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51 min fa

Antonio, divulgatore cortese che ci ha educato al rispetto

25 Agosto 2025 - 12:11pm

«Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. Nella tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana»: lo scrive Stefania Delendati a proposito dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando Antonio Giuseppe Malafarina

In occasione dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), di cui abbiamo già ampiamente riferito in altra parte del giornale, tutto dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando dal 2023 alla sua scomparsa nel febbraio 2024, diamo spazio al presente contributo della nostra direttrice responsabile Stefania Delendati.

Ciao Antonio, tu eri uno di quelli che pensavamo fossero eterni. Anche se è trascorso un anno e mezzo dalla tua scomparsa, quant’è difficile parlare di te al passato, perfino per me che ho avuto il privilegio di conoscerti, ma la sfortuna di non aver avuto il tempo materiale per approfondire quest’amicizia che comunque mi rimane dentro.
Eri paralizzato dalla testa ai piedi, ma la tua mente sempre attiva e propositiva aveva fatto sì che nella vita eri riuscito a realizzare molto più di tanti altri che hanno due gambe che camminano e due braccia che si muovono.
Di certo le notizie arrivano dove sei tu, quindi già lo sai che il prossimo 28 agosto nella tua Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, verrà inaugurata una scultura dedicata a te di Felice Tagliaferri, artista cieco, che ha dato forma a un simbolo di visione interiore, resilienza e speranza. Familiari, giornalisti, scrittori e amici si incontreranno per parlare del tuo modo di immaginare un domani migliore, dell’impulso che hai dato alla corretta narrazione della disabilità che oggi, anche grazie a te, è meno marginale.

Quando ho saputo che eri volato in un posto migliore, non ci volevo credere, non mi sembrava possibile. Ti avevo sentito una manciata di giorni prima, ricordi? Alessandro Cannavò era a casa mia, ti abbiamo chiamato per un saluto. Pochi mesi prima eri stato male, molto male. L’avevo appreso da un tuo post sul blog InVisibili del «Corriere della Sera.it», La verità del Natale si intitolava, ripreso successivamente anche da Superando [con il titolo “La psiche ha paura, anche se tu sei la roccia che tutti pensano che sia”, N.d.R.], che era il racconto intimo di un’esperienza che ti aveva fatto sentire fragile e indifeso di fronte alla sofferenza.
Per l’intensità di quelle frasi, il richiamo all’umanità, considero quel pezzo un regalo, l’ultimo, purtroppo, che ci hai fatto. Mi è tornato alla mente tante volte, dopo che anch’io un anno dopo mi sono ritrovata da un momento all’altro in una situazione che mi ha messo a dura prova. Era questa la tua forza, lasciare un segno fatto di parole che prendevano residenza nel cuore e nell’anima di chi le leggeva e ascoltava.

Le parole erano diventate il tuo mestiere per caso, dicevi. Dopo quell’incidente in vacanza, nel 1988, ti eri risvegliato in ospedale, tetraplegico e con gravi difficoltà respiratorie. Hai preso coscienza della nuova condizione, concentrandoti sulle possibilità e non sui limiti. Così, determinato, hai reinventato la tua vita e sei andato avanti. Non facile per un ragazzo che aveva appena superato l’esame di guida e aveva davanti un futuro “normale” da costruire.
Una volta mi hai detto che quel che sapevi fare era scrivere, tutto il resto era nato un po’ per caso, una fortunata serie di coincidenze unita a tanto impegno. Ci dicevamo che questa era una cosa che avevamo in comune, insieme all’uso della tecnologia a favore dell’autonomia personale e lavorativa. Ci sarebbe piaciuto accantonarla qualche volta, tutta ’sta tecnologia che, grazie a Dio, esiste, sognavamo di potere ogni tanto battere i nostri articoli sulla tastiera dei PC, accostare il cellulare all’orecchio con le nostre mani, prendere appunti su un taccuino. Ce lo dicevamo mentre eravamo al telefono con il viva voce perché le nostre mani immobili non potevano portarlo vicino al viso.
Avevamo in comune anche il respiratore polmonare. Avevo riconosciuto l’inconfondibile ritmico soffio della macchina quel giorno in cui siamo rimasti al telefono più di un’ora perché volevi intervistarmi. Ero molto agitata, te l’avevo confessato, dopo tutto Antonio Giuseppe Malafarina per me era “una leggenda”, una persona inarrivabile per il modo di scrivere, il pensiero che traspariva dai suoi contributi. Comprensibile dunque l’ansia iniziale nel parlare con te, un’ansia che si è presto dissolta in un colloquio franco, costruttivo e divertente.

Dicono di te che sei stato uno dei più grandi giornalisti con disabilità. Hanno ragione, non c’è dubbio, ma secondo me sei stato un grande giornalista punto e basta; ogni volta che mettono l’accento sulla condizione mi pare “sminuiscano” un po’ l’enorme lavoro culturale che hai svolto con passione, intelligenza, ironia e garbo. Il garbo, ecco, era il tuo tratto distintivo, quello che ti faceva dire cose anche scomode senza mai travalicare i limiti, sempre alla ricerca di un dialogo, mai dimenticando la gentilezza e senza tuttavia fare concessioni quando era necessario rivendicare con forza i diritti delle persone più fragili.
Insieme a Franco Bomprezzi [direttore responsabile di Superando dal 2004 al 2014, N.d.R.], sei stato un pioniere del giornalismo sociale di qualità, impegnandoti in prima persona per trattare i temi inerenti alle disabilità, senza delegare ad altri il compito di parlare di noi come cittadini e cittadine, senza pietismo, ma in maniera approfondita e precisa.
Nella tua presentazione su InVisibili scrivi di non essere mai stato invisibile, da piccolo perché eri cicciottello, da grande per via della sedia a rotelle. Devo contraddirti, tu non sei stato invisibile e ancora non lo sei per le idee che hai portato nel mondo e per la fiducia che, nonostante tutto, nel mondo e negli altri hai sempre avuto.
Sempre in InVisibili hai scritto della tua celebrità: «La gente dice che sono ottimista. Io mi credo un realista speranzoso. Ho fiducia nella società. Credo nella collettività, questo l’asse portante della mia vita, fede a parte. Non ditemi che il mondo va a rotoli. Sarà vero, ma ci sono tante persone che tirano da un’altra parte. Non voglio cedere a un’idea distopica del mondo, perché se è vero che si riaffacciano i fantasmi di una guerra nucleare, che i ghiacci del Polo si stanno sciogliendo e che abbiamo isole di rifiuti nei mari, voglio fare affidamento su quelle persone che combattono tutto questo. Apposta risulto controcorrente. Ma, come ho già detto: non sono controcorrente, è la massa che nuota nella direzione opposta».
Eccolo di nuovo il tuo umorismo, acuto, intellettuale, spiazzante e dirompente, lo stesso dei tuoi aforismi che ricordiamo accanto alle poesie. In una così avevi commentato la tua condizione: «La paralisi/ è una guerra dura/ di trincea./ Non vince mai nessuno/ al più si negozia una tregua armata».
Guardavi sempre oltre, ma chiamavi le cose con il loro nome, senza nascondere la durezza della vita dietro il facile eroismo che spesso accompagna il racconto di noi persone con disabilità; i piedi e le ruote erano sempre saldi sulla terra.
Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, eri al contempo un estimatore del silenzio, tanto da dedicargli un gruppo Facebook che aveva molte visualizzazioni. E poi avevi un certo stile inconfondibile da gentiluomo anche nell’aspetto, il cappello e i foulard colorati.
Ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. In un luogo simbolo della tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana.
È ancora qui il tuo sorriso, quello con cui concludevi ogni e-mail. Dopo mettevi una virgola perché quel sorriso continuasse all’infinito. Con quel sorriso continua ad accompagnarci, noi da qui ti mandiamo il nostro con l’affetto di sempre e per sempre.

*Direttrice responsabile di Superando. Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Antonio Giuseppe Malafarina, un segno indelebile fatto di parole”) e viene qui ripreso per gentile concessione.

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Luci e ombre in quella “Carta dei Diritti del Caregiver”

25 Agosto 2025 - 11:23am

Elaborata a Roma, nell’àmbito dell’evento “Caregiver SumMeet”, con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver, la “Carta dei Diritti del Caregiver 2025” si riferisce però alla persona cui viene prestata assistenza sempre nei termini di gestione della patologia, con un che sembra fermo al modello medico della disabilità, né tiene minimamente in considerazione la questione di genere, parlando del caregiver sempre e solo al maschile

Lo scorso 15 luglio, a Roma, nell’àmbito del Caregiver SumMeet è stata presentata la Carta dei Diritti del Caregiver 2025, elaborata con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver (essa è fruibile, in formato pdf, a questo link).
Il Caregiver SumMeet è un evento organizzato dall’azienda Cencora-Pharmalex, e sostenuto anche da altre tre aziende farmaceutiche, Argenx e Gilead Sciences e CSL Vifor, in collaborazione con le Associazioni. In particolare in questa edizione, i referenti delle diverse Associazioni sono stati suddivisi in quatto macroaree terapeutiche: patologie oncologiche, patologie rare e genetiche, patologie croniche e patologie psichiatriche e neurodegenerative.

L’intento dell’iniziativa è incrementare la consapevolezza sul ruolo del caregiver e accelerare il percorso per un pieno riconoscimento normativo di questa importante figura.
All’interno dei rispettivi gruppi di lavoro, sono stati condivisi bisogni e prospettive della figura del caregiver, focalizzando il confronto su due temi chiave: aspetti normativi e tutela integrativa, e competenze.
Riguardo agli aspetti normativi e alla tutela integrativa, sono emerse le seguenti richieste:
° definizione di linee guida nazionali per i percorsi assistenziali al fine di ridurre le disuguaglianze regionali;
° distribuzione più equa dei costi di assistenza per non gravare sul caregiver;
° revisione della Legge 104/92 e assegnazione dei servizi in base a impatto e carico della patologia sul caregiver;
° revisione dei contratti di lavoro nazionali e inserimento di misure di supporto per agevolare i caregiver;
° partecipazione del caregiver alla costruzione delle politiche assistenziali quale figura esperta della patologia;
° presenza di personale formato nei luoghi pubblici per garantire assistenza e inclusione.

In relazione invece alle competenze, le istanze emerse sono state le seguenti:
° formazione del caregiver e dei professionisti sanitari per una collaborazione sinergica;
° introduzione di figure assistenziali per fornire supporto informativo e pratico in situazioni critiche;
° organizzazione di incontri di formazione nei Centri di cura per uniformare le competenze;
° definizione di un percorso di cura continuativo e strutturato, un vademecum facilmente consultabile;
° attivazione di un servizio di assistenza informativo per la gestione delle patologie.

