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Per una farmacia davvero accessibile, che renda tutte le persone accolte, comprese e autonome

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Promuovere una cultura dell’accessibilità che vada oltre le barriere fisiche, fornendo anche strumenti pratici per riconoscere e superare le barriere sensoriali e comunicative, diventando in tal modo parte integrante della qualità del servizio in farmacia: è l’obiettivo del progetto “Oltre la Rampa. L’inclusione in farmacia”, sviluppato da Procter & Gamble nell’àmbito della campagna “Campioni Ogni Giorno” 

Lanciato non a caso in occasione dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 che si svolgono in questi giorni, il progetto denominato Oltre la Rampa. L’inclusione in farmacia nasce da una precisa consapevolezza, ossia che una farmacia davvero accessibile non si limita a far entrare le persone, ma le mette tutte nelle condizioni di sentirsi accolte, comprese e autonome. L’obiettivo di tale iniziativa, quindi, è segnatamente quello di promuovere una cultura dell’accessibilità che vada oltre le barriere fisiche e diventi parte integrante della qualità del servizio in farmacia, dall’accoglienza alla comunicazione.

Sviluppato da Procter & Gamble nell’àmbito della campagna Campioni Ogni Giorno e all’interno del più ampio programma di cittadinanza d’impresa P&G per l’Italia, in collaborazione con Homnya, Oltre la rampa viene pertanto presentato così: «Questo progetto nasce da una consapevolezza chiara: l’accessibilità non si esaurisce con una rampa all’ingresso. Può essere un banco più fruibile, un’informazione comprensibile, un linguaggio adeguato o una comunicazione che tiene conto delle diverse esigenze delle persone. Per quanto detto, dunque, l’iniziativa intende accompagnare i farmacisti in un percorso gratuito di formazione FAD (Formazione a Distanza), fornendo inoltre strumenti pratici per riconoscere e superare anche le barriere sensoriali e comunicative, trasformando l’accessibilità in azione concreta». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: safecommunications.press@gmail.com.

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Solidi servizi o solo parole?

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«Per le persone con disabilità – scrive tra l’altro Fausto Giancaterina – è necessario e vitale avere, prima di tutto, la presenza forte e dialogante di “veri accompagnatori professionalmente competenti”, che siano presenti in ogni territorio e si organizzino in Servizi Pubblici Sociosanitari integrati, in numero adeguato in rapporto alla popolazione residente in quello stesso territorio! E per questo servono risorse adeguate, perché con le sole parole non si producono buone qualità di vita!»

Colgo in molte pubblicazioni di settore una certa insistenza nell’evidenziare e denunciare come il sistema italiano di approccio e sostegno alle persone con disabilità non sia ancora del tutto coerente con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, benché, in Italia, la Convenzione stessa sia stata recepita con la Legge n. 18 del 3 marzo 2009 ed esisterebbe l’obbligo di una sua piena applicazione a partire da un vero, definitivo e radicale cambiamento culturale lessicale e di paradigmi operativi.
La Convenzione evidenzia con forza la natura socio/relazionale della disabilità e insiste sulla necessità e sul dovere di ogni Stato di attrezzarsi per eliminare ogni ostacolo sociale che impedisca il pieno godimento di quei diritti umani riconosciuti come diritti sociali universali per tutti.
In effetti è facile constatare come molti servizi diano ancora la brutta impressione di non essersi neanche accorti della Convenzione e non riescano a rendersi conto come il benemerito approccio bio/psico/sociale abbia spesso deviato i servizi stesso verso una prevalente visione biomedica, esaltando sistemi operativi soprattutto prestazionali e settoriali, trascurando di molto il sociale, vale a dire quel luogo dove le nostre vite respirano e dove si costruisce giorno per giorno il nostro bene-essere. È infatti nel sociale che risiedono quei determinanti di salute, la cui presenza o assenza modifica in positivo o in negativo il processo costruttivo del nostro bene-essere.
E come ci siamo detti fino alla saturazione comunicativa, si tratta di prendere decisioni forti e radicali per ridimensionare la prepotente presenza di approcci e servizi sorretti da quella vecchia cultura paternalistica e astrattamente abilista della persona, che produce ancora interventi di cure riabilitative – in prevalenza sanitarie – privilegiando luoghi esclusivi e riservati, giustificando come tali luoghi siano maggiormente efficaci per la riuscita dei trattamenti e anche maggiormente sicuri, ossia luoghi di protezione da comportamenti socialmente pericolosi per sé e per gli altri.
Credo non sia più rinviabile il dovere di mettere mano con decisione a tutta questa arcaica cultura e pensare a progetti in grado di rigenerare quei servizi settoriali (forse a volte resistenti perché alimentati anche da interessi economici!), e dare con decisione un forte sostegno alle Istituzioni Pubbliche perché deliberino e sostengano sintonici progetti di inclusione nei luoghi normali della vita, poiché le persone con disabilità sono persone che semplicemente esprimono le tante diversità umane.

Ho passato molti anni del mio lavoro professionale occupandomi di servizi per persone con disabilità. Ho messo tutto il mio impegno per rendere visibile e solido quel processo di cambiamento esistenziale per le persone, passando da un lavoro in luoghi e istituzioni esclusivi per persone con disabilità a gestire per lungo tempo la responsabilità organizzativa di servizi pubblici presenti e operanti nei luoghi territoriali del Comune di Roma.
Una delle più ruvide difficoltà incontrate (e credo che ancora non sia stata del tutto rimossa!) è stata la presenza, nei servizi sociali e sanitari, di quella forte settorializzazione – come ricordavo pocanzi – sia nei saperi che nelle pratiche professionali. Quell’approccio, segno visibile di una vetusta formazione a blocchi di materie disciplinari mai armonizzati di molti professionisti (anche se, fortunatamente, sembra si stia avviando, finalmente, ad essere sempre più minoritaria) che sottovaluta – e spesso con alterigia trascura – la possibilità di un lavoro più strettamente interattivo e compartecipato, data la complessità esistenziale delle persone “oggetto” del loro lavoro.
Si trattava, allora, di attivarsi e lavorare, ricercando condivisioni progettuali e operative, perché diventasse sempre più insostituibile un approccio volto a considerare considerasse il bene-essere delle persone con disabilità fortemente (o totalmente?!?) facilitato da sistemi di aiuto multiprofessionale, e che tale approccio fosse la mission e fondamentale prerogativa di ogni Servizio Pubblico.
Fortunatamente molti professionisti – da subito con il loro lavoro – aderirono nell’abbandonare l’approccio settoriale e parcellare e iniziarono un’accelerante messa a disposizione di sostegni culturali multidisciplinari, per poi condividere, definire e attualizzare progetti interessati alla globalità e unitarietà delle persone, permettendo l’espansione delle loro relazioni sociali a tutto campo e promovendo solidarietà e condivisione per dare anche il giusto rilievo e spazio alla rappresentazione viva dei sentimenti e delle affettività di tutti.
Quindi, da subito, ho con loro lavorato affinché la cura – o meglio ancora il “prendersi cura” – portasse ad accostarsi alla persona nella globalità dei suoi bisogni sanitari, psicologici, sociali, affettivi e morali e orientasse i servizi verso la prospettiva in cui gli interventi di cura, assistenza e inclusione sociale – a partire dall’iniziale valutazione multidimensionale – fossero attuati congiuntamente e prevedessero il concorso di tutti, per arrivare – lungo tutta una vita – ad un’altrettanta valutazione periodica dei risultati, rendendo ben visibili gli esiti (outcome) personalizzati e di qualità, riferiti a quella singola persona inserita in quel preciso contesto relazionale e sociale.
Non so dire se una tale prospettiva culturale e un tale conseguente approccio operativo siano tuttora pienamente operativi e abbiano dato alla Città di Roma la possibilità di avere definitivamente stabili e innovativi servizi per le persone con disabilità. Resta comunque il fatto che diversi servizi da me promossi e avviati qualche tempo fa, siano risultati solidi e ben strutturati, al punto da essere ancora operanti.

