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“Abracadown”: lo stupore come bacchetta magica per trasformare il pregiudizio in accoglienza

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«Una rivoluzione gentile che usa lo stupore come bacchetta magica per trasformare il pregiudizio in accoglienza»: così è stato definito “Abracadown”, il musical di magia animato da persone con sindrome di Down che dopo il successo nei teatri, diventa un tour nei centri commerciali, a partire dal 17 e 18 aprile a Roma I protagonisti di “Abracadown”

Non solo uno spettacolo, piuttosto una rivoluzione gentile che usa lo stupore come bacchetta magica per trasformare il pregiudizio in accoglienza: Abracadown (se ne legga già sulle nostre pagine a questo e a questo link), il musical di magia ideato da Francesco Leardini e Danilo Melandri e animato da persone con sindrome di Down che ha registrato il tutto esaurito nei più grandi teatri italiani, diventa un tour, per arrivare direttamente nelle periferie e nelle moderne piazze di incontro e aggregazione che oggi sono i centri commerciali.

La prima tappa partirà dunque dal Centro Commerciale Casal Bertone di Roma, il 17 e 18 aprile, in un luogo particolarmente attento alle tematiche sensibili e profondamente radicato nel quartiere. «Preparatevi, quindi, a chiudere gli occhi – si legge nella presentazione – e a spalancare il cuore con il regno dell’illusione e dell’inclusione pronti a fondersi in un evento accessibile a tutti e contro ogni barriera mentale. Il cast dello spettacolo sarà protagonista di due giornate ideate per far vivere al pubblico del Centro Casal Bertone, situato a due passi dalla Stazione Tiburtina, una kermesse all’insegna dello stupore e della solidarietà. Oltre infatti all’emozionante show live delle persone che sono al centro di Abracadown, le famiglie potranno partecipare gratuitamente ai laboratori del Club Magico Fernando Riccardi i cui maestri insegneranno ai bambini come trasformare gli oggetti della vita quotidiana in strumenti di meraviglia. Ma il cuore pulsante dell’evento, ovviamente, saranno le due repliche giornaliere (16.30 e 18.30) dello show Abracadown, che vedrà i giovani con sindrome di Down trascinare il pubblico tra passi di danza, canzoni e recitazione».

L’ingresso allo show del Centro Commerciale Casal Bertone di Roma sarà gratuito. Per ogni ulteriore informazione: federicarinaudopress@libero.it (Federica Rinaudo).

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Formazione, cultura, cinema e politiche sociali: la “Disability Week” promossa dall’Università di Firenze

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Formazione, cultura, cinema e politiche sociali: la “Disability Week”, promossa dal 17 al 21 aprile dall’Università di Firenze, proporrà un programma articolato di iniziative, «pensato – come si legge nella presentazione – per rafforzare una cultura dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione attiva all’interno e all’esterno della comunità accademica»

La Disability Week, promossa dal 17 al 21 aprile dall’Università di Firenze, proporrà un programma articolato di iniziative, «pensato – come si legge nella presentazione – per rafforzare una cultura dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione attiva all’interno e all’esterno della comunità accademica».
Si partirà dunque nella mattinata del 17 aprile, come detto, con il convegno Sportability – Lo sport che unisce, ospitato dal Centro Polisportivo l’Affrico (Viale Fanti, 20, ore 10), con testimonianze di atleti e rappresentanti del mondo accademico e sportivo, e seguito da dimostrazioni pratiche di attività sportive.
Il 18 aprile, poi, vi sarà Senza Barriere – Itinerari tra Arte, Natura e Inclusione, percorso immersivo tra Piazza Santissima Annunziata e l’Orto Botanico (ore 10), iniziativa realizzata in collaborazione con l’Associazione Libero Accesso, seguita, allo stesso Orto Botanico (Via Micheli, 3, ore 12), dalla presentazione del progetto dell’area di addestramento della Scuola Nazionale Cani Guida della Regione Toscana.
Si passerà quindi al 20 aprile, presso lo Spazio Alfieri (Via dell’Ulivo, 8, ore 17.30), con un momento di riflessione culturale denominato Tra narrazione e realtà – Il cinema che parla di inclusione, attraverso la proiezione del film La vita da grandi di Greta Scarano, interpretato da Matilda De Angelis, con il dibattito successivo moderato da Maria Paola Monaco, delegata dell’Universigtà di Firenze all’Inclusione e alla Diversità.
Infine, il 21 aprile, presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze (Piazza del Duomo, 9, ore 10), al centro vi sarà l’incontro Transizione scuola – lavoro. Buone prassi nel percorso di autonomia, con interventi istituzionali, tra cui quello della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli e un confronto cui parteciperanno anche rappresentanti del mondo del lavoro e delle Associazioni.
Nel corso della mattinata verrà conferito inoltre il Premio Giulia Santoni agli autori Alessia Cassarà e Tommaso Fanucci e sempre il 21 aprile vi saranno visite oculistiche preventive gratuite in collaborazione con l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) al plesso di Via Capponi, 9.

