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Tecnologie e Progetto di Vita: una leva concreta per l’autonomia

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Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale e il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace: così si è espresso nel corso di un recente convegno Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, che abbiamo intervistato per Superando Una realizzazione grafica dedicata alle tecnologie assistive

Si è svolto il 22 aprile scorso a Bologna, nell’àmbito della manifestazione Exposanità 2026, il convegno Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione, promosso dal Servizio Sociale per le Disabilità dell’Area Welfare del Comune di Bologna [se ne legga anche la nostra ampia presentazione, N.d.R.]. Nell’àmbito di tale seminario (la registrazione integrale è disponibile su YouTube a questo link), si è parlato anche del ruolo delle tecnologie nella definizione dei Progetti di Vita attraverso l’intervento di Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, una delle esperienze italiane più conosciute e longeve, avviata sin dai primi Anni Ottanta, le cui attività e servizi possono essere consultati nei siti presenti a questo, questo o questo link.
Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Nel suo intervento durante il citato convegno, Hoogerwerf – inserito lo scorso anno dalla rivista «Forbes» nella lista Accessibility 100, ossia le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità – ha proposto una lettura chiara: il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace. Ne abbiamo approfittato per porgergli alcune domande, vista la sua lunga esperienza in materia.

Dottor Hoogerwerf, lei parla del Progetto di Vita come di un cambio di paradigma. Perché?
«Perché sposta radicalmente il punto di vista. Non si parte più dalla disabilità come problema da gestire, ma dalla persona come protagonista del proprio percorso. È un approccio basato su diritti, autodeterminazione e partecipazione. Il Progetto di Vita non riguarda solo i bisogni, ma anche le potenzialità, i desideri e le ambizioni. E richiede un lavoro condiviso: una rete di servizi, contesti e relazioni che costruiscano insieme le condizioni per il suo sviluppo».

In questo contesto, quale ruolo assumono le tecnologie?
«Un ruolo strutturale. Le tecnologie sono ormai parte integrante della vita quotidiana e delle dinamiche sociali. Per le persone con disabilità, poter accedere e utilizzare le tecnologie più appropriate significa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Ridurre il divario digitale è quindi una priorità, non solo per migliorare la qualità della vita, ma per rendere effettivi diritti già riconosciuti come l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione sociale».

Lei propone di superare una visione tradizionale delle tecnologie assistive. In che modo?
«Dobbiamo uscire da una logica puramente compensativa, in cui le tecnologie assistive servono soltanto a “colmare” una menomazione. È più utile ragionare in termini di tecnologie abilitanti. Questo significa pensare a soluzioni basate sulle tecnologie integrate nei contesti di vita – scuola, lavoro, comunità – e non a dispositivi isolati. Significa anche considerarle un investimento sul percorso esistenziale della persona, non un costo sanitario. Implica inoltre passare da interventi episodici di fornitura di ausili a processi dinamici e continui, che evolvono insieme alla persona, proprio come è stato pensato il Progetto di Vita».

Evert-Jan Hoogerwerf, olandese trapiantato da sempre in Italia, è stato recentemente incluso da «Forbes» tra le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità

Ma quali sono i benefìci concreti di questa integrazione?
«Sono molteplici. Le tecnologie, infatti, possono aumentare l’autonomia e l’indipendenza, rafforzare la capacità di scelta e ampliare le opportunità di partecipazione. Migliorano la qualità della vita e offrono un supporto significativo anche ai caregiver. Inoltre, hanno un impatto sistemico: permettono interventi più efficaci e personalizzati, contribuendo a rendere il welfare più sostenibile».

Eppure, questo potenziale non sempre si realizza. Quali sono le condizioni necessarie?
«Ce ne sono alcune di fondamentali per far sì che le tecnologie diventino un’opportunità per l’empowerment delle persone con disabilità. La prima riguarda gli obiettivi di un percorso di adozione delle tecnologie: devono essere chiari, condivisi e verificabili. Senza questa base, la tecnologia rischia di essere scollegata dai reali bisogni. La seconda è il tempo: l’adozione di tecnologie nella vita di una persona con disabilità è come un processo di apprendimento che il più delle volte richiede accompagnamento e adattamenti progressivi. Quindi, servono le competenze: operatori formati, capaci di integrare le tecnologie nei percorsi educativi, sociali e riabilitativi. Infine, sono essenziali le collaborazioni e una programmazione di medio-lungo periodo. È un lavoro di rete, non individuale».

Il Progetto di Vita può essere la cornice che tiene insieme questi elementi?
«Esattamente. Il Progetto di Vita è lo strumento che permette di integrare obiettivi, tempi, competenze e risorse in modo coerente. È ciò che consente di evitare interventi frammentati e di costruire percorsi realmente personalizzati, in cui anche le tecnologie trovano il loro ruolo abilitante».

In conclusione, quali indicazioni operative emergono da questa visione?
«Alcune sono molto concrete: inserire nel Progetto di Vita esplicitamente percorsi di autonomia che prevedano l’uso delle tecnologie; coinvolgere Centri Ausili per individuare le soluzioni più appropriate; sviluppare strumenti digitali che aiutino a gestire e monitorare il Progetto di Vita; e utilizzare le tecnologie già nella fase di co-progettazione, per garantire che la persona possa esprimere pienamente il proprio punto di vista».

Nota: per approfondire il tema delle tecnologie assistive e rimanere aggiornati sul dibattito nazionale e internazionale riguardante tale settore, segnaliamo la Rassegna Stampa gratuita mensile della Rete GLIC, la Rete Italiana dei Centri di Consulenza sugli Ausili Tecnologici per le Disabilità attiva dal 1997, di cui l’AIAS di Bologna è tra i fondatori. Essa è organizzata su una trentina di argomenti tra cui anche il rapporto tra tecnologie e Progetto di Vita. Si può richiedere gratuitamente dall’apposito form nel sito del GLIC e a questo link possono essere consultati anche gli arretrati.

*Evert-Jan Hoogerwerf è responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna.

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A “Exposanità” lo sport è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza

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Alla recente manifestazione “Exposanità 2026” di Bologna, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. Atleti, istituzioni e mondo paralimpico vi hanno condiviso infatti una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti Immagini di varie discipline sportive praticate da persone con disabilità

A Bologna, tra padiglioni, tecnologie e incontri istituzionali, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. È infatti questo il messaggio emerso con forza dalla recente manifestazione Exposanità 2026, dove atleti, istituzioni e mondo paralimpico hanno condiviso una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti.
A dare profondità al dibattito è stata tra l’altro la testimonianza di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e protagonista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026. Il suo intervento ha introdotto un elemento spesso rimosso nella narrazione sportiva, ossia la vulnerabilità. «Lo sportivo è prima di tutto una persona», ha sottolineato, riportando la salute al centro del percorso atletico, non come condizione accessoria, ma come infrastruttura essenziale della performance e della vita. Il riferimento al supporto tecnologico e medico non è secondario: segnala come oggi il confine tra sanità e sport sia sempre più poroso. Innovazione, riabilitazione e preparazione atletica convergono infatti in un ecosistema unico, dove la cura diventa parte integrante del risultato.

È però nel cuore dell’area paralimpica che il cambio di paradigma appare più evidente. Sitting volley, tennis in carrozzina, blind tennis, baseball per non vedenti, scherma, tiro con l’arco, tennis da tavolo e arti marziali non sono solo discipline, ma linguaggi attraverso cui si afferma un’idea precisa di accessibilità. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte attiva, giacché trasformare la conoscenza in esperienza diretta è una scelta precisa: il pubblico può provare, sperimentare e mettersi in gioco.
Melissa Milani, presidente del CIP Emilia Romagna (Comitato Italiano Paralimpico), ha esplicitato a Exposanità il passaggio culturale in atto: lo sport paralimpico non è più percepito come attività residuale o riabilitativa, ma come àmbito agonistico ad alto livello. Questa evoluzione ha implicazioni politiche: significa infatti riconoscere alle persone con disabilità il diritto pieno allo sport come dimensione strutturale della cittadinanza.
A rafforzare tale lettura è intervenuto anche l’Open Day promosso dall’INAIL Emilia Romagna, con circa novanta partecipanti coinvolti in attività sportive adattate. Non intrattenimento, ma un modello operativo di inclusione, dove lo sport diventa strumento di recupero, autonomia e relazione.
In questo contesto, la parola “riabilitazione” cambia significato: non più solo ritorno a una condizione precedente, ma costruzione di nuove possibilità.

