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Buona Pasqua a tutti e tutte con la “fiaba vera” di Becco di Rame, raccontata da Stefania Delendati
Una volta c’era il brutto anatroccolo, giovane pennuto umiliato per l’aspetto poco piacevole, infine accettato quando rivela la sua natura di splendido cigno. Ma anche le favole si aggiornano. Nel 2014, infatti, il brutto anatroccolo si chiama Becco di Rame, non è un personaggio inventato, ma un’autentica oca maschio di razza Tolosa che scorrazza spensierata in una fattoria sulle colline toscane, mostrando orgogliosa il becco di metallo, una “protesi” che l’ha restituita alla vita dopo un incidente.
Becco di Rame è diventata l’idolo dei bambini in ospedale, eroe di un libro in cui attraverso la sua vicenda sorprendente, spiega ai più piccoli la disabilità, la riabilitazione, le terapie e con il suo esempio li aiuta ad affrontare prove difficili.
Ma siccome stiamo parlando di una “favola”, raccontiamola nel modo classico, anche se tutti i protagonisti sono reali, in carne, ossa e… piume.
C’era una volta Gisella, signora con la passione per la campagna che allevava animali da cortile come fossero animali da compagnia. Anche Ottorino, la sua splendida oca di un anno, era trattata come un cane o un gatto, mai sarebbe finita arrosto sulla tavola delle feste.
Una notte di febbraio, una volpe affamata è piombata nel pollaio seminando il panico. Ottorino ha difeso i suoi amici con un coraggio da leone, mettendo in fuga il nemico. Nessuno è stato sbranato dalla volpe, ma nella lotta Ottorino ha perso la parte superiore del becco e quindi la possibilità di mangiare.
Preoccupata più che mai, Gisella l’ha portata dal veterinario del paese vicino, Alberto Briganti. Un uomo sui generis, famoso per avere salvato sei lupi dell’Appennino e un gatto che si era addormentato nella lavatrice e aveva subìto un lavaggio a 90 gradi, che ha tolto un dente all’elefante di un circo ed è stato ostetrico di un bisonte partoriente.
Ebbene, nonostante la gravità della lesione, Alberto non si è dato per vinto e ha deciso di tentare un’operazione mai eseguita al mondo: costruire un becco di metallo da applicare all’oca. Sensibile, ingegnoso e audace, ha preso una lastra di rame, l’ha modellata con due fori in corrispondenza del “naso”, ha arricciato i bordi e, dopo cinque ore di intervento chirurgico, Ottorino si è svegliato con un becco luccicante con il quale ha immediatamente tentato di bucare una scatola, segno che aveva accettato la “protesi”, senza alcun fastidio.
Da quel giorno Ottorino è diventato Becco di Rame e la sua favola non è terminata con il classico «…e vissero tutti felici e contenti», ma con «vedete, piccoli miei, questo racconto dimostra come possa essere straordinaria ed emozionante la vita».
Una storia vera così bella e intensa da sembrare una favola, anzi meglio di una favola. Perché se il vecchio brutto anatroccolo ha dovuto diventare “normale”, anzi bellissimo, per vedersi accolto, Ottorino/Becco di Rame ha fatto della sua “diversità” un punto di forza. Da quella apparente “minorazione” ha saputo infatti ripartire, perfino più forte e sicuro di sé, come dice Gisella che lo vede rincorrere le auto che passano accanto alla fattoria. Ha anche messo su famiglia ed è diventato papà di una covata di allegri anatroccoli.
Mai come oggi, in questo clima generale di degrado, avvertiamo il bisogno di esempi ancorati ai valori veri e alla voglia di vivere. E ben venga se l’esempio arriva da un’oca! Questo deve aver pensato il veterinario Alberto Briganti, che accomuna l’esperienza di Becco di Rame a quella di persone che dopo gravi traumi fisici tirano fuori energie insospettabili.
Sostenitore convinto della necessità di educare le nuove generazioni alla “diversità” e al rispetto degli animali, ha cominciato a far conoscere questa storia ai bimbi ricoverati nell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, ora gira le scuole e i nosocomi in tutta Italia.
Becco di Rame lo segue, avvicina i più piccoli, si lascia accarezzare e crea un rapporto di profonda empatia. La storia dell’oca coraggiosa è un valido sostegno alla Pet Therapy [“terapia con gli animali”, N.d.R.], ottimi risultati si riscontrano dal punto di vista psicologico.
Briganti ricorda ad esempio la telefonata di una mamma di Arezzo, riconoscente perché il figlio autistico, dopo l’incontro con Becco di Rame, si è dedicato al compito in classe con un interesse e una costanza mai mostrati prima di allora.
Sulle pareti della clinica veterinaria di Alberto, a Figline Valdarno (Firenze), si moltiplicano i disegni dei piccoli dedicati a Becco di Rame. Per loro è stata allestita una ludoteca che presto sarà affiancata da un teatrino.
Becco di Rame è diventato anche un libro illustrato per bambini – ma godibilissimo anche dagli adulti -, che narra le sue peripezie a lieto fine, dalla nascita in fattoria alla vita con gli altri animali, dallo scontro con la volpe alla ripresa, quando tutto sembrava perduto.
*Estratto di un testo di Stefania Delendati pubblicato da Superando il 18 aprile 2014.
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Il modello migliore per l’inclusione delle persone con disabilità nel lavoro
Le statistiche relative al lavoro delle persone con disabilità rivelano in Italia un quadro sconfortante. Il loro tasso di occupazione risulta in effetti inferiore al 33%, con percentuali molto più basse per le persone con disabilità intellettiva.
Il problema della forte discriminazione che subiscono queste persone non è solo italiano, ma mondiale. In un sistema economico che ha come fine la massimizzazione del profitto, i soggetti meno efficienti vengono infatti, senza una legislazione stringente, sempre più esclusi dal mercato del lavoro.
Vorrei dunque prendere spunto da quel dato statistico per una riflessione più ampia sulla partecipazione sociale delle persone con disabilità, che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità indica appunto poter avvenire principalmente tramite il lavoro.
Uno dei pregiudizi più diffusi sui soggetti con disabilità, come noto, consiste nel ritenerli degli “eterni bambini”. Quando ci si riferisce a loro, in effetti, anche se si tratta di persone adulte, si tende spesso a parlare di “ragazzi”. Non si riflette abbastanza, tuttavia, sulle cause di tali comportamenti maggiormente infantili (quando essi sono presenti). Se una persona, infatti, è costretta, subito dopo la scuola, a rapportarsi quasi esclusivamente coi genitori, o a frequentare centri per disabili in cui l’atteggiamento degli operatori risulta infantilizzante, tenderà inevitabilmente a comportarsi in maniera un po’ immatura.
Per tale motivo, è stato da più parti sottolineato che, per le persone con disabilità, il passaggio verso la condizione adulta può avvenire principalmente tramite una vera attività lavorativa, svolta negli stessi contesti in cui la svolgono le altre persone. L’inclusione, in effetti – ossia appunto la partecipazione sociale su base di uguaglianza delle persone con disabilità -, è reale se tutti possono svolgere le loro attività nei luoghi in cui le svolgono tutti, facendo, pur magari con differenti funzioni, le stesse cose di tutti. L’inclusione non è dunque pienamente presente, almeno a mio avviso, in un’aula scolastica, o in un locale ricreativo, o in un qualunque altro luogo destinato non a tutte le persone, ma soltanto a quelle con disabilità.
Ciò vale anche, per quanto questo possa apparire paradossale, per quei contesti lavorativi i quali, pur pensati per favorire l’occupazione dei soggetti con disabilità, diventando “contesti speciali” per “persone speciali”, rischiano di riproporre, sotto diverse forme, la medesima separazione presente nelle “classi speciali” o negli “istituti speciali”.
Per evitare incomprensioni, manifesto subito la mia vicinanza a quelle persone che, nella difficoltà estrema di assicurare un futuro lavorativo ad un figlio con disabilità, hanno cercato di creare contesti ad hoc, inserendovi anche altri soggetti con disabilità. Ciò nonostante, vorrei provare ad aprire un dibattito, che reputo necessario per comprendere quali siano le modalità di partecipazione lavorativa più idonee a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità. Sempre più spesso, infatti, sui media, sembra passare l’idea che la soluzione preferibile, per questo fine, sia creare iniziative imprenditoriali composte quasi esclusivamente da lavoratori con disabilità, fornendo ad esse un’elevata visibilità mediatica per promuovere la vendita dei relativi prodotti. Questa situazione, per la comprensibile condivisione emotiva che solitamente convoglia, è oggi considerata, da molti, il migliore modello inclusivo, o forse il solo possibile nell’attuale contesto economico.
