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Se un deputato europeo definisce “svitati” gli atleti con disabilità intellettiva, c’è sempre meno da ridere!

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“Loonies”, ossia “svitati”, “pazzoidi”, ma anche “idioti”: così il deputato europeo cipriota Fidias Panayiotou, già influencer, ha definito gli atleti paralimpici con disabilità intellettiva, con quella che è stata fatta passare come una battuta umoristica. Torna alla mente il trailer del film “Oi vita mia”, ove la parola “mongoloide” era stata usata con intento ironico, come si era detto. Se quindi allora ci sembrava che ci fosse proprio poco da ridere, questa volta crediamo che l’utilizzo di certi termini da parte di un deputato europeo faccia ridere ancora meno

Come si può tradurre in italiano il termine inglese loonies? Il web è abbastanza chiaro, può essere “pazzoidi”, forse meglio “svitati”, ma anche “idioti”. Quel che è certo è che usarlo per definire gli atleti paralimpici con disabilità intellettive non va proprio bene e non fa per niente ridere, ancor peggio se mascherato da “boutade umoristica” pronunciata da un europarlamentare.
Quest’ultimo è il cipriota Fidias Panayiotou (Feidias Panagiōtou), già influencer e dal 2024 deputato europeo, che nel corso di un podcast, conversando con il nuotatore paralimpico cipriota Loizos Chrysanthou, ha definito appunto come loonies gli atleti paralimpici con disabilità intellettiva.

Dura la condanna arrivata dal Comitato Paralimpico Cipriota, nei confronti dell’utilizzo di un termine ritenuto «offensivo, denigratorio e stigmatizzante per migliaia di persone, per atleti che lottano quotidianamente contro pregiudizi ed esclusione, da parte di un europarlamentare, ciò che rende la questione non solo etica, ma anche profondamente politica e istituzionale».
A fianco del Comitato Paralimpico Cipriota si sono schierate l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, e Inclusion Europe, organizzazione che dà voce alle persone con disabilità intellettive del nostro continente, sottolineando come l’eurodeputato Panayiotou «ignori completamente questioni riguardanti oltre 20 milioni di persone, compresi i suoi elettori».
«L’uso di espressioni come loonies – hano aggiunto le due organizzazioni – non può essere per nulla fatto passare come una battuta umoristica: è un insulto volgare alle persone e agli atleti con disabilità intellettive, ma anche allo stesso Movimento Paralimpico che mette in luce il vero significato della forza e dello sforzo umano».
Sia il Comitato Paralimpico Cipriota che l’EDF e Inclusion Europe chiedono dunque immediate scuse a Panayiotou, invitandolo altresì «a promuovere il rispetto e i diritti delle persone con disabilità, anziché deriderle e far crescere lo stigma su di loro».

Nel sentire parlare di “umorismo”, non può che tornare alla mente quanto accaduto recentemente nel nostro Paese e segnalato anche sulle nostre pagine, con il trailer del film Oi vita mia, ove era stata utilizzata la parola “mongoloide” come insulto, con intento ironico, com’era stato detto. Se quindi in quel caso avevamo titolato il nostro articolo L’uso di quella parola in un film? C’è proprio poco da ridere!, in questo caso potremmo dire che certi termini usati da un Parlamentare Europeo fanno ridere ancora meno! (S.B.)

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Paolo Cendon e il diritto della fragilità: una lezione che resta

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«A Paolo Cendon va il nostro grazie più profondo. Il suo pensiero continuerà a vivere ogni volta che il diritto saprà scegliere la strada della dignità, dell’autonomia e del rispetto della fragilità umana»: lo scrive Vincenzo Falabella nel suo ricordo del giurista Paolo Cendon, scomparso a 85 anni e ritenuto a buona ragione il “padre” della Legge 6/04 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto dell’amministrazione di sostegno Paolo Cendon (1940-2026)

È scomparso a 85 anni il giurista Paolo Cendon, ritenuto a buona ragione il “padre” della Legge 6/04 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto dell’amministrazione di sostegno. Riceviamo e pubblichiamo il seguente ricordo di Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

Ci sono notizie che non dovrebbero mai arrivare, perché colpiscono non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo e culturale. La scomparsa del professor Paolo Cendon rappresenta una perdita profonda per il mondo giuridico italiano, per chi si occupa di diritti delle persone in condizione di fragilità e, più in generale, per tutti coloro che credono in un diritto capace di farsi carico della complessità della vita.

Ho avuto il privilegio di conoscere il professor Cendon in diverse circostanze e di confrontarmi con lui a lungo, non solo nei contesti accademici o istituzionali, ma anche in momenti più informali, spesso attraverso lunghe conversazioni telefoniche e nei pranzi condivisi a Trieste, la sua città, dove in più occasioni mi ha voluto ospite.
In quegli incontri emergeva con chiarezza la sua cifra più autentica: un giurista di straordinario rigore teorico, ma al tempo stesso profondamente radicato nella realtà concreta delle persone. Il dialogo non si esauriva mai nella disamina tecnica delle norme, ma si apriva costantemente a una riflessione più ampia sul senso del diritto, sulla sua funzione sociale e sulla responsabilità che esso assume quando incontra la fragilità umana.
Quei momenti di confronto, segnati da ascolto reciproco e libertà intellettuale, hanno rappresentato per me un’occasione preziosa di crescita e di approfondimento, rafforzando la consapevolezza che il diritto, per essere davvero giusto, deve saper tenere insieme competenza, umanità e visione etica.

Quegli incontri non furono soltanto occasioni di confronto giuridico, ma divennero nel tempo uno spazio di conoscenza reciproca più profonda. Attraverso il dialogo costante, il rispetto delle differenze e la condivisione di valori comuni, il rapporto professionale lasciò gradualmente il posto a una relazione umana autentica. Per questo, con naturalezza, il Professore cessò di essere soltanto “il professor Cendon” e divenne Paolo, l’amico con cui confrontarsi liberamente, anche dissentendo, accomunati dalla stessa tensione verso il bene comune e dalla convinzione che la dignità della persona fragile dovesse restare il punto fermo di ogni riflessione e di ogni scelta.
In quella dimensione di amicizia sobria e leale si coglie forse uno degli insegnamenti più preziosi che Paolo ha lasciato: la capacità di tenere insieme il rigore del pensiero e la profondità delle relazioni umane.