Due fondamentali opportunità
Credo sia importante sottolineare come quel positivo lavoro di forte cambiamento e di costruzione di un impianto di servizi solidi sia stato possibile per avere avuto la reale disponibilità di due fondamentali opportunità:
La prima opportunità è stata quella di avere avuto nel “Servizio Dipartimentale Disabilità e Salute Mentale” che dirigevo un bel gruppo di dipendenti pubblici (non posso a tal proposito non ricordare per la costante presenza e dedizione in quel fantastico gruppo, persone come Stefania Galassi, Maria Grazia Messeri ed Elisa Monacelli) che, con la loro ottima professionalità e la forte determinazione nel ricercare e inventare proposte operative, hanno permesso insieme di proporre e sviluppare programmi e progetti innovativi, divenuti poi concreti servizi sul territorio, mobilitando non solo un’ottima collaborazione tra i servizi sociali e quelli sanitari di Distretto, ma promuovendo la partecipazione delle Associazioni e, soprattutto, la notevole operatività del Terzo Settore, avendo nel frattempo definitivamente abbandonato l’improprio sistema degli appalti e adottato il sistema dell’accreditamento, arrivando così ad avere, già da allora, buone co-progettazioni e co-gestioni di servizi.
La seconda opportunità è stata quella di avere avuto alla guida politica dei Servizi Sociali del Comune di Roma, persone con buona capacità d’ascolto e lungimirante accoglienza e condivisione delle proposte e dei progetti dell’Ufficio che dirigevo, traducendoli in deliberazioni programmatiche annuali che, fatte poi approvare dal Consiglio Comunale, garantivano una rapida operatività dei Servizi stessi, accompagnata dalla certezza di risorse economiche effettivamente disponibili.

Questo processo decisionale politico/operativo ha permesso alle persone con disabilità, fin dagli Anni Ottanta, forti esperienze di deistituzionalizzazione e vere e permanenti esperienze di inclusione sociale, dando in tal modo una concreta possibilità di avere a Roma buoni Servizi, “piantati” con solidità, molti dei quali, come già accennato, tuttora funzionanti, facendo riferimento a:
° Il superamento di barriere nella mobilità con la messa a disposizione di un servizio taxi a chiamata.
° Il Progetto Soggiorni: vacanze estive esclusivamente in piccolissimi gruppi nei normali alberghi di mare e di montagna e in periodi di alta stagione (ricevendo a volte anche rifiuti, dettati da paure di sconvolgere la normale clientela per la presenza di persone con disabilità!).
° L’inclusione scolastica anche attraverso il teatro: un progetto di laboratorio teatrale denominato “Piero Gabrielli”, che sosteneva (e sostiene tuttora!) un’esperienza di inclusione conseguita da alunni delle scuole medie cittadine, proporzionalmente con e senza disabilità, realizzando e rendendo visibile una tale stretta inclusione con pièce teatrali altamente professionali, rappresentate, oltreché nei teatri di Roma, in diverse città italiane, nonché a Perth (Australia), in Spagna, Francia, Montecarlo, Tunisia.
° I progetti di formazione e inclusione lavorativa attraverso borse lavoro e commesse di lavoro a cooperative integrate;
° I progetti e interventi particolari per specifiche categorie, quali, ad esempio, in affidamento all’AIPD di Roma (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down): Percorsi di educazione all’autonomia, Servizio di informazione e consulenza, Servizio inserimento lavorativo.
° Il Progetto Filippide, attività sportive con persone con disabilità complesse.
° Il sostegno economico a progetti sociali dei Centri Diurni cittadini, gestiti dai Dipartimenti di Salute Mentale.
° Il Servizio Personalizzato SAISH (Servizio di Aiuto per l’Inclusione Sociale della (H) Persona con Disabilità): una progettazione personalizzata di interventi riguardanti le esigenze reali delle persone, dai bisogni assistenziali alla valutazione delle loro energie, delle loro potenzialità e delle loro possibilità di autodeterminazione, da sostenere e/o potenziare. Due le possibilità di gestione: in forma diretta attraverso la scelta di un gestore tra gli accreditati, con realizzazione di piani di intervento personalizzati (chiamato “pacchetto di servizio”) e la sottoscrizione di un vero contratto assistenziale; l’altra possibilità, la gestione in forma indiretta attraverso un concordato sostegno economico erogato alla persona e finalizzato unicamente alla copertura totale o parziale dei costi sostenuti per l’assunzione di un assistente personale. Una piccola osservazione: mi duole constatare come questo Servizio stia forse andando piano piano verso una riduttiva semplificazione di sola assistenza domiciliare!.
° Il Progetto Residenzialità: un “Durante/Dopo/DiNoi” creato nel 1995 (Deliberazione di Giunta Comunale n. 4373 del 29 dicembre 1995), anticipando di molto la Legge Nazionale 112/16. Quel progetto garantisce tuttora la possibilità a persone di convivere (massimo 6) – dopo una preventiva accertata buona possibilità di convivenza – in case/famiglia di civile abitazione, sostenute da progetti personalizzati garantiti da un Ente Gestore accreditato con operatori in numero adeguato e in base al complessivo “progetto di vita di quella precisa casa/famiglia”. Quello stesso progetto, inoltre, era dotato di uno strumento di valutazione denominato MAVS (Modello Attivo di Valutazione delle Strutture), un sistema di valutazione partecipato che comprendeva schede di autovalutazione collettiva di tutti gli operatori del gestore. Tale valutazione, inviata poi al Servizio Comunale, veniva a sua volta da questo valutata, con successivi eventuali suggerimenti di cambiamenti per l’Ente Gestore. Dopo tanti anni e la notevole presenza di molte case/famiglia in Roma, mi piacerebbe conoscere se oltre alle richieste periodiche di aggiornamenti delle rette, gli Enti Gestori siano ancora vincolati e regolarmente monitorati dal MAVS e dimostrino che sia ancora operante un attento e costante monitoraggio riguardante il progetto globale di quella determinata casa/famiglia, della struttura abitativa di essa, della qualità degli operatori, dell’apertura al territorio in coordinamento con gli altri servizi territoriali; del protagonismo delle persone e della rilevazione della loro soddisfazione. Il tutto, ovviamente, documentato e scritto!
Anche qui una seria considerazione: appare alquanto strano come di questa pluriennale esperienza di un “antico e buon Dopo di Noi” non si faccia alcun riferimento nella Deliberazione Capitolina di Roma n. 483 del 15 dicembre 2025 che detta le nuove Linee guida per l’attuazione della legge 112/2016, e che dovrebbe ridisegnare il “Dopo di Noi” a Roma!

Alla fin fine questa modalità di decidere ancora settorialmente non produce cambiamenti tali da completare o rinnovare l’esistente. Sembra che non si abbia ancora una visione unitaria dei problemi e delle soluzioni: si progetta e si pianifica come se nulla fosse stato fatto fino ad allora. Credo che questo modo di agire difficilmente potrà rinnovare il nostro welfare territoriale, ma potrà solo stancamente continuare a produrre servizi settoriali con sequenze di nuove proposte svincolate dall’esistente e senza mai dare vere risposte ai tanti problemi esistenziali delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

