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“SPORT SI PUÒ”: un investimento sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità

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Oltre 5.000 alunni con disabilità coinvolti dal 1997 a oggi, centinaia di scuole partecipanti e una rete sempre più solida tra enti pubblici, associazioni e sponsor privati: sono i numeri di “SPORT SI PUÒ”, progetto dell’Associazione POLHA-VARESE, che anche in questo 2026 continua ad offrire in orario scolastico corsi gratuiti di nuoto a bambini e ragazzi con disabilità tra i 6 e i 14 anni. Non solo un progetto sportivo, ma un investimento continuativo sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità Il logo di “SPORT SI PUÒ”, realizzato da Simone Barlaam

Oltre 5.000 alunni e alunne con disabilità coinvolti dal 1997 a oggi, centinaia di scuole partecipanti e una rete sempre più solida tra enti pubblici, associazioni e sponsor privati: sono numeri assai significativi quelli che contraddistinguono la storia di SPORT SI PUÒ, progetto promosso dall’Associazione POLHA-VARESE, che anche in questo 2026 continua ad offrire in orario scolastico corsi gratuiti di nuoto a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità tra i 6 e i 14 anni.
«Nato ormai ventinove anni fa da un’idea del Tavolo Provinciale Sport Disabili – spiega Daniela Colonna-Preti, presidente di POLHA-VARESE – e sostenuto interamente dalla Provincia di Varese fino al 2014, questo nostro ha saputo trasformarsi nel tempo senza mai interrompersi. Dal 2015, infatti, la continuità è stata garantita dal nostro impegno organizzativo ed economico e dalla collaborazione con Comuni, gestori degli impianti sportivi e sponsor del territorio. Preme ricordare che nei suoi anni di massima espansione, SPORT SI PUÒ ha raggiunto risultati impensabili: fino a 320 alunni/alunne coinvolti in un solo anno, 8 piscine attive, 60 scuole partecipanti, 35 istruttori specializzati e oltre 200 tra insegnanti ed educatori coinvolti. Numeri che testimoniano non solo la portata dell’iniziativa, ma anche l’impatto concreto di essa sul territorio».

In questo 2026, dunque, il progetto è attivo nelle piscine di Caronno Pertusella, Castiglione Olona, Tradate e Varese, grazie al sostegno dei rispettivi Comuni, insieme a quelli di Casciago, Venegono Inferiore e Superiore.
I gestori degli impianti (Omnia Sport, New Swim, Mio Club e Palaghiaccio Varese) mettono a disposizione gli spazi acqua a condizioni agevolate, mentre POLHA e altre Associazioni di volontariato garantiscono il servizio di trasporto.
Fondamentale quest’anno, inoltre, assieme al contributo “storico” della Famiglia Orrigoni con Tigros e del Rotary Club Varese che da anni affiancano il progetto coprendo i costi eccedenti i contributi pubblici, è il supporto del Gruppo Alpini di Vergiate che permetterà di sostenere alcuni costi imprevisti.
A completare infine la rete territoriale, sono le piscine di Luino, Jerago con Orago e Saronno – insieme ai rispettivi Comuni e ai gestori Forus Italia, Aquamore e Saronno Servizi – che dal 2024 portano avanti l’iniziativa in autonomia, mantenendo la formula organizzativa originaria trasmessa da alla POLHA.

«Gli alunni e le alunne – ricorda ancora Colonna-Preti – partecipano ai corsi durante l’orario scolastico: accompagnati dai loro insegnanti, raggiungono le piscine dove vengono seguiti da istruttori specializzati nella didattica del nuoto per persone con disabilità e dai volontari della POLHA. Grazie a questa sinergia tra pubblico e privato, anche quest’anno oltre 300 bambini/bambine e ragazzi/ragazze vivranno gratuitamente un’esperienza sportiva, educativa e sociale di grande valore, senza alcun costo per le famiglie o per le scuole».
«SPORT SI PUÒ – conclude – non è solo un progetto sportivo: è un investimento continuativo sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità del nostro territorio, un’esperienza che dopo oltre un quarto di secolo, continua a dimostrare che lo sport può davvero essere uno strumento concreto di integrazione». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: info@polhavarese.org.

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“Costretto” in carrozzina? Per me è stato uno strumento di liberazione

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«Per molte persone con disabilità – scrive Giona Dagnese – gli ausili sono esattamente “le scarpe più comode”, ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Vorrei quindi un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative»

Nel 2008 Steve Wilkinson, un blogger con disabilità, scelse il 1° marzo come data internazionale per il #WheelchairDay, poiché si accorse che ancora non ne esisteva uno. Venendo a conoscenza di questa ricorrenza, mi sono reso conto che tra le tantissime cose che do per scontate della mia vita c’è anche la carrozzina.
Nonostante troppo spesso ancora si dica che noi persone con disabilità siamo “costrette” sulla carrozzina, la verità è che per me è stato uno strumento di liberazione, che ho sognato per anni.
Quando alla mia famiglia è stato prospettato per me un futuro “seduto”, i miei genitori hanno deciso di impiegare tutte le proprie forze e i propri mezzi pur di poter disattendere questo pronostico, per loro infausto.
Conservo foto e video di esercizi che facevamo insieme: da terra fino a sedermi e da seduto fino ad alzarmi in piedi, fisioterapia, viaggi in centri internazionali con programmi di riabilitazione all’avanguardia. Per tutto questo, abbiamo anche rinunciato a qualche vacanza. E pian piano, quel sogno è diventato anche mio: imparare a camminare, come gli altri.
Eppure, proprio in quegli stessi luoghi in cui andavamo e sudavamo – bisogna dirlo, il sacrificio non è mai stato solo mio – nella speranza di smentire quel cattivo presagio iniziale, io ho imparato a conoscere nuovi mezzi: i bambini attorno a me erano sì seduti, ma si muovevano con molta meno fatica e, soprattutto, autonomamente.
Ho iniziato a invidiarli, come costretto alla fatica di una dieta durante una festa di compleanno: era “per il mio bene”, ma a me era sempre chiesto uno sforzo in più, tanto che mi dimenticavo di divertirmi. Se si trattava di tragitti abbastanza brevi, dovevo farli a piedi, frustrato dalla mia stanchezza. Se erano tragitti lunghi, si usava un passeggino, dentro al quale mi arrendevo a traiettorie che non potevo scegliere. Alle gambe avevo sempre dei grossi tutori ed enormi scarpe ortopediche (dunque orrende), costantemente consumate dal mio passo claudicante.