«La Carta dei Diritti del Caregiver 2025 ha evidenziato temi centrali per il riconoscimento istituzionale di questa figura, proponendo soluzioni concrete per alleggerire il carico assistenziale del caregiver. Le proposte, inserite in un piano strutturato ed inclusivo più ampio, mirano a garantire un supporto più efficace e sostenibile, migliorando la qualità dell’assistenza offerta ai propri cari e tutelando il benessere psicofisico del caregiver stesso», è scritto nella Carta.
Sorprende e amareggia che nella Carta non sia minimamente considerata la questione di genere, che si parli cioè del caregiver sempre e solo al maschile, sebbene vi sia un’ampia letteratura relativa al fatto che i lavori di cura siano svolti in larga prevalenza da donne.
Rattrista anche che si parli della persona a cui si presta assistenza nei termini di gestione della patologia: sembra infatti un approccio fermo al modello medico della disabilità, un approccio che avremmo dovuto superare già dal 2001, con l’approvazione, da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo per l’autonomia di giovani adulti con disabilità intellettiva

22 Agosto 2025 - 6:06pm

Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata “Le chiavi di casa”, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo

Come informa il portale Persone con disabilità.it, due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata Le chiavi di casa, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo.

I due alloggi (Via Borgo Santa Caterina) saranno concessi in uso gratuito all’AIPD per quindici anni, con l’Associazione che si farà interamente carico della manutenzione e della gestione degli spazi, occupandosi anche dell’individuazione e dell’accompagnamento delle persone che vi andranno a vivere. Le persone con disabilità coinvolte non dovranno corrispondere alcun canone di affitto.
Il via libera al progetto è arrivato il 28 luglio scorso, con l’approvazione della relativa Delibera da parte della Giunta di Regione Lombardia, su proposta dell’assessore alla Casa e all’housing sociale, Paolo Franco.

«Da anni attiva a Bergamo – viene sottolineato ancora da Persone con disabilità.it -, l’AIPD porta avanti numerose iniziative per favorire l’inserimento sociale e il protagonismo delle persone con sindrome di Down. Con Le chiavi di casa, l’Associazione intende promuovere un modello di coabitazione orientato all’autonomia, valorizzando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico e costruendo legami con la comunità locale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@aipdbergamo.it.

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Montecatone è centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione

22 Agosto 2025 - 5:50pm

Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), da quando è attivo, nell’àmbito del team “Wound Care“, l’omonimo protocollo. Con un tasso di guarigione del 96%, il servizio è riconosciuto a livello nazionale e Montecatone è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione Un intervento per lesione da pressione all’Istituto Montecatone di Imola

Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – da quando è attivo, nell’àmbito del team Wound Care, coordinato da Micaela Battilana, l’omonimo protocollo.

Si tratta di un metodo specificamente rivolto a pazienti mielolesi e con lesioni neurologiche che si fonda su un approccio multidisciplinare e personalizzato.
Il gruppo di lavoro è composto da infermieri specializzati in vulnologia, medici vulnologi, chirurghi plastici, infettivologi, chirurghi generali, ortopedici e urologi. Si occupa del trattamento chirurgico e del follow-up a lungo termine dei pazienti. La task force è operativa dal 2012.
Con un tasso di guarigione del 96%, il team stesso gestisce i pazienti durante la degenza ospedaliera, garantendo una ripresa funzionale che consenta loro di sedersi per almeno quattro ore al giorno dopo l’intervento. L’attività prosegue anche dopo la dimissione, grazie a un ambulatorio dedicato e al supporto della telemedicina, che permette visite di primo e secondo livello a distanza.
«Il servizio – spiega il chirurgo plastico Luca Negosanti – è riconosciuto a livello nazionale e l’Istituto è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione, con centinaia di casi gestiti dalla task force anche durante le difficoltà legate alla pandemia da Covid».

Si parla quindi di un modello avanzato e integrato nella cura delle lesioni da pressione, che coniuga competenze cliniche e strumenti digitali, migliorando significativamente la qualità della vita dei pazienti più fragili.
Il lavoro del team coinvolto, inoltre, ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche e contributi a convegni, come quelli dell’AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee). (M.B.)

Per ulteriori informazioni: Massimo Boni (massimo.boni@montecatone.com).

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Buone prassi da far conoscere, per far sì che siano la norma e non lodevoli eccezioni

22 Agosto 2025 - 5:30pm

«Le leggi italiane – scrive Daniela Mariani Cerati – sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione. Un’esperienza esemplare riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare. un a ricerca che ha coinvolto 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello» Il libro di Nicole Maussier ove si illustra la ricerca di cui si occupa Daniela Mariani Cerati nel presente contributo

La Legge 118 del 1971, ove all’articolo 28 si stabiliva che l’istruzione dell’obbligo dovesse avvenire nelle scuole normali della scuola pubblica per tutti, con l’abolizione delle scuole speciali, fu salutata da molti come una rivoluzione, come la fine di un’ingiusta ghettizzazione delle persone con disabilità. La parola d’ordine era “integrazione”, sostituita anni dopo con la parola “inclusione”.
La partecipazione di tutti alla scuola di tutti ha portato un beneficio immediato a molte persone con disabilità, ma non a tutte. Per i casi più complessi si è visto nel tempo che l’inclusione da sola non bastava. Era necessaria una preparazione specifica e, talvolta, un insegnamento personalizzato per l’alunno con disabilità, anche al di fuori della classe.

Oscillando da un estremo all’altro, si è arrivati, in alcuni casi, a una sorta di scuola speciale con rapporto uno a uno, trascurando uno degli ideali che aveva portato alla scelta del 1971: i benefìci dell’inclusione sia per gli allievi con disabilità che per quelli “normodotati”, che dovevano sviluppare solidarietà e capacità di aiuto grazie anche agli ambienti comuni e non separati.
Non si era tenuto conto della peculiarità di alcune condizioni che rendeva difficile, per i casi più complessi, la continua permanenza in classe e la partecipazione alle attività curricolari.

Il noto neurolinguista belga specializzato in disturbi dello spettro autistico Theo Peeters aveva pronunciato un giudizio molto severo sulla scelta italiana dell’inclusione a tutti i costi, dicendo che l’integrazione prospettata dalle leggi italiane equivaleva a far correre ad una velocità da atleti persone non allenate. Un’altra criticità evidenziata dallo stesso Peeters – ma non solo da lui – era la scarsa importanza che veniva data nella scuola italiana alla formazione specifica degli insegnanti, quasi che bastasse inserire un allievo con disabilità tra quelli senza disabilità per ottenere il miracolo. La formula che lui proponeva era “integrazione inversa”, ossia che in ogni classe dove fosse presente un alunno con disabilità si cercassero delle attività adatte a lui e che queste attività, una volta individuate, venissero fatte da tutta la classe, secondo il principio per cui un campione si può adattare ad andare a passo lento, mentre una persona non allenata non può correre alla pari di un campione.
Credo che in molte scuole ci siano esperienze virtuose di insegnanti preparati e di “integrazioni inverse” che vengono praticate, ma non pubblicizzate.

Un’esperienza esemplare, che è stata pubblicata in italiano nel libro di Nicole Maussier Sport e autismo: il modello Katautism e in seguito in inglese in un’importante rivista internazionale (Maussier N., Pierantozzi E., Manno, R. et al., Judo and karate in primary school as a means for the improvement of social inclusion for autistic children, in «Sport Sciences for Health», 2025), riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare.
La ricerca ha riguardato 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello, inseriti in classi nelle quali c’era un solo bambino certificato, in scuole situate in ogni parte d’Italia (Nord, Centro, Sud). Le lezioni si sono svolte per due volte alla settimana e per due anni. Sono state inclusive sin dall’inizio, cioè partecipate da tutta la classe, e mai in un rapporto esclusivo tra bambino certificato e operatore. Tutti i bambini con disabilità vi hanno partecipato dall’inizio alla fine e per nessuno di loro c’è stata la necessità di un ritiro dall’esperienza.

Quali sono stati, dunque, gli ingredienti di questo successo? Una formazione specifica degli allenatori, prima generale, poi personalizzata sulle caratteristiche peculiari dell’allievo, e una semplificazione delle regole della disciplina che tenesse conto delle peculiarità dell’alunno.
Qui vedo l’attuazione del consiglio di Theo Peeters. Se cambiamo un po’ le regole semplificandole, sarà un grosso vantaggio per il bambino con disabilità e non porterà nessuna difficoltà ai bambini “normodotati”, anzi probabilmente aiuterà quei bambini che, pur non essendo certificati, non sono particolarmente brillanti.
La formazione degli allenatori ha coinvolto poi tutto il personale scolastico. Conoscendo quanto sia importante per le persone autistiche la prevedibilità degli eventi, un’agenda con il programma settimanale degli allenamenti è stata esposta in classe nel linguaggio comprensibile ai bambini interessati, che per alcuni di loro era quello della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa).
Nella ricerca erano presenti anche gli psicologi, ma solo come osservatori ed eventualmente come consiglieri degli allenatori, ma le figure di riferimento erano gli allenatori adeguatamente formati.
Già la partecipazione in modo continuativo ad un’attività sportiva insieme ai compagni in orario curricolare sarebbe un successo e un esempio da imitare, non solo per il benessere degli allievi certificati, ma anche per i compagni normodotati, che hanno contribuito al successo dando rinforzi spontanei: lodi date all’alunno con disabilità quando questo eseguiva correttamente le azioni previste nella disciplina. Infatti, «bravo!», detto da un compagno, è un rinforzo maggiore che detto da un adulto.
Gli autori della ricerca, inoltre, non si sono limitati a documentare il successo nella partecipazione ad attività sportive da parte di alunni con disturbi dello spettro autistico, cosa già positiva in quanto favorevole per la salute generale e per la socializzazione. Hanno utilizzato infatti dei test validati in letteratura per misurare il miglioramento in tre aree critiche: livello di autismo, compromissione sociale e abilità grosso motorie. Questi test, somministrati prima e dopo i due anni della sperimentazione, hanno documentato miglioramenti statisticamente significativi in tutte e tre le aree indicate.

Si tratta di una ricerca molto importante perché dà un esempio di vera inclusione nella scuola e perché indica una strada per contrastare la sedentarietà e l’isolamento che caratterizza molte persone con disturbi dello spettro autistico. Una volta superata la fase di sperimentazione, esperienze simili dovrebbero essere generalizzate dentro e fuori dalla scuola.
Gli autori sottolineano per altro l’importanza cruciale della formazione degli allenatori, ricordando che molte persone con autismo sono escluse dalle attività sportive per la mancanza di formazione specifica degli allenatori.
Ritengo molto importante che vi sia stata una pubblicazione in inglese in una rivista internazionale, in quanto il valore dell’inclusione, che per noi italiani è fondamentale, non è condiviso da altre nazioni anche vicine. Un’insegnante italiana che insegna in Inghilterra riferisce ad esempio che là si dà importanza prevalente alla protezione dei “bambini deboli”, più che all’inclusione, mentre un’altra insegnante italiana che opera in Olanda dice che là ci sono scuole differenziate non soltanto per le diverse categorie di persone con disabilità, ma anche per i “normodotati” in base al quoziente intellettivo. Non soltanto, ma che le scuole possono rifiutare i bambini, se li ritengono troppo problematici, tanto che alcuni bambini restano in famiglia a carico dei genitori e, non essendoci opportunità di incontro tra persone con e senza disabilità, i cittadini non conoscono neppure l’esistenza e le problematiche della disabilità.

Le leggi italiane, dunque, sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione.

*Componente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale) e della lista di discussione Autismo-Scuola (autismo-scuola@autismo33.it).

