra battaglia per il cinema accessibile – sottolineano poi dall’Associazione – arriva da lontano, se è vero che già dal tempo della cosiddetta “Legge sul Cinema” del 2016 (Legge 220/16), facciamo pressioni affinché si ponga attenzione all’inclusione del pubblico fragile e alla necessaria produzione della resa accessibile realizzata ex ante, considerandola cioè una fase produttiva del film  e non ex post (in fase conclusiva di post produzione). Nel Decreto Interministeriale 225/24, poi, la resa accessibile è divenuta un elemento escludente ai fini degli esiti dei bandi che regolano l’assegnazione dei contributi. Ora, però, tutto è fermo in attesa della pubblicazione dei Decreti Attuativi di tale norma. Auspichiamo pertanto che non si faccia un passo indietro».

«I film italiani oggi per legge accessibili – proseguono da +Cultura Accessibile – devono rientrare nella corrente programmazione delle sale, così come ormai vengono proposte le versioni in lingua originale. Perché solo con la regolamentazione dell’offerta e della programmazione delle sale si potrà dire che veramente il cinema è di tutti e per tutti. In tal senso ci fa ben sperare l’adesione di una trentina di sale in Italia e l’entusiastica disponibilità degli esercenti. Riteniamo altresì che non sia democraticamente corretto escludere una parte di pubblico che dovrebbe godere degli stessi diritti e opportunità anche in campo di fruizione culturale. E crediamo tra l’altro che la nostra proposta sia anche un’occasione per implementare il pubblico delle sale, che da tempo sono in sofferenza, facilitando l’accesso a nuovi pubblici».

Per quanto riguarda dunque la resa accessibile del film Sogni d’oro, essa è stata realizzata dagli iscritti all’edizione 2026 del corso di resa accessibile filmica, promosso anch’esso da +Cultura Accessibile.
La sottotitolazione facilitata è inserita in una traccia del DCP (Digital Cinema Package) e comparirà direttamente sullo schermo. Dell’audiodescrizione, invece, si potrà fruire tramite l’app Earcatch, scaricabile dagli store digitali sia per IOS che per Android.
Queste, infine, le città aderenti: Torino, Roma, Napoli, Milano, Venezia, Mestre, Padova, Cagliari, Parma, Bologna, Genova, Livorno, Fermo, Cattolica (Rimini), Firenze, Bari, Cologno Monzese (Milano), Rho (Milano) e le sale ACEC Marche (Associazione Cattolica Esercenti Cinema). (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Daniela Trunfio (daniela.trunfio@fastwebnet.it).

L'articolo L’accessibilità è democrazia e fa anche bene al cinema! proviene da Superando.

Pubblicazione decreto UPD aggiornato settembre 2026

Ultime da A. T. P. Cosenza - 18 Settembre 2026 - 10:13am

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(I).0014029.18-09-2026 (189 KB)

Personale Docente – Supplenze a.s. 2026/2027 – Decreto Rettifica II Bollettino

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 17 Settembre 2026 - 7:14pm

Quanto pesa lo sguardo degli altri sulla vita di una persona che convive con una disabilità?

Superando - 17 Settembre 2026 - 6:34pm

«Dietro un bastone bianco, una carrozzina, un modo diverso di camminare o una disabilità complessa – scrive Laura Tessari – c’è sempre una persona che magari non vuole essere compatita, né ammirata, ma vuole soltanto attraversare una strada, prendere un autobus, entrare in una scuola, parlare con qualcuno, fare il proprio lavoro, vivere la propria quotidianità. Lo sguardo degli altri può pesare molto per lei. Ma può anche cambiare. E forse il primo passo è proprio cominciare a porsi una domanda: “Come sto guardando questa persona?”» “Sguardi degli altri”