Per il primo decennio della mia vita, dunque, sono stato occupato a imparare a camminare. Poi ho capito: il mio reale desiderio era essere indipendente e per farlo, camminare non era necessario. Al contrario, in alcune circostanze complicava le cose.
Si è cercato di fare di tutto perché “non finissi costretto su una carrozzina”, eppure, appena mi ci sono seduto per la prima volta, ho smesso di esserlo. Ho smesso di essere costretto a chiedere alle persone di sostenermi, di fare le cose al mio posto, di prendere le cose al mio posto, costretto a rinunciare, a concentrarmi solo a camminare.

Viviamo in un’epoca che celebra la performance. Ci viene ripetuto continuamente che per ottenere qualcosa bisogna uscire dalla propria comfort zone: spingersi oltre, mettersi alla prova.
Ma poter stare comodi, stare a proprio agio, non è un limite, è la base: la condizione che rende possibile fare le cose. Pensiamo alle scarpe: se decidi di scalare l’Everest stai decisamente uscendo dalla tua comfort zone, ma per farlo hai bisogno di scarpe comode e affidabili.
Per molte persone con disabilità gli ausili sono esattamente questo: le nostre scarpe più comode. Sono ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Eppure per molti di noi è ancora così: sogniamo degli ausili che ci permettano di immaginare una vita diversa.
Per questo, vorrei tanto un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative.

*Giona Dagnese, 24 anni, è un attivista per i diritti delle persone disabili e transgender. Attraverso testimonianze personali e attività divulgativa, promuove una narrazione della disabilità centrata sull’autonomia, sulla libertà di scelta e sul superamento degli stereotipi. Il presente contributo è già apparso in «Persone con disabilità.it» e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Aula IDEA 360”: una stanza immersiva che sperimenta nuove forme di apprendimento all’insegna della didattica adattiva

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Inaugurata durante la prima giornata della “Settimana dell’Inclusione”, promossa dall’Università di Macerata, l’“Aula IDEA 360”, ove “IDEA” sta per “Inclusione, Didattica, Educazione, Apprendimento”, è una sala di 8 metri per 3, dove pareti e pavimento diventano superfici interattive, rendendo possibile una didattica adattiva, all’insegna dell’accessibilità a concetti complessi anche per le persone con disabilità Francesco Manfredi, presidente dell’INDIRE, “esplora” con il tatto una parete dell'”Aula IDEA 360″

Nel corso della prima giornata della nona Settimana dell’Inclusione, promossa dall’Università di Macerata, il principale appuntamento accademico italiano dedicato alla pedagogia speciale e all’inclusione sociale, già da noi ampiamente presentato in altra parte del giornale, è stata inaugurata l’Aula IDEA 360, stanza immersiva realizzata dal Centro di Ricerca TIncTec dell’Ateneo marchigiano, per sperimentare nuove forme di apprendimento.
Ma di cosa si tratta esattamente? Innanzitutto va data una spiegazione dell’acronimo IDEA che sta per Inclusione, Didattica, Educazione, Apprendimento. Si parla in sostanza di una sala di 8 metri per 3 dove pareti e pavimento diventano superfici interattive, capaci di reagire al tocco degli utenti e di adattare i contenuti in tempo reale grazie a una combinazione tecnologica di precisione, con sette proiettori a proiezione frontale che avvolgono tre pareti e il pavimento, quattro sensori LiDAR che trasformano ogni superficie in una grande lavagna touch dove proiettare qualsiasi tipo di contenuto: video, fotografie, renderizzazioni tridimensionali.
«Ma la caratteristica più significativa – sottolineano dal Centro TIncTec – non è l’hardware, bensì la didattica adattiva che questo spazio rende possibile. I contenuti, infatti, non sono statici, ma si modificano in tempo reale in base alle interazioni degli studenti, alle loro specificità, al loro ritmo di apprendimento. È quindi un sistema pensato per rendere accessibili concetti complessi anche a persone con disabilità: dall’apprendimento di abilità di vita quotidiana come l’attraversamento autonomo della strada, fino alla materializzazione di concetti astratti».

Durante l’inaugurazione, il rettore dell’Università di Macerata John Mc Court ha ricordato come questa struttura rappresenti «un investimento importante non solo per l’Ateneo ma per tutto il territorio, mettendo al centro la persona attraverso le nuove tecnologie».
Nato da un finanziamento ministeriale del 2021 destinato all’edilizia universitaria, che ha permesso la progettazione e la realizzazione della struttura nell’arco di un anno e mezzo, il risultato ottenuto è frutto di una collaborazione tra l’area tecnica dell’Ateneo, i dottorandi di ricerca del Centro TIncTec — che hanno contribuito con le loro esperienze di studio anche all’estero — e i partner tecnologici M-Cube, Epson Italia e Iper Media Studio. Ed è stato coinvolto anche Andrew Quinn, uno dei maggiori esperti mondiali di touch design.

«Abbiamo costruito un’équipe interdisciplinare di ingegneri esperti di interfaccia uomo-macchina, docenti di pedagogia speciale e di didattica – ha dichiarato la prorettrice dell’Ateneo Catia Giaconi, direttrice del Centro TIncTec e responsabile scientifica dell’iniziativa -, il tutto con l’obiettivo di rendere concreto ciò che è difficile da spiegare: materializzare concetti per chi ha bisogno di un accesso diverso alla conoscenza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimc.it.

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L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva

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Nell’àmbito della mostra itinerante “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, progetto espositivo della Fondazione Alfredo Catarsini 1899, nato all’insegna dell’accessibilità e che vede come media partner la nostra testata Superando, la sesta tappa dell’esposizione a Lucca ospiterà il 28 marzo il convegno nazionale denominato “L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva”

Avevamo già ampiamente presentato, nel febbraio scorso, la tappa di Lucca, che sarà ospitata fino al 30 aprile dallo storico Palazzo Guinigi della città, della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Ebbene, nell’àmbito di tale iniziativa, è ora in programma nella medesima sede, per la mattinata del 28 marzo, il convegno nazionale L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva, organizzato anch’esso dalla Fondazione Catarsini, che lo presenta così: «Rivolto in particolare alle persone con disabilità visiva, questo convegno nasce dal nostro progetto pluriennale L’arte accessibile per tutti che da oltre tre anni portiamo avanti in àmbiti diversificati: giovani, formazione, cultura, turismo e benessere-tempo libero con l’obiettivo di progettare una rete di inclusione pensata non per loro, ma con loro, trasformando i luoghi di cultura e turistici in esperienze tattili e sonore, permettendo a tutti di godere della bellezza in piena autonomia e libertà».

