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Un sollevatore per la balneazione a San Benedetto del Tronto

27 Agosto 2025 - 5:41pm

Nell’àmbito del progetto nazionale “Estate in Movimento – Mobilità solidale con AISLA”, una collaborazione tra l’AISLA Marche, il Comitato della Croce Rossa Italiana di San Benedetto del Tronto e il Comune di tale città marchigiana, è stato formalizzato all’inizio di agosto il comodato d’uso di un sollevatore per la balneazione dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione a chi vive con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) I partecipanti alla cerimonia di consegna del sollevatore (da sinistra: Luciano Giordani, volontario della Croce Rossa Italiana; Andrea Sanguigni, assessore alle Politiche Sociali del Comune di San Benedetto del Tronto; Michela Bonifazi dell’AISLA Marche; Donatella Malizia e Anna Giuseppina Mandolini della Croce Rossa Italiana)

Grazie alla collaborazione tra l’AISLA Marche (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), il Comitato della Croce Rossa Italiana di San Benedetto del Tronto e il Comune di tale città marchigiana, è stato formalizzato all’inizio di agosto il comodato d’uso di un sollevatore per la balneazione dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione a chi vive con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica).

«Questo sollevatore – ha sottolineato in occasione della consegna Michela Bonifazi dell’AISLA Marche – rappresenta un impegno concreto tra realtà che operano sul territorio. Esso sarà messo a disposizione, oggi e in futuro, di tutte le famiglie che ne avranno bisogno. Uno strumento flessibile, che si muoverà dove serve per favorire autonomia e accesso al mare in condizioni di dignità e sicurezza».
«San Benedetto del Tronto è da sempre una città attenta all’accessibilità e all’inclusione – ha dichiarato dal canto suo l’assessore comunale alle Politiche Sociali Andrea Sanguigni – e questa iniziativa conferma il nostro impegno per una città che sappia accogliere tutti, superando barriere e rendendo la spiaggia un luogo aperto e vivibile per ogni cittadino e turista».
«Per la Croce Rossa – ha concluso Anna Giuseppina Mandolini, presidente del Comitato di San Benedetto del Tronto – prendersi cura significa incarnare i valori di umanità, imparzialità e solidarietà. Mettere a disposizione questo sollevatore è dunque un modo concreto per sostenere chi vive una condizione di fragilità e per garantire a tutti l’accesso al mare, strumento di benessere e inclusione sociale. Siamo orgogliosi di poter contribuire a questa rete di supporto e vicinanza sul territorio».

L’iniziativa si è inserita nel progetto nazionale denominato Estate in Movimento – Mobilità solidale con AISLA, che mira a garantire vacanze accessibili e assistite per chi convive con la SLA, favorendo sollievo, normalità e partecipazione.
A metà settembre, in occasione della Giornata Nazionale SLA, sulla quale avremo modo prossimamente di dare ampio resoconto, questo impegno si rinnoverà con forza e chiarezza. «È il momento – affermano dall’AISLA – di riaffermare con determinazione che l’accesso al mare, alle vacanze e a tutti i servizi fondamentali non è un favore, ma un diritto inviolabile. Per le persone con la SLA e in generale con disabilità, ogni barriera abbattuta è una conquista di dignità, autonomia e partecipazione attiva alla società. Un impegno che chiama tutti a fare la propria parte, costruendo insieme una comunità più giusta e inclusiva. Continueremo quindi a promuovere questa rete di solidarietà e prossimità, perché un futuro migliore nasce dalla forza di unire le nostre mani e i nostri cuori, superando ogni barriera». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa AISLA (Elisa Longo), ufficiostampa@aisla.it.

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Nuovo corso per l’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti)

27 Agosto 2025 - 4:33pm

Rilancio del servizio educativo, potenziamento dello sportello psicologico, valorizzazione dei giovani e costruzione di una rete capillare sul territorio nazionale, favorendo il confronto tra le diverse sedi regionali: sono le priorità individuate per la propria Associazione da Daniel Auricchia, nuovo presidente dell’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti), affiancato dalle vicepresidenti Ornella Valle e Alessia Volpin Da sinistra: Alessia Volpin, Daniel Auricchia e Ornella Valle

Dopo oltre 35 anni di impegno da parte di Marco Bongi alla guida dell’Associazione, l’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) ha dato vita a un nuovo corso, affidando la Presidenza a Daniel Auricchia, persona cieca dalla nascita, da tempo attiva all’interno dell’organizzazione come docente di informatica accessibile e già coordinatore del Comitato Giovani dal 2010 al 2021. Al suo fianco operano le vicepresidenti Ornella Valle e Alessia Volpin.
Rilancio del servizio educativo, potenziamento dello sportello psicologico, valorizzazione dei giovani e costruzione di una rete capillare sul territorio nazionale, favorendo il confronto tra le diverse sedi regionali, sono le priorità individuate da Auricchia che ha dichiarato: «Dedicherò ogni sforzo per far crescere questa realtà, concentrandomi sui servizi che considero fondamentali per il futuro delle persone con disabilità visiva: educazione, riabilitazione, cultura e inclusione».
Il nuovo Direttivo intende inoltre rendere omaggio all’eredità morale e ideale lasciata da Pericle Farris, figura storica dell’Associazione, scomparso nel luglio dello scorso anno, il cui contributo è stato fondamentale per il riconoscimento e la tutela dei diritti delle persone con disabilità visiva, sia a livello locale che nazionale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@ipovedenti.it.

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Vita indipendente e inclusione sociale: utile materiale disponibile gratuitamente online

27 Agosto 2025 - 1:50pm

Sono stati resi disponibili gratuitamente online tutti i materiali formativi (registrazioni video, slide, documenti correlati) prodotti durante il ciclo di incontri online dedicati alla vita indipendente e all’inclusione sociale delle persone con disabilità, promosso tra gennaio e giugno di quest’anno dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la federazione lombarda LEDHA, nell’àmbito del progetto “Anche tu puoi!”

Avevamo dato notizia, all’inizio dell’anno, del ciclo di incontri online formativi dedicati alla vita indipendente e all’inclusione sociale delle persone con disabilità, promosso in Lombardia dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nell’àmbito del progetto Anche tu puoi!.
Tutti i materiali formativi prodotti durante quel ciclo di incontri (registrazioni video, slide, documenti correlati) sono stati ora resi disponibili gratuitamente online (a questo link), a cura della LEDHA, consentendo di usufruirne anche da chi non abbia potuto partecipare agli incontri dal vivo e segnatamente agli operatori del welfare sociale, alle associazioni di persone con disabilità, ai familiari e leader associativi, ma anche a chiunque sia interessato a progettare percorsi di vita indipendente. (S.B.)

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Prendersi cura del diritto di voto delle persone con autismo

27 Agosto 2025 - 1:31pm

«Per molte persone nello spettro autistico – scrive Tetiana Bilokonska – il diritto di voto è ancora un percorso pieno di ostacoli invisibili, il principale dei quali, spesso, è proprio capire, trovandosi di fronte a programmi elettorali scritti in linguaggio complesso, promesse vaghe, regole spiegate con termini tecnici. Ma le parole semplici e i messaggi chiari non sarebbero utili solo alle persone con autismo: aiuterebbero infatti ogni cittadino e cittadina a scegliere meglio»

In Italia, il diritto di voto è un pilastro della democrazia. Tutti i cittadini e le cittadine maggiorenni possono votare. Ma avere il diritto sulla carta non significa sempre poterlo esercitare davvero. Per molte persone nello spettro autistico, infatti, il voto è ancora un percorso pieno di ostacoli invisibili.
Non si tratta solo di raggiungere fisicamente il seggio elettorale. Il vero ostacolo, spesso, è capire: programmi elettorali scritti in linguaggio complesso, promesse vaghe, regole spiegate con termini tecnici. Per chi ha difficoltà di comprensione, tutto questo può diventare un muro.

Perché parlarne
Ogni voto conta. E quando una parte della popolazione resta esclusa, la democrazia perde forza.
Le persone con autismo, proprio per la loro sensibilità alla chiarezza e alla verità, possono portare una ventata di onestà nel dibattito politico. Non si lasciano ingannare da frasi fatte: vogliono risposte concrete. Questo è un bene non solo per loro, ma per tutti i cittadini e le cittadine.

Lezioni dall’Europa
In Svezia, già dal 1989 si è scelto di eliminare il concetto di “incapacità legale” come motivo per negare il voto, e così anche le persone con disabilità dello sviluppo hanno potuto partecipare alle elezioni. Tuttavia, uno studio del 2013 ha mostrato che molti non esercitavano questo diritto a causa della difficoltà di comprendere i testi dei materiali elettorali.
Per affrontare questo problema è nato nel Paese scandinavo il progetto Mitt Val (“La mia scelta”), che ha mostrato come con un linguaggio semplice, simboli chiari e risposte dirette, il voto diventi davvero accessibile. Durante i relativi incontri, però, molti politici hanno trovato difficile adattarsi: non potevano nascondersi dietro frasi vaghe o promesse generiche, perché gli elettori nello spettro autistico chiedevano risposte chiare e non si lasciavano ingannare.
In Slovenia, invece, ci sono voluti più di dieci anni di impegno sociale e politico per cambiare la legge: solo nel 2008, infatti, le persone con disabilità hanno ottenuto il diritto di voto.
Questi esempi ci ricordano che il cambiamento è possibile, ma richiede volontà collettiva e perseveranza.

La situazione in Italia
Da noi, la legge non vieta il voto alle persone con autismo, ma mancano spesso materiali e percorsi pensati per loro. Alcune Associazioni, come l’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), hanno avviato iniziative locali di informazione “facile da leggere e da capire” (Easy to Read), ma non esiste ancora un programma nazionale.

Cosa fare concretamente
1.
Creare programmi elettorali in linguaggio semplice ed Easy to Read.
2. Offrire versioni audio e video delle informazioni, con esempi pratici.
3. Formare politici e volontari a parlare in modo chiaro e diretto.
4. Organizzare incontri informativi nei centri diurni, scuole e associazioni.
5. Progettare schede elettorali più intuitive, con simboli chiari e istruzioni semplici.
6. Realizzare piattaforme online accessibili, dove fare domande e ricevere risposte comprensibili.
7. Sostenere progetti di educazione civica inclusiva, già a partire dalle scuole superiori.

Attenzione alle sfide!
Serviranno risorse economiche e competenze specializzate: creare materiale comprensibile richiede infatti tempo e professionisti formati. Inoltre, il numero di persone con autismo non è enorme, ma la comunicazione dedicata può costare di più rispetto a quella per la maggioranza della popolazione. Per questo è fondamentale che la società – e non solo le famiglie interessate – chieda a gran voce questo cambiamento. Senza una domanda chiara dal basso, la politica difficilmente si muoverà.

Un investimento per tutti
Rendere il voto accessibile, per altro, non significa fare un favore a pochi. Significa costruire una democrazia in cui ogni voce può essere ascoltata. Le parole semplici e i messaggi chiari non sono utili solo per le persone con autismo: aiutano ogni cittadino e cittadina a scegliere meglio e questo, in fondo, è l’obiettivo di una società che vuole crescere insieme.

*Scrittrice ucraina, rifugiata in Italia dal 2022, autrice di articoli su autismo e neurodivergenza.

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Quei corsi di specializzazione sul sostegno così non vanno

27 Agosto 2025 - 12:59pm

«Alla luce dell’avvio imminente dei corsi di specializzazione sul sostegno rivolti ai docenti con titolo estero, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione – scrivono dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati – rispetto alla struttura, alle modalità organizzative e all’efficacia complessiva del progetto attualmmente messo in campo dall’INDIRE rispetto a tali percorsi formativi» Un’insegnante di sostegno insieme a un bimbo

Alla luce dell’avvio imminente dei corsi di specializzazione sul sostegno da 36/48 ECTS* rivolti ai docenti con titolo estero (Decreto Interministeriale 77/25), intendiamo esprimere la nostra profonda preoccupazione rispetto alla struttura, alle modalità organizzative e all’efficacia complessiva di tali percorsi formativi. Il sostegno, infatti, non è un adempimento formale, ma una responsabilità educativa, etica e sociale che richiede competenze specifiche, esperienza, riflessione critica e preparazione approfondita. Formare docenti che avranno il compito di garantire il diritto allo studio e all’inclusione degli alunni/alunne con disabilità non può avvenire attraverso corsi compressi, calendarizzazioni disorganiche, piattaforme improvvisate e modalità di valutazione semplificate.
Dall’analisi del progetto attualmente messo in campo dall’INDIRE [Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa, N.d.R.] emergono gravi criticità che mettono a rischio la qualità della formazione stessa, vale a dire innanzitutto l’assenza di un calendario distinto e chiaro per i percorsi da 36 ECTS, ciò che costringe i corsisti a “sottrarre” autonomamente lezioni non pertinenti, minando la serietà del percorso e genera confusione.
Quindi, il fatto che le credenziali di accesso vengano fornite solo pochi giorni prima dell’inizio delle lezioni, senza margine per testare la piattaforma o familiarizzare con gli strumenti, ciò che è indice di un’organizzazione affrettata.
L’assenza, poi, di sedi d’esame già definite, a fronte di un percorso che termina tra pochi mesi, ciò che lascia i corsisti nell’incertezza e rende difficile la pianificazione professionale e personale.
Per quanto poi riguarda, le modalità di rilevazione delle presenze, esse non sono standardizzate né tracciabili in modo trasparente, delegando a ciascun docente responsabilità che richiederebbero invece strumenti oggettivi e condivisi.
E ancora, la previsione di soli 5 quiz a risposta multipla come verifica finale per ciascun insegnamento riduce la valutazione a un atto puramente formale, distante dalla complessità delle competenze richieste a un insegnante di sostegno.
Infine, l’idea che corsi di tale rilevanza si possano concentrare nei weekend o nelle ore residuali della giornata lavorativa rischia di svuotare la formazione di contenuti autentici e riflessioni significative.

Tutto questo è inaccettabile: il sostegno scolastico è un lavoro serio che richiede tempo, dedizione, confronto, tirocinio reale e strumenti culturali adeguati. Nessun corso improvvisato può generare professionisti in grado di affrontare con competenza le sfide dell’inclusione scolastica.
Chiediamo dunque con forza che:
° Si stabilisca una tutela reale per i docenti specializzati sul sostegno tramite il corso di specializzazione secondo il Decreto Ministeriale 249/10, un corso attivato secondo rigidi criteri ministeriali e contingentati.
° Vengano garantite modalità di verifica più articolate, in grado di valorizzare la riflessione pedagogica e le competenze professionali dei corsisti.
° Sia riconosciuto il valore della formazione sul campo, non sostituibile con ore teoriche o test a scelta multipla.
° Si investa realmente nella formazione dei docenti di sostegno, evitando soluzioni tampone o scorciatoie burocratiche.