Il quadro legislativo in Italia, a cominciare dalla Legge 68/99 sulle cosiddette “categorie protette”, prevede tuttavia che «le istituzioni statali debbano occuparsi di garantire un collocamento mirato alle persone con disabilità, inserendole in contesti lavorativi ordinari, sia pubblici che privati». Personalmente, ritengo corretto questo approccio normativo, proprio in quanto i contesti ordinari, se ben gestiti, a differenza dei contesti speciali, non creano separazione, essendo in linea di principio aperti a tutti.
Chi legge potrà certo pensare che, in un’epoca di crescente disimpegno delle politiche pubbliche – la stessa applicazione della Legge 68 è ormai divenuta molto farraginosa, per carenza di risorse, organizzazione e controlli –, non si dovrebbero neppure esprimere perplessità su questi “contesti speciali”, i quali danno almeno lavoro ad alcune centinaia di persone. Vorrei, però, ugualmente provare a riflettere sul fatto se queste iniziative imprenditoriali producano davvero la migliore possibile partecipazione sociale, ovvero se esse possano realmente essere pensate, sul piano dell’inclusione, come il migliore modello di riferimento. La mia preoccupazione, infatti, è che ci si avvii sempre più, in questo modo, a considerare il burocratico Stato come un organismo da ridimensionare, il che creerebbe, verosimilmente, un ulteriore grave pericolo per la tutela delle persone con disabilità.
Ritenere, inoltre, queste specifiche iniziative imprenditoriali come il principale modello cui ispirarsi, può rivelarsi problematico per almeno tre motivi.
Il primo motivo è quello per cui simili attività economiche, se non accompagnate da una notevole risonanza mediatica – la quale può inevitabilmente concentrarsi solo su poche aziende –, finiscono sovente, nell’indifferenza generale, col fallimento, per la loro minore produttività.
Il secondo motivo è che queste iniziative tendono di solito a costituirsi intorno a figure dalla personalità molto forte, le quali, anche se involontariamente, instaurano spesso con i loro dipendenti rapporti troppo “paternalistici”; tali rapporti sono tuttavia ciò di cui i soggetti con disabilità meno hanno bisogno per svincolarsi dalla condizione “infantile” in cui l’attuale totalità sociale vorrebbe invece mantenerli, forse per lasciarli lontani dai luoghi lavorativi “veri”, i quali non tollerano inefficienze, lentezze, immaturità.
Il terzo motivo, infine, già ricordato, è che se l’inclusione vera si ha solo in contesti aperti a tutti, un contesto “chiuso”, realizzato cioè soltanto per alcuni, non riesce ad essere pienamente inclusivo. Anche i fiori, del resto, crescono meglio all’aperto insieme a tutti gli altri fiori, piuttosto che al chiuso. La vera inclusione, infatti, non predilige i luoghi “speciali”, neanche quando gli stessi vengono ritenuti maggiormente vantaggiosi per le persone “speciali” (che tali, appunto, non sono, essendo semplicemente persone).
Gli antichi filosofi greci, di cui solitamente mi occupo, dicevano che tutto ciò che non è necessario è spesso dannoso, e l’inserimento di queste persone in contesti “speciali” non è, quasi mai, realmente necessario per la loro migliore partecipazione sociale.
Spero che i lettori e le lettrici comprendano le ragioni di queste mie parole, finalizzate soltanto a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità, anche in àmbito lavorativo.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.
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Un utile servizio online rivolto soprattutto ai caregiver familiari e personali
Servizio online gratuito e accessibile, lo Sportello Cura UBI è stato ideato e realizzato dall’Area Cura dell’UBI (Unione Buddhista Italiana), grazie ai fondi dell’8 per mille, per offrire informazioni, mappatura dei servizi socio-sanitari e di sostegno psico-emotivo disponibili sul territorio e risposte personalizzate, fornendo supporto a chi si occupa in modo continuativo della cura di una persona fragile non autosufficiente, in una parola ai caregiver.
L’iniziativa si rivolge infatti soprattutto ai caregiver familiari e professionali, ma anche agli operatori sanitari. Al momento è attiva in Abruzzo, Lazio, Lombardia, Piemonte e Sicilia ed è mirata a tre settori di patologie, oncologia, Alzheimer e disturbo dello spettro autistico in età pediatrica. Entro la fine di questo 2026, tuttavia, è prevista la copertura di tutte le Regioni italiane e, progressivamente, l’obiettivo è garantire l’assistenza anche per altre malattie e conseguenti disabilità.
È grazie alla collaborazione con la Fondazione The Bridge, che l’UBI ha potuto mappare e individuare oltre 650 organizzazioni che si occupano di assistenza, cura e supporto a pazienti e famiglie, raccogliendo informazioni pratiche e un’ampia gamma di servizi offerti sul territorio.
Lo Sportello sostanzialmente su tre livelli: entrando sul portale, il caregiver ha la possibilità di accedere in modo semplice e immediato a una serie di informazioni, articoli, video e testimonianze, utili a rispondere a domande e bisogni, quali ad esempio cosa significa essere caregiver e quali sono i diritti, cos’è il burnout, come si comunica la malattia al proprio familiare. Se ha poi bisogno di informazioni più specifiche, può compilare una serie di campi pensati appositamente per profilare al meglio la richiesta per patologia e area geografica e lo Sportello restituisce una risposta con le informazioni richieste. Infine, nel caso in cui abbia bisogno di informazioni più specifiche e personalizzate che non abbiano trovato risposta negli step precedenti, è a disposizione un numero di telefono, attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, cui risponde un team di professionisti esperti formati dall’Unione Buddhista Italiana.
«Prendersi cura di una persona malata – dichiara Anna Li Vecchi dell’Area Cura dell’Unione Buddhista Italiana – è un atto profondo di amore che può però mettere alla prova le risorse fisiche, emotive e relazionali di chi se ne fa carico. Da qui la scelta di creare lo Sportello Cura UBI per garantire ai caregiver un supporto adeguato e uniforme, l’accesso a informazioni chiare e aggiornate sui diritti, le agevolazioni e i servizi disponibili. Questo servizio si ispira al principio buddhista del prendersi cura attraverso la compassione, l’attenuazione della sofferenza e il rispetto dei diritti e della dignità di ciascun essere senziente. Nasce come spazio virtuale di ascolto e accoglienza dedicato ai caregiver, con l’obiettivo di offrire un supporto qualificato e contribuire, in spirito collaborativo, a un welfare capace di riconoscere e valorizzare il loro ruolo».
Da ricordare, in conclusione, che nella fase di ideazione e progettazione, lo Sportello Cura UBI ha ricevuto anche il supporto strategico di Wisedāna Foundation, fondazione filantropica laica e internazionale ispirata ai valori della filosofia buddhista nata su impulso dell’UBI, il cui obiettivo è amplificare l’impatto positivo di organizzazioni e progetti. (S.B.)
Per ulteriori informazioni: Alessandra Tonini (alessandra.tonini@leacrobate.it).L'articolo Un utile servizio online rivolto soprattutto ai caregiver familiari e personali proviene da Superando.
Una petizione per garantire esami equi agli studenti con Bisogni Educativi Speciali
«La Nota Ministeriale n. 5772 del 2019 penalizza gli studenti con BES (Bisogni Educativi Speciali) all’Esame di Stato del primo ciclo. Essa consente infatti l’uso degli strumenti compensativi solo in presenza di certificazione clinica, escludendo così gli alunni riconosciuti come BES per motivi sociali, economici o linguistici, nonostante abbiano utilizzato tali strumenti durante l’anno scolastico. Si tratta di una limitazione in evidente contrasto con quanto avviene nel secondo ciclo, dove è invece garantito l’utilizzo degli strumenti già adottati nel percorso didattico»: è con tale motivazione che il Gruppo Normativa Inclusione (Flavio Fogarolo, Anna Maria Giarolo e Stefania Vannucchi), nato per rispondere ai quesiti, posti in particolare da genitori e insegnanti, sulle norme che regolano l’inclusione scolastica in Italia, ha lanciato una petizione nel web (raggiungibile a questo link), che il MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), rivolgendosi a docenti, dirigenti scolastici, educatori, studenti, genitori e cittadini, invita a firmare e a diffondere, «con l’auspicio che già dall’esame del primo ciclo del 2026 si possa arrivare a un cambiamento concreto». (S.B.)
Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la petizione di cui si parla nella presente nota. Per ulteriori informazioni: muiss.segreteria@glin.it.L'articolo Una petizione per garantire esami equi agli studenti con Bisogni Educativi Speciali proviene da Superando.
Un percorso di formazione tecnica in Liguria per allenare atleti con disabilità intellettiva e relazionale
Il CIP Liguria (Comitato Italiano Paralimpico), in collaborazione con la FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali), sta per avviare un programma di formazione tecnica specializzata rivolto a persone che desiderino acquisire competenze specifiche per approcciarsi all’allenamento di atleti con disabilità intellettiva relazionale nelle discipline dell’atletica, del nuoto, del tennis, della pallacanestro e del judo.
«Il percorso – spiegano dal CIP Liguria – è riservato sia ai tecnici in possesso di un brevetto rilasciato dalla Federazione Olimpica di appartenenza sia a figure di supporto che ancora non abbiano un brevetto, ma che lavorano in sinergia con le prime. Esso rappresenta il primo livello qualificante per operare nell’àmbito degli sport dedicati agli atleti con disabilità intellettiva relazionale.
Grazie poi a un contributo straordinario della Regione Liguria, per i residenti in Liguria e per i primi 20 iscritti a ciascuna disciplina sportiva, il corso (il cui costo ordinario è di 200 euro) sarà gratuito. (S.B.)
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Il “Premio Inclusione 3.0” al progetto “Pronti per l’Indipendenza?”
«La capacità di rendere le persone con disabilità protagoniste attive del proprio percorso di vita, promuovendo l’empowerment attraverso l’arte, la musica e la gastronomia. Un modello innovativo di cittadinanza attiva, capace di creare reti territoriali solide e durature»: con questa motivazione, durante la recente Settimana dell’Inclusione, promossa dall’Università di Macerata, è stato insignito del Premio Inclusione 3.0 (Sezione Inclusione Culturale) il progetto Pronti per l’Indipendenza? Verso un sistema di welfare flessibile, personalizzato e consapevole del quale proprio la scorsa settimana avevamo segnalato l’evento conclusivo.
Seguito di volta in volta anche dal nostro giornale, Pronti per l’Indipendenza? ha avuto quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), affiancata dai partner AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), LEDHA (Lega delle Persone con Disabilità, componente lombarda della stessa FISH), FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente), FISH Calabria, FIADDA Roma e Capit.
L’obiettivo è stato sostanzialmente quello di fornire strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione delle persone con disabilità, superando le barriere che spesso limitano la crescita individuale e l’inclusione sociale, dando vita a un percorso volto a trasformare il concetto di assistenza in una concreta cultura dell’autonomia.
Il progetto, va anche ricordato, si è sviluppato su tre direttrici fondamentali: la formazione, attraverso percorsi strutturati su temi quali la pianificazione del progetto di vita, la gestione delle risorse finanziarie, l’accessibilità degli ambienti e l’orientamento ai servizi di supporto; il supporto pratico alla realizzazione del proprio Progetto di Vita, tramite un contributo economico; la creazione di una rete stabile di scambio e mutuo aiuto, dove la condivisione di esperienze e buone pratiche funge da stimolo per definire e raggiungere i propri obiettivi personali. (S.B.)
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Lombardia e non autosufficienza: le Associazioni chiedono alla Regione un provvedimento d’urgenza
Come riferisce la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), «le principali organizzazioni lombarde che rappresentano le persone con disabilità e il Forum Terzo Settore Lombardia esprimono forte preoccupazione per l’incertezza legata all’attivazione del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza (PNA), se è vero che a quasi due settimane dall’approvazione da parte della Conferenza unificata delle Regioni non è ancora possibile indicare una data certa per l’entrata in vigore del Piano stesso, il che blocca, di conseguenza, anche l’approvazione dei Piani Regionali. Si tratta di una situazione che sta generando gravi ripercussioni sulle persone con disabilità e sui loro familiari anche in Lombardia».
«In particolare – aggiungono dalla LEDHA -, il protrarsi dei tempi di approvazione della normativa nazionale e regionale ha determinato il blocco delle nuove richieste di accesso alla cosiddetta Misura B1 per le persone con necessità di sostegno intensivo molto elevato. In altre parole, dal 31 ottobre 2025 a oggi nessuna persona che ha subito un aggravamento della propria condizione ha potuto presentare domanda per usufruire delle risorse del Fondo per la Non Autosufficienza».
«Stiamo parlando – commenta Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – di uomini e donne con bisogni di sostegno molto elevati che restano privi di interventi essenziali per la vita quotidiana. E anche un’immediata approvazione del Piano Nazionale non permetterà di risolvere celermente queste situazioni».
Per questi motivi, dunque, la stessa LEDHA, insieme a FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM Lombardia (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e Forum Terzo Settore Lombardia, tornano a scrivere alle Istituzioni per chiedere alla propria Regione di «adottare un provvedimento d’urgenza, anche anticipando le risorse che verranno certamente trasferite a Regione una volta approvato il Piano Nazionale», che consenta la riapertura delle domande per l’accesso alla Misura B1 del Fondo per la Non Autosufficienza e l’avvio dei percorsi valutativi necessari all’erogazione dei sostegni.
«Tale richiesta – come viene detto – si accompagna a un rinnovato apprezzamento per l’impegno speso nei mesi scorsi dalla Regione Lombardia nei confronti del Governo per la stesura del Piano Nazionale. In particolare, le nostre organizzazioni riconoscono il valore della decisione della regione che ha garantito con risorse proprie la continuità degli interventi in atto fino al 30 giugno prossimo».
«È fondamentale – conclude Valeria Negrini, presidente del Forum Terzo Settore Lombardia – avviare al più presto un confronto tra le Associazioni e la Regione Lombardia, sia per individuare risposte immediate per le persone che oggi restano escluse dalla Misura B1, sia per costruire in modo condiviso il nuovo Piano Regionale affinché sia realmente adeguato ai bisogni delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)
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Il Giudice sancisce: l’accessibilità dev’essere effettiva, continua e non sostituibile con soluzioni “di fortuna”
La Sentenza del Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti della Persona e Immigrazione), emessa il 27 gennaio scorso in sede di azione antidiscriminatoria, come da Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni), si colloca in una linea giurisprudenziale molto chiara: l’inaccessibilità materiale di un servizio pubblico, quando incide concretamente sull’esercizio di diritti in condizioni di pari dignità, integra discriminazione fondata sulla disabilità anche quando l’ente non persegua intenzionalmente un effetto lesivo.
Nel caso concreto, dunque, il Giudice ha accertato che il ricorrente, persona con paraplegia e deambulazione su sedia a rotelle, in tre diverse occasioni del 2024 non ha potuto accedere agli Uffici dei Servizi Sociali Comunali a causa del mancato funzionamento del montascale all’ingresso, con conseguente svolgimento “degradato” dell’attività professionale all’esterno dell’edificio, in giardino, previa chiamata del personale.
L’impostazione della motivazione è particolarmente rilevante perché supera ogni riduzione formalistica del problema. Il Comune, infatti, aveva difeso la propria condotta sostenendo che il guasto fosse contingente, non voluto, e che comunque fosse stata assicurata un’assistenza alternativa da parte degli operatori. Il Tribunale, però, ha ricondotto la vicenda al nucleo della tutela antidiscriminatoria: la discriminazione non richiede necessariamente dolo intenzionale e può realizzarsi anche attraverso una prassi apparentemente neutra che produce, in concreto, uno svantaggio specifico per la persona con disabilità.
Il giudice richiama infatti la nozione ampia di discriminazione prevista dalla citata Legge 67/06, comprensiva della forma indiretta e delle condotte lesive della dignità personale, e valorizza il dato oggettivo della disparità di trattamento rispetto a una persona normodotata che, in quelle stesse condizioni, avrebbe avuto accesso ordinario agli uffici.
