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Bene quelle disposizioni sul diritto di voto, ora vengano attuate su tutto il territorio nazionale

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Anche l’ANFFAS, così come le Federazioni FISH e FAND, commenta positivamente i contenuti della recente Circolare del Ministero dell’Interno riguardante l’esercizio del diritto di voto delle persone con disabilità, sottolineando tra l’altro la parte relativa ai sostegni per le persone con disabilità intellettiva e i disturbi del neurosviluppo. Ora l’auspicio dell’Associazione è che quanto scritto trovi piena attuazione su tutto il territorio nazionale, già a partire dall’imminente refernum costituzionale Voto supportato di una persona con disabilità intellettiva

«Esprimiamo soddisfazione per questa nuova Circolare che rappresenta un importante passo avanti nel rispetto dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità, un risultato raggiunto anche attraverso il costante operato della nostra Associazione e delle Federazioni FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), cui aderiamo, e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), in stretta sinergia e collaborazione con l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, all’interno delle opportune sedi istituzionali. Garantire infatti il diritto di voto senza discriminazioni, attraverso indicazioni operative che tutelano e favoriscono la piena partecipazione alla vita pubblica di tutti i cittadini, compresi i cittadini con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, è segno che stiamo andando nella direzione giusta»: così Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), commenta la recente pubblicazione della Circolare 32/26, prodotta dal Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali (Direzione Centrale per i Servizi Elettorali) del Ministero dell’Interno in materia di esercizio del diritto di voto delle persone con disabilità, sulla quale avevamo già dato spazio, in altra parte del giornale, alle annotazioni delle Federazioni FISH e FAND.

Oltre dunque a ritenere molto positiva «la semplificazione e il rafforzamento delle modalità con cui una persona con disabilità può essere ammessa al voto assistito, anche tramite l’utilizzo della Carta Europea della Disabilità quale documentazione idonea a dimostrare la necessità di accompagnamento, evitando la richiesta di ulteriori certificazioni sanitarie», l’ANFFAS rivolge in particolare la propria attenzione alla parte della Circolare riguardante i sostegni per le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, rispetto ai quali «si ritiene doveroso richiamare l’attenzione del presidente e dei componenti di seggio affinché, valutate le circostanze concrete, possano mettere in atto ogni utile attività di ausilio pratico al fine di aiutare l’elettore a richiudere la scheda votata, adottando le cautele necessarie al rispetto del principio di segretezza del voto e del fondamentale principio di salvaguardia della volontà dell’elettore». «Questo – viene spiegato dall’ANFFAS – si è reso necessario in relazione ai numerosi casi, più volte segnalati, di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo che dopo essere autonomamente entrate nella cabina elettorale non sono poi riuscite a ripiegare la scheda votata prima della riconsegna al presidente, con conseguente annullamento del voto espresso».

«Auspichiamo ora – conclude Speziale – che quanto scritto non rimanga solo su carta, ma trovi piena attuazione su tutto il territorio nazionale già a partire dalla consultazione referendaria del prossimo fine settimana, e come sempre ci impegniamo sin d’ora a verificare e monitorare l’effettiva applicazione delle disposizioni, confermando anche la nostra disponibilità a collaborare con le Istituzioni in tale ottica». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.
Sulle modalità di voto per le persone con disabilità e sui contenuti del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, segnaliamo anche, sulle nostre pagine, il testo Le persone con disabilità e il voto al referendum costituzionale (anche in CAA) (a questo link).

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Giornata delle Malattie Neuromuscolari: 19 città e 40 Centri coinvolti

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Ben 19 città (Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Chieti, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Pisa, Roma, Torino, Trento, Udine e Verona), con il coinvolgimento di 40 Centri, parteciperanno il 21 marzo alla nona Giornata delle Malattie Neuromuscolari (distrofie muscolari, miopatie congenite o infiammatorie, atrofie muscolari, miastenia gravis, malattia di Charcot-Marie-Tooth e altre), iniziativa divenuta un appuntamento consolidato per tutti coloro che gravitano in tale àmbito

Nel dare spazio a uno specifico evento in programma a Pavia, avevamo anticipato una decina di giorni fa che il 21 marzo sarà la Giornata delle Malattie Neuromuscolari (distrofie muscolari, miopatie congenite o infiammatorie, atrofie muscolari, miastenia gravis, malattia di Charcot-Marie-Tooth e altre), iniziativa giunta ormai alla sua nona edizione, divenuta un appuntamento consolidato per tutti coloro che gravitano nel campo delle malattie neuromuscolari.

Anche quest’anno, dunque, ben 19 città in contemporanea (Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Chieti, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Pisa, Roma, Torino, Trento, Udine e Verona), con il coinvolgimento di 40 Centri, ospiteranno l’evento, per fare il punto sugli avanzamenti della ricerca, dell’assistenza e della prevenzione e per diffondere in modo capillare le nuove conoscenze su tutto il territorio nazionale. In particolare si affronteranno di volta in volta, nel corso di incontri dedicati, tematiche di interesse comune con un taglio multidisciplinare, coinvolgendo vari medici (neurologi, fisiatri, pediatri, medici di medicina generale, neuropsichiatri infantili, fisioterapisti, biologi, genetisti, infermieri, psicologi), insieme ad esperti di gestione pubblica della disabilità, nonché a rappresentanti delle Istituzioni.

Patrocinata da AITNE (Associazione Italiana Terapisti della Neuro e Psicomotricità Infantile), GFB (Gruppo Familiari Beta-Sarcoglicanopatie – Lgmdr4 O Lgmd2e), Famiglie SMA (Atrofia Muscolare Spinale), Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omicentre), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), Parent Project, AIGlico (Associazione Italiana Glicogenosi) e FSHD Italia, la Giornata nasce come sempre dalla collaborazione tra AIM (Associazione Italiana di Miologia) e ASNP (Associazione Italiana Sistema Nervoso Periferico). (S.B.)

A questo link sono disponibili tutte le informazioni e gli approfondimenti sulla Giornata, con l’elenco dei vari eventi previsti città per città.