Patrocinato dal Ministero per le Disabilità, dalla Regione Toscana, dalla Provincia di Lucca e da altre prestigiose Istituzioni e Associazioni, l’incontro si svolgerà, come detto, a Palazzo Guinigi di Lucca, stessa sede della mostra, il cui percorso include anche un laboratorio esperienziale con l’opera tattile dello scultore Massimiliano Trubbiani (Museo Tattile Statale Omero di Ancona), che reinterpreta l’affresco dell’abside della Chiesa di San Martino in Freddana, vicino Lucca.
La mattinata si aprirà con i saluti istituzionali di Mario Pardini, sindaco di Lucca, Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, Angela Mia Pisano, assessora alla cultura del Comune di Lucca, Elena Martinelli, presidente della Fondazione Catarsini 1899, Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), Massimo Diodati, presidente dell’UICI Toscana (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e Gilberto Tuccinardi, governatore del Distretto 108 LA Lions International.
«Rendere l’arte, i luoghi della cultura e le esperienze artistiche fruibili anche da parte dalle persone con disabilità visiva – sottolinea la ministra Alessandra Locatelli – significa affermare con forza il principio che la partecipazione alla vita culturale è un diritto di tutti e una dimensione essenziale del pieno sviluppo della persona. Iniziative come questa di Lucca dimostrano come il dialogo tra Istituzioni, mondo culturale e realtà associative possa generare percorsi concreti di innovazione e inclusione, trasformando l’accessibilità in un’opportunità di crescita per l’intera comunità».

L’incontro proseguirà quindi con gli interventi del presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità Maurizio Borgo (Ruolo dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità), della funzionaria del Ministero della Cultura Anna Soffici (Valorizzare i luoghi, valorizzare le persone – Esperienze recenti), del Consigliere del Centro Studi Turistici di Firenze e direttore Cooperativa Cristoforo TEC del capoluogo toscano Paolo Pestelli (L’accessibilità dell’offerta culturale come volano economico e strategico per lo sviluppo del settore turistico), della funzionaria del Ministero della Cultura Luisa Berretti e dell’architetto esperto di accessibilità di Lucca Lucas Frediani (Senza barriere. Interventi di accessibilità in corso ai Musei nazionali di Lucca), del Presidente dell’Associazione TDDF (Tutela Diritti Disabili Sensoriali) Guardiamo avanti di Roma Alessandro Guastaferro (L’esperienza dell’associazione TDDS Guardiamo avanti) e di Elena Martinelli (L’Arte accessibile per tutti – Il progetto della Fondazione Catarsini).

«C’è una data che fa da spartiacque – dichiara Elena Martinelli – ed è il 3 marzo 2009, ossia quando il nostro Paese ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvando la Legge 18/09. Quel giorno l’Italia ha compiuto un salto di civiltà, smettendo di guardare alla disabilità come a un bisogno da assistere, per riconoscerla finalmente come un diritto umano da garantire. In quel momento è stato sancito il principio che non è l’individuo a doversi adattare al mondo, ma è il mondo che ha il dovere di rimuovere ogni barriera. In questi anni siamo stati testimoni di una trasformazione profonda: siamo passati dalla protesta solitaria alla coprogettazione consapevole, diventando alleati delle Istituzioni, per scrivere insieme politiche pubbliche davvero strategiche. La responsabilità passa ora nelle nostre mani: tocca cioè a noi cittadini, agli Enti e alle realtà del territorio far sì che l’inclusione non sia più l’eccezione, ma la regola. Il nostro impegno deve tradurre i diritti in fatti, investendo in cultura e formazione per dare risposte concrete all’autonomia. Questa è la missione che la Fondazione Catarsini persegue con determinazione, sostenuta da partner che condividono lo stesso obiettivo: trasformare i progetti in utilità sociale e in una crescita reale per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com

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Torna in scena Elena Tomei con “Varco della soglia virtuale”

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Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico, Elena Tomei tornerà a portare in scena da domani, 27 marzo, a domenica 29, al Teatro Petrolini di Roma, nell’àmbito della rassegna “Monologando & Dialogando”, il monologo da lei stessa diretto e interpretato, “Varco della soglia virtuale”, scritto da Cristina Nardelli, che parla della destabilizzazione emotiva di una donna vittima di una relazione tossica nata in chat

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei, dopo il successo ottenuto nelle precedenti esibizioni, tornerà a portare in scena da domani, 27 marzo, a domenica 29, il monologo da lei stessa diretto e interpretato, Varco della soglia virtuale, scritto da Cristina Nardelli, che parla della destabilizzazione emotiva di una donna vittima di una relazione tossica nata in chat.
Come è stato scritto, «si tratta di un testo molto toccante, introspettivo e universale per raccontare un episodio che può capitare alle persone più fragili con l’utilizzo dei social».
L’appuntamento è dunque per i prossimi giorni al Teatro Petrolini di Roma (Via Rubattino, 5, Testaccio), nell’àmbito della decima edizione della rassegna Monologando & Dialogando. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@teatropetrolini.it.

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La disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza, ma ho scelto di essere felice

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Artista e molto altro, Andrea Ferrero Sette è diventato cieco nel 2010 e racconta: «Quando è avvenuto, ero in fondo a un pozzo e da lì, a un certo punto, potevo soltanto risalire. Il buio, però, non è stato la fine di tutto. Anzi ho scoperto e fatto cose che, quasi certamente, non avrei fatto se avessi conservato la vista. Con questo non intendo certo dire che sono felice di essere cieco: la disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza. Ma la cosa più importante è che ho scelto di essere felice» Andrea Ferrero Sette con una sua recente opera

Abbiamo già avuto il piacere di incontrare sulle nostre pagine, in più di un’occasione, Andrea Ferrero Sette, artista e molte altre cose ancora. Torniamo a farlo con questo bel servizio di Luigi Alfonso.