Il nostro è un appello accorato, ma determinato. Formare infatti docenti di sostegno significa formare figure centrali per la scuola pubblica di domani e farlo con superficialità è un’offesa all’intera comunità scolastica, ma prima ancora, agli alunni/alunne e alle famiglie che confidano nella scuola per costruire percorsi autenticamente inclusivi.

*Gli ECTS costituiscono l’equivalente europeo dei Crediti Formativi Universitari.

**collettivodocentispecializzati@gmail.com.

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Cresce l’attenzione per le donne con disabilità nel nuovo rapporto annuale sulla Rete antiviolenza

27 Agosto 2025 - 12:24pm

È stato reso pubblico il report annuale 2024 di D.i.Re. – Donne in Rete contro la violenza, con i dati sulle strutture e sui servizi offerti dalla Rete antiviolenza. Interpretiamo l’introduzione nel report di un capitolo dedicato alle donne con disabilità vittime di violenza come un segno tangibile della volontà politica della Rete D.i.Re. di prestare attenzione alle loro specifiche esigenze. E sebbene siano presenti alcune lacune, incoraggiamo la Rete stessa a proseguire nel cammino intrapreso

Con cadenza annuale D.i.Re. – Donne in Rete contro la violenza pubblica un report coi dati delle proprie attività. Lo scorso anno avevamo avuto modo di verificare se e come le donne con disabilità figurassero nel report annuale coi dati del 2023 (si legga il nostro approfondimento a questo link), ora facciamo la stessa cosa col report annuale con i dati del 2024, reso pubblico qualche settimana fa (questo nuovo report è liberamente disponibile in formato PDF al seguente link).

Dati generali
Alla rilevazione hanno partecipato 77 dei 113 Centri antiviolenza della Rete (pari al 68% di essi), che gestiscono complessivamente 204 Sportelli antiviolenza distribuiti su tutto il territorio nazionale, coprendo tutte le Regioni, fatta eccezione per il Molise.
La rilevazione è stata condotta attraverso un questionario disponibile online, composto da sette sezioni, di cui una specificamente dedicata alle donne con disabilità. Nella nota metodologica è segnalato che i dati presentati non costituiscono un campione probabilistico.
La rilevazione registra un andamento in crescita delle donne accolte dai Centri antiviolenza della Rete: nel 2024 sono state accolte complessivamente 23.851 donne (nel 2023 erano state 23.085), di cui 16.350 (16.453 nel 2023) sono donne “nuove” (che si sono rivolte ai Centri per la prima volta).
Dopo una parte introduttiva, il report è organizzato nei seguenti capitoli: I Centri della Rete; Le donne accolte; L’autore della violenza; Le Case rifugio; Le donne rifugiate/richiedenti asilo; Donne con disabilità; Nota metodologica. Ovviamente, pur essendo presente uno specifico capitolo dedicato alle donne con disabilità, abbiamo analizzato tutto il report per verificare se anche in altre parti dello stesso fossero presenti elementi utili alla nostra riflessione.

Le donne con disabilità nel report annuale 2024
Il primo riferimento alla disabilità lo troviamo nel capitolo dedicato ai Centri della Rete. In esso è indicato che «la Rete dei Centri può contare su 60 strutture di ospitalità (66 nel 2023)» e anche che «i Centri della Rete sono quasi tutti accessibili (oltre 82%) a donne con disabilità motoria» (pagina 9). Un’infografica fornisce il valore assoluto: i Centri accessibili a donne con disabilità motoria sono 93. Tuttavia non è specificato come siano state fatte queste rilevazioni, né se chi le ha fatte avesse specifiche competenze in materia di accessibilità.
È scritto inoltre che «la quasi totalità dei Centri (95,6% [pari a 108 in valore assoluto, N.d.R.]) aderisce a una rete territoriale (dei 5 Centri rimanenti 3 non sono in rete soltanto perché non esiste una rete)» (pagina 9).
Il lavoro dei Centri si regge principalmente sul lavoro delle attiviste volontarie, che sono complessivamente 3.739, mentre quelle retribuite sono 1.159. Le risorse economiche provenienti da soggetti pubblici sono largamente superiori a quelle di provenienza privata, ma risultano «ancora insufficienti nonostante si registrino ogni anno scostamenti positivi» (pagina 13).

Nel capitolo dedicato alle donne accolte sono forniti questi dati: «Tre donne su quattro non hanno alcun tipo di disagio e/o dipendenza e, rispetto all’anno precedente, si osserva un aumento di quasi 5 punti percentuali. Meno del 5% delle donne accolte presenta qualche problema di dipendenza o disagio psichiatrico [l’infografica indica, per queste ultime, una percentuale del 4,9%, N.d.R.]. Il dato non rilevato per questo tipo di informazioni è alto ed è dovuto ad una difficoltà da parte dei centri a rilevarlo, legata alla riservatezza delle informazioni condivise dalla donna. Tuttavia, registriamo per questo dato un decremento significativo progressivo negli anni di qualche punto percentuale» (pagina 24). In relazione a questi aspetti, nel report non è presente alcun riferimento ai criteri di esclusione delle ospiti adottati dalle Case rifugio di cui riferiscono diversi rapporti ISTAT. Si veda, ad esempio, Le Case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza – Anno 2023 (disponibile a questo link), da cui risulta che nel 2023 il 94,4% delle Case rifugio si è dotata di criteri di esclusione dall’accoglienza delle ospiti che, va sottolineato, sono in contrasto con i princìpi di uguaglianza e non discriminazione sanciti dall’articolo 4 della  Convenzione di Istanbul (la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica). Entrando nel dettaglio, tra le donne escluse dalle Case rifugio vi sono quelle con disagio psichiatrico (non accolte dal 84,3% delle strutture) e quelle che fanno abuso di sostanze o hanno dipendenze (non accolte dal 85,6% delle case rifugio). A questo aspetto abbiamo dedicato a suo tempo uno specifico approfondimento, denominato Dati Istat 2023: aumentano le Case rifugio che adottano criteri di esclusione delle ospiti, disponibile a questo link. È dunque abbastanza intuitivo ritenere che il «decremento significativo progressivo» di cui si parla nel report annuale sia collegato al fatto che queste donne non vengono accolte.
Un riferimento al disagio psichiatrico è contenuto anche nel capitolo dedicato agli autori della violenza, nel quale si precisa che soltanto il 4,9% «di loro presentano forme di disagio psichiatrico» (pagina 30).

Nel capitolo dedicato alle 60 Case rifugio di cui dispone D.i.Re., un’infografica segnala che il 48% di esse è accessibile a donne con disabilità (pagina 32) e tuttavia, anche in questo caso, non è indicato come siano state fatte queste rilevazioni.
Da un ulteriore passaggio si apprende che «nel 2024 sono state ospitate in Casa rifugio 946 donne di cui 621 “nuove” e 865 minori di cui 555 “nuovi”» (pagina 34) e anche che «ancora una volta il numero di posti letto risulta insufficiente tanto è vero che NON è stato possibile mettere in sicurezza 947 donne (673 nel 2023)» (pagina 34).

E veniamo ora al capitolo specificamente dedicato alle donne con disabilità. In esso è segnalato che «le donne con disabilità, fisica sensoriale e/o motoria, incorrono in un duplice processo di discriminazione, che le vede discriminate in quanto disabili e in quanto donne» (pagina 41), ma non sono citate le donne con disabilità intellettiva e psichiatrica, sebbene anche queste siano esposte a discriminazione multipla.
«Su 113 Centri che hanno partecipato alla rilevazione sono stati 49 che in totale hanno accolto donne con disabilità, di cui 43 hanno accolto donne “nuove”. Complessivamente 348 donne si sono rivolte a un Centro antiviolenza, di cui la maggior parte donne “nuove” (261)» (pagina 41).
Riguardo alla distribuzione geografica dei Centri che hanno sostenuto le donne con disabilità, è indicato che essi «sono dislocati principalmente al Nord in Emilia Romagna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Liguria, Piemonte, Trentino Alto Adige, a seguire il centro con Marche, Toscana, Lazio e Umbria e le isole Sardegna e Sicilia. Il Sud è rappresentato dall’Abruzzo» (pagina 41).
In un altro passaggio è indicato che «i Centri antiviolenza delle organizzazioni aderenti a D.i.Re si sono attivati, promuovendo azioni per garantire alle donne con disabilità percorsi di uscita dalla violenza. Quasi tutti i Centri (oltre 82%) sono accessibili alle donne con disabilità motoria che nel 2024 sono il 32% del totale delle nuove con disabilità. Si sono rivolte ai centri anche donne con disabilità intellettiva (20%) e donne con disabilità sensoriale (10%), mentre il 38% ha un’altra tipologia disabilità» (pagina 42). Anche in questa occasione non è specificato come e da chi sia stata rilevata l’accessibilità dei Centri. Inoltre, mentre nel capitolo dedicato alle donne rifugiate o richiedenti asilo vengono forniti i dati percentuali sulle forme di violenza subite, questi dati non sono forniti (o rilevati?) per le donne con disabilità.
Sono invece presenti i dati relativi al tipo di legame con l’autore della violenza: «Tra le donne con disabilità che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza rivolgendosi ai Centri antiviolenza della Rete D.i.Re., il 91,5% ha subito violenza da una persona con cui hanno un legame affettivo importante. Nel 56,3% dei casi si tratta del partner, nel 17,2% si tratta di un ex partner, nel 18% un altro parente» (pagina 43).

Osservazioni conclusive
È certamente apprezzabile che nelle sette sezioni del questionario di rilevazione ve ne fosse una specificamente dedicata alle donne con disabilità, e che nel nuovo report, a differenza di quello con i dati del 2023, sia stato introdotto un capitolo dedicato a loro. Tuttavia, rispetto all’accessibilità dei Centri e delle Case rifugio si presenta un problema di attendibilità del dato perché il report non indica come questo dato sia stato rilevato. A tal proposito va segnalato che tra gli allegati delle Linee di indirizzo Artemisia. Reti antiviolenza accessibili, vi è una scheda di autorilevazione dell’accessibilità proposta ai servizi che accolgono le ragazze e le donne con disabilità affinché dispongano di parametri per valutare l’accessibilità dei servizi stessi, e vengono forniti alcuni esempi di ambienti accessibili.
Manca poi, come accennato, qualsiasi riferimento ai criteri di esclusione dall’accoglienza delle ospiti adottati dalla quasi totalità delle Care rifugio che invece, essendo in contrasto con la Convenzione di Istanbul, andrebbero superati con urgenza, anche sfruttando la metodologia del lavoro di rete.
Infine, nel report non è indicato se le operatrici dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio abbiano ricevuto una formazione mirata anche sulle tematiche della disabilità. Riteniamo infatti che anche questo sia un aspetto imprescindibile per poter valutare se i servizi offerti siano realmente inclusivi per le donne con disabilità.
Proponiamo dunque alla Rete D.i.Re., che nelle prossime rilevazioni vengano indicate: le modalità di rilevazione dell’accessibilità; le azioni volte all’eliminazione dei criteri di esclusione dall’accoglienza delle ospiti; i dati sulle tipologie di violenza subite dalle donne con disabilità accolte; i dati sulla formazione delle operatrici in tema di disabilità.

In conclusione, interpretiamo l’introduzione nel report di un capitolo dedicato alle donne con disabilità vittime di violenza come un segno tangibile della volontà politica della Rete D.i.Re. di prestare attenzione alle loro specifiche esigenze. E sebbene, come abbiamo visto, siano presenti alcune lacune, incoraggiamo la stessa Rete D.i.Re. a proseguire nel cammino intrapreso.
Per promuovere l’accoglienza delle donne con disabilità vittime di violenza, il Centro Informare un’h ha recentemente dedicato un approfondimento ai Falsi miti sull’accoglienza delle donne con disabilità vittime di violenza. Con piacere ne facciamo dono alle operatrici della Rete D.i.Re., nella speranza che possa aiutarle nel loro virtuoso percorso inclusivo.

*Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa).

Il presente approfondimento è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.
Sui temi riguardanti le donne con disabilità e in particolare la violenza nei loro confronti, suggeriamo anche la consultazione, nello stesso sito di Informare un’h, delle sezioni La violenza nei confronti delle donne con disabilità e più in generale Donne con disabilità.

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La libertà di poter viaggiare in treno in piena autonomia

26 Agosto 2025 - 6:19pm

«“Perché una persona con disabilità non può decidere di salire su un treno in autonomia, senza fare programmi?”»: lo ha scritto al blog “Vorreiprendereiltreno” la mamma di una bimba con disabilità e io sono d’accordo con lei – afferma Luca Faccio – ritenendo sia arrivato il momento che tutte le stazioni ferroviarie d’Italia siano accessibili alle persone con disabilità e che tutte le pensiline siano modificate affinché non si debbano più contattare 48 ore prima le Sale Blu o le stazioni di riferimento per poter viaggiare»

Mi ha molto colpito quanto scritto da Samuela, mamma di una bimba con disabilità, al blog Vorreiprendereiltreno: «Questo pomeriggio ho deciso di prendere con mia figlia il treno per fare un bel giro. Sarà stato semplice? No, perché per una persona con disabilità, non è mai semplice. No, perché rischi che la pedana o la porta d’ingresso non funzionino. No, perché una persona con disabilità, di “regola” deve avvisare 48 ore prima la sede ferroviaria (telefonando al numero verde, e se sei fortunata, forse, qualcuno risponde). Almeno così hai un addetto che ti accompagna fino al vagone, e il capotreno è a conoscenza che c’è una persona con disabilità a bordo (?). Io ho invece deciso all’ultimo momento e quindi non abbiamo potuto prendere il treno… Perché una persona con disabilità non può decidere di salire su un treno, magari in autonomia, senza fare programmi? Perché una mamma con un bambino sul passeggino può prendere un treno all’ultimo momento e invece una mamma con un bambino in sedia a ruote non può farlo? La risposta che ci danno è sempre la stessa: “Lo so signora, ha ragione, ma è diverso…”. No, non dovrebbe esserlo! I diritti o sono di tutti o non possono essere definiti tali. Che bello vivere nel 2025 e dover prenotare la propria libertà con 48 ore di anticipo. Complimenti al progresso… Serve un cambiamento: accessibilità immediata, per tutti e senza condizioni!».
Chi scrive ha dovuto per anni viaggiare nel vano bici delle vetture a gasolio AL668 (littorine), senza nessun sistema di ancoraggio per la carrozzina e poi nel 2017, anche con l’aiuto di Beppe Grillo, ho dovuto lottare per fare annullare la liberatoria che Trenitalia imponeva di firmare alle persone con disabilità se volevano viaggiare nei treni privi di ogni sistema di ancoraggio.
Credo che, come ben sottolineato dalla signora Samuela, sia arrivato il momento che tutte le stazioni ferroviarie d’Italia siano accessibili alle persone con disabilità e che tutte le pensiline siano modificate affinché le stesse persone con disabilità non debbano più contattare 48 ore prima le Sale Blu o le stazioni di riferimento per poter viaggiare.

