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Personale Docente – GPS a.s. 2026/2028  – Rettifica punteggi

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 27 Agosto 2026 - 5:09pm

Caldo e sclerosi multipla: sintomi che peggiorano (temporaneamente) senza una ricaduta della malattia

Superando - 27 Agosto 2026 - 4:49pm

Le numerose ondate di calore che hanno interessato e che tuttora stanno interessando il nostro Paese hanno riportato l’attenzione sugli effetti che le alte temperature possono avere sulle persone con sclerosi multipla, con l’improvviso peggioramento di una serie di sintomi. Nella maggior parte dei casi, però, come sottolineato dall’AISM, si tratta del cosiddetto “fenomeno di Uhthoff”, temporanea accentuazione dei sintomi provocata dall’aumento della temperatura corporea e non di una nuova attività della malattia

Le numerose ondate di calore che hanno interessato e che tuttora stanno interessando il nostro Paese hanno riportato l’attenzione sugli effetti che le alte temperature possono avere sulle persone con sclerosi multipla. «Ormai da molte settimane – segnalano dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) -, così come accade ogni estate, al nostro Numero Verde arrivano richieste di chiarimento da parte di persone che riferiscono un improvviso peggioramento di sintomi come stanchezza, debolezza, difficoltà nel camminare o disturbi della vista e temono una ricaduta della malattia. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta del cosiddetto “fenomeno di Uhthoff”, una temporanea accentuazione dei sintomi provocata dall’aumento della temperatura corporea e non di una nuova attività della malattia».
«Il caldo – spiega il neurologo Filippo Martinelli Boneschi, direttore del Centro Sclerosi Multipla dell’Ospedale San Paolo di Milano – rappresenta uno stress per un sistema nervoso che, nella sclerosi multipla, è già reso più vulnerabile dalla demielinizzazione. Anche un lieve aumento della temperatura corporea, quindi, può interrompere la normale funzione nervosa e rallentare la conduzione degli impulsi nervosi, determinando un peggioramento temporaneo di sintomi già presenti, come fatigue, debolezza muscolare, difficoltà nella deambulazione, offuscamento della vista, formicolii o rigidità muscolare. Si tratta di manifestazioni che, nella maggior parte dei casi, tendono a regredire quando la temperatura corporea torna a diminuire».

Il professor Martinelli Boneschi sottolinea quindi l’importanza di distinguere questi episodi da una vera ricaduta della malattia. «Una ricaduta – dice infatti – è caratterizzata dalla comparsa di sintomi nuovi oppure da un peggioramento persistente di quelli già presenti, che dura oltre 24 ore e non è spiegato dal caldo, da una febbre o da un’infezione. Quando i sintomi non migliorano dopo il raffreddamento del corpo o appaiono diversi dal solito e comunque di durata superiore alle 24 ore, allora è effettivamente opportuno contattare il proprio neurologo o il Centro Sclerosi Multipla di riferimento».

«Per affrontare le giornate più calde – ricordano dall’AISM, citando per altro una serie di comportamenti all’insegna del buon senso – è utile adottare alcuni semplici accorgimenti: limitare l’esposizione nelle ore centrali della giornata, mantenere gli ambienti freschi, indossare abiti leggeri e traspiranti, bere regolarmente anche in assenza dello stimolo della sete, preferire pasti leggeri e programmare eventuali attività fisiche nelle ore più fresche. Possono offrire sollievo anche una doccia tiepida, un asciugamano refrigerante o una sosta in un ambiente climatizzato. È inoltre importante conservare correttamente i farmaci, seguendo le indicazioni riportate nel foglio illustrativo ed evitandone l’esposizione a temperature elevate».
E in ogni caso, proprio per aiutare le persone con sclerosi multipla ad affrontare il caldo in sicurezza, l’AISM ha pubblicato sul proprio sito (a questo link) un approfondimento dedicato al fenomeno di Uhthoff, con consigli pratici per gestire il caldo e indicazioni sulla corretta conservazione dei farmaci. Mentre per dubbi sui sintomi o sulla terapia è sempre possibile rivolgersi al proprio Centro Sclerosi Multipla di riferimento oppure contattare lo stesso Numero Verde dell’AISM (800 80 30 28). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Formale diffida dell’Autorità Garante per i Diritti delle Persone con Disabilità alla compagnia aerea easyJet

Superando - 27 Agosto 2026 - 4:15pm

Al termine di una propria istruttoria conoscitiva, l’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità ha formalmente diffidato la compagnia aerea easyJet dal reiterare le modalità organizzative che nel luglio scorso avevano determinato la mancata partenza da Roma Fiumicino per la Scozia, da parte degli atleti con disabilità componenti la Nazionale Italiana di powerchair football Gli atleti con disabilità bloccati all’Aeroporto di Roma Fiumicino nel luglio scorso

Come avevamo segnalato a fine luglio, era arrivata anche sul tavolo dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità la vicenda riguardante quanto accaduto all’Aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino, dove agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) era stato impedito di imbarcarsi su un volo easyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina, nonostante la stessa FIPPS avesse richiesto e ottenuto, con largo anticipo, tutte le autorizzazioni necessarie al trasporto. L’Autorità Garante aveva dunque avviato un’istruttoria conoscitiva al termine della quale, come viene ora reso noto in un comunicato, «ha formalmente diffidato EasyJet Airline Company Limited dal reiterare le modalità organizzative che hanno determinato la mancata partenza della Nazionale Italiana di powerchair football per Glasgow».
«Dall’istruttoria – riferiscono infatti dall’Autorità Garante – è emerso che EasyJet aveva ricevuto già il 29 aprile, con quasi tre mesi di anticipo, l’elenco degli atleti e degli accompagnatori, insieme al numero e alle caratteristiche tecniche delle carrozzine utilizzate per la mobilità quotidiana e per l’attività sportiva. E tuttavia, le carrozzine sportive, pur essendo state comunicate, non furono correttamente registrate nel sistema di prenotazione come ausili elettrici alla mobilità. Le necessarie verifiche operative furono quindi avviate soltanto a ridosso della partenza e le soluzioni prospettate in quella fase – il trasporto separato delle carrozzine o la suddivisione della delegazione su più voli – risultarono incompatibili con le esigenze degli atleti e con la finalità del viaggio».

Il Collegio dell’Autorità Garante ha contestato pertanto alla compagnia «l’incompleta registrazione delle informazioni ricevute, il tardivo coinvolgimento delle strutture tecniche competenti, la mancata verifica preventiva della compatibilità tra gli ausili e l’aeromobile programmato e l’assenza di una comunicazione tempestiva alla delegazione», ricordando altresì che «le carrozzine non sono bagagli né elementi accessori del viaggio: sono strumenti indispensabili di autonomia, mobilità e partecipazione. Errori interni di registrazione, comunicazione o coordinamento non possono ricadere sulle persone con disabilità e compromettere l’esercizio dei loro diritti».

D’ora in poi, dunque, «easyJet dovrà assicurare la corretta registrazione degli ausili, l’immediato coinvolgimento delle strutture tecniche e decisionali, la verifica anticipata delle condizioni di trasporto, una comunicazione chiara e tempestiva ai passeggeri e una valutazione individualizzata e documentata delle alternative e degli accomodamenti ragionevoli praticabili. La compagnia dovrà inoltre predisporre specifici protocolli e adeguate attività formative per il personale».
Entro trenta giorni dalla ricezione della diffida, inoltre [entro l’8 settembre, N.d.R.], la compagnia dovrà comunicare all’Autorità Garante «le criticità individuate, le misure correttive adottate o programmate e i relativi tempi di attuazione».

La nota della stessa Autorità Garante è stata trasmessa anche all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) e all’ART (Autorità di Regolazione dei Trasporti), per le rispettive valutazioni di competenza, riservandosi anche ogni ulteriore iniziativa in caso di mancato o insufficiente riscontro da parte di easyJet. (S.B.)

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Accessibilità e ristorazione: un ampio programma di formazione rivolto ai dipendenti

Superando - 27 Agosto 2026 - 1:41pm

L’accessibilità di un ristorante non si misura soltanto dalla presenza di rampe, ascensori o servizi igienici adeguati, a fare la differenza, infatti, è anche il modo in cui una persona viene accolta, ascoltata e messa nelle condizioni di vivere l’esperienza in autonomia e senza ostacoli. Parte da questo la collaborazione tra la Società Cigierre e la startup World4All, che porterà a un programma di formazione sull’inclusione destinato progressivamente agli oltre 4.500 dipendenti del gruppo

L’accessibilità di un ristorante non si misura soltanto dalla presenza di rampe, ascensori o servizi igienici adeguati, a fare la differenza è anche il modo in cui una persona viene accolta, ascoltata e messa nelle condizioni di vivere l’esperienza in autonomia e senza ostacoli. Da questo principio è nata una collaborazione tra la Società Cigierre (Compagnia Generale Ristorazione) e la startup World4All, portando all’avvio di un programma di formazione sull’inclusione destinato progressivamente agli oltre 4.500 dipendenti del gruppo.
L’iniziativa punta a portare competenze specifiche sull’accessibilità nella quotidianità della ristorazione, un settore che in Italia conta più di 324.000 imprese attive e che genera un valore superiore ai 100 miliardi di euro. Numeri che mostrano quanto bar e ristoranti siano luoghi centrali della vita sociale e quanto, di conseguenza, la possibilità di frequentarli in condizioni di pari opportunità riguardi non soltanto la qualità commerciale del servizio, ma la piena partecipazione delle persone alla vita della comunità.

Il programma sarà realizzato attraverso la Cigierre Academy e coinvolgerà il personale dei più di 340 ristoranti del gruppo, comprendente marchi come Old Wild West, Wiener Haus, Shi’s, America Graffiti, Smashie e Pizzikotto. Dal canto suo, World4All metterà a disposizione la propria metodologia sull’inclusione, i disability manager e i docenti specializzati dell’Academy, insieme alle competenze maturate nell’àmbito dell’accessibilità nei luoghi aperti al pubblico.
Il percorso non si limiterà quindi agli aspetti strutturali, ma riguarderà soprattutto le competenze operative e relazionali necessarie per interagire correttamente con clienti con differenti esigenze. Il tutto con l’obiettivo di preparare il personale a riconoscere e gestire i bisogni di accessibilità, evitando che l’assistenza si trasformi in sostituzione della persona o che comportamenti dettati dalla scarsa conoscenza possano diventare, anche involontariamente, un ostacolo. Accogliere, infatti, significa anche saper chiedere quale supporto sia necessario, comunicare informazioni in modo comprensibile e rispettare tempi, modalità e autonomia del cliente.