«Sono una persona che, all’improvviso, ha scoperto di avere una malattia degenerativa progressiva incurabile alla retina. Sapevo che sarei diventato cieco. Nel 2010, quando questo è avvenuto, ero in fondo a un pozzo e da lì, a un certo punto, potevo soltanto risalire. Così ho fatto. Il buio non è stato la fine di tutto. Anzi, col senno di poi, vi dico che questa patologia mi ha permesso di scoprire e fare cose che, quasi certamente, non avrei fatto se avessi conservato la vista. Con questo non intendo dire che sono felice di essere cieco: la disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza. Ma la cosa più importante è che ho scelto di essere felice».
Inizia così la lunga chiacchierata con Andrea Ferrero Sette, cagliaritano di 55 anni. È un dipendente del Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna – Crs4, fondato nel 1990 dalla Regione Sardegna. Una laurea in Economia e Commercio e un percorso professionale che lo ha visto dapprima introdotto nella carriera di commercialista e poi in una grande impresa come Tiscali. Da alcuni anni sta sviluppando una sua grandissima passione: l’arte.
«Nel 1998 mi diagnosticarono la retinite pigmentosa. Sino ad allora, avevo messo a frutto i miei studi – racconta -. Vedevo il mio futuro all’interno di un’amministrazione o da libero professionista. La cecità ha cambiato tutto, costringendomi a ripensare la mia vita e soprattutto a capire che cosa non volessi fare. Oggi nella mia vita ci sono l’arte, l’attività sportiva, gli incontri di sensibilizzazione, i seminari all’università e nelle scuole, oltre all’impegno legato a progetti sull’accessibilità».

Parliamo del suo percorso artistico.
«Mi è sempre piaciuta l’arte, sin da adolescente. Ho visitato tanti musei in Italia e all’estero, negli anni ho coltivato questa passione. Quando sono diventato cieco, ho partecipato a un progetto del Crs4, Over the view, grazie al quale ho avuto modo di conoscere Marcella Serreli, allora direttrice della Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Lei “raccontava” i bellissimi retabli custoditi in quel museo. Annalisa Carta, pittrice e amica di mia moglie, nello stesso periodo mi propose di iniziare a dipingere. Figurarsi, io ero un ex vedente con tanti pregiudizi e le dissi subito: “Mi spieghi come faccio a dipingere se non vedo nulla?”. Ma lei e mia moglie mi spronarono a provare. La loro proposta mi sembrava oscena. Quando ho mostrato i primi quadri a Marcella, lei ci ha visto qualcosa di particolare e mi ha suggerito di proseguire. Ora è la curatrice delle mie mostre. Ho iniziato con i pennelli, ma avvertivo la distanza dalla tela. Così ho incominciato a dipingere con le mani, come faccio tuttora. Mi faccio aiutare da Massimiliano Ibba, un caro amico che mi passa i colori che intendo utilizzare. La scelta è sempre e solo mia. Capisco perfettamente coloro che restano un po’ perplessi, ma credo che un quadro sia un’esperienza sensoriale: dietro c’è un progetto, poi ci metto il tatto e persino l’udito quando scorro il dito sulla tela. E pure l’olfatto».

Nella scelta dei colori, la aiuta molto la memoria di quando era vedente?
«Moltissimo. Sino al 2010, ho immagazzinato nella mente migliaia di immagini, colori, suggestioni. Se uno nasce cieco, quella è la condizione e te ne fai una ragione. Se invece perdi la vista, come è accaduto a me, è una fase che richiede l’elaborazione del lutto. Io ci sono riuscito. E ho ben presenti i colori del mare o di un campo di grano, due soggetti che nei miei quadri erano ricorrenti. Ho visto migliaia di quadri, mi sono fatta un’idea precisa e tutto questo oggi mi aiuta. Poi, ovviamente, occorrono creatività e immaginazione. Ogni mio lavoro inizia con una tela bianca. Poi io ci metto i colori, perché essi sono dentro di noi».

Le sue mostre riscuotono sempre un buon successo di pubblico. L’ultima, allo Spazio Pira di Quartu Sant’Elena, è stata molto apprezzata.
«Eppure, ho sempre il timore di essere visto come una sorta di “fenomeno da baraccone”, e non semplicemente come una persona che dipinge e proietta sulla tela ciò che ha dentro. Marcella Serreli, invece, racconta sempre l’artista, non stimola il pietismo del pubblico».

Ultimamente si sta cimentando in un’altra esperienza artistica.
«Cerco sempre qualcosa di nuovo, sperimento di continuo. Sono partito dal figurativo per passare all’astratto; attraverso quest’ultima forma, riesco a trasmettere maggiormente le mie emozioni. Sto utilizzando vari materiali, come lo stucco, la farina di quarzo o una pasta modellante naturale fatta di amido mais, colla vinilica e acqua. In questo modo rendo più tattili possibili i miei lavori. Cerco di evolvermi ed essere sperimentativo. Ora sto lavorando l’argilla, seguito dall’artista Francesco Amadori».

Il miglior complimento che ha ricevuto?
Di recente, la giornalista Maria Chiara Cugusi di Radio Karalitana, durante un’intervista in studio, mi ha detto che sono una persona che trasmette gioia. La verità è che ho un carattere comunicativo, riesco a trasmettere ciò che ho nel cuore, nell’anima e nella testa. Però mi ha fatto molto piacere sentire quelle parole».

Ha fatto riferimento in precedenza al progetto Over the view. Ce ne parla?
«È stata una bella esperienza, in cui ho riversato passione, entusiasmo e tutta la mia competenza, mettendo a disposizione dell’azienda tutte le mie conoscenze nel settore dell’accessibilità museale per abbattere le barriere. Perché, in presenza di una disabilità, e nello specifico di una disabilità visiva, tutto si complica. L’esperienza tattile nei musei non sempre è possibile, al di là delle precauzioni che possono essere adottate. E quell’esperienza può risultare poco significativa».