Pormi domande fa parte della mia professionalità. Non perché abbia risposte definitive, ma proprio perché ho imparato e capito che, nel mio lavoro, le domande costituiscono risorse preziose.
Ognuno di noi, nel proprio mestiere, ha una simbolica “valigia degli attrezzi”. Nella mia, uno degli strumenti che utilizzo più spesso è proprio “pormi domande”. Non ho quasi mai certezze e forse è anche un bene. Preferisco mettermi in ascolto, osservare, riflettere, accogliere e poi interrogarmi. È una modalità che mi permette di avvicinarmi alla vita delle persone in punta di piedi, senza pensare di averla già compresa, evitando giudizi frettolosi.
Come educatrice di orientamento, mobilità e autonomia per persone con cecità o grave deficit visivo, mi capita quotidianamente di lavorare negli spazi pubblici: per strada, sugli autobus, nelle piazze, nelle stazioni… Sono luoghi nei quali la disabilità diventa inevitabilmente visibile agli occhi della gente, all’interno di una socialità non scelta e non selezionata.
Solitamente cammino un passo dietro alla persona con il suo bastone bianco, a volte addirittura mimetizzandomi tra la folla e, contemporaneamente, osservo ciò che accade intorno.
Spesso capita di incrociare persone sconosciute. Ci vedono arrivare. Rallentano. Esitano. A volte si spostano. Per qualche secondo non sanno bene cosa fare.
Non è successo nulla di particolare. Nessuno ha chiesto aiuto. Nessuno ha avuto bisogno di essere salvato. È semplicemente avvenuto un incontro tra persone. Eppure, in quei pochi secondi, qualcosa è cambiato: lo sguardo.

Mi càpita allora di chiedermi: che cosa pensa chi osserva quando vede qualcuno con un bastone bianco? Che cosa pensa quando incontra una persona in carrozzina, qualcuno che cammina in modo diverso, oppure chi ha caratteristiche fisiche che rendono immediatamente riconoscibile una sindrome genetica?
E ancora: cosa succede in una classe quando entra un bambino o un ragazzo con una disabilità complessa? Quali sono i primi pensieri degli insegnanti, dei compagni? Curiosità? Paura? Imbarazzo? Indifferenza? Voglia di aiutare?
Spesso osservo lo sguardo di chi incontro, cercando di immedesimarmi nei loro pensieri, cercando quasi di anticipare quel brevissimo momento nel quale due mondi si incrociano: uno sguardo, un marciapiede da attraversare insieme, un passaggio stretto, una porta, un turno da rispettare, una fermata dell’autobus da condividere. E la prima cosa che noto, molto spesso, è imbarazzo. La gente spesso non sa come comportarsi. Lascio passare? Chiedo se ha bisogno di aiuto? Faccio finta di niente? Mi prodigo per aiutare anche se nessuno me lo ha chiesto?
Sono domande comprensibili. Il problema nasce quando l’incertezza porta a comportamenti che, invece di facilitare l’incontro, finiscono per creare distanza.

Uno degli esempi più frequenti è il modo di parlare. Quel tono di voce improvvisamente più alto, lento o infantile, come se la disabilità implicasse automaticamente una minore capacità di comprendere. Un linguaggio infantilizzante che, anche quando nasce da buone intenzioni, può risultare profondamente fastidioso a chi è indirizzato.
E allora provo a cambiare prospettiva. Mi chiedo e ascolto le persone con cui condivido il percorso.
Come vive questi sguardi una persona con disabilità? Quali emozioni scaturiscono da questi incontri e da questi comportamenti?
Spesso i vissuti possono essere: “Perché non mi capisce?”, “Perché mi prende e mi sposta senza chiedermelo?”, “Perché mi parla come se fossi un bambino?”, “Perché, quando vuole chiedermi un’informazione, si rivolge alla persona che è accanto a me, invece di parlare direttamente con me?”, “Perché mi prende per mano per accompagnarmi, anche se non ci conosciamo?”.
Sono situazioni quotidiane, apparentemente piccole. Ma proprio perché si ripetono ogni giorno possono diventare pesanti e portare la persona a sentirsi non compresa.

Mi ritrovo spesso a stare nel mezzo tra questi due mondi: quello di chi guarda e quello di chi viene guardato. Due mondi che, a volte, sembrano parlare lingue differenti. Da una parte c’è chi non sa come comportarsi. Dall’altra c’è chi è stanco di dover continuamente spiegare come vorrebbe essere trattato. Ed è qui che entra in gioco lo sguardo degli altri.
Uno sguardo non è mai soltanto uno sguardo. Questo sguardo, anche se non lo si può vedere, può essere percepito e può pesare. Può derivare da curiosità, paura, compassione, sorpresa, ammirazione. Può far sentire una persona invisibile oppure, al contrario, tremendamente esposta.
E forse una delle trappole più difficili da evitare è proprio quella del pietismo. Guardare una persona con disabilità e vedere prima di tutto ciò che “le manca”, ciò che non può fare, ciò che presumibilmente deve sopportare. Pensare automaticamente a una vita difficile, triste, dolorosa.
Ma una persona non coincide con la propria disabilità. La disabilità fa parte della sua vita, ma non la esaurisce. E se il pietismo la riduce a qualcuno che ha bisogno della nostra compassione, esiste un’altra rappresentazione apparentemente opposta, ma altrettanto problematica: quella della persona con disabilità trasformata in eroe, esempio, fonte di ispirazione.