Dal punto di vista sistematico, la Sentenza di cui si parla è ben costruita perché intreccia tre piani che spesso vengono trattati separatamente: l’accessibilità come precondizione di cittadinanza, la pari opportunità nell’accesso ai servizi pubblici e la dignità relazionale/professionale della persona. La motivazione, infatti, non si limita a constatare il mero disservizio tecnico del montascale, ma qualifica il mancato ripristino tempestivo e il rinvio alla “soluzione esterna” come una forma di esclusione funzionale dall’ambiente pubblico.
In altri termini, non è il solo ostacolo fisico in sé a rilevare, ma l’effetto giuridico-sociale che quell’ostacolo produce: costringere una persona con disabilità a un circuito differenziato, meno dignitoso e meno autonomo, nonostante la destinazione dell’ufficio proprio a cittadini in condizioni di vulnerabilità.
Un passaggio centrale, e condivisibile anche in prospettiva comparativa interna alla giurisprudenza antidiscriminatoria, è quello in cui il Tribunale nega che la “buona fede” dell’Amministrazione possa escludere l’illiceità. La decisione ribadisce che l’assenza di animus discriminatorio non neutralizza la violazione quando permane una barriera architettonica o funzionale idonea a produrre una disparità sostanziale.
È questo un punto decisivo perché evita che la tutela venga svuotata da giustificazioni organizzative o burocratiche: se il servizio pubblico è strutturalmente o reiteratamente non accessibile, la discriminazione si consuma nel risultato lesivo, non nella volontà soggettiva dell’Ente.
Molto interessante è anche il modo in cui il giudice tratta la «cessazione della materia del contendere» rispetto all’ordine di rimozione della barriera. Il Comune, nelle more, aveva avviato la soluzione alternativa della rampa e documentato l’approvazione del PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche); il Tribunale prende atto della sopravvenuta rimozione e dichiara cessata la materia sul punto inibitorio, ma non per questo esclude l’accertamento della discriminazione già verificatasi in precedenza, né la condanna risarcitoria.
Questa impostazione, giuridicamente corretta, è soprattutto socialmente equilibrata: incentiva infatti l’adeguamento in corso di causa, ma non consente che l’adempimento tardivo cancelli il pregiudizio già subito.
Sul danno, poi, la Sentenza si muove lungo un crinale tecnico importante. Il ricorrente aveva domandato in modo generico il risarcimento del danno non patrimoniale; il giudice, richiamando l’elaborazione delle Sezioni Unite del 2008 sul danno non patrimoniale e il necessario raccordo con gli elementi dell’illecito civile, riconosce in concreto il danno morale da lesione della dignità e lo liquida equitativamente in 500 euro, anche in ragione della limitatezza episodica degli eventi contestati, della successiva rimozione della barriera e della funzione presuntiva della prova in questo ambito.
La quantificazione può apparire contenuta, ma la motivazione chiarisce che la misura dipende dalla specifica allegazione probatoria e dalla natura circoscritta del pregiudizio dedotto.
Qui il messaggio pratico è netto: nelle azioni derivanti dalla Legge 67/06 l’accertamento discriminatorio può essere robusto anche con un ristoro economico modesto, specie quando l’allegazione del danno ulteriore non sia analitica.
Il valore più forte della decisione sta dunque nella qualificazione dell’accessibilità come parametro di uguaglianza sostanziale e non come mero adempimento tecnico-edilizio. Il mancato funzionamento di un ausilio di accesso, se reiterato e non superato con misure equivalenti realmente dignitose e tempestive, non resta un fatto amministrativo neutro: diventa violazione antidiscriminatoria.
Inoltre, la Sentenza conferma una distinzione operativa essenziale per il contenzioso: l’azione antidiscriminatoria può portare contestualmente ad accertamento dell’illecito, ordine di rimozione (quando ancora necessario) e risarcimento, ma la sopravvenuta eliminazione dell’ostacolo non travolge automaticamente gli effetti risarcitori della fase precedente.
Si può quindi concludere che questa pronuncia rafforza tre acquisizioni: la centralità della persona e della sua dignità nel diritto antidiscriminatorio; la natura oggettiva della verifica della disparità di trattamento; la responsabilità dell’ente pubblico anche per omissioni organizzative, quando producano esclusione concreta dall’accesso ai servizi.
In questo senso, tale decisione non introduce princìpi del tutto nuovi, ma li applica con coerenza a un caso quotidiano e molto rappresentativo, dando un segnale chiaro alle Amministrazioni: l’accessibilità deve essere effettiva, continua e non sostituibile con soluzioni “di fortuna” che relegano la persona con disabilità fuori dal luogo ordinario del servizio.
*HandyLex è il Centro Studi Giuridici della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
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Esonero per la partecipazione al 3° Meeting Nazionale degli insegnanti di Religione Cattolica
Persone con disabilità in ospedale: cresce in Piemonte (e non solo) l’istanza di applicare il modello DAMA
Per tutto lo scorso anno abbiamo seguito sulle nostre pagine i positivi sviluppi della Rete Obiettivo DAMA Torino, nata nel novembre 2024, con l’intento di promuovere l’implementazione del Modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance, ovvero “Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) in Piemonte. È stato dunque un passaggio logico, nelle scorse settimane, assumere la nuova denominazione di Rete Obiettivo DAMA Piemonte, «un cambio di nome – come viene sottolineato – che esprime un passaggio politico e territoriale ormai maturo». Tale iniziativa, infatti, nata appunto nell’area torinese. ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, coinvolgendo associazioni, amministrazioni locali, professionisti e interlocutori istituzionali dell’intero territorio regionale. La nuova denominazione intende pertanto rappresentare con maggiore chiarezza la dimensione reale della mobilitazione e rafforzare il confronto con la Regione Piemonte.
Oggi la Rete riunisce ben 37 organizzazioni (a questo link l’elenco completo) impegnate ad ottenere l’implementazione di DAMA negli ospedali piemontesi, al fine di garantire cure accessibili, appropriate e personalizzate alle persone con disabilità intellettiva/autismo (ma non solo) non collaboranti. DAMA, infatti, già operativo in altre Regioni, non lo è ancora in Piemonte. Negli ultimi mesi, quindi, la Rete ha intensificato la propria attività su più fronti, a partire da quello istituzionale. In tal senso risultano approvati Ordini del Giorno a sostegno del modello nei Comuni di Torino, Druento, Nichelino, Beinasco, Collegno, Grugliasco, Mondovì, Alpignano e Chieri, oltre che da parte del Consiglio Regionale. «Ma il risultato di rilievo – viene ricordato – è costituito dall’inserimento del DAMA nel Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030, circostanza che conferma come la questione debba ormai tradursi in atti coerenti da parte della Sanità piemontese. Parallelamente, abbiamo continuato a sollecitare la Direzione Sanità della Regione anche sulla pubblicazione di una guida dei percorsi di accoglienza facilitata in qualche modo esistenti in Piemonte, strumento ritenuto utile, almeno in via transitoria, per orientare le famiglie nell’accesso ai servizi attualmente disponibili, nelle more dell’attivazione del servizio DAMA strutturato. Tale guida dovrebbe raccogliere gli esiti della ricognizione svolta in questi mesi dalla Regione presso le ASL e i vari Presìdi Sanitari piemontesi. E in ogni caso, nel merito il confronto con la Direzione Sanità resta aperto. Nel frattempo, proseguono contatti e interlocuzioni con professionisti e Presìdi Sanitari che manifestano sensibilità verso il tema, nonché disponibilità a costruire percorsi dedicati. In alcuni contesti, per altro, risultano già presenti pratiche di sedazione procedurale per pazienti con disabilità complessa, ma si tratta in genere di esperienze affidate ancora alla volontà dei singoli e non inserite in protocolli aziendali stabili. Proprio per questo, riteniamo che si debba passare con urgenza da iniziative episodiche alla piena implementazione del modello DAMA».
«Negli ultimi tempi – spiegano ancora dalla Rete – si è sviluppato anche un lavoro di approfondimento tecnico-legale sui casi di diniego o di mancata erogazione delle cure nei confronti di persone con disabilità non collaboranti, in assenza del modello DAMA, ovvero di percorsi adattati e di un’organizzazione dedicata. Si tratta infatti di una criticità concreta, che rischia di tradursi in una compressione del diritto alla salute e in possibili profili di discriminazione nell’accesso alle prestazioni sanitarie».