Andrea prima di una gara di spada non vedenti

Molte esperienze anche nell’àmbito sportivo…
«Ho praticato diversi sport, come tante altre persone. Quand’ero ragazzo, non andavo benissimo a scuola. Per i miei genitori, l’attività sportiva doveva essere un premio, dunque interruppi quel percorso. Ho ripreso molti anni più tardi, frequentando una palestra. Poi mi sono dato allo sci nautico con il plurimedagliato Jeff Onorato che per me è anche un maestro di vita; al nuoto con Salvatore Bandinu, che è specializzato nelle discipline natatorie; e all’acquagym. In ultimo, la spada non vedenti: la scherma è una disciplina alla quale non avevo mai pensato quand’ero ancora vedente. Mi sono tolto qualche soddisfazione, ho partecipato persino alle finali nazionali di Napoli grazie al percorso con l’Accademia Athos di Cagliari».

Ma che cos’è per lei la disabilità?
«Affrontare la vita in un altro modo. È qualcosa che nessuno vuole, ma mi ha costretto a ripensarmi. Bisogna essere bravi a tirare fuori il meglio di noi stessi, per poterla affrontare serenamente ed essere felici. Io sono molto fortunato, ho mia moglie Annalisa e una famiglia che mi supporta in tutto. Tante persone che mi vogliono bene e mi sostengono, trasmettendomi energia. Questo mi aiuta moltissimo».

Si è mai sentito escluso?
«Sì. Ci sono state persone che sono sparite quando la cecità ha cominciato ad affacciarsi nella mia vita. Quand’ero già ipovedente, una ragazza con cui c’era una forte simpatia venne a sapere da amici comuni che avrei perso la vista. Così preferì fare un passo indietro, non si sentiva di affrontare un percorso così impegnativo. Quella che è diventata mia moglie, invece, ha fatto l’esatto contrario: è davvero una donna straordinaria, e lo dimostra tutti i giorni».

Si definisce cieco o non vedente?
«Io sono cieco. Questa è la parola giusta. Se poi vogliamo usare il termine “non vedente”, facciamolo pure, anche se si mette l’accento su qualcosa che non si ha. I puristi sostengono che si debba dire cieco, io però utilizzo le parole così come vengono. Sto attento a certi termini se li percepisco offensivi».

Lei gioca spesso con le parole. È un modo per esorcizzare la sua disabilità?
«Sono una persona ironica, da sempre. Ma parlo in italiano, come tutti noi. Se devo dare un appuntamento a una persona, dico: ci vediamo domani. Qualcuno, di fronte a una frase del genere, si trova in imbarazzo. Ma perché? Se dico che credo ciecamente in un amico, sto facendo una battuta o dicendo una cosa vera? Insomma, a volte si pensa più all’estetica delle parole che alle cose concrete».

Dicono che lei sia una persona che non si sente mai appagata. Qual è il suo prossimo obiettivo?
«Tanti anni fa, quand’ero all’università, il professor Vittorio Dettori [docente di Economia Politica all’Università di Cagliari, N.d.R.] disse: “L’imprenditore è colui che non è mai appagato”. Ho fatto mia quella sua lezione e sono sempre proiettato al futuro. A volte i sogni rimangono nel cassetto, ma non smetto di sognare perché la vita sarebbe decisamente più triste. Penso a nuove mostre, alla ripresa della mia trasmissione radiofonica Oltre le barriere. E poi ci sono nuove gare di scherma all’orizzonte e gli incontri con gli studenti. La vita è come andare in bicicletta: bisogna stare sempre in movimento per restare in equilibrio».

*Il presente servizio è già apparso in Vita.it, e viene qui ripreso, con diverso titolo e minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione (Credits delle foto, Valentina Bullitta e Annalisa Marini).

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A Voghera si proietta il film documentario “Life, Animated”, seguito da una merenda solidale

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In vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, la Fondazione Oltre il Blu di Val di Nizza (Pavia) propone per il 28 marzo al Cinema Arlecchino di Voghera la proiezione del film documentario “Life, Animated”, seguita da una merenda solidale predisposta dalle persone della Banda dell’Ortica, il laboratorio inclusivo della Fondazione stessa, aperto anche a persone con disturbo dello spettro autistico o altre disabilità intellettive

In vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, la Fondazione Oltre il Blu di Val di Nizza (Pavia), in coillaborazione con i Lions Club Voghera Castello Visconteo, propone una bella iniziativa per il pomeriggio del 28 marzo al Cinema Arlecchino di Voghera (dalle 15.30), ossia la proiezione di Life, Animated, seguita da una merenda solidale predisposta dalle persone della Banda dell’Ortica, il laboratorio inclusivo della Fondazione stessa, aperto anche a persone con disturbo dello spettro autistico o altre disabilità intellettive.

Film documentario del 2016, diretto da Roger Ross Williams, Life, Animated ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato anche candidato all’Oscar come miglior documentario nel 2017.
Vi si illustra la vita di Owen, persona con disturbo dello spettro autistico la cui comunicazione con il mondo esterno è stata resa possibile e in qualche misura è continuamente filtrata dal mondo dei film di animazione della Disney che lui adora.
L’opera si basa sul libro Life, Animated: A Story of Sidekicks, Heroes, and Autism scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fondazione@oltreilblu.org.

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Lavoro e disabilità: se la parola inclusione non basta più

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Com’è andata e a quali conclusioni ha portato la tavola rotonda online denominata “Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?”, tenutasi il 13 marzo scorso? Tale evento, lo ricordiamo, si è inserito nel percorso che conduce all’“Inclusion Job Day” di domani, 27 marzo, e del 31 marzo, doppio appuntamento online dedicato all’incontro tra aziende e candidati con disabilità, di cui Superando è da alcuni mesi media partner I partecipanti alla tavola rotonda online del 13 marzo scorso

Inclusione: una parola che si usa nei convegni, nei documenti aziendali, nelle strategie di comunicazione. Ma una domanda resta aperta: è una parola che ha ancora senso?
È attorno a questo nodo che si è sviluppato l’Inclusion Job Talk del 13 marzo scorso, da noi presentato a suo tempo a questo link, ossia la tavola rotonda online denominata Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?, che ha preceduto il primo evento del 2026 di Inclusion Job Day (se ne legga nel box in calce), in programma domani, 27 marzo, sempre a cura di Hidoly e di Cesop HR Consulting Company.
A moderare l’incontro è stata Roberta Barba, Inclusion Job Day Consultant, che ha accompagnato il confronto tra cinque relatori provenienti da àmbiti diversi.