«Gli eventi di questa Disability Week – afferma la rettrice dell’Università di Firenze Alessandra Petrucci – rappresenteranno un’occasione per riaffermare l’impegno verso l’inclusione da parte del nostro Ateneo, che da tempo ha attivato numerosi servizi di consulenza, orientamento, tutorato e supporto allo studio».
«Le iniziative in programma – aggiunge Maria Paola Monaco – uniranno formazione, cultura, cinema e politiche sociali, ossia i pilastri fondamentali per costruire una società più equa e inclusiva, che è uno degli obiettivi principali perseguiti dall’Università di Firenze». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo della Disability Week di Firenze. Per altre informazioni: ufficio.stampa@adm.unifi.it.

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Costruire la pace e decostruire la guerra: storie di Andrea, di Luciano, di Pier Paolo, di “silenziosi” e anche di Angelo

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Via Nosadella a Bologna è certamente conosciuta, ma dietro ai portoni cela una realtà e una storia forse poco conosciuta, fatta di storia della disabilità, di impegno contro la marginalità, di costruzione di pace e decostruzione di guerra. Sono storie riguardanti Andrea Canevaro, Luciano Tavazza, la Fondazione Gualandi, Pier Paolo Pasolini e altri ancora, come padre Angelo Cavagna. Ripercorriamole assieme Padre Angelo Cavagna (1929-2024) insieme a due bimbi

Ci sono strade a Bologna che hanno una loro identità spiccata, visibile, inconfondibile, in parte fatta di cose reali e in parte di leggende. Pensiamo a Via del Pratello, ai locali, alle ore piccole, alla kermesse per il 25 Aprile. Via Farini, la “Bologna bene”, circondata da piazzette alberate, palazzi dei “poteri”, negozi eleganti e anche di lusso, bar che hanno fatto storia.
Via Nosadella è certamente conosciuta, ma oltre ai giardini interni, ai campetti da calcio e alla bottega del pane di Piron el furnar, all’inizio della via, dove sono concentrati tutti i pochi negozi della strada, cela dietro ai portoni una realtà e una storia forse poco conosciuta, fatta di storia della disabilità, di impegno contro la marginalità, di costruzione di pace e decostruzione di guerra.

Lungo Via Nosadella
Lasciamoci alle spalle la farmacia all’angolo e proviamo ad incamminarci. A sinistra, dopo la chiesa, hanno abitato per lunghi anni le Edizioni Dehoniane (ora trasferite altrove) i cui libri e riviste hanno trattato infinite volte i temi sociali, letti dal punto di vista ecclesiale, ma anche laico.
La rivista «Il Regno», che compie quest’anno 70 anni, la più conosciuta, la collana sulla disabilità “Gli esclusi”, diretta da Andrea Canevaro, e la collana “Volontari perché” diretta da Luciano Tavazza, uno dei fondatori del volontariato moderno, quello nato negli Anni Settanta, che oltre ad agire, si occupa politicamente e culturalmente delle cause della marginalità.
Andrea e Luciano ci hanno lasciato, chi prima, chi dopo, regalandoci un’eredità preziosa nel campo della disabilità e del volontariato. Andrea è stato il pedagogista padre dell’integrazione scolastica degli studenti con disabilità, obiettore di coscienza in gioventù.
Luciano era romano (…pur essendo nato a Porretta Terme, dove il padre era ferroviere), Andrea abitava in Nosadella non lontano dai Dehoniani.
Passato l’incrocio con Via Ca’ Selvatica, i portoni sia di destra che di sinistra ci restituiscono impegni che vanno indietro di centinaia di anni. L’ex Convitto di Santa Elisabetta è ancora attivo e tra le varie attività tutte le mattine distribuisce la colazione a persone che si trovano in difficoltà.