*Blogger (www.lucafaccio.it).

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Barriere nelle città: serve un ascolto continuato e assiduo delle persone con disabilità e delle loro associazioni

26 Agosto 2025 - 5:53pm

«La città non ha un Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA)», hanno detto recentemente alcuni Assessori del Comune di Novara. Ma il problema delle barriere continua purtroppo a riguardare molte città italiane, se non la maggioranza, un tema di cui Anna Maria Gioria parla con Pierluigi Benato, architetto attento e sensibile alle questioni legate all’accessibilità e alla disabilità in generale

All’inizio di luglio, alcuni Assessori del Comune di Novara hanno dichiarato apertamente che la città non ha un PEBA (Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche); negli stessi giorni, Pasquale e Flavio Gallo, due fratelli ciechi, rispettivamente l’ex presidente e l’attuale vicepresidente dell’UICI di Novara-VCO (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) hanno compiuto un giro per le vie cittadine, rilevando i molti problemi legati all’accessibilità e alla mancanza di una segnaletica adeguate alle persone con disabilità visiva o un altro tipo.
Con la consapevolezza che la situazione di Novara non è certo un caso isolato, ma che purtroppo essa riguarda molte città italiane, per non dire la maggioranza, abbiamo voluto confrontarci con l’architetto Pierluigi Benato, professionista di Novara che pur non avendo un incarico specifico sulla tematica da parte del Comune piemontese, è molto attento e sensibile alle questioni legate alle barriere architettoniche e alla disabilità.

Architetto Benato, da esperto, qual è il suo giudizio in merito alla recente polemica riguardante le barriere architettoniche di Novara?
«Novara, in verità, non è certo un episodio isolato. Nonostante le normative relative all’abbattimento delle cosiddette barriere architettoniche risalgano a ben oltre trent’anni fa, la risoluzione dell’accessibilità rimane un problema ben lungi dall’essere dapprima pienamente compreso e affrontato. Questo è originato principalmente da due fattori: uno di natura prettamente culturale e psicologica e l’altro derivante dalle caratteristiche fisiche delle nostre città.
Abbiamo la consapevolezza che, in realtà, siamo tutti potenzialmente disabili, in senso fisico e temporaneo, prima di tutto, anche solo perché ci possiamo infortunare, magari solo rompendoci una gamba; secondariamente le disabilità, come noto di natura molto varia, sono anche da intendere in senso cognitivo-intellettivo, una forma ancor più invisibile, anche se questa fosse di lieve entità. La depressione, ad esempio, che, a causa delle nostre difficoltà sociali, è la prima forma di disabilità nel mondo.
Ritornando allo specifico caso di Novara, l’Amministrazione Comunale ha dichiarato di voler rimediare rapidamente all’assenza di uno specifico Piano per l’Abbattimento delle Barriere Architettoniche, il PEBA, introdotto nel 1986, con l’articolo 32, comma 21 della Legge 41/86, e integrato con l’articolo 24, comma 9 della Legge 104/92. Molto recentemente, poi, il Consiglio Comunale di Novara ha nominato il Garante della Disabilità, la prima figura novarese di questo tipo, al fine di garantire anche una forma di ascolto e monitoraggio, tentando così una maggiore inclusione sociale alle varie problematiche.
Personalmente mi sento di affermare che ci vorrebbe più attenzione e credo che – in primis – un’interlocuzione costante e puntuale tra l’Amministrazione e le Associazioni di Categoria eliminerebbe molte lamentele in questo senso e consentirebbe anche di prevenire molti disagi. La lamentela sarebbe originata, a dire dei signori Gallo dell’UICI, proprio da questa indifferenza che hanno lamentato. E la mancanza di coinvolgimento genera sempre malumori… Ritengo però questa sia una circostanza facilmente risolvibile».

Se domani le venisse conferito il ruolo di sovrintendere un piano PEBA, quali sarebbero le prime azioni che promuoverebbe?
«Ritengo sicuramente che il PEBA sia uno strumento prezioso per varie ragioni. Anzitutto, preliminarmente e in termini generali, sono sempre stato dell’opinione che i cittadini – in quanto utilizzatori degli spazi e delle infrastrutture pubbliche, e dunque, naturalmente destinatari delle azioni e delle diverse politiche sociali – debbano sempre conoscere il più possibile, e in dettaglio, le azioni che vengono intraprese dalle proprie Amministrazioni. La conoscenza consente, sempre, di formare il cittadino, lo sensibilizza e ne favorisce la piena presa di coscienza delle varie problematiche. Fungendo anche da pungolo, in talune occasioni. Ciò invece attualmente avviene a mio avviso in modo troppo superficiale e non completamente adeguato. Non basta dire che verrà affrontato quel determinato progetto, con quell’impegno di spesa X e che verrà ultimato entro una determinata data Y (cosa che, notoriamente, di rado viene rispettata). Il cittadino deve, qualora lo desiderasse, poter realmente entrare, agevolmente, nel merito del progetto. Credo fermamente che Enti ed Istituzioni abbiano il dovere di informare in modo dettagliato e trasparente del loro operato, entrando nella descrizione puntuale di un qualsivoglia progetto pubblico. Lo ritengo un dovere: si deve dare al cittadino che lo desideri la possibilità di approfondire, di entrare nel profondo della questione. Se poi questi non lo facesse non importa: il settore pubblico ha ottemperato al proprio dovere offrendone la possibilità.
Arrivo ora al punto. Credo che le prime azioni da intraprendere sul tema PEBA debbano essere una sorta di “Pubblicità Progresso”, una campagna capillare di informazione, mirata, sullo status quo e sulla necessità di intervenire, con alcuni facili esempi da illustrare con dovizia di dettagli e particolari. Questa campagna di informazione, soprattutto preventiva e contemporanea alla redazione di un Piano, si può naturalmente attuare con varie e diversificate forme. Oggi siamo agevolati dai social, ma assolutamente non trascurerei tutte le altre forme, a seconda dei casi. Sempre valida è anche la forma del questionario/sondaggio, ad esempio, da sottoporre anche ai cittadini e soprattutto ai giovani, agli studenti con opportuni workshop, al fine di formare sin dall’inizio una vera e reale cultura di inclusione e uguaglianza. L’obiettivo è naturalmente la sensibilizzazione e la presa di coscienza sul tema su cui percepisco, oggettivamente, ci sia ancora un gran bisogno.
Una seconda azione è naturalmente, in un determinato contesto, l’ascolto continuato e assiduo almeno per tutta la prima fase. Di grande utilità sarebbe il coinvolgimento delle varie associazioni e delle stesse persone con disabilità soprattutto in fase di studio, come i sondaggi, o in certe attività, ad esempio i workshop. Molto spesso i Piani, invece, vengono redatti in modo quasi meccanico, spesso frettolosamente, e dunque si immagina agevolmente che non sia propriamente la modalità più indicata ed efficace».

Quali sono, secondo lei, le maggiori difficoltà e criticità che il Comune di Novara, ma più in generale, tutte le Amministrazioni Locali incontrano nell’attuare l’abbattimento delle barriere architettoniche?
«Ritengo che, banalmente, il limite maggiore sia costituito dall’aspetto economico-finanziario; naturalmente a livello amministrativo, le esigenze sono sempre molteplici e pressanti e certamente non è così agevole poter programmare gli interventi. In diversi casi mi risulta essere carente una valida programmazione in materia, per varie e diversificate ragioni tipiche delle Amministrazioni Pubbliche e anche – non scordiamolo – di tipo culturale. Inoltre, ricordiamo, ad esempio, la complessità delle normative, la mancanza di risorse, la difficoltà nel definire obiettivi chiari e misurabili, la scarsa integrazione tra i diversi livelli di pianificazione. Per le piccole Amministrazioni Pubbliche, in particolare, questo è spesso un problema, anche di organico. Servirebbe una regia operativa, sovralocale e specifica, più incisiva. Parrebbe poi che vi fossero alcune criticità nell’allocazione dei fondi europei a ciò destinati».

Tornando ai PEBA, pensa che se fossero messi in atto in modo adeguato potrebbero risolvere, almeno in parte, il problema?
«Come ho poc’anzi affermato, considero i Piani per l’Abbattimento delle Barriere Architettoniche uno strumento potenzialmente molto prezioso. Essi consentono anzitutto alle Amministrazioni Pubbliche di mappare e poi monitorare in modo capillare lo stato delle criticità per spazi ed edifici pubblici. E programmare e mettere in atto le azioni e gli interventi necessari per ovviare alle criticità e diseguaglianze imposte dalle varie barriere. Il fine ultimo è naturalmente quello di garantire gli importanti e fondamentali diritti costituzionali (l’articolo 16, ma non solo) a tutti i cittadini in tema di mobilità rimuovendone gli ostacoli (le barriere, appunto) che ne limitano la libertà e l’uguaglianza tra loro; cercando di garantire il più possibile la relativa autonomia. Anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità prescrive l’accessibilità all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione, e ad altre attrezzature e servizi aperti o forniti al pubblico, sia nelle aree urbane che in quelle rurali».

Una difficoltà potrebbe essere rappresentata dalla mancanza di una preparazione specifica del personale preposto?
«Credo fortemente nella cosiddetta “formazione permanente” e nell’aggiornamento continuo. Il mondo cambia e spesso anche piuttosto rapidamente. Non vi è dubbio, in generale, che il personale preposto e addetto – ma è ovviamente un concetto valido per tutti – debba avere un’adeguata e specifica formazione nel merito. Si badi però bene: per esperienza personale ciò che fa la differenza è in questi casi la speciale sensibilità e magari anche l’entusiasmo nell’affrontare e contribuire a risolvere le criticità connesse alla disabilità. Spesso si sono viste persone anche preparate, ma che poi, sul campo, hanno spesso evidenziato problematiche non indifferenti».

Secondo i principi del Design for All, spazi fruibili da tutti, si sta andando verso la direzione in cui si progettano fin da subito ambienti e spazi accessibili a tutti, piuttosto che intervenire dopo. Pensa che sia una valida soluzione?
«Sì, rispondo senza alcuna esitazione: assolutamente e doverosamente sì. Il concetto del Design for All, sottende una “progettazione universale” ovvero per tutti. Ma davvero per tutti, quindi realmente e facilmente inclusiva di ogni persona, che presenti una disabilità o meno. È una definizione relativamente recente, di derivazione americana, nello specifico dal Campus accademico della North Carolina; ma, lasciatemi dire, in qualche modo dovrebbe essere una preoccupazione in parte superflua, in quanto il buon progettare, secondo i principi dei nostri Maestri, già dovrebbe poter tranquillamente includere ogni categoria di persona. Così nella realtà non è, naturalmente.
Vi sono alcuni princìpi di base ai quali naturalmente uniformarsi durante la fase progettuale. Si deve ricercare ad esempio la flessibilità, la semplicità, gli spazi devono essere fisicamente adeguati, equi, utilizzabili con sforzi e fatica minima. Naturalmente, dovendo riutilizzare edifici e spazi che in precedenza avevano altre funzioni o non erano stati pensati in questo senso, dunque con un’operazione di riuso e ristrutturazione, la cosa si potrebbe fare più complessa e difficile. Ma per le nuove progettazioni non vi è dubbio che si debba progettare sin dall’inizio con una speciale attenzione, indipendentemente dal rispetto – ovviamente ineludibile e obbligatorio – delle relative norme.
Aggiungo naturalmente, da architetto progettista, che il tutto dev’essere coniugato con la bellezza, l’estetica e il design sapiente. Architettura ed edilizia sono due concetti differenti, anche per la disabilità. Nel settore pubblico viene fatto un uso molto scarso, pressoché inesistente, della competizione tra progetti, preferendo gli affidamenti, spesso ad personam.
Infine, segnalo che in alcuni Paesi Europei ho molto apprezzato dettagli particolarmente validi nell’esecuzione di soluzioni di design di spazi pubblici. Dobbiamo auspicare in futuro una maggior sensibilità e attenzione anche qui, da parte della classe dirigente, anche se sul punto non sono così ottimista».

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Barriere architettoniche: “Più coinvolgimento della cittadinanza nelle decisioni da prendere” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Barriere nelle città: serve un ascolto continuato e assiduo delle persone con disabilità e delle loro associazioni proviene da Superando.

Come partecipare alla valutazione e alla progettazione previste dalla “riforma della disabilità”

26 Agosto 2025 - 5:04pm

Come le persone con disabilità e le loro famiglie dovrebbero affrontare il coinvolgimento nella valutazione sulla base della quale sono definite le persone con disabilità stesse e quindi successivamente elaborati i progetti personalizzati e partecipati, nella logica di eliminare progressivamente le pratiche dell’istituzionalizzazione e della segregazione e sostenere la piena partecipazione e l’inclusione: è il tema del presente, illuminante approfondimento, curato da Giampiero Griffo Realizzazione grafica dedicata a tante diverse forme di disabilità

Gli interventi di discussione che si sono succeduti in questi ultimi mesi hanno tra l’altro fatto emergere la complessità dei cambiamenti che la Legge Delega in materia di disabilità 227/21 e i Decreti Attuativi di essa stanno introducendo, insieme alle notevoli resistenze da vari fronti.
Il primo elemento di base risulta chiaro: l’Italia, nella sua componente istituzionale, in quella politica, in quella dei servizi, in quelle degli operatori sociali e sanitari, in quella della formazione e dell’aggiornamento, sia universitaria che regionale, in quella dell’associazionismo e dei beneficiari dei diritti, non ha ancora digerito adeguatamente il nuovo paradigma della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Questa considerazione è evidente nei dibattiti sul superamento delle istituzionalizzazioni (quale cittadino vorrebbe vivere segregato in un istituto?), ignorato dai Decreti Legislativi attuativi della Legge 227/21, sulle resistenze di alcuni Ministeri ad attuare le norme di riforma (mancano per esempio i Decreti del Ministero della Salute), nella difficoltà dei servizi territoriali ad applicare in modo corretto progettualità innovative (pensiamo ai progetti di vita indipendente o a quelli del “Dopo di Noi”), nonché nella carenza a definire formazioni universitarie degli operatori dei servizi basati sulla Convenzione ONU e nella comprensione da parte dei beneficiari degli interventi del ruolo fondamentale giocato dalle barriere, dagli ostacoli e dalle discriminazioni nel limitare la partecipazione e l’accesso ai diritti (si veda ad esempio il silenzio dell’associazionismo sull’applicazione del Decreto Legislativo 222/23, Disposizioni in materia di riqualificazione dei servizi pubblici per l’inclusione e l’accessibilità, in attuazione dell’’articolo 2, comma 2, lettera e), della legge 22 dicembre 2021, n. 227).
Avendo dunque di fronte una molteplicità di problematiche, affronterò in questo approfondimento il tema di come le persone con disabilità e le loro famiglie devono affrontare il coinvolgimento nella valutazione sulla base della quale sono definite le persone con disabilità stesse e quindi successivamente elaborati i progetti personalizzati e partecipati, nella logica di eliminare progressivamente le pratiche dell’istituzionalizzazione e della segregazione e sostenere la piena partecipazione e l’inclusione.