Exposanità 2026 si è configurato così come un laboratorio culturale per ridefinire le categorie attraverso cui leggiamo salute e disabilità. Tre le direttrici principali emerse: l’integrazione tra sport e sanità, l’accessibilità come condizione imprescindibile e il riconoscimento del valore agonistico dello sport paralimpico. In filigrana, una questione più ampia: il diritto al corpo, riguardante la possibilità di esprimersi, competere, fallire e migliorare.
Ma andando oltre al il recente evento di Bologna, quale ne è stata l’eredità? La sfida è trasferire queste pratiche nella quotidianità: nelle scuole, nei territori e nelle politiche pubbliche. Anche perché, senza strutture accessibili, investimenti e visione politica, lo sport resta un’opportunità per pochi.
A Exposanità, dunque, è stato lanciato un segnale chiaro: l’inclusione non è un progetto collaterale, ma un criterio di sistema. E lo sport — quando è davvero accessibile — diventa uno dei suoi strumenti più potenti.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“La cura che tiene”: il “Caregiver Day 2026” dell’Emilia Romagna

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“La cura che ‘tiene’ – Racconti, visioni e proposte per una cura sostenibile”: è il titolo del “Caregiver Day 2026” della Regione Emilia Romagna, uno dei principali spazi pubblici di riflessione e confronto sul tema della cura familiare, che mette al centro chi ogni giorno sostiene persone con disabilità o non autosufficienti, spesso in una condizione di invisibilità sociale. La sedicesima edizione dell’evento prevede per tutto questo mese di maggio tanti incontri in presenza e online, e tutti a partecipazione gratuita

La cura che “tiene” – Racconti, visioni e proposte per una cura sostenibile: è questo il titolo del Caregiver Day 2026 della Regione Emilia Romagna, che si conferma come uno dei principali spazi pubblici di riflessione e confronto sul tema della cura familiare, mettendo al centro chi ogni giorno sostiene persone con disabilità o non autosufficienti, spesso in una condizione di invisibilità sociale.
L’appuntamento, giunto ormai alla sua sedicesima edizione, è promosso e organizzato dalla Società Cooperativa Anziani e non solo, con il sostegno dell’Unione delle Terre d’Argine e il patrocinio di CARER ETS – Associazione Caregiver Familiari, della Regione Emilia Romagna e dell’AUSL di Modena.
Il ricco programma diffuso (tra presenza e online) propone laboratori, incontri, momenti di approfondimento dedicati ai principali temi della cura sostenibile, offrendo strumenti concreti, conoscenze, testimonianze e occasioni di dialogo.

Incontri in presenza
° 9 maggio – Rovereto sulla Secchia (Modena), Tecnologie per il caregiver: dispositivi e applicazioni utili per alleggerire il carico assistenziale.
° 16 maggio – Carpi (Modena), Il caregiver che lavora: strumenti e servizi per conciliare lavoro e cura, welfare territoriale e welfare aziendale con il coinvolgimento di istituzioni e mondo delle imprese.
° 23 maggio – Campogalliano (Modena), La pianificazione condivisa delle cure: come costruire percorsi partecipati di cura in presenza di patologie croniche e invalidanti.
° 30 maggio – Soliera (Modena), L’emergenza nella cura: strategie e strumenti per affrontare i momenti critici con maggiore sicurezza.

Incontri online
Accanto agli incontri in presenza sul territorio, un ruolo centrale avranno i webinar di approfondimento, veri e propri laboratori di pensiero e proposta, che porteranno il tema della cura nel dibattito nazionale, grazie al contributo di relatori di alto profilo istituzionale, scientifico e sociale.
Nel dettaglio, i quattro webinar in programma dal 7 maggio tutti i giovedì (ore 15) rappresenteranno un punto di forza dell’edizione 2026: momenti di approfondimento tematico per affrontare nodi strutturali della cura familiare [a questo link, in altra parte del nostro giornale, una nota specificamente dedicata al webinar di domani, 7 maggio, N.d.R.].
Il ciclo di incontri online sarà caratterizzato, come detto, dalla qualità e dall’autorevolezza dei relatori, provenienti da Parlamento e Istituzioni Nazionali, con membri della Commissione Affari Sociali della Camera; CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Regioni, con assessori e rappresentanti delle politiche di welfare; Organizzazioni Sindacali e del Terzo Settore; Università, Enti di Ricerca e Istituto Superiore di Sanità, con studiose e studiosi impegnati sui temi dello stress cronico, della salute e delle disuguaglianze sociali.
Questa pluralità di voci consentirà di leggere la cura come questione sociale complessa, che intreccia diritti, lavoro, salute, genere e politiche pubbliche, superando una visione emergenziale o privatistica del caregiving.

Temi strategici al centro del dibattito
I webinar affronteranno questioni chiave per il futuro delle politiche di cura, ossia:
° il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare a livello nazionale;
° la qualificazione dell’assistenza familiare e il sostegno alla cura domiciliare di lungo periodo;
° gli effetti dello stress cronico del caregiver sulla salute e sul lavoro;
° le sfide specifiche della cura nella disabilità nelle diverse fasi della vita, attraverso l’analisi di progetti e buone pratiche.

Un ponte tra territori, istituzioni e ricerca
Grazie alla formula online, i webinar del Caregiver Day 2026 amplieranno dunque il pubblico potenziale, costruendo un vero e proprio ponte tra territori, istituzioni, ricerca e comunità, oltre a rafforzare il ruolo dell’iniziativa come spazio pubblico di elaborazione culturale e politica sulla cura.
Il Caregiver Day non è solo una rassegna di eventi, ma un invito collettivo a riconoscere il valore della cura come bene comune e a costruire un welfare più giusto, capace di non lasciare sole le persone che ogni giorno “tengono” insieme le fragilità della nostra società. (Simona Lancioni)

Tutti gli eventi saranno a partecipazione gratuita. Il programma completo è disponibile a questo link. Per informazioni e/o iscrizioni: info@anzianienonsolo.it (oppure ci si può iscrivere anche tramite questo link).
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene ripresa, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Le Linee Guida per l’inclusione dell’intelligenza artificiale nelle scuole

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Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha recentemente emanato le “Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche”: ne proponiamo un’ampia sintesi, arricchita da alcune osservazioni mirate anche agli alunni/alunne e agli studenti/studentesse con disabilità