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Formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva

22 Agosto 2025 - 4:43pm

Ci si potrà iscrivere (gratuitamente) fino al 15 settembre al “Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva”, organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto “Autonomie Possibili”, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna

È organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto Autonomie Possibili, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, un Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva.
La partecipazione al corso stesso – certificato da Irecoop, ente di formazione accreditato dalla Regione Emilia Romagna – è gratuita, previa iscrizione entro il 15 settembre prossimo. Sono previste 60 ore (41 online e 19 in presenza), dal 26 settembre all’8 novembre. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e per iscriversi, fare riferimento a questo link.

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Persone con disabilità che valorizzano il patrimonio artistico e paesaggistico del Lago di Como

22 Agosto 2025 - 4:13pm

Sono due giovani con disabilità del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como i protagonisti del cortometraggio “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, frutto di un progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS, oltreché con il supporto degli Amici di Como, voluto per sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del Lario I due giovani protagonisti di “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, in un’immagine del cortometraggio

Gli ospiti del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como sono ormai una presenza viva e riconosciuta nel tessuto cittadino. Da anni portano energia, curiosità e desiderio di incontro attraverso iniziative artistiche, eventi culturali e percorsi educativi, pensati per aprirsi al territorio e raccontarsi al mondo.
È da questo spirito di apertura che è nato un nuovo progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS – iniziativa, quest’ultima, promossa da Como 1907 per valorizzare il territorio -, grazie al prezioso supporto degli Amici di Como. Un’esperienza intensa, che ha preso forma durante l’estate e l’autunno dello scorso anno e che ha portato alla realizzazione del cortometraggio-documentario intitolato Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità (disponibile a questo link), dedicato a uno dei luoghi più affascinanti della città, vale a dire appunto la Villa del Grumello, gioiello storico con un parco secolare ed una vista mozzafiato sul lago di Como ma anche un luogo di condivisione, di partecipazione e di progettualità: «La Villa – osserva infatti Chiara Bignami, responsabile dei progetti, eventi e comunicazione dell’Associazione Villa del Grumello – è luogo di sperimentazioni creative, contaminazioni disciplinari e iniziative che si aprono al territorio. È un luogo in trasformazione e continuo arricchimento, con una postura liminale tra città e “selva”, tra lago e cielo, tra cura e spontaneità, tra eccellenza e fragilità: è un luogo d’inclusione, che ricompone dicotomie e stimola approcci sensibili e sguardi capovolti».

«Il Centro di Lavoro Guidato di Como – spiega lo psicologo Luca Avellis, che ha curato il progetto con l’educatore Giorgio Gatti – da anni porta avanti un progetto di formazione e inclusione lavorativa per le persone con disabilità, con uno sguardo attento alla loro creatività e capacità di mettersi in gioco. Questo cortometraggio si inserisce in tale percorso culturale e nasce da una richiesta precisa: raccontare la bellezza di Como. E così, ispirati da questo obiettivo, abbiamo costruito una piccola storia».
Il corto, dunque, vede come protagonisti due giovani, impegnati in una caccia al tesoro con i loro compagni del Centro. Durante l’avventura si imbattono quasi per caso nella villa affacciata sul lago e ne restano rapiti. Qui incontrano Chiara Bignami, che li guida alla scoperta di questo luogo ricco di fascino e storia: «Attraverso le sue parole – aggiunge Avellis -, e con lo sguardo attento e curioso dei ragazzi, entriamo anche noi nella magia della villa, nei suoi scorci silenziosi, nei giardini, nella luce che filtra dalle vetrate».
La storia si chiude con un finale inatteso, ma è soprattutto il viaggio che resta impresso: quello dentro un luogo speciale, raccontato da chi, ogni giorno, cerca nuove strade per conoscere, sperimentare e vivere il proprio territorio da protagonista.

«Il territorio comasco – ricorda ancora Avellis – si è sempre caratterizzato per una grande sensibilità all’inclusione, garantendo alle persone con disabilità l’accesso alla bellezza dell’arte e della cultura. Ebbene, con questo progetto vogliamo sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del lago».
«Fondazione Como ETS – afferma la responsabile di essa Camilla Veronelli – nasce dall’idea di voler valorizzare il territorio e coloro che lo vivono ogni giorno con dedizione. Raccontare il nostro lago attraverso gli occhi e il cuore dei ragazzi è l’esempio perfetto di condivisione e inclusione per la comunità»,
«La Nostra Famiglia – conclude Daniele Brunati, direttore generale di Amici di Como – è una realtà preziosa per Como ed è per noi motivo d’orgoglio poterla annoverare tra i nostri partner storici. Da anni siamo legati da un rapporto umano e professionale che ci ha arricchito e ci ha permesso di portare a termine progetti importanti, iniziando con il confezionamento dei giocattoli in occasione della Città dei Balocchi, per arrivare al progetto Un Dono a Natale che senza il contributo delle persone del Centro di Lavoro Guidato, dei volontari, degli operatori e di Roberto e Mariapia Zanchini non sarebbe realtà. Ogni anno, infatti, in Via Zezio a Como vengono assemblati e distribuiti oltre 1.400 pacchi alimentari che vanno ad allietare le festività natalizie di altrettante famiglie. È stato quindi naturale, per Amici di Como, essere al fianco della Nostra Famiglia anche in questo nuovo progetto culturale che ancora una volta mette al centro i ragazzi e ne esalta ricchezze e peculiarità». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@lanostrafamiglia.it (Cristina Trombetti).

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“Il Po Invisibile”, un simbolo di crescita personale e collettiva

22 Agosto 2025 - 1:30pm

«“Il Po Invisibile” è stato un simbolo di crescita personale e collettiva, di un’umanità inclusiva che auspichiamo sempre più contagiosa»: lo hanno detto gli atleti ciechi e ipovedenti che alla fine di luglio sono stati i protagonisti del progetto denominato appunto “Il Po Invisibile”, un viaggio in canoa lungo il “il grande fiume”, da San Benedetto Po (Mantova) a Ferrara, rivelatosi come un’esperienza in cui lo sport si è fatto linguaggio universale di inclusione, resilienza e scoperta I partecipanti al “Po Invisibile”

Dal 24 al 27 luglio scorso, tra il territorio mantovano e quello ferrarese, si è svolto Il Po Invisibile, progetto sostenuto dall’UICI Emilia Romagna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e dall’IRIFOR Regionale (Istituto per la Ricerca la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI), promosso dall’UICI di Ferrara in collaborazione con il Canoa Club Ferrara, e reso possibile grazie al contributo di numerosi co-finanziatori, tra cui il Rotary Club Ferrara, il Comune di Ferrara e diverse realtà locali.
«Si è trattato – dicono i promotori – di un progetto sportivo, riabilitativo e formativo che ha intrecciato cuore, passione, coraggio e condivisione, per raccontare il mondo della disabilità visiva attraverso lo sport. Un viaggio lungo “il grande fiume”, da San Benedetto Po (Mantova) a Ferrara, che ha rappresentato un’esperienza autentica e trasformativa, in cui lo sport si è fatto linguaggio universale di inclusione, resilienza e scoperta».

Cinque atleti ciechi e ipovedenti del Ferrarese, dunque (Silvia Bonifacio, Giada Petroccia, Giovanni Tuè, Massimo Sicchiero e il promotore dell’impresa Alberto Burgio), guidati dagli istruttori federali di paracanoa Fabrizio ed Elena Celtini, hanno affrontato la discesa del Po in canoa singola, sfidando le insidiose acque del fiume. Lungo tutto il percorso, l’assistenza logistica di Elena Bacillieri a bordo del suo camper, ha garantito supporto e sicurezza.
«Siamo felicissimi di avere partecipato a questo progetto – hanno dichiarato gli atleti -. Abbiamo migliorato la fiducia in noi stessi e dimostrato di poter realizzare qualcosa di grande pur avendo una disabilità visiva. La disabilità non deve fermarci ma spingerci a fare di più e fare meglio».

«L’iniziativa – sottolineano dall’UICI di Ferrara – ha superato i confini della semplice attività sportiva: è stato infatti un cammino condiviso, un ascolto profondo della natura e dei luoghi, un dialogo tra sensi, persone e territori. Gli atleti che si sono allenati con impegno per mesi in acque più tranquille, non si sono limitati a compiere un’impresa fisica particolarmente coraggiosa, ma hanno voluto sfidare e percepire ogni “respiro del grande fiume”, il calore della terra e la voce dei luoghi esplorati, dimostrando che si può “vedere con tutti i sensi e anche con il cuore”».

«Ricordo – dice Massimo Sicchiero – che durante l’interminabile traversata in canoa, chiedevamo ripetutamente all’istruttore quanto mancasse… E Fabrizio, con la voce da GPS guasto ma sicuro di sé, ci ripeteva il suo mantra motivazionale: “Un paio di chilometri e ci siamo!”, anche se il traguardo era ancora un miraggio all’orizzonte. Così si continuava a pagaiare!».
«È stata un’esperienza impegnativa ma grandiosa in tutti i sensi – sottolinea dal canto suo il trascinatore del Gruppo, Alberto Burgio, persona cieca -, a partire dalla località di partenza nel Mantovano, San Benedetto Po che, con le sue specialità gastronomiche, il Polirone e la basilica millenaria, ci ha donato uno spaccato storico-culturale, conviviale, spirituale e una splendida accoglienza grazie all’ospitalità offerta dall’UICI di Mantova, con la presidente Mirella Gavioli, i consiglieri Laura Luglio e Roberto China, alla considerazione ricevuta dal sindaco Roberto Lasagna e dagli assessori allo Sport Antonio Bernardelli e alla Cultura e Politiche Giovanili Vanessa Morandi, per non parlare dell’entusiasmante supporto del gruppo scout locale che a sorpresa ci ha garantito un imbarco sicuro e organizzato nonostante la pioggia. Tutti elementi che, insieme al clima amichevole di cui siamo stati “inondati”, hanno dato la spinta migliore per partire».

Superata dunque indenni, un po’ stanchi ma felici, la prima tappa, il gruppo è arrivato a Bergantino (Rovigo), e lì vi è stato l’incontro con la comunità, tra cui il sindaco e i rappresentanti dell’Associazione Ambientalista Airone, e la visita al Museo delle Giostre che ha reso la sosta particolarmente gradevole. Anche a Ficarolo, sempre nel Rodigino, l’abbraccio del paese e la presenza dell’AVIS Comunale, operante nell’attività di pet therapy con animali ESA (Emotional Support Animals), hanno coinvolto il gruppo che si è trovato letteralmente e piacevolmente “sospeso tra memoria e futuro”.

Infine Ferrara, da cui è partito il tutto, che ha accolto il gruppo come un porto d’arte e cultura, suggellando l’impresa con la sua bellezza silenziosa. Qui, ogni traguardo e ogni racconto è diventato poesia ed energia da condividere con amici, sostenitori, autorità e cittadinanza.
«Il Po Invisibile – annotano ancora dall’UICI ferrarese – non è stato solo un evento sportivo, ma un potente messaggio di apertura, consapevolezza e fiducia nelle potenzialità di ciascuno. Ogni incontro lungo il tragitto ha generato dialogo e connessione, superando barriere e paure visibili e invisibili. Questo viaggio, per altro, non ha rappresentato un arrivo, ma un punto di partenza, un invito ad abbattere muri, a costruire relazioni e a promuovere una società più inclusiva, in cui lo sport sia più praticato e accessibile a tutti. Perché l’invisibile, quando viene condiviso, si illumina. Perché lo sport, quando è inclusivo, diventa rivoluzione. Ogni pagaiata compiuta insieme è stata una spinta concreta verso un orizzonte più consapevole e umano».