Il primo elemento da cui partire è quello contenuto nell’articolo 3 (Principi generali), punto d) della Convenzione ONU: «Il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa». L’affermazione di principio sembra ovvia, ma la pratica di millenni dimostra che le persone con disabilità non sono mai state riconosciute sulla base di questo principio, bensì trattate come persone a cui mancava qualche cosa, perché partendo dalle loro limitazioni funzionali venivano trattate in modo diverso, considerate come un’umanità differente, imperfetta, incapace di vivere in società, addirittura qualificate come sub-umane da alcuni e quindi da tenere lontane dalla società per non turbarne l’organizzazione sociale. Una sorta di differente antropologia – come ha affermato in altra sede il professor Ciro Tarantino – che ha contraddistinto in varie forme la stigmatizzazione delle diversità umane: pensiamo a tutte le forme di discriminazione che hanno colpito e colpiscono ancora alcune caratteristiche delle persone: il sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale, riprendendo qui quanto fissato dal Trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione Europe, per intervenire contro le discriminazioni.
I 10 miliardi di persone che abitano la terra sono tutti diversi, anzi la loro natura è di essere diversi l’uno dall’altro, essendo generati dalla mescolanza di caratteristiche di geni di due persone differenti. Per cui l’idea che esista una normalità umana è una bufala, con buona pace dell’europarlamentare Vannacci. Per questo l’approccio del presidente degli Stati Uniti Trump, che ha emesso una serie di ordini esecutivi volti a smantellare i programmi DEI (“Diversità”, “Equità”, “Inclusione”) nel governo federale e nel settore privato, è preoccupate per l’“effetto alone” che può generare.
I programmi DEI negli Stati Uniti fanno parte degli sforzi di includere la diversità sul posto di lavoro per garantire una rappresentanza più equa dei gruppi storicamente emarginati, come gli afroamericani, i membri della comunità LGBTQ+, le donne, le persone con disabilità e altre minoranze etniche negli Stati Uniti. Tali sforzi mirano a rimuovere le barriere sistemiche per i gruppi colpiti da un’eredità di razzismo, sessismo e xenofobia. Si tratta di pratiche comprendenti la formazione per combattere la discriminazione, il fare fronte alle disuguaglianze retributive in base al genere o alla razza e l’ampliamento del reclutamento e dell’accesso da parte dei gruppi etnici sottorappresentati. «La mia amministrazione – ha dichiarato Trump al World Economic Forum – si è attivata per abolire tutte le assurdità discriminatorie [rispetto alla popolazione bianca, N.d.A.] in materia di diversità, equità e inclusione – e si tratta di politiche che erano assolutamente insensate – in tutto il governo e nel settore privato».
Il tema riguarda anche le persone con disabilità che tuttavia negli Stati Uniti sono tutelate dall’ADA, l’Americans with Disabilities Act del 1990, la prima legge antidiscriminatoria al mondo. Gli effetti culturali di imitazione potrebbero però essere dirompenti.

Ritornando al tema di questo approfondimento, la Legge Delega 227/21 ha introdotto importanti novità nella legislazione italiana: ha adottato la definizione di persone con disabilità della Convenzione ONUu, ha introdotto un sistema di riconoscimento di questa condizione, ha obbligato i servizi di valutazione a definire un profilo di funzionamento e una valutazione realmente multidimensionale delle persone con disabilità e ha assegnato a queste ultime e ai loro familiari il potere di essere coinvolte nelle decisioni che le riguardano, sia nella valutazione che nella progettazione. Purtroppo, i testi dei Decreti Legislativi approvati in applicazione della Legge 227/21 presentano ambiguità, incoerenze e vere e proprie “trappole interpretative”. Proviamo a vederle da vicino.

Già in un precedente contributo, sempre su queste pagine [“Il tema delle valutazioni nella ‘riforma della disabilità’ e il mancato riferimento ai diritti umani”, N.d.R.], avevo segnalato che nel testo del Decreto Legislativo 62/24 non si fa riferimento ai diritti umani delle persone con disabilità, tacendo di una comparazione essenziale tra queste persone e gli altri cittadini per valutarne la condizione di disabilità, che dipende in gran parte da barriere, ostacoli e discriminazioni prodotte dalla società. Il tema è fondamentale per la definizione di sostegni appropriati da inserire nei progetti personalizzati e partecipati. Si tratta infatti della prima indicazione utile ad evidenziare la condizione di disabilità: i titolari del riconoscimento della condizione di disabilità dovrebbero arrivare preparati su questo tema, identificando quanto la società e la sua organizzazione spaziale, culturale, dei servizi ecc. determini la limitazione alla partecipazione piena ed effettiva alla vita nella propria comunità. Il tema riguarda le barriere fisiche e tecnologiche, gli ostacoli procedurali e comportamentali, la carenza di appropriati sostegni che i servizi territoriali non forniscono, gli stigma culturali e sociali che colpiscono la condizione psicofisica e le relazioni con le altre persone. Così come l’inadeguatezza delle soluzioni predefinite dei servizi decise da operatori e non dalle stesse persone con disabilità.

Qui emerge un grande limite dei sistemi di valutazione delle persone con limitazioni funzionali degli attuali sistemi valutativi del welfare, e non solo in Italia.
Dopo la prima guerra mondiale, gli Stati occidentali dovettero affrontare il tema di come intervenire sugli 8 milioni e mezzo di persone ferite durante i combattimenti. Vi furono una serie di conferenze che scelsero il sistema di accertamento della condizione di limitazione funzionale. Così fu deciso di adottare il sistema tedesco, realizzato a fine Ottocento dal cancelliere Otto von Bismarck, per risarcire, attraverso un sistema basato sulle assicurazioni, gli infortunati sul lavoro o i militari feriti in guerra. Il sistema funzionava attraverso dei barèmes, tabelle basate sulla tipologia e gravità della limitazione funzionale, che indentificava le percentuali di invalidità da risarcire, un sistema, però, che, essendo legato alla definizione patologica della limitazione funzionale, è incapace di valutare gli altri aspetti che caratterizzano queste persone, men che mai le limitazioni alla partecipazione prodotte dall’ambiente costruito, dalle tecnologie e servizi, dai comportamenti sociali e relazionali.
L’utilizzo dell’ICF – la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, fissata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – e del suo sviluppo, il questionario WHODAS, previsto anche dal Decreto 62/24, riesce ad individuare solo le prestazioni del corpo, basandosi su azioni che lo comparano ad un corpo abile; delle capacità potenziali e adattative, della possibilità di utilizzare in maniera differente le funzioni dell’essere umano, non basandosi su criteri standardizzati di svolgimento di attività e l’utilizzo di appropriati sostegni, non dice niente. Anzi, per quanto siano contemplati i fattori personali, l’ICF non li sviluppa, grave lacuna nella definizione di un progetto personalizzato.
Per intenderci, lo svolgimento di un’attività può essere fatto in piedi o in sedia a rotelle, può essere realizzato dal corpo limitato o con l’aiuto di appropriati ausili, può essere svolto con tempi differenti, secondo le modalità temporali delle diverse persone, ma ciò significa utilizzare parametri valutativi e prestazionali differenti. Detto in altre parole, i tabellari di valutazione dell’invalidità possono andare bene per un sistema risarcitorio, ma sono totalmente inadeguati a valutare le capacità complessive delle persone, al massimo vanno bene per definire una soglia oltre la quale assegnare un beneficio, funzione che oggi svolgono. Non è un caso che il Decreto 62/24 abbia superato la definizione di “disabilità grave”, sostituendola con quella di “persone che hanno bisogno di sostegni a varie intensità”. Il dato negativo deriva dal fatto che le percentuali di invalidità assegnate davano accesso a vari benefìci economici (pensioni e indennità; benefìci nel campo del lavoro, dell’educazione, degli ausili ecc.) e quindi veniva assegnato un potere decisionale enorme ai medici legali, che però sono competenti solo nell’accertamento patologico della limitazione funzionale.
La stessa assegnazione della competenza in questa materia all’INPS e la definizione di una commissione di accertamento della disabilità formata da due medici legali ed un altro operatore (probabilmente uno psicologo) testimoniano di una non comprensione della definizione di persone con disabilità fissata dalla Convenzione ONU.
È su questa carenza di competenze sociali e ambientali che bisogna operare, per evidenziare quanto i fattori contestuali – assolutamente non medici – determino la disabilitazione delle persone. Infatti, la Legge 227/21 è una norma che applica la Convenzione ONU, legge internazionale ratificata dall’Italia [con la Legge 18/09, N.d.R.], che è molto chiara in materia.

In questa direzione ci viene in aiuto un approccio americano chiamato “medicina di precisione”. La diagnosi comporta infatti due passaggi, «attribuzione di categoria (DSM/ICD) + caratterizzazione del singolo caso (RDoC)». Quindi la “diagnosi categoriale” permette di raccogliere le informazioni scientifiche condivise sulla categoria patologica a cui attribuire la limitazione funzionale della persona. La “caratterizzazione” permette invece di raccogliere informazioni sulla persona per formulare una progettazione “di precisione” più o meno personalizzata sul fenotipo concreto.
Attualmente questo secondo elemento nei tabellari di invalidità accerta solo la gravità della limitazione funzionale. La riflessione americana ha evidenziato invece che due persone a cui sia stata attribuita una stessa categoria patologica, funzionano in maniera differente. Cioè le storie di vita e i processi di apprendimento e partecipazione che hanno influenzato le loro capacità hanno prodotto modi di funzionamento differente.
La conclusione è chiara: è la “caratterizzazione” (le particolarità individuali e del contesto di vita) e non la “categoria” a guidare il piano di sostegno allo sviluppo e alla partecipazione – medico, neuropsicologico, pedagogico, sociale!

Il Decreto 62/24 ha introdotto il tema dell’identificazione del profilo di funzionamento della persona (presente anche in àmbito scolastico e per gli anziani), aprendo un campo di trasformazione importante nella comprensione di cosa possono fare le persone con limitazione funzionale e di quali sostegni abbiano bisogno. Il concetto di sostegno parte dall’idea che le persone possano avere capacità e potenzialità sviluppabili attraverso forme differenti di aiuto, umano, tecnologico, animale, comportamentale e di contesto.
Il secondo consiglio, quindi, è di mettere in evidenza gli elementi della specificità del profilo di funzionamento della persona con disabilità, in modo tale da descrivere le forme appropriate di comunicazione, di apprendimento, di rafforzamento di competenze e capacità e di partecipazione, anche in riferimento al contesto ambientale e di relazione. Questo elemento è particolarmente importante per le persone con disabilità intellettiva, relazionale e psico-sociale.
Utile in questa direzione è partire dalla definizione di queste ultime persone data dall’AAIDD, l’American Association of Intellectual and Developmental Disability: secondo tale organizzazione, infatti, le persone con una disabilità intellettiva e relazionale non vanno trattate solo partendo da quello che ipotizza la diagnosi patologica che identifica le limitazioni funzionali; quella è solo una prima indicazione; esse, invece, hanno un loro modo di funzionamento specifico che include l’intera persona in tutte le sue componenti umane. Comprendere il modo di funzionamento di tali persone significa saper comunicare, conoscere il modo di apprendimento, i comportamenti in determinate situazioni, le resistenze in determinate azioni, in una parola, conoscere le persone.
Questo approccio ha una serie di conseguenze. La prima è il ruolo fondamentale della famiglia e di chi ha vissuti comuni: non sono semplici caregiver, ma per il ruolo affettivo e quotidiano che giocano sono una fonte importante di informazioni. La valorizzazione dei loro saperi e competenze è una prima base di partenza di conoscenza della persona. A questo va aggiunta un’osservazione delle relazioni che la persona vive in famiglia e al di fuori di essa, per comprendere comportamenti e atteggiamenti, spesso con un’iperprotezione che può limitare la crescita personale o l’arricchimento delle esperienze. In questo àmbito viene in auto la medicina narrativa, strumento euristico importante per analizzare e ricostruire il vissuto storico e contemporaneo della persona con disabilità, un’indicazione, questa, che vale per gli operatori sociali e sanitari che si occupano della persona con disabilità.

Importante sarà poi seguire la definizione del Fondo per la Non Autosufficienza (FNA) che dovrebbe finanziare una parte cospicua dei progetti personalizzati e partecipati. Le due Federazioni Nazionali FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) dovranno infatti seguire con attenzione lo scorporo del FNA in due fondi distinti, come previsto dall’articolo 2 della Legge 33/23 sulle persone anziane, se è vero che la consistenza dei fondi disponibili nell’ambito del FNA stessa finanzieranno una gran parte dei budget di progetto legati ai progetti personalizzati e partecipati.