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Giovani con e senza disabilità: i diritti che hanno più a cuore

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«Una tavola rotonda dinamica e partecipata, con protagonisti i giovani – con e senza disabilità – chiamati a dialogare sui diritti, a partire dal proprio vissuto, tra riflessioni, punti di vista e nuove prospettive»: sarà questo l’incontro “Gioventù plurale”, promosso a Crema (Cremona) per il 23 marzo, nell’àmbito del “Festival dei Diritti 2026”, dall’ANFFAS di Crema, insieme alla locale Consulta dei Giovani

«Un momento di scambio autentico, fatto anche di provocazioni, pensato per stimolare il pensiero critico e coinvolgere attivamente i presenti, a partire dall’ascolto per vincere le sfide educative di oggi, dando voce alle nuove generazioni, il futuro della comunità. Il tutto in una tavola rotonda dinamica e partecipata, con protagonisti proprio i giovani – con e senza disabilità – chiamati a dialogare sui diritti, a partire dal proprio vissuto, tra riflessioni, punti di vista e nuove prospettive»: viene presentato così l’incontro denominato Gioventù plurale, promosso a Crema (Cremona) per il secondo pomeriggio del 23 marzo (Casa del Pellegrino, Piazza Papa Giovani Paolo II, 1, ore 18-20), nell’àmbito del Festival dei Diritti 2026, dall’ANFFAS di Crema (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), insieme alla Consulta dei Giovani di Crema e in collaborazione con la Casa del Pellegrino, il Gruppo Giovani di Croce Rossa Crema, le musiciste del gruppo I Chakra, il progetto Tuttinclusi e una rappresentanza dello sport cremasco (Stella Ferla).

«Questa iniziativa – spiega Laura Bonomi, vicepresidente dell’ANFFAS di Crema, che ha curato l’organizzazione insieme a Francesca De Lorenzi, vicepresidente della Fondazione Alba-ANFFAS Crema – è nata con l’idea di far dialogare i giovani, che vogliamo rendere protagonisti, ascoltando quello che hanno da dire sui diritti che stano loro più a cuore. A tema, quindi, il mondo del lavoro, l’autonomia, il tempo libero e la cittadinanza attiva, ma non solo. Ci saranno anche due giovani della nostra Associazione, che rappresenteranno i desideri e i diritti delle persone con disabilità».

Per ulteriori informazioni associazione@anffascrema.it.

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Strategia Europea per la parità di genere: trascurate in larga misura le ragazze e le donne con disabilità

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La nuova Strategia dell’Unione Europea per la parità di genere trascura in larga misura le donne e le ragazze con disabilità: lo dicono dal Comitato Donne del Forum Europeo sulla Disabilità che chiede tra l’altro di allineare la Strategia alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, di affrontare varie questioni chiave (violenza, sterilizzazione forzata, accesso ai servizi sanitari, al lavoro, all’istruzione e agli alloggi accessibili), nonché di raccogliere dati disaggregati su genere e disabilità «Sembra che siamo state lasciate sul ciglio della strada», aveva scritto qualche tempo fa il Comitato Donne del Forum Europeo sulla Disabilità

Il 5 marzo scorso la Commissione Europea ha presentato la Strategia dell’Unione Europea per la parità di genere 2026-2030, documento volto a definire le priorità dell’Unione Europea per promuovere la parità di genere nei prossimi cinque anni. Essa comprende:
° la lotta contro la violenza di genere,
° migliorare la salute delle donne,
° ridurre il divario retributivo di genere,
° promuovere l’equilibrio tra vita professionale e vita privata,
° rafforzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro,
° garantire la parità di partecipazione alla vita pubblica.
Ebbene, siamo preoccupate che la Strategia rimanga debole, in quanto non prevede azioni giuridicamente vincolanti e trascura in larga misura la situazione delle donne e delle ragazze con disabilità, nonostante il riferimento all’intersezionalità.

Le donne e le ragazze con disabilità subiscono molteplici forme di discriminazione interconnesse in tutti gli àmbiti contemplati dalla Strategia, tra cui l’occupazione, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la protezione dalla violenza. Tuttavia, la Strategia stessa non prevede misure strutturali o azioni chiave specifiche per affrontarne la situazione. All’interno del documento, infatti, le donne con disabilità vengono menzionate solo in un numero limitato di casi, ossia:
– Nell’introduzione si accenna in generale alla «creazione delle condizioni affinché ognuna possa scegliere liberamente il proprio percorso di vita, prosperare e assumere ruoli di leadership, indipendentemente dalla propria disabilità».
– Nel Principio 2 della Tabella di Marcia, la Strategia riconosce che «le disuguaglianze intersezionali aggravano le barriere all’accesso all’assistenza sanitaria e possono portare a discriminazioni nel trattamento, ad esempio per le donne con disabilità». La Commissione ha inoltre annunciato una nuova iniziativa con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per migliorare la qualità e l’accessibilità dell’assistenza sanitaria per le donne, comprese le donne con disabilità.
– Nel Principio 5 della Tabella di Marcia, la Strategia sottolinea che «il divario occupazionale di genere è particolarmente pronunciato per […] le donne con disabilità».
– Nel Principio 6 della Tabella di Marcia, la Strategia sottolinea che «garantire l’accesso all’istruzione e smantellare le barriere è particolarmente urgente per […] le bambine con disabilità».
Come detto, però, questi riferimenti restano generici e non sono accompagnati da azioni concrete o da iniziative politiche specificamente rivolte alle donne e alle ragazze con disabilità.

Nel documento, in particolare, mancano completamente diverse questioni di primaria importanza. Non si fa ad esempio alcun riferimento ai diritti garantiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, nonostante l’Unione Europea abbia ratificato la Convenzione stessa sin dal 2010.
La Strategia non affronta nemmeno il problema della sterilizzazione forzata delle donne e ragazze con disabilità, una grave violazione dei diritti umani che continua a verificarsi in molti Paesi europei.
E ancora, l’accessibilità e gli accomodamenti ragionevoli vengono spesso trascurati, ma entrambi sono requisiti fondamentali per garantire la parità di partecipazione delle persone con disabilità al mondo del lavoro, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla vita pubblica.
L’assenza di questi temi, dunque, solleva parecchi dubbi sull’effettiva efficacia della Strategia nel promuovere i diritti delle donne e delle ragazze con disabilità.

