Cercavate giustizia, ma avete trovato la legge
Marta Garofalo Spagnolo era una giovane donna morta a 31 anni, dopo avere assunto una massiccia dose di psicofarmaci come ultimo disperato atto dimostrativo, per sottrarsi alla reclusione contro la sua volontà in diverse cosiddette “case famiglia”, in realtà veri e propri istituti dai quali aveva cercato di fuggire per 11 anni della sua vita. A raccontarne la storia sulle nostre pagine era stata la nostra cara e compianta Stefania Delendati, soffermandosi anche sulla vicenda di due amici di Marta, l’avvocata Gabriella Cassano e il compagno Fabio Degli Angeli, che l’avevano accolta e che per questo erano stati condannati per sequestro, circonvenzione, abbandono e sottrazione di incapace. Successivamente avevamo anche segnalato come, nonostante la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica e le tante lettere pubbliche scritte per sostenerla, l’avvocata Cassano fosse stata condotta in carcere. Nei giorni scorsi la medesima sorte è toccata al compagno Degli Angeli ed è a lui che si rivolge direttamente Simona Lancioni.
Sino a poco tempo fa ho tenuto i contatti con te, Fabio, perché essendo Gabriella in carcere, attraverso te sapevo di entrambi. Ora l’Associazione Diritti alla Follia mi informa che qualche giorno fa, il 6 maggio, anche la tua condanna è diventata esecutiva e sei stato condotto in carcere. Dunque adesso dovrei scrivere ad entrambi presso la Casa Circondariale di Lecce, come se quello che vi sta accadendo fosse una semplice questione privata, come se voi foste dei comuni delinquenti e io una persona caritatevole con dei carcerati. Ma dovrei mentire a me stessa e a voi, perché sappiamo bene che le cose non stanno così.
«Cercavi giustizia ma trovasti la legge», cantava negli Anni Novanta Francesco De Gregori. Una scollatura, quella tra giustizia e legge, che inserita in una canzone diventa poesia, ma vissuta sulla propria pelle assume i connotati di una voragine esistenziale.
Dunque io non contesto la legge, né le sentenze – perché sia l’una che le altre vanno rispettate –, contesto invece l’implicito che giustizia e legge coincidano sempre. Contesto che quando, come nel vostro caso, ci sono elementi oggettivi per ritenere che giustizia e legge non coincidano, il tema venga trattato come una questione privata. Non lo è. Ritengo che sia una questione pubblica.
Per la Legge avreste dovuto rifiutare di prestare aiuto a Marta, che era stata istituzionalizzata contro la propria volontà per decisione di un’amministratrice di sostegno, alla cui nomina Marta aveva cercato di opporsi in tutti i modi.
Ripercorro alcuni passaggi di questa storia: l’istituzionalizzazione forzata di Marta era stata disposta all’inizio dell’ottobre 2011 e si è protratta sino alla data del suo decesso, avvenuto il 3 novembre 2022, all’interno di una delle strutture residenziali in cui era stata costretta a stare.
Al momento del decesso Marta aveva solo 31 anni e aveva passato un terzo della sua vita privata della sua libertà personale sulla base di una disabilità di cui, oltretutto, non si riesce a trovare una certificazione.
Le date sono un elemento oggettivo. Nel 2011 l’Italia aveva già ratificato, con la Legge 18/09, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Quest’ultima impegna gli Stati firmatari a garantire, tra le altre cose, «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà», e che le persone con disabilità «non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione». Questo vuol dire che l’istituzionalizzazione di Marta era illegittima, e che è illegittima anche quella delle 385.871 persone istituzionalizzate presenti in Italia di cui ci riferisce l’ISTAT. Non sono una giurista, ma l’illegittimità dell’istituzionalizzazione è stata ribadita dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità in più occasioni.
Mi sono chiesta cosa avrei fatto se Marta, in una delle sue tante fughe da quelle “prigioni”, invece che alla vostra porta, avesse bussato alla mia, e ho dovuto concludere, con non poco turbamento, che probabilmente in carcere adesso ci sarei io.
Non ho il potere di tirarvi fuori dal carcere, ma posso continuare a raccontare la vostra vicenda. Posso anche, e lo sto facendo, battermi perché l’istituzionalizzazione, che nel nostro Paese è stata normalizzata, venga finalmente vista per ciò che è realmente: una pratica discriminatoria e violenta esplicitamente vietata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Dal mese di giugno dello scorso anno il Centro Informare un’h sta promuovendo una campagna per lo stop all’istituzionalizzazione e la promozione della deistituzionalizzazione. È una causa che ci vede ancora una volta al fianco dell’Associazione Diritti alla Follia, ma anche di molti altri soggetti. Questo, lo so bene, non cambia la vostra realtà, ma è il nostro modo di starvi vicino.
Avete regalato a Marta qualche giorno di libertà nel periodo più buio della sua vita, è un dono preziosissimo, potete esserne fieri.
Vi abbraccio e vi esorto a non lasciarvi andare e a farvi coraggio.
*Responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente contributo è già apparso. Lo riprendiamo, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione, segnalando altresì a Lettori e Lettrici l’ampio apparato di note che arricchisce la versione originale.
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