Due ultimi concetti devono poi guidare la definizione del progetto personalizzato e partecipato: l’abilitazione e l’empowerment.
La Convenzione separa l’articolo 26 sulla riabilitazione e abilitazione da quello sulla salute (25). È stata questa una rivoluzione culturale e tecnica, che parte dall’idea che la disabilità sia una relazione sociale e non una condizione soggettiva della persona. Le persone possono muoversi su sedia a rotelle, orientarsi con un cane guida, comunicare con il linguaggio dei segni o con l’oralismo, relazionarsi a cuore aperto e non avere disabilità, se il mondo con il quale interagiscono tiene conto di queste caratteristiche. Perciò l’obiettivo dei trattamenti a cui sono sottoposte è di garantire il massimo livello di salute possibile, ma in un contesto in cui la salute non sia l’assenza di malattie, ma il benessere della persona, come sottolinea l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi, piuttosto che occuparsi di ricostruire una condizione di presunta “normalità” di funzionamento, obiettivo della riabilitazione, spesso non perseguibile, vanno garantiti alle persone il godimento dei diritti e delle liberà fondamentali, anche a chi si muove su sedia a rotelle, a chi si orienta con un cane guida, a chi comunica con il linguaggio dei segni o con l’oralismo, a chi si relazione senza malizia con il mondo. Non a caso nella Convenzione ONU al concetto tradizionale di riabilitazione venne appunto aggiunto quello di abilitazione. Si riabilita se si recupera una funzionalità del corpo persa, si abilita una persona con disabilità quando si sviluppano nuove abilità, partendo dagli elementi che consentono a una persona di funzionare in un certo modo e sui quali si possono sviluppare adeguati sostegni, anche in presenza di una limitazione funzionale.
Gli Stati – recita testualmente la Convenzione all’articolo 26 – «organizzeranno, rafforzeranno e estenderanno servizi e programmi complessivi per l’abilitazione e la riabilitazione, in particolare nelle aree della sanità, dell’occupazione, dell’istruzione e dei servizi sociali». I servizi e programmi devono avere «inizio nelle fasi più precoci possibili» e basarsi «su una valutazione multidisciplinare delle necessità e dei punti di forza dell’individuo»; devono infine sostenere «la partecipazione e l’inclusione nella comunità e in tutti gli aspetti della società», essere «volontari […] e disponibili per le persone con disabilità in luoghi i più vicini possibile alle loro comunità di appartenenza».
Quindi l’obiettivo non è più quello di guarire, soprattutto dove non è possibile, bensì sostenere la vita indipendente e l’inclusione nella comunità (articolo 19 della Convenzione); non è più quello di intervenire solo sul corpo e le sue limitazioni funzionali, bensì di garantire la mobilità personale (articolo 20), l’autonomia, l’autodeterminazione, l’indipendenza e l’inter-indipendenza.
È evidente che questa impostazione trasforma l’idea stessa di presa in carico riabilitativa e sociale: la Convenzione riconosce infatti al già citato articolo 19 «l’eguale diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità, in pari condizioni di scelta rispetto agli altri membri». A tale scopo gli Stati firmatari della Convenzione «prenderanno misure efficaci e appropriate al fine di facilitare il pieno godimento […] di tale diritto e la piena inclusione e partecipazione all’interno della comunità, anche assicurando che: (a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere, sulla base di eguaglianza con gli altri e non siano obbligate a vivere in un luogo particolare; (b) le persone con disabilità abbiano accesso ad una serie di servizi di sostegno domiciliare, residenziale o di comunità, compresa l’assistenza personale necessaria a sostenere la vita e l’inclusione all’interno della comunità e a prevenire l’isolamento o la segregazione fuori dalla comunità; (c) i servizi e le strutture comunitarie per tutta la popolazione siano disponibili su base di eguaglianza per le persone con disabilità e rispondano alle loro esigenze».
Anche in questo caso, per tutte le persone con disabilità, ma in particolare per le persone che hanno gravi dipendenze assistenziali e per quelle che fanno fatica ad essere riconosciute come capaci di rappresentarsi da sole, si apre una trasformazione radicale delle prese in carico: dalla tradizionale istituzionalizzazione (frutto di un’impostazione basata sul modello medico della disabilità e che parte da un’incapacità del sistema a mettere in campo i trattamenti appropriati possibili) si passa a sistemi sociali di sostegno per il mantenimento nei luoghi di vita e familiari, a forme di accoglienza a carattere familiare, a politiche e servizi di inclusione sociale e partecipazione attiva. È un cambiamento profondo nell’approccio tecnico e culturale che supera le competenze prevalentemente sanitarie. A maggior ragione quando si riconosce alla persona con disabilità, come fa il Decreto 62/24, il potere di esprimere i «suoi desideri e le sue aspettative e preferenze, gli obiettivi a cui deve essere diretto il progetto di vita».
L’approccio abilitativo sottolinea ancora l’importanza di collaborare con altre figure professionali competenti in altri campi dell’inclusione, perché l’abilitazione si fa in àmbito educativo, lavorativo, di vita indipendente, partecipativo, sociale, sportivo ecc. E anche nel campo dell’uso degli ausili tecnologici le competenze mediche sono molto limitate, mentre rappresentano una prospettiva ormai vicina e realizzabile e vi sono competenze ormai consolidate da anni, basti pensare alla Rete dei Centri GLIC. In tal senso, il rapporto del 2022 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’UNICEF sui dispositivi di assistenza tecnologica ha sottolineato che «l’accesso a tecnologie di assistenza appropriate e di qualità può fare la differenza tra consentire o negare l’istruzione a un bambino, la partecipazione al mondo del lavoro a un adulto o l’opportunità di mantenere l’indipendenza e invecchiare con dignità a una persona anziana». Quello stesso rapporto ha quantificato l’attuale necessità di dispositivi di assistenza a 2 miliardi e mezzo di persone, prevedendo che diventeranno 3 miliardi e mezzo nel 2050. Se consideriamo che le persone con disabilità per l’Organizzazione Mondiale della Sanità ammontano oggi a 1,3 miliardi di persone, i dispositivi tecnologici di assistenza (computer, cellulari, domotica ecc.) sono usati già oggi dal doppio di quella popolazione che spesso non ha limitazioni funzionali, una considerazione, questa, che rende evidente come, nella prospettiva dei prossimi decenni, la condizione di limitazione funzionale sarà meno stigmatizzata: utilizzare cioè un ausilio tecnologico diverrà un’opportunità ordinaria di tutto il genere umano (come è avvenuto per il telecomando del televisore, nato come ausilio e ora una comodità per tutti). Perciò bisogna lavorare per esplicitare che la condizione di limitazione funzionale è una condizione ordinaria del genere umano.

L’ultimo concetto che deve guidare le persone con disabilità e le loro famiglie sia nei processi di valutazione che in quelli di progettazione è quello di empowerment. Il termine inglese, difficilmente traducibile in italiano, fa riferimento a due processi paralleli e contemporanei: il rafforzamento delle capacità e competenze delle persone e l’acquisizione di maggiori poteri in relazione con la famiglia, l’ambiente di vita e l’accesso ai diritti.
Durante la pandemia le persone con disabilità sono state etichettate come “persone vulnerabili”. Se però ricostruiamo la storia dei trattamenti a cui sono state sottoposte nei millenni – segregate, escluse dai diritti, trattate come malati, a cui non doveva essere garantita l’accessibilità e fruibilità di edifici, arredo urbano, servizi pubblici – è più corretto definirle come persone “rese vulnerabili”, ciò che è stato riconosciuto a suo tempo dalla Commissione Economica e Sociale presieduta da Vittorio Colao. E Helena Dalli, già commissaria europea all’Equità, ha messo in evidenza il carico sproporzionato di problemi che un welfare di protezione ha creato per le persone con disabilità e le loro famiglie durante il Covid-19.
Riconoscere l’appartenenza al genere umano di tutte le persone, anche di quelle con disabilità, e garantire la loro piena cittadinanza, piena ed effettiva partecipazione, significa passare da un welfare di protezione ad un welfare di inclusione. E questo è un processo che va sostenuto dalla partecipazione consapevole e competente delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

*Membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International).

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Uno spazio al mare all’insegna della dignità, dell’accoglienza e dell’inclusione

26 Agosto 2025 - 1:38pm

Rendere il mare accessibile a tutti e tutte, promuovendo inclusione e solidarietà sulle spiagge italiane: sono gli obiettivi di “Ombra Sociale”, progetto nato in Salento, che si propone appunto di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, attraverso azioni concrete e sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore. Vediamo come Lorenzo Zeuli, “Tutti al mare”, foto vincitrice ex aequo del concorso “Il mare è di tutti”, promosso nell’àmbito del progetto “Ombra Sociale”

Rendere il mare accessibile a tutti e tutte, promuovendo inclusione e solidarietà sulle spiagge italiane: sono gli obiettivi di Ombra Sociale, progetto nato in Salento, che si propone appunto di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, attraverso azioni concrete e sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore. Il tutto inserito in un più ampio percorso di valorizzazione del territorio, volto a coniugare turismo, diritti e ambiente.
«Ombra Sociale – spiegano i promotori – nasce dall’idea semplice, ma potente, di garantire a tutti, nessuno escluso, il diritto di vivere il mare. L’ispirazione è arrivata osservando come per molte persone — persone anziane, famiglie fragili, persone con disabilità, migranti, persone senza fissa dimora — anche una giornata al mare possa diventare un privilegio irraggiungibile. Da qui, abbiamo deciso di creare un progetto che unisse stabilimenti balneari, istituzioni, terzo settore e cittadini in un’unica rete solidale».

«Si tratta – viene spiegato ancora – di un’azione concreta e simbolica: gli stabilimenti balneari che aderiscono al progetto si impegnano infatti a offrire un posto all’ombra, attrezzato e accessibile, a chi ne abbia bisogno. Ma non si tratta solo di uno spazio fisico: è uno spazio di dignità, accoglienza e inclusione. L’“ombra” è il gesto simbolico che protegge e accoglie chiunque si trovi in una situazione di fragilità sociale o economica. Collaboriamo con associazioni del territorio, servizi sociali, parrocchie e centri di accoglienza per individuare i beneficiari e garantire un accesso organizzato e rispettoso».

Gli stabilimenti balneari, dunque, ricevono il materiale informativo, un bollino di riconoscimento ufficiale e supporto per gestire al meglio le presenze. Inoltre, vengono inseriti nella mappa interattiva del progetto e coinvolti nelle campagne di comunicazione e promozione sociale, ottenendo in tal modo non solo visibilità a livello nazionale e riconoscimento pubblico per il loro impegno sociale, mediante la piattaforma ufficiale e i canali di comunicazione del progetto, ma diventando protagonisti attivi di una iniziativa sociale concreta volta alla promozione di un modello più equo, che vede convivere le stesse imprese balneari con il principio di accessibilità.

«Questa – sottolineano ancora i promotori – è un’iniziativa di comunità: le istituzioni locali, infatti, possono patrocinarla, sostenerla logisticamente e promuoverla, pur ricordando che il nostro cuore operativo è dato dal volontariato, con tante associazioni che ci aiutano tramite l’accompagnamento, la comunicazione, la sensibilizzazione e l’assistenza ai beneficiari. Siamo inoltre già in contatto con diverse amministrazioni comunali, università, fondazioni e reti associative, se è vero che la prima fase del progetto parte in Salento, ma l’obiettivo è quello di portare Ombra Sociale in tutta Italia, raggiungendo almeno 100 stabilimenti aderenti in tutto il Paese entro il prossimo anno. A lungo termine, poi, vorremmo che il progetto diventasse una buona prassi nazionale, riconosciuta a livello istituzionale e replicabile anche in altri contesti, quali parchi pubblici, manifestazioni culturali, spazi urbani. L’inclusione, infatti, non deve essere un’eccezione, ma una regola».

Proprio nei giorni scorsi, tra l’altro, ossia il 21 e 22 agosto a Rivabella di Gallipoli (Lecce), nell’àmbito di Ombra Sociale, ha avuto grande successo la mini-rassegna Cinema in spiaggia, affiancata dal concorso fotografico Il mare è di tutti, con un omaggio, tra l’altro, al maestro Gianni Berengo Gardin, recentemente scomparso (di tale evento si legga l’ampio resoconto a questo link). (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Claudia Erba (comunicati.erba@gmail.com).

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Assegno di cura anche a chi studia nelle Istituzioni AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica)

26 Agosto 2025 - 1:02pm

Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha esteso alle Istituzioni AFAM (Accademie di Belle Arti, Conservatori di Musica e Accademie di Danza), la platea dei beneficiari dell’assegno di cura destinato agli studenti e alle studentesse con disabilità che necessitano di sostegno intensivo, ciò che prima era riservato agli universitari. Il contributo viene allargato anche alle persone con una gravissima compromissione motoria causata da patologie neurologiche o muscolari

Tramite un recente Decreto, il Ministero dell’Università e della Ricerca ha esteso alle Istituzioni AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica), ovvero alle Accademie di Belle Arti, ai Conservatori di Musica e alle Accademie di Danza, la platea dei beneficiari dell’assegno di cura destinato agli studenti e alle studentesse con disabilità che necessitano di sostegno intensivo durante le attività didattiche, ciò che prima era riservato esclusivamente agli studenti e alle studentesse delle università.
Lo stanziamento complessivo è di 2 milioni di euro per il 2025 l’importo unitario del contributo è di 10.000 euro annui per ciascun beneficiario.
Oltre alle categorie già previste, quali le persone dipendenti da ventilazione meccanica assistita continuativa, quelle con lesioni spinali gravi o con deprivazione sensoriale complessa, il citato Decreto introduce anche la possibilità di ricevere il contributo per studenti e studentesse con gravissima compromissione motoria causata da patologie neurologiche o muscolari.
Le procedure di assegnazione vedranno il coinvolgimento degli organismi regionali per il diritto allo studio che pubblicheranno i relativi bandi e una novità organizzativa è rappresentata dall’introduzione di una piattaforma informatica dedicata che faciliterà la comunicazione tra gli enti regionali e il Ministero. (S.B.)

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Un prestigioso riconoscimento internazionale per la rete Village for all (V4A®)

26 Agosto 2025 - 12:36pm

Il progetto “Destination4All®”di Village for all (V4A®), la nota rete dedicata all’ospitalità accessibile, è stato selezionato tra i finalisti di un’iniziativa internazionale importante quale i “World Sustainable Travel & Hospitality Awards”, che premiano chi abbia apportato un contributo significativo al turismo e ai viaggi sostenibili. Fino al 30 agosto, dunque, professionisti del settore, media e pubblico potranno sostenere la candidatura di “Destination4All®”, votando il progetto online

«Per noi è un riconoscimento straordinario, che premia l’impegno costante nella costruzione di un futuro del turismo delle destinazioni più etico, inclusivo e sostenibile»: condividiamo senz’altro l’entusiasmo con cui Village for all (V4A®), la nota rete dedicata all’ospitalità accessibile, rende noto che il proprio progetto Destination4All® è stato selezionato per il 2025 tra i finalisti di un’iniziativa internazionale importante quale i World Sustainable Travel & Hospitality Awards, che ha lo scopo di riconoscere, celebrare e condividere le storie di individui e organizzazioni che accelerano il cambiamento e apportano un contributo significativo al turismo e ai viaggi sostenibili.
Fino al 30 agosto prossimo, professionisti del settore, media e pubblico possono sostenere la candidatura di Destination4All® (nella categoria World’s Leading Small Sustainable Destination 2025 ossia “Destinazione sostenibile leader nel mondo nel 2025”), votando il progetto a questo link. (S.B.)

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Una persona con disabilità nel labirinto della burocrazia

26 Agosto 2025 - 12:00pm

Dopo avere servito lo Stato per quasi 19 anni, un cinquantasettenne con disabilità, a causa di una serie di assurdi cavilli burocratici, si ritrova nella sconcertante situazione di non poter essere ricollocato al lavoro e, al contempo, di vedersi negata la pensione di inabilità. Ne raccontiamo la storia

Giacomo Catarci è un uomo con disabilità di 57 anni che risiede ad Anguillara Sabazia (Roma), il quale, dopo avere servito lo Stato per quasi 19 anni, a causa di assurdi cavilli burocratici, si sta ritrovando nella drammatica situazione di non poter essere ricollocato al lavoro e, al contempo, di vedersi negata la pensione di inabilità. Ben volentieri diamo ospitalità alla sua storia.