Nonostante il nostro rapporto amicale, per altro, non sono mancati momenti di confronto aspro. Ci siamo spesso scontrati sul piano delle idee, talvolta con posizioni differenti e letture non coincidenti degli strumenti giuridici di tutela. Tuttavia, quello scontro è sempre avvenuto nel segno della coerenza intellettuale e del rispetto reciproco, mai come contrapposizione personale. Era un conflitto fecondo, animato dalla comune consapevolezza che il diritto non è fine a se stesso, ma deve tendere al bene comune.
In quelle divergenze emergeva con chiarezza un punto di incontro non negoziabile: la dignità della persona fragile, che per entrambi costituiva il criterio ultimo di valutazione di ogni istituto giuridico, di ogni riforma, di ogni scelta interpretativa. Anche quando le strade argomentative erano diverse, la meta restava la stessa: garantire protezione senza annullamento, tutela senza esclusione, riconoscimento pieno della persona nella sua irriducibile umanità.

Paolo Cendon è stato il principale artefice teorico e culturale dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto con la Legge n. 6 del 2004, una delle riforme più significative del diritto civile contemporaneo. Con essa ha contribuito a segnare una discontinuità profonda rispetto alla tradizione dell’interdizione e dell’inabilitazione, fondata su modelli di sostituzione totale della persona. L’amministrazione di sostegno ha introdotto nel nostro ordinamento un principio di portata innovativa: la protezione non può mai coincidere con la negazione della soggettività giuridica.

A distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore della norma, lo stesso Cendon aveva maturato una consapevolezza ulteriore, frutto dell’osservazione attenta delle prassi applicative e dell’evoluzione sociale. Egli riteneva che l’amministrazione di sostegno, pur nella sua carica innovativa, dovesse essere ripensata e adattata alle esigenze concrete delle persone, per evitare il rischio di una sua riduzione a strumento prevalentemente patrimoniale. Gli istituti giuridici di protezione, nella sua visione, non potevano limitarsi a garantire l’ordinata gestione dei beni, ma dovevano anzitutto tutelare la persona nella sua globalità, assicurando dignità, autodeterminazione, partecipazione e rispetto della volontà individuale. In questo continuo confronto tra norma e realtà si esprimeva la sua idea di un diritto vivo, capace di evolvere per restare fedele alla sua funzione più alta.

La riflessione di Cendon ha inciso profondamente sull’interpretazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione, riaffermando che la dignità della persona non è graduabile e che l’uguaglianza sostanziale richiede strumenti flessibili, proporzionati e individualizzati. L’amministrazione di sostegno nasce infatti come istituto “a misura di persona”, modulabile nel tempo, reversibile, rispettoso delle capacità residue e, soprattutto, della volontà dell’interessato.
Nel pensiero di Cendon, l’interdizione non era semplicemente un istituto da applicare con maggiore cautela, ma un paradigma da superare. Egli ha denunciato con lucidità il rischio che il diritto, nel nome della tutela, producesse esclusione, silenziamento e marginalizzazione. In questo senso, il suo contributo dialoga pienamente con i princìpi affermati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e in particolare con l’articolo 12 di essa sul riconoscimento della capacità giuridica, anticipandone lo spirito e la portata culturale.

Come presidente della FISH e consigliere del CNEL, sento il dovere di sottolineare quanto il lavoro di Paolo Cendon abbia inciso concretamente sulla vita quotidiana di migliaia di persone con disabilità e delle loro famiglie. Le sue elaborazioni non sono rimaste confinate nella dimensione accademica, ma hanno orientato la giurisprudenza, la prassi dei tribunali, l’operato degli amministratori di sostegno, degli operatori sociali e sanitari. Hanno contribuito a costruire un diritto più giusto perché più umano.
Accanto al giurista rigoroso, resta il ricordo di una persona profondamente coinvolta, mai distante, capace di ascolto. In lui il sapere giuridico non era esercizio astratto, ma assunzione di responsabilità verso l’altro, in particolare verso chi rischia di essere privato della parola, della scelta, del riconoscimento.
La sua scomparsa ci addolora, ma ci affida anche un compito preciso: non arretrare rispetto alla visione che ci ha consegnato. Difendere e sviluppare gli istituti di protezione nella loro funzione emancipante, vigilare affinché non tornino pratiche sostitutive e paternalistiche, continuare a porre la persona – con la sua dignità, la sua volontà e la sua fragilità – al centro del sistema giuridico.

A Paolo Cendon va il nostro grazie più profondo. Il suo pensiero continuerà a vivere ogni volta che il diritto saprà scegliere la strada della dignità, dell’autonomia e del rispetto della fragilità umana.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e consigliere del CNEL.

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Esprimere tante diverse emozioni con il puntatore oculare

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Silvia Gaiotto, Giulia Menni, Nicola Crisci, Denisa Lushaj e Sara Pavan: sono giovani adulti di età dai 20 ai 25 anni e tutti hanno la SMA 1 (atrofia muscolare spinale di tipo 1), la forma più severa di questa malattia neuromuscolare. Soprattutto, però, sono gli autori dei capitoli di “Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI”, libro da loro scritto con il puntatore oculare, che è stato realizzato dall’Associazione Famiglie SMA, e che è scaricabile gratuitamente nel web Un’immagine della presentazione di “Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI”, presso il Centro NeMo di Milano

Silvia Gaiotto, Giulia Menni, Nicola Crisci, Denisa Lushaj e Sara Pavan: sono giovani adulti di età dai 20 ai 25 anni e tutti hanno la SMA 1 (atrofia muscolare spinale di tipo 1), la forma più severa di questa malattia neuromuscolare che colpisce le capacità motorie e rende progressivamente difficili gesti quotidiani come sedersi e stare in piedi, oltreché, in alcuni casi, parlare e muoversi. Soprattutto, però, sono gli autori dei capitoli di Famiglie SMA in cerca di EMOZIONI, libro da loro scritto con il puntatore oculare, che è stato realizzato dall’Associazione Famiglie SMA, con il contributo della Fondazione Roche, che è stato presentato nei giorni scorsi presso il Centro Clinico NeMO di Milano (NeuroMuscular Omnicentre), come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, e che è scaricabile gratuitamente dal sito dell’Associazione (a questo link).
«Questo libro – spiegano da Famiglie SMA – nasce dall’amore per le storie e parla di emozioni, avventure e sfide. Temi particolarmente importanti perché a “parlarne” è chi vive una forma di invalidità che limita pesantemente la loro parte fisica. Nessun altro progetto ha mai provato a coinvolgere sul filo della creatività professionale persone affette da SMA 1, riconducendo poi tali sforzi a una pubblicazione inclusiva ogni capitolo della quale ha esplorato un’emozione: dalla fantasia allo stupore, dalla meraviglia alla gioia, passando per la rabbia, la paura, l’irritazione».