Come detto in precedenza, la Strategia fa riferimento a un approccio intersezionale e tuttavia, l’intersezionalità deve andare oltre le affermazioni generiche e tradursi in politiche concrete, finanziamenti e iniziative legislative.
L’intersezionalità, per altro, si manifesta in modi diversi per le donne e le ragazze con disabilità. Ad esempio, attraverso tassi di povertà più elevati, barriere all’accesso ai servizi per la salute e per l’assistenza sessuale e riproduttiva, oltre a un maggiore rischio di violenza per coloro che vivono in istituti residenziali.
Esortiamo pertanto la Commissione Europea a collaborare in modo significativo con le organizzazioni di persone con disabilità, in particolare con quelle che rappresentano donne e ragazze con disabilità, nel sostenere gli Stati Membri sull’attuazione della Direttiva sulla violenza contro le donne. I piani nazionali, i seminari formativi e le linee guida per le forze dell’ordine e le autorità devono includere azioni concrete per proteggere le donne e le ragazze con disabilità dalla violenza di genere.
È inoltre fondamentale che la citata nuova iniziativa con l’Organizzazione Mondiale della Sanità migliori la qualità e l’accessibilità dell’assistenza sanitaria per le donne e le ragazze con disabilità. Secondo l’Indice di parità di genere 2025 dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, infatti, solo il 16% delle donne con disabilità nell’Unione Europea percepisce il proprio stato di salute come buono o molto buono. Questa percentuale è inferiore a quella degli uomini con disabilità (18%) e delle donne senza disabilità (83%).
Lo ribadiamo: senza misure specifiche che affrontino gli ostacoli incontrati dalle donne e dalle ragazze con disabilità, la Strategia rischia di lasciare indietro milioni di donne.

In conclusione riteniamo che la Commissione Europea e gli Stati Membri dell’Unione debbano garantire che l’attuazione della Strategia per la parità di genere includa pienamente le donne e le ragazze con disabilità. E questo richiede di:
° integrare la disabilità nelle azioni chiave previste dalla Strategia;
° allineare le politiche di parità di genere con gli obblighi dell’Unione Europea ai sensi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità;
° affrontare questioni chiave quali la violenza contro le donne con disabilità, la sterilizzazione forzata, l’accesso all’assistenza sanitaria, le opportunità di lavoro, l’istruzione inclusiva e la fornitura di alloggi adeguati alle donne e ragazze con disabilità;
° raccogliere dati disaggregati su genere e disabilità.
Ci rammarichiamo in particolare che la Commissione non abbia dato seguito alla raccomandazione di nominare un Coordinatore dell’Unione Europea per la lotta contro la violenza sulle donne, il cui ruolo avrebbe potuto essere quello di affrontare meglio l’intersezionalità e garantire i diritti delle donne in tutta la loro diversità.
Il raggiungimento della parità di genere in Europa non sarà possibile se non verranno pienamente riconosciuti e tutelati i diritti delle donne e delle ragazze con disabilità.

*Comitato Donne dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità. Adattamento della traduzione in italiano a cura di Informare un’h– Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli.

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Oltre la burocrazia: come un dirigente scolastico dovrebbe trasformare la scuola in comunità educante

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«Oggi – scrivono Salvatore Nocera e Rosita Lanciotti – la normativa offre strumenti potenti, ma senza una visione pedagogica e una guida capace di interpretarla nel contesto reale, resta un insieme di obblighi formali. La sfida dei dirigenti scolastici contemporanei dovrebbe quindi essere quella di trasformare le norme in pratiche significative, rispondere ai bisogni dei territori, promuovere inclusione autentica e creare scuole realmente aperte, partecipative e capaci di costruire comunità» Disegno sulla comunità educante, tratto dal sito “Culthera.it – Condividere è crescere insieme»

La scuola non è mai un’entità neutra. È il luogo in cui si esercita il diritto all’educazione, si costruiscono cittadini e si gioca l’equità sociale. In questo scenario, il dirigente scolastico non può limitarsi a gestire adempimenti amministrativi, ma deve assumere una responsabilità politica e istituzionale, interpretando i principi costituzionali, mediando tra vincoli normativi e bisogni reali, e promuovendo inclusione e innovazione educativa.

La scuola italiana si fonda su princìpi di uguaglianza, solidarietà e diritto allo studio sanciti dalla Costituzione (articoli 2, 3 e 34), che impongono alla Repubblica di garantire l’accesso all’istruzione a tutti e di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della persona. Questi princìpi generano obblighi concreti per le istituzioni scolastiche e per chi le guida: il dirigente è responsabile non solo dell’efficienza gestionale, ma soprattutto della corresponsabilità educativa e dell’efficacia dell’azione didattica.
L’autonomia delle istituzioni scolastiche, stabilita dal DPR 275/99, attribuisce alle scuole la responsabilità di progettare l’offerta formativa, organizzare il curriculum e definire interventi educativi aderenti al proprio contesto. Per un dirigente inclusivo, l’autonomia è uno strumento per rispondere ai bisogni specifici degli studenti, personalizzare percorsi di apprendimento e costruire comunità educanti. Coinvolgere famiglie, docenti, studenti e servizi del territorio nelle scelte condivise fa parte integrante di questo mandato.
La Legge 107/15 (cosiddetta “La Buona Scuola”) ha ulteriormente esplicitato il ruolo centrale della scuola come luogo di sperimentazione, partecipazione e innovazione educativa, promuovendo l’elaborazione del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) e la valutazione dell’inclusività come indicatore chiave.
Sul fronte dell’inclusione, l’Italia dispone di un sistema normativo articolato: dalla Legge 104/92 (tutela delle persone con disabilità) ai Decreti Legislativi 66/17 e 96/19, che promuovono una scuola realmente inclusiva, con piani individualizzati e monitoraggio dell’efficacia dei percorsi. Strumenti come il PEI (Piano Educativo Individualizzato), e la partecipazione attiva del dirigente alla predisposizione di esso, sono oggi obblighi normativi volti a garantire la piena partecipazione degli studenti con disabilità alla vita scolastica.
Recenti sviluppi, poi, come la Sentenza 1321/25 del Consiglio di Stato, hanno riaffermato che l’inclusione è un diritto fondamentale non comprimibile da vincoli di bilancio. E sempre nel 2025, la Legge 109/25 ha rafforzato la rappresentanza delle persone con disabilità negli organi istituzionali scolastici, consolidando il profilo partecipativo della governance educativa.

