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La gara più difficile, praticamente impossibile: andare in bagno!

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Una ragazza con disabilità motoria che aveva affrontato competizioni sportive e allenamenti durissimi deve cambiare scuola per un motivo che dovrebbe essere banale in qualsiasi luogo civile: andare in bagno. «Eppure – scrive Marco Macrì – le norme e le circolari ci sono, così come c’è un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro che parla chiaro e perfino le indennità economiche per il personale. Quello che manca, così come accade spesso, è la cosa più banale: applicare tutto ciò!» La ragazza che ha dovuto cambiare scuola per l’impossibilità di andare in bagno, qui impegnata in una competizione paralimpica di tennis tavolo

La storia inizia come tante altre. Una ragazza, adolescente, determinata. Una di quelle che non si fermano davanti agli ostacoli. Anzi: li affrontano. Per anni ha praticato sport, arrivando a competere nel tennis tavolo paralimpico. Allenamenti, sacrifici, trasferte, competizioni. La dimostrazione concreta che la disabilità non definisce il valore di una persona.
Poi arriva la scuola. E paradossalmente è proprio lì che gli ostacoli diventano insormontabili.
La studentessa, con disabilità motoria in carrozzina, frequentava regolarmente il proprio istituto. Come tutti gli altri ragazzi. Con una sola necessità: avere qualcuno che potesse assisterla nel trasferimento dalla carrozzina ai servizi igienici. Un bisogno elementare. Non un privilegio. Non una richiesta speciale. Eppure, secondo quanto denunciato dalla famiglia, nell’istituto non era presente personale adeguatamente formato per svolgere questa assistenza, malgrado il Contratto Nazionale lo preveda e il personale percepisse le erogazioni economiche previste dallo stesso, e nonostante la situazione fosse nota alla dirigenza.
Il risultato è stato surreale. Una ragazza che aveva affrontato competizioni sportive e allenamenti durissimi si è trovata nella condizione di non poter frequentare serenamente la scuola per un motivo che dovrebbe essere banale in qualsiasi luogo civile: andare in bagno.
Così, alla fine, la soluzione è stata quella che troppo spesso in Italia diventa la scorciatoia del sistema: cambiare scuola. Non perché mancassero le leggi. Quelle, anzi, non mancano affatto. La Legge 104/92 stabilisce chiaramente il diritto all’integrazione scolastica degli studenti con disabilità. Il Decreto Legislativo 66/17 impone alle istituzioni scolastiche di organizzare concretamente le risorse necessarie all’inclusione. Inoltre, il già citato Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca attribuisce ai collaboratori scolastici l’assistenza materiale agli alunni con disabilità, compreso l’accompagnamento ai servizi igienici.
Le norme, dunque, esistono. Sono chiare. Nero su bianco. E allora la domanda diventa inevitabile: se le leggi ci sono, perché questa ragazza ha dovuto cambiare scuola?
Spiace constatare che, malgrado Regione, Comune e Garante per i Diritti dell’Infanzia siano da mesi al corrente della situazione attraverso le comunicazioni formali dei genitori, si sia arrivati — ancora una volta — a scaricare sulla persona con disabilità le criticità di un sistema che non funziona.
Un sistema che spesso funziona così: le leggi si approvano, i diritti si proclamano, i protocolli si firmano. Poi, quando arriva il momento di applicarli davvero, qualcuno non organizza il servizio, qualcun altro non controlla, qualcun altro ancora fa finta di non vedere. E alla fine chi paga? Sempre gli/le stessi/e Le persone più fragili.
Perché in Italia l’inclusione è spesso perfetta nei convegni, impeccabile nei documenti ufficiali, entusiasmante nei discorsi pubblici. Poi arriva la realtà. E a volte basta una carrozzina e una porta di bagno per capire quanto siamo lontani da quello che la legge — e il semplice buon senso — pretenderebbero già da anni. Perché la verità, alla fine, è più semplice e molto meno elegante dei convegni sull’inclusione.
Le norme ci sono. Le circolari ci sono. I contratti ci sono. Perfino le indennità economiche per il personale ci sono. Quello che manca, troppo spesso, è la cosa più banale: applicarle. E quando lo Stato non applica le proprie leggi, succede questo: non è il sistema che cambia, è la ragazza in carrozzina che deve cambiare scuola!

*Portavoce di Genova Inclusiva e referente nazionale della Rete Caregiver e Disabilità Italia (marcopompierege@gmail.com).

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“Racconti di Cambiamenti”: si parla di luoghi di apprendimento inclusivi

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Proseguirà il 18 marzo, con un incontro dedicato ai luuoghi di apprendimento inclusivi, “Racconti di Cambiamenti”, rassegna di incontri mensili promossa a Torino dalla Fondazione Time2, rivolgendosi a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni. Il progetto è nato come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica

Già ampiamente presentata a suo tempo anche sulle nostre pagine, Racconti di Cambiamenti, è una rassegna di incontri mensili avviata nel febbraio scorso e che si protrarrà fino a settembre, rivolta a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, progetto che nasce come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica.
Promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, la rassegna punta in sostanza a stimolare partecipazione, consapevolezza e senso di appartenenza alle comunità, rafforzando al tempo stesso il legame con la community di riferimento di tale Fondazione, intesa come luogo di partecipazione culturale e civica. In tal senso, il ciclo di incontri si inserisce all’interno del programma Cambiamenti, avviato da Time2 nel 2023, per accompagnare progetti capaci di trasformare i contesti di vita, rendendoli più accessibili, inclusivi e partecipativi per le persone con disabilità. Durante i vari appuntamenti, infatti, i 13 progetti di Cambiamenti (a questo link gli enti che ne sono capofila) prenderanno parte ad essi attraverso pratiche concrete con cui hanno lavorato sull’accessibilità e sull’inclusione dei contesti. E a questo dialogo, in ogni appuntamento si affiancherà la collaborazione con Hangar Piemonte, agenzia per le trasformazioni culturali della Regione Piemonte.

Il secondo incontro, dunque, è in programma per il 18 marzo , sempre presso Open (Corso Stati Uniti, 62/b, Torino, ore 18) e sarà centrato sui luoghi di apprendimento inclusivi; il 23 aprile, poi, il focus sarà sulla performatività nello sport, il 21 maggio sull’accessibilità della politica giovanile, il 18 giugno sui quartieri e le città collaborative, il 23 luglio sulla diversità culturale e il dialogo interculturale. La rassegna si chiuderà il 23 settembre con un incontro dedicato ai festival come spazi sicuri e accessibili. (S.B.)