Il contesto
In Italia non avevamo ancora finito di familiarizzare con la rivoluzione digitale avvenuta a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso, che un’altra rivoluzione ancora più travolgente ha invaso il mondo a partire soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, cioè la cosiddetta Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA).
Essa è iniziata con la nuova tecnologia di far “divorare” ad una memoria elettronica quanti più dati possibili relativi a certi settori e poi chiedere alla memoria stessa un’informazione che ci necessiti; ma in tempi rapidi si è riusciti, sempre tramite l’implementazione della memoria, le reti neurali e gli algoritmi, ad ottenere che, a domanda, la memoria riuscisse a “generare” essa stessa risposte articolate, come un articolo di giornale, una ricerca storica, la traduzione di un testo in diverse lingue, e addirittura le automobili a guida automatica con esiti anche più sicuri della guida umana ecc. ecc.
Gli Stati Uniti hanno investito in tale nuovissima tecnologia parecchi miliardi di dollari e continuano a farlo in modo crescente, avendo poche ma grosse imprese oligopolistiche nel settore; l’Europa lo sta facendo ma in modo inferiore. L’Italia arranca, perché occorrono grossi investimenti e le nostre imprese sono prevalentemente medie e piccole, non riuscendo quindi a sostenere tali spese.
Questa, a detta di molti economisti, è la causa della mancata crescita di PIL (Prodotto Interno Lordo) del nostro Paese a partire dagli Anni Ottanta e conseguentemente della stagnazione dei salari, fermi a quell’epoca, proprio a causa della mancata crescita di produttività, condizione-presupposto per l’aumento dei salari: se il reddito non cresce, non può crescere la redistribuzione di esso tra profitti e salari. Inoltre, molti esperti ritengono che l’IA riduca numerosi posti di lavoro tradizionali di tipo ripetitivo, mentre altri però osservano che si creano nuovi posti di lavoro più tecnologicamente aggiornati. Di qui la necessità di predisporre piani di riaggiornamento professionale per molti lavoratori, non solo a livello di quadri intermedi diplomati, ma anche di dirigenti e ricercatori laureati.
Quanto all’Italia, la perdita di posti di lavoro dovrebbe creare meno problemi, dato l’inarrestabile calo delle nascite. E comunque, senza l’introduzione massiccia di questa nuova tecnologia, l’Italia rischia una perdurante stagnazione economica.

Le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche
Così stando le cose, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, dopo avere avviato seriamente il Progetto Digitalizzazione nelle e per le scuole, ha di recente posto mano pure al Progetto IA e ha finalmente emanato le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche, tramite il Decreto Ministeriale 166/25 e le Indicazioni Nazionali per i Licei per l’anno scolastico 2026-2027 (22 aprile 2026), che pure danno rilievo alle predette Linee Guida.
Queste ultime sono state emanate in attuazione in particolare della Legge 132/25 (Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale) e della Direttiva Europea sull’Intelligenza Artificiale (Regolamento 2024/1689).

Le Linee Guida sono dunque un corposo documento rivolto ai dirigenti scolastici, ai docenti, al personale amministrativo e agli studenti/studentesse. Si compone di una Premessa ed è suddiviso in sei paragrafi più due glossari.
La Premessa richiama la normativa europea e italiana che regola l’utilizzo di questa nuova tecnologia, fortemente invasiva dei dati personali. Essa in Europa è piuttosto stringente, mentre negli Stati Unit lo è assai di meno, essendo vigente in essi un concetto di “libertà” assai ampio che non tollera molti limiti; in Europa, essendo noi molto più sensibili al rispetto dei “diritti umani”, con particolare riguardo ai dati personali sensibili, abbiamo maturato una normativa di tutela molto più accurata. Ciò spiega anche come mai negli Stati Uniti l’IA sia molto più diffusa e con applicazioni molto più ampie e penetranti rispetto ai Paesi europei.

1. Le finalità e le pratiche vietate
Il primo paragrafo prevede che l’IA sia finalizzata ad un’utilizzazione per attività ripetitive, quali, ritengo, molte pratiche di competenza delle segreterie, e per facilitare la didattica e l’apprendimento. Esse prevedono molto opportunamente, in modo esplicito, le seguenti pratiche vietate, coincidenti con quanto previsto dall’articolo 5, paragrafo 1 del citato Regolamento Europei 2024/1689:
° l’uso di tecniche subliminali o volutamente manipolative o ingannevoli;
° la valutazione o classificazione delle persone fisiche sulla base del loro comportamento sociale o di caratteristiche personali, con attribuzione di un punteggio sociale e conseguente applicazione di trattamenti pregiudizievoli ovvero sfavorevoli;
° l’uso di sistemi di categorizzazione biometrica che classifichino individualmente le persone fisiche sulla base dei loro dati biometrici, per trarre deduzioni o inferenze in merito a razza, opinioni politiche, appartenenza sindacale, convinzioni religiose o filosofiche, vita sessuale od orientamento sessuale;
° con particolare riferimento al settore dell’istruzione, i sistemi di IA in grado di individuare le emozioni di una persona fisica nell’àmbito degli istituti di istruzione, tranne laddove l’uso di tali sistemi sia destinato a essere messo in funzione o immesso sul mercato per motivi medici o di sicurezza (articolo 5, lettera f e Considerando 44 del Regolamento Europeo 2024/1689)

2. I princìpi
Il secondo paragrafo indica i princìpi ai quali si ispirano le Linee guida, con particolare attenzione a quelli costituzionali, vale a dire:
– centralità della persona;
– equità, cioè fruibilità per tutti gli studenti/studentesse, compresi quelli con disabilità;
– innovazione etica e responsabile: l’IA deve realizzare un’educazione responsabile degli alunni, sollecitando un apprendimento critico e creativo ed evitando, ritengo, un’utilizzazione quale la copiatura di elaborati o traduzioni;
– sostenibilità;
– tutela dei diritti e delle libertà fondamentali;
– sicurezza dei sistemi e modelli di IA, al fine di garantire l’inaccessibilità a terzi ai dati sensibili degli studenti, dei docenti e del personale della scuola.

3. Requisiti etici, tecnici e normativi
Il terzo paragrafo prevede che nell’uso e nell’implementazione dell’IA le scuole debbano garantire il rispetto di tre classi di requisiti, quali quelli etici, quelli tecnici, e quelli normativi per la protezione dei dati personali.
Requisiti etici
° Intervento e sorveglianza umana nell’insegnamento e nell’organizzazione della didattica: bisogna cioè realizzare un’attenta sorveglianza al fine di evitare discriminazioni e violazioni del diritto alla privacy degli studenti. Il dirigente scolastico deve sorvegliare il rispetto di tutto ciò.
° Trasparenza e spiegabilità: la scuola deve garantire che quanti si avvalgono dell’IA ne conoscano il funzionamento e le finalità; al fine del monitoraggio di quanto avviene, la documentazione relativa ad essa dev’essere conservata agli atti della scuola stessa.
° Criteri per evitare discriminazioni: la scuola deve evitare che l’IA possa creare discriminazioni rispetto al sesso, alla razza, alla religione, alle opinioni politiche o a particolari condizioni personali e sociali, favorendo l’inclusione alla pari di tutti gli studenti.
° Attribuzione di ruoli e responsabilità: i dirigenti scolastici sono responsabili nelle proprie scuole per l’introduzione e il monitoraggio dell’IA. Inoltre, devono essere coinvolti rispettivamente gli studenti, le famiglie, i docenti e il personale scolastico, ogni volta che l’IA abbia impatto sul loro rapporto con la scuola, ad esempio didattica o attività amministrativa. E ancora, si devono coinvolgere anche enti territoriali pubblici e privati, qualora l’IA riguardi anch’essi, ad esempio tramite accordi. Devono infine essere coinvolti i fornitori, per verificare la sicurezza etica e tecnica dei sistemi di IA.

Requisiti tecnici
– Certificazioni e conformità dei fornitori: nella selezione di questi ultimi occorre sia garantita la sicurezza dei programmi, la tracciabilità delle loro operazioni, il rispetto delle certificazioni di sicurezza e qualità europee e italiane.
– Gestione responsabile dei dati: occorre adottare tutti i mezzi tecnici necessari a garantire sicurezza, riservatezza e integrità delle informazioni trattate. Nei contatti con i fornitori, inoltre, bisogna assicurarsi che essi rispettino la normativa concernente i loro doveri analoghi.
– Gestione del diritto di non partecipazione: devono essere adottati accorgimenti tecnici per garantire il diritto all’accesso all’IA da parte di studenti o loro famiglie che si avvalgano del “diritto di non partecipazione”. E in ogni caso dev’essere sempre garantito il diritto alla riservatezza e alla custodia dei dati personali.
– Equità del sistema: l’IA utilizzata nelle Istituzioni Scolastiche deve essere progettata per garantire equità e trasparenza ed è necessario controllare che i sistemi di IA non presentino pregiudizi o discriminazioni, assicurando che tutti gli studenti/studentesse abbiano accesso alle stesse opportunità educative. Ciò vale chiaramente anche per gli alunni con disabilità, anche se essi non sono espressamente citati.