E poi arriva il tempo delle parole…
È questo il tempo che si colora di grandi annunci e di pochi veri, utili, attesi cambiamenti a sostegno di una serena e buona vita per le persone. Mi viene, in proposito, un tremendo cattivo pensiero: si agisce per annunci di nuovi mirabolanti Piani, Progetti e Cambiamenti, sapendo, in realtà, che saranno difficilmente attuabili?
Questo, ormai, sta forse diventando quel temuto periodo (lungo, in verità) in cui la Politica tenta di mascherare quella complessiva poca disponibilità di risorse di ogni tipo. Volete una brutta conferma di quanto sto dicendo? Basta sfogliare i diversi deliberati governativi relativi alle nuove proposte progettuali e accorgersi come quasi tutte riportino quella particolare indicazione finale: il tutto viene attuato «con le risorse umane, strumentali ei finanziarie previste a legislatura vigente»! Cioè senza risorse aggiuntive! Ed ecco perché siamo alla sola, continua produzione prevalentemente (o esclusivamente?) di parole; all’ossessiva istituzione di Tavoli progettuali; alla pubblicazione di altisonanti Piani Triennali; di Progetti pluriennali di settore, di Sperimentazioni e Riforme che vagano di anno in anno; di Commissioni permanenti che, con analisi e studi di profondità, suggeriscono a loro volta ulteriori Progetti Pluriennali; di Deliberazioni Regionali con montagne di pagine per ri-spiegare il progetto di vita e/o i Sistemi operativi come il Budget di Salute…
Non credo sia difficile constatare come, in mancanza di risorse, le Istituzioni Pubbliche siano portate a mascherare il tutto producendo (esclusivamente?) “parole su parole”, e, da un po’ di tempo, anche attraverso costose riviste patinate… Ma noi (e soprattutto le famiglie!) sappiamo che con le sole parole non si producono buone qualità di vita. Conosciamo già tutto del mondo delle disabilità e tutto in sintesi ci porta a riaffermare, per l’ennesima volta, come semplicemente per le persone sia necessario e vitale avere, prima di tutto, la presenza forte e dialogante di “veri accompagnatori professionalmente competenti”, che siano presenti in ogni territorio e si organizzino in Servizi Pubblici Sociosanitari integrati, in numero adeguato in rapporto alla popolazione residente in quello stesso territorio!
Queste adeguate presenze, questi Servizi altamente professionali e creativi rappresenterebbero il vero cambiamento epocale, poiché sanno produrre, adeguare e rinnovare sapientemente, di tanto in tanto, i sostegni per assecondare la complessità e ai cambiamenti esistenziali delle persone con disabilità.
Questi Servizi, inoltre, devono poter costantemente dialogare, essere ascoltati e creare buone sintonie con i decisori politici del proprio territorio, per poter adeguare ogni iniziativa di sostegno con risorse finanziarie e professionali congruenti, con vincolanti azioni di coordinamento con gli altri Servizi Pubblici territoriali e la possibilità di ottenere buone complementarietà di accreditati Enti del Terzo Settore.
A questi Servizi Territoriali serve il mandato istituzionale per esercitare la presa in carico multidimensionale e precoce, per saper promuovere una partecipata costruzione di singoli progetti di vita personalizzati e poterli dotare – concretamente – di un budget integrato che io, lo ricordo ancora, chiamo “budget di salute”, ovvero quello che costituisce il famoso “zainetto personale” che ogni tanto deve essere controllato, valutato e magari svuotato, e di nuovo riempito di quelle necessarie risorse economiche, professionali e relazionali, adeguate per sostenere una buona qualità dell’esistenza di quella singola persona!
A quei Servizi è inoltre richiesto che sappiano attivare, coinvolgendo tutti gli interessati, una periodica e completa valutazione dello stato di bene-essere di ogni persona e che, infine, sappiano proporre autorevolmente alla propria Amministrazione Pubblica la necessità di approvare ogni anno un programma di quali e quanti progetti unitari debbano essere tenuti attivi e/o debbano essere incrementati e di quali e quante risorse siano effettivamente necessarie per renderli operativi e quindi disponibili.
Sono questi i doveri di ogni Servizio Pubblico Territoriale. E sappiamo anche quale debba essere la loro singolarità: essere forti e competenti Servizi Pubblici che costruiscono giorno per giorno un permanente sistema territoriale in grado di sostenere e accompagnare la complessità esistenziale delle persone con disabilità.
Tutto questo conferma e rende altamente visibile una buona presenza pubblica territoriale. Solo da questa complessa e unitaria operatività nel territorio sarà possibile e concretamente attuabile quella buona esigibilità dei diritti sociali declinati dalla Convenzione ONU!

Serve una buona e riflessiva azione comunitaria
Per continuare dunque ad essere coerenti nel tempo con la mission del proprio Servizio e rimanere fortemente creativi in quella suggestiva capacità di accompagnare e sostenere le cangianti vite delle persone – e in particolare delle persone con disabilità – serve, come spesso mi è capitato di raccontare anche su queste pagine, una periodica e attenta riflessione comunitaria di tutti i professionisti – pubblici e di Terzo Settore – sul proprio operato, per allontanare, prima di tutto, il pericolo di perdersi in azioni settoriali e ripetitive (forse rassicuranti per gli operatori, ma fortemente negative per gli altri!) e non accontentarsi di dispensare qua e là qualche sollievo a persone con bisogni eclatanti.
È questo il modo migliore per riflettere e dimostrare tutta la ricchezza di un lavoro capace di trasformare i contesti di vita attraverso una seria progettazione a più voci e un’alta integrazione sociosanitaria. Diversamente dovremo aspettarci “incrostazioni decisionali” che, a loro volta, generano prassi operative automatiche, fortemente resistenti al cambiamento, diventando un poderoso ostacolo al buon funzionamento dei Servizi e delle diverse professioni.
Fare quella periodica riflessione comunitaria potrebbe altresì rafforzare quel patrimonio culturale e valoriale (in particolare facendo attenzione alla nostra Costituzione e alla Convenzione ONU), per essere maggiormente riconosciuto e condiviso da tutti, e diventare da subito, finalmente, motore di ogni quotidiana prassi di lavoro di ogni servizio pubblico che sostiene quel potente dovere di organizzare con creatività continua l’aiuto alle persone e rendere effettivamente esigibile il diritto alla salute; il diritto ad una buona qualità della vita e delle relazioni; il diritto alla casa e al lavoro; il diritto ad esercitare un potere contrattuale per mantenere e migliorare la qualità della propria vita.
In tale prospettiva – lo riaffermo con forza – non è pensabile che possano ancora esistere progetti e servizi che di fatto accettino la separazione tra servizi sociali e servizi sanitari e la solitaria azione, rigorosamente prestazionale, delle professioni. Sappiamo che le risorse professionali costituiscono l’elemento strategico di un Servizio, ma sappiamo anche che un buon Servizio territoriale deve sapere “utilizzare” bene quelle professioni per poter agire sulla complessità degli interventi del “prendersi cura” delle persone.

In sintesi conclusiva è solo nella qualità delle relazioni quotidiane che le professioni saranno in grado di garantire, il bene-essere delle persone. Serve, però, anche una buona capacità di far conoscere alla comunità sociale i processi di aiuto e sostegno, perché oltre ad essere conosciuti, quei processi necessitano anche – improrogabilmente – del sostegno della stessa comunità sociale, producendo in tal modo, finalmente, quell’esplosione di buona e tanta qualità di vita delle persone e soprattutto delle persone con disabilità.

*Già direttore del Servizio Disabilità e Salute Mentale di Roma Capitale.

Sui temi qui trattati suggeriamo anche la lettura, sempre sulle nostre pagine, di Processi tecnici e culturali legati all’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, intervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo (a questo link).

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La seconda edizione di “Terzo-Premio Claudia Fiaschi”: strumenti nuovi a chi guarda al Terzo Settore con interesse

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1.500 euro e 2.500 euro rispettivamente alla migliore tesi di laurea magistrale e alla migliore tesi di dottorato di ricerca sul valore e l’impatto del Terzo Settore: sono i premi che andranno ai vincitori della seconda edizione di “Terzo-Premio Claudia Fiaschi”, iniziativa promossa dal Forum del Terzo Settore, in collaborazione con «Corriere Buone Notizie», intitolata a colei che fu cooperatrice sociale, già portavoce dello stesso Forum e personalità di assoluto rilievo nel mondo del Terzo Settore

1.500 euro e 2.500 euro rispettivamente per la migliore tesi di laurea magistrale e per la migliore tesi di dottorato di ricerca, discusse nel 2025, sul valore e l’impatto del Terzo Settore: sono i premi che andranno ai vincitori della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi, iniziativa cui si potrà ancora partecipare fino al 30 marzo, promossa dal Forum del Terzo Settore, in collaborazione con «Corriere Buone Notizie», intitolata a colei che fu cooperatrice sociale, già portavoce dello stesso Forum Terzo Settore e personalità di assoluto rilievo nel mondo del Terzo Settore, scomparsa due anni fa. Terzo (sottotitolo Le energie delle rivoluzioni civili) è il titolo del libro di cui Fiaschi fu autrice, pubblicato nel 2022 dal «Corriere della Sera».
«Come nella prima edizione del bando – spiegano dal Forum del Terzo Settore -, anche per il 2026 si presterà maggiore attenzione alle tesi dedicate ai seguenti temi, particolarmente cari a Claudia Fiaschi: soluzioni di welfare di comunità; innovazione nei servizi educativi e nel contrasto alla povertà educativa; parità di genere e leadership femminile nello scenario dell’economia sociale; finanza e sostenibilità per l’ecosistema del Terzo Settore; comunicazione sociale; impiego dell’intelligenza artificiale per il bene comune».