Via Nosadella a Bologna

Di fronte la Fondazione Gualandi ha raccolto l’eredità dell’antico omonimo Istituto per Sordomuti e gestisce varie attività nel campo delle persone sorde, come interventi di tipo educativo, attività laboratoriali e formative. Edita la rivista «Effeta» che esce da 120 anni (!!). Ha anche ristrutturato l’utilizzo dei locali, sono spariti ormai da molti anni il vecchio Cinema Sordomuti e l’omonima tipografia, sostituiti da scuola materna e scuola per l’infanzia. Il campo da calcio rimane, ma non ci giocano più i ragazzi della Polisportiva Silenziosi.
Tornando sul lato sinistro, l’ultimo portone di cui ci occupiamo prima di arrivare a Via Saragozza è al numero 48. Non serve entrare perché è la targa esterna che ci interessa, segnalando che lì ha abitato dal 1936 al 1942, gli anni del Liceo Galvani e i primi di Università a Lettere, Pier Paolo Pasolini, un altro che di emarginazione e stigma, anche sulla propria pelle, si è decisamente occupato.
Questi i nomi famosi, di Persone e Istituzioni, le cui vicende si sono dipanate “dietro ai portoni” di Via Nosadella. Poi curiosamente si potrebbero aggiungere molte altre persone che hanno lavorato o lavorano nei servizi di Bologna, pubblici o privati, legati alla disabilità; ne ho conosciute, abitando anch’io lì, almeno otto in 250 metri di strada.

La targa in Via Nosadella dedicata a Pier Paolo Pasolini

La lotta all’eclusione è costruzione di pace
Ripercorrendo Via Nosadella all’incontrario dal n. 48 di Pasolini al n. 3 delle vecchie Edizioni Dehoniane, ricordo per ultimo, ma non ultimo, padre Angelo Cavagna, dehoniano anch’esso e giornalista, che in vita sua ha fatto in tempo a fare anche il contadino e il prete operaio.
Originario della montagna bergamasca, ma bolognese di adozione (…un po’ anche modenese). Impegnato particolarmente sul fronte pacifista e antimilitarista, è stato negli Anni Settanta/Novanta tra le figure italiane più importanti nell’àmbito della difesa dell’obiezione di coscienza al militare, nella promozione del servizio civile e delle forme di difesa non violenta, nella critica alle logiche militari e alle relative retoriche. Ha partecipato a missioni di pace durante la guerra nella ex Jugoslavia negli Anni Novanta. È tra i fondatori del GAVCI (Gruppo Autonomo di Volontariato Civile in Italia), che ha ospitato centinaia di obiettori di coscienza, e dell’organizzazione non governativa CEFA (Centro Europeo di Formazione Agraria).
Scomparso nel 2024, ad un anno dalla morte una cinquantina di ex obiettori di coscienza e altre persone di area pacifista si sono ritrovate per ricordarne la figura. Sono nate varie iniziative tra cui, visti i tempi che viviamo, una rassegna stampa quindicinale gratuita su pace/guerra/eserciti/armamenti/difesa nonviolenta (vi si accede a questo link) e soprattutto un volume a lui dedicato che partendo dai suoi scritti, costituisce una sorta di manuale per la formazione – attività che è obbligatoria – dei ragazzi e delle ragazze che svolgono il servizio civile volontario: Michelangelo Chiurchiù (a cura di), Padre Angelo Cavagna. Profeta della pace e della nonviolenza, Firenze, Multimage, 2026, con prefazione di don Luigi Ciotti (se ne può leggere a questo link).
Il volume, su iniziativa del CEFA e del Gruppo Amici padre Cavagna, verrà presentato nel pomeriggio del 28 aprile (ore 17,30), presso la Sala della Fondazione Barberini in Via Mentana, 2a, a Bologna (a questo link tutte le informazioni).

Padre Angelo e la disabilità
Anche Angelo ha lasciato la sua impronta nel mondo della disabilità, infatti, tanti degli obiettori del GAVCI, compreso chi scrive, hanno svolto il servizio civile sostitutivo nelle Associazioni dell’area disabilità (che allora, prima dell’abolizione della leva, durava 8 mesi in più della leva stessa, misura adottata per dissuadere da tale scelta). Di queste esperienze abbiamo anche raccontato nel Progetto memorie vive realizzato a Bologna da Istituzione Minguzzi, Comune e IRESS, sia nella parte dedicata alla disabilità (se ne legga a questo link), sia in quella riguardante il ruolo della realtà ecclesiale nella stagione della nascita dei servizi pubblici negli Anni Settanta/Ottanta (se ne può leggere a questo link).
Mi piace qui ricordare l’esperienza dell’AIAS di Bologna in cui gli obiettori hanno dato un impulso fondamentale in quelli che sono i due servizi più conosciuti a livello nazionale, come l’Ausilioteca e il Centro Documentazione Handicap, diventato poi, a fine Anni Novanta, un’Associazione autonoma. Anche in termini di professionalità ne sono state sfornate tante, con persone che, terminato il servizio civile, hanno lavorato o lavorano ancora nella realtà cittadina; almeno 4/5 educatori, un fisioterapista, tre giornalisti, uno psicologo e anche alcuni ingegneri elettronici e tecnici informatici impegnati sul fronte delle tecnologie assistive.
Insomma, Via Nosadella ha tanto da raccontare e, speriamo, ancora tanto da fare!