Le attività, dunque, sono state coordinate dal responsabile del progetto, Jacopo Casiraghi, i contenuti emotivi esplorati e gestiti dalla psicologa Simona Spinoglio, mentre Elena Peduzzi è la scrittrice, autrice di libri per ragazzi, che ha accompagnato i giovani autori nel processo creativo.
«Volevamo dare voce alla SMA1 – spiega Casiraghi -, ma non riuscivamo a concretizzare l’idea giusta. I progetti di Famiglie SMA valorizzano il vivere quotidiano, certo, ma, per alcune vite ed esperienze, vivere la quotidianità è una sfida ancora maggiore. Comunicare con il mondo attraverso un puntatore oculare è un atto che richiede, fra le altre, volontà, desiderio e pazienza. Costruire un progetto che potesse raccontarlo in modo degno sembrava impossibile. Eppure, ce l’abbiamo fatta».
«Ciascuno ha scelto le emozioni da trattare nei diversi capitoli – aggiunge Peduzzi -: a volte erano quelle che sentivano più vicine, altre quelle che per vari motivi li respingevano, o spaventavano: la scrittura, del resto, è un mezzo straordinario per mettere in ordine quello che si agita dentro di noi. E loro sono riusciti perfettamente a farlo. Non ho fatto loro alcuno sconto, hanno lavorato come si lavora a un vero libro. Hanno accolto spunti, correzioni, suggestioni e anche critiche, per portarsi, a ogni frase, un po’ più avanti».
Conclude Spinoglio, sottolineando la peculiarità del progetto, che è quella di «avere dato voce alla SMA togliendole allo stesso tempo spazio, perché se in alcuni capitoli le emozioni sono condizionate dalla disabilità, in altri passaggi sono semplicemente emozioni, uguali in tutto e per tutto a quelle di chiunque non conviva con una patologia così complessa».
«È difficile raccontare le emozioni a parole – sottolinea ancora -: normalmente le “sentiamo” con il corpo, non con la testa. Il bello di questo libro è averle messe nero su bianco, ma soprattutto aver realizzato un progetto dove non c’erano persone con disabilità e persone senza disabilità: eravamo semplicemente noi!». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Michela Rossetti (info@gdgpress.com).

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Il MoVI (Movimento di Volontariato Italiano) diventa Rete associativa nazionale

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«Questo non è solo un adempimento burocratico, ma il riconoscimento formale di un ruolo di connessione e promozione sociale a livello nazionale»: così Gianluca Cantisani, presidente del MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), commenta l’iscrizione del MoVI stesso nella sezione “Reti associative” del RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore), conferita dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

«Questo non è solo un adempimento burocratico, ma il riconoscimento formale di un ruolo di connessione e promozione sociale a livello nazionale. È il frutto di un lavoro corale, che ha dimostrato la completezza delle nostre informazioni e la solidità della nostra rete»: così Gianluca Cantisani, presidente del MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), commenta l’iscrizione del MoVI stesso nella sezione Reti associative del RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore), conferita dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

«Si tratta di un provvedimento – si legge in una nota diffusa dal MoVI – che segna il passaggio dalla precedente iscrizione come Organizzazione di Volontariato (ODV) presso la Regione Lazio al riconoscimento della nostra funzione di rete nazionale di coordinamento, con il trasferimento della competenza all’Ufficio Statale del RUNTS. Un cambiamento che certifica, anche sul piano istituzionale, un ruolo che esercitiamo da tempo, mettere cioè in relazione esperienze, territori e persone che operano quotidianamente per il bene comune».

«Dietro questo risultato – si aggiunge – c’è un percorso fatto di relazioni, verifica, responsabilità condivise. L’iscrizione come Rete associativa riconosce infatti la solidità della base del movimento e la capacità di esso di accompagnare le realtà aderenti, offrendo strumenti concreti: dall’accesso a convenzioni, come quelle assicurative, alla possibilità di iscrizione automatica al RUNTS, fino al supporto per l’iscrizione al RASD (Registro delle Attività Sportive Dilettantistiche). Opportunità che semplificano la vita delle Associazioni e rafforzano il sistema nel suo insieme».

«Ma ogni traguardo, per il volontariato, è anche una nuova partenza – concludono dal MoVI, che è anche “aderente benemerito” alla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) -: il riconoscimento ottenuto rilancia infatti una sfida chiara, che è quella di crescere ancora, superando la soglia delle 500 Associazioni aderenti iscritte al RUNTS e qualificandosi pienamente come Rete associativa nazionale. Un obiettivo che non parla solo di numeri, ma di rappresentanza, ascolto e capacità di dare voce alle piccole e grandi realtà che animano i territori. In un tempo infatti in cui il Terzo Settore è chiamato a dialogare sempre più con le Istituzioni e a contribuire alla coesione sociale, il percorso del nostro Movimento racconta come il volontariato organizzato possa evolvere senza perdere la propria identità, rafforzando al contempo il legame tra cittadini, comunità e politiche pubbliche». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: silviabellucci@bellspress.com (Silvia Bellucci).