Oggi, dunque, il dirigente scolastico deve andare oltre la gestione burocratica. Le risorse e gli investimenti del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) rappresentano certamente un’opportunità per modernizzare la scuola e digitalizzare i processi, ma senza una leadership pedagogica forte rischiano di tradursi in adempimenti formali lontani dai bisogni reali degli studenti. Il dirigente deve mediare tra le opportunità dei finanziamenti e la pratica educativa quotidiana, sostenendo progetti che nascano dal basso e non subendo processi calati dall’alto.
La normativa sulla governance scolastica incentiva la costruzione di una leadership condivisa, valorizzando competenze interne e promuovendo la partecipazione attiva dei docenti nei processi decisionali. Un dirigente inclusivo, inoltre, non esercita potere gerarchico, ma facilita il dialogo, la corresponsabilità e la condivisione di obiettivi attraverso gruppi di lavoro stabili e orientati al benessere della comunità educante.

Tra i dirigenti che hanno incarnato questa visione, ricordiamo Leandro Cantoni, già oggetto su queste stesse pagine di un recente approfondimento dedicato alla sua esperienza alla guida dell’Istituto Professionale Cattaneo di Roma.
Cantoni si distingueva per un approccio centrato sulle persone, sulle relazioni e sulla costruzione di comunità educante. La sua scuola non era un luogo burocratico, ma un ambiente vivo in cui i progetti nascevano dall’ascolto dei bisogni reali degli studenti, dalla collaborazione tra docenti e dal dialogo con il territorio. La sua esperienza dimostra come la leadership pedagogica possa rendere l’autonomia scolastica uno strumento concreto di inclusione e innovazione.
Un altro esempio significativo è la preside palermitana [Antonella Di Bartolo] che ha guidato una scuola nel quartiere segnato dalla storia di don Pino Puglisi, lavorando per educare i giovani a superare la mentalità mafiosa. La sua esperienza dimostra come la scuola possa essere un agente di trasformazione sociale anche in contesti complessi, costruendo cittadinanza e resilienza attraverso relazioni di fiducia con famiglie, comunità e associazioni locali. Il suo libro sulla pratica educativa costituisce una preziosa testimonianza di leadership inclusiva e partecipativa.

Oggi la scuola rischia di appesantirsi di procedure e controlli, ma ricordare il ruolo istituzionale e politico del dirigente significa riaffermare che l’istruzione non è una semplice somma di adempimenti, ma un’attività democratica, un’esperienza di cittadinanza e un progetto di trasformazione sociale. La normativa offre strumenti potenti, ma senza una visione pedagogica e una guida capace di interpretarla nel contesto reale, resta un insieme di obblighi formali. La sfida dei dirigenti scolastici contemporanei è trasformare le norme in pratiche significative, rispondere ai bisogni dei territori, promuovere inclusione autentica e creare scuole realmente aperte, partecipative e capaci di costruire comunità.
In un tempo di rapide trasformazioni sociali e tecnologiche, il dirigente scolastico rimane il cuore pulsante della scuola. Chi guida con passione, competenza e umanità non gestisce solo la quotidianità, ma coltiva culture scolastiche in cui ogni studente può sentirsi accolto, valorizzato e protagonista del proprio percorso. È questo impegno quotidiano, fatto di ascolto, progettazione condivisa e coraggio pedagogico, che distingue una scuola che esegue procedure da una scuola che forma cittadini consapevoli, solidali e capaci di cambiare il mondo.

*Rispettivamente esperto di normativa sull’inclusione scolastica e insegnante di sostegno.

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Un interessante progetto artistico e sociale in scena a Bergamo

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Spettacolo di e con Valentina Dal Mas, che andrà in scena il 21 marzo a Bergamo, “Luisa” è nato dall’incontro con la fragilità di una donna reale, che trasforma l’atto del cucire in una metafora di resistenza e dignità. A precederlo vi sarà l’interessante laboratorio espressivo “Cucio i fiori per non farli morire”, rivolto a tutti e tutte, ma con un’attenzione specifica a operatori socio-sanitari, educatori, psicologi e caregiver che quotidianamente si dedicano a persone con fragilità Valentina Dal Mas in una scena dello spettacolo “Luisa”

Spettacolo di e con Valentina Dal Mas (produzione La Piccionaia), già vincitore del Premio Scenario Periferie 2023, Luisa, che andrà in scena nella serata del 21 marzo al Teatro San Giorgio di Bergamo, nato dall’incontro con la fragilità di una donna reale, che trasforma l’atto del cucire in una metafora di resistenza e dignità, sarà preceduto dal laboratorio espressivo denominato Cucio i fiori per non farli morire (ore 18), iniziativa rivolta a tutti e tutte, ma con un’attenzione specifica a operatori socio-sanitari, educatori, psicologi e caregiver che quotidianamente si dedicano a persone con fragilità.
«Questo laboratorio – come si legge nella presentazione – si propone come uno spazio-tempo per ri-generare il carico fisico ed emotivo legato alla cura, utilizzando gesti, poesie e composizioni floreali per toccare con mano il potere di rinascita custodito nei fili e nei fiori secchi. Riteniamo trattarsi di un’iniziativa che parla con delicatezza e profondità di temi quali il supporto a chi si prende cura dell’altro e la valorizzazione della vulnerabilità attraverso il linguaggio teatrale». (S.B.)

A questo link sono disponibili informazioni e immagini sullo spettacolo Luisa del 21 marzo a Bergamo. Per ogni ulteriore informazione: organizzazione@teatroprova.com.

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Disabilità: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi

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«La disabilità – scrive Salvatore Cimmino – viene ancora troppo spesso filtrata attraverso lenti distorte: quella della pietà o quella dell’eroismo. Raramente la si affronta per ciò che è realmente: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi». E aggiunge: «Serve certamente un cambio di paradigma radicale su tre fronti, vale a dire il linguaggio, la cultura e l’associazionismo»