La partecipazione agli incontri della rassegna Racconti di Cambiamenti è libera, con prenotazione tramite questo sito. Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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Oltre le medaglie: le “Paralimpiadi della vita quotidiana”

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«Le medaglie delle Paralimpiadi Invernali resteranno nella memoria collettiva – scrive Vincenzo Falabella -, ma il vero successo dei Giochi sarà se il loro messaggio riuscirà a incidere nelle “Paralimpiadi della vita quotidiana”, trasformando l’inclusione da straordinaria eccezione sportiva a normale realtà della vita sociale»  Un’immagine della cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina

Dopo il quarto posto nel medagliere delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, l’Italia ha confermato lo stesso piazzamento anche nel medagliere delle Paralimpiadi Invernali, conclusesi ieri, 15 marzo: 7 medaglie d’oro, 7 d’argento e 2 di bronzo, per un totale di 16, questo il lusinghiero bilancio azzurro ai Giochi Paralimpici Invernali, oltre il record delle 13 medaglie complessive che reggeva da Lillehammer 1994. Complimenti sinceri a tutti gli atleti e le atlete per i grandi risultati ottenuti.
Qui proponiamo una riflessione che va “oltre le medaglie”, per puntare sulle “Paralimpiadi della vita quotidiana”.

Le Paralimpiadi non sono soltanto una grande manifestazione sportiva, ma rappresentano uno degli eventi più significativi a livello internazionale per il valore umano e sociale che esprimono.
Naturalmente, ciò che colpisce immediatamente l’attenzione del pubblico sono le imprese sportive: le gare combattute fino all’ultimo secondo, i record migliorati, le medaglie conquistate con sacrificio e determinazione. Sono immagini che restano impresse nella memoria collettiva e che alimentano il senso di appartenenza e di orgoglio quando gli atleti salgono sul podio indossando i colori del proprio Paese.
Ma il significato più profondo di questa grande manifestazione va ben oltre il risultato sportivo, per quanto importante e capace di suscitare orgoglio e partecipazione collettiva. Le medaglie conquistate, gli inni nazionali che risuonano nelle varie gare e le imprese che entrano nella memoria sportiva rappresentano certamente momenti di grande emozione per un Paese. Tuttavia, il valore autentico dei Giochi Paralimpici non si esaurisce nel medagliere o nelle classifiche finali.
Il messaggio più forte che emerge da questa straordinaria manifestazione riguarda la capacità delle persone di esprimere talento, determinazione e competenza, indipendentemente dalla condizione di disabilità. Gli atleti paralimpici dimostrano che la performance sportiva non è definita dal limite, ma dal lavoro, dalla preparazione e dalla volontà di competere. In questo senso lo sport diventa un linguaggio universale che racconta possibilità, autonomia e dignità.

Ogni edizione dei Giochi Paralimpici lascia in eredità non solo un medagliere ricco e storie straordinarie, ma anche una riflessione profonda sul modo in cui le società guardano alla disabilità.
Un aspetto particolarmente significativo riguarda il modo in cui gli atleti e le atlete paralimpici/paralimpiche affrontano la competizione. Essi competono partendo dalla propria condizione fisica, ma questa non diventa il fulcro della loro identità sportiva né il parametro principale con cui valutare le loro prestazioni. La disabilità rappresenta piuttosto il contesto in cui si sviluppa la pratica sportiva, non l’elemento che definisce il valore dell’atleta. In questo senso, l’attenzione si sposta dalle limitazioni alla competenza, dalla condizione di disabilità alla performance. Ciò che viene messo in evidenza è l’impegno, la preparazione tecnica, la disciplina e la capacità di competere ai massimi livelli, esattamente come accade in qualsiasi altro ambito sportivo.
La prestazione dell’atleta non è quindi interpretata attraverso una lente pietistica o esclusivamente inclusiva, ma viene riconosciuta per il suo reale valore agonistico. Questo approccio contribuisce a superare una visione riduttiva della disabilità, che rischia di trasformare l’atleta in un simbolo o in un esempio morale più che in un protagonista dello sport. Al contrario, gli sportivi con disabilità vengono considerati prima di tutto atleti: persone che si allenano, gareggiano, vincono o perdono sulla base delle proprie capacità, della strategia e della preparazione.

In questo modo lo sport diventa uno spazio di autentica competizione e di riconoscimento del merito, in cui la disabilità non scompare, ma smette di essere l’unica chiave di lettura dell’esperienza sportiva e dell’identità dell’atleta. La disabilità non viene negata né nascosta: è parte della loro esperienza, ma non è ciò che determina la qualità della gara. Gli atleti competono, prima di tutto, come sportivi. Allenamento, strategia, tecnica, preparazione mentale e spirito agonistico sono gli elementi che decidono il risultato, esattamente come accade in qualsiasi altra competizione. In questo senso lo sport paralimpico compie un passo ulteriore: va oltre la condizione, dimostrando che ciò che conta davvero è la capacità di esprimere il proprio talento e di misurarsi con gli altri su un terreno di pari dignità sportiva.
Proprio per questo, il primo pensiero non può che andare agli atleti e alle atlete che hanno rappresentato il nostro Paese con impegno, passione e straordinaria determinazione. A loro va un sincero ringraziamento per avere portato in alto i colori dell’Italia, conquistando medaglie che hanno un valore che va ben oltre il risultato sportivo. Ogni podio raggiunto è il frutto di anni di allenamento, sacrifici, rinunce e dedizione, ma è anche un motivo di orgoglio per l’intera comunità nazionale. Quelle medaglie rappresentano storie di talento e di lavoro, ma soprattutto testimoniano la forza di uno sport capace di unire il Paese, di emozionare milioni di persone e di offrire modelli positivi alle nuove generazioni.