Sembra dunque quasi un paradosso: più si utilizza il termine inclusione, meno la si ottiene. Si è parlato dunque in primo luogo di questo vocabolo usato – e spesso abusato – non soltanto nella lingua italiana. Ma è davvero ancora la parola giusta?
Dal confronto è emersa una posizione per larga parte condivisa: “inclusione” non è una parola amata, ma resta, in qualche modo, una sorta di male necessario. Un codice convenzionale utile a intendersi, a patto però che non resti un’etichetta, ma si traduca in azioni, comportamenti e scelte capaci di incidere davvero.
A rompere il ghiaccio è stata Francesca Marchegiano, educatrice narrativa, che non ha nascosto una vera e propria avversione per il termine, preferendo invece “coesistenza”. Ha raccontato come la narrazione – a ogni livello, anche nelle aziende – possa essere un elemento facilitatore: «Le storie si rivelano fondamentali proprio nei momenti di cambiamento, come quello che tutti auspichiamo verso una società equa e aperta, non solo di facciata».
Una riflessione, questa, che ha trovato un punto di continuità nel bell’intervento di Roberta Laudito, Care Innovation & Experience Manager, rappresentante di Federmanager e componente del Gruppo Minerva: «Per me – ha affermato – inclusione deve essere sinonimo di rimozione degli ostacoli e di partecipazione. Quando parlo di imprese, più che a organizzazioni penso a comunità, dove si possono sviluppare i talenti di tutte le persone».
A partire dalla sua esperienza in contesti multinazionali, Laudito ha ampliato il tema dell’inclusione ad altri settori, come il Gender Gap e l’Ageing (“differenze di genere” e “invecchiamento”), oggi particolarmente rilevante: «Non è raro, infatti, che all’interno della stessa azienda convivano fino a quattro generazioni diverse. Una complessità che richiede nuove forme organizzative e strumenti adeguati: in questo senso, anche l’intelligenza artificiale può rappresentare un alleato utile per superare ostacoli e facilitare i processi».

Per Manuela Pioltelli, responsabile dell’Area Collocamento Mirato dell’Agenzia per il Lavoro Umana, termini come “coesistenza” o “convivenza” sarebbero probabilmente più adatti. Al netto delle parole, tuttavia, i dati restituiscono una situazione ancora critica: in Italia, infatti, solo il 33% delle persone con disabilità occupabili risulta effettivamente inserito nel mondo del lavoro. Le cause sono molteplici: ambienti poco accessibili, insufficiente ricorso agli accomodamenti ragionevoli, svantaggi che colpiscono in particolare alcune categorie, come le donne o i giovani con disturbi dell’apprendimento, spesso tutelati nel percorso scolastico ma non più nel passaggio al lavoro.

Uno sguardo più ottimistico è arrivato da Carlo Francescutti, responsabile di una ASL friulana ed esperto dell’Autorità Garante dei diritti delle persone con disabilità: «La parola inclusione – ha dichiarato – può suscitare una sensazione di retorica fastidiosa, ma al di là della percezione, devo dire che, nel mondo del lavoro, la situazione è forse migliore di quanto pensiamo. Infatti, la Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) è certamente migliorabile, ma ci permette di dialogare con le imprese».
Restando sul piano normativo, Francescutti ha sottolineato l’importanza del Decreto Legislativo 62/24, che ha introdotto un approccio rinnovato: «Esso – ha sottolineato – definisce la condizione di disabilità, la valutazione di base, l’accomodamento ragionevole, la valutazione multidimensionale, per arrivare a elaborare un progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. E costringerà aziende e istituzioni a ripensare il welfare».

Molto diretto, infine, l’intervento di Filippo Visentin, giornalista e collaboratore del nostro giornale Superando, testata che è media partner di Inclusion Job Day, il quale ha portato anche la propria esperienza quasi trentennale di lavoratore con disabilità nel settore pubblico: «Non basta assumere una persona con disabilità per definirsi inclusivi – ha affermato -: occorre renderla parte della realtà in cui viene accolta, valorizzarla, metterla nelle condizioni di essere autonoma attraverso l’impiego di tecnologie assistive e di accomodamenti adeguati, permetterle una crescita, anche in termini di carriera. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il più delle volte – anche se le eccezioni fortunatamente ci sono – l’assunzione in azienda di una persona con disabilità viene ancora vissuta come una sorta di balzello, di onere al quale adempiere magari controvoglia, anziché come una risorsa, una possibilità di crescita».

La tavola rotonda del 13 marzo, ricordiamo in conclusione, è possibile rivederla e riascoltarla tramite questo link. Essa si è inserita, come detto inizialmente, nel percorso che conduce all’Inclusion Job Day di domani, 27 marzo, appuntamento online dedicato all’incontro tra aziende e candidati, di cui la tavola rotonda stessa ha rappresentato un momento di riflessione e approfondimento. (Redazione di Superando)

Inclusion Job Day 2026
Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale appartenenti alle cosiddette “categorie protette” (come da Legge 68/99) che vogliano dare una svolta al loro futuro professionale e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati da inserire nell’organico, Inclusion Job Day è progettato e organizzato dalla digital agency Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company, che cura la presenza delle aziende partecipanti.

Si tratta di un’iniziativa che come Superando seguiamo sin dagli inizi e che dall’autunno dello scorso anno ci vede anche impegnati come media partner. Questo 2026 coincide con il settimo anno di Inclusion Job Day, con qualche novità rispetto alle edizioni precedenti. Visto infatti il numero sempre più elevato di utenti che accedono alla piattaforma (circa 6.000 dal 2020), questa volta gli appuntamenti saranno due, con partecipazione all’uno o all’altro a scelta delle aziende.
Domani, 27 marzo, dunque (ore 10.30-18) vi sarà l’evento con le consuete modalità, ossia con le aziende che si presenteranno, si confronteranno con i candidati attraverso le chat e organizzeranno i colloqui one-to-one; il 31 marzo, invece (dalle 10.30), la sessione sarà dedicata esclusivamente ai colloqui, su invito delle aziende.