Le candidature saranno valutate da un Comitato Scientifico composto da Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna; Luca Gori, docente associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; Stefano Granata, presidente Confcooperative-Federsolidarietà; Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore; Elisabetta Soglio, direttrice di «Corriere Buone Notizie»; Paolo Venturi, direttore dell’AICCON.
«Con questa iniziativa – sottolinea Giancarlo Moretti -, il ricordo di Claudia diventa impegno a proseguire la sua spinta innovatrice, coinvolgendo i giovani e dando loro protagonismo. Lo scorso anno Terzo-Premio Claudia Fiaschi ha riscosso un notevole successo, ora puntiamo a renderlo un riferimento sempre più autorevole e riconoscibile nel mondo accademico e del Terzo Settore. Vogliamo infatti che le idee di Claudia Fiaschi raggiungano e ispirino sempre di più studenti e ricercatori universitari, e, contemporaneamente, vogliamo dare strumenti e opportunità nuove a chi guarda al Terzo Settore con interesse».

Come detto, il bando di partecipazione (disponibile a questo link) resterà aperto fino al 30 marzo e gli esiti saranno resi noti a partire dall’11 maggio sul sito del Forum del Terzo Settore e su «Corriere Buone Notizie». I vincitori e le vincitrici saranno premiati nel corso dell’Assemblea dei soci del Forum Terzo Settore, in programma anch’essa a maggio. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Processi tecnici e culturali legati all’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

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«Solitamente – scrive Maurizio Cocchi – parliamo, forse anche troppo spesso, di noi persone con disabilità e dei nostri diritti; tuttavia, raramente vengono affrontati i temi riguardanti gli altri attori che hanno un ruolo fondamentale nell’attuazione dei diritti fissati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, vale a dire gli attori tecnici dei processi di inclusione e gli strumenti che vengono usati. Ne abbiamo parlato con Giampiero Griffo» Una realizzazione grafica dedicata alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

È con grande piacere che colgo l’occasione di intervistare Giampiero Griffo, attivista per i diritti umani (Human Rights Defender) e studioso dei diritti delle persone con disabilità, nonché membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International). Griffo è anche ben noto al pubblico di Superando per i suoi interventi precisi e documentati.
Con lui affrontiamo un tema non sempre di immediata attualità, ma che serpeggia costantemente — senza emergere con la dovuta chiarezza — nel dibattito su come attuare finalmente la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Solitamente parliamo, forse anche troppo spesso, di noi persone con disabilità e dei nostri diritti; tuttavia, raramente vengono affrontati i temi riguardanti gli altri attori che hanno un ruolo fondamentale proprio nell’attuazione di questi diritti: gli attori tecnici dei processi di inclusione e gli strumenti che vengono usati. Cosa devono fare questi professionisti? Secondo quale impostazione? Con quali finalità e obiettivi? E, soprattutto, qual è il rapporto che devono instaurare con le persone con disabilità?

Dottor Griffo, potremmo suddividere il ruolo dei tecnici secondo tre direttrici- fondamentali: un ruolo di approccio culturale socio sanitario alle persone con disabilità; un ruolo educativo (di empowerment) e di supporto appropriato all’accesso ai diritti; infine, un ruolo regolatore, deputato a individuare i bisogni e assegnare le risorse per la costruzione di un progetto di vita. Partiamo dalla prima area.
«Analizzando la situazione italiana, il tema degli operatori è strettamente legato alla loro formazione di base — sia quella universitaria che quella dei centri privati — rispetto alle “rivoluzioni” introdotte dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Questa Convenzione, va ricordato, è stata ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, entrando a far parte del nostro ordinamento. Dobbiamo però sottolineare con rammarico che le Università italiane formano poco gli operatori in questo àmbito. Nella gran parte dei casi, la formazione si limita ai vecchi approcci basati sul modello medico-individuale, che vede nella persona con disabilità solo delle “carenze psico-fisiche” che impediscono lo svolgimento delle attività quotidiane o l’accesso ai diritti. La Convenzione ONU ha invece ribaltato questa lettura: alle limitazioni funzionali della persona va accompagnata l’analisi della relazione tra l’individuo e il suo ambiente di vita. Le difficoltà sono influenzate da barriere, ostacoli e discriminazioni che impediscono di partecipare alla vita comunitaria in eguaglianza di opportunità. È un cambiamento sostanziale. Purtroppo, ancora oggi, molti operatori restano ancorati al modello che colpevolizza l’individuo singolo per le caratteristiche sanitarie che producono l’esclusione.
Comprendere il passaggio dal modello medico al modello sociale della disabilità è il primo pilastro formativo di cui un operatore dovrebbe disporre. Oggi in Italia questa carenza produce situazioni quasi “schizofreniche”. Prima della riforma introdotta dalla Legge Delega 227/21, abbiamo visto enormi difficoltà nell’applicare modelli innovativi come il “Dopo di Noi”, la Vita Indipendente o il Budget di Salute. Sono modelli che hanno introiettato i princìpi della Convenzione, ma che gli operatori spesso non riescono a tradurre in pratica, proprio perché non li sanno coniugare all’interno del modello attuale di welfare.
Un altro elemento critico riguarda la natura dei servizi territoriali, spesso predefiniti. Non si valuta la persona nelle sue esigenze specifiche; al contrario, si predefiniscono i bisogni “standard” e si assegna il servizio corrispondente (riabilitazione, materno-infantile, istituzionalizzazione ecc.). Questa “griglia” rigida è stata denunciata a Ginevra nel 2016 durante la prima valutazione dell’impatto della Convenzione ONU sul nostro Paese: è emerso chiaramente che sono proprio i sistemi di welfare attuali, basati sul modello medico, a rendere problematica l’applicazione della Convenzione e dei diritti ad essa legati. È necessario pertanto riformulare le modalità di intervento e l’intera organizzazione dei sostegni affinché l’obiettivo degli interventi pubblici sia la piena partecipazione in eguaglianza di opportunità, come per ogni altro cittadino e cittadina.
Nel nostro Paese, la citata Legge Delega 227/21 ha provato a dare una risposta adottando la definizione di disabilità della Convenzione e puntando su progetti personalizzati e partecipati. Attenzione, però: “personalizzato” non significa “individuale” nel senso burocratico del termine. Spesso il “progetto individuale” finisce infatti per coincidere semplicemente con il servizio a cui viene affidata la persona. Il progetto personalizzato, invece, si concentra sulle esigenze e sulle modalità con cui l’individuo deve essere sostenuto per partecipare al massimo livello possibile alla vita comunitaria.
Le persone con disabilità hanno il diritto — riconosciuto appunto dalla Legge 227/21 e dai Decreti Attuativi di essa — di partecipare attivamente sia alla fase di valutazione che a quella di progettazione. È una rivoluzione culturale che risponde a una domanda semplice: i cittadini devono dipendere dagli operatori nelle scelte della propria vita, o devono poter scegliere autonomamente, con il sostegno dei tecnici, quali obiettivi darsi e come sviluppare le proprie potenzialità e capacità? Questo richiede un cambio di mentalità. I territori devono comprendere che i servizi non esauriscono le possibilità di sostegno e che le persone (e le loro famiglie, qualora non possano rappresentarsi da sole) hanno ora nuovi poteri di partecipazione.
La sfida resta l’applicazione omogenea su tutto il territorio nazionale: con 20 Regioni e 20 welfare differenti, il rischio è che una riforma nazionale venga classicamente applicata “a macchia di leopardo”. Siamo ancora agli inizi della sperimentazione e dobbiamo vigilare affinché le Associazioni del territorio siano coinvolte attivamente».