Questa prospettiva rappresenta anche una potente metafora della vita quotidiana. Nella società, milioni di persone con disabilità studiano, lavorano, costruiscono relazioni e progettano il proprio futuro. Vogliono vivere in modo autonomo e partecipare pienamente alla vita della comunità, esattamente come gli atleti che scendono in pista, in piscina o in campo. Perché questo accada, tuttavia, non basta la forza individuale. Servono politiche pubbliche, servizi adeguati, sostegni concreti e un’organizzazione sociale capace di rimuovere gli ostacoli. L’autonomia non è solo una questione personale: è il risultato di un sistema che offre opportunità reali.
In questo senso, il nostro Paese è chiamato a una sfida importante nei prossimi mesi con l’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 sulla disabilità, uno dei pilastri della riforma italiana in materia, provvedimento che introduce un nuovo modello di valutazione della condizione di disabilità e che punta a costruire percorsi personalizzati basati sui bisogni della persona, superando logiche puramente assistenziali.
Metaforicamente, possiamo immaginare questo percorso come una vera e propria “Paralimpiade della vita quotidiana”. Ogni persona, come un atleta paralimpico, parte dal proprio “stato di partenza”, con le proprie capacità, aspirazioni e sfide. Il Decreto funge da “arbitro”, stabilendo regole chiare e uniformi che garantiscono equità e trasparenza. Le Amministrazioni Pubbliche diventano invece gli “allenatori”, chiamati a pianificare percorsi individualizzati, fornire strumenti e supporti concreti, accompagnare la persona nella preparazione e rimuovere gli ostacoli che potrebbero impedirne la partecipazione piena alla vita sociale.
I servizi territoriali, le risorse adeguate e il personale formato rappresentano le infrastrutture essenziali di questa “gara”: le piste, le piscine, le carrozzine sportive e le protesi di ultima generazione che permettono agli atleti di esprimere talento e determinazione. Senza di essi, anche il più forte degli atleti rischierebbe di non raggiungere il proprio potenziale; allo stesso modo, senza un sistema sociale efficiente, le persone con disabilità non possono trasformare capacità e volontà in risultati concreti.
Così come nelle Paralimpiadi, poi, il successo non è misurato solo dal podio, ma dal percorso compiuto: anche in questa “gara sociale”, infatti, il vero traguardo è garantire autonomia, inclusione e pari opportunità a ogni persona. L’obiettivo non è limitarsi a valutare la condizione di disabilità, ma permettere a ciascuno di esprimere il proprio potenziale, affrontare le sfide quotidiane e conquistare, passo dopo passo, la propria vittoria personale.

Il Decreto Legislativo 62/24 si ispira ai princìpi delle Nazioni Unite contenuti nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che promuove il diritto delle persone con disabilità a vivere in modo indipendente e a essere incluse nella società. In questo contesto, la legge diventa la regola del gioco, mentre le politiche locali, i servizi e le risorse costituiscono l’allenamento quotidiano che rende possibile la competizione.
La sfida più grande sarà rendere queste norme realmente operative: servono integrazione tra sanità e welfare, servizi territoriali efficaci, risorse adeguate e personale formato. Senza questi elementi, anche la migliore Legge rischia di restare sulla carta, così come una regola sportiva senza arbitri, allenatori e strutture adeguate non garantirebbe mai una gara corretta e sicura.

Le Paralimpiadi ci offrono un’immagine potente: atleti e atlete che competono, superano i propri limiti e conquistano risultati straordinari grazie al talento, alla preparazione e al sostegno di chi li accompagna. Allo stesso modo, nella società, l’autonomia delle persone con disabilità non nasce solo dalla forza individuale, ma da un sistema che arbitra, allena e supporta, valorizzando le capacità di ciascuno.
Le medaglie resteranno nella memoria collettiva, ma il vero successo delle Paralimpiadi sarà se il loro messaggio riuscirà a incidere nel quotidiano, trasformando l’inclusione da straordinaria eccezione sportiva a normale realtà della vita sociale.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consiglirere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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“Corpi queer e disabilità. Sguardi intersezionali e immaginari collettivi”

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Il 20 marzo a Torino è in programma “Corpi queer e disabilità. Sguardi intersezionali e immaginari collettivi”, giornata di studi organizzata in collaborazione con l’Università di Torino, il CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere) e il Laboratorio ISMI (Intersectional Sudies on Multiple Inequalities), iniziativa che prevede interventi di accademici provenienti da diverse Università, nonché alcuni workshop paralleli

Il prossimo 20 marzo si terrà Corpi queer e disabilità. Sguardi intersezionali e immaginari collettivi, giornata di studi organizzata in collaborazione con il Dipartimento di Culture, Politica e Società e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, il CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere) e il Laboratorio ISMI (Intersectional Sudies on Multiple Inequalities). L’evento sarà ospitato nel Campus Luigi Einaudi di Torino (Largo Dora Siena, 100, ore 8.30).

Durante la sessione mattutina interverranno Elia A.G. Arfini e Chiara Montalti dell’Università di Bologna e Mara Pieri, dell’Università di Coimbra (Portogallo).
La sessione pomeridiana prevede invece la presentazione dei workshop paralleli a cura di Manuela Manera e Marta Migliosi. Nello specifico, Ale Blue Santambrogio lavorerà sul tema L’identità desiderabile (non) è solo una. Decostruire le intersezioni normative nella comunicazione anti-gender sull’infanzia trans*; Irene Gallina e Cristina Giorgione proporranno un lavoro su Con rabbia, amore e autodeterminazione; infine il workshop di Elia Covolan si intitolerà Ask & Tell, strumento pratico per mettere al centro la salute e l’educazione sessuale nelle persone queer con malattia cronica, disabilità e neurodivergenti.
La giornata di studi si chiuderà alle 18.30 con lo spettacolo dal titolo Mostre & Fiere di Filo Sottile.

La partecipazione all’evento sarà libera ma, per ragioni organizzative, è richiesta l’iscrizione, tramite questo link.
Il tutto è stato organizzato da Elisa Costantino, Raffaella Ferrero Camoletto, Luigi Gariglio, Manuela Manera, Marta Migliosi, Tania Parisi e Alice Scavarda. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e iene qui ripreso con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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IC MANDATORICCIO – Avviso pubblico di selezione per la copertura immediata di supplenze annuali e brevi nell’a.s. 2025/2026 cattedra EEEE – primaria posto comune, con le caratteristiche indicate nel dispositivo. –

Ultime da A. T. P. Cosenza -

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Il podcast “Barriere”: e quando l’ostacolo siamo noi?