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Passaggio decisivo per la vittoria dei diritti umani contro quel Protocollo Europeo

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Dopo anni di discussioni, prese di posizione e mobilitazioni in tutta Europa, siamo dunque giunti al momento decisivo, come spiega bene l’Associazione Attiva-Mente, con la parola finale che spetta al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, se proseguire o meno con quel Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta “Convenzione di Oviedo” (Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina del Consiglio d’Europa del 1997), un Protocollo in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa

Anno dopo anno abbiamo seguito sulle nostre pagine le azioni di pressione svolte con forza da tutte le principali organizzazioni di persone con disabilità europee, non ultima, nel nostro Paese, la Federazione FISH, contro il Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta Convenzione di Oviedo (Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina del Consiglio d’Europa del 1997) che, se approvato, si porrebbe in contrasto con molte disposizioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, autorizzando di fatto il trattamento forzato e la coercizione nell’assistenza sanitaria alle persone con disabilità psicosociale.
Nello scorso mese di dicembre avevamo segnalato che la Commissione per gli Affari Sociali, la Salute e lo Sviluppo Sostenibile dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa aveva adottato all’unanimità un parere negativo su quel Protocollo. Con soddisfazione, quindi, avevamo accolto, all’inizio di febbraio, la notizia della bocciatura unanime in plenaria, da parte della stessa Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ricordando però perché la vittoria dei diritti umani non fosse ancora definitiva, in quanto la parola finale sull’eventuale adozione del Protocollo spetta esclusivamente al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Ora, dunque, siamo giunti al momento decisivo, come spiega bene qui di seguito l’Associazione sammarinese Attiva-Mente. (S.B.)

Ci siamo, è giunta l’ora decisiva. Dopo anni di discussioni, prese di posizione e mobilitazioni in tutta Europa, la questione del Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo è arrivata al momento più importante: quello in cui si decide davvero da che parte stare.
La campagna promossa da molte organizzazioni [#WithdrawOviedo: “Ritirare Oviedo”, N.d.R.], tra cui l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, e l’MHE (Mental Health Europe) è giunta al suo passaggio finale, quello che può determinare se questo testo verrà definitivamente fermato oppure se il percorso di esso proseguirà.
In questi anni, la posizione è stata chiara e sempre più forte. Le organizzazioni di persone con disabilità, gli utenti e sopravvissuti alla psichiatria, gli esperti delle Nazioni Unite e numerose Istituzioni europee hanno espresso una contrarietà netta a un Protocollo che rischia di legittimare trattamenti e ricoveri involontari basati sulla disabilità, in evidente contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non è un caso che anche l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa abbia recentemente espresso un parere negativo, chiedendo di abbandonare questa strada e di investire invece in sistemi di salute mentale fondati sui diritti, sul consenso e sull’autodeterminazione.
A questo punto il processo non è ancora terminato: manca un passaggio, quello decisivo. La scelta finale spetta infatti al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Sarà questo organo a decidere se ritirare definitivamente il Protocollo oppure se portarlo avanti, assumendosi la responsabilità di una scelta che avrà conseguenze profonde sul piano dei diritti umani nel nostro continente.
È per questo che proprio in questi giorni, in tutti i Paesi membri, le organizzazioni stanno facendo pervenire ai propri Ministri degli Esteri e della Salute – o degli Affari Sociali – lettere con contenuti condivisi in tutta Europa, che stanno arrivando ai Ministri competenti (è possibile consultarne un esempio a questo link), chiedendo con forza di sostenere il ritiro del testo. Un’azione coordinata, che riflette una posizione ampia e consolidata e richiama i Governi a rispettare gli impegni assunti a livello internazionale.
Anche noi, come Attiva-Mente, ci uniamo simbolicamente a questa richiesta, consapevoli che questo è il momento più importante. Non si tratta solo di un documento, ma della direzione che si vuole dare alle politiche sulla salute mentale: continuare a tollerare la coercizione oppure costruire sistemi realmente fondati sulla libertà, sul supporto e sul rispetto della persona.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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So fare “se”: quell’espressione che usava Andrea Canevaro

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«Come Andrea Canevaro – scrive Luca Grecchi -, sarei felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di studenti che credo si rivolgerebbero loro con queste parole: “Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie”. E molto altro si potrebbe aggiungere» Keith Haring, “Rebel with Many Causes” (“Ribelle per molte ragioni”), 1989

Come sa chi conosce i miei testi, io sono essenzialmente uno studioso di filosofia antica. Ciò nonostante, da molti anni seguo il tema dell’inclusione, per cui, nel 2025, ho deciso di realizzare il libro Filosofia, inclusione, comunità per comporre il quale ho dovuto studiare molto.
La filosofia era il mio campo, e anche sul concetto di comunità, importante per il nostro argomento, mi sentivo pronto, in quanto il mio filosofo di riferimento è Aristotele. Dovevo, tuttavia, costruirmi maggiori competenze teoriche sull’inclusione, al fine – che ritenevo primario per quel lavoro – di rendere più fecondo il rapporto tra Filosofia e Pedagogia Speciale, ovvero la disciplina che maggiormente si occupa di questa tematica.

Ebbene, nel vasto àmbito degli studiosi di tale materia, mi colpì subito la figura di Andrea Canevaro, da molti, almeno in Italia, considerato il padre di questa scienza. Canevaro è purtroppo mancato nel 2022, per cui non ho potuto ringraziarlo per tutto ciò che ho imparato dalla sua opera. Non posso qui nemmeno riassumere i tanti punti della stessa che mi sono stati utili per realizzare il mio libro, nel quale il suo è sicuramente il nome più citato. Vorrei, allora, rendergli onore, rielaborando, in maniera personale, un’espressione da lui talvolta utilizzata in alcuni incontri pubblici, ovvero «so fare se».
Cosa significano queste parole? Innanzitutto, indicano un’elevata capacità di pensare la collaborazione. Con questo modo di dire, Canevaro si immedesimava soprattutto con la persona con disabilità la quale, come accade comunque ad ogni altra persona – in generale, ciò che vale per le persone con disabilità vale per tutte le persone, essendo i disabili, innanzitutto, persone –, riesce a fare alcune cose solo se si attiva un’adeguata cooperazione.
Nessuno è in effetti completamente autonomo in tutto ciò che fa. Ogni essere umano sa fare bene una cosa, in modo sufficiente un’altra cosa, malino un’altra cosa ancora, ma, se viene supportato, riesce a fare molte cose in maniera discreta. Non conosco, in ogni caso, una sola persona che sappia fare tutte le cose perfettamente, ossia, diciamo così, che abbia una “percentuale di validità” del 100%!