Requisiti normativi per la protezione dei dati personali
Il Regolamento Europeo e le norme italiane devono garantire la riservatezza da parte degli utenti dell’IA nelle scuole. A tal fine la scuola, e quindi il dirigente scolastico, che ne è il legale rappresentante, è considerato il “titolare del trattamento dei dati”, ai fini della responsabilità nei confronti degli aventi diritto alla riservatezza, specie se si tratta di minori che sono qualificati come soggetti vulnerabili.
La scuola ha l’obbligo di indicare e chiarire le finalità per le quali i dati personali, anche “sensibili”, vengono trattati. Spetta, in ogni caso, alla singola Istituzione Scolastica trattare i dati personali dei soggetti interessati solo ove strettamente necessario.
I dati devono essere esatti, aggiornati e cancellati quando non servono più, ed è necessario garantirne la sicurezza.
Vi sono quindi alcune specifiche indicazioni per le Istituzioni Scolastiche:
° esse dovranno garantire informazione e formazione, anche per il tramite dell’educazione civica, sull’uso delle tecnologie nel rispetto della normativa;
° le singole Istituzioni Scolastiche devono effettuare una “valutazione di impatto” sui rischi che l’IA adottata possa causare alla privacy e, in caso di dubbio, deve rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali;
° le stesse Istituzioni Scolastiche devono altresì fornire “informative” chiare ai singoli interessati circa il trattamento dei loro dati;
° e ancora, devono nominare i soggetti “autorizzati” al trattamento, come ad esempio il Dirigente dei Servizi Generali Amministrativi (DSGA), per i dati relativi alle iscrizioni degli studenti o alle nomine dei docenti, e come i docenti, per l’utilizzo dei registri elettronici. Ciò in base al Vademecum del Garante per la protezione dei dati personali (La scuola a prova di privacy, edizione 2023);
° così pure le scuole titolari del trattamento dei dati devono individuare il Responsabile tecnico del trattamento dei dati;
° inoltre, le Istituzioni Scolastiche devono adottare misure tecniche di sicurezza dei dati, così come è previsto che debbano tenere un “registro delle attività del trattamento”;
° la scuola deve infine provvedere tempestivamente entro 72 ore alla notifica delle violazioni dei dati personali al Garante e alla comunicazione agli interessati.

4. Impiego dell’IA nel contesto educativo
Il quarto paragrafo prevede quanto segue: «Con riferimento alla tassonomia proposta da Holmes et al. (2022), e ai documenti di orientamento della Commissione Europea e dell’UNESCO, è possibile classificare l’impiego dell’IA nel contesto educativo in tre àmbiti principali:
1. IA al servizio degli studenti;
2. IA a supporto dei docenti;
3. IA a sostegno dell’organizzazione.
Anche gli organi collegiali sono coinvolti nell’adozione e nel rispetto della normativa sull’IA.

4.1 Istruzioni operative e strumenti di accompagnamento
Ciascuna Istituzione Scolastica che intenda introdurre sistemi di IA deve analizzare e valorizzare il proprio contesto scolastico, individuando i bisogni specifici e le aree di applicazione strategiche. Tale processo deve garantire il rispetto dei princìpi fin qui delineati.

Approccio metodologico sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola

Per facilitare l’attivazione di programmi di introduzione di sistemi di IA nelle scuole su scala nazionale in maniera strutturata e uniforme, si propone alle Istituzioni Scolastiche l’utilizzo dell’approccio metodologico qui a fianco raffigurato.
Si inizia cioè con la fase della definizione, individuando le aree e i casi d’uso. Quindi bisogna individuare la pianificazione di dettaglio con tempi, costi e qualità. Poi bisogna applicare l’IA al caso prescelto e infine curare il monitoraggio.
Tutto ciò presuppone un piano di formazione del personale scolastico e amministrativo, con la fase del monitoraggio che serve a individuare eventuali errori o violazioni della privacy da riparare immediatamente. In tale fase vanno coinvolti gli organi collegiali della scuola.
Il processo si conclude con la valutazione interna del raggiungimento degli obiettivi e dell’analisi dei risultati rispetto al piano iniziale, anche ai fini della Rendicontazione Sociale.

4.2 Gli studenti quali destinatari
Scendendo ulteriormente nel dettaglio, il focus deve riguardare separatamente, in funzione della tipologia di destinatario dei sistemi di IA: i dirigenti, il personale amministrativo, i docenti e gli studenti.
Gli studenti devono essere educati a un progressivo allenamento a scelte culturali personalizzate e interdisciplinari. Possono inoltre avere dei feedback immediati nel corso dello svolgimento dei loro compiti, essendo aiutati a correggere e comprendere gli errori. Ciò, tramite la personalizzazione massima, aiuta l’inclusione generalizzata. Pertanto, ritengo che favorisca notevolmente l’inclusione degli alunni con disabilità: infatti, è possibile adeguare le lezioni a livello di gruppi di studenti e di singoli studenti, ed effettuare prove corrispondenti alle loro effettive capacità, come avviene nel caso delle prove equipollenti nei PEI (Piani Educativi Individualizzati) di tipo B (semplificati) e in quelli di tipo C (differenziati).

4.3 Progettazione etica degli algoritmi
Nella fase di addestramento e di implementazione è necessaria una progettazione etica degli algoritmi e un costante monitoraggio, onde verificare danni alla privacy.
Dev’essere inoltre garantito un diritto alla spiegazione della procedura e dei princìpi concretamente applicati, per utilizzare con mezzi automatizzati i dati personali al fine di ottenerne un risultato specifico. È necessario pertanto organizzare un programma di formazione iniziale e continua sull’utilizzo dell’IA, sia a favore del personale scolastico che degli studenti, allo scopo di evitare l’uso improprio di tale tecnologia. Dal canto suo, il dirigente scolastico deve garantire che alle fasi automatiche dell’IA siano accompagnate fasi con l’intervento consapevole degli utenti, siano essi docenti o studenti.
Dev’essere infine promossa un’utilizzazione sociale dell’IA tramite gruppi di lavoro e attività collaborative, intervallate con attività di rapporto individuale con l’IA stessa. Gli utilizzatori devono cioè essere edotti dei rischi che l’uso dell’IA, specie individuale, può provocare. A tal proposito ritengo che questa modalità, se generalizzata, possa essere una grande innovazione della didattica italiana, ancora troppo ancorata a un’educazione individuale e competitiva, mentre oggi sempre più nel mondo produttivo e nelle amministrazioni diviene necessario il lavoro di gruppo.
Strumento utile a ciò potrebbero essere le piattaforme digitali.

4.4 Riconoscere le “allucinazioni” dell’IA
Gli studenti devono essere educati a saper riconoscere criticamente i rischi delle “allucinazioni” inerenti i contenuti generati dai sistemi di IA (cioè le risposte automatiche dettate dagli algoritmi che potrebbero non corrispondere alla realtà oggettiva), e a non appiattirsi su utilizzi meramente passivi degli stessi contenuti.
I programmi di IA nella scuola devono infatti essere considerati, secondo la normativa europea, “ad alto rischio”, in quanto un utilizzo improprio può avere ricadute negative sulla formazione degli studenti e sul loro futuro professionale.

5. I controlli
Oltre alla vigilanza e all’attività propulsiva dei dirigenti scolastici, l’introduzione dell’IA è pure controllata dagli Uffici Scolastici Regionali e, in via definitiva, dallo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito tramite la Piattaforma Unica, sulla quale le scuole potranno confrontare le sperimentazioni attuate, anche in dialogo con altre realtà del territorio, e il Ministero potrà effettuare controlli a campione per assicurarsi del rispetto della normativa.

6. Conclusioni
«Solo attraverso un’implementazione responsabile, che tenga conto delle esigenze individuali degli attori del sistema scolastico, sarà possibile raggiungere gli obiettivi prefissati e costruire una scuola più inclusiva, equa e preparata ad affrontare le sfide del futuro».