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Prodotto dalla Federazione lombarda LEDHA, il podcast “Barriere” sarà il 19 marzo a Milano al centro di un incontro pubblico nell’àmbito dell’iniziativa “Podcast in circolo”, format promosso dall’ASSIPOD (Associazione Italiana Podcasting). Durante l’incontro, centrato sul tema “Quando l’ostacolo siamo noi?”, si parlerà di accessibilità e di barriere (fisiche e culturali), partendo proprio dai contenuti del podcast stesso

Prodotto dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), il podcast Barriere sarà il 19 marzo a Milano (Centro BASE, via Bergognone da Fossano, 34, Gate B, ore 18.30-20) al centro di un incontro pubblico nell’àmbito dell’iniziativa Podcast in circolo, format promosso dall’ASSIPOD (Associazione Italiana Podcasting).
Durante l’incontro si parlerà di accessibilità e di barriere (fisiche e culturali), partendo proprio dai contenuti del podcast ideato e realizzato da Dimitrj Zanusso, iniziativa che a suo tempo avevamo definito sulle nostre pagine come «un viaggio sonoro per scoprire le tante barriere ambientali di una città», realizzata nel quadro della campagna Ogni barriera è un ostacolo, un pericolo, una discriminazione.
Nello specifico, il tema dell’evento sarà Quando l’ostacolo siamo noi? e offrirà l’occasione per riflettere su come le città e gli spazi della vita quotidiana possano diventare più accessibili.

«Barriere – raccontano infatti dalla LEDHA – è nato proprio questo, ossia per mettere in luce, attraverso esperienze sul campo e testimonianze, come ostacoli anche piccoli – un gradino, l’assenza di un ascensore, un semaforo senza segnalazione acustica – possano limitare la libertà di movimento delle persone con disabilità e come spesso bastino piccole attenzioni per fare la differenza».
All’incontro parteciperanno, oltre a Zanusso, Ester Memeo, Daniela Zeziola e Sonia Sorrentino, mentre il supporto tecnico sarà curato da Antonio Mezzadra. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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“Prima le Persone”: incontro con Alessandra Locatelli

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Il 18 marzo, nel quartiere Tor Bella Monaca del VI Municipio di Roma, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli terrà il primo appuntamento dell’iniziativa nazionale denominata “Prima le Persone”, per incontrare il territorio e raccontare il lavoro svolto sui temi dell’inclusione e della valorizzazione delle persone. L’occasione sarà anche utile per esporre alcune testimonianze e storie di vita di persone con disabilità, famiglie, volontari e associazioni

Nel pomeriggio del 18 marzo, nel quartiere Tor Bella Monaca del VI Municipio di Roma (Sala Cinema Antonio Cerone, Via Natale Balbiani, ore 17.30), la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli terrà il primo appuntamento dell’iniziativa nazionale denominata Prima le Persone, per incontrare il territorio e raccontare il lavoro svolto sui temi dell’inclusione e della valorizzazione delle persone.
L’evento sarà anche l’occasione per ascoltare alcune testimonianze e storie di vita di persone con disabilità, famiglie, volontari e associazioni, che interagiranno direttamente con Locatelli. (S.B.)

Per informazioni (e per confermare la propria partecipazione all’incontro): ministrolocatelli@primalepersone.com.

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Sognare il futuro: quando la scuola costruisce davvero un progetto di vita

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«La domanda – scrive Rosita Lanciotti raccontando la storia di Leo – non è se un giovane con sindrome di Down sia abbastanza competente per la società. La domanda è se la società sia disposta a diventare competente per lui. Quando questo accade, la diversità non è più un limite individuale. Diventa una ricchezza per tutta la comunità» “Inclusione attraverso i nostri corpi…”

C’è una domanda che dovremmo porci più spesso quando lavoriamo con ragazzi e ragazze con disabilità: riusciamo davvero a immaginarli adulti? Non è retorica. Lo sguardo che rivolgiamo ai nostri studenti orienta le scelte educative, i percorsi proposti e, spesso, le opportunità che avranno dopo la scuola.
Per molti giovani con disabilità intellettiva, il passaggio dalla scuola alla vita adulta è ancora oggi segnato da un’unica prospettiva: l’inserimento in un centro diurno o, al massimo, la permanenza a casa. In un attimo, anni di inclusione rischiano di dissolversi. Eppure la legge indica un’altra strada.
Il diritto all’inclusione scolastica è sancito dalla Legge 104/92, rafforzato dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata in Italia con la Legge 18/09) e dal Decreto Legislativo 66/17, che collega il PEI (Piano Educativo Individualizzato) al Progetto di Vita. Il Decreto Legislativo 62/24 introduce quindi la sperimentazione basata sulla classificazione ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre la Legge 328/00 ricorda che i diritti esigibili impongono anche un dovere concreto: costruire le strade perché le persone possano partecipare alla vita sociale e lavorativa.
Chi ha sempre creduto nell’integrazione scolastica ha sperimentato strumenti concreti: tirocini mirati, PCTO personalizzati [Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, N.d.R.], collaborazioni con il territorio. Come dice Aldo Tortello, chi lo ha fatto ha lavorato nella prospettiva “pensami adulto”. Significa non fermarsi al presente, ma costruire condizioni perché ciascuno possa partecipare, crescere, dare un contributo alla società.
Cambiare prospettiva richiede rigore e immaginazione. Il lavoro di un insegnante non è neutro: serve professionalità, passione, responsabilità. Nelle nostre mani c’è la vita delle persone e il compito di aprire loro strade concrete verso il futuro.

La storia di Leo
Leo ha 24 anni e la sindrome di Down. Al Liceo delle Scienze Umane di Senigallia (Ancona), faticava a stare in classe, usava un tono di voce molto alto e spesso manifestava comportamenti problematici per esprimere bisogni. Il lavoro scolastico era semplice, fuori dalla classe, con una figura di riferimento costante. Veniva trattato come un bambino.
Il primo passaggio è stato insegnargli a riconoscere il bisogno e nominarlo. Con routine, strumenti visivi e tempi concordati, l’urlo è diventato richiesta. E, progressivamente, i tempi di permanenza in classe sono aumentati. Non più copiature frustranti, ma attività culturalmente significative.
Pensare una persona con disabilità come futuro adulto significa non fermarsi alla gestione dell’oggi, ma costruire progressivamente le condizioni perché possa partecipare alla vita sociale, relazionale e lavorativa. Il primo passo allora è cambiare lo sguardo.
Nel 2001 il Museo dell’Igiene di Dresda organizzò una mostra intitolata L’essere umano (im)perfetto, individuando diversi modi di guardare alla disabilità: lo sguardo pietoso, quello medico, quello che annichilisce, quello che esclude. Ma esiste anche uno sguardo diverso: lo sguardo di chi immagina quei ragazzi come uomini e donne, capaci di crescere, sviluppare competenze e dare un contributo alla società.