Come accennato, questo progetto interviene su un aspetto spesso trascurato quando si parla di inclusione. Rendere accessibile un luogo non significa soltanto eliminare le barriere fisiche. Esistono infatti ostacoli comunicativi, organizzativi e culturali che possono rendere difficile o persino impedire la fruizione di un servizio. Una persona con disabilità motoria può avere necessità differenti da una persona cieca o ipovedente, sorda o con disabilità intellettiva. A queste situazioni si aggiungono inoltre le esigenze delle persone anziane o con limitazioni temporanee. La formazione del personale diventa pertanto uno degli elementi che determinano concretamente la qualità dell’esperienza.
In Italia, va ricordato, si stima siano circa 13 milioni le persone che convivono con diversi livelli di disabilità, un dato, questo, che, insieme al progressivo invecchiamento della popolazione, rende l’accessibilità una questione sempre meno circoscrivibile a una categoria specifica di utenti. Per un’impresa significa interrogarsi sull’intera esperienza offerta: dall’ingresso nel locale alla consultazione del menu, dalla comunicazione con il personale alla possibilità di utilizzare gli spazi e i servizi con il maggior grado possibile di autonomia.
Il tema, inoltre, assume ulteriore rilievo nel contesto europeo, anche dopo l’entrata in applicazione della Diretttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act), che ha rafforzato l’attenzione sull’accessibilità di una serie di prodotti e servizi.
Al di là però degli specifici obblighi previsti dalla normativa, il cambiamento riguarda progressivamente anche la cultura con cui le imprese progettano l’esperienza dei propri clienti. «La qualità dell’accoglienza passa innanzitutto dalle persone – sottolinea Mario Perego, Group Head of HR di Cigierre – e investire nella formazione significa mettere i team nelle condizioni di rispondere con competenza, sensibilità e attenzione ai bisogni di ogni ospite», facendo dell’accessibilità non un elemento aggiuntivo, ma una componente ordinaria del lavoro.
Tale impostazione è condivisa da Marvin Milanese, amministratore delegato e co-fondatore di World4All, secondo il quale «l’accessibilità non riguarda solo gli spazi», ma le condizioni che consentono a ciascuno di vivere un’esperienza «positiva, autonoma e rispettosa». Da qui la scelta di puntare su cultura, formazione e competenze quotidiane, con la prospettiva di estendere questo approccio all’intero comparto HoReCa (Hotellerie, Restaurant, Catering o Café).

La portata di questa iniziativa dipenderà anche dalla capacità di trasformare quanto appreso in comportamenti ordinari e verificabili nei singoli ristoranti. Formare oltre 4.500 professionisti può infatti incidere sulla qualità dell’accoglienza solo se l’inclusione diventa una pratica stabile: dalla gestione delle prenotazioni alle informazioni sull’accessibilità dei locali, fino alla relazione al tavolo. È proprio nella normalità di questi gesti che si misura il cambiamento.
Per una persona con disabilità, per altro, poter scegliere un ristorante, entrarvi, ordinare e trascorrere una serata senza dovere ogni volta negoziare la propria presenza dovrebbe essere parte ordinaria dell’esperienza. Portare l’accessibilità nella formazione di chi lavora ogni giorno a contatto con il pubblico significa avvicinarsi a questo obiettivo e riconoscere che un servizio di qualità è tale soltanto quando può essere realmente fruito da tutti.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ogni ulteriore informazione: Ramona Mihalache (r.mihalache@mammamiacompany.com).

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decreto rettifica delle utilizzazioni/assegnazioni del I° grado

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 27 Agosto 2026 - 1:37pm

m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0008780.27-08-2026 Allegati m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0008780.27-08-2026 (429 kB)

Lasciami provare! Il tempo, la fatica e la fiducia nell’autonomia dei bambini con grave disabilità visiva

Superando - 27 Agosto 2026 - 1:12pm

«Nel mio lavoro di educatrice e pedagogista – scrive Laura Tessari – una delle riflessioni che più frequentemente mi accompagna coincide con una domanda: quanto siamo capaci noi adulti di tollerare il tempo e la fatica necessari affinché un bambino possa imparare a fare da solo? Si tratta di una domanda che riguarda tutti i bambini, ma che assume un significato particolare quando parliamo di bambini o bambine con grave disabilità visiva»

«Lascia, faccio io»: è una frase che tutti, prima o poi, abbiamo pronunciato con l’intenzione di aiutare un bambino. La diciamo quando abbiamo fretta, quando vediamo che sta facendo fatica, quando temiamo che possa farsi male o, semplicemente, quando ci sembra più facile e veloce sostituirci a lui.
Dietro queste parole, molto spesso, c’è amore. C’è il desiderio di proteggere, di evitare una frustrazione, di risparmiare al bambino una fatica che ci sembra eccessiva. C’è anche, però, la difficoltà dell’adulto nel tollerare che un bambino possa avere bisogno di un tempo diverso dal nostro per imparare e per compiere un’azione.
Nel mio lavoro di educatrice e pedagogista questa è una delle riflessioni che più frequentemente mi accompagna: quanto siamo capaci noi adulti di tollerare il tempo e la fatica necessari affinché un bambino possa imparare a fare da solo? La domanda riguarda tutti i bambini, ma assume un significato particolare quando parliamo di bambini o bambine con grave disabilità visiva.

Viviamo in un’epoca nella quale tutto sembra dover essere veloce. Anche l’apprendimento rischia di essere vissuto secondo questa logica: ci aspettiamo che i bambini imparino, comprendano ed eseguano in tempi che spesso rispondono più alle esigenze degli adulti che ai loro reali tempi di crescita. Ma ogni bambino ha un proprio tempo: personale, unico, diverso da quello degli altri.
Per un bambino con grave disabilità visiva questo aspetto può essere ancora più delicato. Può avere bisogno di più tempo per vestirsi, cercare un oggetto, organizzare il proprio materiale, preparare lo zaino, utilizzare il computer, muoversi in un ambiente o imparare una nuova procedura.
Avere bisogno di più tempo, però, non significa essere meno capaci. La cecità, di per sé, non implica un deficit cognitivo. Ciò che cambia è il modo in cui vengono raccolte, esplorate, organizzate e controllate le informazioni necessarie per compiere un’azione.
La vista consente normalmente di cogliere moltissimi dati contemporaneamente e con grande rapidità. Possiamo osservare come una persona svolge un’azione, comprenderne la sequenza e spesso riprodurla. Quando però la vista non è disponibile, molte di queste informazioni devono essere ricercate e costruite attraverso il tatto, l’udito, il movimento, il linguaggio, l’esplorazione e strategie specifiche. Questo può richiedere più passaggi e, di conseguenza, più tempo.
Quel tempo in più non è necessariamente lentezza. Può essere semplicemente il tempo necessario per fare un’azione in un modo diverso. Ed è proprio qui che noi adulti siamo chiamati a compiere un esercizio tutt’altro che semplice: aspettare.
Aspettare senza anticipare, senza completare continuamente l’azione, senza trasformare la nostra fretta in un aiuto che, involontariamente, impedisce al bambino di sperimentarsi.
Perché a volte il problema non è il tempo del bambino, ma è la nostra difficoltà a tollerare quel tempo.
A questa difficoltà si aggiunge poi la fatica. Vedere il proprio figlio fare fatica non è semplice per nessun genitore, soprattutto quando si confronta un’azione del bambino con quella, apparentemente semplice e automatica, dei suoi coetanei. Un bambino vedente acquisisce molte competenze quotidiane anche attraverso l’osservazione. Osservando e imitando costruisce progressivamente un patrimonio di esperienze. Il bambino cieco non può costruire nello stesso modo questo patrimonio attraverso la semplice osservazione visiva. Questo non significa che non possa imparare. Significa che ha bisogno di percorsi che sostengano la sua motivazione, strategie specifiche ed esperienze concrete che gli permettano di costruire modalità alternative per affrontare la quotidianità.
Dobbiamo aiutarlo a scoprire come può fare lui.

Questo obiettivo è fondamentale nei percorsi di autonomia personale e diventa particolarmente prezioso nei laboratori di gruppo, durante i quali, alcune volte, vengono invitati a partecipare anche i genitori insieme ai loro figli. Ricordo, per esempio, la reazione di alcuni genitori quando hanno visto il proprio ragazzo di dieci anni tagliare autonomamente gli alimenti. Per loro il coltello continuava a rappresentare un oggetto pericoloso e, nella quotidianità, poteva quindi sembrare naturale e rassicurante utilizzarlo al posto suo. Durante il laboratorio, invece, il ragazzo aveva imparato una modalità adeguata per organizzare l’azione e utilizzare lo strumento in sicurezza.
Il genitore, osservandolo, è giunto ad affermare: «Non pensavo potesse farlo». È una frase molto significativa, perché in quel momento non stava cambiando soltanto ciò che il bambino sapeva fare. Stava cambiando lo sguardo del genitore sulle sue possibilità. Per noi possono sembrare azioni automatiche; per una persona con grave deficit visivo richiedono invece di conoscere gli strumenti, organizzare la sequenza, costruire riferimenti e trovare strategie per agire in modo ordinato e sicuro.
Quando il bambino riesce, non ha semplicemente acquisito una nuova abilità. Ha fatto un’esperienza molto più importante: «Sono capace!».
È proprio questo vissuto di autoefficacia che i percorsi educativi, ma anche le esperienze quotidiane, dovrebbero avere come obiettivo fondante. Non si tratta di pretendere che il bambino faccia tutto da solo, né di lasciarlo solo davanti alla difficoltà. Si tratta di offrirgli condizioni, strumenti e sostegno affinché possa sperimentare le proprie possibilità. Per questo parlare di iperprotezione con i genitori richiede grande delicatezza. Non credo sia utile giudicare una madre o un padre dicendo che «fa troppo» o che «non lascia fare». Come scrive il pediatra T. Berry Brazelton, ogni genitore desidera fare il meglio per il proprio figlio. E credo che questo debba essere il nostro punto di partenza.