«Un ringraziamento speciale – dichiarano gli atleti a una voce – va in primis ai “capitani coraggiosi” Fabrizio ed Elena Celtini per l’impegno e la rassicurante motivazione che ci ha accompagnati pagaiata dopo pagaiata, nonché a tutte le persone, gli enti e le istituzioni che hanno creduto in noi e ci hanno sostenuto, rendendo così possibile questa impresa che rappresenta oggi una soddisfazione collettiva. Ringraziamo poi le presidenti dell’UICI di Mantova e di Ferrara Mirella Gavioli e Alessandra Mambelli per l’amicizia e il prezioso supporto, il Canoa Club Ferrara nella persona del suo presidente Paolo Paramucchi, per l’apertura e la disponibilità, Elena Bacillieri, indispensabile spalla logistica, il sostegno economico dell’IRIFOR e dell’UICI Emilia Romagna, il Rotary Club di Ferrara, gli sponsor Pastificio Bondi, ristorante pizzeria Nonno Papero e tutti i donatori che ci hanno sostenuto attraverso la raccolta fondi lanciata sulla piattaforma Gofundme. E ancora, un grazie sentito allo studio “Graficc di Cristian Carletti” di Francolino per la realizzazione grafica del progetto e dei gadget». «E grazie di cuore – concludono – a chi ha creduto in questo sogno, lo ha sostenuto con un gesto o facendo semplicemente il tifo, accompagnandoci e pagaiando materialmente o virtualmente insieme a noi per raggiungere traguardi prima inimmaginabili. Il Po Invisibile è oggi un simbolo di crescita personale e collettiva, di un’umanità inclusiva che auspichiamo sempre più contagiosa». (M.M. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Marzia Mecozzi (m.mecozzi@audiotre.com).

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Una cerimonia per Antonio Giuseppe Malafarina che lo avrebbe lusingato, ma anche un po’ agitato…

22 Agosto 2025 - 12:48pm

Per Superando è decisamente apprezzabile ogni iniziativa che ricorda Antonio Giuseppe Malafarina, già direttore responsabile del nostro giornale, giornalista di valore, animatore culturale sui temi della disabilità e anche poeta, ma soprattutto Persona con la P maiuscola, che salutava sempre con un sorriso accompagnato da una virgola, a lasciare costantemente aperto il dialogo. Questa volta l’iniziativa sarà a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, dove il 28 agosto accadrà davvero qualcosa di speciale

Per Superando Antonio Giuseppe Malafarina, giornalista di valore, animatore culturale sui temi della disabilità e anche poeta, scomparso l’11 febbraio dello scorso anno, è stato il direttore responsabile a partire dagli inizi del 2023. Ma per chi cura Superando, Antonio è stato soprattutto un caro amico, una Persona con la P maiuscola, che salutava sempre con un sorriso accompagnato da una virgola, a lasciare sempre aperto il dialogo. Ogni iniziativa che lo ricorda, dunque, è per noi decisamente apprezzabile e questa volta l’iniziativa arriva da Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, dove il 28 agosto accadrà qualcosa di speciale, come racconta Elisabetta Piselli.

Il ritratto di Antonio Giuseppe Malafarina realizzato dallo street artist Davide Ratzo, sulla Parete dei Giusti che si trova all’interno della Biblioteca Chiesa Rossa di Milano

La voce di Antonio Giuseppe Malafarina continua ad accompagnarci. Le sue parole, le sue lotte e le sue rime verranno ricordate il prossimo 28 agosto a Bovalino, dove sarà inaugurata una scultura dell’artista con disabilità visiva Felice Tagliaferri, che ha dato forma a un simbolo di visione interiore, resilienza e speranza.
E non poteva che accadere in questo piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, qui dove ha avuto inizio la seconda vita di Antonio, dopo quello che lui ha sempre definito un “tuffo normale”, l’ultimo prima di rientrare a casa, nella freschezza dei suoi 18 anni.

Mi sono fermata spesso a pensare cosa sia stato quell’evento guardandolo da più punti di vista, in primis quello di Antonio, senza mai riuscire nemmeno ad immaginare cosa deve essere stato passare dall’immagine di libertà per eccellenza, quella di un tuffo dagli scogli, come saluto all’estate prima di rientrare a casa, fresco di patente e di maggiore età, all’immobilità totale.
Antonio era in quella fase della vita nella quale tutto inizia a prendere forma, lui per primo, e ha dovuto prendere atto che la sua forma sarebbe stata per sempre un’altra cosa.
Ho pensato spesso anche ai suoi genitori, all’amore e alla dedizione totale che hanno avuto per Antonio. Da madre, so che avrei preferito che accadesse a me.
Ma la storia di Antonio non è fatta né di pietismo né di rassegnazione. Rimasto tetraplegico, ha iniziato ad esplorare il mondo e le parole da una nuova prospettiva. È diventato così attivista per i diritti delle persone con disabilità. Ne ha raccontato le storie diventando giornalista e ha esplorato l’intimità dell’essere umano con la poesia.
Antonio è riuscito ad entrare nel cuore delle persone, diventando, inconsapevolmente, fonte di ispirazione per molti. La sua ironia e soprattutto la sua autoironia, lo rendevano irresistibile.
Si è circondato di persone che l’hanno amato profondamente e seppur con una vita sociale che rasentava lo zero, Antonio era pieno di amici, con i quali manteneva relazioni tutt’altro che superficiali.

Molti di questi amici saranno presenti alla cerimonia del 28 agosto, tra loro Alessandro Cannavò, Lorenzo Sani, Claudio Arrigoni, Simone Fanti, Angelo Mantovani, Bruno Malafarina e Tiziana Raco, che ricostruiranno il mosaico di una vita ricca di passioni. Conoscendolo, di tutta questa attenzione sarebbe lusingato e al contempo agitato…
La cerimonia si aprirà con i saluti istituzionali dell’assessora della Regione Calabria Caterina Capponi e del sindaco di Bovalino Vincenzo Maesano. Seguirà l’intervento di Felice Tagliaferri, che racconterà il legame umano e artistico con Malafarina, prima del momento più atteso: il disvelamento dell’opera. Felice è parte del pacchetto “amici di Antonio” e siamo tutti emozionati all’idea di scoprire come avrà deciso di ricordarlo con la sua opera.
L’evento sarà apertao a tutti e tutte e per chi volesse partecipare, l’appuntamento è, come detto, per giovedì 28 agosto, dalle ore 18.30, in Piazza Canceglia a Bovalino.
Una festa tutta per te, caro Antonio. E adesso, come diresti tu, mi taccio. Un sorriso.

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Bovalino ricorda Malafarina con una scultura di Tagliaferri”, e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Paul Klee pittore musicista” con la Comunicazione Aumentativa Alternativa

22 Agosto 2025 - 12:22pm

È dedicata a Paul Klee, artista tedesco con cittadinanza svizzera, annoverato tra i maggiori esponenti dell’astrattismo, che legava a doppio filo la sua arte alla musica, l’ultima opera del progetto “ArtistiCAA®” delle edizioni la meridiana. “Paul Klee pittore musicista”, questo il nome della nuova pubblicazione di Teresa Righetti realizzata con i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)

Il progetto ArtistiCAA® delle edizioni la meridiana è un’iniziativa che intende far conoscere artisti e artiste significativi nelle rispettive arti attraverso pubblicazioni realizzate con i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). E quindi, dopo Frida Kahlo pittrice coraggiosa (2023) e Vincent Van Gogh pittore malinconico (2024), Teresa Righetti ci porta alla scoperta di Paul Klee (1890-1940), artista tedesco con cittadinanza svizzera tra i maggiori esponenti dell’astrattismo, riconosciuto perché legava a doppio filo la sua arte alla musica.

Paul Klee pittore musicista, questo il titolo della nuova pubblicazione, ci racconta la vita e l’arte di questo importante artista nei simboli della CAA, dedicando ampio spazio alla descrizione delle opere e delle tecniche impiegate dallo stesso. Docenti di sostegno, educatori ed educatrici, genitori, insegnanti d’arte, curatori museali potranno pertanto, attraverso questo libro, avvicinare all’arte bambini e bambine, ragazzi e ragazze, adulti con disabilità cognitive e non solo.

Ricordiamo infine che le edizioni la meridiana hanno dedicato ai libri in CAA la collana editoriale “Parimenti. Proprio perché cresco”, iniziativa nata da un progetto condiviso con il Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante di Bologna e l’Associazione L’Arche Comunità “l’Arcobaleno” ONLUS di Granarolo (Bologna), con lo scopo di sviluppare libri in simboli per disabilità cognitive, aprendo nuove possibilità di lettura a un pubblico di giovani-adulti fino ad ora non raggiunti da alcuna pubblicazione.
Parimenti parte dal presupposto di offrire a tutti (tutte le menti) pari possibilità di accessibilità alla lettura e dunque alla conoscenza, premessa irrinunciabile per un esercizio attivo della cittadinanza. Proprio perché cresco è invece la risposta al bisogno da parte dei ragazzi di avere strumenti (in questo caso libri) adatti alla loro età e simili nei contenuti ai libri dei loro coetanei.
Attualmente fanno parte della collana 13 pubblicazioni in CAA, le cui schede sono pubblicate a questo link. (Simona Lancioni)

Teresa Righetti, Paul Klee pittore musicista, edizioni la meridiana, 2025, collana “Parimenti. Proprio perché cresco” (84 pagine, 14,73 euro).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Le prove equipollenti per gli studenti con disabilità non sono un optional!

22 Agosto 2025 - 11:50am

«In occasione della prima e della seconda prova scritta dell’Esane di Stato in una scuola di Soverato (Catanzaro) – scrive Marina Dominijanni, coordinatrice dell’AIPD di Catanzaro – i Presidenti di Commissione hanno ritenuto di poter somministrare agli studenti con disabilità, per i quali, nel PEI (Piano Educativo Individualizzato), era indicato il «percorso personalizzato con prove equipollenti», le prove ministeriali, così come pervenute. Un comportamneto che riteniamo discriminatorio»

Come ogni anno, presso l’Istituto IPSSEOA Alberghiero di Soverato (Catanzaro) si è svolto l’Esame di Stato, al quale hanno preso parte alcuni studenti con disabilità.
Nelle giornate del 19 e del 20 giugno, in occasione della prima e della seconda prova scritta, i Presidenti di Commissione hanno ritenuto di poter somministrare agli stessi studenti con disabilità, per i quali, nel PEI (Piano Educativo Individualizzato), era indicato il «percorso personalizzato con prove equipollenti», le prove ministeriali, così come pervenute, sottraendosi all’impegno di preparare le corrispondenti “prove equipollenti”, come peraltro indicato nell’Allegato riservato di ciascuno studente, appositamente predisposto dal Consiglio di Classe entro il 15 maggio precedente e inviato in tempo utile alla relativa Commissione d’Esame, affinché si attenesse alle indicazioni in esso riportate, come stabilito dall’articolo 20 del Decreto Legislativo 62/17.