La giornalista, comica e attivista australiana Stella Young rese nota nel 2012 l’espressione Inspiration Porn, tradotta in italiano come “pornografia motivazionale”. Il concetto è semplice e potente: utilizzare la persona con disabilità come oggetto di ispirazione per gli altri, trasformando la sua vita quotidiana in una storia motivazionale destinata a far sentire meglio, incoraggiare o commuovere chi la osserva. “Se ce l’ha fatta lui, nonostante la sua disabilità, puoi farcela anche tu”.
“È un supereroe”. “È fonte di ispirazione perché ogni mattina si alza e sorride”.
Sembrano complimenti. Ma possono nascondere una visione profondamente abilista. Perché una persona con disabilità dovrebbe essere considerata eroica semplicemente perché vive la propria vita?
Perché andare a scuola, lavorare, fare sport, innamorarsi, viaggiare, arrabbiarsi, fallire o sorridere dovrebbe diventare un’impresa straordinaria quando a farlo è una persona con disabilità? E soprattutto: chi stiamo davvero celebrando quando raccontiamo queste storie? La persona oppure il nostro stupore davanti al fatto che la disabilità non precluda la possibilità di vivere una vita piena, faticosa, complessa come tante altre vite?

A volte si parla della disabilitàcome se tutto dipendesse dalla forza di volontà della persona. Ma non è così. Non può essere spiegata soltanto attraverso ciò che una persona può o non può fare: bisogna guardare anche a ciò che il contesto le permette, o non le permette, di fare.
Dietro un’affermazione come quella rischiano di scomparire le barriere architettoniche, ma anche quelle percettive e relazionali, la mancanza di accessibilità, le discriminazioni, gli stereotipi e tutti quegli ostacoli che non dipendono dall’atteggiamento individuale.
Non basta dire a una persona “puoi farcela” se poi il contesto continua a impedirle di partecipare.
Forse allora dovremmo spostare lo sguardo. Dall’individuo al contesto. Dal “poverino” al “di cosa hai bisogno?”. Dall’aiuto dato automaticamente, all’aiuto chiesto e concordato. Dalla curiosità sulla disabilità alla curiosità verso la persona.
E forse, soprattutto, dovremmo imparare a tollerare un po’ di più quella sensazione iniziale di imbarazzo che nasce quando incontriamo qualcosa che non conosciamo.
Non dobbiamo necessariamente sapere subito cosa fare. Possiamo fermarci. Possiamo osservare. Possiamo chiedere. Possiamo sbagliare e correggerci. Possiamo, semplicemente, rivolgerci alla persona, chiedendole se ha bisogno di aiuto, per esempio, senza credere di sapere noi cosa è meglio per lei. Il rispetto e il riconoscimento del suo ESSERE Persona sono alla base di ogni relazione intersoggettiva.
Perché dietro un bastone bianco, una carrozzina, un modo diverso di camminare o una disabilità complessa c’è sempre una persona. Una persona che magari non vuole essere compatita, né ammirata. Vuole soltanto attraversare una strada, prendere un autobus, entrare in una scuola, parlare con qualcuno, fare il proprio lavoro, vivere la propria quotidianità.
Lo sguardo degli altri può pesare molto per lei. Ma può anche cambiare. E forse il primo passo non è trovare la risposta giusta, ma cominciare a porsi una domanda: “Come sto guardando questa persona?”. È una domanda semplice. Ma, nella mia valigia degli attrezzi, continuo a pensare che sia uno degli strumenti più importanti.

*Pedagogista e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva.

L'articolo Quanto pesa lo sguardo degli altri sulla vita di una persona che convive con una disabilità? proviene da Superando.

Un importante documento per contrastare la discriminazione intersezionale verso le donne con disabilità di ogni età

Superando - 17 Settembre 2026 - 6:05pm

Le nuove “Linee Guida per contrastare la discriminazione intersezionale delle donne con disabilità”, prodotte dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, forniscono un supporto fondamentale per promuovere l’uguaglianza delle donne con disabilità lungo tutto l’arco della vita, riconoscendo che la discriminazione intersezionale deriva dall’interazione della disabilità con altri fattori, e che le barriere al godimento uguale dei diritti umani sono prodotte e sostenute da sistemi di discriminazione, oppressione e rapporti di potere disuguali

Lo scorso 27 agosto il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha adottato le nuove Linee Guida per identificare e contrastare la discriminazione intersezionale nei confronti delle ragazze, adolescenti, donne e donne anziane con disabilità (il documento originale, in lingua inglese, è disponibile al seguente link; mentre la versione in lingua italiana, prodotta con un traduttore automatico e, dunque, non verificata, è disponibile a quest’altro link). Esse forniscono un supporto fondamentale per promuovere l’uguaglianza delle donne con disabilità lungo tutto l’arco della vita.