Il problema, quindi, non è l’amore. È ciò che può accadere quando l’amore si accompagna alla paura e al desiderio di evitare al figlio qualsiasi difficoltà.
Proteggere un bambino da ogni fatica può impedirgli di scoprire che quella fatica può essere affrontata. Evitare ogni errore può impedirgli di sperimentare che si può sbagliare, trovare una strategia diversa e riprovare. Fare sistematicamente al posto suo può impedirgli di costruire quella fiducia nelle proprie capacità che nasce dall’esperienza diretta. Per questo l’autonomia non può essere rimandata a quando il bambino sarà grande. È importante iniziare presto, non per pretendere che faccia tutto da solo, ma per permettergli di scoprire progressivamente che cosa può fare e come può farlo.
Le paure e le preoccupazioni degli adulti rischiano, infatti, di accompagnare il bambino anche nelle fasi successive della crescita, arrivando talvolta fino all’adolescenza e all’età adulta. Ciò che nasce come desiderio di proteggerlo può trasformarsi nel tempo nella persona in insicurezza, dipendenza dall’altro o difficoltà a riconoscere e fidarsi delle proprie capacità. Offrire occasioni di autonomia fin dall’infanzia significa quindi anche aiutare a costruire, passo dopo passo, fiducia in se stessi.
Questo significa accettare che il suo modo di fare possa essere diverso dal nostro. Potrebbe essere più lento, più articolato, richiedere strategie che una persona vedente non avrebbe bisogno di utilizzare. Ma se quella modalità gli permette di raggiungere il risultato in maniera ordinata, precisa e sicura, allora è una modalità valida. L’obiettivo è che trovi il proprio modo di farle.

E qui arriviamo a un punto che considero fondamentale: autonomia non significa non avere bisogno degli altri. Nessuno di noi è completamente autosufficiente. Una persona autonoma è colei che può scegliere se fare da sola oppure chiedere aiuto.
Nel corso del mio lavoro mi capita di incontrare l’iperprotezione anche nelle relazioni tra adulti: tra genitori e figli ormai grandi, tra familiari, ma anche all’interno della coppia, quando una persona tende ad anticipare continuamente i bisogni dell’altra o a fare al suo posto ciò che potrebbe imparare a gestire da sola.
Anche in questi casi alla base possono esserci amore e preoccupazione autentici. Ma vale la pena chiedersi: quando l’aiuto diventa sostituzione, stiamo davvero sostenendo l’altro oppure gli stiamo togliendo la possibilità di sentirsi capace? Forse, quindi, l’autonomia non è una conquista che appartiene soltanto all’infanzia. È una dimensione della persona che dovremmo continuare a rispettare in ogni fase della vita.
C’è una frase che, idealmente, vorrei poter ascoltare sempre più spesso dai bambini e dalle persone: «Lasciami provare». Non significa «Non ho bisogno di te», significa «Ho bisogno che tu creda che posso provarci».
Questa è forse una delle forme più profonde di fiducia che un adulto possa offrire. Nei percorsi di autonomia non cresce soltanto il bambino. Cresce anche l’adulto, che impara ad aspettare, a distinguere il rischio reale dalla propria paura e a fare un passo indietro.
E quel passo indietro non è abbandono. Non è disinteresse. È fiducia. È poter dire: «Io ci sono. Se hai bisogno, ti aiuto. Ma prima prova tu».
Forse questa è una delle cose più difficili che noi adulti siamo chiamati a fare: lasciare andare. Lo dico come professionista, ma anche come mamma. Perché quando si è genitori non è affatto semplice vedere i propri figli fare fatica, sbagliare, arrabbiarsi o non riuscire al primo tentativo. Una parte di noi vorrebbe proteggerli sempre, evitare le delusioni, risparmiare loro la sofferenza. Ma crescere significa anche fare esperienze che nessun altro può fare al posto nostro.
Il nostro compito non è eliminare tutte le difficoltà dalla strada dei nostri figli, è aiutarli a costruire gli strumenti per poterla percorrere, sapendo che noi ci siamo. Per me, quindi, l’autonomia non coincide con il fare tutto da soli. Significa soprattutto avere la possibilità di scegliere: scegliere se chiedere aiuto, quale sostegno accettare, che cosa desideriamo fare e come farlo.
E la libertà comincia molto prima dell’età adulta: comincia ogni volta che un bambino ha la possibilità di provare. Comincia ogni volta che un adulto riesce a trattenere quella frase così spontanea – «Lascia, faccio io» – e a sostituirla con un’altra: «Prova tu. Io sono qui». Perché a volte il regalo più grande che possiamo fare a un bambino non è rendergli la strada più facile, ma è fargli scoprire che, anche quando la strada è più lunga, più lenta o diversa da quella degli altri, può imparare a percorrerla. E che noi possiamo essere al suo fianco senza percorrerla al posto suo.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell’accompagnare: non trattenere, non sostituire, non anticipare continuamente, ma esserci. Con fiducia, con pazienza e con la consapevolezza che lasciare spazio all’altro significa anche permettergli, passo dopo passo, di diventare pienamente se stesso e trovare la propria identità.

*Pedagogista, educatrice e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva.

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Personale ATA – Immissioni in ruolo a.s. 2026/2027 – Assegnazione sede

Ultime da A. T. P. Cosenza - 27 Agosto 2026 - 12:48pm

Allegati IMMISSIONI IN RUOLO ATA_ASSEGNAZIONE SEDE (89 kB)m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0012656.27-08-2026 (184 kB)

Se il caro carburanti diventa una nuova forma di esclusione delle persone con disabilità

Superando - 27 Agosto 2026 - 12:34pm

Per molte persone con disabilità e per le loro famiglie il caro carburanti incide direttamente sull’autonomia, sulla partecipazione sociale e sull’esercizio di diritti fondamentali. Per questo il Governo deve intervenire con urgenza, assumendo misure capaci di considerare l’impatto specifico che l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio produce sulle persone con disabilità, soprattutto su quelle che, per l’inaccessibilità o l’inefficienza del trasporto pubblico, sono costrette a utilizzare quotidianamente il proprio mezzo

Il caro carburanti non è soltanto una questione economica: per molte persone con disabilità e per le loro famiglie rappresenta un problema che incide direttamente sull’autonomia, sulla partecipazione sociale e sull’esercizio di diritti fondamentali. Per questo rivolgiamo un appello al Governo affinché intervenga con urgenza, assumendo misure capaci di considerare l’impatto specifico che l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio produce sulle persone con disabilità, soprattutto su quelle che, per l’inaccessibilità o l’inefficienza del trasporto pubblico, sono costrette a utilizzare quotidianamente il proprio mezzo.
Per una persona con disabilità l’automobile, infatti, non è sempre una scelta. Molto spesso è una necessità. Serve per andare al lavoro, raggiungere una scuola o un’università, recarsi presso un ospedale o un centro di riabilitazione, svolgere una commissione, partecipare alla vita associativa, mantenere relazioni, praticare attività sportive e culturali o, più semplicemente, vivere la propria quotidianità con il maggior grado possibile di autonomia.
Il problema è che ancora oggi, nelle grandi città come nei piccoli Comuni e nelle aree interne, il trasporto pubblico presenta criticità profonde. Nelle aree urbane persistono stazioni non pienamente accessibili, ascensori frequentemente fuori servizio, fermate inadeguate, autobus con pedane non funzionanti, percorsi interrotti da barriere architettoniche, servizi di assistenza che richiedono prenotazioni preventive o tempi incompatibili con una normale organizzazione della vita quotidiana.
Nei territori più piccoli la situazione è spesso ancora più complessa: poche corse, collegamenti insufficienti, servizi ridotti nei giorni festivi, difficoltà a raggiungere ospedali, strutture sanitarie, luoghi di lavoro o centri di riabilitazione.
In questo quadro, chiedere a una persona con disabilità di rinunciare all’automobile perché il carburante costa troppo significa, in molti casi, chiedere semplicemente di rinunciare a muoversi.

Da una parte, dunque, abbiamo un sistema di trasporto pubblico che ancora non garantisce ovunque condizioni di piena accessibilità, continuità ed efficienza, mentre dall’altra aumentano i costi della mobilità privata. In sostanza, chi non può utilizzare il trasporto pubblico è costretto ad usare il proprio veicolo, ma contemporaneamente deve sostenere costi sempre più elevati per farlo. Se cioè per molti altri cittadini e cittadine l’aumento della benzina può tradursi nella scelta di utilizzare maggiormente l’autobus, il treno o la metropolitana, per moltissime persone con disabilità questa possibilità semplicemente non esiste, cosicché 1uella che per alcuni è una scelta di risparmio, per altri non è disponibile. E questo determina un’evidente disparità.

Il peso del caro carburanti, inoltre, non può essere analizzato separatamente dal più generale aumento del costo della vita. Negli ultimi anni famiglie e cittadini hanno dovuto fare i conti con incrementi significativi dei costi dell’energia, degli alimentari, dell’abitare, dei servizi e della mobilità. Ma queste crisi non producono gli stessi effetti su tutti. Per le persone con disabilità e per le loro famiglie, infatti, l’aumento generalizzato dei prezzi si somma a una condizione economica spesso già gravata da costi aggiuntivi. Vivere con una disabilità può comportare maggiori spese per l’assistenza personale, gli ausili, la riabilitazione, le cure, l’adattamento dell’abitazione, i trasporti, l’accesso ai servizi, la manutenzione o l’adattamento di un veicolo.
A questi costi diretti si aggiungono spesso costi indiretti altrettanto rilevanti. Può accadere ad esempio che un familiare debba ridurre il proprio orario di lavoro o rinunciare del tutto a un’occupazione per garantire assistenza, mentre su un altro versante le persone con disabilità incontrano ancora maggiori ostacoli nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro.
Tutto questo può determinare minori opportunità professionali, minori redditi e una più ridotta capacità di assorbire gli aumenti dei prezzi.
È quindi evidente che 100 euro in più al mese non pesano allo stesso modo su tutte le famiglie. Per una famiglia che già destina una quota significativa del proprio reddito alle conseguenze economiche della disabilità, anche un incremento apparentemente limitato può produrre effetti molto più pesanti. E in assenza di interventi pubblici adeguati, l’impoverimento rischia di essere più rapido e più profondo.
Non siamo quindi di fronte soltanto all’aumento del costo della vita, siamo di fronte a un vero moltiplicatore delle disuguaglianze: chi dispone di meno alternative è anche colui sul quale ricade maggiormente il peso degli aumenti. E il caro carburanti rende questo meccanismo particolarmente evidente. Se una persona con disabilità non può utilizzare il trasporto pubblico perché inaccessibile o insufficiente, non può semplicemente decidere di lasciare l’auto a casa. Deve continuare a usarla e deve quindi sostenere integralmente l’aumento dei costi.