Sul versante nazionale, infine, la Rete ha raccolto notizie incoraggianti sul percorso di redazione delle Linee Guida Nazionali sul DAMA, come da Decreto Ministeriale del 3 marzo 2025, Linee Guida oramai di prossima emanazione, che costituiranno certamente un fondamentale punto di riferimento anche per il Piemonte.
«Con la nuova denominazione – concludono dalla Rete – rilanciamo quindi il nostro impegno affinché gli atti politici approvati, gli indirizzi cogenti del Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 e la ricognizione della situazione esistente, nonché le disponibilità professionali già emerse si traducano finalmente nell’implementazione del modello DAMA. Chiamarci infatti Rete Obiettivo DAMA Piemonte renderà più coerente la nostra azione, dando maggiore forza alla richiesta rivolta alla Regione di attivare finalmente il DAMA». (S.B.)
Per ulteriori informazioni: reteobiettivodama@gmail.com.L'articolo Persone con disabilità in ospedale: cresce in Piemonte (e non solo) l’istanza di applicare il modello DAMA proviene da Superando.
Procedura di accreditamento delle istituzioni scolastiche statali e paritarie quali sedi di svolgimento delle attività di tirocinio docenti ai sensi dell’art. 12, D.M. 249/2010, del D.M. 93/2012 e del DPCM 4 agosto 2023 – a.s. 2025/2026
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IC LUZZI – Interpello Nazionale ai sensi dell’art.13 c. 23 O.M. 88-2024 – Avviso finalizzato al reclutamento di docenti forniti della specializzazione per la classe di concorso ADEE – SCUOLA PRIMARIA – SOSTEGNO
IC DON MILANI DE MATERA COSENZA – INTERPELLO PER SUPPLENZA BREVE-ADAA-SOSTEGNO-SC.-INFANZIA-PSICOFISICO-EH-01_04_26
Sport e tempo libero: parti essenziali del progetto di vita delle persone con disabilità
La seconda giornata della recente 9^ Settimana dell’Inclusione promossa dall’Università di Macerata e ampiamente presentata anche sulle nostre pagine, si è aperta nel segno dello sport, sempre più riconosciuto come àmbito strategico per ripensare in chiave inclusiva i processi educativi e sociali. Un orientamento, questo, che trova una traduzione concreta anche nell’attivazione da parte dell’Ateneo marchigiano del nuovo corso di laurea in Scienze Motorie e Sportive per l’inclusione, nel segno di una visione volta a superare il paradigma esclusivamente competitivo, per abbracciare una dimensione più ampia, educativa e partecipativa.
«Questo nuovo corso di laurea – ha sottolineato per l’occasione il rettore dell’Università di Macerata John McCourt – si inserisce in una crescente attenzione dell’Ateneo verso il mondo dello sport, già testimoniata da percorsi come la laurea in Scienze Giuridiche per lo Sport e il Corso Specialistico per Direttore Sportivo. A questo si affiancano la possibilità della Dual Career e l’imminente inaugurazione del nuovo centro sportivo».
«Progettare un corso di laurea in questo àmbito significa costruire un percorso capace di includere davvero tutti, non solo alcune categorie. Il valore aggiunto sta proprio qui: non fermarsi agli slogan, ma tradurre l’inclusione in pratica», ha spiegato il direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo Simone Betti.
Su una linea analoga si è espressa la prorettrice e presidente della SIPeS (Società Italiana di Pedagogia Speciale) Catia Giaconi: «L’obiettivo – ha affermato – è valorizzare le diversità, con un’attenzione particolare alle persone con disabilità. Nel nuovo corso di laurea il focus è fortemente educativo: lo sport è uno spazio di realizzazione e inclusione, anche se i dati ci dicono che non sempre funziona così. Ancora oggi, infatti, la parola più associata allo sport è competizione e non inclusione».
«L’inclusione assume un significato sempre più ampio – ha aggiunto la docente Alessandra Fermani –, anche dal punto di vista economico e culturale. In questo contesto, l’interdisciplinarietà sarà fondamentale: oggi possiamo intervenire sempre di più sugli aspetti psicologici, pedagogici e didattici».
Quest’ultimo approccio trova riscontro anche nelle esperienze sul campo, come ha evidenziato Alberto Virgili, responsabile dell’Area Performance nel settore giovanile di Lube Academy: «Spesso – ha dichiarato -, anche nelle realtà che dichiarano di avere una forte attenzione sociale, alla fine vengono selezionati solo i più bravi. Noi stiamo cercando di superare questo modello. L’attenzione è rivolta al bambino nella sua globalità: chi vuole partecipare può farlo, senza selezioni, e viene accompagnato in un percorso che considera allenamento, riposo e nutrizione. È fondamentale che allenatori e formatori condividano questo approccio, imparando a lavorare anche con chi non è ancora pronto dal punto di vista motorio. In un progetto serio non si può prescindere dalla centralità della persona. Inoltre, lo sport dilettantistico sta diventando sempre più costoso, e questo rischia di creare nuove forme di esclusione».
Durante l’incontro, il tema dello sport si è intrecciato con quello del diritto al tempo libero. «Quest’ultimo – ha sottolineato la ricercatrice Ilaria D’Angelo – dev’essere un diritto di qualità, non riducibile a un’estensione della terapia. Tutti devono poter partecipare, su base di uguaglianza, alla vita culturale e sportiva, accedendo a contesti e materiali pensati in modo inclusivo. Lo sport, inoltre, ha anche una dimensione culturale e informativa: pensiamo, ad esempio, al ruolo delle Paralimpiadi nel cambiare lo sguardo sulle persone con disabilità, sempre più riconosciute come atleti. Il tempo libero e lo sport sono parti essenziali del progetto di vita: luoghi in cui esprimersi, costruire relazioni, sviluppare autodeterminazione e senso di appartenenza».
A partire dunque da questo primo nucleo tematico, la seconda giornata della Settimana dell’Inclusione ha sviluppato un percorso più ampio, attraversando diversi àmbiti educativi.
Ad esempio, in un convegno dedicato agli albi illustrati, l’inclusione è emersa come esperienza da vivere più che da spiegare: un linguaggio fatto di immagini, silenzi e parole essenziali, capace di parlare a tutti.
Con il focus sul sistema 0-6, si è quindi ribadita l’importanza di riconoscere il potenziale unico di ogni bambino/bambina e di costruire un’alleanza educativa forte con le famiglie, in un’ottica di corresponsabilità.
E ancora, le riflessioni si sono poi estese alle tecnologie e all’intelligenza artificiale, interrogandosi su come queste influenzino i processi cognitivi e sul ruolo del docente nel guidarne un uso consapevole, mantenendo al centro l’agency degli studenti.
Infine, lo sguardo si è aperto ai contesti di emergenza educativa, dove l’inclusione assume il valore di resistenza e speranza. Le esperienze raccontate, come quelle sviluppate in Palestina in collaborazione con l’Università Al-Quds e l’organizzazione EducAid, hanno mostrato come costruire spazi educativi significhi, anche nelle situazioni più difficili, continuare a generare futuro.
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Un reportage filmato sulla sterilizzazione forzata delle donne con disabilità in Europa
È stato pubblicato sulla sezione italiana di Arte TV, una piattaforma streaming europea, La sterilizzazione forzata: un tabù in Europa, un reportage filmato realizzato dalla regista Katrin Kleemann nel 2025. Il video è inserito nella sezione ARTE Regards – Sguardi sulla società, è in lingua tedesca, ma è sottotitolato in italiano (ha una durata di 30.18 minuti ed è liberamente visibile a questo link).
L’opera affronta, appunto, il tema della sterilizzazione forzata attraverso le testimonianze di alcune donne con disabilità che hanno subìto questa forma di violenza, e di altre che invece sono riuscite a sottrarsi. Alcune di esse sono impegnate nel rivendicare la criminalizzazione di questa pratica, nonché il diritto di tutte le donne a scegliere la maternità e a ricevere tutti i supporti di cui dovessero avere necessità per svolgere il ruolo genitoriale. Va infatti ricordato che attualmente ci sono ancora ben 12 Paesi dell’Unione Europea in cui questa pratica è ammessa per legge (se ne legga a questo link).