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Sindrome di Sjögren: un’altra panchina azzurra a Verona

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Sicilia, Rimini, Napoli, varie località del Salernitano e già una prima volta a Verona: sono ben quarantatré, dal 2023 ad oggi, le panchine azzurre inaugurate in giro per l’Italia dall’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), in corrispondenza con altrettanti eventi di sensibilizzazione e informazione sulla sindrome di Sjögren e in generale sulle malattie rare. E per l’inaugurazione della quarantaquattresima panchina, si tornerà nella mattinata del 16 aprile a Verona

Sicilia, Rimini, Napoli, varie località del Salernitano e già una prima volta a Verona: sono ben quarantatré, dal 2023 ad oggi, le panchine azzurre inaugurate in giro per l’Italia dall’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), in corrispondenza con altrettanti eventi di sensibilizzazione e informazione sulla sindrome di Sjögren e in generale sulle malattie rare. E per l’inaugurazione della quarantaquattresima panchina, dunque, si tornerà nella mattinata del 16 aprile a Verona (ore 10.30), ai Giardini della Giarina, per un incontro con la cittadinanza e le Istituzioni locali, avvalendosi della collaborazione e del patrocinio della Prima Circoscrizione e del Comune di Verona.
Saranno presenti per l’occasione Andrea Avanzi della Prima Circoscrizione di Verona; Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS; Luisa Ceni, assessora del Comune di Verona alle Politiche Sociali e Abitative e al Terzo Settore; Martina Scarmi, consulente finanziaria; Aldo Allegretto, architetto; Flavio Pasini, presidente della Provincia di Verona e sindaco di Nogara; Maurizio Facincani, direttore dei Servizi Sociali nell’AULSS 9; altri Consiglieri Comunali.

Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate.
Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: animass.sjogren2005@gmail.com.

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Il caso di Claudia e la carenza in Abruzzo di strutture adeguate per i casi complessi di autismo grave

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Nel lanciare un appello alle Istituzioni della propria Regione, chiedendo di «intervenire senza ulteriori ritardi sul caso di Claudia di Roseto, madre di un ragazzo con autismo», le Associazioni Carrozzine Determinate e ANGSA Abruzzo sottolineano «la persistente assenza in Abruzzo di strutture residenziali adeguate per la presa in carico di casi complessi di autismo grave, come quello del figlio di Claudia»

Le Associazioni Carrozzine Determinate, presieduta da Claudio Ferrante, e ANGSA Abruzzo (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), presieduta da Alessandra Portinari, hanno lanciato congiuntamente un appello alle Istituzioni regionali, e in particolare a Nicoletta Verì, assessore alla Sanità della Regione Abruzzo, chiedendo di «intervenire senza ulteriori ritardi sul caso di Claudia di Roseto, madre di un ragazzo con autismo».
«La storia di Claudia e di suo figlio Daniele – si legge nella nota delle due Associazioni -, già portata all’attenzione pubblica anche dagli organi di stampa [se ne legga ad esempio in “Il Trafiletto” al testo “Claudia, bipolare e con un figlio autistico, si racconta in un libro di poesie”, N.d.R.], rappresenta una realtà dolorosa e purtroppo non isolata. È la voce di una madre che ogni giorno affronta, da sola, una situazione estremamente complessa, aggravata anche da proprie importanti patologie di salute, senza il supporto adeguato che dovrebbe essere garantito dal sistema sanitario e sociale. Claudia pone questioni reali, profonde e urgenti, che solo chi vive direttamente queste condizioni può comprendere fino in fondo. Al centro vi è un problema gravissimo: la persistente assenza in Abruzzo di strutture residenziali adeguate per la presa in carico di casi complessi di autismo grave, come quello di suo figlio. Le strutture residenziali risultano infatti insufficienti o di fatto inadeguate per molte situazioni ad alta complessità assistenziale, con particolare riferimento ai casi più gravi. Questo determina una conseguenza drammatica: le famiglie sono costrette a rivolgersi a strutture fuori regione, spesso trovandosi però di fronte a liste d’attesa lunghissime e tempi incompatibili con la gravità delle condizioni cliniche».