Il problema, poi, non si ferma solamente al portafoglio. Quando le risorse economiche diminuiscono, si cominciano inevitabilmente a selezionare gli spostamenti. Si mantiene ciò che appare indispensabile e si rinuncia progressivamente a tutto il resto: si va al lavoro, quando possibile; si raggiunge un medico; si affronta una visita sanitaria. Ma si rinuncia più facilmente a una cena con amici, a un evento culturale, allo sport, a una riunione associativa, a un momento di socialità, a una giornata fuori casa. Si esce meno. Si partecipa meno. Si incontrano meno persone. È così che l’impoverimento economico diventa impoverimento sociale. E quando una persona è formalmente libera di partecipare alla vita della comunità, ma materialmente non dispone più dei mezzi economici o dei servizi necessari per farlo, dobbiamo avere il coraggio di parlare anche di segregazione. La segregazione, infatti, non è soltanto quella fisicamente rappresentata dalle mura di un istituto, esiste anche una segregazione economica e sociale, meno visibile ma altrettanto concreta, che si realizza quando una persona viene progressivamente confinata nella propria abitazione perché non può permettersi gli spostamenti, perché i servizi non sono accessibili o perché ogni uscita comporta un costo che il bilancio familiare non riesce più a sostenere. Una persona costretta a rimanere a casa perché muoversi costa troppo non è pienamente libera.
In altre parole, non possiamo parlare di inclusione, vita indipendente, partecipazione e piena cittadinanza se poi l’effettivo esercizio di questi diritti dipende dal prezzo di un litro di carburante. La mobilità è il presupposto materiale per l’esercizio di molti altri diritti: lavoro, studio, salute, relazioni, partecipazione alla vita pubblica, libertà di scegliere dove e come vivere.

Occorre ancora considerare che molte delle dinamiche sottostanti all’aumento dei prezzi hanno una dimensione internazionale: crisi energetiche, tensioni geopolitiche, andamento dei mercati, aumento delle materie prime, variazioni dei costi di produzione. Ma se le cause possono essere globali, gli effetti si scaricano concretamente sulla vita quotidiana delle persone. E spetta alle politiche nazionali decidere come distribuire il peso di queste crisi.
Non possiamo certo controllare ogni dinamica dell’economia internazionale, ma possiamo decidere se lasciare che il loro costo ricada indistintamente sui cittadini oppure introdurre strumenti capaci di proteggere chi parte da condizioni di maggiore fragilità economica e dispone di minori possibilità di scelta.
Per questo non bastano risposte occasionali o bonus temporanei. Occorrono misure strutturali per far fronte a rincari che stanno assumendo un carattere sempre più persistente e difficilmente controllabile, soprattutto per chi vive già una condizione di maggiore esposizione economica. Le politiche pubbliche devono riconoscere il maggior costo del vivere con una disabilità e costruire meccanismi stabili di protezione, compensazione e sostegno alla mobilità.
Trattare allo stesso modo situazioni profondamente diverse non sempre produce uguaglianza. Talvolta rischia, al contrario, di consolidare, se non ampliare, le disuguaglianze esistenti. Per questo chiediamo al Governo di valutare misure specifiche di sostegno alla mobilità delle persone con disabilità e delle loro famiglie: contributi, rimborsi, agevolazioni fiscali o altre forme di compensazione per chi, a causa della propria condizione o dell’assenza di alternative accessibili, è costretto a utilizzare il mezzo privato.
Particolare attenzione, infatti, dev’essere riservata alle fasce economicamente più fragili, perché è proprio lì che l’aumento dei costi rischia di produrre gli effetti sociali più pesanti. Al tempo stesso, serve una strategia nazionale capace di rendere il trasporto pubblico realmente accessibile, affidabile ed efficiente, investendo nell’ammodernamento dei mezzi, nelle stazioni, negli ascensori, nelle pedane, nei sistemi di informazione, nella formazione del personale e nella manutenzione delle infrastrutture. E occorre sì intervenire nelle grandi città, ma anche nei piccoli Comuni e nelle aree interne, dove la mancanza di alternative può diventare ancora più grave. Perché il diritto alla mobilità non può dipendere dal territorio nel quale una persona vive. Altrimenti continueremo a chiedere alle persone con disabilità di pagare due volte: la prima per l’assenza di servizi adeguati, la seconda per il costo necessario a sostituire quei servizi con mezzi propri.

Il caro carburanti ci pone, però, anche davanti a una questione più ampia, come detto inizialmente, ma che è opportuno riprendere, ossia quella della mobilità delle persone con disabilità e della responsabilità dei singoli Comuni nel costruire sistemi di trasporto realmente accessibili e fruibili da tutti. Non basta intervenire sul costo degli spostamenti se, a monte, autobus, metropolitane, stazioni, servizi locali e spazi urbani continuano a presentare barriere. Ogni Amministrazione Comunale deve considerare la mobilità accessibile una parte essenziale della propria programmazione, perché da essa dipendono autonomia, lavoro, studio, salute, relazioni e partecipazione sociale. La mobilità non è un lusso e non può essere un privilegio riservato a pochi: è un diritto di cittadinanza che deve essere garantito a tutti, comprese le persone con disabilità, in condizioni di pari opportunità. Su questo la nostra Costituzione è chiara: il principio di uguaglianza impone alla Repubblica non soltanto di riconoscere formalmente i diritti, ma di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono, di fatto, il pieno esercizio. È quindi anche nella capacità dei Comuni di organizzare territori e servizi accessibili che si misura la qualità concreta della cittadinanza.

Il nostro appello si rivolge dunque al Governo affinché intervenga con urgenza, riconoscendo che il caro carburanti non è soltanto una questione di prezzi, accise o dinamiche di mercato. Per molte persone con disabilità è una questione di autonomia, libertà e partecipazione.
Una società realmente inclusiva non può accettare che il costo della vita diventi una barriera. Non può accettare che una persona debba scegliere tra fare benzina e partecipare alla vita della propria comunità. Non può accettare che l’assenza di servizi accessibili e l’aumento dei costi finiscano insieme per produrre isolamento. Perché quando una persona rinuncia a uscire di casa non per scelta, ma perché non può permetterselo o perché non esistono alternative accessibili, non siamo più di fronte soltanto a un problema economico. Siamo di fronte a una nuova forma di esclusione: una barriera invisibile, ma reale. E rimuovere le barriere, anche quelle economiche, è responsabilità delle Istituzioni.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Ricorso al TAR Lazio RG 8574/26 proposto da Pipiella Gaetano c/ MIM- Decreto TAR Lazio Sezione Terza Bis n. 4369/26

Ultime da USR Calabria - 27 Agosto 2026 - 11:29am

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Mobilità di fatto docenti A.S. 2026-27. Scuola secondaria di primo grado, scambio sedi tra coniugi

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Allegati m_pi.AOOUSPCS.REGISTRO UFFICIALE(U).0012482.26-08-2026 (214 kB)

GPS 2026/2028 – Pubblicazione disponibilità per continuità sul sostegno e primo turno conferimento incarichi TD – composizione posti oriario

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Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Personale docente scuola secondaria di secondo grado – scambio sede provinciale tra coniugi, a.s. 2026/27

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 26 Agosto 2026 - 7:29pm

Una nuotata solidale lungo la costa del Conero, per le persone con disabilità e la sicurezza sul lavoro

Superando - 26 Agosto 2026 - 6:22pm

La “Nuotata Solidale Passetto-Porto Recanati”, in programma per il 29 agosto lungo la costa marchigiana del Conero, unirà sport, solidarietà e sensibilizzazione sociale, promuovendo la cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro e sostenendo l’inclusione delle persone con disabilità, tramite i fondi raccolti a favore delle attività del Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona e di altri enti del territorio

Presentata nella mattinata di ieri, 25 agosto, presso la Sala Giunta del Comune di Ancona, la Nuotata Solidale Passetto-Porto Recanati vuole essere molto più di una sfida sportiva, se è vero, come è stato detto «che ogni bracciata rappresenterà un messaggio di inclusione e vicinanza alle persone con disabilità e alle loro famiglie, oltre a richiamare l’attenzione sull’importanza della prevenzione e della sicurezza negli ambienti di lavoro».
L’evento – patrocinato tra gli altri dalla Regione Marche e dal Comune di Ancona – nasce infatti con l’obiettivo di promuovere la cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, avvalendosi anche della collaborazione dell’ANMIL Marche (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), oltreché per sostenere l’inclusione delle persone con disabilità e raccogliere fondi a favore delle attività del Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona e di altri enti del territorio.
L’appuntamento è quindi per il 29 agosto, con un’iniziativa che, come detto, unirà sport, solidarietà e sensibilizzazione sociale lungo la costa del Conero. La partenza è prevista alle 6 dalla spiaggia del Passetto per una nuotata che punta a raggiungere Porto Recanati dopo un percorso di quasi 25 chilometri. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sulla presentazione dell’iniziativa. Per altre informazioni: Marco Trillini (m.trillini@centropapagiovanni.it).