Il documento riconosce come disabilità, genere, età, razza, identità, background migratorio, povertà e numerosi altri fattori possano intersecarsi e creare esperienze distinte di discriminazione, che non possono essere comprese o affrontate esaminando ciascun motivo isolatamente. Esso evidenzia inoltre che le donne con disabilità – di ogni fascia di età – sono colpite in modo sproporzionato perché la discriminazione strutturale di lunga data continua a limitare la loro partecipazione e la leadership.
Nella stesura del testo è stato recepito l’approccio all’uguaglianza e alla non discriminazione che caratterizza la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, riconoscendo che la discriminazione intersezionale deriva dall’interazione della disabilità con altri fattori, e che le barriere al godimento eguale dei diritti umani sono prodotte e sostenute da sistemi di discriminazione, oppressione e rapporti di potere diseguali.
Le Linee Guida propongono indicazioni pratiche e operative rivolte agli Stati firmatari della Convenzione ONU, e a tutti gli altri soggetti istituzionali e della società civile che, a vario titolo, sono chiamati a concorrere all’attuazione della Convenzione stessa. Esse sono state sviluppate attraverso un processo partecipativo, e includono contributi scritti da donne con disabilità provenienti da diverse regioni, identità e con differenti background e dalle loro organizzazioni rappresentative.

L’importante documento è stato accolto con favore anche dall’IDA, l’Alleanza Internazionale per la Disabilità, che per facilitarne il recepimento, ha sviluppato un kit operativo con dieci strumenti, ideati per aiutare le organizzazioni di persone con disabilità a promuovere cambiamenti a livello di leggi, servizi, finanziamenti e vita quotidiana (esso è liberamente fruibile, in lingua inglese, dal seguente link).
«Per le donne e le ragazze con disabilità – scrivono dall’IDA -, l’uguaglianza deve significare poter prendere decisioni sul proprio corpo, ottenere protezione dalla violenza, frequentare la scuola, guadagnarsi da vivere, partecipare alla vita pubblica e scegliere dove e con chi vivere. Le Linee Guida affrontano il tema delle barriere interconnesse che possono impedire che questi diritti diventino realtà».

Tra gli aspetti maggiormente apprezzati dall’IDA, vi è il contributo delle donne con disabilità e delle loro organizzazioni rappresentative allo sviluppo delle Linee Guida stesse. «La loro esperienza diretta e la loro competenza sono fondamentali sia per l’individuazione delle forme di discriminazione, sia per le misure necessarie a contrastarle. Questa leadership deve proseguire per tutta la durata dell’attuazione», argomentano.
È inoltre di fondamentale importanza che le Linee Guida affrontino la lacuna persistente rappresentata dal fatto che spesso le politiche in materia di disabilità trascurano la dimensione del genere, e le politiche per la parità di genere non considerano la variabile della disabilità. L’invito a una responsabilità istituzionale condivisa, a programmi inclusivi integrati e a misure mirate fornisce una base pratica per colmare tale lacuna. (Simona Lancioni)

Si ringraziano Andrea Pancaldi e Stefano Borgato per la segnalazione.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Un importante documento per contrastare la discriminazione intersezionale verso le donne con disabilità di ogni età proviene da Superando.

Il viaggio di “Biblos” verso la Cina: quando un progetto prende strade inimmaginabili

Superando - 17 Settembre 2026 - 5:46pm

«Dopo tanti anni – racconta Giuseppe Di Grande, creatore di “Biblos”, il software italiano per la lettura e la scrittura accessibile – mi colpisce ancora vedere che “Biblos” continua a trovare strade che io stesso non avevo previsto. A volte costruisci qualcosa pensando di sapere dove potrà arrivare, poi qualcuno lo incontra, lo fa proprio e gli apre una strada nuova. E quando succede, capisci che il viaggio di un progetto può diventare molto più grande del viaggio di chi lo ha creato. “Biblos” è nato in Italia, ma questa volta una parte del suo viaggio è cominciata in Cina»

Si chiama Biblos il software italiano per la lettura e la scrittura accessibile sviluppato da Giuseppe Di Grande, già ampiamente presentato a suo tempo anche sulle nostre pagine, che ormai da moltio anni è divenuto un punto di riferimento per le persone con disabilità visiva e anche per l’inclusione scolastica nel nostro Paese. Ora Biblos diventa ancora più internazionale, come racconta lo stesso Di Grande.