Catarci racconta dunque di essere interessato da una forma di distrofia muscolare (disferlinopatia o LGMD2B – R2) che, essendo genetica, è presente sin dalla nascita, ma si è manifestata intorno ai vent’anni. Il progredire della patologia ha fatto sì che nel 2009 l’ASL lo abbia riconosciuto totalmente inabile. Sotto il profilo lavorativo ha prestato servizio per 17 anni (dal 2000 al 2017) presso l’Associazione Allevatori, ente parastatale che, sotto il profilo pensionistico, era coperto dalla Cassa per le Pensioni dei Dipendenti degli Enti Locali (CPDEL). Il 10 luglio 2017 ha perso il lavoro per un licenziamento collettivo e ha percepito il sussidio di disoccupazione (NASPI) sino all’ottobre 2019, arrivando così ad un totale di quasi 19 anni di servizio.
Va precisato che un tempo la CPDEL era una Cassa Autonoma, ma poi, insieme ad altre gestioni previdenziali per il pubblico impiego, è stata integrata nell’INPDAP (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica), anch’esso soppresso nel 2011, con conseguente trasferimento delle funzioni all’INPS.

Tornando alla nostra storia, Catarci spiega che nel 2018, mentre percepiva il sussidio di disoccupazione, ha presentato all’INPS la domanda per percepire la pensione di inabilità assoluta, prevista per i dipendenti pubblici con almeno 5 anni di contributi (ai sensi dell’articolo 2, comma 12, della Legge 335/95). Tuttavia l’INPS ha respinto la richiesta, adducendo quale motivazione la mancanza del requisito del «licenziamento per infermità», essendo egli stato licenziato nell’àmbito di un licenziamento collettivo per giustificato motivo.
A quel punto Catarci ha fatto causa all’INPS, ma anche la Corte dei Conti (con un pronunciamento del 23 novembre 2021) ha respinto il ricorso, rilevando che, pur avendo la persona i requisiti sanitari e contributivi previsti dalla normativa per accedere alla provvidenza economica, mancava il requisito del «licenziamento per infermità».
Il trattamento appare del tutto iniquo perché, come osserva Catarci, dopo avere versato circa 19 anni di contributi, l’unica ragione del rifiuto è il motivo del licenziamento, mentre «se fossi stato solo gestione INPS non avrei avuto nessun problema perché la normativa non prevede nessun licenziamento».

Ma il paradosso non finisce qui, perché essendo stato equiparato ad un dipendente pubblico con Cassa CPDEL, Catarci non avrebbe dovuto essere licenziato come un lavoratore privato e percepire il sussidio di disoccupazione, egli avrebbe infatti dovuto essere ricollocato al lavoro. Dunque, sotto il profilo del licenziamento è stato considerato come un lavoratore privato, mentre sotto il profilo dell’accesso alla provvidenza vengono richiesti requisiti non previsti dall’INPS (che richiede solo 5 anni di contributi). «Lo trovo veramente discriminante. Perché i miei contributi non sono uguali a quelli dei privati?»

Insoddisfatto della risposta della Corte dei Conti, il 21 novembre 2022, tramite il proprio legale, Catarci ha presentato un ricorso in appello in cui sono state menzionate alcune Sentenze che non hanno ritenuto indispensabile il licenziamento per infermità quale requisito previsto dalla Legge 335/1995 per accedere alla pensione. Ma anche in questo caso, con una Sentenza del 7 giugno di quest’anno, il ricorso è stato respinto.
«Pertanto, ad oggi, mi trovo senza pensione di inabilità dopo avere servito lo Stato per quasi 19 anni, lo trovo veramente assurdo», conclude amaramente Catarci. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Un piacere e un onore essere media partner dell’ottava edizione di “Turismi Accessibili”

26 Agosto 2025 - 11:31am

È per Superando un piacere e un onore essere media partner dell’ottava edizione di “Turismi Accessibili”, premio che quest’anno reca quale sottotitolo “Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer Superano le Barriere” e al quale si potrà partecipare entro il 25 settembre. L’iniziativa premia l’accessibilità che già esiste nelle varie tipologie di servizi, sia riferendosi a progetti, attività e a servizi, sia a coloro che nell’àmbito della comunicazione abbiano saputo valorizzarli

Voluto dall’indimenticata Simona Petaccia, a suo tempo firma assidua anche del nostro giornale, il premio Turismi Accessibili, che quest’anno reca quale sottotitolo Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer Superano le Barriere, sta vivendo la sua ottava edizione, lanciata come sempre dall’Associazione Diritti Diretti, fondata anch’essa da Petaccia.
Divenuto ormai un importante appuntamento di rilievo nazionale, il premio ha visto, nelle scorse edizioni, la partecipazione di decine di progetti, catalizzando su di sé l’attenzione dei media nazionali e dei social di tutta Italia, oltreché contando sul patrocinio di Istituzioni quali il Parlamento e la Commissione Europea, la Presidenza del Consiglio, i Ministeri della Cultura, del Turismo e per le Disabilità, l’ENIT (Agenzia Nazionale del Turismo) la Regione Abruzzo, l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, il Comune di Chieti e l’Ordine dei Giornalisti dell’Abruzzo.

È per Superando, quindi, un particolare piacere e onore esserne media partner per l’edizione in corso, allo scopo di dare sempre più visibilità a un’iniziativa che abbiamo per altro trattato sulle nostre pagine sin dalla sua prima edizione. In tal senso cediamo ben volentieri la parola a Marta Russo, presidente di Diritti Diretti, che ricorda le caratteristiche del premio. «Turismi Accessibili – spiega – premia l’accessibilità che già esiste nelle varie tipologie di turismo: culturale, enogastronomico, sportivo, congressuale, balneare, montano, termale, scolastico, religioso, dando risalto sia a progetti, attività e servizi di chi, in Italia, è riuscito a produrre sviluppo socio-economico, unendo i concetti di attrattività, innovazione, estetica e/o sostenibilità alla cultura dell’accessibilità, sia a servizi e articoli giornalistici, video e campagne di comunicazione che raccontano le eccellenze. Il premio è pertanto aperto a tutti coloro che abbiano realizzato nel turismo accessibile e inclusivo progetti, percorsi, attività o strutture ricettive per garantire a tutti la migliore fruizione e il benessere in viaggio, rivolgendosi anche, in particolare, ai professionisti nell’ambito della comunicazione in ogni sua declinazione, quindi giornalisti, comunicatori e influencer che abbiano realizzato un reportage o una campagna su progetti relativi al turismo accessibile, al fine di far conoscere le buone pratiche in questo àmbito».

Novità fondamentale di quest’anno è che saranno previsti ben tre riconoscimenti, assegnati dalla giuria, vale a dire Il Premio degli Esperti alle eccellenze italiane in riferimento a: Accoglienza e servizi turistico ricettivi; Accoglienza e fruizione nei luoghi della cultura; Giornalismo e comunicazione.
Chiunque voglia quindi partecipare può inviare la propria candidatura entro e non oltre il 25 settembre e la premiazione, dopoché lo scorso anno si era tenuta al Parco dei Priori di Fossacesia (Chieti), nel quadro del Festival dell’Architettura 2024, si terrà per la prima volta in Campania, a Napoli, il 18 ottobre, in un suggestivo scenario che verrà svelato quanto prima. (Stefano Borgato)

Il bando con tutte le informazioni per partecipare (entro il 25 settembre, come detto) all’ottava edizione del premio Turismi Accessibili – Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer Superano le Barriere è disponibile a questo link. Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: info@dirittidiretti.it.

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L’ISTAT e il volontariato: cambiano le forme dell’impegno, ma resta alta la voglia di partecipare

25 Agosto 2025 - 6:34pm

«Questi dati parlano di un’irriducibile spinta alla solidarietà degli italiani che sfida l’indifferenza e l’individualismo»: così Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum del Terzo Settore, commenta i dati sul vgolontariato recentemente diffusi dall’ISTAT. «Il volontariato in Italia sta cambiando, ma mantiene il proprio ruolo centrale per la tenuta delle comunità» annota dal canto suo Chiara Tommasini, presidente di CSVnet

«I dati recentemente diffusi dall’ISTAT sul volontariato offrono nuove, interessanti chiavi di lettura su un fenomeno che è in grado di raccontare molto del nostro Paese, delle trasformazioni sociali in atto e di un’irriducibile spinta alla solidarietà degli italiani che sfida l’indifferenza e l’individualismo, anche trovando nuove vie di espressione per adattarsi ai contesti mutati. Se infatti da una parte l’indagine conferma il calo del numero dei volontari nell’ultimo decennio, dall’altra, rispetto ai dati diffusi nel 2023 (riferiti al 2021), essa comunica che siamo ora in una fase di stabilizzazione, se non addirittura di timida ripresa dell’impegno volontario»: così Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, commenta i dati diffusi a fine luglio dall’ISTAT, con l’Indagine multiscopo Uso del tempo 2023 che include la seconda edizione del modulo dedicato al lavoro volontario (a questo link è disponibile il testo integrale del nuovo rapporto ISTAT). La prima edizione era stata condotta dieci anni prima.
«Elementi come la crescita delle forme di volontariato che tengono insieme gli aiuti diretti e l’impegno nelle organizzazioni – aggiunge Pallucchi -, ma anche l’aumento dei volontari nelle attività culturali e assistenziali, evidenziano l’emergere di nuovi bisogni sociali che necessitano di nuove tipologie di risposte. Da questo punto di vista le organizzazioni sono direttamente chiamate in causa, nel compiere passi avanti nella comprensione di una realtà che cambia e nell’adeguamento ad essa, senza perdere, ma anzi rafforzando, ciò che le contraddistingue: in primis la capacità di costruire una rete sociale, di offrire una cornice di valori condivisi nella quale operare, di favorire l’acquisizione di competenze e, ancora, di porsi come facilitatrici tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzare azioni concrete di cittadinanza attiva».
«Questa evoluzione da parte delle organizzazioni – conclude la Portavoce del Forum – è a maggior ragione necessaria per intercettare quel desiderio, che l’ISTAT indica in netto aumento, di indirizzare il proprio contributo verso cause collettive, ambientali e civiche piuttosto che verso relazioni dirette. Questo desiderio è il segno che, davanti a un’umanità che mostra sempre più segnali di crisi, si fa più forte la presa di coscienza dell’importanza del bene comune».

«Il volontariato in Italia sta cambiando – annota dal canto suo Chiara Tommasini, presidente di CSVnet, l’Associazione Nazionale che riunisce i 49 Centri di Servizio per il Volontariato, commentando a propria volta i dati diffusi dall’ISTAT -: reagisce alle crisi e ne è anche colpito, ma mantiene il suo ruolo centrale per la tenuta delle comunità. Sono infatti un milione i volontari che si impegnano sia con organizzazioni strutturate sia in modo diretto, a dimostrare come le forme stiano cambiando e si alimentano, diffondendo la cultura della partecipazione».
«Dai dati – prosegue Tommasini – emerge un certo calo, quantificato nel 3,6% del numero complessivo di coloro che fanno volontariato. Una diminuzione che era già stata confermata da altre indagini sul volontariato, frutto anche delle crisi sociali vissute dal nostro Paese nell’ultimo decennio e degli effetti della pandemia. Ma il numero di volontari complessivi fotografato dall’indagine è di 4,7 milioni, ossia un pilastro fondamentale in ogni territorio. Sono dati che confermano le tendenze osservate dai Centri di Servizio per il Volontariato nel Paese: cambiano le forme di impegno che vivono una continua evoluzione, ma la voglia di partecipare si mantiene alta e va incoraggiata e alimentata in modo corretto».
«Per i Centri di Servizio per il Volontariato – conclude la Presidente di CSVnet – sono quattro le direttrici principali che orientano il supporto al volontariato per sostenerne lo sviluppo e l’autonomia sui territori: la promozione del ricambio generazionale e la rigenerazione delle leadership all’interno delle organizzazioni, linea di azione la cui importanza è confermata anche da questi nuovi dati; il sostegno alla co-programmazione delle politiche di welfare con particolare riferimento alla salute; la promozione del volontariato nella cura delle aree interne e la valorizzazione di esso all’interno di modelli di economia civile. Lungo queste quattro linee di sviluppo ci continueremo a indirizzare per rafforzare il sostegno dei Centri di Servizio per il Volontariato alle organizzazioni presenti su tutto il territorio». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it; ufficiostampa@csvnet.it.

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Vita indipendente per tutti: la necessità di un confronto aperto

25 Agosto 2025 - 6:01pm

 

«Si deve sviluppare un confronto – scrive Alessandro Manfredi – e farlo in particolare all’interno della Federazione FISH, sul tema del rapporto fra servizi e progetto di vita per le persone con disabilità. Questo per poter pervenire a un momento di sintesi, necessario a perseguire un percorso di ulteriore sviluppo delle prospettive di vita di tutte le persone con disabilità, come ben sottolineato da Giovanni Merlo in un successivo intervento pubblicato su queste stesse pagine»

Se un merito può essere dato al recente intervento in Superando di Giovanni Marino, presidente dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo) [“Le residenze non sono istituti, ma modelli abitativi progettati a misura dei bisogni assistenziali delle persone”, N.d.R.], è quello di evidenziare la necessità che all’interno della FISH (Federazione per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) si debba sviluppare un confronto su temi posti in modo molto forte e provocatorio, come ad esempio quello del rapporto fra servizi e progetto di vita per le persone con disabilità. Questo per poter pervenire a un momento di sintesi, necessario a perseguire un percorso di ulteriore sviluppo delle prospettive di vita di tutte le persone con disabilità, come ben sottolineato da Giovanni Merlo in un successivo intervento sempre pubblicato da Superando [“Libere tutte, le persone con disabilità, ma proprio tutte”, N.d.R.].
Questo di fatto ha già preso corpo con gli interventi di Vincenzo Falabella, di Roberto Speziale e Marco Faini [rispettivamente “Una riflessione viva e necessaria su residenzialità, deistituzionalizzazione e democrazia” e “Disabilità: svolgere insieme continue ‘prove tecniche di trasformazione’”, N.d.R.], oltre a quello or ora citato di Giovanni Merlo, che contengono al loro interno diversi punti in comune e del tutto condivisibili.