La disabilità viene ancora troppo spesso filtrata attraverso lenti distorte: quella della pietà o quella dell’eroismo. Raramente la si affronta per ciò che è realmente: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi.
Questa distorsione parte innanzitutto dal linguaggio: espressioni come “esigenze particolari” o “bisogni speciali” non fanno che stigmatizzare e ghettizzare, trattando la disabilità come una categoria a parte. Eppure, non stiamo parlando di una malattia, ma del risultato dell’interazione tra un individuo e un ambiente ostile.
Le necessità di accessibilità appartengono a tutti, ma la vera discriminante è politica: esiste infatti l’obbligo giuridico di rimuovere gli ostacoli per garantire pari opportunità universali, ma quando trasformiamo questi diritti in favori o concessioni, calpestiamo la dignità della persona, trasformandola da cittadino attivo a soggetto passivo di assistenza.
È inaccettabile che, nel 2026, la Legge 18 del 2009 — che ha ratificato in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità — sia ancora “un oggetto misterioso” per molti, inclusi gli addetti ai lavori. Questa norma non inventa privilegi, ma chiarisce che i diritti umani devono essere garantiti senza distinzioni; ignorarla significa ridurre la dignità a semplice beneficenza.
Oggi, tuttavia, il rischio più insidioso è la commercializzazione. Quando l’inclusione diventa un business, la persona rischia di essere ridotta a mero consumatore o, peggio, a prodotto per campagne di marketing.
Parallelamente, assistiamo a una proliferazione selvaggia di Associazioni: sebbene il pluralismo sia un valore, la frammentazione spesso nasconde realtà nate per scopi personali o piccoli finanziamenti, anziché per denunciare violazioni gravi come la mancanza di accessibilità o il negato diritto alla riabilitazione. È lo Stato di Diritto che deve farsi carico della persona, come solennemente sancito dalla nostra Costituzione.
Per uscire da questa impasse serve un cambio di paradigma radicale su tre fronti. Primo, il linguaggio: rimettere al centro la persona, non la sua diagnosi. Secondo, la cultura: conoscere e pretendere l’applicazione delle leggi vigenti. Terzo, l’associazionismo: esigere trasparenza e fare rete per rivendicare diritti, non omaggi.
Dobbiamo smettere di tradire, violare ed eludere la nostra Carta Costituzionale. La vera inclusione non si compra e non si vende: si costruisce garantendo che la dignità umana non sia mai considerata come una merce di scambio.

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“L’amore si muove”, un luogo dove le persone si sentono accolte e dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento

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In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, una manifestazione come “L’amore si muove”, capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte. Ne abbiamo parlato con l’ideatore, il professor Alberico Lombardi Alberico Lombardi (foto di Ufficio Stampa Francesco Picazio)

Dopo il successo nel febbraio scorso della sesta edizione di L’amore si muove, evento andato in scena al Galoppatoio reale di Portici (Napoli), capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, abbiamo incontrato il professor Alberico Lombardi, ideatore e anima della manifestazione.
Più che un evento spettacolare, tale progetto si configura come un laboratorio culturale permanente in cui musica, parola e corpo diventano strumenti di inclusione concreta. In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, L’amore si muove propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte.

Alberico Lombardi ha sempre nutrito una passione profonda per la musica, un amore che ha coltivato parallelamente al suo percorso da insegnante di sostegno e di diritto. Il suo primo contatto con il mondo dello spettacolo avviene attraverso la radio: diventa speaker in diverse emittenti locali, affinando così le sue doti comunicative. Ma è con il teatro che il suo talento vocale trova piena espressione. Negli anni ha dato vita a numerosi spettacoli, dimostrando una grande versatilità artistica: dagli omaggi a Lucio Dalla e Lucio Battisti fino a performance dedicate alla canzone napoletana e a tematiche sociali come la lotta contro la violenza sulle donne. Un percorso che intreccia arte e impegno civile e che trova oggi nella manifestazione L’amore si muove una sintesi particolarmente significativa.
Il lavoro educativo rappresenta infatti una dimensione centrale del suo percorso umano e professionale. Lombardi rivendica con forza il valore dell’insegnamento di sostegno, che considera uno dei punti più alti della missione della scuola. «Essere insegnante di sostegno – dice – non è un incarico qualsiasi: è uno dei punti più alti della missione educativa della scuola. Io credo profondamente in una scuola che non misura il valore delle persone dalle loro difficoltà, ma dalla loro possibilità di crescita. È lì che si misura davvero il valore di una comunità educativa: nella capacità di non lasciare indietro nessuno».
Una convinzione, questa, che si traduce anche in una riflessione più ampia sulla formazione dei docenti. «Chi sceglie il sostegno dovrebbe farlo con convinzione, preparazione e autentica vocazione educativa. Per questa ragione credo sarebbe utile introdurre criteri di accesso più selettivi e qualificanti, una sorta di “sbarramento” formativo e professionale, garantendo che a svolgere questo ruolo siano docenti realmente motivati e adeguatamente preparati. Non per escludere, ma per tutelare la qualità dell’inclusione».

Professore, L’amore si muove è arrivato alla sua sesta edizione mantenendo coerenza e intensità emotiva: qual è la visione culturale che guida il progetto fin dalla sua nascita?
«È un progetto nato da una ferita e da una speranza insieme. Dal bisogno di dare un senso a tutto quello che ogni giorno vedo negli occhi dei ragazzi, nelle loro fatiche e nella loro straordinaria capacità di amare senza difese. Non volevo creare un evento, volevo creare una casa. Un luogo dove nessuno dovesse chiedere il permesso di essere se stesso. La mia visione è questa: ricordare a tutti che la fragilità non è un limite, è una forma di verità che ci rende più umani. Ogni edizione è un atto necessario, quasi inevitabile».

Nel suo ruolo di ideatore e conduttore lei riesce a coniugare dimensione artistica e responsabilità educativa. Quanto è complesso tenere insieme questi due piani senza scivolare nella retorica dell’inclusione?
«È difficile, perché quando parli di inclusione rischi sempre di essere frainteso o semplificato. Io provo a restare fedele a ciò che vivo ogni giorno: a scuola relazioni vere, a volte faticose, sempre profonde. Sul palco non porto un messaggio costruito, porto la mia storia intrecciata con quella dei miei ragazzi. Se c’è emozione è perché è reale, non perché la cerchiamo. L’unico modo per evitare la retorica è esporsi davvero, mettersi in gioco senza protezioni».

I ragazzi coinvolti non sono mai semplici partecipanti, ma protagonisti attivi. Qual è il lavoro preparatorio che sta dietro questo risultato e quali trasformazioni osserva in loro nel corso del percorso?
«Il lavoro è fatto di tempo, presenza, ascolto. Ci sono giorni in cui si prova una canzone e giorni in cui si prova semplicemente a stare insieme. Vedo ragazzi che arrivano timidi, a volte chiusi, e piano piano trovano una voce, uno spazio, uno sguardo che non abbassa più gli occhi. La trasformazione più potente è quando capiscono che non devono dimostrare nulla per essere amati. E ogni volta mi accorgo che sono loro a trasformare me».