Ci sono risultati che, quando arrivano, ti fanno fermare per un momento. Succede quando scopri che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ha incontrato il tuo lavoro e ha deciso di dedicarvi il proprio tempo. È quello che è successo a me con Biblos.
Un giorno mi arriva un’e-mail da Xinhai Yu, uno studente universitario in Cina. Con grande rispetto mi dice di essere rimasto colpito da Biblos e mi propone di tradurlo in cinese semplificato. La mia prima reazione è un po’ scettica. Non era la prima volta che qualcuno si proponeva di tradurre Biblos per poi scomparire davanti alla complessità del lavoro. Così gli spiego con sincerità che Biblos non è semplice da tradurre e che una localizzazione completa richiede tempo, attenzione e una buona conoscenza del programma. Gli indico il percorso attraverso il quale può valutare concretamente il lavoro e gli dico di farmi sapere, solo dopo averlo visto, se è davvero disposto ad affrontarlo.

Dopo qualche giorno Xinhai mi riscrive. Mi dice, con un senso di responsabilità che mi colpisce, di essersi reso conto che il lavoro non è alla sua portata. Proprio perché ne comprende l’importanza, preferisce non affrontarlo senza essere sicuro di poterlo fare bene. Non vuole però abbandonare l’idea: pensa che un suo compagno di studi, più esperto di informatica, potrebbe essere la persona giusta.
Passano ancora alcuni giorni e mi scrive Alan Wu. Mi dice di essere stato informato da Xinhai e si propone per la traduzione. Anche a lui spiego che non si tratta di un lavoro semplice e che dovrà conoscere bene Biblos prima di poterlo tradurre. Alan accetta. Lo collego quindi alla piattaforma con cui condividiamo i file delle traduzioni, così da poter seguire e supervisionare il lavoro.

Alan mi dice che mi manderà la traduzione entro una settimana. Sorrido tra me e me, perché so che è impossibile. Passano le settimane e nella cartella Dropbox non vedo praticamente alcun movimento. Penso che sia andata come le altre volte: sono spariti anche loro. Poi, dopo circa un mese, Alan mi scrive. La localizzazione è pronta, mi dice, e posso trovarla nella cartella.
Xinhai e Alan avevano lavorato insieme, procedendo in modo coordinato fino a portarlo a termine. Non avevano seguito esattamente il percorso che avevo indicato loro, ma il risultato mi colpisce comunque: avevano completato la localizzazione di Biblos in circa un mese. Per un programma della complessità di Biblos, è un tempo sorprendentemente breve.

Chi sviluppa software sa bene quanto sia impegnativo localizzare completamente un programma. Nel caso di Biblos, ogni elemento dell’interfaccia deve mantenere il proprio significato e la propria funzione anche quando cambia lingua. Chi traduce un software di questo livello trasferisce nella propria lingua anche il modo in cui quel software dialoga con le persone che lo utilizzano.
La storia, però, non è finita con la traduzione. Oggi, mentre pubblico la versione di Biblos con l’interfaccia in cinese semplificato, continuo a scambiare messaggi con Xinhai e Alan. Sto cercando di far conoscere loro Biblos sempre più a fondo, anche nei suoi aspetti più particolari, perché penso che possano diventare in futuro un punto di riferimento per chi vorrà conoscerlo e utilizzarlo in Cina.

Biblos nasce in Italia. Quando ho iniziato a svilupparlo, non avrei mai immaginato che un giorno due persone in Cina avrebbero deciso di dedicare il proprio tempo a portarlo nella loro lingua. Allora era semplicemente un progetto che stavo costruendo, giorno dopo giorno. Oggi, guardando questa versione cinese, mi rendo conto che un progetto può prendere strade che il suo autore non aveva ancora immaginato. Una di queste strade oggi è davanti a me. Per questo ad Alan Wu e Xinhai Yu va il mio sincero ringraziamento.
Da oggi una persona cinese che utilizza Biblos può incontrarlo direttamente nella propria lingua. È questo, più di ogni numero, il significato concreto di questa localizzazione. Il cinese semplificato apre a Biblos una delle comunità linguistiche più grandi del mondo e permette a chi utilizza il Braille, lavora nell’educazione o produce documenti accessibili di conoscere lo strumento senza dover passare attraverso una lingua straniera.