La sfida era dunque quella di cambiare prospettiva: guardare Leo come un giovane adulto, valorizzando competenze e interessi. Sono stati costruiti materiali accessibili, attività condivise con la classe, verifiche adattate. Leo ha iniziato ad essere partecipe, ha sviluppato abilità sociali e comunicative.
La classe è diventata comunità inclusiva, sono stati attivati progetti cooperativi, riflessioni sul prendersi cura, attività sul territorio: visite, laboratori, PCTO in un ristorante. La prima esperienza lavorativa che lo ha fatto sentire adulto: «Vado a lavorare»!
Al quinto anno, con l’impossibilità di svolgere un tirocinio in albergo, il lavoro si è concentrato sulla maturità e sul Progetto Ponte in un Centro socio-educativo diurno. Qui Leo ha sperimentato attività di manutenzione di aree verdi, pulizia mezzi, laboratori e mensa, sempre accompagnato.
Verso la fine dell’anno, il Centro ha proposto di inserirlo nel reparto per persone con disabilità più gravi, perché non aveva sviluppato sufficienti capacità di autonomia. Partecipare diventa condizionato dalla performance, non dalle potenzialità e dagli interessi. Di fronte a questo scenario, famiglia, scuola e l’AGFI di Fano (Associazione Genitori e Figli per l’Inclusione) hanno costruito un’alternativa: permanenza a scuola per consolidare competenze e sviluppare autonomie, evitando l’istituzionalizzazione precoce.
Leo ha svolto attività presso un emporio di Fano e, l’anno successivo, presso la Caritas della sua città, proseguendo il PCTO e consolidando abilità utili al proprio progetto di vita. Attualmente è attivo un percorso di volontariato assistito alla Caritas per due giorni a settimana, nei servizi mensa e lavanderia. Nel frattempo è entrato in scena il coach familiare, dottor Berti, per affiancare la famiglia e accompagnare il percorso verso l’attivazione di un Tirocinio di Inclusione Sociale (TIS), finanziato dalla Regione Marche, con il supporto di un assistente. Non rappresenta un punto di arrivo, ma un passaggio fondamentale verso autonomia, responsabilità e una partecipazione reale.

La domanda non è se Leo sia abbastanza competente per la società. La domanda è se la società sia disposta a diventare competente per Leo. Quando questo accade, la diversità non è più un limite individuale. Diventa una ricchezza per tutta la comunità.
Una compagna di classe di Leo, che ha condiviso con lui un solo anno, scrive: «Grazie, Leo, sei stato fondamentale per questa classe. Mi hai fatto apprezzare il vero senso della parola inclusività. Mi hai fatto capire che la diversità è un dono che porta arricchimento e felicità nella vita di tutti. Perché sì, se alla mattina noi avevamo il sorriso, era anche grazie al tuo entusiasmo e alla tua voglia di regalare dolcezza e amore».
Questa frase chiude idealmente la storia: quando le transizioni sono curate e i percorsi costruiti con responsabilità e immaginazione, l’inclusione diventa concreta, trasformativa e arricchente per tutti. Una società inclusiva non è quella che offre a tutti la stessa risposta, ma quella che sa immaginare e costruire percorsi diversi per ciascuno. E perché ogni ragazzo e ogni ragazza, con o senza disabilità, ha diritto a essere pensato e accompagnato verso il proprio futuro adulto.

*Insegnante di sostegno.

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“Impresa e disabilità”: un festival a Belluno di idee, arte e umanità

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Domani, 14 marzo, a Belluno è in programma l’evento “Impresa e disabilità – Ogni cosa è un miracolo”, che intreccerà arte, sport e testimonianze, per riflettere sul tema dell’inclusione. L’iniziativa, promossa da Confindustria Belluno Dolomiti insieme alla Fondazione Efesto e ad altri partner istituzionali, si propone come un vero e proprio festival di idee, arte e umanità, capace di mettere in dialogo il mondo dell’impresa, quello della cultura e quello della disabilità

Domani, 14 marzo, il Teatro Dino Buzzati di Belluno ospiterà l’evento Impresa e disabilità – Ogni cosa è un miracolo (ore 18), una serata che intreccerà arte, sport e testimonianze, per riflettere sul tema dell’inclusione.
L’iniziativa, promossa da Confindustria Belluno Dolomiti insieme alla Fondazione Efesto e ad altri partner istituzionali, si propone come un vero e proprio festival di idee, arte e umanità, capace di mettere in dialogo il mondo dell’impresa, quello della cultura e quello della disabilità. Il contesto bellunese, del resto, rappresenta un esempio significativo anche sul piano lavorativo: secondo i dati ricordati dalla presidente di Confindustria Belluno Dolomiti Lorraine Berton, infatti, nel territorio provinciale sono circa 1.600 le persone con disabilità inserite in quasi 800 aziende, con un tasso di applicazione delle norme sulle assunzioni obbligatorie che raggiunge il 70%, ben superiore alla media regionale e nazionale.

Sul palco del Teatro Buzzati si alterneranno dunque artisti con e senza disabilità: tra questi Alexandra Pavlova e Lorenzo Tonon, insieme a numerosi cantanti e performer. Sarà presente anche il noto scultore con disabilità visiva Felice Tagliaferri, figura di riferimento nel panorama artistico italiano, da anni impegnato nel promuovere un’idea di arte accessibile e condivisa.

L’iniziativa nasce anche dalla consapevolezza che l’inclusione non riguardi soltanto le politiche sociali, ma chiami in causa l’intera comunità: dalle imprese alle istituzioni, fino al mondo della cultura e dello sport. Non a caso, tra gli organizzatori e sostenitori figurano anche il CIP del Veneto (Comitato Italiano Paralimpico), il CONI di Belluno, il Comune della città veneta e la Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità.
L’auspicio è quindi che iniziative come questa continuino a moltiplicarsi, perché la costruzione di una cultura dell’inclusione passa prima di tutto attraverso occasioni concrete di confronto, di ascolto e di condivisione. (Filippo Visentin)

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Per difendersi dall’aumento di truffe con pseudo-terapie a base di cellule staminali

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«Il fenomeno delle truffe a base di cellule staminali sta diventando sempre più grave e insidioso, facendo leva, purtroppo, sul divario tra la disponibilità di terapie efficaci e le esigenze dei pazienti con malattie molto gravi»: a dirlo è Francesca Ceradini, direttrice scientifica dell’OTA, l’Osservatorio Terapie Avanzate, che produce anche utili documenti, per aiutare le persone ad orientarsi e ad evitare promesse senza fondamento o vere e proprie truffe a danno del portafoglio e della salute stessa