La presenza di ospiti come Loredana Errore, nota cantante, ha aggiunto una dimensione simbolica forte alla manifestazione. Quanto è importante, per lei, creare un dialogo tra artisti affermati e percorsi di fragilità?
«È fondamentale perché crea un incontro vero, senza gerarchie. Quando un’artista straordinaria come Loredana sale su quel palco accade qualcosa di profondamente umano: le storie si toccano, si riconoscono. Non è solo musica, è condivisione. In quei momenti si sente che nessuno è distante, che tutti siamo parte dello stesso racconto».

Guardando al futuro, quale evoluzione immagina per L’amore si muove?
«Non penso tanto a dove arrivare, penso a restare fedele al senso profondo di questo cammino. Se crescerà, come sta avvenendo anno dopo anno, sarà perché continuerà a essere autentico. Vorrei che L’amore si muove diventasse sempre di più un luogo di incontro, capace di accogliere nuove storie e nuove voci. Ma soprattutto sogno che continui a essere un luogo dove le persone possano sentirsi accolte, dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento».

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Un’indagine triennale su disabilità e vita quotidiana: il primo focus è sul lavoro

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Nel solco dell’indagine realizzata nel 2023 sul tema “Disabilità e impoverimento nelle famiglie italiane”, CBM Italia e la Fondazione Emanuela Zancan hanno avviato una nuova iniziativa di ricerca triennale che mette al centro il punto di vista delle persone con disabilità, con l’obiettivo di approfondire aspetti concreti della vita quotidiana. Il primo focus è dedicato al tema “Disabilità e lavoro” e gli studiosi sono alla ricerca di persone con disabilità disponibili a partecipare a un questionario

Nel solco dell’indagine realizzata nel 2023 sul tema Disabilità e povertà nelle famiglie italiane, dei cui esiti anche Superando si era ampiamente occupato a suo tempo, CBM Italia – la nota organizzazione umanitaria impegnata nella prevenzione e cura della cecità e della disabilità e nell’inclusione delle persone con disabilità nel Sud del mondo e in Italia – insieme alla Fondazione Emanuela Zancan (Centro Studi e Ricerca Sociale), ha avviato una nuova iniziativa di ricerca che mette al centro il punto di vista delle persone con disabilità, con l’obiettivo di approfondire aspetti concreti della vita quotidiana. Il tutto da sviluppare in un progetto triennale che andrà appunto ad analizzare diverse dimensioni della vita quotidiana delle persone con disabilità.

Il primo focus è dedicato a un tema sempre fondamentale e parimenti dolente, quale Disabilità e lavoro, con l’obiettivo di indagarne diversi aspetti, tra cui le difficoltà di accesso al mondo del lavoro stesso, le condizioni lavorative, la qualità dell’impiego, l’impatto su relazioni, socialità e autonomia.
Per questo, gli studiosi sono alla ricerca di persone con disabilità disponibili a partecipare a un questionario cui possono aderire uomini e donne tra i 24 e i 50 anni, con disabilità congenita o acquisita prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, occupati/occupate con contratto di lavoro dipendente, con tirocinio o come lavoratori/lavoratrici autonomi/e o non occupati/e (in cerca o non in cerca di lavoro).
La partecipazione alla ricerca è quanto mai flessibile: il questionario, infatti, può essere compilato online o in formato cartaceo, in autonomia oppure con supporto telefonico e i dati raccolti saranno naturalmente trattati in forma anonima.
«Lo scopo – sottolineano i promotori – è costruire uno spazio di ascolto, dialogo e confronto che parta direttamente dalle esperienze delle persone con disabilità, per contribuire a costruire una “comunità di pensiero” e di confronto libero, laico e plurale, capace di coniugare conoscenza e azione». (S.B.)

Ringraziamo “Persone con disabilità.it” per la segnalazione.

Le persone interessate a partecipare o a segnalare possibili contatti possono scrivere a ricerche@fondazionezancan.it o contattare la Fondazione Emanuela Zancan telefonicamente (049 663800) entro il 10 aprile prossimo.

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“Lorkinos Blue Inclusion Lab”: il mare come spazio di cittadinanza attiva

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Tra le iniziative dell’Impresa Sociale Isolahabile, realtà sportiva e turistica dedicata alle disabilità, nata a Napoli nel 2023 e quotidianamente al lavoro per rendere il mare un luogo sempre più accessibile e inclusivo, vi è il “Lorkinos Blue Inclusion Lab”, non soltanto un progetto, ma una visione: dimostrare cioè che l’inclusione non è assistenza, bensì partecipazione piena, responsabilità condivisa e costruzione collettiva di futuro Il “Lorkinos”, che è al centro del progetto “Lorkinos Blue Inclusion Lab”

Fondata a Napoli nel 2023, l’Impresa Sociale Isolahabile è una realtà sportiva e turistica dedicata alle disabilità, quotidianamente al lavoro per rendere il mare un luogo sempre più accessibile e inclusivo, dove tutti, indipendentemente dalle proprie abilità, possano vivere appieno la gioia e i benefìci di stare in acqua rimuovendo ogni barriera culturale, sociale, fisica e ambientale.
Grazie alla flotta di imbarcazioni accessibili, Isolahabile organizza attività ed esperienze di integrazione e socializzazione legate appunto al mare e al mondo nautico, tra cui immersioni e snorkeling con corsi per il rilascio di brevetti internazionali tramite istruttori HSA (l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità di cui HSA Italia è la componente nazionale) ed escursioni subacquee uniche insieme a guide esperte nella splendida area del Parco Archeologico Sommerso di Baia; e ancora, la scuola di vela con imbarcazioni progettate e ingegnerizzate per garantire l’accessibilità a tutti e tutte; la scuola di canoa, con corsi di paracanoa, escursioni in kayak e partite di canoa polo accessibili a chiunque; nonché le mini crociere su catamarani allestiti, per rendere agevole la partecipazione attiva di tutte le persone con disabilità, che possono così vivere e gestire senza limitazioni l’esperienza di bordo come skipper, timonieri e marinai.