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Due incontri a Terni sulla Vita Indipendente

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Due appuntamenti in successione a Terni, presso la sede dell’AVI Umbria, che faranno riferimento ad altrettanti omonimi progetti di cui la Federazione FISH è capofila. “Insieme per l’Indipendenza: sfide e prospettive di sviluppo”, si intitolerà quello del 29 gennaio, “Pronti per l’Indipendenza: i risultati”, quello del 30 gennaio

Due appuntamenti in successione a Terni (Via Papa Benedetto III, 48), presso la sede dell’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), nei pomeriggi del 29 e del 30 gennaio (ore 15), che faranno riferimento ad altrettanti omonimi progetti di cui la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) è capofila (se ne legga a questo e a questo link).
Insieme per l’Indipendenza: sfide e prospettive di sviluppo, si intitolerà quello del 29 gennaio, Pronti per l’Indipendenza: i risultati, quello del 30 gennaio.
Ad entrambi parteciperanno Andrea Tonucci, presidente dell’AVI Umbria, Giuseppa Adamo, project manager e Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (quest’ultimoin collegamento da remoto). (S.B.)

Per iscriversi ai due incontri, cliccare rispettivamente a questo e a questo link. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Le Paralimpiadi e il valore dello sport come motore di inclusione

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«Nelle storie, nelle sfide e nei risultati degli atleti e delle atlete delle Paralimpiadi – scrive Vincenzo Falabella a poche settimane dal grande appuntamento di Milano-Cortina – prende forma il messaggio che lo sport non è soltanto competizione o spettacolo, ma un formidabile strumento di inclusione, di crescita collettiva e di trasformazione culturale, ricordandoci che il valore di una società si misura dalla capacità di essa di garantire pari opportunità, diritti e riconoscimento a tutte le persone, senza eccezioni»  Milo è la mascotte delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026

Ci siamo! Siamo prossimi all’apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina, un appuntamento che va ben oltre lo sport e assume un valore profondamente simbolico per il nostro Paese. Non è soltanto l’inizio di una grande competizione internazionale, ma un momento di verità in cui l’Italia è chiamata a misurare se stessa: nella capacità organizzativa, certo, ma soprattutto nella forza della visione che intende offrire. In questi Giochi si riflettono le nostre scelte come comunità nazionale, il valore che attribuiamo all’inclusione, all’accessibilità, alla sostenibilità e alla dignità di ogni persona. Un evento globale che diventa così un’occasione concreta per definire chi siamo oggi e quale futuro vogliamo costruire.
Restando quindi alle Paralimpiadi, esse non sono solo un “racconto di nicchia”, ma una pagina centrale della storia e del presente del nostro Paese. Parlare di Paralimpiadi significa infatti riconoscere che lo sport è uno dei più potenti motori di inclusione di cui disponiamo, un linguaggio universale capace di abbattere barriere culturali, scardinare stereotipi radicati e trasformare lo sguardo sulla disabilità. Raccontarle vuol dire dare spazio a un’eccellenza troppo spesso marginalizzata e, al tempo stesso, affermare un principio fondamentale, ossia che l’inclusione non è un atto di concessione, ma una responsabilità collettiva. E che attraverso lo sport si costruisce una società più giusta, più accessibile e più consapevole, in cui il valore della persona, il talento e i diritti non conoscono gerarchie né esclusioni.

In questo contesto le Paralimpiadi rappresentano una delle espressioni più alte e autentiche dello sport contemporaneo, non solo per l’eccellenza tecnica e l’intensità agonistica delle competizioni, ma per il loro straordinario significato umano, culturale e sociale. Esse affermano con forza che la disabilità non è sinonimo di limite, fragilità o eccezione, ma una delle tante condizioni attraverso cui si manifestano il talento, la determinazione e la capacità di superare l’impossibile. Le Paralimpiadi non chiedono di essere comprese con indulgenza, ma riconosciute con rispetto: come sport di altissimo livello e, al tempo stesso, come potente motore di cambiamento culturale. Attraverso di esse, il Paese è chiamato a rivedere sguardi, linguaggi e modelli, e a scegliere se trasformare questo evento in un’eredità duratura di inclusione, consapevolezza e progresso civile.

Le discipline paralimpiche sulla neve, dallo sci alpino allo snowboard, dallo sci di fondo al biathlon, per citarne alcune, raccontano una nuova idea di sport e di società. Un’idea in cui la disabilità non è un ostacolo da aggirare o un deficit da compensare, ma, come detto, una delle molteplici condizioni dell’esperienza umana. Gli atleti e le atlete delle Paralimpiadi non competono nonostante la disabilità: competono con la loro disabilità, integrandola nella tecnica, nella preparazione atletica e nella propria identità sportiva. È proprio questa integrazione a rendere le loro prestazioni straordinarie.
Dietro ogni medaglia paralimpica non c’è soltanto il talento. C’è un percorso fatto di sacrificio quotidiano, disciplina rigorosa, forza interiore, costanza e resilienza. C’è la capacità di sostenere allenamenti durissimi, di attraversare il dolore, di superare infortuni e battute d’arresto, di convivere ogni giorno con la fatica fisica e mentale, senza mai smarrire l’obiettivo. È la stessa dedizione che anima lo sport olimpico, ma spesso moltiplicata da difficoltà ulteriori e meno visibili.
Gli atleti e le atlete delle Paralimpiadi, infatti, si confrontano ancora con barriere ambientali, carenze strutturali, minori opportunità di accesso agli impianti, risorse economiche più limitate e una visibilità mediatica che non riflette il valore delle loro imprese. Nonostante questo, continuano a competere ai massimi livelli, dimostrando che l’eccellenza non nasce dall’assenza di ostacoli, ma dalla capacità di affrontarli e superarli.
Ogni successo paralimpico è quindi molto più di una vittoria sportiva: è il risultato di una determinazione fuori dal comune, di un impegno silenzioso e tenace che merita pieno riconoscimento, rispetto e sostegno. È la prova concreta che lo sport, quando è davvero inclusivo, diventa uno strumento potentissimo di affermazione della dignità, del merito e del valore umano che va ben oltre la dimensione competitiva. È un valore culturale, educativo e sociale profondo. Lo sport, in questo contesto, diventa un potente volano di inclusione, capace di cambiare sguardi, abbattere pregiudizi e ridefinire il concetto stesso di limite.
In montagna, forse più che altrove, l’inclusione richiede progettazione attenta, innovazione tecnologica, formazione professionale e, soprattutto, un autentico cambio di mentalità. Impianti accessibili, attrezzature adattate, guide e maestri formati non sono concessioni speciali, ma strumenti di equità: rendono possibile ciò che dovrebbe essere un diritto di tutti, ovvero vivere lo sport, la natura e la montagna in condizioni di pari opportunità.
E quest’anno, dunque, con l’Italia chiamata a ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici, questa responsabilità diventa ancora più evidente. Non si tratta solo di organizzare un grande evento sportivo, ma di cogliere appunto un’occasione storica per cambiare in modo concreto l’approccio alla disabilità. Ospitare i Giochi significa dimostrare che il nostro Paese è capace di inclusione reale, di accessibilità diffusa e di politiche coerenti. Questi Giochi devono andare oltre la competizione e lasciare un’eredità duratura, trasferendo a tutta la società e al sistema Paese una visione nuova della disabilità, non più fondata sull’assistenza o sull’eccezionalità, ma sul riconoscimento del valore, delle competenze e della piena partecipazione di ogni persona.