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Un pulmino attrezzato e un montascale motorizzato da Milano a Odessa in Ucraina

Superando - 26 Agosto 2026 - 5:56pm

Il viaggio di Roberto e Alberto, autisti di AlatHa, organizzazione milanese impegnata a favore dell’inclusione sociale, che hanno portato a Odessa in Ucraina un pulmino attrezzato e un montascale motorizzato, per garantire la mobilità e soprattutto l’accesso alle cure e l’evacuazione assistita a persone con disabilità, persone anziane, sfollati e bambini Il montascale motorizzato portato in Ucraina dall’organizzazione milanese AlatHa

Svitlana Yatskevi è solo una delle tante persone ucraine “invisibile tra gli invisibili”. Vive al terzo piano di un palazzo di Odessa, è in sedia a rotelle e cresce da sola sua figlia. Molte volte la donna è impossibilitata a uscire di casa, a causa degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche: per i conseguenti blackout, infatti, l’ascensore rischia di non funzionare.
Roberto e Alberto, due autisti di AlatHa, organizzazione milanese impegnata a favore dell’inclusione sociale, in particolare attraverso il trasporto, hanno di recente portato in Ucraina un pulmino attrezzato e un montascale motorizzato, per garantire la mobilità e soprattutto l’accesso alle cure e l’evacuazione assistita a persone con disabilità, persone anziane, sfollati e bambini.

L’iniziativa fa parte del progetto AlatHa International Trasport Emergency – Esserci Adesso, promosso dalla stessa AlatHa, in collaborazione con la fondazione ucraina Way Home Odessa.
Portare a termine la missione, per altro, è stato tutt’altro che facile; non si è trattato infatti solamente della consegna delle chiavi, ma di un complesso lavoro amministrativo, tecnico e organizzativo, consistente nella richiesta e nella gestione di documenti, assicurazioni, procedure doganali e nel coordinamento costante tra le autorità e i partner dei diversi Paesi attraversati. Lo stesso viaggio in sé non è stato sicuramente una passeggiata, da Milano a Odessa ci sono più di 2.000 chilometri e i due autisti hanno attraversato l’Europa, giungendo alla città romena di Tulcea, al confine dell’Ucraina, dove si sono incontrati con il team di Way Home Odessa, cui hanno consegnato il pulmino e, insieme, organizzato il trasferimento fino alla destinazione.
«Sapevamo che il tragitto sarebbe stato lungo – racconta Roberto Tommasini – e che ci saremmo avvicinati a una zona segnata dalla guerra, con tutti i rischi che questo comporta. Con Alberto, però, abbiamo scelto di esserci: quando c’è di mezzo l’aiuto delle altre persone non si può voltare lo sguardo dall’altra parte».
«Lavoro con AlatHa da più di dieci anni – aggiunge – e questa è stata una delle missioni più impegnative. Ma vedere che gli aiuti arrivano davvero a destinazione, nelle mani di chi ne ha davvero bisogno, ripaga di ogni fatica e di ogni paura. Lo rifarei senza esitazione».

Il pulmino rappresenta il primo passo di una collaborazione internazionale basata sull’esperienza italiana del trasporto sociale e il lavoro di tutti i giorni di Way Home Odessa a favore delle persone in situazione di maggiore fragilità. Il mezzo di trasporto risulterà maggiormente utile durante la stagione invernale, quando le interruzioni di energia elettrica sono più frequenti e prolungate, e pertanto, le condizioni di vita dignitosa delle persone più bisognose risultano più difficili da garantire.
Un discorso analogo vale per la scarsità dell’acqua e per questo, in futuro, la progettualità Esserci Adesso donerà un secondo pulmino con le docce a bordo. L’unità Docce Solidali, in particolare, verrà utilizzato nelle zone più colpite, nei luoghi di accoglienza e nelle situazioni di emergenza.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Un pulmino e un montascale regalato dall’Italia dà un sollievo alle angosce di Odessa” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse

Superando - 26 Agosto 2026 - 5:21pm

Una testimonianza in prima persona, una diagnosi a 33 anni di disturbo dello spettro autistico, il “masking”, il lavoro e il vuoto dopo l’etichetta: sono alcuni elementi di questo prezioso testo elaborato da Federica Quercia, che racconta le difficoltà sperimentate da chi convive con l’autismo «in una società costruita intorno a un’idea molto precisa di normalità», ma che si propone anche come una candidatura per un’attività lavorativa, «ma in un contesto nel quale una difficoltà non venga automaticamente interpretata come mancanza di volontà» Lorenzo Lippi, “L’allegoria della simulazione”, 1650 circa, Museo di Angers, Francia

Avevo 33 anni quando ho ricevuto una diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Per anni avevo cercato una spiegazione alle difficoltà che avevano accompagnato tutta la mia vita e, come molte persone che ricevono una diagnosi in età adulta, ero convinta che quel momento avrebbe rappresentato un nuovo inizio.
Pensavo che, finalmente, qualcuno mi avrebbe aiutata a comprendere il mio funzionamento, a distinguere ciò che dipendeva dall’autismo da ciò che apparteneva alla mia storia personale, a capire quali fossero i miei limiti, ma anche le mie possibilità.
Credevo che esistesse un percorso successivo alla diagnosi, un luogo in cui qualcuno si prendesse il tempo di osservare la persona nella sua complessità e non soltanto il nome riportato in una relazione clinica. Invece ho scoperto che ottenere una diagnosi e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse.

Dopo la diagnosi, il vuoto
La sensazione che ho provato uscendo da quello studio è stata, allo stesso tempo, di sollievo e smarrimento. Per la prima volta riuscivo a rileggere il mio passato con uno sguardo diverso, ma proprio mentre cercavo di capire come costruire il futuro mi sono resa conto che nessuno sembrava avere una risposta.
È come se il sistema sanitario fosse preparato a diagnosticare una persona, ma molto meno ad accompagnarla nel momento in cui quella diagnosi deve trasformarsi in una vita concreta. Nessuno ti spiega come orientarti nel mondo del lavoro, nessuno ti aiuta a capire quali contesti possano essere compatibili con il tuo funzionamento, nessuno si occupa di tradurre quella diagnosi in un progetto di autonomia.
Ti viene consegnata una spiegazione, ma non una direzione. Da quel momento ho iniziato a scrivere a centri specializzati, servizi pubblici, associazioni, professionisti. Ogni volta raccontavo la stessa storia, ogni volta cercavo di spiegare che il problema non era soltanto l’autismo, né soltanto la depressione, né soltanto il trauma, ma il modo in cui tutte queste condizioni si intrecciavano fino a rendere estremamente difficile la mia vita quotidiana.
L’autismo apparteneva a un ambulatorio, il trauma a un altro, la salute mentale a un altro ancora, il lavoro a qualcun altro. Io, invece, continuavo a essere una persona sola, che cercava disperatamente di capire come fosse possibile vivere quando nessuno sembrava interessato a comprendere il suo funzionamento nella sua interezza.
Perché quello di cui avevo bisogno non era un’altra etichetta diagnostica, ma qualcuno che mi aiutasse a capire quale posto potessi occupare in una società costruita intorno a un’idea molto precisa di normalità — una società nella quale il valore di una persona continua a essere misurato quasi esclusivamente attraverso la sua capacità di produrre, adattarsi, resistere, senza che ci si chieda quale prezzo stia pagando per riuscirci.

Il paradosso dell’autonomia economica
C’è un aspetto di cui si parla pochissimo e che riguarda migliaia di adulti con disabilità “invisibili”: il momento in cui, ricevuta una diagnosi, ci si rende conto che l’autonomia economica è spesso il primo ostacolo da superare.
Nel mio caso, non riuscire a lavorare significa anche non poter sostenere le spese di cui avrei bisogno per curarmi, per seguire una psicoterapia continuativa, per pagare valutazioni specialistiche o semplicemente per costruire un percorso di autonomia.
Eppure, quando provo ad accedere ad alcune misure di sostegno, mi scontro con un sistema che, in molti casi, continua a considerare il nucleo familiare nel suo insieme. Se vivi ancora con un genitore che lavora, può accadere che il tuo bisogno economico venga valutato insieme al suo reddito. È una logica comprensibile da un punto di vista amministrativo, ma che, nella pratica, rischia di lasciare molti adulti in una posizione paradossale: abbastanza autonomi da non ricevere alcuni aiuti, ma non abbastanza autonomi da poter vivere davvero con le proprie risorse.
Ti ritrovi adulto sulla carta, ma dipendente nella vita quotidiana. Vorresti costruirti un’esistenza autonoma, contribuire alle tue spese, decidere come investire sulla tua salute, e invece continui a sentirti un peso per la tua famiglia — non perché manchi la volontà, ma perché il sistema sembra dare per scontato che la famiglia possa sostituirsi a ciò che dovrebbe garantire una rete di servizi.

Un altro paradosso: quello delle “categorie protette”
Anche il mondo del lavoro presenta un paradosso che, da persona autistica, continuo a trovare difficile da comprendere. Le “categorie protette” nascono con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, ma il diritto alla riservatezza fa sì che il datore di lavoro, nella maggior parte dei casi, non conosca la diagnosi né le difficoltà concrete della persona che assume.
Da un lato questa tutela è fondamentale, perché nessuno dovrebbe essere obbligato a rendere pubbliche informazioni così personali; dall’altro, però, mi chiedo come sia possibile costruire un’inclusione autentica se chi organizza il lavoro non sa di che cosa quella persona abbia realmente bisogno. Il risultato è che la responsabilità ricade quasi interamente sul lavoratore. È lui a dover decidere se raccontare o meno la propria condizione, con il timore di essere giudicato, trattato diversamente o considerato meno competente. Se sceglie di non farlo, rischia di essere valutato come una persona svogliata, disinteressata o incapace. Se invece decide di parlarne, teme che quella stessa diagnosi finisca per definire ogni suo comportamento.
Mi sono chiesta molte volte come possa un datore di lavoro mettere davvero una persona nelle condizioni di lavorare bene, se non ne conosce il funzionamento. E, allo stesso tempo, mi sono chiesta quanto sia giusto che sia sempre la persona con disabilità a dover scegliere tra la propria privacy e la possibilità di essere compresa.
Forse il problema non è la privacy in sé, che resta un diritto fondamentale. Il problema è che continuiamo a pensare all’inclusione come a un semplice inserimento lavorativo, mentre l’inclusione richiede anche strumenti, formazione e una cultura capace di riconoscere che due persone con la stessa qualifica possono avere bisogni molto diversi. Assumere una persona è solo l’inizio; creare le condizioni perché possa davvero lavorare è un’altra cosa.