In questo contesto assume centralità il Lorkinos Blue Inclusion Lab, progetto co-finanziato dall’Unione Europea (programmma Erasmus+), che incarna una visione di inclusione come partecipazione reale e non come semplice slogan.
L’iniziativa si rivolge a giovani tra i 18 e i 30 anni dell’area di Napoli e dintorni, con particolare attenzione a chi vive una condizione di disabilità o una situazione di minori opportunità. L’approccio è chiaro: non destinatari passivi di servizi, ma protagonisti attivi di un percorso che valorizza capacità, idee e vissuti personali.
Avviato nello scorso mese di febbraio, il Lorkinos Blue Inclusion Lab si svilupperà fino al mese di febbraio del 2027, attraverso una combinazione di attività online e incontri in presenza. In questi primi mesi sono previsti momenti di formazione e co-creazione, seguiti da un evento a bordo del natante Lorkinos l’8 e 9 maggio, occasione di lavoro intensivo e confronto diretto. Il 14 settembre, poi, è in programma un evento pubblico dedicato alla stesura condivisa della Carta Marittima dell’Inclusione, documento che raccoglierà proposte e visioni dei partecipanti.
Il percorso culminerà il 15 novembre con la presentazione ufficiale della Carta al Parlamento Europeo, momento altamente simbolico che collegherà l’esperienza locale alla dimensione europea.
La partecipazione sarà gratuita e, per un gruppo selezionato di giovani, è previsto il rimborso delle spese per la trasferta a Bruxelles. Un’opportunità concreta di crescita, quindi, di confronto internazionale e di cittadinanza attiva (per informazioni dettagliate sulle modalità di candidatura, sulle scadenze e sulle condizioni di accessibilità legate alle diverse tipologie di disabilità, motorie, sensoriali o cognitive, scrivere a Isolahabile, hello@isolahabile.org, o telefonare allo 081 18566870, meglio se specificando eventuali esigenze particolari).

Lorkinos Blue Inclusion Lab, quindi, non è soltanto un progetto, ma una visione: dimostrare cioè che l’inclusione non è assistenza, bensì partecipazione piena, responsabilità condivisa e costruzione collettiva di futuro. E quando il mare diventa spazio di cittadinanza, la rotta non può che essere quella del cambiamento.

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Il lavoro del caregiver ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività

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«Serve una legge sul caregiver – scrive tra l’altro Vincenza Zagra del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti) – che riconosca in modo chiaro trattarsi di un soggetto con dei diritti e che il lavoro di cura che svolge ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività. Perché chi si prende cura non può essere lasciato solo, soprattutto dallo Stato»

Parlo a nome del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti), ma prima ancora parlo come caregiver familiare. E credo che da qui si debba partire, dalla realtà concreta delle persone che ogni giorno assistono un familiare fragile, spesso 24 ore su 24, senza stipendio, senza contributi e senza un riconoscimento giuridico reale.
Il punto fondamentale da chiarire subito è questo: una legge sul caregiver deve essere una legge per il caregiver. Non per la persona con disabilità, che giustamente ha già un sistema normativo che la tutela, ma per chi si prende cura. Perché il caregiver non è semplicemente un’estensione della persona assistita: è una persona con diritti propri, bisogni propri, limiti propri.
Oggi il caregiving familiare regge una parte enorme del welfare italiano. Migliaia di persone garantiscono assistenza continuativa nelle case, sostituendo servizi che altrimenti dovrebbero essere garantiti dallo Stato. Ma questa realtà, che è sotto gli occhi di tutti, continua a non essere affrontata con la serietà che merita.

Il primo nodo che voglio sottolineare riguarda l’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.]. Per le situazioni di disabilità gravissima con assistenza continuativa 24 ore su 24, l’ISEE non può e non deve essere utilizzato come criterio di accesso alle tutele. Quando parliamo di caregiving per 24 ore su 24 parliamo di una condizione di vita in cui giorno e notte hanno esattamente lo stesso significato, perché la cura non si interrompe mai. Non esiste un orario di lavoro, non esiste un turno che finisce. Molti caregiver non dormono la notte, devono alzarsi continuamente per assistere il proprio familiare, per controllare respirazione, alimentazione, sicurezza, crisi o bisogni assistenziali continui.
In queste condizioni il carico di cura è totale e permanente e non è paragonabile a nessun altro tipo di assistenza. Per questo legare le tutele del caregiver a una soglia economica significa non comprendere la natura stessa del caregiving H24. Il carico assistenziale non diminuisce se una famiglia ha un reddito leggermente più alto o se possiede una casa. La fatica fisica, l’impegno continuo, la rinuncia al lavoro e alla vita sociale restano esattamente gli stessi.
Il caregiving H24 non è una condizione economica. È una condizione esistenziale. Per questo chiediamo con forza che per le situazioni di assistenza H24 legate alla disabilità gravissima non esista alcuna soglia ISEE, perché il diritto al sostegno non può dipendere dal reddito, ma dal carico reale di cura che una persona sostiene ogni giorno.

Il secondo punto su cui voglio porre l’attenzione riguarda la rete dei servizi. Oggi uno dei problemi più gravi che i caregiver incontrano non è solo la scarsità dei servizi, ma la totale frammentazione del sistema. Sanità, Servizi Sociali, Comuni, Regioni, INPS: ognuno ha una parte di competenza, ma spesso nessuno si assume davvero la responsabilità di accompagnare il caregiver nel percorso. Il risultato è che la famiglia rimane sola a districarsi tra procedure, uffici e norme diverse.
Quello che serve è una rete chiara e coordinata, in cui sia evidente chi fa cosa e dove il caregiver possa trovare un punto di riferimento stabile. Per questo riteniamo fondamentale l’istituzione di sportelli dedicati ai caregiver familiari, capaci non solo di fornire informazioni, ma di accompagnare concretamente le famiglie nell’accesso ai servizi, nei percorsi sanitari e nelle procedure amministrative. Perché oggi il caregiver non si limita ad assistere un familiare: diventa anche organizzatore di servizi, gestore di pratiche burocratiche, coordinatore di interventi sanitari e sociali.