Biblos oggi vive anche attraverso le persone che lo incontrano in altri Paesi. La versione cinese ne è una dimostrazione concreta. Dopo tanti anni di sviluppo, mi colpisce ancora vedere che il progetto continua a trovare strade che io stesso non avevo previsto. A volte costruisci qualcosa pensando di sapere dove potrà arrivare, poi qualcuno lo incontra, lo fa proprio e gli apre una strada nuova.
Quando succede una cosa del genere, capisci che il viaggio di un progetto può diventare molto più grande del viaggio di chi lo ha creato. Biblos è nato in Italia, ma questa volta una parte del suo viaggio è cominciata in Cina.

L'articolo Il viaggio di “Biblos” verso la Cina: quando un progetto prende strade inimmaginabili proviene da Superando.

Personale ATA – Liberatoria nomine a tempo determinato – personale ATA Profili: AA-AT-CO-GA-OA-IF

Ultime da A. T. P. Cosenza - 17 Settembre 2026 - 5:32pm

Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0014028.17-09-2026 (217 KB)disponibilità_liberatoria_17.09 (62 KB)

Il “Sotto Gamba Game”, che negli anni si è trasformato in un vero villaggio dello sport inclusivo

Superando - 17 Settembre 2026 - 5:04pm

Dieci anni, oltre 25 discipline sportive, migliaia di partecipanti provenienti da tutta Italia: sono i numeri che caratterizzano il “Sotto Gamba Game” evento che da domani, 18 settembre, fino a domenica 20, tornerà a Riva degli Etruschi di San Vincenzo (Livorno). La manifestazione, divenuta un appuntamento fisso del litorale toscano, ha da sempre l’obiettivo di promuovere la pratica dello sport per affrontare con maggior sicurezza e fiducia tanti aspetti della vita quotidiana proponendo esperienze, confronto e collaborazione

Dieci anni, oltre 25 discipline sportive, migliaia di partecipanti provenienti da tutta Italia: sono alcuni dei numeri che caratterizzano l’evento Sotto Gamba Game, che da domani, 18 settembre, fino a domenica 20, tornerà a Riva degli Etruschi di San Vincenzo (Livorno).
Nato dalla volontà di Alessandro Ferretti e Maurizio Melis dell’Associazione Toscana Disabili Sport e dall’amicizia con Duccio Maria Arrighi dell’Associazione Tutun Club Sport e Servizi, l’evento, seguito regolarmente anche da Superando, è ormai divenuto un appuntamento fisso del litorale toscano, con l’obiettivo di promuovere la pratica dello sport per affrontare con maggior sicurezza e fiducia tanti aspetti della vita quotidiana proponendo esperienze, confronto e collaborazione.
«Dopo dieci anni, dunque, il Sotto Gamba Game – spiegano i promotori – non vuole semplicemente celebrare un traguardo, ma continuare a costruire una rete sempre più ampia che si leghi con altri eventi e progetti, una realtà che alimenti fin dalla nascita nuove sinergie per un mondo più consapevole che metta in relazione sport, istituzioni, associazioni, aziende e territorio».
Il ricco programma della manifestazione comprenderà attività sportive, momenti di approfondimento, due Open Day, un’area ausili e altre iniziative dedicate all’inclusione. «Tutto ciò che negli anni – viene sottolineato – ha trasformato il Sotto Gamba Game in un vero e proprio villaggio dello sport inclusivo». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Alessandro Bagno (bagnosandro@gmail.com).

L'articolo Il “Sotto Gamba Game”, che negli anni si è trasformato in un vero villaggio dello sport inclusivo proviene da Superando.

Personale docente – rettifica assegnazione provvisoria interprovinciale, tipo posto sostegno, scuola secondaria di secondo grado, a.s. 2026/27

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 17 Settembre 2026 - 4:44pm

Pagine

  • « prima
  • ‹ precedente
  • …
  • 9
  • 10
  • 11
  • 12
  • 13
  • 14
  • 15
  • 16
  • 17
  • …
  • seguente ›
  • ultima »

Valida codice   Valida CSS   Accessibilità

Privacy    Note legali


© 2015-2026    handitecnocalabria.it

Sito realizzato da Attilio Clausi


( 14 Ott 2026 - 17:53 ): https://www.handitecno.calabria.it/aggregator/node/blank?page=12