Giampiero Griffo

Dunque, sul piano sanitario, educativo e assistenziale riscontriamo una carenza formativa. Ma i servizi sociali hanno anche un ruolo regolatore: sono loro a stabilire quali risorse destinare al progetto di vita…
«Esatto, e qui il tema tocca i sistemi di valutazione. La riforma è rimasta in parte ambigua, mantenendo una forte contraddizione tra la valutazione basata sui barèmes (le percentuali di invalidità) e la definizione di persona con disabilità della Convenzione. Le percentuali di invalidità nascono a fine Ottocento con Bismarck in Germania per scopi risarcitori (risarcire le persone colpite da incidenti sul lavoro o ferite di guerra). In quel contesto era legittimo: bisognava cioè quantificare un danno per assegnare un indennizzo economico e il danno veniva quantificato sulla parte del corpo che veniva limitata. Tuttavia, questo approccio risarcitorio è rimasto la base dei welfare mondiali, deciso dopo la prima guerra mondiale per valutare l’accesso ai benefìci e alle provvidenze pubbliche. Questo strumento, però, non serve a valutare la persona nella sua interezza, bensì solo la sua “limitazione funzionale”. E produce spesso uno stigma sociale fortissimo.
Porto il mio esempio: sono riconosciuto invalido al 100%. Secondo quel parametro, dovrei avere le limitazioni più elevate. Eppure, ho condotto una vita pienamente inclusiva: ho visitato 74 Paesi e sono attivo a livello internazionale, ho lavorato come responsabile nella Biblioteca Nazionale di Napoli, ho guidato l’auto con una patente speciale, ho condotto una vita indipendente. Tutto questo non è derivato dai servizi pubblici, anzi: spesso il sistema mi ha complicato l’esistenza, come quando hanno cercato di togliermi l’indennità perché avevo preso la patente. Questo accade perché si pensa che una limitazione funzionale complessa non possa vivere una dimensione di inclusione, come invece spiega la Convenzione ONU.
Il sistema delle percentuali di invalidità inoltre ha assegnato ai medici legali un potere immenso, perché sono loro che usano le tabelle percentuali, che assegnano l’accesso ai diritti. Però questo sistema non dice nulla sulla persona, non ne descrive le caratteristiche né la relazione con il contesto di vita, impoverendo la descrizione delle persone solo alle loro “mancanze”.
L’attuale riforma supera solo parzialmente questa logica. Rimane la confusione tra chi deve assegnare benefìci economici e chi deve valutare come la società “disabilita” l’individuo.
La Legge 227/21 ha introdotto l’uso dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il che è positivo perché evidenzia la relazione tra persona e ambiente. Tuttavia, l’ICF, nata nel 2001, prima della Convenzione ONU, ha dei limiti: non riconosce infatti esplicitamente le barriere e le discriminazioni come violazioni dei diritti umani, trattandole talvolta come meri fatti tecnici. Inoltre, trascura i “fattori personali” che sono invece centrali in un progetto personalizzato e partecipato».

Cosa si dovrebbe fare, dunque?
«Ce lo dice l’articolo 26 della Convenzione, che distingue la riabilitazione dall’abilitazione. Il vecchio sistema di welfare si concentra sulla riabilitazione (cercare di “aggiustare la persona”) o sull’assistenza che la persona riceve passivamente. L’abilitazione, invece, riguarda il potenziamento della capacità di funzionamento della persona. Se io ho viaggiato in 74 Paesi pur essendo in sedia a rotelle, è perché sono stato “abilitato” a muovermi nel mondo, gestendo le mie limitazioni, imparando ad affrontare barriere anche dove non c’erano leggi sull’accessibilità.
Abilitare significa capire come le persone funzionano. Come sostiene l’AAIDD (American Association on Intellectual and Developmental Disabilities), alle persone di cui si occupa non “manca” nulla: hanno solo un modo di funzionamento diverso. Poiché la “normalità” statistica non esiste — siamo 8 miliardi di individui tutti diversi — l’operatore deve imparare a intendere come una persona comunica, cosa considera importante e come può essere sostenuta per partecipare alla vita di comunità.

Maurizio Cocchi

I servizi, dunque, vanno rivoluzionati: non più solo cure e assistenza, ma empowerment. Le persone sono disabilitate dal mondo (autobus inaccessibili, stigma nel lavoro, operatori che non credono nella loro autonomia), impoverite da barriere, ostacoli e discriminazioni, disabilitate dalla società, ma non dalla loro condizione. L’abilitazione deve fornire i sostegni appropriati — assistenti personali, tecnologie, formazione — per permettere a ognuno di autodeterminarsi e diventare cittadino. Le persone con disabilità non sono più oggetto di decisioni prese da altri, ma sono il soggetto del cambiamento, e quando partecipano in maniera competente alle decisioni che le riguardano producono innovazione. Come membro del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, stiamo promovendo un documento europeo, insieme all’UEMS PRM, l’Unione Europea dei Medici Specialisti in Riabilitazione, per definire meglio i profili di funzionamento, perché l’abilitazione non è un’attività prevalentemente medica: riguarda l’educazione, il lavoro, le politiche sociali e la vita indipendente e quindi coinvolge altre competenze professionali.
Un ultimo punto fondamentale, infine, è la deistituzionalizzazione. La logica del modello medico porta spesso come soluzione finale l’istituto, soprattutto per le persone con disabilità complesse. La Convenzione e i documenti dell’ONU chiedono invece di superare questa realtà, riconvertendo i fondi destinati agli istituti a quelli indirizzati all’inclusione. In Italia questo processo non è ancora pienamente inserito nelle politiche pubbliche, tanto che i Decreti Delegati della Legge 227/21 hanno cancellato la parola, in contraddizione con la Legge stessa.
Dobbiamo scardinare il modello medico-individuale e per applicare realmente la Convenzione in Italia serve una cultura diffusa che metta in campo l’attività di cittadinanza consapevole delle persone con disabilità, delle famiglie e delle associazioni, basandosi sul modello sociale della disabilità».

Mi fermerei qui, dato che l’intervista è stata molto densa, ma mi riservo di fare altri approfondimenti in futuro.
«Certamente. Vorrei solo aggiungere che tutto questo presuppone che le persone con disabilità e le loro organizzazioni si attrezzino per questo cambiamento. La legge oggi dà il potere di partecipare, ma bisogna farlo in maniera competente per saper trasformare i modelli di welfare nella direzione corretta».
Grazie, Griffo, alla prossima.

*Giampiero Griffo è attivista per i diritti umani, studioso dei diritti delle persone con disabilità, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled People’s International) e del Consiglio dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, oltreché preziosa e frequente firma di Superando; Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e anch’egli firma di Superando (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità motoria.

La versione integrale della videointervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.

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A volte basta la chiave giusta per aprire un mondo!