Quando il lavoro lascia una cicatrice (profonda)
Anch’io ho vissuto un’esperienza lavorativa che ha segnato profondamente il mio rapporto con il lavoro. Non intendo raccontarla per individuare un colpevole né per riaprire una vicenda ormai conclusa, ma perché da quel momento qualcosa nel mio modo di funzionare è cambiato. L’idea stessa di tornare a lavorare non genera soltanto paura o preoccupazione: genera una risposta di rifiuto che, ancora oggi, sto cercando di comprendere insieme ai professionisti che mi seguono.
Per questo ho iniziato a contattare centri di psicotraumatologia. Non sto cercando qualcuno che confermi la mia interpretazione dei fatti, ma una valutazione specialistica che mi aiuti a capire se quell’esperienza abbia avuto conseguenze clinicamente rilevanti sul mio funzionamento.
Ho provato a fare ciò che il sistema si aspettava da me. Ho studiato, mi sono laureata, mi sono iscritta alle “categorie protette” e ho cercato un lavoro, convinta che, una volta spiegate le mie difficoltà, sarebbe stato possibile costruire un percorso sostenibile.
Non è stato così. L’esperienza che ho vissuto non si è conclusa semplicemente con la perdita di un impiego: ha modificato profondamente il mio rapporto con il lavoro e con le persone. Invece di sentirmi più capace di affrontare il mondo del lavoro, ne sono uscita ancora più fragile e con una paura che prima non avevo. Un inserimento lavorativo non riuscito non è sempre un episodio che si supera cambiando azienda; in alcune persone può lasciare conseguenze profonde sul modo di percepire il lavoro e le relazioni.

Se l’inclusione diventa un altro compito da svolgere
A un certo punto, mentre ero già in una condizione di estrema fragilità, mi venne chiesto di spiegare il mio funzionamento neurodivergente alle persone con cui lavoravo. Tra le possibilità che mi furono prospettate c’era quella di tenere personalmente una sorta di training rivolto ai colleghi. L’alternativa era preparare un documento, un vademecum che spiegasse come funzionavo, quali fossero le mie difficoltà e come rapportarsi con me, da condividere con gli altri e persino da affiggere in bacheca.
Ricordo soprattutto il paradosso di quella richiesta. Ero io la persona che stava chiedendo aiuto, ma avrei dovuto trovare le parole per spiegare a tutti perché avevo bisogno di quell’aiuto. Avrei dovuto trasformare una parte estremamente intima del mio funzionamento in materiale formativo. E avrei dovuto farlo proprio nel momento in cui avevo meno risorse per riuscirci.
Non credo che dietro una proposta del genere debba necessariamente esserci cattiva volontà. Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante. Anche un tentativo pensato come inclusivo può diventare un ulteriore carico, quando si chiede alla persona neurodivergente di assumersi la responsabilità di educare l’intero ambiente che dovrebbe accoglierla.
La situazione lavorativa, nel frattempo, diventò per me sempre più difficile da sostenere. Arrivai alla fase conclusiva della vicenda in una condizione di forte sofferenza, mentre incombevano scadenze e decisioni che percepivo come enormemente più grandi delle risorse che avevo in quel momento. Alla fine sottoscrissi un accordo di conciliazione che chiuse definitivamente il rapporto e le controversie ad esso collegate.
Non voglio utilizzare questo spazio per accusare pubblicamente un’azienda, né credo sia necessario farne il nome. Voglio raccontare che cosa può significare attraversare un processo del genere quando si è già arrivati al limite delle proprie capacità di adattamento.
Ancora oggi mi domando quanto fossi realmente nelle condizioni di affrontare con lucidità una decisione così importante. Ma soprattutto mi è rimasta una domanda più grande: quanto può essere considerato inclusivo un sistema nel quale è la persona in difficoltà a dover trovare, spiegare e spesso persino insegnare agli altri le modalità attraverso cui dovrebbe essere inclusa?
È anche per questo che oggi, quando dico che vorrei tornare a lavorare, non sto semplicemente cercando un’altra azienda. Sto cercando un modo diverso di lavorare.
Non chiedo che qualcuno elimini ogni difficoltà davanti a me. Chiedo di poter dire con chiarezza che cosa riesco a sostenere e che cosa no, senza che questa sincerità venga trasformata in una prova della mia inadeguatezza.

Il masking non è una scelta
Vorrei soffermarmi anche su una parola che, negli ultimi anni, è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune: masking. Se ne parla molto, ma quasi sempre come se fosse una scelta consapevole, come se una persona autistica decidesse ogni mattina di indossare una maschera per sembrare neurotipica. Per chi riceve una diagnosi in età adulta, almeno per come l’ho vissuta io, non funziona così.
Quando cresci senza sapere di essere autistico, non impari semplicemente a nascondere alcune caratteristiche. Impari a osservare continuamente gli altri, a studiarli come se possedessero un linguaggio che tu non hai mai imparato spontaneamente. Osservi il modo in cui salutano, ridono, interrompono una conversazione, mantengono il contatto visivo, esprimono entusiasmo, mostrano affetto, si arrabbiano, scherzano. Poco alla volta costruisci un repertorio di comportamenti che non nascono da te, ma dall’idea di ciò che dovrebbe fare una persona “normale”. A forza di ripeterli, finisci persino per dimenticare che li hai imparati.

Il mostro nello specchio
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un video di criptozoologia urbana che parlava dei cosiddetti Mimic, creature immaginarie capaci di imitare perfettamente l’aspetto e la voce degli esseri umani. Il video spiegava che ciò che inquieta non è il loro aspetto, ma il momento in cui ci si accorge che quell’imitazione non è perfetta e che qualcosa, improvvisamente, tradisce la loro vera natura. Mi ha colpita profondamente perché, per la prima volta, non mi sono identificata nella persona che incontra il mostro. Mi sono identificata nel mostro.
Non perché io creda che le persone autistiche siano mostri — sarebbe un messaggio profondamente sbagliato, ed è l’opposto di ciò che vorrei dire. Mi sono riconosciuta in quella sensazione di passare una vita intera cercando di imitare un modo di stare al mondo che sembrava appartenere a tutti tranne che a me, con la paura costante che, prima o poi, qualcuno si accorgesse che stavo soltanto cercando di imparare una lingua che non avevo mai parlato naturalmente.
La diagnosi non mi ha fatto sentire diversa. Mi ha fatto capire perché avevo sempre avuto la sensazione di essere diversa. Mi ha costretta a chiedermi quante delle cose che consideravo parte della mia personalità fossero davvero mie e quante, invece, fossero strategie costruite negli anni per ridurre il rischio di essere esclusa, giudicata o considerata “strana”.
È una domanda dolorosa, perché quando il masking dura decenni smette di essere una maschera che puoi togliere davanti allo specchio. Diventa il modo in cui hai imparato a sopravvivere.
Ed è forse questo uno degli aspetti meno raccontati dell’autismo negli adulti. Non la fatica di fingere per qualche ora, ma la fatica di non sapere più dove finisca l’adattamento e dove cominci la propria identità.

Sentire troppo, non troppo poco
C’è un altro aspetto dell’autismo di cui si parla ancora troppo poco. Per molte persone lo spettro autistico viene raccontato soprattutto attraverso ciò che manca: le difficoltà sociali, la comunicazione, i comportamenti ripetitivi. Molto meno spesso ci si chiede che cosa significhi vivere in un cervello che, a volte, sembra incapace di filtrare il mondo.
Per alcune persone autistiche l’autismo non significa sentire meno. Significa, al contrario, sentire troppo. Significa vivere costantemente al limite della saturazione, come se ogni stimolo arrivasse con un’intensità maggiore del necessario e il cervello non riuscisse a stabilire quali informazioni siano importanti e quali possano essere lasciate sullo sfondo. Uno spazio affollato non contiene soltanto delle persone. Contiene decine di conversazioni che si sovrappongono, luci, rumori, odori, movimenti continui, colori, cartelli, musica di sottofondo, porte che si aprono, telefoni che squillano, sedie che vengono spostate. Tutto arriva contemporaneamente. Tutto reclama attenzione. E quando il cervello fatica a selezionare ciò che è rilevante, anche il gesto più semplice può trasformarsi in uno sforzo enorme.
Lo stesso vale per gli spazi vuoti. Non è soltanto il caos a poter diventare difficile da sostenere: a volte anche un luogo aperto, troppo esposto, privo di punti di riferimento, può generare un senso di vulnerabilità difficile da spiegare. Non esiste una regola uguale per tutti. Esiste un funzionamento diverso, che cambia da persona a persona.
Anche il tempo, per alcune persone autistiche, sembra seguire regole diverse. Un’ora può svanire senza accorgersene quando si è immersi in qualcosa che assorbe completamente l’attenzione, mentre pochi minuti trascorsi in un contesto saturo di stimoli possono sembrare interminabili. È difficile spiegare a chi non lo vive che il problema non è la mancanza di volontà, ma la quantità di informazioni che il cervello sta cercando di elaborare nello stesso momento.
Per questo trovarsi in mezzo agli altri può diventare estenuante. Non perché le persone autistiche siano necessariamente disinteressate agli altri o incapaci di provare emozioni, ma perché, per alcune di noi, stare in relazione significa ricevere contemporaneamente una quantità enorme di stimoli sensoriali, emotivi e cognitivi. C’è chi percepisce con grande intensità il tono della voce, l’espressione del viso, la tensione di una stanza, il disagio di una persona, e nello stesso momento cerca di controllare il proprio comportamento, di trovare le parole giuste, di capire quando intervenire e quando restare in silenzio.
Quando tutto questo si somma, non è difficile capire perché, a un certo punto, il cervello abbia semplicemente bisogno di fermarsi.