Natacha van Ooteghem, donna con una disabilità cognitiva, sa leggere e scrivere, ma ha un tutore legale. Non ha potuto avere figli perché è stata sterilizzata contro la sua volontà in uno Stato, il Belgio, in cui questa pratica è un reato dal 2013, ma è spesso richiesta come requisito per l’ammissione alle strutture residenziali. «Credo di sì, credo che sarei stata una buona mamma», afferma guardando in camera. «Avrei voluto avere una figlia», aggiunge distogliendo lo sguardo. Non sapeva cosa l’aspettava quando l’hanno operata. Sua madre aveva parlato con la ginecologa. Natacha sapeva solo che la ginecologa le avrebbe chiesto come stava, ma durante il colloquio la madre ha spostato la conversazione affermando che sua figlia non avrebbe avuto figli.
Natacha aveva 24 anni e doveva rimuovere una cisti ovarica, quando la madre, credendo che non fosse in grado di prendersi cura di un figlio, l’ha spinta a sterilizzarsi. Il personale sanitario non le ha spiegato che l’intervento era irreversibile. Oggi vive in una struttura residenziale e frequenta una compagnia teatrale di cui fa parte anche Monique Perrault, un’altra donna sterilizzata contro la propria volontà.
Natacha e Monique sono diventate amiche. Parlano raramente di questa esperienza. Il ricordo è troppo doloroso. Sperano che le prossime generazioni di donne imparino dal passato, e che non debbano vivere l’esperienza terribile che hanno vissuto loro.
Anche Gaëlle e Véronique sono state sterilizzate senza il loro consenso. Véronique aveva 20 anni quando i suoi genitori l’hanno portata in ospedale, dove l’hanno sùbito anestetizzata, senza spiegarle il perché. Le era stato detto che era lì per un neo. Lei si è insospettita vendendo le cicatrici sull’addome.
Sara Rocha, è una donna portoghese di 34 anni con una disabilità multipla: è autistica, ipoudente, ha l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e la sindrome di Ehlers-Danlos, un disturbo del tessuto connettivo. In Portogallo questi sono motivi validi per sterilizzare le donne, anche minorenni, contro la loro volontà. Durante le riprese del reportage è incinta. «Essere una madre autistica con disabilità multiple è quasi rivoluzionario – racconta –. Ho un bastone, apparecchi acustici e un cane da assistenza [Dilly, N.d.R.]. Spero che questo cambi l’idea di come dovrebbe essere una madre».
Sara si batte perché la politica non chiuda più un occhio su queste gravi violazioni dei diritti umani, e affinché vieti una volta per tutte le sterilizzazioni coatte, non solo in Portogallo, ma in tutta Europa. Assieme ad una sua amica, cinque anni fa, ha fondato un’Associazione, Voz do Autista (“Voce degli Autistici”), per sensibilizzare la popolazione su questo tema su cui c’è ancora tanto silenzio, stigma e inazione. Con l’Associazione hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione sulla sterilizzazione forzata, attraverso la quale si propongono anche di raggiungere le donne che hanno subìto questa forma di violenza, e di raccogliere elementi per contrastarla in modo più efficace.
Proprio grazie all’attivismo di Sara, dunque, il Parlamento portoghese ha calendarizzato la votazione di un Disegno di Legge per porre fine alla sterilizzazione forzata delle persone con disabilità per il 18 dicembre 2025 (se ne legga a questo link). In quell’occasione Sara, ormai al quinto mese di gravidanza, ha potuto parlare nell’audizione pubblica che si è svolta proprio in Parlamento. Tuttavia quest’ultimo ha rinviato il voto all’ultimo momento e non c’è ancora una nuova data per il pronunciamento. Ma Sara continuerà a battersi per un mondo in cui le donne con disabilità siano ascoltate e viste.
Oggi in Germania le sterilizzazioni forzate sono illegali e dal 2020 ai genitori con disabilità è riconosciuto il diritto legale al sostegno. Nel reportage di Katrin Kleemann si parla di un progetto pilota di casa famiglia realizzato a Berlino dove, da un anno e mezzo, vivono Sunny Stemmler, una donna di 34 anni, e Matteo, suo figlio di 3 anni. Madre e figlio hanno il supporto di un team composto di assistenti sociali, educatrici e pedagogiste.
Matteo è un figlio desiderato e sua madre passa con lui ogni minuto libero. Sunny ha una disabilità acquisita. In seguito ad un incidente d’auto ha riportato difficoltà di apprendimento e problemi di udito. Un’assistente vede madre e figlio quasi ogni giorno e li accompagna nel loro percorso proponendo giochi e attività di gruppo, nonché aiutando Sunny nelle questioni educative. Questo tipo di intervento è definito “genitorialità assistita”. Nella struttura le madri con disabilità possono vivere con i loro figli anche se da sole non ce la farebbero. La madre riceve un sostegno anche per altre questioni che non riguardano il bambino, come pratiche burocratiche, corrispondenza, pagamento delle bollette, visite mediche e cose simili. «Chiunque può e deve poter essere madre ricevendo il sostegno necessario per farlo – afferma l’assistente –. Ogni madre ha le risorse per vivere con un figlio, anche se non da sola. Ma queste risorse vanno utilizzate per aiutare ogni madre a farcela».
Il modello si adatta alle esigenze individuali di ogni famiglia. Questi progetti abitativi sono finanziati dai Servizi Sociali. Matteo e la madre potranno stare nella struttura sino ai 18 anni del figlio. Tuttavia che Sunny oggi possa vivere con suo figlio non è stato sempre scontato. Già durante la gravidanza ha incontrato resistenze. C’erano persone che pensavano che non ce l’avrebbe fatta né fisicamente né mentalmente. Che non sarebbe stata capace di crescere un bambino. Tanto che dopo il parto l’Ufficio Minori ha limitato i diritti di Sunny, stabilendo che Matteo dovesse stare in un centro di accoglienza. Dunque, per un certo periodo Sunny è andata a trovarlo ogni giorno e ha lottato per poterlo riavere con sé. Assieme ai Servizi Sociali ha organizzato un trasferimento nella casa famiglia, e dopo un anno madre e figlio hanno potuto tornare a vivere assieme. Per Sunny arrendersi non era un’opzione possibile.
*Responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli nel cui sito il presente servizio è già apparso. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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Alunni con disabilità e DSA verso il mondo del lavoro: gettati in mare aperto senza braccioli
Sintesi amara di un paradosso italiano: il sistema scolastico costruisce per gli alunni con BES (Bisogni Educativi Speciali) un percorso protetto, ricco di strumenti compensativi, misure dispensative e personalizzazioni spinte. Poi, una volta usciti, li abbandona in un mondo del lavoro che di quelle tutele non ha nemmeno il ricordo.
Non è inclusione, questa. È un’illusione programmata. È preparare qualcuno a nuotare costruendogli una piscina per poi gettarlo in mare aperto senza braccioli.
Nelle aule italiane, il paradigma è chiaro: l’alunno con DSA, con disturbi dell’attenzione, con difficoltà specifiche di apprendimento, deve riuscire. A tutti i costi. E così assistiamo a Piani Didattici Personalizzati (PDP) che trasformano il curriculum in un abito su misura; strumenti compensativi (sintesi vocale, mappe, tempo aggiuntivo) che “livellano il campo di gioco”; dispense da parti di programma, verifiche semplificate, interrogazioni programmate; docenti di sostegno che affiancano, mediano, traducono la didattica in un linguaggio accessibile.
Tutto giusto? Sì, se visto dall’interno delle mura scolastiche. Ma c’è una domanda scomoda che pochi fanno: dove li sta portando tutto questo?
Una volta che il diploma è in tasca, il giovane con BES si affaccia alla vita adulta e scopre che le “agevolazioni” non esistono più. O meglio: esistono sulla carta, ma nella realtà sono un deserto.
Provo a fare un esempio concreto. Un ragazzo con dislessia grave, che a scuola ascoltava i libri di testo con la sintesi vocale, accende la televisione per seguire il telegiornale. Dove trova un telegiornale pensato per lui? Dove c’è un conduttore che scandisce i tempi, un sottotitolo ad alta leggibilità, una versione testuale delle notizie in carattere adeguato? Non esiste.
Prova ad aprire un quotidiano online o cartaceo. C’è un’edizione del «Corriere della Sera» o de «la Repubblica» in carattere ad alta leggibilità? O con immagini a supporto della comprensione? Ci sono notiziari strutturati con il linguaggio chiaro della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)? No. Il mondo dell’informazione, quello che forma cittadini consapevoli, è completamente blindato per chi ha bisogni specifici.