Le Paralimpiadi ci insegnano anche che il limite è un concetto relativo. In ambienti considerati “ostili”, come quelli montani, gli atleti paralimpici ridefiniscono ogni giorno ciò che è possibile. Questo messaggio ha un impatto potente, soprattutto sulle giovani generazioni, perché sposta lo sguardo dalla compassione all’ammirazione, dalla pietà al rispetto. Mostra che il valore di una persona non risiede nelle sue condizioni fisiche, ma nella sua determinazione, nel suo impegno e nella capacità di perseguire i propri obiettivi.
Per questo le Paralimpiadi non possono e non devono essere considerate come un evento “parallelo”: sono parte integrante del movimento sportivo e del racconto collettivo che una società fa di se stessa. Rappresentano un modello di uguaglianza reale, non formale, basato sull’accesso alle opportunità e sul riconoscimento del merito.

Concludendo, le Paralimpiadi tracciano una direzione chiara e non più rinviabile: una strada costruita sull’impegno, sul coraggio, sull’innovazione e sulla giustizia sociale. Nelle storie, nelle sfide e nei risultati degli atleti e delle atlete delle Paralimpiadi prende forma un messaggio potente, rivolto alle istituzioni, alle comunità e a ogni cittadino e cittadina: lo sport non è soltanto competizione o spettacolo, ma un formidabile strumento di inclusione, di crescita collettiva e di trasformazione culturale, ricordandoci che il valore di una società si misura dalla capacità di essa di garantire pari opportunità, diritti e riconoscimento a tutte le persone, senza eccezioni. La loro eredità più autentica va ben oltre il medagliere: riguarda il modo in cui scegliamo di immaginare e costruire il futuro del nostro Paese.
E mentre ci ispirano con il loro esempio, chiediamo agli atleti e alle atlete delle Paralimpiadi di fare ciò che lo sport sa fare di più potente: emozionarci! Fateci divertire, fateci appassionare, coinvolgeteci con le vostre gesta e con la forza dei vostri sogni. Ogni traguardo, ogni impresa, ogni gesto di resilienza ha il potere di far battere il cuore di una nazione intera, di farci vivere l’adrenalina della sfida e la gioia del successo come se fosse la nostra. Le vostre storie ci rendono partecipi, ci fanno ridere, soffrire e gioire insieme a voi, trasformando lo sport in un’esperienza collettiva che unisce e ispira.
E allora, in bocca al lupo ai nostri atleti e alle nostre atlete paralimpiche. Con il vostro talento, la vostra determinazione e il vostro esempio siete l’orgoglio dell’Italia. Portate in alto il Tricolore, incarnate i valori migliori del Paese e fateci sentire, ancora una volta, profondamente orgogliosi di essere italiani.

*Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Caregiver familiari: la vera sfida è cambiare il modello di welfare

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«Il riconoscimento giuridico del caregiver – scrive Daniele Romano – è un tassello importante, ma non il punto di arrivo. La vera sfida è ridisegnare il sistema di sostegni alle persone con disabilità, passando dalla logica dell’emergenza e del contributo economico alla costruzione di diritti esigibili, servizi stabili e percorsi di vita pienamente inclusivi. Solo così la cura smetterà di essere un sacrificio silenzioso e diventerà una responsabilità condivisa dalla comunità e dalle istituzioni»

Il riconoscimento della figura del caregiver familiare non nasce oggi. È il punto di arrivo – ancora parziale – di un percorso lungo oltre un decennio, fatto di tentativi, stop e, soprattutto, della pressione costante di associazioni, sindacati e reti di familiari che hanno portato dentro le Istituzioni la vita reale di chi ogni giorno si prende cura delle persone con disabilità.
Dal 2013 al 2025 si sono contate quasi trenta Proposte di Legge sul tema, nessuna giunta a compimento. E non per assenza di idee. I nodi che hanno bloccato tutto, per anni, sono stati sempre gli stessi. La mancanza di una copertura economica chiara e la difficoltà di definire con precisione chi dovesse rientrare tra i beneficiari. L’unico tassello rimasto in piedi è stata la definizione di caregiver familiare, entrata nell’ordinamento con la Legge di Bilancio per il 2018 [Legge 205/17, articolo 1, comma 255, N.d.R.], ma senza un sistema organico di diritti e tutele attorno.
Nel frattempo, a livello europeo, è arrivato un passaggio decisivo. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, infatti, ha chiarito che chi assiste una persona con disabilità può invocare il divieto di discriminazione indiretta legata alla disabilità e che i datori di lavoro devono adottare “accomodamenti ragionevoli” per consentire la conciliazione tra lavoro e attività di cura. Un principio che sposta il caregiver da figura invisibile a soggetto titolare di diritti anche nel rapporto di lavoro.

Ora, il Disegno di Legge recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri si inserisce in questo solco ed è frutto di un confronto ampio, sviluppato in un Tavolo Tecnico Interministeriale che ha coinvolto anche il mondo associativo delle persone con disabilità e delle famiglie.
Per la prima volta si riconosce formalmente il ruolo sociale del caregiver familiare e si costruisce un sistema di tutele differenziate, con un’attenzione specifica al caregiver convivente che sostiene il carico assistenziale maggiore. Sono previste risorse dedicate e un contributo economico per chi vive condizioni di particolare impegno di cura e reddito basso. È un segnale importante, perché si afferma che la cura familiare non è un fatto privato, ma una funzione sociale che lo Stato deve riconoscere.
Ma non basta. Il rischio è che tutto venga ridotto a un sussidio, legato a soglie ISEE molto basse, che finisce per trasformare il tema dei caregiver in una misura di contrasto alla povertà.
La cura non è solo una questione di reddito. Ci sono persone — spesso donne — che hanno dedicato anni, talvolta l’intera vita, all’assistenza di un familiare con disabilità, uscendo dal mercato del lavoro o riducendo drasticamente la propria attività. Anche chi non rientra in parametri economici stringenti paga comunque un prezzo altissimo in termini di carriera, autonomia, futuro previdenziale.