Questa decisione, assunta dai Presidenti di Commissione nonostante fosse palesemente contraria alle indicazioni di legge, ha messo in forte difficoltà gli studenti con disabilità, che si sono ritrovati a svolgere tracce per loro, per alcuni versi, poco o per nulla accessibili, in quanto non coerenti con il PEI, ossia non coerenti nelle modalità e/o nei mezzi e/o nei contenuti culturali e/o professionali (afferenti ai nuclei fondanti di ciascuna disciplina).
L’arbitraria decisione dei Presidenti di Commissione, per altro, è stata avvalorata e sostenuta anche dall’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, nella persona della Coordinatrice degli Ispettori, contattata per i necessari chiarimenti in merito alla procedura delle due prove scritte.

Il concetto di “prove equipollenti”, delineato dall’articolo 6, comma 1, del DPR 323/98 (provvedimento abrogato), è stato ripreso, con riferimento all’abrogato provvedimento, dalle Linee Guida di cui all’articolo 20 del Decreto Interministeriale 182/20, come modificato dal Decreto Interministeriale 153/23. Nello specifico, il provvedimento delinea e precisa in che cosa appunto consistano le prove equipollenti: si tratta di prove che, rispetto a quelle ministeriali, possono essere differenti per “modalità”, per “mezzi”, per contenuti culturali e/o professionali (purché si tratti di contenuti attinenti ai nuclei fondanti delle singole discipline). Tramite tali prove gli studenti possono dimostrare di avere acquisito le competenze utili ai fini del conseguimento del diploma rilasciato a conclusione degli Esami di Stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione.
La questione è che i Presidenti di Commissione, così come alcuni Commissari, e lo stesso Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, hanno stabilito che si poteva procedere senza ricorrere alle prove equipollenti adottate e indicate dal PEI, determinando non solo un mancato rispetto della normativa vigente in materia, ma, di fatto, discriminando gli studenti con disabilità nei loro diritti fondamentali, garantiti dalle norme in materia e dalla Costituzione stessa.

Il comportamento assunto dalle Commissioni nei confronti degli studenti con disabilità si configura pertanto come discriminatorio. Infatti, a pagare il prezzo di questo mancato rispetto della normativa vigente sono stati proprio gli studenti, privati della possibilità di dimostrare, anche con soddisfazione e con orgoglio, quanto appreso durante il loro percorso scolastico, meritando, di conseguenza, una giusta valutazione.
Non possiamo certamente tacere di fronte a questa grave ingiustizia, sconfortati dal fatto che ciò che dovrebbe essere garantito e tutelato dal sistema scolastico debba, ancora una volta, trovare accoglienza solamente nelle aule di un Tribunale.
Detto quindi che abbiamo chiesto supporto all’AIPD Nazionale (Associazione Italiana Persone Down) e alla Federazione Osservatorio182, chiediamo il rispetto delle normative vigenti e che agli studenti con disabilità venga davvero assicurata la possibilità di avvalersi di quanto rientra nei loro diritti.

*Coordinatrice dell’AIPD di Catanzaro (Associazione Italiana Persone con sindrome di Down).

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Da Torino al Connecticut per la “Dream Ride Experience”

21 Agosto 2025 - 6:01pm

Ogni anno si svolge negli Stati Uniti la “Dream Ride Experience”, grande evento di beneficenza e ancora una volta, nei prossimi giorni, vi verranno proposti tour motociclistici, parate di auto e un’esposizione di vetture di lusso. Dallo scorso anno Pagani, marchio italiano specializzato nella produzione di hypercar, e la CPD di Torino offrono a una famiglia torinese con bambini con disabilità la possibilità di parteciparvi e questa volta è volata verso gli USA una bimba con disturbo dello spettro autistico insieme alla sua famiglia Un’immagine della “Dream Ride Experience 2024”

Ogni anno si svolge negli Stati Uniti la Dream Ride Experience, evento di beneficenza della Hometown Foundation a sostegno di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, e in generale dell’inclusione delle persone con disabilità.
L’edizione 2025, che si terrà dal 22 al 24 agosto in Connecticut, proporrà anche quest’anno tour motociclistici, parate di auto e un’esposizione di vetture di lusso.
Dallo scorso anno Pagani, marchio italiano specializzato nella produzione di hypercar, e la CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà) offrono a una famiglia torinese con bambini con disabilità la possibilità di partecipare all’evento e questa volta è volata verso gli Stati Uniti una bambina con disturbo dello spettro autistico insieme alla sua famiglia, che come gli altri partecipanti potrà vivere esperienze uniche, salendo su moto e auto da sogno, sfilando in cortei e prendendo parte ad attività dedicate. (F.V. e S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: Fabrizio Vespa (fabrizio.vespa@cpdconsulta.it).

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Uno scatto fotografico per cambiare lo sguardo

21 Agosto 2025 - 5:26pm

Un concorso fotografico, per raccontare con un click le barriere, ma anche le buone pratiche che ci circondano. Non selfie fugaci o immagini decorative, ma scatti che diventino specchio della realtà, dalla rampa che manca davanti a un negozio all’ascensore rotto, dal bagno finalmente accessibile all’autobus con il sollevatore: è l’iniziativa aperta a tutti e tutte fino al 30 settembre, promossa dall’organizzazione campana Attivamente ETS Un ascensore non funzionante

«Le barriere più alte non sono quelle di cemento: sono i muri invisibili fatti di pregiudizio e indifferenza. È lì che l’inclusione diventa una rivoluzione culturale, un seme di speranza da piantare con gesti semplici, con uno scatto, con uno sguardo diverso sul mondo»: Attivamente ETS, giovane ma già vitale realtà nata a Napoli pochi anni fa, ha scelto proprio questa strada: trasformare la fotografia in voce, denuncia, racconto. Dare alle immagini la forza di cambiare coscienze.
Non si tratta solo di un’associazione, ma di una comunità che ogni giorno combatte perché nessuno resti ai margini, convinta che l’accessibilità non si limiti a rampe, ascensori o servizi adeguati. Infatti l’accessibilità, per Attivamente, è prima di tutto diritto alla partecipazione, al riconoscimento, alla dignità. Perché le barriere più dure da abbattere non si vedono: abitano negli sguardi che evitano, nei silenzi che isolano, nelle parole che feriscono.

Sin dagli inizi, dunque, Attivamente si è fatta portatrice di un motto che è insieme bussola e missione: “Da soli si corre di più, insieme si va lontano”. È stato questo spirito a intrecciare cammini con altre associazioni, famiglie, istituzioni, fino a dare vita a progetti che hanno seminato bellezza e cambiamento: dai laboratori creativi con i mattoncini, nati grazie alla collaborazione con i Brikkanti, alle campagne contro il cyberbullismo; e ogni iniziativa ha avuto un unico filo conduttore, l’inclusione.
Né sono mancate alleanze preziose con realtà come Autismo in Movimento Campania, Oltre il Muro Autismo ONLUS, SpecialmenteNoi Onlus ODV, UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ENS (Ente Nazionale Sordi), e tante altre, fino alla seconda edizione di La disabilità va… in vacanza, progetto patrocinato dal Garante delle Persone con Disabilità della Regione Campania.
È proprio all’interno di quest’ultimo progetto che è nata la novità del 2025: un concorso fotografico aperto a tutti e tutte, basato su un invito semplice, ma potente, ossia raccontare con un click le barriere, ma anche le buone pratiche che ci circondano. Non selfie fugaci o immagini decorative, ma scatti che diventino specchio della realtà: la rampa che manca davanti a un negozio; l’ascensore rotto che isola il piano di un edificio; il bagno accessibile che finalmente c’è; l’autobus con il sollevatore che restituisce libertà; la libreria che diventa davvero per tutti.
Ogni foto è una denuncia o una testimonianza, un grido o un sorriso. Ogni foto è un atto di cambiamento, perché rende visibile ciò che spesso resta invisibile.

Partecipare al contest è semplice: basta inviare uno scatto alla mail dell’associazione (asso.attivamente2000@gmail.com), raccontando situazioni di inclusione o di barriera nei luoghi della vita quotidiana, bar, ristoranti, teatri, musei, parchi, mezzi pubblici. Il concorso è già aperto e resterà attivo fino al 30 settembre prossimo, data ultima per l’invio delle fotografie.
Ma il senso profondo dell’iniziativa va oltre la partecipazione tecnica: si tratta infatti di imparare a guardare diversamente. Non solo chi vive la disabilità in prima persona, ma chiunque: perché la costruzione di un mondo inclusivo è un compito comune.
Attivamente ci ricorda quindi che l’inclusione non è un favore, è un diritto. E che ogni piccolo gesto – anche un semplice scatto fotografico – può diventare seme di cambiamento. Un click che denuncia. Un click che racconta. Un click che costruisce. Un click che ci rende, finalmente, più umani.

Per ulteriori informazioni: asso.attivamente2000@gmail.com.

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Un caso di licenziamento per offese nei confronti di una collega con disabilità

21 Agosto 2025 - 4:47pm

Con un recente provvedimento, la Corte di Cassazione ha confermato la validità del licenziamento di un dipendente di un Punto Blu della Società Autostrade, per avere offeso pesantemente una collega con disabilità, deridendola e umiliandola a causa della sua condizione fisica. Un provvedimento eccessivo? In realtà le offese di questo tipo nei confronti delle persone con disabilità sono considerate nell’ordinamento giuridico come fatti fortemente discriminanti

È certamente degna di attenzione la decisione della Corte di Cassazione Civile (Sezione Lavoro), che con l’Ordinanza n. 20036 del 18 luglio scorso, ha confermato la validità del licenziamento di un dipendente di un Punto Blu della Società Autostrade, per avere offeso pesantemente una collega con disabilità, paragonandola a una gallina, riproducendone il gesto e il verso; così, deridendola e umiliandola a causa della sua condizione fisica.
Il comportamento è stato ritenuto dai giudici della Suprema Corte assolutamente contrario ai doveri fondamentali del lavoratore; in particolare, la Corte ha dato grande importanza alla lesione della dignità della persona con disabilità, evidenziando che la condotta incriminata è inaccettabile e, pertanto, non può essere ammessa neppure sul posto di lavoro. Inoltre, l’autorevole Magistratura ha ribadito il principio giuridico per cui il rispetto delle persone, soprattutto se appartenenti alle categorie più vulnerabili, sia un valore fondamentale da tutelare e promuovere in tutti gli àmbiti, compreso quello professionale.

Di primo acchito, l’estremo provvedimento disciplinare può sembrare ai più eccessivo, ma in realtà non lo è: le offese di questo tipo nei confronti delle persone con disabilità sono considerate nell’ordinamento giuridico come fatti fortemente discriminanti. Qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di una persona con disabilità, o di un suo familiare, è ritenuta infatti una violazione della normativa dei diritti umani.
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09 stabilisce all’articolo 2 (Definizioni): «Per “discriminazione fondata sulla disabilità” si intende qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in qualsiasi altro campo. Essa include ogni forma di discriminazione, compreso Il rifiuto di un accomodamento ragionevole».
Oltre poi al superiore panorama sovranazionale, bisogna tenere in considerazione il nostro sistema legislativo che all’articolo 2087 del Codice Civile recita: «L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
Inoltre, è necessario ottemperare al Decreto Legislativo 216/03 che garantisce l’attuazione del principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione, dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età e dall’orientamento sessuale, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro, sia nel settore pubblico, sia in quello privato, disponendo le misure necessarie affinché tali fattori non rappresentano un motivo di discriminazione.