Il terzo punto riguarda i servizi di supporto concreti. Il caregiver ha bisogno di strumenti reali per poter reggere nel tempo il carico di cura. Tra questi, l’assistenza domiciliare è uno degli elementi più importanti. In molte realtà territoriali l’assistenza domiciliare è insufficiente o quasi simbolica, mentre la cura che il caregiver garantisce è continua. Senza servizi domiciliari adeguati, il caregiver rischia isolamento sociale, impoverimento economico e problemi di salute.
Accanto a questo è fondamentale sviluppare anche forme di assistenza che possano essere effettuate da remoto o in telemedicina, riducendo gli spostamenti e facilitando l’accesso ai servizi per chi vive una quotidianità molto complessa. La digitalizzazione dei servizi sanitari e amministrativi può rappresentare un aiuto concreto per migliaia di famiglie che oggi devono affrontare ogni visita, ogni certificazione e ogni pratica come un percorso ad ostacoli, magari dopo avere passato diverse notti (e diversi giorni) senza mai riposare un attimo.

Vorrei anche sottolineare un aspetto che spesso viene dimenticato nel dibattito pubblico: il caregiver non è un costo per lo Stato. Al contrario, il caregiver rappresenta una risorsa enorme per il sistema sociale e sanitario. L’assistenza familiare permette, ogni giorno, di evitare costi altissimi per il sistema pubblico. Basti pensare che un giorno di assistenza in struttura residenziale può arrivare a costare tra i 250 e i 500 euro. Questo significa che il lavoro di cura svolto nelle famiglie genera un valore economico e sociale immenso per il Paese.
Eppure questo lavoro continua a non essere riconosciuto. Il caregiver resta spesso invisibile nelle politiche pubbliche, come se la sua presenza fosse scontata, come se la cura familiare fosse una risorsa inesauribile. Ma non è così. Il caregiving prolungato produce stanchezza, isolamento, difficoltà economiche e spesso anche problemi di salute per chi assiste.
Per questo serve una legge sul caregiver che riconosca in modo chiaro trattarsi di un soggetto con dei diritti e che il lavoro di cura che svolge ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività. Perché chi si prende cura non può essere lasciato solo, soprattutto dallo Stato.

*Componente del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti). I contenuti del presente contributo corrispondono a quelle di un’audizione informale che il Coordinamento avrebbe dovuto tenere presso la XII commissione Affari Sociali della Camera, ma che è stata rinviata a dopo il referendum costituzionale del 22-23 marzo prossimi.

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“Pensiero Imprudente”: il canestro di Mattia

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Ci racconta questa volta una storia di sport inclusivo, Claudio Imprudente, nella sua rubrica “Pensiero Imprudente”. Più precisamente ci parla del baskin che, come racconta un praticante di tale disciplina, Mattia, «è un po’ come il basket, ma è ancora più bello perché ci possono giocare tutti quanti! Proprio tutti tutti, anche i bambini che magari sono un po’ diversi dagli altri, perché hanno delle difficoltà a muoversi o non vedono bene oppure imparano le cose in un modo un po’ diverso» La squadra di baskin del “VENI Basket”

Già qualche tempo fa ci siamo imbattuti in un arbitro che ha messo in atto una rivoluzione, ha aperto una strada dove non sembrava che fosse possibile ed è così che abbiamo conosciuto la persona di Cristian Agostini e la sua determinazione a diventare arbitro in carrozzina nella specialità del baskin. Ma perché ne parlo? Perché negli anni mi sono affacciato anch’io talvolta in palestra, memorabile è stata la mia prova con caschetto per il gioco delle bocce… Ho un video che lo testimonia con i mitici Lorenzo Roata e Claudio Arrigoni.
Ma dopo quella breve, se pur intensa, parentesi in cui mi sono cimentato in un’attività sportiva, in realtà ho sempre per lo più amato guardare gli altri mettersi in gioco e qualche settimana fa un mio carissimo amico, nonché vicino di casa, mi ha invitato a vederlo scendere in campo.
E così una domenica di febbraio sono andato a vedere il mio amico Mattia Pancaldi impegnato in un torneo con la sua squadra VENI Basket, con un gran pubblico sugli spalti e questo mi ha fatto enormemente piacere, non era scontato.
Sono stati tre tempi intensi, hanno giocato punto su punto, poi a pochi secondi dallo scadere del tempo, i tre punti dalla lunetta della squadra avversaria hanno fatto la differenza!
Vedere i ragazzi impegnati all’assalto per gli ultimi secondi e anche le famiglie e gli amici a fare il tifo per loro è stata per me una grande testimonianza, che va ben oltre il semplice pietismo. E così nei giorni successivi, dovete sapere che io e Mattia abbiamo un piccolo rituale e ogni tanto il lunedì, dopo il lavoro, attacchiamo insieme le figurine dei calciatori, ma un lunedì gli ho chiesto se gli andava di raccontarmi qualcosa di più del baskin, dal suo punto di vista, e mi ha detto alcune cose che qui di seguito riporto.

«Ecco, il baskin è un po’ come il basket, ma è ancora più bello perché ci possono giocare tutti quanti! Proprio tutti tutti, anche i bambini che magari sono un po’ diversi dagli altri, perché hanno delle difficoltà a muoversi o non vedono bene oppure imparano le cose in un modo un po’ diverso. Nel baskin, ognuno ha un ruolo speciale e ci sono tante regole un po’ diverse dal basket normale per fare in modo che tutti possano partecipare e divertirsi. Per esempio, ci sono quattro canestri, posizionati a due altezze differenti e ogni giocatore ha un numero che dice molto su di lui e ci sono dei numeri da rispettare, per capire che formazione deve entrare in campo. Così, quando si fanno le squadre, si mettono insieme giocatori con numeri diversi per fare squadre equilibrate, dove tutti possono dare il proprio contributo. È come se fosse un gioco di squadra super speciale dove l’importante è giocare insieme e aiutarsi, non solo chi è più bravo a correre o a saltare. Nel baskin, tutti possono tirare, passare la palla, fare canestro e soprattutto fare parte di una vera squadra! È un modo bellissimo per fare amicizia e imparare che siamo tutti bravi a fare qualcosa, anche se lo facciamo in modo un po’ diverso. Ti piacerebbe provare a giocare a baskin? Sono sicuro che ti divertiresti un sacco!».
Caro Mattia, non credo di potermela cavare tanto con il baskin, forse per me sarebbe meglio tornare a fare qualche tiro di boccia, ma grazie per la tua testimonianza, perché lo sport è per tutti, soprattutto quando è all’insegna dell’inclusione!
E voi, vi siete mai imbattuti in uno sport inclusivo?
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram. 

*Il presente contributo è già apparso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Il canestro di Mattia, a proposito di baskin” e viene qui proposto, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore e un diverso titolo, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

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