Il vero nodo è un altro: il riconoscimento dei contributi figurativi e quindi di una tutela pensionistica. Migliaia di caregiver rischiano di arrivare all’età anziana senza una protezione adeguata, dopo avere svolto un lavoro di cura continuo e pesantissimo, che ha supplito a carenze strutturali del sistema dei servizi. Questa è una frattura che non può essere ignorata. Ed è proprio qui che il discorso sui caregiver si intreccia con un cambiamento più profondo, il superamento di un’idea assistenzialistica della disabilità.
Non possiamo continuare a pensare che la risposta sia solo un trasferimento economico alle famiglie. Serve un sistema di servizi che sostenga la persona con disabilità e, di riflesso, alleggerisca il carico sulle famiglie.

La riforma avviata con la Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e con i Decreti Attuativi di essa introduce un paradigma diverso: valutazione multidimensionale, accomodamenti ragionevoli, e, soprattutto, il progetto di vita individuale. Non un documento formale, ma una strategia costruita attorno alla persona, che metta in relazione salute, istruzione, lavoro, relazioni, abitare, desideri e aspirazioni. Una regia unitaria che coordini interventi e risorse, adattandosi nel tempo ai cambiamenti della vita.
La sperimentazione già avviata in diversi territori dimostra che non è un percorso semplice, ma rappresenta una svolta culturale prima ancora che organizzativa. Quando si costruiscono servizi personalizzati, inclusivi e continuativi, non si tutela solo la persona con disabilità: si restituisce respiro anche alle famiglie e ai caregiver, che non sono più lasciati soli a reggere tutto.
Il riconoscimento giuridico del caregiver è quindi un tassello importante, ma non il punto di arrivo. La vera sfida è ridisegnare il sistema di sostegni, passando dalla logica dell’emergenza e del contributo economico alla costruzione di diritti esigibili, servizi stabili e percorsi di vita pienamente inclusivi. Solo così la cura smetterà di essere un sacrificio silenzioso e diventerà una responsabilità condivisa dalla comunità e dalle istituzioni.

*Sociologo.

Superando si è già occupato del Disegno di Legge sui caregiver familiari con i testi: Caregiver familiari: il Parlamento approvi una norma all’altezza delle aspettative e dei diritti (a questo link); Caregiver familiari: quella norma richiede risorse economiche ben diverse di ANGSA (a questo link); Lavoriamo insieme per rendere la legge sui caregiver familiari un punto di partenza solido di Vincenzo Falabella (a questo link); Disegno di Legge sui caregiver: servono cautela, concretezza e un testo da migliorare in Parlamento (a questo link); Per una Legge Nazionale sui caregiver familiari buona per tutti (a questo link); Caregiver familiari: la battaglia per le briciole e la battaglia per il pane di Gianfranco Vitale (a questo link).

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In uno Stato democratico non abbiamo bisogno di delazioni

Superando -

«In uno Stato democratico non abbiamo bisogno di delazioni, è il pluralismo delle diverse culture che la scuola deve insegnare nel reciproco rispetto delle idee altrui»: lo scrive Salvatore Nocera, deprecando quell’associazione di studenti che in vista del Giorno della Memoria ha invitato i compagni a «segnalare i docenti di sinistra che fanno propaganda». «E sarebbe naturalmente lo stesso – aggiunge – se un’associazione studentesca invitasse i compagni a rendersi “delatori nei confronti di docenti di destra”»

In prossimità del Giorno della Memoria di tutte le vittime dell’Olocausto di domani, 27 Gennaio, un’associazione di studenti sconsiderati ha affisso alle pareti di una scuola l’invito ai loro compagni di «segnalare i docenti di sinistra che fanno propaganda».
Da ex docente sono sconfortato perché mi rendo conto che l’ignoranza purtroppo ancora continua a diffondersi tra i giovani. Questo gesto incredibile è paragonabile, nel suo miserevole “piccolo” alle delazioni stimolate dai nazifascisti nei confronti delle persone ebree che cercavano di sottrarsi alle deportazioni razziste. Oppure questa folle iniziativa è paragonabile alle delazioni durante la dittatura sovietica nei confronti degli oppositori del regime. Ed è pure simile alle delazioni nei confronti dei latinos nell’attuale America trumpiana.

Ma, a parte ogni valutazione, chi decide cosa sia “propaganda”? Lo è la lezione del docente di storia che racconta le nefandezze del nazifascismo nel ventesimo secolo? Oppure qualunque docente che, durante la lezione di educazione civica, dichiara che l’attuale situazione degli Stati Uniti sia una profonda violazione della democrazia?
Quanto scritto da quei giovani incoscienti è segno della loro totale diseducazione democratica e di incitamento alla diseducazione dei compagni; e lo sarebbe lo stesso se provenisse da un’associazione studentesca che invitasse i compagni a rendersi “delatori nei confronti di docenti di destra”.
Da sempre in tutte le scuole ci sono stati e ci saranno docenti simpatizzanti di destra o di sinistra e ciò è l’essenza della democrazia, garantita dal diritto costituzionale alla libertà di pensiero e di insegnamento. È proprio dalle diverse sensibilità culturali dei docenti che si forma la libera coscienza dei giovani cittadini. Il pluralismo delle visioni culturali consente ai giovani di cominciare a formarsi le loro diverse opinioni.