«Dopo quasi 15 anni dal “Caso Stamina” [anche Superando se ne occupò a lungo. Si legga ad esempio un contributo di Stefania Delendati a questo link, N.d.R.], torna lo spettro di truffe con pseudo-terapie a base di staminali»: lo dicono dall’OTA (Osservatorio Terapie Avanzate), ricordando quanto emerso da un’inchiesta del programma Rai Presa Diretta, andata in onda il 1° marzo scorso, durante la quale lo stesso OTA è stato citato come autorevole punto di riferimento in Italia per la corretta informazione sulle terapie avanzate e per il suo costante impegno nel monitorare il fenomeno delle truffe terapeutiche.
«Da anni – confermano dall’OTA – monitoriamo il fenomeno partendo dalle numerose richieste di informazioni che ogni settimana ci arrivano in redazione da parte di pazienti, familiari e amici e attraverso le testimonianze delle persone che entrano in contatto con questo tipo di offerte. Già nel 2020 la nostra direttrice scientifica Francesca Ceradini in un’intervista all’ANSA parlava di “un fenomeno in crescita e sempre più a portata di mano”, sottolineando che “prima i cosiddetti ‘viaggi della speranza’ si facevano verso l’India o la Cina, oggi anche negli Stati Uniti e in Europa”. Ma in questi ultimi anni vi sono stati ulteriori progressi, se è vero che non vi è più bisogno di andare all’estero: sono infatti le cliniche private che portano le “miracolose staminali” direttamente a casa, “al letto del paziente”. Quindi un vero e proprio traffico illecito di pseudo-terapie cellulari somministrate al di fuori di qualsiasi contesto clinico regolamentato».

«Il crescente commercio illecito di terapie non approvate – commenta Giulio Pompilio, direttore scientifico del Centro Cardiologico Monzino IRCSS di Milano e presidente del Comitato Scientifico dell’OTA – è il sintomo di una società che non riconosce più la scienza come riferimento culturale primario. È dunque quanto mai necessario un lavoro profondo e capillare di disseminazione della cultura scientifica, soprattutto tra i giovani, a cui siamo tutti chiamati a contribuire. Perché solo da basi scientifiche solide nasce il reale progresso scientifico e la tutela della salute dei cittadini e delle cittadine».
«Il fenomeno delle truffe a base di staminali – aggiunge dal canto suo Francesca Ceradini – sta diventando sempre più grave e insidioso. La “falsa speranza”, infatti, non si cerca più fuori dai confini, ma arriva direttamente a casa ed è un business che purtroppo fa leva sul divario tra la disponibilità di terapie efficaci e le esigenze dei pazienti con malattie molto gravi. Parliamo di trattamenti non tracciati, privi di validazione scientifica in termini di sicurezza ed efficacia, che vengono somministrati sul territorio italiano al di fuori di qualsiasi normativa specifica esistente. Come Osservatorio Terapie Avanzate auspichiamo dunque che le istituzioni e le autorità competenti si impegnino a monitorare con attenzione questi casi e ad attivare azioni specifiche e tempestive per arginare i rischi e tutelare pazienti e famiglie».

Cultura capillare e controllo: è questo dunque a cui guarda l’OTA, per difendere i cittadini e le cittadine dalle truffe costruite intorno alle staminali. E se per il controllo il riferimento non possono essere altro che le autorità competenti, sulla cultura e l’informazione l’Osservatorio è già da anni al servizio dei pazienti, dei caregiver e di tutte le persone che cercano informazioni sulle terapie avanzate, tra cui anche quelle a base di cellule staminali.
Nel 2022, ad esempio, è stato realizzato un Vademecum anti truffa per le terapie a base di cellule staminali (disponibile gratuitamente a questo link), utile guida per aiutare le persone ad orientarsi e ad evitare promesse senza fondamento o vere e proprie truffe a danno del portafoglio e della salute stessa.
Ideato in dieci punti, il Vademecum fornisce una serie di consigli, con linguaggio chiaro e semplice, da applicare davanti a proposte di trattamenti a base di staminali, per capire se si tratti di terapie regolamentate e autorizzate in Italia, di terapie sperimentali in fase di studi clinici o, più semplicemente, di pericolose truffe.
Sempre l’OTA, inoltre, mette a disposizione tabelle periodicamente aggiornate su tutte le terapie geniche e le terapie cellulari autorizzate e disponibili in Europa e in Italia (si veda a questo e a questo link). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@osservatorioterapieavanzate.it.

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“Il raggio bianco”: un “giallo sociale” per la stagione del teatro accessibile a Torino

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Quinto appuntamento di questa stagione 2025-2026, dal 18 al 22 marzo, con la rappresentazione del “giallo sociale” di Sergio Pierattini “Il raggio bianco”, per il percorso ideato dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, che consente anche alle persone con disabilità sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento Linda Gennari, Raffaele Barca e Milvia Marigliano in un scena dello spettacolo “Il raggio bianco” (foto di Federico Pitto)

Da noi presentata nell’ottobre dello scorso anno, sta per arrivare al quinto appuntamento di questa stagione 2025-2026 un’iniziativa da noi regolarmente seguita, ideata già da alcuni anni dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale e sviluppata in collaborazione con il partner tecnologico PANTHEA e con l’Associazione +Cultura Accessibile, per consentire anche alle persone con disabilità visiva e uditiva di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento. E dal 18 al 22 marzo, al Teatro Gobetti di Torino, vi sarà Il raggio bianco, un “giallo sociale” di Sergio Pierattini, diretto da Arturo Cirillo, che porta in scena la storia di una madre e di una figlia legate da una relazione conflittuale, di controllo e di dipendenza.
Nel loro opprimente appartamento della periferia milanese, Anna e Giulia vivono dentro un mondo fatto di miserevoli azioni: sono due ladre, in fondo comuni, che rubano per necessità. L’arrivo del nipote Matteo farà crollare il loro fragilissimo equilibrio. In una fumosa atmosfera da thriller psicologico, si assiste quindi a un crescendo della tensione e della violenza emotiva fino ad un’inattesa conclusione.