«Nel caso specifico – prosegue la nota delle Carrozzine Determinate e dell’ANGSA Abruzzo -, la madre ha già avviato un percorso verso strutture extra-regionali, ma si è scontrata con una realtà inaccettabile: l’impossibilità di accedere in tempi rapidi a un progetto residenziale idoneo. Una situazione insostenibile, soprattutto quando sono presenti comportamenti autolesionistici e un bisogno immediato di presa in carico. La stessa Claudia ha più volte raccontato pubblicamente il proprio profondo stato di sofferenza e l’estrema difficoltà nel sostenere quotidianamente la situazione, in un contesto che rischia di diventare sempre più insostenibile senza un intervento concreto delle Istituzioni».

«Non è più tempo di rinvii – conclude la nota -: le Istituzioni devono rispondere e devono farlo subito. Il rischio concreto, infatti, è che il ritardo nell’attivazione di percorsi adeguati si traduca in un aggravamento delle condizioni e in una responsabilità che non può essere ignorata. Per questo chiediamo un intervento immediato, concreto e strutturato». Donde, quindi, l’appello all’assesora regionale Verì alla quale viene chiesto di convocare un incontro con la famiglia e con tutte le Istituzioni competenti, incluso il Direttore Generale dell’ASL di Teramo, Maurizio Di Giosia, «al fine di individuare una soluzione immediata e concreta». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: carrozzinedeterminate@hotmail.it; abruzzoangsa@gmail.com.

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Il concorso “FantasticHandicap – Città di Carrara”: la ventiquattresima edizione

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Bambini, bambine, giovani e adulti, nelle specifiche categorie, potranno partecipare fino al 30 giugno al tradizionale concorso “FantasticHandicap – Città di Carrara”, promosso dal CDH di Carrara (Centro Documentazione Handicap), iniziativa giunta alla sua ventiquattresima edizione, che premia elaborati sui temi della disabilità e della diversità, dell’inclusione o dell’emarginazione, nonché delle condizioni di svantaggio sociale

C’è tempo fino al 30 giugno prossimo per partecipare a FantasticHandicap – Città di Carrara, il concorso letterario promosso dal CDH di Carrara (Centro Documentazione Handicap), seguito ormai da anni anche su queste pagine.
Giunta alla ventiquattresima edizione, l’iniziativa, lo ricordiamo, premia racconti sui temi della disabilità e della diversità, dell’inclusione o dell’emarginazione, nonché delle condizioni di svantaggio sociale.
Come già negli anni scorsi, il concorso prevede tre sezioni distinte per fasce di età. La sezione “A” riservata agli adulti, la sezione “B” per i/le giovani fino al diciottesimo anno d’età e infine la sezione “C” riservata ai bambini e alle bambine delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado.
Si può dunque partecipare inviando attraverso il banner pubblicato nel sito del CDH, un solo racconto inedito, in lingua italiana, mai apparso in siti web, blog o altro, che rappresenti i temi indicati.
Per quanto riguarda i bambini e le bambine delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, oltre al racconto, sono ammessi elaborati in forme espressive – quali il disegno, il fumetto, le foto o i video – liberamente scelte da chi desidera partecipare. Rimane invece invariato il vincolo ai temi del concorso.
Tutti i dettagli sulle modalità di partecipazione, sui premi, sulla composizione della giuria, sulla cerimonia di premiazione e altro ancora sono contenuti nel bando del concorso edizione 2026, pubblicato a questo link. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: info@cdhcarrara.it.