Vivere in un “Paese” di cui non si è mai completamente cittadini
Essere autistici può significare anche vivere in una condizione di estrema fragilità, non tanto perché si è fragili per natura, ma perché spesso manca ciò che protegge la maggior parte delle persone nei momenti difficili: una rete di relazioni solide. Molti adulti autistici arrivano alla diagnosi dopo una vita trascorsa ai margini, con poche amicizie profonde, relazioni interrotte, la sensazione costante di non appartenere davvero a nessun gruppo. E quando il lavoro viene meno, quando una relazione finisce o quando si attraversa un periodo di sofferenza, ci si accorge che intorno è rimasto pochissimo.
Per spiegare che cosa significhi vivere in questo modo, mi viene in mente l’esperienza di chi si trasferisce in un Paese straniero senza conoscere la lingua. All’inizio osserva gli altri, cerca di intuire il significato delle parole dai gesti, impara qualche espressione, commette errori, si sente continuamente fuori posto. Chi si trasferisce all’estero, però, sa che quella lingua, con il tempo, potrà impararla. Potrà diventare sempre più naturale, fino a sentirsi finalmente parte di quel luogo.
Per molte persone autistiche l’esperienza può assomigliare a questa, con una differenza fondamentale: la lingua delle relazioni sociali può essere studiata, osservata, imitata, persino parlata molto bene, ma spesso continua a richiedere una traduzione continua, uno sforzo cosciente che gli altri non vedono. Non diventa mai completamente spontanea.
È come vivere in un Paese di cui, anche dopo molti anni, si comprende perfettamente la grammatica, ma in cui si continua ad avere un leggero accento che, prima o poi, rivela che non si è nati lì. È proprio questo sforzo incessante, invisibile agli occhi degli altri, che rende così faticoso costruire relazioni, mantenerle e sentirsi davvero parte di una comunità.

Sto cercando lavoro!
Ora sto scrivendo anche perché sono una persona disoccupata e non credo che il mio percorso possa trovare risposta attraverso i canali tradizionali di ricerca del lavoro. Ho bisogno prima di tutto di comprendere quale possa essere un contesto realmente compatibile con il mio funzionamento, e mi domando se il sistema attuale disponga davvero degli strumenti necessari per accompagnare persone nella mia situazione. Se si ritiene che la mia esperienza possa essere utile per una riflessione o un confronto, sarò lieta di mettermi a disposizione.
Scrivo dunque tutto questo anche per una ragione molto concreta. Sto cercando lavoro. Può sembrare una conclusione banale dopo tante riflessioni sull’autismo, sull’inclusione e sulle difficoltà che ho incontrato, ma per me non lo è affatto. Dopo quello che è successo, tornare a cercare lavoro significa espormi nuovamente a un ambiente di cui ho imparato ad avere paura. Eppure non voglio che la mia esperienza precedente diventi la dimostrazione definitiva della mia incompatibilità con il mondo del lavoro.
Non sto cercando necessariamente una posizione costruita intorno alla mia laurea, né una carriera, una promozione o un ruolo prestigioso. Sto cercando qualcosa che io possa realmente sostenere nel tempo. Un lavoro con richieste comprensibili, un ambiente sufficientemente prevedibile, persone disposte a comunicare in maniera chiara e, soprattutto, un contesto nel quale una difficoltà non venga automaticamente interpretata come mancanza di volontà, scarso interesse o inadeguatezza personale.
Per questo vorrei che questo mio testo fosse anche una richiesta esplicita. Se a leggerlo sarà un’azienda, un’associazione, una cooperativa, un ente o semplicemente qualcuno che pensa di potermi offrire un’opportunità concreta, vorrei essere contattata. Sono disponibile a raccontare quello che so fare, quello che ho fatto in passato e anche, con altrettanta chiarezza, ciò che per me è difficile. Non voglio presentarmi fingendo di essere una lavoratrice diversa da quella che sono per riuscire a superare un colloquio e scoprire qualche mese dopo che quel posto è insostenibile. Non voglio promettere di riuscire ad adattarmi a qualsiasi ambiente. È esattamente ciò che non voglio più fare. Vorrei invece incontrare qualcuno disposto a chiedersi, insieme a me, in quale ambiente potrei riuscire a lavorare bene. Vorrei cioè provare a partire dalla realtà e capire se esiste un lavoro compatibile con essa.
Forse l’inclusione lavorativa dovrebbe cominciare proprio da qui: non dal tentativo di rendere invisibili le difficoltà di una persona affinché possa assomigliare il più possibile agli altri lavoratori, ma dalla possibilità di chiedersi seriamente in quali condizioni quella persona possa lavorare bene. Io, oggi, quella possibilità la sto chiedendo. E sono disponibile a provarci.

*fedeoak@yahoo.it (pagina Instagram a questo link).

Il presente contributo è già apparso anche nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse proviene da Superando.

Personale docente – rettifica assegnazione sedi utilizzazioni e assegnazioni provvisorie provinciali – scuola primaria, a.s. 2026/27

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 26 Agosto 2026 - 4:38pm

Burocrazia applicata alla libertà personale di chi ha una disabilità

Superando - 26 Agosto 2026 - 4:26pm

«Gli abusi sull’utilizzo improprio dei contrassegni riservati alle persone con disabilità – scrive Vincenzo Falabella – si combattono con controlli seri, strumenti tecnologici interoperabili e sanzioni efficaci verso chi utilizza illegittimamente i contrassegni stessi, non restringendo le possibilità di movimento di chi il contrassegno ha pieno diritto di utilizzarlo. E invece è stata proprio quest’ultima la scelta di Roma Capitale, che va contestata con fermezza» «Dal 22 agosto – scrive Vincenzo Falabella – nonostante siano due le targhe associate al contrassegno, soltanto quella “principale” può accedere alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) di Roma e transitare sulle corsie preferenziali con la persona con disabilità a bordo»

La decisione di Roma Capitale sulle targhe associate al CUDE (Contrassegno Unico Disabili Europeo) rappresenta un evidente passo indietro sul terreno della mobilità e dell’autonomia delle persone con disabilità. Le nuove disposizioni, infatti, riconducibili alla Deliberazione di Giunta Capitolina n. 196/2025, hanno ridotto da tre a due le targhe associabili al CUDE, distinguendole tra una targa “principale” e una “secondaria”. Ma dal 22 agosto scorso, nonostante entrambe risultino associate al contrassegno, soltanto la targa principale può accedere alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) e transitare sulle corsie preferenziali con la persona con disabilità a bordo.
Si tratta di una scelta da contestare con estrema fermezza, a partire da un punto che dovrebbe essere elementare: il CUDE è legato alla persona e non all’automobile. Una persona con disabilità può essere accompagnata dal proprio familiare, dall’assistente personale, da un caregiver, da un amico. Può utilizzare automobili diverse a seconda delle esigenze della giornata, della disponibilità dei familiari, di un guasto, di una necessità improvvisa o semplicemente dell’organizzazione della propria vita. Consentire dunque l’associazione di due targhe e stabilire poi che solo una possa effettivamente entrare nella ZTL significa, nei fatti, svuotare di significato la seconda possibilità.

Roma Capitale sostiene che la targa principale possa essere modificata attraverso lo sportello online. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: per esercitare un diritto fondamentale come quello alla mobilità, la persona con disabilità dovrebbe ricordarsi preventivamente quale automobile utilizzerà, collegarsi con SPID o CIE (Carta d’Identità Elettronica), accedere alla piattaforma, modificare la targa e soltanto dopo potersi spostare. In alternativa rimane lo sportello fisico, con tutte le difficoltà che questo può comportare.
Questa non è semplificazione, ma è burocrazia applicata alla libertà personale. Significa trasformare una normale esigenza quotidiana in un adempimento amministrativo. Significa chiedere ancora una volta alle persone con disabilità di adattarsi all’organizzazione della Pubblica Amministrazione, quando dovrebbe essere esattamente il contrario. Ed è ancora più grave che una scelta simile venga adottata proprio a Roma, una città nella quale l’accessibilità del trasporto pubblico continua a presentare criticità significative e nella quale, per moltissime persone con disabilità, l’automobile rappresenta non un privilegio ma uno strumento indispensabile per lavorare, studiare, curarsi, partecipare alla vita sociale e vivere con autonomia.
Non stiamo parlando infatti di un beneficio accessorio, ma stiamo parlando del diritto alla mobilità.
Se una persona oggi viene accompagnata dal figlio e domani dal coniuge, se utilizza l’auto dell’assistente personale invece di quella familiare, se l’automobile abituale è indisponibile o semplicemente cambia chi può accompagnarla, non dovrebbe essere costretta ad aprire una piattaforma informatica prima di poter attraversare la città. È una concezione burocratica della disabilità che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ci indica una direzione completamente diversa: rimuovere gli ostacoli alla partecipazione e garantire alle persone la massima autonomia possibile. Le amministrazioni dovrebbero quindi domandarsi come rendere più semplice la mobilità delle persone con disabilità, non come aggiungere nuovi passaggi, nuovi obblighi e nuove complicazioni.
Naturalmente comprendiamo la necessità di contrastare l’utilizzo improprio dei contrassegni. Ma gli abusi si combattono con controlli seri, strumenti tecnologici interoperabili e sanzioni efficaci verso chi utilizza illegittimamente il CUDE. Non restringendo le possibilità di movimento di chi il contrassegno ha pieno diritto di utilizzarlo. Colpire indistintamente tutti per contrastare eventuali comportamenti scorretti significa scegliere la strada amministrativamente più semplice, scaricandone però il peso sulle persone con disabilità. E questo non è accettabile.
Roma Capitale dovrebbe quindi rivedere immediatamente questa disciplina, consentendo almeno alle due targhe regolarmente associate al CUDE di accedere alle ZTL quando trasportano la persona titolare del contrassegno, senza obbligare ogni volta il cittadino/cittadina a modificare preventivamente la cosiddetta targa principale.
La tecnologia deve servire a semplificare la vita delle persone, non a complicarla e la mobilità delle persone con disabilità non può dipendere da un accesso allo SPID, da una modifica su un portale o dalla necessità di prevedere in anticipo quale automobile sarà disponibile. I diritti non si mettono in pausa mentre si aggiorna una targa.
Chiediamo quindi al Campidoglio di aprire immediatamente un confronto con le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e di correggere una scelta che, invece di aumentare autonomia e libertà, introduce una nuova barriera. Perché una città davvero accessibile non è quella che concede eccezioni, ma è quella che organizza la propria mobilità partendo anche dai diritti e dalla vita reale delle persone con disabilità.

*Consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Accessibilità, fruibilità e qualità inclusiva delle concessioni demaniali marittime

Superando - 26 Agosto 2026 - 1:54pm

«L’accessibilità non è un servizio aggiuntivo: è un diritto, una misura della qualità dell’accoglienza e un valore per l’intera comunità»: si basa su tale concetto l’“Atto di indirizzo in materia di accessibilità, fruibilità e qualità inclusiva delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative”, prodotto dall’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità, ove si sottolinea tra l’altro come «l’accessibilità debba riguardare l’intera esperienza balneare»

«L’accessibilità non è un servizio aggiuntivo: è un diritto, una misura della qualità dell’accoglienza e un valore per l’intera comunità»: si basa sostanzialmente su tale concetto l’Atto di indirizzo in materia di accessibilità, fruibilità e qualità inclusiva delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative (disponibile a questo link), recentemente prodotto dall’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità (Delibera n. 27 del 21 luglio 2026).
«Le spiagge – si legge in una nota diffusa dall’Autorità Garante – sono beni pubblici e luoghi di libertà, benessere, relazione e partecipazione. L’accesso al mare e la possibilità di vivere pienamente gli stabilimenti balneari devono, pertanto, essere garantiti a tutte le persone, senza discriminazioni» e in tal senso, «il riordino delle concessioni rappresenta un’occasione concreta per rendere il sistema balneare italiano più accessibile, inclusivo e capace di offrire servizi di maggiore qualità. Il messaggio del nostro Atto di indirizzo è dunque chiaro: non basta una passerella se la persona incontra poi ostacoli nell’utilizzare i servizi, nel raggiungere il mare, nel ricevere informazioni o nel vivere la spiaggia in condizioni di autonomia, sicurezza e dignità. L’accessibilità deve riguardare l’intera esperienza balneare: gli spazi, i percorsi, i servizi igienici, gli ausili per l’ingresso in acqua, la comunicazione, le prenotazioni, la sicurezza, l’accoglienza e la formazione del personale».

L’Atto prodotto raccomanda pertanto che «nei bandi siano chiaramente individuate le condizioni minime di accessibilità» e che «le soluzioni capaci di assicurare una reale qualità inclusiva ricevano una premialità significativa. Gli impegni assunti dagli operatori dovranno essere concreti, misurabili, inseriti negli atti concessori e verificati per tutta la durata della concessione, affinché l’accessibilità non resti una promessa formulata al momento della gara».
L’Atto stesso, viene reso noto, è stato «trasmesso al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al Ministro per gli Affari Europei e al Dipartimento per gli Affari Europei, anche in relazione alle interlocuzioni con le Istituzioni dell’Unione Europea e alla procedura di infrazione riguardante le concessioni demaniali marittime; ai Dipartimenti della Presidenza del Consiglio competenti per le politiche del mare e per le politiche in favore delle persone con disabilità; al Ministero del Turismo; alla Conferenza Unificata e alla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome; alle Regioni e ai Comuni costieri; all’ANCI [Associazione Nazionale Comuni Italiani, N.d.R.]; agli altri enti concedenti e alle Autorità di sistema portuale».

«Il necessario adeguamento alla disciplina europea e alle regole della concorrenza – concludono dall’Autorità Garante – deve diventare anche un’occasione per affermare concretamente i diritti delle persone con disabilità e migliorare la qualità dell’offerta turistica nazionale». (S.B.)

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Servizio telematico dell’INPS per comunicare le istanze utili a elaborare il Progetto di Vita

Superando - 26 Agosto 2026 - 1:19pm

Tramite un recente Messaggio, l’INPS ha comunicato l’attivazione del servizio telematico che consente alle persone con disabilità residenti nelle Province coinvolte nella sperimentazione della riforma della disabilità di presentare la richiesta per l’elaborazione del Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato. In un approfondimento curato dal Centro di Studi Giuridici HandyLex vengono elencati coloro che possono presentare la documentazione e come farlo

Con il Messaggio n. 2550 prodotto il 4 agosto scorso, avente per oggetto Riforma della disabilità. Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62. Rilascio del servizio telematico per la presentazione delle istanze per l’elaborazione del progetto di vita ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo n. 62/2024, nell’ambito del Sistema Informativo Salute Disabilità e Anziani (SISDA), l’INPS ha comunicato appunto l’attivazione del servizio telematico SISDA – Trasmissione istanze per il progetto di vita, che consente alle persone con disabilità residenti nelle Province coinvolte nella sperimentazione della riforma della disabilità di presentare la richiesta per l’elaborazione del Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato.
Tale possibilità, va ricordato, è prevista dall’articolo 15 del Decreto Legislativo 62/24 (come modificato dal Decreto Legge 19/26, convertito nella Legge 50/26) e riguarda, come detto, quello che rappresenta uno degli strumenti centrali della riforma della disabilità avviata dalla Legge Delega 227/21, che ha l’obiettivo di costruire, insieme alla persona interessata, un percorso coordinato di sostegni, servizi e interventi sulla base dei bisogni, delle preferenze e del progetto della persona stessa.
In un approfondimento curato dal Centro di Studi Giuridici HandyLex, di cui suggeriamo senz’altro la consultazione (è disponibile a questo link), vengono elencati coloro che possono presentare la documentazione e come farlo, oltre alle Province coinvolte nella sperimentazione della riforma, dal 1° gennaio 2025 al 1° marzo di quest’anno. (S.B.)

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15 giovani donne con disabilità che potranno portare la propria voce in Europa

Superando - 26 Agosto 2026 - 12:49pm

Progetto che si concluderà alla fine del 2027, “WYDE.EU – Empowerment di giovani donne con disabilità in Europa” è promosso da CBM Italia, insieme alla Federazione LEDHA e ad altre Associazioni di persone con disabilità provenienti da diversi Stati, che cerca 15 giovani donne con disabilità tra i 18 e i 35 anni le quali desiderino far sentire la propria voce e portare le proprie idee nei processi decisionali per un’Europa più rappresentativa. La partecipazione è gratuita e ci si può candidare da tutta Italia fino al 6 settembre

Le donne con disabilità sono il 60% della popolazione con disabilità e oltre il 25% della popolazione femminile dell’Unione Europea. Eppure raramente esse occupano un ruolo di rilievo nei movimenti per i diritti delle persone con disabilità e in quelli per i diritti delle donne. I numeri infatti dell’EIGE, l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, raccontano una condizione di svantaggio che si somma su più fronti: solo il 20% delle donne con disabilità ha un’occupazione a tempo pieno contro il 29% degli uomini con disabilità e il 48% delle donne senza disabilità. Il 17%, inoltre, consegue un titolo di istruzione terziaria, contro il 32% delle donne senza disabilità.
Nasce da qui WYDE.EU – Empowerment di giovani donne con disabilità in Europa, progetto che si concluderà alla fine del 2027, promosso da CBM Italia, insieme alla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e a una serie di Associazioni di persone con disabilità provenienti da diversi Paesi, ossia JongPIT (Paesi Bassi), LNF (Lituania), NOOIS (Serbia) e ALDA Europe. L’iniziativa è cofinanziata dall’Unione Europea nell’àmbito del programma CERV-Citizens, Equality, Rights and Values.

La ricerca, dunque, è mirata a individuare 15 giovani donne con disabilità tra i 18 e i 35 anni che desiderino far sentire la propria voce e portare le proprie idee nei processi decisionali per un’Europa più rappresentativa. Il percorso è aperto a candidate da tutta Italia e alcuni degli incontri previsti si svolgeranno insieme alle partecipanti degli altri Paesi. In quelle occasioni la lingua di lavoro sarà l’inglese, ma non ne servirà una conoscenza perfetta né una certificazione, quel che conterà sarà riuscire a seguire e partecipare alla conversazione anche nei momenti informali (le pause, i lavori in piccolo gruppo, le serate insieme), parte importante dello scambio con le altre partecipanti (chi ha dubbi sul proprio livello di conoscenza, può certamente candidarsi lo stesso. Ne parlerà al colloquio, dopo avere segnalato nel modulo le proprie esigenze, per cercare insieme ai promotori la soluzione più adatta).
Le partecipanti prenderanno parte ad attività online e in presenza, quali focus group; laboratori, workshop e webinar; momenti di confronto aperto; formazioni con esperti, organizzazioni e rappresentanti delle istituzioni; coprogettazione di una campagna di sensibilizzazione. Vi si parlerà di questioni decisive per il presente e il futuro dell’Europa, dai diritti delle donne e delle ragazze con disabilità alla discriminazione intersezionale, dalla partecipazione democratica e dall’inclusione sociale al coinvolgimento nelle varie realtà associative, fino alla costruzione di campagne di advocacy.
In tal modo si otterranno competenze di comunicazione, leadership e advocacy, sviluppate, come detto, attraverso formazioni, workshop e focus group; una maggiore conoscenza dei meccanismi di funzionamento dell’Unione Europea; l’incontro con organizzazioni e giovani donne di altri Paesi europei, con cui condividere idee, esperienze e opinioni; viaggi all’estero per confrontarsi con le altre partecipanti al progetto; un ambiente accogliente e inclusivo; la possibilità di contribuire con le proprie idee alle future politiche europee.

Fatto non certo secondario, la partecipazione sarà gratuita, con copertura delle spese di trasferta all’estero anche per l’eventuale assistente o accompagnatrice. Gli incontri in presenza in Italia si terranno a Milano e ogni attività sarà ovviamente organizzate nel rispetto delle esigenze di accessibilità, così come il materiale informativo sarà fornito in modalità accessibile e chiara. Nel modulo di candidatura, per altro, si possono segnalare, come già accennato, le proprie necessità specifiche. Quest’ultimo, che è un modulo online (disponibile a questo link) va compilato entro il 6 settembre, spiegando anche in poche righe perché si desideri partecipare.
Entro la prima metà di settembre, poi, le candidate verranno contattate per un colloquio conoscitivo, che potrà svolgersi per telefono, in videochiamata o in un’altra modalità concordata insieme, in base alle esigenze della persona.
«In WYDE.EU – sottolineano i promotori del progetto – l’esperienza personale è una risorsa preziosa: vogliamo ascoltare il tuo punto di vista e costruire insieme proposte che rendano l’Europa più inclusiva per tutte. Saremo felici di averti con noi!». (I.S. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ilaria Sesana (ilaria.sesana@ledha.it).

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