Osservazioni finali
Il documento che abbiamo sintetizzato sembra piuttosto ripetitivo e pervaso dal timore ossessivo dei rischi che questa innovazione rivoluzionaria introduce nella didattica. Tuttavia, queste precauzioni sembrano motivate dalla necessità di garantire il carattere non solo di istruzione degli studenti, ma anche e soprattutto di educazione al rispetto di se e degli altri.

Cenni Bibliografici
Si suggerisce la lettura, tra le tante opere, almeno delle seguenti:

° Flavio Corradini, Il prompt responsabile. Linguaggio e metodo per governare davvero l’IA generativa, Milano, FrancoAngeli, 2026.
° Federico Ferrazza, Pier Luigi Pisa, L’intelligenza artificiale e lo studio, 3 volumi, “la Repubblica”, 2025.
° Federico Neri, Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni, Roma-Bari, Laterza, 2026.
° Giorgio Parisi, Le simmetrie nascoste. Perché la fisica è alle radici dell’intelligenza artificiale di oggi e di domani, Milano, Rizzoli, 2026.

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AVVISO PUBBLICO-MAD-COMMISSARIO ESTERNO-MATURITA’ A.S. 2025-26

Ultime da A.T.P. Catanzaro -

Decreto-Interministeriale-maggio-2007-compensi-esami-di-Stato (1) AVVISO PUBBLICO-MAD-COMMISSARIO ESTERNO-MATURITA’ A.S. 2025-26 m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0004205.06-05-2026 Modello-Domanda-Sostituzione-Commissario-Esterno-a.s. 2025-26 Allegati Decreto-Interministeriale-maggio-2007-compensi-esami-di-Stato (1) (928 kB)AVVISO PUBBLICO-MAD-COMMISSARIO ESTERNO-MATURITA' A.S. 2025-26 m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0004205.06-05-2026 (323 kB)Modello-Domanda-Sostituzione-Commissario-Esterno-a.s. 2025-26 ...

Riconoscimento e tutela del caregiver familiare: quale legge nazionale?

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Il 7 maggio, nell’àmbito della sedicesima edizione della manifestazione “Caregiver Day” della Regione Emilia-Romagna, si terrà il seminario online “Quale legge nazionale per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare?” al quale parteciperanno tra gli altri i deputati Luciano Ciocchetti e Ilenia Malavasi

Il 7 maggio, nell’àmbito della sedicesima edizione della manifestazione Caregiver Day della Regione Emilia-Romagna (di cui scriveremo entro breve in altra parte del giornale), si svolgerà il seminario online dal titolo Quale legge nazionale per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare?
L’evento, che sarà introdotto e moderato da Loredana Ligabue, segretaria dell’Associazione CARER ETS, si svolgerà sulla piattaforma Zoom dalle 15 alle 17,30 e vi interverranno i deputati Luciano Ciocchetti e Ilenia Malavasi, componenti della Commissione Affari Sociali delle Camera; Alessandro Geria, consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Valerio Serino, responsabile dell’Ufficio Politiche per il Lavoro ed Inclusione delle Persone con Disabilità della CGIL Nazionale; Isabella Conti, assessora al Welfare della Regione Emilia-Romagna. (Simona Lancioni)

Per informazioni e/o l’iscrizione: info@anzianienonsolo.it (oppure ci si può iscrivere anche tramite questo link).
La presente nota è già apparsa in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene ripresa, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza

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«Come supportare e promuovere il protagonismo delle persone con disabilità, facendo in modo che siano considerate pienamente soggetti di diritti e non solamente beneficiarie? Per rispondere, analizzeremo due contesti complessi caratterizzati da povertà, diseguaglianze e conflitti di varia natura»: così l’Università di San Marino presenta il seminario di domani, 6 maggio, denominato “Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza”

«Come supportare e promuovere il protagonismo delle persone con disabilità, facendo in modo che siano considerate pienamente soggetti di diritti e non solamente beneficiarie? Per rispondere, partiremo dall’analisi di due contesti complessi caratterizzati da povertà, diseguaglianze e conflitti di varia natura: El Salvador, nell’America Centrale, e la Striscia di Gaza, in Medio Oriente»: così, dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di San Marino, viene presentato il seminario di studi in programma per il pomeriggio di domani, 6 maggio, nella Repubblica del Titano (Sala Montelupo di Domagnano, ore 14), denominato Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza, che proporrà una serie di riflessioni curate da varie figure impegnate su vari livelli in questo àmbito come attivisti, operatori umanitari, rappresentanti di organizzazioni impegnate nel settore e dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo).
Con il coordinamento, infatti, di Arianna Taddei, docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale nell’Ateneo sammarinese e i saluti introduttivi di Laura Gobbi, direttrice generale dell’Università organizzatrice, Davide Martina dell’AICS (Ufficio VII – Soggetti di cooperazione, partenariati e finanza per lo sviluppo) e Francesca Romana Trisciuzzi pure dell’AICS (Ufficio IV – Sviluppo Umano, Focal Point Disabilità), interverranno Riccardo Sirri, direttore di EducAid; Giampiero Griffo, presidente della RIDS* (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo); Silvia Charlotte Rowe, evaluator e monitoring expert di PuntoSud; Giulia Trobbiani, rappresentante Paese e project manager EducAid El Salvador; Yousef Hamdouna, responsabili dei programmi di Educaid per il Medio Oriente; Marta Migliosi, attivista per i diritti delle persone con disabilità; Flavia Saraceni, peer counsellor della RIDS. (S.B.)

*La RIDS è un’alleanza strategica avviata nel 2011 da due organizzazioni non governative, l’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) ed EducAid, insieme a due organizzazioni di persone con disabilità, quali DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), alle quali si è aggiunto successivamente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale). Il compito di essa è appunto quello di promuovere il protagonismo delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni nei progetti di cooperazione internazionale, come afferma la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Il seminario potrà essere seguito anche da remoto, tramite la piattaforma Teams (a questo link).

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I dati sulle convenzioni nella XII Relazione al Parlamento riguardante la Legge sul lavoro delle persone con disabilità

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Tra le novità introdotte a suo tempo dalla Legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), vi erano state anche le convenzioni, strumento pensato per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e per facilitare le aziende che devono rispettare gli obblighi di legge. Come sono state applicate in questi anni? Esaminiamo i dati prodotti in tal senso dalla “XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/99”

Una novità introdotta dalla Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) era stata quella dalle convenzioni, strumento pensato per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e per facilitare le aziende che devono rispettare gli obblighi di legge. Esse consistono in un patto fra l’Ufficio per il Collocamento Provinciale, le imprese pubbliche/private e, in altri casi, le Cooperative Sociali e altri Enti del Terzo Settore.
Esistono tre tipi di convenzioni: quelle di programma (articolo 11 della Legge 68/99), quelle di inserimento (articoli 12 e 12 bis), e quelle previste dall’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03 (cosiddetta “Legge Biagi”). Da sottolineare sin da subito la lenta e non uniforme diffusione sul territorio nazionale e l’insufficiente utilizzo.

La convenzione prevista dall’articolo 11, comma 1 della Legge 68/99 è la più diffusa e utilizzata dalle aziende, in quanto consente di assolvere agli obblighi assuntivi previsti dalla norma con gradualità. La XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, N. 68 “Norme per il diritto al lavoro delle persone disabili”, Anni 2022-2023 riporta che nel 2023 ne sono state sottoscritte 14.081 per l’inserimento di 23.956 persone; dal 2013 al 2023 ne sono state sottoscritte in media ogni anno 8.377. Visto che in media all’anno vengono avviate al lavoro 40.184 persone, nemmeno questo strumento può definirsi particolarmente efficace. La citata Relazione, del resto, non precisa l’esito e nemmeno la quantità e qualità degli inserimenti realmente effettuati. Ma, se osserviamo il numero dei collocati e il numero dei posti coperti in quota di riserva, è facile concludere che in gran parte non sono stati rispettati gli impegni sottoscritti. Le convenzioni, infatti, diventano spesso una tecnica legalizzata di evasione, con le aziende che presentano il prospetto informativo (la così detta “autodenuncia”), sottoscrivono diligentemente la convenzione come da articolo 11 della Legge 68, per poi non rispettare gli impegni concordati ed eludere gli obblighi di legge. Le stesse aziende dicono che in molte Province non ci sono controlli o che è sufficiente comunicare che non si sono trovati candidati adeguati da assumere. Tuttavia, tutto ciò non toglie valore allo strumento in sé.