Entriamo allora nel cuore del problema: il lavoro. La Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) esiste, sì. Parla di “collocamento mirato”, di quote di riserva, di accomodamenti ragionevoli. Ma nella pratica, per un giovane con DSA o con altri BES, cosa trova?
Selezione per competenze standardizzate: i test attitudinali sono a tempo, scritti, spesso, con istruzioni complesse. Proprio il tipo di prove da cui era dispensato a scuola.
Mansioni “adattate”? Una chimera. Il mondo del lavoro chiede flessibilità all’azienda, non al lavoratore. Nessun capo ti concede un colloquio con sintesi vocale o ti dà il doppio del tempo per leggere un contratto.
Formazione non accessibile: i corsi obbligatori (sicurezza, aggiornamenti) sono in modalità standard, spesso solo testuali. Se hai bisogno di mappe concettuali per studiare, non le troverai.
Carriera bloccata: anche se entri, la progressione richiede certificazioni, esami interni, percorsi formativi che ripropongono le stesse barriere.
La contraddizione, dunque, è sotto gli occhi di tutti, ma pochissimi la chiamano con il suo nome: da un lato la scuola spende risorse umane, tempo, energie per costruire percorsi personalizzati. Dall’altro, il mondo esterno (quello per cui la scuola dovrebbe preparare) non offre alcuna continuità a quelle stesse personalizzazioni. È come insegnare a qualcuno a camminare con le stampelle per anni, per poi togliergliele improvvisamente e dirgli: «Ora corri, che la vita è una maratona!».
E il risultato? Ragazzi con diplomi in mano che scoprono che fuori non esiste un “colloquio di lavoro compensato” o un “ambiente di lavoro con tempi aggiuntivi”; che non esiste un “capo che accetta di ricevere report in mappe concettuali”. E così molti si perdono. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di continuità istituzionale.
Cosa abbiamo insegnato, in fondo, a questi studenti? Che il mondo si adatterà a loro. Che esiste un diritto alla personalizzazione che varrà per sempre. Che le loro difficoltà saranno sempre riconosciute e supportate. Ma non è vero. La scuola ha costruito un ecosistema protetto, senza dire che fuori quel sistema non esiste. Ha creato dipendenza dalle agevolazioni, senza formare all’autonomia in un ambiente non agevolato.
Non sto dicendo che la scuola debba smettere di personalizzare. Dico che non può farlo senza costruire un ponte verso ciò che viene dopo. In altre parole, è necessario che le misure previste dal Piano Didattico Personalizzato abbiano un corrispettivo nei primi anni di lavoro, con veri accomodamenti ragionevoli obbligatori per le aziende e non solo per le scuole; che l’informazione pubblica (telegiornali, portali istituzionali, comunicazioni) diventi accessibile con standard chiari per persone con DSA, disabilità intellettive, disturbi del neurosviluppo; che la scuola, accanto agli strumenti compensativi, insegni anche a riconoscere le barriere, a negoziare i propri diritti, a costruirsi strategie per contesti non protetti; che chi assume sia tenuto a dimostrare non solo il rispetto delle quote, ma la reale accessibilità dei processi selettivi e formativi.
Per concludere, non posso nascondere l’indignazione. Perché vedere ragazzi intelligenti, motivati, con diplomi presi con fatica e strumenti straordinari, sbattere contro un muro di indifferenza appena usciti da scuola, è una ferita. La pubblica istruzione in Italia ha fatto passi da gigante nell’inclusione scolastica. Ma si è fermata lì, come se dopo il diploma il problema non esistesse più. E invece esiste e pesa come un macigno sulla vita di migliaia di giovani che hanno imparato a credere che il mondo fosse come la loro aula. E non lo è. Non è inclusione se dura solo fino all’esame di maturità. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, questo non è un sistema che prepara alla vita. È un sistema che prepara alla scuola. E poi lascia indietro chi ha creduto alle sue promesse.
*Già docente di sostegno.
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“Via Blu”, l’app che interviene sulle barriere cognitive e sensoriali
C’è una barriera che non si vede. Non ha gradini, non ha tornelli, non si misura in centimetri. È fatta di rumore, luce, affollamento, imprevedibilità. È quella che ogni giorno rende complesso, se non impossibile, l’uso del trasporto pubblico per molte persone nello spettro autistico.
È da qui che è nata Via Blu, applicazione digitale progettata appunto per accompagnare le persone autistiche negli spostamenti in tram, presentata a Firenze in occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo di oggi, 2 Aprile.
Si tratta quindi di un progetto che non interviene sulle infrastrutture fisiche, ma su quelle cognitive e sensoriali, ancora troppo spesso ignorate. Sviluppata da Gest SpA, Società del gruppo RATP Dev Italia che gestisce la tramvia fiorentina, in collaborazione con l’Associazione Autismo Firenze e con il patrocinio dei Comuni di Firenze e Scandicci, l’app è gratuita e disponibile su iOS e Android. La realizzazione tecnica è firmata da Kayros Lab, con il contributo metodologico di professionisti della neurodiversità.
Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia circa 500.000 famiglie convivono con l’autismo. Per molte di esse, affrontare un viaggio in tram significa esporsi a un ambiente ad alta intensità sensoriale: suoni improvvisi, luci forti, spazi affollati, informazioni simultanee difficili da elaborare. Il problema, quindi, non è il mezzo in sé, ma l’impossibilità di anticipare ciò che accadrà.
Via Blu interviene proprio su questo punto: scompone il viaggio in sequenze chiare e prevedibili, utilizzando il modello delle storie sociali, uno strumento consolidato nella pratica psicoeducativa. L’utente può cioè visualizzare in anticipo ogni fase del percorso: dalla salita sul tram al riconoscimento delle fermate, fino al momento della discesa. Mappe essenziali, icone lineari, testi brevi, tutto progettato per ridurre il carico cognitivo ed è presente anche una sezione dedicata alla gestione degli imprevisti e la possibilità di salvare contatti di emergenza.
Un sistema, quindi, che trasforma l’esperienza di viaggio in qualcosa di preparabile, e quindi di affrontabile.
Il progetto si inserisce all’interno di Binari Blu, iniziativa più ampia che affianca all’app anche strumenti fisici pensati per supportare bambini e famiglie. Tra questi, un kit dedicato che include cuffie antirumore, un libro illustrato in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). oggetti antistress e materiali informativi semplificati.
A questi si aggiungono adesivi pittografici nelle biglietterie, progettati per facilitare l’orientamento e il riconoscimento delle funzioni.
I materiali vengono distribuiti ogni secondo martedì del mese presso il deposito Gest, in un’ottica di accompagnamento progressivo all’autonomia. Dietro ogni persona che riesce a spostarsi in autonomia, infatti, c’è spesso un lavoro lungo e invisibile costruito insieme alle famiglie. Via Blu riconosce questo processo e lo supporta, offrendo strumenti concreti e replicabili.
«Le barriere che rendono difficile spostarsi per una persona nello spettro autistico non si misurano in gradini, ma in incertezza», dichiara Federico Tonetti, presidente di RATP Dev Italia. aggiungendo che «il trasporto pubblico locale, se ben gestito, diventa welfare urbano». Una visione, questa, che sposta il concetto di accessibilità oltre la dimensione architettonica, includendo quella cognitiva e sensoriale. In questo senso, Via Blu rappresenta un cambio di paradigma: non è la persona a doversi adattare al servizio, ma il servizio ad essere progettato sulle esigenze della persona.
Anche Mara De Iulio dell’Associazione Autismo Firenze, sottolinea come l’iniziativa si basi su un approccio psicoeducativo strutturato, orientato alla riduzione delle cosiddette “barriere invisibili” e alla promozione dell’autonomia e della partecipazione alla vita urbana.
Attiva per ora sulla tramvia fiorentina, Via Blu nasce con una vocazione più ampia. L’impianto di essa, infatti – basato su anticipazione, semplificazione e accessibilità cognitiva -, è replicabile su qualsiasi rete di trasporto pubblico. Un aspetto strategico, questo, anche alla luce della crescita globale degli investimenti nella mobilità inclusiva, che secondo The Business Research Company registra tassi superiori al 14% annuo.