Il punto di partenza è rappresentato dalla necessità di affermare nel nostro Paese i dettati della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Ritengo che a questo punto sia necessario che il confronto non si sviluppi solo su un organo d’informazione autorevole edito dalla FISH, come è appunto Superando, ma coinvolga gli organismi della FISH stessa, in modo particolare la Giunta e il Consiglio Nazionale, ma anche il percorso congressuale che FISH sta avviando a livello regionale. Non è un confronto da mese d’agosto, ma un tema che dev’essere messo all’ordine del giorno nei nostri organismi, quando riprenderanno le attività ordinarie, dopo la pausa estiva.
Il contributo che voglio portare è quello di una persona che vive il mondo della disabilità da parecchi anni: ho fatto parte di tre Consigli Direttivi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, attuale componente lombarda della FISH) con Fulvio Santagostini, Franco Bomprezzi e Alberto Fontana, e come presidente sono oramai al terzo mandato; nel mio territorio, quello della Provincia di Lodi, guido il gruppo delle Associazioni da almeno un ventennio. Questo, devo dirlo, senza che, personalmente, la mia famiglia sia stata finora interessata direttamente da problematiche del mondo della disabilità. Sottolineo questo aspetto perché mi porta a considerare con molto rispetto le opinioni, anche divergenti dalla mia, di quelle persone che hanno invece vissuto sulla propria pelle questa esperienza.
Ma come sono arrivato a condividere da parte mia il percorso, fortemente voluto dalla LEDHA, che in Regione Lombardia ha portato il Consiglio Regionale ad approvare all’unanimità il 6 dicembre 2022 la Legge Regionale 25/22, Politiche di welfare sociale regionale per il riconoscimento del diritto alla vita indipendente e all’inclusione sociale di tutte le persone con disabilità?
La mia riflessione si è basata su due considerazioni principali, derivate dall’esperienza che ho vissuto. La prima in merito al sistema dei servizi presenti nel mio territorio, come in tanti altri, che è stato il frutto di tanto impegno e di tante battaglie sviluppate dal mondo associativo per rispondere a problemi di persone e di famiglie che non trovavano adeguata riposta da parte delle Istituzioni.
Nel periodo che va dagli Anni Settanta al primo decennio degli Anni Duemila, questo sistema ha avuto il merito di costituire un effettivo avanzamento nelle condizioni di vita delle persone con disabilità. Ma negli ultimi 10-15 anni, per effetto delle normative introdotte dalle Istituzioni, sta portando a un’eccessiva burocratizzazione, che ne riduce la valenza, anche se siamo in presenza di notevoli sforzi da parte di realtà che fanno parte del nostro mondo associativo, di costruire percorsi che evitino questo rischio. Inoltre, di fronte al fatto che le risorse destinate a questi servizi si stanno progressivamente riducendo, si rende necessario trovare un’alternativa concreta alla residenzialità.

La seconda riflessione, molto personale, si basa sul pregiudizio che anch’io ho vissuto e superato, ma che ritengo sia ancora molto diffuso: considerare cioè le persone con disabilità, soprattutto quelle con gravi compromissioni di carattere cognitivo e intellettivo, come “persone di second’ordine” e quindi non nelle condizioni di potere godere degli stessi diritti di tutti.
La riflessione in merito al dettato della Convenzione ONU, sulla definizione stessa di disabilità, ha consolidato in me la convinzione che ogni persona, indipendentemente dalle proprie caratteristiche personali, compresa la disabilità, è unica e meritevole di un proprio percorso e progetto di vita, scelto autonomamente in base ai propri desideri e alle proprie potenzialità. È necessario, quindi, che la società sostenga le persone con disabilità nella realizzazione di questo percorso e di questo progetto.

Ultimamente, di fronte ai gravi problemi della nostra società, sono sempre più convinto che difendere i diritti delle persone con disabilità voglia dire anche lottare per i diritti di tante persone che, nella società e nel lavoro, vengono messi in discussione.
In ogni caso, ciò non mi ha mai portato, e non ha mai portato l’Associazione di cui sono presidente, a pensare che i servizi oggi esistenti non siano più necessari o debbano essere sic et simpliciter superati. Riteniamo invece, e abbiamo proposto, che le loro funzioni debbano rientrare a pieno titolo in un percorso progettuale scelto autonomamente dalle persone.
Certo, le questioni sono complesse e la strada è ancora lunga: per percorrerla dobbiamo, evidentemente, ancora parlarne e confrontarci in modo sincero e rispettoso.
Riporto, a questo proposito, alcuni temi che mi vengono suggeriti da un consigliere della mia Associazione, che meritano sicuramente di essere approfonditi:
° In quale rapporto possono stare vita indipendente e forme strutturate di residenza?
° Associazionismo e fornitura di servizi possono coesistere? E a quali condizioni?
° L’espressione dell’autodeterminazione, quando si considerano situazioni di persone con forte necessità di supporto, in quale modo può essere concretamente giocata per non rimanere una vuota dichiarazione di principio?
° Quali garanzie di maggiore efficacia offrono il budget di salute e di progetto rispetto al finanziamento attuale di servizi a carattere prevalentemente assistenziale?
° La fase di transizione dal modello assistenziale a quello che fa del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato lo strumento principe, quanto accettiamo possa durare? Mesi, anni, decenni?

Mi auguro che questo mio contributo possa essere colto come frutto di una volontà sincera di favorire un confronto sereno nel nostro mondo, e non solo, su questi temi.

*Presidente della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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“Sophie”, molto più di un semplice manichino

25 Agosto 2025 - 5:20pm

Si chiama “Sophie” il primo manichino seduto, ispirato alle persone che usano sedie a rotelle, ideato e sviluppato dalla Società Primark, in collaborazione con Sophie Morgan, presentatrice televisiva britannica, attivista per i diritti delle persone con disabilità e lei stessa donna in carrozzina. “Sophie” sarà protagonista nelle vetrine che presenteranno la linea “Adaptive” di Primark, la prima grande collezione di moda femminile e maschile pensata appositamente per le persone con disabilità Sophie Morgan davanti a “Sophie”, il manichino seduto su una sedia a rotelle, da lei stessa creato, insieme a Primark, che verrà esposto anche a Milano

Sophie, è questo il nome del primo manichino seduto, ispirato alle persone che usano sedie a rotelle, ideato e sviluppato da Primark, rivenditore di abbigliamento internazionale leader del settore, in collaborazione con Sophie Morgan, presentatrice televisiva britannica, attivista per i diritti delle persone con disabilità e lei stessa donna di sedia a rotelle. L’iniziativa intende confermare l’impegno dell’azienda per l’inclusione e una rappresentazione più equa nelle principali vie dello shopping.
Lanciato inizialmente in 22 negozi di punta in nove Paesi, compreso il negozio Primark di Via Torino a Milano, Sophie sarà protagonista nelle vetrine che presenteranno la linea Adaptive di Primark, la prima grande collezione di moda femminile e maschile pensata appositamente per le persone con disabilità, oltre alle collezioni principali del brand.

Il lancio rientra nel più ampio impegno della Società promotrice per introdurre una maggiore diversità nella propria gamma di manichini e rappresentare una più ampia varietà di corporature all’interno dei punti vendita. «Questo annuncio – ha dichiarato Ann-Marie Cregan, direttrice commerciale di Primark, in occasione della presentazione di Sophie – rappresenta un ulteriore traguardo nel nostro impegno per rendere Primark un luogo più accessibile, sia per i nostri clienti e la loro esperienza di shopping che per i nostri colleghi. Dall’introduzione di una gamma più inclusiva di manichini al lancio della nostra linea di abbigliamento Adaptive all’inizio di quest’anno, continuiamo a lavorare con determinazione per riflettere al meglio la diversità delle comunità che ci scelgono. Vedere il manichino Sophie nei nostri negozi è motivo di grande orgoglio ed è frutto di una straordinaria collaborazione tra i nostri team e Sophie Morgan».

Il percorso che ha portato alla realizzazione del manichino è durato oltre un anno ed è stato guidato dal team Visual Merchandising di Primark. Sophie Morgan, come detto, ha avuto un ruolo centrale durante tutte le fasi di progettazione: dalla creazione dei mood board* e la raccolta delle misurazioni corporee, alla revisione dei modelli 3D, fino alla visita al sito di produzione per le approvazioni finali.
Sin dall’inizio, sia Primark che Morgan hanno voluto assicurarsi che la posa del manichino rappresentasse in modo autentico una persona che utilizza una sedia a rotelle manuale. Parallelamente, il team di store design di Primark ha collaborato con Sophie allo sviluppo di un modello personalizzato di sedia a rotelle, progettato per essere perfettamente compatibile con il manichino e sufficientemente resistente da sostenere l’intenso traffico all’interno dei punti vendita.
«Questo progetto mi sta incredibilmente a cuore – dichiara la stessa Sophie Morgan -: è il risultato di oltre 15 anni di lavoro. Entrare in un grande negozio come Primark e vedere un manichino che mi somiglia è un’emozione profonda. Sophie, infatti, rappresenta molto più di un semplice manichino: è un simbolo di progresso e visibilità. Collaborare con Primark alla creazione di esso è stato un sogno. Ogni dettaglio, dalla postura al design della sedia a rotelle, pensata come naturale estensione del corpo, è stato studiato con attenzione per riflettere la vita reale delle persone che usano una sedia a rotelle. Non vedo l’ora di scoprire come verrà accolta».

Il lancio segue l’introduzione, lo scorso gennaio, della già citata linea Adaptive di Primark, una collezione di capi essenziali ispirati ai best-seller del brand – dai trench alle t-shirt, dai maglioni ai jeans – tutti progettati con caratteristiche pensate per rispondere alle esigenze delle persone con disabilità, permanenti o temporanee. Tra queste caratteristiche figurano chiusure magnetiche, bottoni a pressione, passanti in vita e aperture discrete per l’accesso a tubi, stomie o cateteri. La linea include anche opzioni specificamente pensate per chi passa molto tempo seduto, come appunto le persone che utilizzano una sedia a rotelle.
Nel 2024 Primark ha annunciato una serie di impegni volti a rendere il proprio business più accessibile. Tra questi: offrire prodotti più inclusivi, creare ambienti di vendita più accessibili, promuovere una cultura dell’inclusione, garantire una rappresentazione diversificata nelle proprie campagne e collaborare con organizzazioni e associazioni che si dedicano a migliorare la vita delle persone con disabilità. (Simona Lancioni)

*Per “moodboard” si intende una rappresentazione visiva di concetti e idee creata utilizzando una disposizione di immagini, testi e altri materiali di design.

Per ulteriori informazioni e appropfondimenti: Alessia Spoto (alessia.spoto@omnicomprgroup.com). Sul tema riguardante la moda adattiva, suggeriamo anche la lettura, sulle nostre pagine, del contributo di Stefania Delendati intitolato Moda adattiva, quando l’abito abbatte le barriere (a questo link).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Il nuovo Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente presso l’Unità Spinale di Perugia

25 Agosto 2025 - 4:35pm

Annunciato qualche settimana fa dalla Fondazione Serena Olivi, insieme all’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente) e a un nutrito gruppo di professionisti dell’Unità Spinale Unipolare dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, verrà attivato dalla metà di settembre un Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente all’interno della stessa Unità Spinale Un’immagine dell’incontro durante il quale è stata annunciata la nascita del Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente presso l’Unità Spinale dell’Ospedale di Perugia

È stata annunciata qualche settimana fa dalla Fondazione Serena Olivi, insieme all’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente) e a un nutrito gruppo di professionisti dell’Unità Spinale Unipolare dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, l’imminente attivazione di un Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente all’interno della stessa Unità Spinale.
L’annuncio è stato dato nel corso di un incontro operativo alla presenza di Emanuele Ciotti, nuovo direttore generale, oltre che dell’Azienda USL Umbria, dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, per un’iniziativa volta a promuovere opportunità di Vita Indipendente e inclusione delle persone con lesione midollare e a rafforzare la rete regionale di supporto sociale e sanitario.

«Questo progetto – si legge in una nota diffusa per l’occasione – è nato da un percorso di ampio respiro per il rilancio dell’Unità Spinale di Perugia, avviato e condiviso dall’Azienda Ospedaliera, con la precedente Direzione Aziendale, e dal presidente nazionale della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane delle Persone con lesione al midollo spinale) Vincenzo Falabella, un percorso che ha visto il ruolo centrale del primario dell’Unità Spinale, Sauro Biscotto, il quale ha presentato, oltre al tema stesso del rilancio dell’Unità Spinale, anche l’attivazione di questa nuova iniziativa che mira appunto ad offrire una risposta concreta alle esigenze di consulenza e accompagnamento dopo il trauma, in vista del ritorno a casa delle persone con lesione midollare».
«Il Presidio – si legge ancora – è realizzato in attuazione della Legge Regionale Umbra 7/24, che norma il Progetto globale delle persone con lesione midollare e funzionamento dell’unità spinale unipolare nel Servizio sociosanitario umbro, ponendosi come un modello di riferimento in linea con il nuovo Piano Socio-Sanitario, fungendo da buona pratica per la continuità assistenziale tra ospedale e territorio. Il Presidio stesso sarà strettamente coordinato con la Centrale Operativa Territoriale (COT), per contribuire a garantire una continuità assistenziale efficace tra ospedale e territorio. Si tratta di un collegamento che rafforza il ruolo dei Presìdi dell’Agenzia per la Vita Indipendente della Zona Sociale 2, già attivi presso i Punti Unici di Accesso (PUA) del Distretto di Perugia».
«L’oggetto di questo percorso avviato all’interno dell’Unità Spinale – prosegue la nota -, è la capacità di garantire opportunità e sostegni finalizzati alla salute, alla qualità della vita e alla Vita Indipendente delle persone con disabilità, in particolare quelle con lesione midollare. L’attività del Presidio si fonda su una convenzione triennale sottoscritta tra l’Azienda Ospedaliera di Perugia e l’AVI Umbria».

«Siamo orgogliosi di avere contribuito alla realizzazione di un accordo che amplia i servizi a favore di chi affronta l’esperienza di una lesione midollare – dichiara Andrea Tonucci, presidente dell’AVI Umbria -. Questo Presidio rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra settore pubblico e Terzo Settore, per garantire il diritto alla Vita Indipendente sostenendo l’autonomia, la dignità, la consapevolezza di ogni persona. L’iniziativa si propone infatti di offrire, in stretto coordinamento con medici, infermieri, terapisti, psicologa e operatori socio-sanitari dell’Unità Spinale Unipolare, un’opportunità di confronto e di supporto da parte del nostro team, composto da consulenti alla pari e da un’assistente sociale».