In uno Stato democratico non abbiamo bisogno di delazioni, così come vengono stimolate dai governanti degli Stati liberticidi. È il pluralismo delle diverse culture che la scuola deve insegnare nel reciproco rispetto delle idee altrui.
Per questo, io che sono un cattolico praticante, ho sempre consigliato l’iscrizione nelle scuole statali e scoraggiato quella nelle scuole cattoliche, pur apprezzandone la loro talora più elevata qualità di istruzione; ciò perché in esse è, per necessità, prevalente una monocultura, mentre i giovani in formazione hanno bisogno di  poter ascoltare e confrontare diverse idee per formarsene una propria, che potrà pure cambiare, crescendo, a seguito della loro acquisita capacità di discernimento dei fatti che riguardano la vita politica delle nostre comunità e del mondo.

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Per ricordare tutte le vittime della Shoah tra cui decine di migliaia di persone con disabilità

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Il programma nazista “Aktion T4” portò allo sterminio di decine di migliaia di uomini, donne e bambini con disabilità. Ricordarlo in occasione del Giorno della Memoria di domani, 27 gennaio, significa assumersi oggi la responsabilità di costruire politiche e servizi che mettano al centro la persona, la sua dignità e la sua libertà, affinché nessuno venga mai più separato, invisibilizzato o allontanato dalla comunità in nome dell’efficienza, della scarsità di risorse o della paura della differenza Il memoriale commemorativo dedicato a Berlino alle vittime con disabilità del programma “Aktion T4”. La sua collocazione è all’altezza della Tiergartenstrasse n. 4, dov’era sito l’edificio in cui venne pianificato il programma di sterminio. “T4” deriva appunto da “Tiergartenstrasse n. 4”

In occasione del Giorno della Memoria di domani, 27 gennaio, si rinnova l’impegno a ricordare tutte le vittime della persecuzione e dello sterminio nazista affinché la memoria stessa sia strumento di consapevolezza, responsabilità e difesa dei diritti umani. Accanto infatti allo sterminio del popolo ebraico, dei rom e sinti, degli oppositori politici, degli omosessuali e di altre minoranze, è doveroso ricordare anche le vittime del programma Aktion T4, uno dei capitoli più drammatici e ancora oggi meno conosciuti della storia del nazismo.

Avviato nel 1939, l’Aktion T4 prevedeva l’eliminazione sistematica di persone con disabilità fisiche e mentali considerate dal regime come «vite indegne di essere vissute». Decine di migliaia di uomini, donne e bambini furono uccisi in nome di una presunta “purezza” e di un’ideologia fondata sull’esclusione e sulla disumanizzazione.
Non fu per altro una deriva improvvisa, ma il risultato di scelte politiche, amministrative e sanitarie che trasformarono la disabilità in un criterio di selezione e di eliminazione. Le persone con disabilità furono dichiarate “inermi”, “inutili”, “zavorre” e quindi separabili, internabili, sopprimibili.

La memoria delle vittime della Shoah e dei crimini nazisti non può essere separata da una riflessione sulle forme di discriminazione che ancora oggi colpiscono le persone con disabilità quando le si considera come “un costo”, “un peso”, “un errore della natura”.
Oggi, in un contesto democratico, il rischio non è la ripetizione di quelle atrocità, ma la permanenza di logiche che continuano a considerare la disabilità come un problema da gestire anziché come una condizione da includere. La carenza di servizi territoriali, l’insufficienza dei sostegni alla vita indipendente, la frammentazione delle politiche sociali e sanitarie, l’assenza di progettazioni personalizzate, di politiche abitative inclusive e di sostegni all’autodeterminazione, rendono ancora concreto il ricorso all’istituzionalizzazione, spesso presentata come unica risposta possibile, sottraendo il diritto a vivere nella comunità.

Ricordare l’Aktion T4 significa dunque riconoscere che l’odio e la violenza iniziano spesso dalla negazione della dignità dell’altro, dalla classificazione delle persone in base alla loro utilità o basandosi su parametri abilisti di normalità. È una memoria che ci interroga ancora oggi soprattutto rispetto alla tutela delle persone più fragili e al valore universale della vita umana.
Fare memoria oggi significa assumersi la responsabilità di costruire politiche e servizi che mettano al centro la persona, la sua dignità e la sua libertà, affinché nessuno venga mai più separato, invisibilizzato o allontanato dalla comunità in nome dell’efficienza, della scarsità di risorse o della paura della differenza.
Il Giorno della Memoria non è solo un momento di commemorazione, ma dev’essere un richiamo collettivo alla vigilanza: nessuna vita sia mai più considerata di minor valore, nessuna persona venga separata dalla comunità, nessun diritto sacrificato in nome dell’efficienza o della paura della differenza.

In occasione del Giorno della Memoria di domani, 27 gennaio, si terrà a Roma, con partenza da Piazza dell’Esquilino alle 17, la 26ᵃ Fiaccolata per gli Stermini Dimenticati di rom e sinti, persone con disabilità e persone LGBTQIA+, coordinata, per la prima volta, dalla neonata Associazione Memoria Stermini Dimenticati (sterminidimenticati@gmail.com). «Questa nostra Associazione– dichiara il presidente Andrea Maccarrone – è nata per unire e rafforzare le memorie condivise e trasformarle in azioni concrete. Il nostro primo obiettivo è un Museo-Centro di Documentazione permanente a Roma, dedicato a ricerca, educazione e divulgazione su Aktion T4, Porrajmos e Omocausto». All’iniziativa – sulla quale si può leggere a questo link un approfondimento, mentre a quest’altro link è disponibile la locandina – parteciperà anche Silvia Cutrera, in rappresentanza dell’AVI di Roma (Agenzia per la Vita indipendente).
Per un ampio ed esauriente approfondimento sull’olocausto delle persone con disabilità, tramite il programma Aktion T4, suggeriamo senz’altro la consultazione, sulle nostre pagine, del testo Quel primo Olocausto di Stefania Delendati (a questo link). (S.B.)