Svolta questa premessa, vorrei provare a dire ciò che può significare tale espressione, “so fare se”, principalmente nel mondo della scuola, dato che, insegnando in un corso di laurea in Scienze dell’Educazione, tale contesto rappresenta per me l’àmbito di riflessione primario (l’espressione può, ad ogni modo, essere ben adattata anche al mondo del lavoro).
Dunque, se fin dai primi approcci scolastici, gli educatori non si rapportano alla giovane persona con disabilità, sostenendone, con competenza, le capacità di crescita evolutiva, ossia supportandola in ciò che può saper essere in grado di fare, è molto probabile che, giunta all’adolescenza, questa persona abbia già il proprio destino segnato. Questo destino consiste, nella maggior parte dei casi, nel vagare per casa finché i genitori sono in vita, o in un centro residenziale per disabili quando i genitori saranno morti, o non potranno più occuparsene.
Troppo spesso, purtroppo, nei miei rapporti col mondo della scuola, soprattutto secondaria, ho conosciuto docenti che, pur non ammettendolo esplicitamente, mi sono sembrati relazionarsi con gli studenti con disabilità (o anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento), inquadrandoli in una mera logica valutativa di tipo binario, “Sai fare/non sai fare”, all’interno della quale queste giovani persone venivano quasi sempre inserite nella seconda casella. In realtà, in tali casi, chi “non sa fare” non è lo studente, bensì il docente, quasi mai adeguatamente formato dal sistema scolastico, ma molte volte anche poco propenso a educarsi da solo, come pure sarebbe suo compito, dovendo egli comprendere il funzionamento cognitivo dei propri allievi per adeguarvisi nella didattica.

Conosco le ragioni, non infondate, addotte da molti insegnanti per giustificare, in merito, la propria relativa impreparazione. Ciò nonostante, non è accettabile che il problema della disabilità, nella scuola secondaria, sia spesso ancora risolto in questo modo. Esso infatti, così facendo, sfocia per questi studenti, quando non nella esclusione, in un mero pietistico inserimento nel cosiddetto percorso differenziato, il quale, tuttavia, non conduce all’ottenimento del diploma, bensì ad un semplice attestato, con tutto ciò che di negativo consegue per il loro futuro lavorativo.
Come Andrea Canevaro, sarei veramente felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di questi studenti la quale, anche quando non espressa, ritengo rivolgerebbe loro parole simili a queste: «Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie; anch’io so essere utile agli altri se tu adotti, in classe, modalità didattiche in cui sia centrale la collaborazione comunitaria fra noi studenti, anziché la competizione individuale per il voto». E molto altro si potrebbe aggiungere.
Omettendo invece quel se, ovvero quella congiunzione fra mondo della disabilità e mondo della scuola (più in generale della vita), l’allievo con difficoltà potrà soltanto incanalarsi, progressivamente, nella casella di coloro che “non sanno fare”, sino, alla fine, a crederci anche lui.
Con questo giudizio, talvolta espresso quando ancora è bambino, egli vedrà scorrere la propria esistenza nei vari àmbiti, senza la possibilità di realizzare alcuna delle sue migliori potenzialità, come al contrario avrebbe potuto se fosse stato adeguatamente supportato dai propri insegnanti.

In un incontro pubblico, qualche tempo fa, una maestra di scuola primaria in pensione mi disse che lei aveva voluto molto bene ai suoi studenti con disabilità, anche se non aveva mai ritenuto opportuno studiare per comprenderne il funzionamento cognitivo. Volere bene ai propri studenti – come, in generale, a ogni essere vivente – significa però, in primo luogo, cercare di conoscerli, per agire in modo tale da essere loro quanto più possibile utili, cominciando da quelli che sono maggiormente in difficoltà. La scuola dovrebbe essere, come prima cosa, proprio questo.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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È a Londra la mostra itinerante sulla Carta di Solfagnano

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È stata inaugurata all’Ambasciata d’Italia a Londra la mostra itinerante sul tema “Inclusione e Disabilità: la Carta di Solfagnano ‘Nulla su di Noi senza di Noi'”), ispirata segnatamente dal documento finale del G7 Inclusione e Disabilità tenutosi nell’otttobre del 2024 in Umbria, la Carta di Solfagnano appunto. L’iniziativa, che nel corso dell’anno arriverà in tutti i Paesi del G7, punta sostanzialmente ad illustrare l’attuazione degli impegni sottoscritti in quella occasione Il ministro di Stato inglese per la Sicurezza Sociale e la Disabilità Stephen Timms e la ministra per le Disabilità del nostro Paese Alessandra Locatelli all’inaugurazione della mostra a Londra

Dopo essere passata per Ginevra, è stata inaugurata all’Ambasciata d’Italia a Londra la mostra itinerante Inclusion and Disability: The Solfagnano Charter “Nothing about us, without us” (“Inclusione e Disabilità: la Carta di Solfagnano “Nulla su di Noi senza di Noi”), ispirata segnatamente dal documento finale del G7 Inclusione e Disabilità tenutosi nell’otttobre del 2024 in Umbria, la Carta di Solfagnano appunto.
L’iniziativa, che nel corso dell’anno arriverà in tutti i Paesi del G7, punta ad illustrare l’attuazione degli impegni sottoscritti al citato evento del G7 Inclusione e Disabilità, attraverso dei pannelli che descrivono con fumetti e frasi realizzati da giovani le otto priorità della Carta. La mostra, con testi semplificati e di facile lettura, è accessibile anche alle persone con disabilità visiva attraverso i QR Code.

Organizzato dal Consolato Generale d’Italia a Londra, l’incontro di inaugurazione ha potuto contare anche sulla partecipazione del ministro di Stato inglese per la Sicurezza Sociale e la Disabilità Stephen Timms, mentre la ministra per le Disabilità del nostro Paese Alessandra Locatelli ha partecipato alla cerimonia di conferimento dell’Ordine della Stella d’Italia alla console onoraria a Peterborough Carmela Cocozza, per l’impegno e la dedizione a favore della comunità italiana, sostanziato tra l’altro anche nell’insegnamento della conversazione inglese a bambini e bambine italiani/italiane con disabilità. (S.B.)

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