Superando -

«L’illustratrice sammarinese Nicoletta Ceccoli, artista di fama internazionale le cui opere sono esposte in gallerie e musei in tutto il mondo, ha voluto offrirci – scrivono da Attiva-Mente, Associazione della Repubblica di San Marino -, una sua personale interpretazione del concetto di Vita Indipendente, per raccontare con la forza poetica dell’arte uno dei princìpi più importanti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (©Nicoletta Ceccoli per Attiva-Mente)

L’illustratrice sammarinese Nicoletta Ceccoli, artista di fama internazionale le cui opere sono esposte in gallerie e musei in tutto il mondo, ha voluto offrire alla nostra Associazione [Attiva-Mente] una sua personale interpretazione del concetto di Vita Indipendente.
Le sue illustrazioni raccontano, con la forza poetica dell’arte, uno dei princìpi più importanti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nell’immagine qui a fianco riprodotta una bambina in carrozzina guarda verso il cielo, dove fluttuano alcune dimensioni fondamentali della vita: la casa, lo studio, il lavoro, gli affetti. Tutte sembrano chiuse da una serratura.
La Vita Indipendente non è un privilegio né un dettaglio delle politiche sociali: è la chiave che permette di aprire le porte della propria vita, scegliendo quali, quando e come aprirle e, soprattutto, chi deve tenere la chiave in mano.
Questo gesto di grande e incondizionata generosità nei nostri confronti non può che renderci orgogliosi del nostro impegno e testimonia non solo una sincera amicizia, ma anche la vicinanza e la sensibilità dell’artista verso il tema dei diritti e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Le illustrazioni saranno utilizzate anche per la realizzazione di alcuni materiali e gadget solidali, che ci aiuteranno a continuare il nostro lavoro di sensibilizzazione e promozione della Vita Indipendente.
A Nicoletta Ceccoli va il nostro più sincero e affettuoso ringraziamento per questo gesto di attenzione e per aver scelto di mettere la sua arte al servizio di un messaggio così importante.
Perché a volte basta una chiave, quella giusta, per aprire un mondo.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Lavoro e disabilità: non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete

Superando -

«Per l’argomento della mia tesi – racconta Alessandro Rosa, giovane neolaureato con disabilità motoria – ho scelto di convogliare tutta la rabbia e la frustrazione di avere trovato presso le aziende solo porte chiuse per un mio tirocinio. Le tecnologie, infatti, esistono già per annullare quasi ogni limitazione fisica e la mia ricerca dimostra che non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete. La mia tesi, quindi, è un vero e proprio appello» Foto di gruppo per Alessandro Rosa nel giorno della sua laurea

In occasione della recente Giornata delle Malattie Rare del 28 febbraio, la UILDM Nazionale (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ha chiesto al proprio volontario Alessandro Rosa di raccontare cosa è successo quando ha provato a inserirsi nel mondo del lavoro, per completare il suo percorso di studi universitari. La sua testimonianza è stata pubblicata nel sito della UILDM stessa e ben volentieri la riprendiamo qui, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Sono Alessandro Rosa, un ragazzo di 26 anni disabile motorio con la SMA [atrofia muscolare spinale, N.d.R.]. Mi sono laureato a novembre 2025 nel corso magistrale in Economia Aziendale, specializzazione Direzione d’Impresa, Marketing e Strategia, all’Università degli Studi di Torino.
Vivo a Torino con la mia famiglia: mia mamma, mio papà, mia sorella, mio fratello e una cagnolina. Penso che sia importante vivere e non sopravvivere. Oltre allo studio, amo andare ai concerti e viaggiare. Per un viaggio, come anche per un’uscita a Torino, spesso ci si trova a dover pianificare tutto nei minimi dettagli: verificare l’accessibilità, telefonare per ottenere informazioni specifiche, cercare soluzioni alternative. Una cena fuori o una vacanza diventano imprese complesse.
Torino, purtroppo, ha ancora moltissime barriere: ne sono esempi scale senza ascensori, marciapiedi senza rampe, porte troppo strette, o spazi non adatti a chi utilizza una sedia a rotelle. Ma la questione dell’accessibilità è molto più ampia e articolata: riguarda anche l’ambiente, i mezzi di trasporto, le tecnologie, la comunicazione e perfino gli atteggiamenti sociali.
Nel mio percorso di studi era obbligatorio un tirocinio per il conseguimento della laurea. Desideravo affrontarlo in azienda come tutti e tutte i miei colleghi e colleghe. Mi muovo su una sedia a rotelle elettronica, ma sono autonomo e attrezzato: uso il PC, il cellulare, con tutti i miei dispositivi integrati e connessi wireless. Nonostante questo, ho bussato alle porte di una decina di aziende, incluse grandi realtà che si autodefiniscono sostenibili e inclusive, e ho ricevuto solo porte chiuse.
Questa esperienza mi ha lasciato amareggiato, deluso e disanimato. Alla fine, ho svolto un tirocinio accademico di ricerca con la professoressa Pellicelli, che ringrazio per la sua sensibilità e gentilezza, concentrandomi sul Made in Italy e il fenomeno dell’Italian Sounding.
Per l’argomento di tesi ho scelto di convogliare questa rabbia e frustrazione di non aver trovato aziende in un progetto costruttivo. L’ho intitolata: Industry 5.0: nuove prospettive sull’inclusione lavorativa e sulle tecnologie a supporto di persone con disabilità. La ricerca si è focalizzata su un punto cruciale: come le tecnologie attuali e future possano essere il vero motore dell’inclusione lavorativa.
Le tecnologie esistono già per annullare quasi ogni limitazione fisica. La mia ricerca dimostra che non è un problema di strumenti, ma di mentalità e leggi obsolete. Ho studiato come l’Industry 5.0 sia l’occasione perfetta per integrare persone con disabilità non per obbligo, ma per valore aggiunto. Dispositivi come l’eye-tracking o il controllo ambientale avanzato rendono superfluo quasi ogni adattamento fisico del posto di lavoro. Il problema è che le aziende e, spesso, la nostra legislazione del ’99 [Legge 68/99, N.d.R.] non lo sanno o fanno finta di non saperlo.
Quindi, la mia tesi è un vero e proprio appello: dobbiamo smettere di vedere la disabilità come una complicazione e iniziare a vederla come un bacino di talenti incredibili, persone che, per forza di cose, hanno sviluppato una resilienza e delle skill [competenze] uniche. Spero che si smuova qualche coscienza nelle aziende. Non si tratta di fare beneficenza, ma di fare business in modo intelligente.
In questo percorso, devo fare un applauso ai miei relatori, la professoressa Monica Cugno e il professor Alessandro Vicini Ronchetti. Hanno creduto moltissimo nel messaggio sociale della tesi. La loro guida è stata fantastica.
Ringrazio anche l’Università di Torino, la Facoltà di Management ed Economia, oltre all’Ufficio Disabili. Grazie alla sinergia di tutti e tre, mi sono sentito pienamente accolto.
Da dicembre ho iniziato il Master in Marketing nel Food & Beverage. Spero in un futuro lavorativo di trovare un ambiente di lavoro che valorizzi la persona come risorsa attiva.

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Le persone con disabilità e il voto al referendum costituzionale (spiegato anche in CAA)

Superando -

Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente farlo al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, che elenchiamo nel presente testo, dando spazio anche a una meritoria e utile iniziativa, attuata da Antonio Bianchi, consigliere della Federazione LEDHA, vale a dire i contenuti del referendum spiegati in CAA (Comuunicazione Aumentativa Alternativa) Una delle parti del documento che spiega il referendum costituzionale in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)

Il 22 marzo (ore 7-23) e il 23 marzo (ore 7-15) i cittadini e le cittadine del nostro Paese saranno chiamati e chiamate ad esprimersi sul referendum confermativo della legge costituzionale recante Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare (per ogni maggiore informazione sulla sostanza del quesito referendario, si veda al sito del Ministero dell’Interno).
Potranno esercitare il diritto di voto tutti i cittadini e le cittadine che abbiano compiuto i 18 anni e come sempre sarà necessario presentarsi al proprio seggio di appartenenza con un documento d’identità munito di fotografia e con la tessera elettorale. Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente esprimere comunque le loro preferenze di voto, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, di seguito elencate.

Voto a domicilio
Le persone con disabilità che siano in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali e impossibilitate ad allontanarsi dall’abitazione in cui dimorano possono chiedere di esercitare il voto a domicilio, facendo pervenire al Sindaco del Comune in cui si è iscritti nelle liste elettorali un’esplicita richiesta (in questo caso andava fatta entro il 2 marzo).