Come sempre, in questo meritorio percorso torinese, le repliche saranno corredate da sovratitoli in italiano e in italiano accessibile con descrizione dei suoni, attraverso l’uso di dispositivi forniti direttamente dal Teatro, ovvero smartglasses (“occhiali smart”) o smartphone, messi a disposizione dal teatro.
All’inizio di ogni recita, inoltre, è prevista la trasmissione in sala di una breve audiointroduzione e verrà resa disponibile l’audiodescrizione in cuffia per tutta la durata dello spettacolo, fruibile attraverso smartphone, sempre messi a disposizione dal teatro.
E ancora, nel pomeriggio del 20 marzo (ore 18), è previsto l’ormai tradizionale appuntamento gratuito con il tour descrittivo e tattile sul palcoscenico (previa prenotazione, entro il 19 marzo, scrivendo a accessibilita@teatrostabiletorino.it).
Da ricordare, poi, che in una specifica sezione del sito internet del Teatro Stabile (a questo link), predisposta per la lettura da parte di applicazioni screen reader e con un plug-in facilitante, oltreché sulla app del Teatro stesso, sono disponibili alcuni materiali consultabili prima della fruizione dello spettacolo, ossia un video di approfondimento con audio, sottotitoli e in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e la scheda di sala accessibile.
Da segnalare infine che le persone con disabilità avranno diritto al biglietto ridotto e, in caso di necessità, l’accompagnatore potrà entrare gratuitamente. (S.B.)

Per garantire al meglio l’accoglienza, è richiesta la prenotazione via e-mail (biglietteria@teatrostabiletorino.it), telefonicamente (011 5169555). A questo link è disponibile un approfondimento sullo spettacolo Il raggio bianco. Per ogni ulteriore informazione: accessibilita@teatrostabiletorino.it (Irene Di Chiaro).

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Un Master di Secondo Livello sulla pedagogia della sordità

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«La sordità infantile richiede, sempre più e sempre meglio, una conoscenza e un intervento articolato che includa compiti di ricerca e di azione sostenuti da professionisti consapevoli e competenti. Dare avvio a questa iniziativa significa quindi investire nella formazione di pedagogisti specializzati»: così Eliana Cristofari, responsabile del Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi della Lombardia, commenta con favore l’avvio, da parte dell’Università degli Studi dell’Insubria, di un Master di Secondo Livello sulla pedagogia della sordità

«La sordità infantile richiede, sempre più e sempre meglio, una conoscenza e un intervento articolato che includa compiti di ricerca e di azione sostenuti da professionisti consapevoli e competenti. Tra questi il compito educativo è richiesto e coinvolto in tutti i contesti: familiari, clinici, riabilitativi, istituzionali. Dare avvio, per la prima volta in Italia, a questa iniziativa significa certamente investire nella formazione di pedagogisti specializzati, così come significa dare concreta risposta a quelli che si definiscono bisogni speciali non in termini ideali, ma reali»: così Eliana Cristofari, responsabile del Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi della Lombardia, commenta con favore l’avvio, da parte dell’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con la Fondazione Audiologica di Varese e con lo stesso Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi, di un Master di Secondo Livello sulla pedagogia della sordità, percorso teorico-pratico sulle conoscenze specifiche della riabilitazione della sordità infantile in àmbito pedagogico, rivolto a laureati e laureate. (S.B.)

Ringraziamo per la segnalazione il Pio Istituto dei Sordi di Milano.

Per ogni informazione: master.pedagogiasordita@uninsubria.it.

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Per un nuovo linguaggio dell’umano: dal deficit all’interazione

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«Credo che il contributo della filosofia – scrive Tonino Urgesi -, di cui ha parlato in Superando Luca Grecchi, possa essere ancora più significativo se affiancato da una riflessione pedagogica e psicologica sul linguaggio e sulle pratiche relazionali. Solo così potremo passare da una cultura della separazione a una cultura autenticamente relazionale, in cui non esiste qualcuno da includere, ma persone che già condividono lo stesso orizzonte umano e che, attraverso l’interazione, costruiscono insieme la comunità» Oksana Potomkina, “Interazione: Sfumature e Forme”, 2024

L’articolo di Luca Grecchi Perché la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione (e viceversa), in cui si sostiene appunto che la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione e viceversa, mi ha suscitato grande interesse e, allo stesso tempo, ha acceso in me alcuni interrogativi. In particolare, mi ha spinto a riflettere su due termini che utilizziamo frequentemente nel dibattito educativo e sociale: inclusione e integrazione.
Quando utilizzo la parola inclusione, mi accorgo che implicitamente sottintendo che la persona con deficit non faccia già parte del nostro nucleo sociale. Anche consultando la Treccani trovo conferma di questa impressione: tra i sinonimi compaiono termini come introduzione, inserimento, immissione. Tutti questi vocaboli sembrano pertanto presupporre che la persona sia inizialmente fuori dal sistema e che qualcuno debba permetterle di entrarvi. Questo mi porta a interrogarmi sul fatto che, forse inconsapevolmente, considero il soggetto con deficit come qualcuno che non appartiene pienamente al mio stesso mondo.
Una riflessione analoga mi nasce quando utilizzo il termine integrazione. Anche in questo caso sembro essere sempre io a dover integrare l’altro, così come sono io a doverlo includere. I sinonimi di integrazione – completamento, aggiunta, inserimento, assimilazione – sottolineano ancora una volta una distanza tra un io e un tu, una separazione che rischia di impedire la costruzione di un autentico noi.

Per questo motivo sento sempre più l’esigenza di ripensare al linguaggio che utilizziamo. Come affermava il filosofo Emanuele Severino, il linguaggio non è mai neutro: esso costruisce la nostra visione del mondo, del tutto. Credo quindi che abbiamo bisogno di parole nuove, capaci di esprimere un orizzonte antropologico e filosofico unitario. Quando penso di dover includere o integrare qualcuno, rischio infatti di considerarlo diverso da me, prima ancora che come persona, etichettandolo anzitutto come “disabile”.
Da questa riflessione nasce anche la scelta che sto portando avanti in un mio nuovo libro sul deficit. Ho deciso, infatti, di evitare il termine disabilità, sostituendolo con l’espressione persona con deficit. La parola disabile, letteralmente, significa “non abile”, e questo mi porta a chiedermi: in cosa io non sono abile? Chi può dirsi davvero abile in tutto? Quel prefisso dis- sembra privare la persona delle sue capacità, quasi annullarle. Il termine deficit, invece, mi appare linguisticamente più rispettoso e meno carico di una contrapposizione sociale così netta.