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La presentazione del nuovo “Rapporto sullo stato dei diritti in Italia”

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Tradizionalmente dedichiamo ogni anno ampio spazio agli aggiornamenti del “Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia”, curati dall’Associazione A Buon Diritto e realizzati con il sostegno dell’otto per mille della Chiesa Valdese, occupandoci segnatamente soprattutto dell’ampio spazio dedicato ai diritti delle persone con disabilità. Il nuovo aggiornament verrà presentato il 28 gennaio a Roma, presso la Sala Stampa della Camera

Tradizionalmente dedichiamo ogni anno ampio spazio agli aggiornamenti del Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia, curati dall’Associazione A Buon Diritto e realizzati con il sostegno dell’otto per mille della Chiesa Valdese.
Il Rapporto, ricordiamo, propone un monitoraggio articolato dei principali diritti nel nostro Paese: dalla libertà di espressione e di informazione alla migrazioni e diritto d’asilo; dall’autodeterminazione femminile alla salute e libertà terapeutica; e ancora diritto all’abitare, ambiente, lavoro, istruzione, dati sensibili, persona e disabilità, pluralismo religioso e integrazione, rom e sinti, diritti LGBTQI+, minori, prigionieri e salute mentale. Segnatamente in Superando ci occupiamo soprattutto dell’ampio spazio dedicato ai diritti delle persone con disabilità.
Il nuovo aggiornamento, ai contenuti del quale daremo conto nei prossimi giorni, verrà presentato nella mattinata del 28 gennaio a Roma, presso la Sala Stampa della Camera, con l’intervento di ricercatrici e ricercatori, autrici e autori del Rapporto, che commenteranno i nuovi dati e le più recenti introduzioni normative. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Silvia Bellucci (silviabellucci@bellspress.com).

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“Vite in chiaro” con la sclerosi multipla, perché ogni storia può alleggerire il cammino di qualcun altro

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«Mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla a ricadute e remissioni nel 2018 e sono la “donna invisibile” che dal 2024 ha voluto diventare visibile!»: così si presenta Mara Violani e presenta il nuovo podcast “Life Unfiltered-Vite in chiaro”, da lei realizzato insieme a Danilo Tomassi, aperto a chiunque abbia voglia di raccontare la propria esperienza in compagnia della sclerosi multipla, o anche di un’altra malattia. «Perché – dice -crediamo che ogni storia possa alleggerire il cammino di qualcun altro»

Sono Mara Violani, mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla a ricadute e remissioni il 5 gennaio del 2018, sono la “donna invisibile” che dal 2024 ha voluto diventare visibile!
Nei giorni scorsi, esattamente il 5 gennaio, è uscita la prima puntata del podcast Life Unfiltered-Vite in chiaro ed è stato l’inizio della realizzazione di un progetto-sogno la cui costruzione è nata da un’idea condivisa da subito con Danilo Tomassi.

Sono una fisioterapista dal 1995, e dal 2024, come ho detto, ho iniziato a raccontare la mia storia in compagnia della sclerosi multipla a ricadute e remissioni, mettendoci la faccia perché ci tengo a raccontare la mia esperienza di persona “comune” che vuole portare un messaggio di speranza e fiducia nella ricerca in medicina e nel futuro… un po’ di luce nel buio.
Dal 2018 sono seguita dalla neurologa Lucia Moiola presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e tuttora mi rivolgo a lei con grande fiducia nella sua competenza, nella professionalità e nella sua umanità.
La diagnosi di sclerosi multipla a ricadute e remissioni, che all’inizio è stata una vera e propria doccia fredda, mi ha ribaltato a testa in giù quando ho letto la diagnosi, ma poi mi ha fatto scoprire l’adattamento del corpo e della testa, la consapevolezza di sé e la resilienza.
Grazie a una campagna divulgativa riguardante la mia storia, sono arrivata al dottor Carlo Pozzilli, professore e neurologo di grandissima fama, che mi ha messo in contatto con Danilo Tomassi, che aveva già creato ScleratoVero, uno spazio nato dal bisogno profondo di sentirci visti, compresi e accompagnati. Un luogo dove la speranza non è una parola vuota, ma qualcosa che cresce quando iniziamo a raccontarci davvero.
Vorremmo insomma rompere i tabù e i pregiudizi sulla sclerosi multipla, dare voce a chi spesso non si sente rappresentato; non ci interessa infatti la “visibilità” fine a se stessa.

Noi non raccontiamo la sclerosi multipla come osservatori esterni, ma la viviamo ogni giorno da anni, raccontiamo la nostra esperienza reale, “non filtrata”.
Non proponiamo inoltre la sclerosi multipla come una “lezione positiva” a tutti i costi, perché lo sappiamo che non sempre si migliora, che alcune cose si perdono davvero, che si possono avere momenti di fatica, di rabbia; questo, però, non ci deve far sentire in colpa per avere provato questi sentimenti, quanto piuttosto farci sentire legittimati a provare queste emozioni. È anche umano, infatti, avere dei momenti di paura per il futuro, ed è controproducente vergognarsi e/o “spettacolarizzarsi”.
Le nostre parole possono aiutare a sentirsi meno soli, più compresi e capiti proprio perché più reali.
Non siamo eroi, non cerchiamo pietà, non forniamo soluzioni impossibili, né bacchette magiche, ma diamo onestà, linguaggio chiaro e comprensibile e soprattutto presenza.
Su ScleratoVero vengono condivise riflessioni sincere, esperienze reali, tramite il nostro nuovo podcast Life Unfiltered – Vite in chiaro, perché crediamo che ogni storia possa alleggerire il cammino di qualcun altro.
Continuiamo a costruire una comunità dove informazione, consapevolezza e speranza non sono slogan ma azioni quotidiane.
Presto ci sarà anche L’Esperto Risponde, una rubrica pensata per rispondere con chiarezza ai dubbi che spesso restano sospesi. Con noi ci saranno il già citato neurologo Carlo Pozzilli e la psicologa Flavia Gurreri, due professionisti che metteranno competenza e umanità al servizio della comunità.
La prima puntata del podcast, realizzata grazie alla preziosissima collaborazione di Stefania Unida (“Dr Geek”), è a questo link, per la parte vocale, ma anche in YouTube e in Spotify.
Proprio in questi giorni, poi, grazie alla collaborazione con il dottor Marco Mezzalana, biologo nutrizionista e personal trainer, è uscita una nuova puntata.

Aspettiamo quindi tutti con calore e cuore aperto. Chiunque abbia voglia di partecipare raccontando la propria esperienza in compagnia della sclerosi multipla, ma anche di un’altra malattia, unendosi a noi, può accedere a questo link (la newsletter è gratuita).

*marviolani@libero.it; con la collaborazione di Danilo Tomassi.

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