Voto in ospedale o in casa di cura
La normativa prevede inoltre, per le persone ricoverate in ospedale o in casa di cura, la possibilità di votare all’interno del luogo di ricovero. A tal fine l’interessato o l’interessata deve presentare al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali è iscritto un’apposita dichiarazione recante la volontà di esprimere il voto nel luogo di cura e l’attestazione del direttore sanitario dello stesso luogo di cura comprovante il ricovero. Tale dichiarazione, da inoltrare per il tramite del direttore amministrativo o del segretario dell’istituto di cura, deve pervenire al Comune non oltre il terzo giorno antecedente la votazione.

Voto assistito
Le persone cieche, quelle amputate delle mani, affette da paralisi o da altro impedimento di analoga gravità, ossia coloro che sono fisicamente impediti nell’espressione autonoma del voto, possono essere accompagnate all’interno della cabina elettorale da un familiare o da un altro elettore scelto appunto come accompagnatore, che può essere iscritto nelle liste elettorali di un qualsiasi Comune italiano.
Possono quindi essere ammessi all’espressione del voto con l’assistenza di un accompagnatore gli elettori:
° che presentando apposita certificazione sanitaria abbiano ottenuto, da parte del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, l’inserimento sulla propria tessera elettorale dell’apposito Codice AVD, che sta per “diritto voto assistito”. Questo timbro, corredato dalla sottoscrizione di un delegato del Sindaco, è collocato nella parte interna della tessera, e precisamente sulla facciata a fianco di quelle contenenti gli spazi per la certificazione del voto oppure, se ciò non è stato possibile per la presenza di annotazioni, nello spazio posto sotto la scritta Circoscrizioni e collegi elettorali.
° il cui impedimento fisico nell’espressione autonoma del voto sia evidente.
Quando poi sulla tessera elettorale non è presente l’annotazione permanente per il voto assistito, e l’impedimento fisico dell’elettore non risulta evidente, il diritto ad essere accompagnati in cabina può essere dimostrato tramite un certificato medico rilasciato da un medico funzionario designato dalla competente Azienda Sanitaria Locale, ove si attesti in modo esplicito che l’infermità fisica impedisce all’elettore/elettrice di esprimere il voto autonomamente, rendendo necessario l’aiuto di un altro elettore.
Nessun elettore può esercitare la funzione di accompagnatore per più di una persona con disabilità.

Elettori non deambulanti
Nel caso in cui il seggio assegnato a un elettore con difficoltà di deambulazione non sia accessibile, egli può esprimere il suo diritto al voto presso un’altra sezione del Comune. Per farlo, deve esibire al Presidente del seggio prescelto, insieme alla tessera elettorale personale, un’attestazione medica di “Impossibilità o capacità gravemente ridotta di deambulazione”, rilasciata gratuitamente dai medici dell’ASL, anche in precedenza per altri scopi, o presentando semplicemente la copia autentica della patente di guida speciale.
Da ricordare anche che, in occasione delle varie consultazioni elettorali, molti Comuni organizzano servizi di trasporto pubblico gratuito in modo da facilitare agli elettori con disabilità il raggiungimento del seggio elettorale (per le relative informazioni, contattare il proprio Comune di residenza).

Rilascio dei certificati
Per rendere più agevole l’esercizio del diritto di voto, le Unità Sanitarie Locali, nei tre giorni precedenti la consultazione elettorale, garantiscono in ogni Comune la disponibilità di un adeguato numero di medici autorizzati per il rilascio dei certificati di accompagnamento e dell’attestazione medica di cui all’articolo 1 della Legge 15/91 (articolo 29 della Legge 104/92).

Il referendum spiegato in CAA
In conclusione ci piace segnalare un’iniziativa assai utile e meritoria attuata da Antonio Bianchi, consigliere della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ossia un testo in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) che spiega, in modo semplice ed efficace, le ragioni del “Sì” e quelle del “No” (a questo link è possibile consultare il documento in versione sfogliabile). Per ciascuna delle due opzioni di voto, infatti, vengono indicate cinque motivazioni, sintetizzate rispettivamente a partire dai documenti elaborati dall’Unione delle Camere Penali (per il “Sì”) e dal Comitato per il “No”. Nel testo viene inoltre spiegato alle persone con disabilità che, in caso di indecisione, è possibile anche votare scheda bianca.
«Questo documento – sottolineano dalla LEDHA – è stato realizzato con l’obiettivo di rendere accessibili e comprensibili anche alle persone con disabilità cognitive (e non solo) i temi del grande dibattito pubblico. Temi spesso complessi, ma che hanno una ricaduta diretta sulla vita quotidiana di tutti e sui quali è necessario essere informati per poter compiere scelte consapevoli. La proposta è perfettibile e parziale, necessita di una conoscenza del mondo non sempre disponibile alle persone con disabilità cognitive. Vuole comunque essere un’occasione di dialogo, di approfondimento, un modo anche questo per fare politica, anche a prescindere dal voto, del cui esercizio si vuole comunque sostenere l’importanza. L’iniziativa vuole inoltre contribuire a garantire a tutti e tutte il rispetto del diritto di voto: un’informazione comprensibile, infatti, è una condizione essenziale per una partecipazione piena e consapevole alla vita democratica». (S.B.)

Ringraziamo la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) per la collaborazione.

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Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e diritto alla difesa

Superando -

«Abbiamo accolto con grande interesse – scrivono dall’Associazione Diritti alla Follia – la recente Ordinanza con cui il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo a quell’articolo della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbliatorio (TSO)»

La nostra Associazione [Diritti alla Follia] ha accolto con grande interesse l’Ordinanza del 29 dicembre 2025 con cui il Tribunale di Firenze ha rimesso alla Corte Costituzionale una questione di legittimità riguardante la disciplina del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Con tale provvedimento, infatti, il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo all’articolo 35 della Legge 833/78 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale), nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a TSO. Il giudizio davanti alla Consulta è stato quindi formalmente aperto.

Nello specifico il giudice ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità in riferimento all’articolo 24 della Costituzione, osservando che la normativa vigente non prevede alcune garanzie fondamentali per la persona sottoposta a TSO. In particolare, la legge non stabilisce:
° che il paziente debba essere informato della facoltà di nominare un difensore di fiducia;
° che l’ordinanza del Sindaco che dispone il TSO debba essere comunicata anche al difensore eventualmente nominato;
° che l’audizione del paziente davanti al giudice tutelare avvenga con la presenza del difensore;
° che anche il decreto di convalida del giudice tutelare sia comunicato al difensore.
Secondo il Tribunale, tali lacune compromettono l’effettività del diritto di difesa in un procedimento che comporta una significativa compressione della libertà personale e dell’autodeterminazione sanitaria della persona.

La decisione del giudice fiorentino si inserisce in un percorso giurisprudenziale già avviato dalla Corte Costituzionale, che con la Sentenza 76/25 aveva rafforzato alcune garanzie procedurali nel procedimento di TSO, imponendo la comunicazione del provvedimento alla persona interessata e il suo ascolto prima della convalida [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Per la nostra Associazione, questa Ordinanza rappresenta un passaggio importante per il riconoscimento dei diritti delle persone sottoposte a trattamenti sanitari coercitivi. In uno Stato di diritto, anche nelle situazioni di emergenza sanitaria o psichiatrica, devono essere garantiti contraddittorio, assistenza legale e piena tutela dei diritti fondamentali.
Auspichiamo quindi che la Corte Costituzionale colga l’occasione per colmare definitivamente questa lacuna normativa e per affermare con chiarezza che il diritto alla difesa deve essere garantito anche nel procedimento di trattamento sanitario obbligatorio.
E del resto, quella riconosciuta dal Tribunale di Firenze come una lacuna della normativa vigente è esattamente una delle criticità che denunciamo da anni. Nella nostra proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO abbiamo infatti previsto esplicitamente il diritto alla difesa tecnica della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbligatorio, con la possibilità di essere assistita da un avvocato nel procedimento di convalida davanti al giudice tutelare. Per questa posizione, abbiamo ricevuto negli anni sberleffi e alzate di spalle da gran parte della psichiatria italiana organizzata e dalla quasi totalità delle Associazioni che si presentano come paladine dei diritti dei “pazienti psichiatrici”. La questione oggi rimessa alla Corte Costituzionale dimostra invece che quella richiesta non era affatto eccentrica o provocatoria, ma individuava un problema reale di tutela dei diritti fondamentali.