In quest’ottica, dunque, sia le molestie, concepite come comportamenti indesiderati, sia il mobbing, specialmente nei confronti delle persone con disabilità o fragili, vengono ritenute forme di discriminazione vera e propria. In particolare, il mobbing si definisce come una violenza psicologica che può essere esercitata sul lavoratore, sia dal datore di lavoro, sia dai colleghi, sotto forma di maltrattamenti, vessazioni, aggressioni, umiliazioni, intimidazioni, persecuzioni, mortificazioni e offese. È proprio in questi casi che può rientrare il caso citato sopra. Infatti, nonostante il contegno disdicevole in questione possa sembrare poco grave ai meno attenti e suscitare infantile ilarità, esso dev’essere sanzionato nella giusta misura, perché provoca pesanti conseguenze a livello psicologico sulla vittima, soprattutto se prolungato nel tempo. Sussiste inoltre la possibilità che il colpevole assuma via via altre condotte persecutorie nei confronti dello stesso collega.
Una simile situazione, come si può facilmente immaginare, comporta sicuramente la seria compromissione delle capacità lavorative e l’autostima della vittima a danno della salute e della personalità, manifestandosi in problematiche psico–fisiche come stress, ansia, fobie, attacchi di panico, disturbi del sonno, problemi al sistema digestivo, emicranie, assunzione di droghe e alcool.
Considerata la complessità e la gravità di questo genere di atti commessi, è giusto pensare che il datore di lavoro se ne occupi seriamente e, se del caso, prenda i dovuti provvedimenti. In particolare, una volta avuta notizia dell’ipotesi di illecito, va intrapreso repentinamente il relativo accertamento ai sensi della Legge 300/70, normativa che tutela la dignità e la libertà di ogni lavoratore e  la libertà dell’attività sindacale.

Tenendo ben in considerazione tutti questi fattori, risulta fondamentale raccogliere e conservare, possibilmente in ordine cronologico, tutto il materiale scritto a disposizione: eventuali lettere di contestazione, mail offensive, comunicazioni trasmesse per messaggistica, whatsapp, Instagram e Facebook, ordini di lavoro non attinenti al ruolo della persona. Molto importante è anche la documentazione medica comprendente i certificati, sia del medico di base che di quello competente, attestanti la data dell’insorgenza dei disturbi e la prescrizione dei farmaci, sia degli specialisti, psicologo, psichiatra, Centro di Salute mentale, Clinica del lavoro e la perizia medico-legale. Inoltre, risulta importante raccogliere anche le testimonianze dei colleghi di lavoro, pur tenendo in considerazione la loro possibile reticenza.
In questi casi, di fondamentale importanza è la figura dell’avvocato esperto di diritto del lavoro; il dipendente (con e senza disabilità) che si ritenga discriminato può infatti rivolgersi a lui, per verificare la sussistenza dei presupposti per agire giudizialmente, al fine di ottenere la tutela dei propri diritti.

Dal punto di vista legislativo, come si vede, il fenomeno della discriminazione è piuttosto ampiamente trattato. Si profilano, pertanto, due fattispecie discriminatorie, così come fissate dalla Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni): quella diretta, quando una persona è specificamente trattata meno favorevolmente di altre in una situazione analoga; e quella indiretta, quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone in una situazione di particolare svantaggio.

Si può concludere affermando che se la coscienza sociale ha fatto passi da gigante circa la giusta considerazione dell’aspetto in questione, nondimeno è avvenuto dal punto di vista legislativo, come pure da quello processuale: tutto ciò deve contribuire a contrastare sempre più l’intollerabile fenomeno.

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Le offese a una collega con disabilità: un caso di licenziamento che trova fondamento nella legge”, e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Riabilitazione di bambini e bambine con disabilità provenienti da Gaza: un tavolo di lavoro

21 Agosto 2025 - 4:14pm

Creare una rete che possa prendere in carico i bambini e le bambine con disabilità e gravi parologie, provenienti in particolare da Gaza, e garantir loro un percorso mirato di cura e riabilitazione: è l’obiettivo del tavolo di lavoro insediatosi nei giorni scorsi a Roma, presieduto dalla ministra per le Disabilità Locatelli Insieme alla ministra per le Disabilità Locatelli (seconda da sinistra), alcuni partecipanti all’incontro di insediamento del tavolo di lavoro avviato per aiutare e sostenere i bambini e le bambine con disabilità e gravi patologie, provenienti in particolare dal territorio di Gaza, nell’àmbito della riabilitazione

Si è insediato nei giorni scorsi a Roma un tavolo di lavoro, presieduto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, per aiutare e sostenere i bambini e le bambine con disabilità e gravi patologie, provenienti in particolare dal territorio di Gaza, nell’àmbito della riabilitazione.
«L’obiettivo – ha spiegato per l’occasione Locatelli – è creare una rete che possa prendere in carico i bambini e le bambine con disabilità e garantire un percorso mirato di cura e riabilitazione. Le due principali Federazioni Nazionali di Associazioni che si occupano di persone con disabilità, FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione delle Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità), hanno già dato la loro disponibilità e anche altri Enti lavoreranno insieme per offrire un supporto concreto ai bambini. La rete è destinata ad ampliarsi con il coinvolgimento dei territori e dei servizi che saranno attivati a seconda delle necessità».

Alla riunione di insediamento hanno partecipato Fabio Ciciliano, capo dipartimento della Protezione Civile; Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi; Domenico Giani, presidente delle Misericordie d’Italia; Valerio Mogini, responsabile della Direzione Sociosanitaria di Croce Rossa Italiana; e, per la Nostra Famiglia, la presidente Luisa Minoli, Cristina Vaudagna, advisor di Presidenza e Sandra Strazzer, responsabile dell’Area Sanitaria Dipartimentale del Polo IRCCS di Bosisio Parini (Lecco). (S.B.)

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I diritti delle donne con disabilità della Thailandia

21 Agosto 2025 - 1:30pm

Grazie al supporto dell’IDA, l’Alleanza Internazionale sulla Disabilità, le irganizzazioni di donne con disabilità della Thailandia hanno ottenuto che nelle Osservazioni conclusive del Comitato CEDAW, l’organismo indipendente preposto a monitorare l’applicazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, relative alla situazione del proprio Paese, siano stati inclusi numerosi riferimenti alla disabilità o a donne e ragazze con disabilità Le rappresentanti delle Associazioni di donne con disabilità thailandesi, tra cui l’ex componente del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, Saowalak Thongkuay, interloquiscono con l’esponente del Comitato CEDAW, Ana Peláez Narváez (fonte: IDA-International Disability Alliance).

Il Comitato CEDAW, ovvero l’organismo indipendente preposto a monitorare l’applicazione della Convenzione ONU sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne negli Stati che l’hanno ratificata, ha recentemente pubblicato le proprie Osservazioni conclusive, adottate durante la 90^ Sessione, in cui sono stati  esaminati Afghanistan, Botswana, Ciad, Figi, Irlanda, Messico, San Marino, Isole Salomone, Thailandia e Tuvalu.
Come per ogni sessione, l’International Disability Alliance (IDA) ha compilato gli estratti relativi alla disabilità delle dieci Osservazioni Conclusive adottate (che si possono trovare a questo link).
In tutti e dieci i Paesi esaminati sono state pubblicate raccomandazioni che facevano riferimento a donne e ragazze con disabilità, con circa 160 riferimenti alla disabilità o a donne e ragazze con disabilità in tutti i documenti.

Per questa sessione, l’IDA ha supportato le organizzazioni di donne con disabilità della Thailandia, fornendo assistenza tecnica, supporto logistico e finanziario per consentire la loro partecipazione alla sessione tenutasi a Ginevra, in Svizzera. Inoltre, sempre l’IDA ha collaborato nella fase preparatoria della sessione con i colleghi di Disabled Women Ireland e Coamex (Coalizione per i diritti delle persone con disabilità del Messico), sia durante le prime fasi della revisione, sia per la recente presentazione di rapporti alternativi (contribuendo alle risposte alla Lista delle questioni proposte per la sessione).

Concentrandosi sulla Thailandia, l’International Disability Alliance ha supportato l’AEPWWDs (Associazione per l’Emancipazione delle Donne con Disabilità), l’AWCF (Associazione delle Donne con Disabilità, dei Bambini con Disabilità e delle Loro Famiglie), l’Associazione delle Persone del Sud con Disabilità e l’Associazione delle Persone con Disabilità Nongbualumphu. Queste organizzazioni hanno elaborato un rapporto alternativo per la sessione (disponibile a questo link) e i loro rappresentanti si sono recati a Ginevra (ben due, con il supporto dell’IDA) per partecipare all’incontro pubblico delle organizzazioni non governative del 16 giugno e per sostenere, formalmente e informalmente, i diritti delle donne con disabilità.

Molte delle raccomandazioni formulate dal Comitato CEDAW riflettono gli sforzi di advocacy [tutela giuridica, N.d.R.] delle donne thailandesi con disabilità. In particolare, nella sezione dedicata ai meccanismi nazionali per il progresso delle donne, il Comitato ha evidenziato «la sottorappresentazione delle donne con disabilità nel Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere» e la loro scarsa partecipazione alla definizione delle politiche per la parità di genere.
Quindi ha raccomandato alla Thailandia di «rivedere la sezione 6 del Gender Equality Act (2015) per rimuovere qualsiasi limitazione basata sulla disabilità alla partecipazione al Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere e adottare misure per promuovere la partecipazione delle donne emarginate negli organismi per la parità di genere».

Fondamentale è stato il fatto che il Comitato abbia affrontato anche la pratica della sterilizzazione forzata delle donne con disabilità. Rispetto a questo tema, ha esortato la Thailandia a: «[g]iurare] che nessuna sterilizzazione o aborto venga eseguito senza il libero, previo e informato consenso delle donne con disabilità interessate, che i professionisti che eseguono sterilizzazioni e aborti senza tale consenso siano perseguiti e adeguatamente puniti, e che siano forniti senza indugio un risarcimento e un adeguato indennizzo economico alle donne con disabilità vittime di sterilizzazioni e aborti non consensuali». In tal modo, il Comitato ha ribadito il suo appello di lunga data a favore di giustizia e risarcimento per le sopravvissute alla sterilizzazione e all’aborto forzati.

Nell’àmbito quindi dell’occupazione e dell’economia dell’assistenza, dove il lavoro di cura è spesso affrontato dalla prospettiva delle donne come prestatrici di servizi non retribuite, informali e non riconosciute, il Comitato ha raccomandato alla Thailandia di «promuovere la condivisione equa delle responsabilità domestiche e di cura dei figli tra donne e uomini, anche introducendo un congedo di paternità retribuito e ampliando l’economia dell’assistenza e i servizi di assistenza per bambini, anziani e persone con disabilità».
Sebbene le persone con disabilità siano qui menzionate principalmente come destinatarie di assistenza, è essenziale includerle esplicitamente nelle discussioni sull’economia dell’assistenza per garantire che i loro diritti, in particolare il diritto a vivere in modo indipendente e ad essere incluse nella comunità (come previsto dall’articolo 19 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità), siano rispettati e sostenuti.