Gest, parte del gruppo RATP Dev Italia, gestisce il servizio tramviario fiorentino dal 2010 e nel 2025 ha trasportato 45 milioni di passeggeri. Il gruppo RATP, di cui è parte, opera in 16 Paesi ed è il terzo operatore di trasporto pubblico al mondo, con oltre un miliardo e mezzo di spostamenti ogni anno. Numeri che acquistano un significato diverso se letti alla luce di progetti come Via Blu: non solo efficienza, ma capacità di includere, perché l’accessibilità, quando è reale, non è un adattamento, ma è una progettazione.
*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Mara Linda Degiovanni (maralinda.degiovanni@ddlstudio.net).L'articolo “Via Blu”, l’app che interviene sulle barriere cognitive e sensoriali proviene da Superando.
Dietro a quei numeri non si vede la fatica di costruire ogni giorno una vita dignitosa per i nostri figli
In questi giorni mi trovo, come ogni anno, a dover preparare la rendicontazione per il giudice tutelare. Devo spiegare, giustificare, documentare ogni euro speso per mia figlia. Mia figlia che non può badare da sola ai propri interessi. Mia figlia per cui ogni giorno faccio tutto il possibile, e spesso anche di più.
Quello che faccio fatica ad accettare non è solo l’impegno pratico, quanto il senso di sfiducia che questo obbligo porta con sé. Perché chi vive questa realtà sa bene che le spese non solo non sono “superflue”, ma spesso superano di gran lunga quello che viene riconosciuto tra indennità e pensioni.
La verità è semplice: siamo noi famiglie a sostenere davvero tutto. Con i nostri soldi, con il nostro tempo, con le nostre energie.
E allora mi chiedo: è davvero necessario che ogni anno dobbiamo dimostrare di non avere sprecato nulla? Che dobbiamo trasformarci anche in contabili, oltre che genitori, caregiver, infermieri, educatori, psicologi? Perché dietro a quei numeri non si vede niente. Non si vedono le notti in bianco, le corse, le rinunce, le paure. Non si vede la fatica di costruire ogni giorno una vita dignitosa per i nostri figli.
E mentre noi rendicontiamo tutto, fino all’ultimo centesimo, continuiamo a sentirci dire che non ci sono fondi per le terapie, per la scuola, per i progetti di vita. Noi, però, quei fondi li troviamo lo stesso. Li mettiamo di tasca nostra. Li trasformiamo in cure, opportunità, dignità. E viviamo con un pensiero fisso: cosa succederà quando non ci saremo più? Chi si prenderà cura dei nostri figli? Che vita avranno?
La fiducia dovrebbe essere reciproca. Ma spesso non lo è. Sarebbe necessaria la consapevolezza della fragilità delle persone con disabilità e dei propri caregiver. Vorremmo il rispetto concreto, ogni giorno, dei diritti dei nostri figli e delle loro famiglie.
*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).
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Giornata della Persona con Lesione Midollare: dall’Unità Spinale al ritorno nel territorio
Indetta per il 4 aprile di ogni anno dal Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 28 novembre 2008, su formale istanza della FAIP, ovvero di quella che è oggi la Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale, la Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale ha certamente contribuito in questi anni a sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sui temi della lesione midollare e della riabilitazione, rappresentando un’occasione importante per porre al centro dell’agenda politica le problematiche e le necessità delle persone coinvolte in queste situazioni.
Quest’anno, per l’evento centrale della Giornata, giunta alla sua diciottesima edizione, la FAIP ha scelto la data del 10 aprile, per promuovere una conferenza a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (ore 13, fruibile in diretta streamig tramite la web TV della Camera), con l’intervento di Vincenzo Falabella, presidente della FAIP, Alessio Baricich, presidente della SIRN (Società Italiana di Riabilitazione Neurologica), Adriana Cassinis, presidente della SIMS (Società Italiana Midollo Spinale), Giovanni Iolascon, presidente della SIMFER (Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa) e Raffaele Goretti, presidente della Fondazione Serena-Olivi.
«Ogni anno in Italia – sottolineano dalla Federazione – si registrano oltre 2.800 nuovi casi di lesioni al midollo spinale, derivanti sia da traumi che da patologie non traumatiche. Nel complesso sono oggi circa 100.000 le persone che vivono con una lesione midollare. Se dunque la scorsa edizione della Giornata Nazionale aveva come tema centrale Corriamo insieme per salvare le Unità Spinali Unipolari Cod. 28 Alta specialità riabilitativa, questa edizione sarà focalizzata sulla Qualità della vita nelle persone con lesione al midollo spinale, verso la definizione del loro progetto di vita autonoma e partecipata e l’evento del 10 aprile rappresenterà appunto un importante momento di riflessione e confronto sul tema della presa in carico delle persone con lesione midollare e della qualità della vita, con particolare attenzione al passaggio dal ricovero in Unità Spinale Unipolare fino al ritorno nel territorio di riferimento. Il principale obiettivo sarà segnatamente quello di sensibilizzare istituzioni, operatori sanitari e opinione pubblica sull’importanza di un approccio multidisciplinare e multiprofessionale alla persona con lesione del midollo spinale, che tenga conto non solo degli aspetti clinici, assistenziali e riabilitativi, ma anche di quelli sociali, psicologici e relazionali».
Nel corso della conferenza del 10 aprile verranno anche presentati alcuni risultati del progetto IN-SCI che attivato tramite la Borsa di studio Fulvio Santagostini (La qualità della vita nelle persone con lesione al midollo spinale in Italia), ha preso le mosse da una grande collaborazione internazionale, costituitasi attraverso un’ampia Community che coinvolge operatori della salute impegnati nella gestione globale delle necessità sanitarie e sociali delle persone con lesione midollare, Società Scientifiche Internazionali del settore, Associazioni di persone con lesione midollare (in Italia la FAIP), per supportare l’implementazione delle Raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, elaborate e pubblicate nel volume International Perspectives on Spinal Cord Injury.
«Alla complessa domanda “Cosa può fare la società per migliorare l’esperienza della vita delle persone che vivono con una lesione midollare? – spiegano dunque dalla FAIP – il gruppo di lavoro internazionale ha risposto con il programma chiamato LHS-SCI (Learning Health System for Spinal Cord Injury, ossia “Sistema sanitario di apprendimento per le lesioni midollari”), strutturato in tre linee di azione: 1. Generare le evidenze su cosa significhi oggi, in diversi Paesi nel mondo, vivere con una lesione midollare, ottenendo dati che permettano di fotografare attraverso una metodologia mutuata dalla filosofia dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, gli aspetti che connotano la situazione delle persone che vivono con una lesione midollare nelle varie dimensioni dell’esistenza. 2. Promuovere l’implementazione delle raccomandazioni favorendo il dialogo tra portatori di interesse (stakeholders) a livello nazionale, sulla base delle conoscenze acquisite attraverso i risultati dello studio osservazionale; 3. Promuovere il rafforzamento delle azioni a livello istituzionale, favorendo il dialogo con i decisori e la politica per l’attuazione di riforme volte a migliorare l’esperienza di vita delle persone con lesione midollare».
«Tale programma – proseguono dalla FAIP – sviluppa un approccio innovativo, dove lo studio ha anche l’obiettivo di proporre una metodologia utile ad intercettare i bisogni della persona con lesione al midollo spinale, per fornire la base di conoscenza necessaria a sostenerne i diritti e per lo sviluppo dei progetti per la vita indipendente».
Nel progetto, sostenuto economicamente dalla Fondazione Serena-Olivi, va ricordato che la FAIP ha coordinato le varie Associazioni aderenti con il coinvolgimento di un elevato numero di persone con lesione al midollo spinale. Alla costruzione di esso hanno contributo altresì anche le Società Scientifiche SIRN, SIMS e SIMFER.
E da ultimo, ma non ultimo, va segnalato che l’evento del 10 aprile sarà anche l’occasione per annunciare ufficialmente un appuntamento di rilievo internazionale, già anticipato lo scorso anno sulle nostre pagine, vale a dire il congresso dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale, che la FAIP organizzerà dal 27 al 30 maggio al Resort Florence di Comacchio (Ferrara), evento che riunirà esperti, ricercatori e associazioni da tutta Europa, per discutere sulle più recenti innovazioni scientifiche e suui modelli di inclusione sociale legati alla condizione di disabilità da lesione midollare. (S.B.)
Per ulteriori informazioni: presidenza@faipets.it.L'articolo Giornata della Persona con Lesione Midollare: dall’Unità Spinale al ritorno nel territorio proviene da Superando.