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Tra scorciatoie e responsabilità: la sfida della formazione degli insegnanti di sostegno

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«In un contesto segnato dal calo strutturale della popolazione studentesca e dalla conseguente riduzione di classi e cattedre – scrive Alessandro Monchietto -, la sfida non è garantire “più docenti”, ma formare docenti migliori. Puntare su corsi di formazione robusti, rigorosi e culturalmente attrezzati non è quindi una scelta opzionale, ma una condizione di sopravvivenza per un sistema scolastico che voglia restare presidio democratico e snodo strategico di coesione sociale»

Negli ultimi anni, la formazione degli insegnanti di scuola secondaria, e in particolare i corsi di specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (regolati dal Decreto Ministeriale del 30 settembre 2011), è divenuta un indicatore eloquente delle trasformazioni che attraversano l’università italiana.
Nata come presidio qualificato a tutela del diritto all’inclusione scolastica, la specializzazione per le attività di sostegno è oggi esposta a un processo di progressivo svuotamento, aggravato da scelte ministeriali che, di fronte alla cronica carenza di docenti formati, introducono scorciatoie per il conseguimento del titolo. Dai percorsi abbreviati per il personale con tre anni di servizio (articolo 6 del Decreto Legge 71/24) alle “sanatorie” per titoli conseguiti all’estero (articolo 7 del citato Decreto Legge 71/24) — perlopiù ottenuti in nazioni prive di una tradizione di inclusione scolastica — si consolida un approccio che privilegia la saturazione rapida delle graduatorie a scapito della qualità formativa e della preparazione professionale.
Dietro il fiorire di bandi annuali si cela un’offerta spesso frammentata e disomogenea, lontana dagli obiettivi dichiarati. Laddove la retorica insiste sulla necessità di preparare professionisti capaci di leggere la complessità delle differenze e tradurla in scelte didattiche responsabili, la realtà restituisce percorsi compressi nei tempi e spesso poveri di contenuti formativi sostanziali. Così, la specializzazione per le attività di sostegno, invece di rappresentare un’occasione di consolidamento professionale, rischia di ridursi a un requisito amministrativo da ottenere rapidamente, anche attraverso scorciatoie o titoli di comodo.

Il rischio è consegnare alla scuola figure la cui preparazione si esaurisce in una mera esecutività, incapaci di affrontare in modo critico le sfide che la pratica inclusiva comporta. Eppure, chi attraversa questi percorsi di formazione non vi trova solo contenuti disciplinari, ma sperimenta una forma mentis, un modo di intendere il proprio mestiere. Tale postura non resta circoscritta alla fase iniziale, ma tende a sedimentarsi come matrice durevole dell’agire docente: è nel momento in cui si costruisce il profilo professionale che si consolidano i repertori interpretativi e decisionali destinati a orientare, negli anni successivi, la lettura delle situazioni, la gestione delle tensioni quotidiane e la qualità stessa delle pratiche educative.

Stima alunni/studenti dalla scuola statale dell’infanzia all’università – Anni 2025-2034 (Fonte: Relazione tecnica all’emendamento 2.0.1000 del Governo al Decreto Legge 90/25, validata dalla Ragioneria Generale dello Stato (MEF) e basata sulle proiezioni del Servizio Statistico Attuariale dell’INAIL)

Non aiuta, in questo quadro, la logica introdotta dal Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 4 agosto 2023: l’articolo 13, comma 1 consente, a chi è già abilitato o a chi possiede la specializzazione sul sostegno, di ottenere altre abilitazioni attraverso l’acquisizione di soli trenta CFU (Crediti Formativi Universitari) nelle metodologie e tecnologie didattiche applicate alla disciplina, fermo restando il titolo di studio richiesto. Il risultato è un messaggio implicito fin troppo chiaro: il sostegno non come campo professionale ad alta complessità, ma come titolo-apriporta, corsia preferenziale per “passare alla materia” tramite percorsi spesso erogati interamente online — e non di rado incardinati nell’offerta delle università telematiche — che garantiscono la comodità di una formazione che riduce al minimo l’attrito della presenza.
Così, mentre si invoca una forma mentis ispirata a un impegno autentico e orientata alla cura pedagogica, il sistema incentiva la forma mentis della scorciatoia.

Lo sfondo demografico rende questa deriva ancora più problematica, perché sposta la questione dal “come copriamo le cattedre oggi” al “che scuola stiamo preparando per domani”.
Nell’audizione parlamentare del 18 giugno 2025, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha richiamato con chiarezza la natura non congiunturale del fenomeno: la contrazione della popolazione scolastica è già in atto e, tra l’anno scolastico 2018/2019 e il 2022/2023, ha prodotto una riduzione degli studenti pari al 5,2%, con incidenza maggiore nei primi segmenti (infanzia e primaria) e con effetti destinati a propagarsi lungo la filiera dei gradi successivi.