Per concludere, l’International Disability Alliance ha condiviso le riflessioni di Nunthida Chitpukderat, presidente dell’Associazione delle donne con disabilità, dei bambini con disabilità e delle loro famiglie della Thailandia, che ha sottolineato: «La rete delle donne con disabilità si è interessata e ha sostenuto la necessità di affrontare il problema dell’occupazione delle donne con disabilità in Thailandia, che non ha un sistema di quote e le cui politiche non affrontano esplicitamente l’occupazione delle donne con disabilità, rendendo e perpetuando l’invisibilità delle donne con disabilità, impedendo loro di accedere a opportunità di lavoro». (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.
Sui temi riguardanti le donne con disabilità, suggeriamo sempre anche la consultazione, nello stesso sito di Informare un’h, delle sezioni Donne con disabilità e Donne con disabilità: diritti sessuali e riproduttivi.

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“Montagna Libera Tutti”: l’inclusione che si fa camminando insieme

21 Agosto 2025 - 12:54pm

Organizzato dal 7 all’11 agosto a Cese dei Marsi di Avezzano (l’Aquila) e dintorni, dall’Associazione NoisyVision e dal tour operator Appennini for All, il camp inclusivo “Montagna Libera Tutti” ha coinvolto sette ragazzi tra i 16 e i 20 anni, vale a dire due giovani ciechi, un ragazzo ipovedente e ipoacusico e quattro giovani africani non accompagnati, uno dei quali con una disabilità I sette partecipanti al camp inclusivo “Montagna Libera Tutti”

Sono tornati a casa con il sorriso, dopo un grande abbraccio collettivo, i ragazzi che hanno partecipato al camp inclusivo Montagna Libera Tutti, organizzato a Cese dei Marsi di Avezzano (l’Aquila) e dintorni dall’Associazione NoisyVision e dal tour operator Appennini for All.
L’iniziativa, cominciata il 7 agosto e conclusasi l’11 del mese, ha coinvolto sette ragazzi tra i 16 e i 20 anni: due giovani ciechi, un ragazzo ipovedente e ipoacusico e quattro giovani africani non accompagnati, uno dei quali con una disabilità.
Tante le attività organizzate in cinque giorni: escursioni nella natura, esperienze sensoriali, laboratori di cucina tradizionale, picnic all’aperto, partecipazione a festival culturali. Un’occasione per stabilire anche un rapporto significativo con la piccola comunità del paesino abruzzese. Ad esempio, imparando a fare la pasta dalle signore di Cese dei Marsi.

«Per NoisyVision è stata una sfida e poter dire di averla vinta è una grande soddisfazione», dichiara Dario Sorgato, fondatore e presidente di NoisyVision, che promuove l’accessibilità, l’inclusione e la consapevolezza sulle disabilità sensoriali, organizzando soprattutto cammini dove le persone cieche, ipovedenti, ipoacusiche e normodotate camminano fianco a fianco. «La risposta è nel modo in cui ci siamo salutati – aggiunge -, nella commozione, nei sorrisi dei ragazzi che timidamente si sono inseriti in questo gruppo per poi uscirne come amici. Come ha osservato Marzia, una socia di NoisyVision che ha partecipato al camp, ci sono state due difficoltà con cui i ragazzi si sono confrontati in questi giorni: quella delle cose apparentemente semplici come preparare la valigia, che per chi non vede può essere un grosso ostacolo della vita quotidiana, e quella dei ragazzi minorenni stranieri che si trovano nel nostro paese con la responsabilità della vita addosso, senza i genitori che si prendono cura di loro. Vedere questi due mondi a confronto è stato davvero emozionante».

«È stata un’esperienza molto positiva – afferma Mirko Cipollone, fondatore e direttore generale di Appennini for All, tour operator nato per rendere la montagna accessibile a tutte e tutti, valorizzando il territorio dell’Appennino centrale -. All’inizio c’era un po’ di timore perché per Appennini for All era il primo camp di questo genere, ma sono stati cinque giorni intensi. I ragazzi hanno lasciato qualcosa non solo a me, ma anche al paese di Cese dei Marsi. Gli adolescenti del posto li guardavano con curiosità. L’obiettivo di portare un camp in un paesino così piccolo è anche questo: far comprendere che tutti possono fare le cose e possono farle tutti insieme. Quindi, sono assolutamente felice di aver ospitato il camp nel paese dove Appennini for All ha la propria sede: la definirei un’edizione zero, che può essere ancora migliorata e replicata nei prossimi anni».

Obiettivo dell’iniziativa è stato favorire nei ragazzi una maggiore autonomia e consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, imparando ad aiutarsi reciprocamente. Un risultato confermato dalle testimonianze dei giovani che hanno partecipato al camp.
«È andata benissimo, mi sono trovato bene con tutti. Mi porterò a casa tanto amore – nota Moustapha -. Pur conoscendoci da poco siamo stati molto affiatati e ci siamo aiutati a vicenda. Per esempio un giorno che sono rimasto senza nulla da mangiare, gli altri mi hanno dato una parte del loro cibo».
«Ci sono stati molti momenti da non dimenticare – aggiunge Stefano -. Mentre si camminava, ho notato la genuinità delle persone che vedono, nell’aiutare le persone che hanno difficoltà legate alla vista. Un atteggiamento che non è nato dalla costrizione, ma dalla volontà di aiutare gli altri. Troppo spesso, invece, mi ritrovo in situazioni in cui qualcuno si sente costretto ad aiutare, magari per pietismo, invece che per empatia».
«Anche per me dovrebbe essere sempre così: una persona vedente dovrebbe voler aiutare in maniera spontanea chi ha una difficoltà – gli fa eco Matteo – e credo che sia anche l’obiettivo di NoisyVision unire due categorie di persone per raggiungere un rapporto tra persone con e senza disabilità».
Francesco, d’altra parte, nota che «nelle giornate più impegnative le difficoltà ti uniscono anche di più, ti fanno muovere come un gruppo più compatto e più unito».
Mamoudou, invece, afferma che «con questa esperienza ho capito un po’ di più le difficoltà che hanno le persone che non vedono».

Tre dei ragazzi stranieri che hanno partecipato al camp sono seguiti dall’Associazione Villa Amantea di Milano, il quarto dall’Associazione Amici della Zizzi di Livorno. Al camp ha partecipato, nel ruolo di guida ambientale, Luca Gianotti, fondatore e coordinatore della Compagnia dei Cammini ETS e l’iniziativa è stata realizzata con il sostegno della Fondazione CARISPAQ e dal Comune di Ortona.

In occasione del camp, inoltre, sono stati presentati il documentario intitolato NoisyVision, promosso dall’omonima Associazione e realizzato da Glauco Tortoreto e Mattia Tufano – che racconta la storia dei 13 ragazzi che nel 2023 hanno preso parte al cammino inclusivo Anche a Leo piace giallo per adolescenti ipovedenti, non vedenti e vedenti lungo il Sentiero di Leonardo, da Lecco a Milano – e il libro di Dario Sorgato Guarda dove cammini. Passi condivisi sui sentieri del possibile, pubblicato quest’anno da Ediciclo, in cui il cammino è presentato come uno strumento per cambiare la percezione della disabilità, da parte sia delle stesse persone con disabilità sia di tutti coloro che non vivono la disabilità in prima persona. (Antonella Patete e Mariano Bottaccio)

Per ulteriori informazioni: antonellapatete.press@gmail.com; mariano.bottaccio@gmail.com.

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Servizi educativi per persone con disabilità intellettiva: spostare il centro

21 Agosto 2025 - 12:16pm

«I centri educativi per persone con disabilità intellettive – scrive Edgar Contesini – devono cambiare – a partire proprio dallo sguardo di operatrici e operatori – la rappresentazione sociale e lo status della persona con disabilità intellettiva; perché non sia più il “caso” da prendere in carico (e da adattare il più possibile alla società dominante), ma un soggetto con un progetto esistenziale da affiancare nel mondo. Quello di tutti e tutte»

Lo stimolo per questo mio contributo è il testo di Giovanni Merlo apparso su Superando il 16 luglio scorso, con il titolo Libere tutte, le persone con disabilità, ma proprio tutte. Come educatore professionale che lavora da quasi trent’anni, l’articolo di Merlo mi trova in pieno accordo e vorrei portare allora un contributo alla discussione sulle proposte e sulle resistenze intorno ai richiami al cambiamento anche dei servizi educativi diurni per persone con disabilità intellettiva. Un tema che si sta rivelando perturbante e disturbante e perciò spesso silenziato ed evitato.

I centri educativi per persone con disabilità intellettiva sono senz’altro un punto fermo. Proprio fermo. Immobile. La loro quotidianità è congelata da decenni in un unico modello organizzativo e operativo, quello delle cosiddette attività, dei laboratori, scatole per contenere l’esistenza e passare il tempo, creando l’illusione di essere nel mondo.
Il centro educativo è una finzione sottile, un mondo parallelo e subdolo che appare aperto, proiettato all’esterno; ha la possibilità di prendere contatti, di attivare collaborazioni, ma finisce comunque per chiudere al proprio interno la vita della persona con disabilità intellettiva, per governarla e dirigerla, inviandola su destini progettati, noti, ripetitivi, controllabili.
Il funzionamento di esso è dettato da normative che ne ordinano gli aspetti strutturali, burocratici e quantificano in termini temporali e di rapporto numerico l’interazione educatore-educatrice/persona con disabilità, consacrando il perpetuarsi delle classificazioni e della separazione tra gruppi sociali.
Ma come possiamo parlare di vita, di libertà, se dobbiamo rispettare quanto scritto in documenti (PEI-Piani Educativi Individualizzati compresi) che nulla hanno da spartire con l’esistenza di una persona? Se, in caso di controlli eseguiti con mentalità e metodi che sanno di rigidità stantia, dobbiamo mostrarci nell’esecuzione dei laboratori già decisi, con i loro orari, con l’elenco stabilito e dichiarato dei partecipanti? Se il destino delle persone con disabilità intellettiva è deciso sulla base di quella illusione statistica che chiamiamo diagnosi?