L’articolo 11, comma 4 della Legge 68 prevede poi che «gli uffici competenti possano stipulare con i datori di lavoro convenzioni di integrazione lavorativa per l’avviamento di disabili che presentino particolari caratteristiche e difficoltà di inserimento nel ciclo lavorativo ordinario». Ebbene, queste convenzioni sono state e sono scarsamente utilizzate (733 per 807 persone nel 2023), in quanto prevedono l’inserimento di persone con disabilità complesse. Purtroppo, questa procedura viene spesso richiamata impropriamente dagli enti pubblici per giustificare l’esclusione delle persone con disabilità intellettiva, mentale e neurologica, dalle selezioni e dai concorsi.

Mi soffermo quindi brevemente sulle convenzioni come da articolo 12 della Legge 68, in quanto non hanno avuto alcun successo. Le aziende si sono ovviamente rifiutate di utilizzare questo strumento in quanto prevedeva la contestuale assunzione del lavoratore da parte dell’impresa e da una Cooperativa Sociale di tipo B e dopo un massimo di 36 mesi di formazione al lavoro, il lavoratore doveva rientrare a tempo indeterminato in azienda. Dal 2013 al 2023 ne sono state sottoscritte in totale 82 e nemmeno una negli anni 2022 e 2023.
Nemmeno le convenzioni previste dall’articolo 12 bis della Legge 68 hanno avuto grande successo, nonostante non fosse più prevista la contestuale assunzione e il successivo inserimento in azienda. Nel 2023 ne sono state sottoscritte 5, mentre dal 2013 al 2023 sono state complessivamente 89.

Ora, la ministra del Lavoro Calderone, attraverso il Decreto Legge 159/25 (cosiddetto “Decreto Sicurezza”), convertito con modificazioni nella Legge 198/25, ha introdotto alcune importanti novità. Si è passati cioè da un possibile ricorso alle convenzioni pari al 10% della quota di riserva allargandolo al 60%; è stata data inoltre la possibilità di sottoscrizione non solo alle Cooperative Sociali, ma anche alle Imprese Sociali, alle Società Benefit e agli Enti del Terzo Settore non commerciali; infine, per la prima volta è stata introdotta ufficialmente la possibilità di distaccare il lavoratore in altra sede di lavoro. Questo, ha suscitato un coro di polemiche pretestuose che personalmente non condivido. È sufficiente constatare infatti che circa il 70 % degli iscritti necessita di percorsi di accompagnamento al lavoro, e che circa il 40% ha bisogno di un periodo transitorio di formazione al lavoro in un contesto adeguato prima di essere inserito e assunto regolarmente in una impresa pubblica o privata. A riprova ci sono le centinaia di migliaia di persone iscritte al collocamento da più lustri, senza mai avere avuto una proposta di lavoro.
Questo provvedimento, inoltre, è strategicamente e culturalmente in sintonia con la “riforma della disabilità” sancita dal Decreto Legislativo 62/24 (applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità), che prevede la presa in carico della persona e un Progetto di Vita individualizzato anche sotto il profilo lavorativo.
Infine, mi permetto di sostenere come sia preferibile che le aziende ricorrano alle convenzioni fissate dall’articolo 12 bis della Legge 68, anziché alla monetizzazione degli obblighi attraverso l’istituto dell’esonero previsto dall’articolo 5 della Legge 68/99.

Veniamo, per concludere, alle convenzioni stabilite dall’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03 (“Legge Biagi”), che al contrario delle precedenti, hanno avuto invece una certa diffusione, nonostante ci siano voluti due decenni perché fossero deliberate in tutte le Regioni, ad eccezione della Basilicata, del Molise e della Provincia Autonoma di Bolzano.
Esse prevedono l’assunzione della persona con disabilità presso una Cooperativa Sociale di tipo B, in cambio di una commessa di lavoro offerta da un’azienda. In questo modo l’impresa privata soddisfa l’obbligo di legge e una persona con difficoltà di inserimento al lavoro trova un’occupazione in un contesto adeguato. Nel 2023 ne sono state sottoscritte 2.457 per l’inserimento di 3.248 persone. In dieci anni, dal 2013 al 2023, sono state 10.000. I numeri in sé, per altro, non sono affatto esplicativi della realtà: in primo luogo, il ricorso a tali convenzioni è presente soprattutto nelle regioni nel Nord Italia; inoltre non conosciamo la loro durata, visto che possono protrarsi fino ad un massimo di tre anni, e nemmeno conosciamo il numero di persone coinvolte annualmente. Sarebbe inoltre utile sapere quanti siano i lavoratori “disabili/abili” impropriamente assunti e quanti presentino effettivamente complessità di inserimento.
In ogni caso, le ragioni che ne hanno ostacolato la rapida ed efficace diffusione sono riconducibili da una parte a un’assenza di volontà di molte Regioni, nonché dagli ostacoli creati da numerosi Uffici Provinciali che spesso suggeriscono il ricorso all’istituto dell’esonero. Spesso, inoltre, le parti sociali considerano questo strumento come un modo utilizzato dagli imprenditori per aggirare le assunzioni dirette. Ora, dopo vent’anni si stanno a fatica diffondendo, anche perché alcuni soggetti privati e del privato sociale hanno compreso che sono un utile strumento per fare business.

*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi direttore generale dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) (marino.botta@andelagenzia.it). Il presente contributo è il terzo di Marino Bottà da noi pubblicato, riguardante la “XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, N. 68 ‘Norme per il diritto al lavoro delle persone disabili’, Anni 2022-2023”. Il primo, intitolato “Lavoro: un’analisi dell’ultima Relazione al Parlamento sull’attuazione della Legge 68/99”, e il secondo, intitolato “Lavoro e disabilità: come interpretare i dati della XII Relazione al Parlamento sulla Legge 68/99”, sono disponibili a questo e a questo link.

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Quante false informazioni sulla celiachia e sulla dieta senza glutine!

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Sono numerose le false informazioni che circolano sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. Fare dunque corretta informazione e sfatare falsi miti su questa malattia è uno dei principali obiettivi della Settimana Nazionale della Celiachia che tornerà dal 9 al 17 maggio, a cura dell’AIC (Associazione Italiana Celiachia), in collaborazione con le 21 AIC territoriali associate, dodicesima edizione di un’iniziativa che come sempre si svolgerà ruotando attorno alla Giornata Mondiale della Celiachia del 16 maggio

«La dieta senza glutine fa dimagrire e fa bene anche a chi non è celiaco». «La celiachia è un’allergia al grano ed è una condizione temporanea». «Una persona può essere più o meno celiaca quindi, ogni tanto, è possibile “trasgredire” alla dieta senza glutine»: sono solo alcune delle false informazioni che circolano sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. Fare corretta informazione e sfatare falsi miti su questa malattia è uno dei principali obiettivi della Settimana Nazionale della Celiachia che sta per tornare dal 9 al 17 maggio, a cura dell’AIC (Associazione Italiana Celiachia), in collaborazione con le 21 AIC territoriali associate, iniziativa giunta alla dodicesima edizione, che come sempre si svolgerà ruotando attorno alla Giornata Mondiale della Celiachia del 16 maggio.
La Settimana Nazionale, dunque, che si articolerà tra corsi di formazione, attività nelle biblioteche, iniziative di divulgazione, informazione e counseling nutrizionale, condotte da esperti e altro ancora, allo scopo di parlare correttamente di celiachia e dieta senza glutine, rappresenta un’occasione unica per sensibilizzare un pubblico sempre più ampio su questa malattia che in Italia riguarda circa 600.000 persone di cui quasi 400.000 non ancora diagnosticate. E si tratta di una malattia severa, la cui diagnosi tardiva porta a complicanze gravi, raramente con esito infausto, ma che incidono negativamente sulla qualità della vita dei pazienti.