Numero insegnanti della scuola statale – Anno Scolastico 2024/2025, Anno Accademico 2023/2024 (Fonte: Relazione tecnica all’emendamento 2.0.1000 del Governo al Decreto Legge 90/25)

L’allarme demografico trova una conferma ufficiale e numericamente impietosa anche tra le pieghe di una Relazione tecnica allegata a un emendamento governativo al Decreto Legge 90/25 (relativo all’estensione dell’assicurazione INAIL a studenti e insegnanti), costruita su elaborazioni del Servizio statistico attuariale dell’INAIL e validata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
I dati descrivono uno svuotamento strutturale delle aule: considerando la sola scuola statale – dall’infanzia alla secondaria di secondo grado – gli alunni sono destinati a crollare dai 6.914.200 del 2025 ai 5.902.000 del 2034. Si tratta di un’emorragia di oltre un milione di ragazzi/ragazze (–14,6% in un decennio), con un ritmo di decrescita stimato in 110.000 iscritti in meno ogni anno fino al 2030, destinato a stabilizzarsi sulle 100.000 unità annue nel quadriennio successivo.

Fonte: Fondazione Agnelli, dati aggiornati al periodo 2023-2038 sul declino della popolazione studentesca («Avvenire», 15 giugno 2025)

Queste dinamiche non restano confinate nel registro previsionale, ma iniziano a tradursi in decisioni che impattano sulla struttura degli organici. Il Decreto Interministeriale 121/25 (relativo all’anno scolastico 2025/2026) dispone una diminuzione dei posti comuni dell’organico dell’autonomia pari a –5.660 (ripartiti territorialmente «in ragione del decremento della popolazione studentesca»), solo parzialmente compensata dall’incremento dei posti di sostegno (+1.866), con un saldo complessivo pari a circa –3.801 unità rispetto al 2024/2025.
Su un orizzonte più lungo, stime diffuse dalla Fondazione Agnelli proiettano al 2038 una riduzione di circa un quinto della popolazione tra i 3 e i 24 anni (rispetto al 2022). Tale scenario si tradurrebbe in –91.026 classi e –142.937 docenti, con un impatto particolarmente marcato nella scuola secondaria di secondo grado (–57.801 cattedre) e nella secondaria di primo grado, dove le classi diminuirebbero del 27,1% (e i docenti di oltre 38.000 unità).

In questo quadro, moltiplicare canali abbreviati e procedure di “regolarizzazione” per rispondere alla penuria immediata rischia di produrre una programmazione a corto raggio: si massimizza nel breve periodo l’offerta di credenziali, mentre il sistema entra in una fase in cui la leva decisiva non sarà l’espansione quantitativa degli organici, ma la loro qualificazione, riarticolazione e sostenibilità nel medio periodo.

Fonte: Fondazione Agnelli («Avvenire», 15 giugno 2025)

La formazione iniziale non è mai neutra: la qualità di ciò che si riceve determina la qualità di ciò che si trasmetterà. Se la scuola vuole essere un luogo in cui le differenze non siano soltanto accolte, ma riconosciute e trasformate in risorse, allora la formazione degli insegnanti (in particolare specializzati sul sostegno) deve essere progettata con lo stesso rigore riservato alle professioni ad alta responsabilità sociale, come ad esempio quelle sanitarie o ingegneristiche. Si tratta di un rigore che non può valere solo dove l’errore produce conseguenze immediate e irreversibili, ma anche laddove i suoi effetti si insinuano, silenziosi, nel tessuto quotidiano. Perché se una diagnosi errata compromette la salute di un corpo, un’educazione mal progettata può recidere speranze, possibilità e percorsi di vita, spesso in silenzio, senza anestesia.

In questa prospettiva, la qualità della formazione iniziale dei docenti diventa cartina di tornasole della tenuta culturale dell’università stessa: le attività formative rivolte agli insegnanti dovrebbero costituire non semplici iter di abilitazione formale, ma veri laboratori di ricerca pedagogica, capaci di trasmettere un habitus professionale fondato sulla responsabilità etica e intellettuale.
In un contesto segnato dal calo strutturale della popolazione studentesca e dalla conseguente riduzione di classi e cattedre, la sfida non è garantire “più docenti”, ma formare docenti migliori. Puntare su corsi di formazione robusti, rigorosi e culturalmente attrezzati non è quindi una scelta opzionale, ma una condizione di sopravvivenza per un sistema scolastico che voglia restare presidio democratico e snodo strategico di coesione sociale.

*Dottorando di ricerca all’Università di Torino. Il presente approfondimento è già apparso, con il medesimo titolo, nel numero 112 della rivista «Dalla parte del torto» e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. Ringraziamo Marisa Pavone per la collaborazione.