Il cosiddetto centro finisce per essere un mentitore che parla di libertà, di emancipazione, di autodeterminazione e di autorappresentanza, mentre nega tutto questo nei fatti, nella linea del suo mandato sociale, nella sua necessità di sopravvivere in quanto azienda, e per me educatore/educatrice, allora, nella necessità di mantenere un posto di lavoro. E chi va al centro, in realtà va al margine.
L’evidenza che Giovanni Merlo pone sulle persone “con necessità di sostegno intensivo” va presa e tenuta costantemente sotto i riflettori. Guardando ai percorsi di cui molto si parla nei convegni, che magari hanno una certa risonanza sui media e per i quali si aprono diversi bandi, si tratta per lo più di progetti certamente necessari e importanti, ma dedicati a persone con disabilità intellettiva che sono in grado di fare qualcosa: che sia sport, che sia lavoro, che sia arte, che sia svago… Tanto che sorge il sospetto che si tenda a valorizzare soprattutto la rappresentazione sociale positiva di coloro che possano avvicinarsi alla sedicente normalità, nelle azioni e nei costumi sociali.
E per chi non può fare nulla? Ma davvero nulla. Per coloro che non fanno rumore o non ne fanno abbastanza, nella stanza del servizio come nella comunità; per coloro che ne fanno troppo, di rumore, e si palesano solo con i cosiddetti “comportamenti problema” (per chi?). Figure avulse dal mondo che rimangono a carico di chi, a vario titolo, se ne deve prendere cura.
In tanti, troppi servizi, la loro quotidianità è segnata solo dal controllo e dall’assistenza. Il lavoro con loro è in realtà su di loro e sembra potersi esaurire nelle pratiche di contenimento o accudimento, secondo i casi. Lontani, troppo lontani, dai consueti modelli comunicativi, agli occhi disattenti e disinteressati i corpi finiscono per coincidere con i rispettivi organismi, che rispondono a istanze fisiologiche o psicotiche; corpi che non sono accompagnati nel mondo, ma spostati o collocati nello spazio.
La possibilità di andare oltre è lasciata troppo spesso alle iniziative individuali di educatrici ed educatori disposti a scavare, a portare all’altro una parola e un contatto che non siano solo funzionali alla gestione della persona. Anche se, certamente, dovremmo essere noi, educatrici ed educatori, i diretti fautori della libertà di altri, assumendoci anche la responsabilità e il rischio di interpretare, di decidere cosa sia libertà, cosa sia il bene per l’altra persona, il cambiamento non può rimanere ad appannaggio dei singoli, confinato nelle pratiche di servizi particolarmente attenti; se non permea la comunità, la libertà come condizione di esistenza per le persone con disabilità intellettiva rimane un’elargizione, che può essere concessa o negata secondo convenienza.
Ma perché ciò avvenga, il lavoro culturale dovrà diffondersi anche dalle varie istituzioni formative di educatori/educatrici, pedagogisti/pedagogiste, assistenti sociali, OSS ecc. Oltre alle nozioni e alle competenze, dovranno dedicare particolare attenzione alla loro critica costante, formando i futuri professionisti a quel pensare filosoficamente (nel suo senso originario) che oggi manca.
Oggi prendono servizio ancora tante operatrici e tanti operatori, a vario titolo, che acriticamente accolgono ciò che già c’è e si inseriscono nel dispositivo che trovano limitandosi a perpetuarlo. Ma in questo modo si diviene funzionari del controllo sociale, si lavora per tenere a bada la scomodità di una reale presenza comunitaria delle persone con disabilità intellettiva; noi educatori/educatrici sembriamo così dei secondini che tengono aperte le porte ma controllano che nessuno esca veramente.

I centri educativi, così come sono, non possono realmente coadiuvare la massima libertà possibile. Per farlo, devono iniziare a smantellare la loro stessa struttura. Non nel senso di chiudere, come dicono letture sbrigative e di comodo delle ultime normative di alcune Regioni, ma nel senso di cambiare – a partire proprio dallo sguardo di operatrici e operatori – la rappresentazione sociale e lo status della persona con disabilità intellettiva; perché non sia più il caso da prendere in carico (e da adattare il più possibile alla società dominante) e nemmeno la persona al centro, ma un soggetto con un progetto esistenziale da affiancare nel mondo. Quello di tutti e tutte.

*Educatore professionale, naturalista, animatore teatrale. Lavora in un CSE (Centro Socio Educativo) di Cinisello Balsamo (Milano), insegna nei corsi professionali per Operatori Socio Sanitari (OSS), tiene laboratori teatrali e naturalistici aperti a tutti e tutte.

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L’acqua come spazio di libertà e inclusione

20 Agosto 2025 - 6:17pm

Sarà Genova, il 22 agosto, ad ospitare l’evento a partecipazione gratuita “Un mare da toccare. I subacquei non vedenti in immersione nel mare di Boccadasse”, organizzato da HSA Genova, componente ligure di HSA Italia, l’Associazione Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, con il supporto di Mondo Fondo Diving, del gruppo di sommozzatori Nucleo Subacqueo Guardia Costiera Genova e di diversi componenti dell’Ageranv (Associazione Genitori Ragazzi Non Vedenti Genova) Persone in immersione nel corso di una delle tante iniziative promosse da HSA Italia

«Tutti insieme in acqua, persone con e senza disabilità in un’atmosfera di amicizia, condivisione e scoperta. Tanta gioia e meraviglia per un’esperienza unica in cui le barriere si annullano: le limitazioni si alleggeriscono, sott’acqua ci si muove liberamente e senza peso. E chi non vede esplora i fondali con il tocco delle mani dove passano le correnti profonde del pensiero, i ricordi, la dimensione delle cose. Emozioni forti, che portano gioia e condivise con i compagni di immersioni, che aumentano la fiducia in se stessi, l’autonomia e aiutano il quotidiano vivere»: a dirlo è Giosuè Sannino, responsabile di HSA Genova, componente ligure di HSA Italia, l’Associazione Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, presentando l’evento a partecipazione gratuita Un mare da toccare. I subacquei non vedenti in immersione nel mare di Boccadasse, cui il 22 agosto parteciperanno tra gli altri numerose persone con disabilità visiva, organizzato dalla stessa HSA Genova con il supporto dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Mondo Fondo Diving, degli istruttori e guide HSA, del gruppo di sommozzatori Nucleo Subacqueo Guardia Costiera Genova e di diversi componenti dell’Ageranv (Associazione Genitori Ragazzi Non Vedenti Genova).

L’appuntamento, dunque, è per la mattinata del 22 agosto, come detto, con ritrovo al Diving Mondo Fondo (Piazzale Kennedy, 1, Genova), con la partecipazione anche di un testimonial d’eccezione quale Maurizio Lo Bortalo, esperto subacqueo con disabilità visiva, del team didattico Corsi Sub Ciechi HSA.
«La subacquea – sottolineano da HSA Italia – è uno strumento potente che lancia un messaggio forte e chiaro di inclusione, di possibilità di partecipazione per tutti e tutte, questa volta nel mare di Genova, grazie agli organizzatori e ai volontari del mondo dell’associazionismo cittadino. Un messaggio perfettamente in linea con gli obiettivi della nostra agenzia di didattica internazionale specializzata per i corsi di attività subacquee rivolti alle persone con disabilità, che fin dal 1981 ha definito il sistema didattico di riferimento dedicato alla formazione di subacquei con disabilità, oggi anche su piattaforme online training, fruibili a distanza anche dalle persone con disabilità visiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Patrizia De Santo (info@patriziadesantopr.it).

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Disabilità e intelligenza artificiale: prospettive di un Disegno di Legge all’esame del Senato

20 Agosto 2025 - 5:42pm

«Quel che pare emergere dalla lettura complessiva del Disegno di Legge su “Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale”, attualmente all’esame del Senato, è la fissazione di un divieto generalizzato di arrecare danno alle persone con disabilità – scrive Federico Girelli – nel momento in cui si impieghino sistemi di intelligenza artificiale»

È attualmente all’esame del Senato il Disegno di Legge n. 1146-B, di iniziativa governativa, intitolato Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale. In verità il Senato torna ad esaminare questo Disegno di Legge, in quanto già lo aveva approvato il 20 marzo scorso (con il numero 1146 e il titolo Disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale): la Camera, però, lo aveva succe4ssivamente approvato con modificazioni il 25 giugno, rendendo pertanto necessario un nuovo vaglio da parte della Camera Alta.
Nella Relazione di accompagnamento si precisa che questo Disegno di Legge «non si sovrappone» al Regolamento Europeo del 13 giugno 2024 «che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale», il cosiddetto AI ACT, «accompagnandone bensì il quadro regolatorio in quegli spazi propri del diritto interno».

L’attenzione alle persone con disabilità emerge già nei «princìpi generali» individuati nell’articolo 3, giacché al comma 7 è stabilito che la «presente legge garantisce alle persone con disabilità il pieno accesso ai sistemi di intelligenza artificiale e alle relative funzionalità o estensioni, su base di uguaglianza e senza alcuna forma di discriminazione e di pregiudizio, in conformità alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità».
Al comma 4, poi, dell’articolo 7, rubricato Uso dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario e di disabilità, è previsto che sempre la legge da approvare promuova «lo sviluppo, lo studio e la diffusione di sistemi di intelligenza artificiale che migliorano le condizioni di vita delle persone con disabilità, agevolano l’accessibilità, l’autonomia, la sicurezza e i processi di inclusione sociale delle medesime persone anche ai fini dell’elaborazione del progetto di vita di cui all’articolo 2, comma 1, lettera n), del decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62». Tale Decreto, recante, com’è noto, Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, è entrato in vigore il 30 giugno 2024 ed è uno dei Decreti Legislativi adottati in attuazione della Legge 227/21 (Delega al Governo in materia di disabilità)».
L’articolo 22, quindi (Misure di sostegno ai giovani e allo sport), reca una disposizione, il comma 3, che interessa direttamente la posizione delle persone con disabilità: «Lo Stato favorisce l’accessibilità ai sistemi di intelligenza artificiale per il miglioramento del benessere psicofisico attraverso l’attività sportiva, anche ai fini dello sviluppo di soluzioni innovative finalizzate a una maggiore inclusione in ambito sportivo delle persone con disabilità. Nel rispetto dei princìpi generali di cui alla presente legge, i sistemi di intelligenza artificiale possono essere utilizzati anche per l’organizzazione delle attività sportive»; e un’altra, al comma 2, concernente «le studentesse e gli studenti ad alto potenziale cognitivo». Tale ultima previsione, seppure di tenore testuale non propriamente limpido, va comunque valorizzata, proprio perché rivela attenzione per questa categoria di studenti non sempre debitamente seguiti. Paradossalmente la loro specifica (vantaggiosa) condizione può tradursi in una forma di vulnerabilità, nel momento in cui non vengano adottate le necessarie misure idonee a sostenerla affinché questo «alto potenziale» possa correttamente esprimersi.
L’opera di inclusione, per essere autentica, non può tollerare la marginalizzazione di chi è comunque portatore di un particolare bisogno e, anzi, è noto come la stessa disabilità sussista non solo in ragione della condizione fisica di una persona, ma anche, e in misura consistente, per via del contesto che gli individui trovano intorno a sé. Per essere efficace, inoltre, va supportata con adeguate risorse e sotto questo aspetto emerge il profilo più critico di questo Disegno di Legge, ossia la Clausola di invarianza finanziaria di cui all’articolo 27, che contempla un impegno aggiuntivo di spesa per la sola «applicazione sperimentale dell’intelligenza artificiale ai servizi forniti dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale» come previsto dall’articolo 21.
Onestamente non stupisce più di tanto questa scelta di escludere «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», in quanto ormai, purtroppo, previsioni di tal fatta sono divenute una sorta di clausola di stile del Legislatore.
Eppure, resta il “contenuto normativo” di questo Disegno di Legge che – è chiaro – diverrà prescrittivo in caso di sua effettiva approvazione e che, invero, non manca, nell’introdurre (all’articolo 26) la nuova fattispecie di reato Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale», perseguibile a querela della persona offesa, di stabilire la procedibilità d’ufficio anche per questa ipotesi, qualora il fatto sia «commesso nei confronti di persona incapace, per età o per infermità».

Quel che pare emergere dalla lettura complessiva del testo all’esame del Senato, insomma, è la fissazione di un divieto generalizzato di arrecare danno alle persone con disabilità nel momento in cui si impieghino sistemi di intelligenza artificiale; divieto, questo, che poi trova il proprio risvolto, come dire, “in positivo”, nelle previsioni che stabiliscono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale al solo scopo di supportare le persone con disabilità e di migliorarne, anzi, le condizioni di vita.

*Professore di Diritto Costituzionale all’Università Niccolò Cusano di Roma.

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