«La disinformazione sulla celiachia – sottolinea Rossella Valmarana, presidente dell’AIC – può creare confusione e rischi. Da oltre 45 anni la nostra Associazione lavora quotidianamente per diffondere una corretta informazione sulla celiachia e sulla dieta senza glutine, un impegno oggi ancora più necessario in un contesto in cui online e sui social circolano spesso falsi miti e informazioni non corrette. In tal senso, la Settimana Nazionale è uno dei momenti più importanti dell’anno perché, grazie ai numerosi eventi diffusi in tutta Italia, riusciamo a coinvolgere e sensibilizzare un pubblico sempre più ampio, un’azione indispensabile per migliorare la qualità della vita delle persone celiache».

Da ricordare in conclusione che in occasione della Settimana Nazionale, l’AIC aderirà anche all’iniziativa internazionale Shine a Light on Celiac che prevede l’illuminazione di colore verde di edifici e monumenti nel mondo per “accendere i riflettori” sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. (S.B.)

A questo link è disponibile l’elenco, in continuo aggiornamento, degli eventi promossi dall’AIC per la Settimana Nazionale della Celiachia. Per ulteriori informazioni: comunicazione@celiachia.it.

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La Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati e la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani

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«Per le persone con stomia o incontinenza, l’igiene delle mani non è solo una buona abitudine, ma una componente essenziale della cura, un vero presidio di sicurezza»: a dirlo è Pier Raffaele Spena, presidente della FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati), organizzazione che in occasione della Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani di oggi, 5 maggio, ha lanciato la campagna denominata “FAIS la cosa giusta: un gesto semplice, una difesa in più”

Oggi, 5 maggio, è la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in questa edizione del 2026 intende richiamare l’urgenza di integrare appunto l’igiene delle mani nei Piani di Azione Nazionali per la prevenzione e il controllo delle infezioni, alla luce del fatto che un’adeguata igiene delle mani può ridurre fino al 70% le infezioni prevenibili.
«In Italia – afferma l’infettivologo Matteo Bassetti, intervistato dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) – non abbiamo una cultura del lavaggio delle mani. Sulla pelle ci sono miliardi di batteri, motivo per il quale dobbiamo interrompere la catena di trasmissione dei microrganismi. Come? In primis con il lavaggio: un gesto semplice, ma estremamente efficace» (l’intervista integrale è disponibile a questo link).

Ed è stata proprio la FAIS a realizzare un’indagine sul tema, coinvolgendo 620 persone impegnate nella gestione quotidiana di presidi sanitari monouso. «I dati raccolti – spiegano dalla Federazione – riguardano una popolazione prevalentemente adulta (oltre l’85% ha più di 50 anni) e altamente autonoma: quasi l’85%, infatti, gestisce il presidio per se stesso. I dispositivi per stomia sono nettamente la categoria più rappresentata (52,91% delle risposte), seguiti da cateterismo vescicale e ausili per assorbenza. Le mani sono considerate di gran lunga la fonte di contaminazione più sottovalutata (63,53%), seguite dalla superficie di appoggio del materiale (24,71%) ed emergono criticità rilevanti nelle pratiche quotidiane, se è vero che il 40% del campione non igienizza sempre le mani, sia prima sia dopo le procedure, mentre oltre la metà dedica meno di 20 secondi al lavaggio, al di sotto delle raccomandazioni. Ancora più significativo il dato sull’uso dei guanti: il 58,82% dichiara di non utilizzarli mai. E tra gli ostacoli principali non emerge la disattenzione individuale, bensì fattori strutturali: il 34,71% indica infatti la carenza di servizi igienici accessibili fuori casa come barriera principale. Non a caso, proprio fuori dall’ambiente domestico si registrano i comportamenti più critici, tra rinvii della sostituzione del presidio o procedure effettuate senza adeguata igiene. Parallelamente, si evidenzia una forte domanda di supporto: quasi la metà degli intervistati (47,65%), considera molto utile una guida dedicata e privilegia strumenti pratici come video tutorial e materiali cartacei».

«Questa nostra indagine – commenta Pier Raffaele Spena, presidente della FAIS – dimostra che la consapevolezza sul rischio infettivo è diffusa, ma non sempre si traduce in pratiche corrette. Per le persone con stomia o incontinenza, l’igiene delle mani non è solo una buona abitudine, ma una componente essenziale della cura, un vero presidio di sicurezza. Eppure, molte persone gestiscono situazioni complesse senza una formazione strutturata e senza un adeguato supporto. Per questo è fondamentale rafforzare non solo l’informazione, ma anche le condizioni concrete che rendono possibile una corretta gestione quotidiana, trasformando un gesto semplice in uno strumento reale di prevenzione e qualità della vita».
È quindi alla luce di tali consapevolezze che la FAIS ha voluto lanciare, in occasione della Giornata di oggi, la campagna denominata FAIS la cosa giusta: un gesto semplice, una difesa in più, anche attraverso la realizzazione di alcune immagini grafiche, come quella qui a fianco publicata. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa FAIS (Anita Fiaschetti), anitafiaschetti@gmail.com.

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La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese

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«Lei ha annunciato durante la visita “Gesù abita qui” e poi “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese”. Grazie per aver dato la possibilità a comunità provate da miseria e dolore di volgere uno sguardo di speranza verso l’alto»: lo scrivono dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi) Antonio Pellizzaro e don Alfonso Giorgio, rivolgendosi direttamente a papa Leone XIV, dopo la sua visita pastorale in Africa  Papa Leone XIV insieme a due bambini dell’Angola a Saurimo, durante la sua visita pastorale in Africa (foto Ansa)

Riceviamo e diamo spazio al seguente messaggio rivolto dai rappresentanti del MAC (Movimento Apostolico Ciechi) a papa Leone XIV, dopo la recente visita pastorale in Africa del Pontefice.

Santità, le rivolgiamo un profondo sentimento di gratitudine per la speranza che ha donato ai nostri cuori e a quelli delle popolazioni da lei incontrate durante la sua visita pastorale in Africa.
In questo momento storico in cui spesso pare prevalere la legge del più forte sui rapporti fondati sul rispetto e la convivenza pacifica, lei quale autentico testimone di speranza, in ogni occasione, tra i poveri, le persone anziane, i bambini orfani e le persone con disabilità ha offerto il suo messaggio che in tutta evidenza ci è apparso profetico, luminoso, apostolico. Avevamo bisogno, soprattutto in questo momento, di una speranza di luce che elevasse la dignità umana, laddove ce ne fosse più bisogno.
Lei ha annunciato durante la visita «Gesù abita qui» e poi «La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese». Grazie per aver dato la possibilità a comunità provate da miseria e dolore di volgere uno sguardo di speranza verso l’alto.
Da parte dei sacerdoti assistenti dei gruppi diocesani, del Consiglio Nazionale, da parte di tutti gli aderenti del MAC di Italia, oltre che da tutti coloro che noi serviamo soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, le sia gradita l’affettuosa vicinanza per la sua alta missione pastorale e un vicendevole ricordo nella preghiera.

*Rispettivamente presidente nazionale e assistente ecclesiastico nazionale del MAC (Movimento Apostolico Ciechi).