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Istituzionalizzazione e “stabilità dell’assistenza”, dove la cura viene espulsa

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«L’istituzionalizzazione – scrive Sara Bonannno – continua a essere la principale risposta dello Stato alle persone non autosufficienti, perché nella cultura burocratica e statale — ancora ancorata a vecchi schemi ospedalieri — la “stabilità dell’assistenza” viene confusa con la solidità dei muri, dei cancelli e degli organigrammi: cemento e apparati che si autoconservano, mentre la cura, che dovrebbe abitare le relazioni, viene espulsa» «Una persona fragilissima, come il cristallo, dovrebbe essere maneggiata con una cura certosina – scrive Sara Bonanno –. E invece viene resa un pacco anonimo, inserito in una violenta catena di montaggio». L’iconica immagine è tratta da “Tempi moderni” (“Modern Times”), film scritto, diretto e interpretato nel 1936 da Charlie Chaplin

L’istituzionalizzazione continua a essere la principale risposta dello Stato alle persone non autosufficienti. Non perché garantisca una reale stabilità di cura, ma perché, nella cultura burocratica e statale — ancora ancorata a vecchi schemi ospedalieri — la “stabilità dell’assistenza” viene confusa con la solidità dei muri, dei cancelli e degli organigrammi: cemento e apparati che si autoconservano, mentre la cura, che dovrebbe abitare le relazioni, viene espulsa.
In questo modello la sicurezza non coincide con la continuità della relazione di cura, ma con la permanenza in un contenitore organizzativo. È una stabilità amministrativa, non esistenziale.
Il paradosso è evidente: ciò che viene presentato come tutela si traduce in una perdita quasi totale della libertà. La vita della persona non autosufficiente viene organizzata secondo turni, procedure e compatibilità economiche, non secondo i suoi bisogni.
È l’esatto contrario della CURA. Non tutto ciò che si chiama assistenza, infatti, è cura e una persona fragilissima, come il cristallo, dovrebbe essere maneggiata con una cura certosina, per non incrinare quell’involucro trasparente che assorbe senza difese dolore, paura, ansia, tristezza. E invece viene resa un pacco anonimo, inserito in una violenta catena di montaggio.
Ridurre la cura a procedure standardizzate significa trasformarla in controllo. E dove c’è controllo senza relazione, ciò che resta non è sicurezza, ma violenza esercitata sulla fragilità.

*Madre e caregiver di Simone, uomo con disabilità con necessità di sostegni intensivi.

Il presente contributo di riflessione è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso insieme anche all’immagine utilizzata, con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Michele, giovane arbitro in carrozzina, al suo esordio ufficiale

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Il 19 aprile a Milano, la partita del Campionato CSI (Centro Sportivo Italiano) Vittoria Junior contro 4 Evangelisti (Categoria Under 9) sarà arbitrata da Michele Croce, 14 anni, al suo esordio ufficiale come arbitro di una partita di questo Campionato, dopo avere conseguito il patentino AIA (Associazione Italiana Arbitri). E Michele, come è già successo in questi mesi per alcune gare amichevoli, arbitrerà dalla sua carrozzina, portando in campo una passione che ha fin da bambino, diventata oggi realtà Michele Croce all’ingresso in campo per arbitrare recentemente l’amichevole di calcio a 7 femminile fra il Vittoria Junior e il Turchino

Milano, Oratorio San Silvestro in Via Andrea Maffei n. 29, domenica 19 aprile, ore 15.45: la partita del Campionato CSI (Centro Sportivo Italiano) sarà Vittoria Junior contro 4 Evangelisti (Categoria Under 9 – Campionato CSI), ma una volta tanto, in una partita di calcio, a farla da protagonista sarà soprattutto l’arbitro, giovane come i calciatori in campo, vale a dire Michele Croce, 14 anni, al suo esordio ufficiale come arbitro di una partita del Campionato CSI, dopo avere conseguito il patentino AIA (Associazione Italiana Arbitri). E Michele, come è già successo in questi mesi per alcune gare amichevoli, arbitrerà dalla sua carrozzina, portando in campo una passione che ha fin da bambino, diventata oggi realtà.
«Un esempio concreto – è stato scritto – di come lo sport possa essere strumento di inclusione e realizzazione personale e opportunità per perseguire i propri sogni, oltreché l’ennesima sfida accolta dalle società sportive del CSI Milano». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Alessia Testori (press@testoricomunicazione.it).

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