Proprio a partire da queste considerazioni, nel mio prossimo libro proporrò anche un terzo termine che considero più adeguato: interazione. Non voglio parlare più di inclusione o integrazione, ma di interazione. Con questa parola intendo dire che l’altro è già dentro il mio mondo, dentro la mia realtà. Non deve essere “portato dentro”: è già parte della stessa trama relazionale. Io, semplicemente, entro in relazione con lui.
Interazione significa relazione, scambio, reciprocità. Significa riconoscere che l’identità umana si costruisce sempre all’interno di processi relazionali e che ogni persona, con o senza deficit, contribuisce alla costruzione del tessuto sociale. In questa prospettiva, non si tratta più di colmare una distanza, ma di riconoscere un’interconnessione originaria tra le persone.
Da un punto di vista psicologico e pedagogico, questa prospettiva mi sembra particolarmente feconda. L’essere umano, infatti, non è un individuo isolato che viene successivamente inserito nella società, ma è un essere che si forma attraverso le relazioni. Parlare di interazione significa allora riconoscere che la crescita di ciascuno avviene sempre dentro una rete di scambi, di incontri e di riconoscimenti reciproci.

Per questo motivo credo che il contributo della filosofia, di cui parla Luca Grecchi, possa essere ancora più significativo se affiancato da una riflessione pedagogica e psicologica sul linguaggio e sulle pratiche relazionali. Solo così potremo passare da una cultura della separazione a una cultura autenticamente relazionale, in cui non esiste qualcuno da includere, ma persone che già condividono lo stesso orizzonte umano e che, attraverso l’interazione, costruiscono insieme la comunità.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Torna “SMA Talent School”: la voce e l’espressione artistica strumenti concreti di autodeterminazione e inclusione

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Dalle aule virtuali al racconto sui social: il talento delle persone con la SMA (atrofia muscolare spinale) torna protagonista: dopo il successo dello scorso anno, riparte infatti “SMA Talent School”, percorso formativo nato per trasformare la voce e l’espressione artistica in strumenti concreti di autodeterminazione e inclusione, iniziativa promosso dai Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omnicentre) e dall’Associazione Famiglie SMA, insieme a Roche Foto di gruppo per l’evento conclusivo della prima edizione di “SMA Talent School”

Dalle aule virtuali al racconto sui social: il talento delle persone con la SMA (atrofia muscolare spinale) torna protagonista. Dopo il successo del debutto, riparte infatti SMA Talent School, percorso formativo d’eccellenza nato per trasformare la voce e l’espressione artistica in strumenti concreti di autodeterminazione e inclusione. Promosso dai Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omnicentre) e dall’Associazione Famiglie SMA, insieme a Roche, il progetto si conferma dunque come un prezioso spazio di formazione e condivisione, capace di valorizzare il potenziale e l’identità di ogni partecipante.
«La nuova edizione, in programma tra il 2026 e il 2027, nasce – come viene spiegato – con l’obiettivo di accompagnare i partecipanti in un percorso strutturato e progressivo, che integro formazione artistica e sviluppo personale. Il programma didattico si articolerà in due macroaree complementari: una dedicata alle discipline artistiche e tecniche, con moduli di canto – tra tecnica vocale e songwriting– e recitazione, e una focalizzata sulla crescita personale e sull’espressione creativa, attraverso attività di cantoterapia, comunicazione e consapevolezza della voce e del corpo. I corsi saranno guidati da professionisti del settore artistico e da esperti della rete dei Centri NeMO, offrendo ai partecipanti un’esperienza formativa altamente qualificata e multidisciplinare».

«La SMA Talent School – commenta Marco Rasconi, presidente dei Centri Clinici NeMO – dimostra che la cura non significa solo trattare una malattia, ma creare le condizioni perché ogni persona possa esprimere pienamente se stessa: è questo il senso stesso del lavoro quotidiano dei Centri NeMO, mettere cioè al centro la persona nella sua interezza e accompagnarla a sviluppare il proprio talento, la propria voce e le proprie capacità di relazione. Progetti come questo, nati dalla collaborazione e dalla co-progettazione tra partner che condividono una visione, permettono di generare opportunità reali affinché ciascuno possa costruire e realizzare il proprio progetto di vita».
«Il vero talento – afferma dal canto suo Anita Pallara, presidente di Famiglie SMA – è la capacità di esprimere ciò che si è e farsi ascoltare con autenticità. Questo è l’aspetto cardine del progetto e per noi la parte più importante. La partecipazione numerosa alla prima edizione ci ha dimostrato che vivere con una patologia rara e una disabilità complessa non significa rinunciare alle proprie abilità. Siamo quindi orgogliosi di dare voce alla nostra comunità, collaborando con partner e amici che condividono i nostri valori di inclusione e l’impegno per una società che valorizzi l’unicità di ogni individuo».

Come lo scorso anno, la qualità della proposta didattica sarà affidata alla scuola di alta formazione artistica Accademia09, che curerà i percorsi sotto la guida di coach e docenti qualificati quali Lalla Francia e Pierdavide Carone, supervisionati da Lavinia Longhi e Cristiano Violo, già protagonisti della prima edizione. Novità di questo nuovo percorso sarà il potenziamento dell’area dedicata alla crescita personale, affidata a Simona Spinoglio, psicologa esperta e persona con la SMA, che guiderà, insieme ad un team di psicologhe esperte in malattie neuromuscolari, i moduli di cantoterapia, comunicazione e capacità espressive.
«Con SMA Talent School – dichiara Alessandra Ghirardini di Roche – vogliamo contribuire a creare opportunità concrete affinché le persone con la SMA possano esprimere pienamente il proprio talento e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità. Questo progetto rappresenta per noi molto più di un percorso formativo,  è infatti un impegno verso la comunità SMA, con l’obiettivo di promuovere inclusione, autodeterminazione e qualità della vita, valorizzando ogni voce come espressione autentica della persona».

«L’iniziativa – sottolineano in conclusione i promotori – si conferma anche come un’importante occasione per rafforzare la comunità e favorire il dialogo tra i partecipanti, grazie a una strategia di comunicazione digitale che vedrà studenti e coach protagonisti attivi del racconto attraverso il canale Instagram dedicato (@smatalentschool). Video, clip e contenuti originali accompagneranno infatti tutte le fasi del percorso, contribuendo a sensibilizzare il pubblico e a promuovere una narrazione autentica e positiva della SMA». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Michela Rossetti (info@gdgpress.com).
A questo link vi è la nostra presentazione della prima edizione di SMA Talent School, a quest’altro un approfondimento sul progetto, con un colloquio con Claudia Avena, partecipante all’iniziativa, a firma della nostra cara e compianta direttrice responsabile Stefania Delendati.

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