*dirittiallafollia@gmail.com.

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I numeri della disabilità sono approssimativi per disinteresse o per scelta?

Superando -

«Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati – scrive Luca Grecchi – possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata»

Ottenere dati precisi sulla disabilità è spesso un problema. Se si ricerca, ad esempio, anche solo quale sia il numero di persone con disabilità in Italia, fonti pur autorevoli oscillano in stime tra i 3 e i 13 milioni. Ciò è, nella fattispecie, dovuto alla complessità della materia: non esiste infatti, come noto, una linea divisoria netta tra chi è disabile e chi no, ma solo un range di riduzione dell’autonomia personale, all’interno del quale, per varie finalità, si sceglie il punto da cui partire per le valutazioni. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la mancanza o la arbitrarietà dei dati è dovuta non alla complessità della materia, bensì ad un sostanziale disinteresse verso la medesima. Mentre infatti se si ricercano statistiche sui prezzi al consumo, sulla produzione industriale o sul commercio estero se ne trovano subito di accurate e aggiornate, non così accade per la disabilità.

Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, che rappresenta l’àmbito principale di questa mia riflessione, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata.

Nella scuola, quali sono i dati che mancano? Vorrei partire da una esperienza personale. Lo scorso anno, mentre stavo scrivendo il libro Filosofia, inclusione, comunità, cercavo una documentazione statistica. Volevo cioè sapere se gli studenti con disabilità (e magari anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento) della scuola secondaria italiana fossero, in proporzione, bocciati di più o di meno rispetto agli altri studenti. Mi chiedevo, cioè, se, dopo circa 20 anni di normative inclusive molto accurate, GLO, PEI, PDP, eccetera [acronimi che stanno rispettivamente per Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, Piano Educativo Individualizzato e Piano Didattico Personalizzato, N.d.R.], gli studenti con disabilità continuassero ad essere respinti 6 volte di più rispetto agli altri, come riportava in un suo libro del 2006 uno dei maggiori esperti in materia, ossia Raffaele Iosa. Pensavo che avrei reperito facilmente i numeri di cui avevo bisogno, ma mi sbagliavo.
All’inizio, essendo io, come alcuni sanno, primariamente uno studioso di filosofia antica, ho creduto che la colpa fosse mia: forse non sapevo cercare nei posti giusti. Chiesi allora ad amici specialisti di Pedagogia dove avrei potuto reperire rilevazioni, ministeriali o non, su questo tema. Dopo qualche giorno di silenzio, mi dissero che purtroppo nemmeno loro riuscivano a trovarne. Domandai allora al Centro Studi Erickson, forse il maggiore riferimento scientifico in Italia su questi argomenti. Mi risposero che, nel loro pur ampio catalogo, non vi era una sola pubblicazione su questo tema. Mi rivolsi a quel punto, con crescente sconcerto, direttamente al Ministero dell’Istruzione, dove un importante dirigente mi confermò l’assenza di questi dati, insieme tuttavia all’impegno a valutare la loro rilevazione per il successivo anno scolastico.

L’impressione che mi fece questa vicenda fu la seguente: decine di norme, convegni, libri sull’inclusione, ma ben poche persone, nel mondo della ricerca, realmente interessate a verificare se tutto quell’impegno abbia prodotto, per questi giovani esseri umani, almeno il risultato di evitare loro maggiori inique bocciature.
Per un adolescente con disabilità, che solitamente non viene incluso nei gruppi sociali dei coetanei, essere escluso, a causa di una bocciatura evitabile, da un contesto classe in cui magari è stato accolto bene, non è infatti solo un fallimento formativo, ma una vera e propria tragedia. Una tragedia che spesso conduce, soprattutto se il fatto si ripete, ad abbandonare la scuola: l’Eurostat rileva infatti che nel 2024 il tasso di abbandono scolastico nell’Unione Europea – verosimilmente correlato al numero di ripetenze – degli studenti con gravi forme di disabilità è stato di oltre 5 volte superiore rispetto a quello degli studenti senza disabilità. Se si considera inoltre che il suicidio costituisce la seconda causa di morte tra i giovani, e che esso risulta molto più frequente tra le persone con disabilità, vi è materia su cui riflettere.

“Dare i numeri”, dunque, in questo àmbito, non significa “sragionare”, ma, al contrario, effettuare indagini, verifiche, controlli per analizzare se, effettivamente, le misure intraprese stiano raggiungendo il loro fine, oppure, in caso contrario, se si debba correggere la traiettoria. Fare questo vorrebbe dire che l’inclusione, almeno in questi aspetti misurabili, rappresenta davvero il fine delle Istituzioni ad essa preposte. Non farlo lascia invece molti dubbi. Cosa penseremmo infatti, per fare solo un esempio, di una multinazionale che promuova decine di incontri, studi, linee guida per sollecitare l’utilizzo di un certo farmaco al fine di prevenire alcune malattie, ma che poi, venduto il farmaco, si disinteressasse totalmente di andare a vedere se, dopo un determinato lasso di tempo, l’utilizzo di quel farmaco ha effettivamente ridotto le malattie? Come minimo, penseremmo che il fine di quella impresa non era realmente la salute delle persone.
Quando i numeri mancano, in effetti, è verosimile che il problema non stia davvero a cuore a chi pure dovrebbe occuparsene. Le persone con disabilità, del resto, sono le prime a risultare “invisibili” anche nei numeri. Nella mia esperienza, ormai piuttosto lunga, mi sono in effetti trovato spesso di fronte a persone che dichiaravano di essere molto interessate a favorire l’inclusione; poche volte, tuttavia, mi sono trovato di fronte a persone realmente interessate a favorire l’inclusione.
Le parole, come scriveva Democrito circa 25 secoli fa, sono tuttavia sempre meno importanti dei fatti. Si può affermare ciò che si vuole, ma la realtà mostra la verità in maniera inequivocabile, per chi sappia comprenderla.

Gli studenti con disabilità, anche intellettiva, se adeguatamente supportati, possono raggiungere importanti traguardi scolastici, per poi inserirsi nel contesto sociale ponendo in essere tutte le loro migliori potenzialità. Ma affinché ciò si verifichi, occorre che l’inclusione diventi una teoria e una prassi diffusa. La cultura deve impegnarsi per influenzare in questo senso la politica. In caso contrario, assisteremo a crescenti processi di esclusione delle persone con disabilità, non solo dalla scuola, ma da ogni altro àmbito.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Per gentile concessione.

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La forza dell’arte e quella dell’impegno civile in un evento promosso dall’UICI di Roma

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«Un appuntamento che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite»: così viene presentato l’evento “ARR Project in Concerto”,promosso dall’UICI di Roma e finalizzato a sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti

Musica e impegno sociale si incontreranno il 13 marzo a Roma (Sala Baldini, Piazza di Campitelli, 9, ore 19) in una serata che promette emozioni profonde e un impatto concreto sulla vita delle persone. Denominato ARR Project in Concerto e promosso dall’UICI di Roma (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), l’evento sarà infatti finalizzato alla raccolta fondi per sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti.
Protagonisti della serata saranno il maestro Riccardo Caudali al sassofono e il maestro Alessandro Mariano al pianoforte, anima dell’ARR Project, duo nato dall’incontro tra jazz e grande cinema, con arrangiamenti originali, interplay costante e improvvisazioni raffinate che rendono ogni brano un’esperienza intensa e coinvolgente. «Sarà un appuntamento – sottolineano dall’UICI di Roma – che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@uicroma.it (Giovanni Fornaciari).

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