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A Reggio Emilia una giornata di inclusione, sport e socialità

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Promosso dall’UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e dal Centro Sociale Buco Magico, è in programma per il 9 maggio nella città emiliana l’evento denominato “Oltre i sensi… protagonisti insieme”, una giornata dedicata a inclusione, sport e socialità, aperta alla cittadinanza, con varie attività ricreative e sportive finalizzate alla promozione dell’inclusione e della partecipazione attiva

Il 9 maggio a Reggio Emilia (Centro Sociale Buco Magico, Via Martiri di Cervarolo, 47) è previsto – e si terrà anche in caso di maltempo – Oltre i sensi… protagonisti insieme, una giornata dedicata a inclusione, sport e socialità, aperta alla cittadinanza, con varie attività ricreative e sportive finalizzate alla promozione dell’inclusione e della partecipazione attiva.
L’evento è promosso dall’UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e dal Centro Sociale Buco Magico, in collaborazione con l’Istituto Regionale Garibaldi per i Ciechi, l’AICS (Associazione Italiana Cultura Sport), All Inclusive Sport, il locale Centro Servizi per il Volontariato, la Croce Rossa Italiana, le Farmacie Comunali Riunite, Reggio Città Senza Barriere e Reggio Salta Salta.

Nel dettaglio del programma, da dire innanzitutto che i partecipanti potranno sperimentare attività motorie sull’erba, giochi inclusivi, tiro al secchio e percorsi sensoriali, oltre a discipline quali showdown (il “tennis tavolo per le persone con disabilità visiva”), tango argentino e attività sui tappeti elastici. Verranno inoltre proposte attività formative e di sensibilizzazione a cura degli operatori della Croce Rossa Italiana, tra cui la simulazione di chiamata al 112, il percorso educativoGioco della gentilezza, dimostrazioni di manovre salvavita con rianimazione cardiopolmonare e tecniche di disostruzione delle vie aeree in ambito adulto e pediatrico, nonché la possibilità di visitare un’ambulanza.
Le attività riprenderanno anche nel pomeriggio, dopo un pranzo conviviale. (S.B.)

Per informazioni: Marzia Mecozzi (m.mecozzi@audiotre.com); uicre@uici.it.

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“Vietato Non Sfogliare”: una mostra a Pontedera dedicata ai libri accessibili

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È liberamente visitabile a Pontedera (Pisa), fino al 9 maggio, la mostra bibliografica “Vietato Non Sfogliare”, esposizione curata dall’Associazione Area ETS di Torino, dedicata ai libri accessibili, ovvero a testi progettati per permettere a tutti e tutte di leggere, indipendentemente da abilità sensoriali, cognitive o linguistiche La mostra “Vietato Non Sfogliare”

È stata inaugurata, presso la Sezione Ragazzi della Biblioteca Comunale Giovanni Gronchi di Pontedera (Pisa), la mostra bibliografica Vietato Non Sfogliare, curata dall’Associazione Area ETS di Torino e dedicata ai libri accessibili, ovvero testi progettati per permettere a tutti e tutte di leggere, indipendentemente da abilità sensoriali, cognitive o linguistiche.
All’interno di essa è possibile scoprire libri tattili, in simboli, ad alta leggibilità, in Braille, senza parole o con particolari soluzioni grafiche e narrative che rendono la lettura un’esperienza inclusiva e condivisa. A questi si affiancano albi illustrati, romanzi e racconti che della disabilità hanno fatto occasione di narrazione, offrendone una rappresentazione autentica e multisfaccettata.
La mostra si rivolge ad un pubblico ampio in virtù di un approccio duttile e personalizzabile ai contenuti e ai supporti, offrendo informazioni e spunti di riflessione sia ai bambini e alle bambine, che agli adulti.

Vietato Non Sfogliare rappresenta un’occasione unica per Pontedera: si tratta infatti di un’iniziativa di alta qualità culturale e pedagogica, che arriva per la prima volta nel territorio pisano, offrendo uno strumento prezioso di riflessione sul diritto alla lettura.
La mostra sarà visitabile liberamente fino al 9 maggio, durante l’orario di apertura della Biblioteca e su prenotazione, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, per le classi della scuola dell’infanzia e della scuola primaria di tutto il comprensorio provinciale.
Le visite per le scuole possono essere concordate contattando la Biblioteca di Pontedera allo 0587 299518 o a biblioteca@comune.pontedera.pi.it.

La realizzazione dell’iniziativa è stata resa possibile grazie al contributo del MIC (Ministero della Cultura) sul Fondo per la promozione della lettura, della tutela e della valorizzazione del patrimonio librario a sostegno della diffusione della lettura e della promozione dell’accessibilità culturale ricevuto dalla Rete Documentaria Bibliolandia. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: biblioteca@comune.pontedera.pi.it.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Servirà più accessibilità nella Legge Europea sulle Reti Digitali

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«La Legge sulle Reti Digitali – dicono dal Forum Europeo sulla Disabilità -, presentata qualche mese fa dalla Commissione Europea, caratterizza una norma importante per le persone con disabilità, poiché dovrà contribuire a garantire l’accesso a servizi di comunicazione elettronica accessibili, disponibili e a prezzi contenuti, in particolare l’accesso a internet e alle chiamate telefoniche. E tuttavia, vi sono ancora una serie di lacune a livello di accessibilità, che dovranno essere sanate nell’iter della Legge»

La Commissione Europea ha presentato qualche mese fa il Digital Networks Act (“Legge sulle Reti Digitali”), che nonostante il nuovo nome, si basa su norme già esistenti, a partire dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche dell’Unione Europea del 2018, ma che ha lo scopo di adattare tale norme ai più recenti sviluppi tecnologici e geopolitici. «Si tratta di una Legge importante per le persone con disabilità – sottolineano dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità – in quanto contribuirà a garantire l’accesso a servizi di comunicazione elettronica accessibili, disponibili e a prezzi contenuti, in particolare l’accesso a internet e alle chiamate telefoniche».

Nel dettaglio, il testo proposto dalla Commissione Europea richiederà agli Stati Membri dell’Unione di adottare una serie di misure che rimuovano altrettanti ostacoli per le persone con disabilità, vale a dire i costi di utilizzo più elevati, la mancanza di attrezzature e servizi di supporto adeguati, nonché l’inaccessibilità dei servizi di comunicazione elettronica, oltre a dover continuare a garantire l’accessibilità delle comunicazioni di emergenza, in particolare al numero europeo 112.
«E tuttavia – affermano dall’EDF -, l’attuale proposta della Commissione, nonostante le nostre istanze, non ha affrontato le lacune esistenti, lasciando sostanzialmente invariati i requisiti di accessibilità attuali. Dal momento, quindi, che il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione stanno negoziando il testo definitivo della norma, dal canto nostro stiamo preparando un elenco di modifiche volte appunto a migliorare l’accessibilità per le persone con disabilità».

Quali saranno dunque le principali proposte dell’EDF? Innanzitutto garantire in ogni momento la disponibilità, in tutti gli Stati Membri dell’Unione, di quei servizi essenziali alle telecomunicazioni accessibili per le persone sorde e ipoacusiche, e anche per altri utenti, che in alcuni Paesi non ci sono ancora o sono limitati.
Per quanto poi riguarda le comunicazioni di emergenza, la richiesta sarà di far sì che le persone con disabilità possano contattare altri servizi di emergenza accessibili (contatti non di emergenza per Polizia e Vigili del Fuoco, linee telefoniche di prevenzione del suicidio, servizi di supporto per la violenza di genere e linee telefoniche di assistenza per i minori scomparsi), oltre alla semplice chiamata al numero 112.
E ancora, rispetto all’European Accessibility Act, la Legge Europea sull’Accessibilità, si chiederà di rafforzare il collegamento con i requisiti di accessibilità in essa esistenti, rispetto agli accessi alla reti digitali, consultando le parti interessate e istituendo meccanismi di risoluzione extragiudiziale delle controversie.
E da ultima, ma non ultima, la garanzia che i Paesi dell’Unione possano continuare a introdurre requisiti nazionali più rigorosi per promuovere i diritti degli utenti finali. (S.B.)

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