In sintesi, dunque, gli obiettivi dell’iniziativa sono: offrire consulenza alla pari e supporto informativo ai pazienti e alle famiglie; facilitare l’accesso ai servizi del Centro di Mobilità; monitorare i bisogni emergenti e proporre azioni di sistema; promuovere consapevolezza e autodeterminazione nel percorso di cura, ri-abilitazione e inclusione nella società.
L’avvio ufficiale delle attività è previsto per la metà del prossimo mese di settembre e tutto sarà reso possibile grazie al contributo della Fondazione Serena Olivi, da sempre attenta all’autonomia delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@aviumbria.org.

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Il Modello DAMA nella bozza del Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte

25 Agosto 2025 - 1:36pm

Soddisfazione viene espressa dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, per l’inserimento del Modello DAMA (“Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) nella bozza del nuovo Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte, nonché per un recente Ordine del Giorno che impegna la Giunta Regionale ad attivare lo stesso Modello DAMA sul proprio territorio piemontese. Nata lo scorso anno, la Rete Obiettivo DAMA Torino conta oggi sull’adesione di 32 organizzazioni

«Con grande soddisfazione accogliamo l’inserimento del Modello DAMA nella bozza del nuovo Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte, un riconoscimento che è il risultato tangibile dell’impegno congiunto delle associazioni aderenti alla nostra Rete e di una crescente sensibilità da parte delle istituzioni»: lo si legge in una nota diffusa nelle scorse settimane dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, nata nel novembre dello scorso anno, come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, «con l’intento di promuovere l’implementazione del Modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance, ovvero “Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) in Piemonte, una Regione che purtroppo, ad oggi, non dispone ancora di un sistema strutturato ed efficace per garantire accesso alle cure ospedaliere alle persone con disabilità gravi e gravissime». Ad annunciarlo era stato un gruppo di Associazioni piemontesi e di persone impegnate per la tutela dei diritti della disabilità intellettiva/autismo, volendo appunto fare riferimento al sistema DAMA, di cui tante volte ci siamo occupati.
Tale modello, in sostanza, mette a disposizione un sistema coordinato che inizia con un centralino quale “triage” telefonico, prosegue con la presa in carico diretta da parte di un ambulatorio specificamente organizzato all’interno dell’ospedale e si affida a un’équipe multidisciplinare opportunamente formata, prevedendo percorsi di cura cuciti sulle caratteristiche e necessità del singolo paziente, evitando forzature e contenzioni non necessarie, favorendo il coinvolgimento del familiare/caregiver, sempre presente al suo fianco nel percorso di cura ed evitando stress e disagi eccessivi. Una pianificazione attenta permette quindi una diminuzione del rischio di complicazioni, una riduzione di ricoveri e accessi impropri al Pronto Soccorso, anche con un contenimento dei costi connessi alla gestione di situazioni emergenziali.

«Un ulteriore motivo di incoraggiamento – aggiungono dalla Rete Obiettivo DAMA Torino – è l’Ordine del Giorno n. 323, presentato dal consigliere regionale Silvio Magliano e approvato il 4 agosto, che impegna la Giunta Regionale ad attivare il Progetto DAMA sul territorio piemontese. Un Ordine del Giorno che riflette un consenso trasversale e diffuso, già manifestato attraverso le approvazioni in diversi Consigli Comunali di analoghi Ordini del Giorno (Nichelino, Druento e ulteriori Comuni – ad esempio Torino, Beinasco, Rivalta ecc. – in fase di discussione), tutte iniziative che sottolineano la sentita urgenza di colmare il divario presente e di garantire pari opportunità di accesso alle prestazioni sanitarie».
«Dal canto nostro – concludono dalla Rete – ribadiamo la piena disponibilità a proseguire la collaborazione con l’Assessorato e con gli Uffici Tecnici, al fine di raggiungere al più presto l’obiettivo dell’attuazione concreta ed integrale del Modello DAMA anche nella Regione Piemonte». (S.B.)

A questo link è disponibile il testo integrale del comunicato diffuso dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, con l’elenco in calce delle organizzazioni che vi aderiscono. Per ulteriori informazioni: reteobiettivodama@gmail.com.

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Un passo in avanti verso la Protezione Civile in un’ottica inclusiva

25 Agosto 2025 - 12:51pm

Qualche mese fa è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale, un provvedimento che rappresenta un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nel presente approfondimento, Stefano Zanut ne esamina i vari contenuti Simulazione di soccorso nei confronti di persone con disabilità in una situazione di emergenza

Nel mese di marzo scorso è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale: Indicazioni operative del Capo del Dipartimento per la pianificazione degli interventi di protezione civile a favore di persone con specifiche necessità. Sono indicazioni di rilievo in questo campo che rappresentano un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni contenute nell’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il Decreto, parte integrante delle disposizioni previste dal Codice della Protezione Civile, stabilisce un quadro di intervento chiaro, con l’obiettivo di garantire che nessuno venga escluso nelle situazioni critiche di un evento emergenziale. L’esperienza maturata negli scenari operativi reali o esercitativi, infatti, ha permesso di individuare alcune criticità dovute a:
° difficoltà di accesso all’informazione in fase preventiva e a emergenza in corso;
° conoscenza incompleta o non adeguata in merito alla presenza di persone con specifiche necessità assistenziali;
° inadeguata valutazione delle condizioni e delle necessità di cui sopra;
° carenza di coordinamento e condivisione delle informazioni tra i diversi soggetti competenti per il superamento delle criticità riscontrate;
° mancata o limitata corrispondenza tra le risorse utilizzate per il soccorso e l’assistenza alle persone più vulnerabili.
Qui le “persone con specifiche necessità” sono identificate come «persone le cui necessità si possono presentare in maniera molto diversificata in considerazione delle condizioni individuali, dell’età o di specifici momenti della vita di ciascuno. Per tali persone le misure di soccorso e assistenza previste dalla pianificazione di protezione civile per la popolazione generale non sono adeguate o sufficienti».
Spesso il Decreto richiama anche il concetto di vulnerabilità in relazione ai rischi naturali o antropici, un concetto legato non solo alle condizioni delle persone, ma che risente anche del contesto ambientale con cui interagiscono e da come questo è capace di favorire o compromettere le loro azioni di autoprotezione in emergenza. Nel merito si veda anche l’analisi proposta da chi scrive [Stefano Zanut], insieme a Consuelo Agnesi in La vulnerabilità come condizione umana dei disastri, pubblicazione proposta nell’ambito dei “Quaderni di Molteplicit(t)à” curati da CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità), nell’àmbito di una collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

Gli obiettivi della pianificazione e le attività connesse
Nell’àmbito della pianificazione di Protezione Civile sono considerati i seguenti obiettivi:
– accessibilità dei contenuti del piano di Protezione Civile e delle informazioni a tutte le persone che vivono e si muovono sul territorio, sia in condizioni ordinarie che in emergenza, affinché siano adottati i più idonei comportamenti;
– applicabilità alle persone con specifiche necessità delle misure di tutela della popolazione previste nei piani di Protezione Civile;
– adeguata sistemazione alloggiativa per le persone con specifiche necessità nel caso si renda necessario il trasferimento della popolazione di un territorio colpito da un evento calamitoso;
– continuità o ripristino di protocolli terapeutici e/o riabilitativi.

Per conseguire tali obiettivi, le attività da sviluppare sono:
1. coordinamento delle informazioni e delle risorse per l’assistenza alle persone con specifica necessità;
2. acquisizione delle informazioni rilevanti sulla popolazione con specifiche necessità;
3. ricognizione delle risorse umane e materiali per l’assistenza alle persone che stiamo considerando in emergenza. A tal proposito il Decreto suggerisce di valorizzare e mettere a sistema le informazioni, le attività, gli strumenti e i moduli disponibili in capo ai servizi sociali e sanitari e alle organizzazioni di volontariato di Protezione Civile, agli Enti del Terzo Settore in materia di assistenza e supporto alle persone con specifiche necessità;
4. elaborazione di un piano di comunicazione alla popolazione capace di garantire la massima accessibilità ai contenuti e la corretta fruibilità delle informazioni;
5. organizzazione di attività formative e addestrative su questi temi.

I punti salienti
Le indicazioni contenute nel Decreto forniscono una serie di misure da applicare nei piani di emergenza e nella gestione delle risorse, capaci di considerare i bisogni reali delle persone, tra cui:
° Identificazione e mappatura dei bisogni: ogni piano di emergenza deve prevedere la mappatura delle persone con necessità particolari, sia permanenti che temporanee, in modo che possano ricevere la più tempestiva e appropriata risposta. È questa una competenza a carico dei Comuni, in sinergia con i servizi socio-sanitari e le associazioni del territorio.
° Accessibilità delle informazioni: risulta essenziale che le comunicazioni di emergenza siano strutturate in modo da garantire che tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità sensoriali o cognitive, possano riceverle e comprenderle. Qui diventa importante considerare aspetti come l’uso di linguaggi semplificati, sottotitoli, la LIS (Lingua dei Segni Italiana) e altri strumenti capaci di superare barriere comunicative per le persone.
° Formazione specializzata: un altro pilastro delle nuove linee guida. Operatori pubblici, tecnici, soccorritori e volontari devono infatti essere adeguatamente preparati per affrontare le specifiche problematiche che potrebbero emergere nell’interazione con persone fragili. La formazione deve coprire aspetti sia teorici che pratici, con un focus sulla comunicazione e sulla capacità di gestire la situazione di emergenza in modo inclusivo.
° Partecipazione delle persone vulnerabili: tutte le persone con disabilità e le loro famiglie sono chiamate a partecipare attivamente alla costruzione dei piani di Protezione Civile. Questo processo di co-progettazione assicura che le soluzioni adottate siano capaci di rispondere in modo concreto alle loro necessità quotidiane e straordinarie.
° Coordinamento interistituzionale e con il Terzo Settore: le nuove linee guida enfatizzano l’importanza di un coordinamento tra tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni locali e sanitarie alle organizzazioni del Terzo Settore, dalle associazioni di volontariato alle realtà che rappresentano le persone con disabilità. Solo un lavoro sinergico tra tutti i soggetti può permettere infatti di creare risposte rapide, coordinate e adattabili alle esigenze della popolazione.

L’importanza delle reti di supporto
Tra i molti aspetti innovativi del Decreto, c’è anche l’istituzione di “reti di supporto” cui devono provvedere i Comuni, per favorire la diffusione della cultura di Protezione Civile e rafforzare la cosiddetta “capacità sociale” richiamata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Qui le reti sono intese come «infrastrutture sociali basate sulla collaborazione tra gli attori del settore pubblico, privato, comunitario, Terzo Settore e le associazioni di rappresentanza che operano a livello locale per contribuire a ridurre l’impatto dei disastri».
Questi i compiti a loro carico:
° supporto alla persona nella preparazione a situazioni di emergenza;
° supporto alla persona per gli interventi idonei alla messa in sicurezza in caso di emergenza;
° contatto con l’Autorità di Protezione Civile per la richiesta di supporto e/o specifica assistenza.
In sostanza si configura una sorta di struttura sociale capace di intervenire prontamente per soddisfare le prime necessità assistenziali in caso di evento calamitoso, dove ognuno può dare il proprio contributo fattivo, dal vicino di casa al caregiver familiare. Da questo punto di vista si configura una condizione partecipata che rappresenta il cuore stesso del concetto di Protezione Civile.

Le implicazioni negli aspetti di pianificazione e i nuovi strumenti operativi
L’introduzione di questi princìpi implica non solo una revisione dei piani di emergenza esistenti, ma anche l’integrazione di nuovi strumenti operativi. La Protezione Civile, infatti, deve evolversi per rispondere in modo mirato alle emergenze che coinvolgono tutte le persone della società. Tra gli aspetti tecnici più rilevanti ci sono:
– Adattamento delle infrastrutture di comunicazione: è necessario, infatti, che i sistemi di allerta possano raggiungere e coinvolgere tutte le categorie vulnerabili presenti nel territorio. L’adozione di tecnologie per l’accessibilità, come apposite piattaforme digitali e sistemi di allerta multicanale, diventa pertanto un aspetto cruciale.
– Modellizzazione dei piani di evacuazione e intervento: gli interventi devono essere progettati con una logica universale, capace di comprendere tutte le potenzialità e le condizioni che possono limitare la risposta delle persone coinvolte. Per questo la progettazione deve basarsi sulla differenziazione delle risposte alle persone con disabilità o altre necessità, prevedendo strumenti di supporto (ad esempio mezzi di trasporto accessibili, presenza di operatori capaci di garantire supporto psicologico ecc.).
– Uso della tecnologia: il Decreto enfatizza l’uso di tecnologie per garantire una maggiore efficacia nella gestione delle emergenze. L’adozione di soluzioni digitali che facilitino la mappatura, la gestione delle risorse e la comunicazione in tempo reale tra i diversi attori risulta quindi essenziale per un’efficace pianificazione.

Conclusioni: la Protezione Civile come sistema inclusivo
Come evidenziato, con queste nuove indicazioni il sistema nazionale della Protezione Civile italiano compie un importante passo in avanti verso un modello più inclusivo, in cui viene posta al centro la tutela della sicurezza e del benessere di tutti i cittadini e le cittadine, a prescindere dalle loro condizioni fisiche, sensoriali, cognitive o sociali. Da questo punto di vista il Decreto non rappresenta un semplice aggiornamento normativo, ma una visione innovativa della pianificazione delle emergenze in cui le persone vengono riconosciute nella pluralità dei loro bisogni.
L’attuazione delle linee guida richiederà una stretta collaborazione tra le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni non profit e i professionisti della Protezione Civile, per garantire che tutti e tutte, senza eccezioni, possano affrontare le emergenze con la stessa dignità e protezione.

*stefano.zanut@gmail.com.

Sicurezza per tutti, anche in emergenza
Con il presente importante contributo prosegue il proprio percorso la rubrica di Superando denominata Sicurezza per tutti, anche in emergenza, voluta per affrontare i temi della sicurezza e della gestione dell’emergenza dal punto di vista dell’inclusione e curata da Stefano Zanut. L’obiettivo non è solo quello di proporre un’informazione generale su questi temi, ma anche di far conoscere e condividere esperienze condotte in questo campo per rilanciarle, affinché possano diffondersi e affermare una cultura su questi temi che sappia diventare patrimonio comune.
Stefano Zanut è architetto e già direttore vicedirigente dei Vigili del Fuoco del Comando di Pordenone, nonché già membro dell’Osservatorio sulla Sicurezza e il Soccorso delle Persone con Esigenze Speciali attivato proprio dai Vigili del Fuoco. Ha al proprio attivo una lunga esperienza in questo campo, che ha condiviso curando numerose pubblicazioni e partecipando a iniziative di vario tipo, tra cui l’attività nell’àmbito di CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) e del CTS del CRIBA Friuli Venezia Giulia (Centro Regionale di Informazione sulle Barriere Architettoniche) del Friuli Venezia Giulia.

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