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Dislessia: un test che personalizza i parametri di lettura e di sintesi vocale

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I ricercatori dell’IRCCS Medea-La Nostra Famiglia, in partnership con i Lions italiani, hanno ideato “SeleggoTest”, speciale procedura automatizzata, validata scientificamente, pensata per selezionare i parametri visivi e uditivi adatti ad ogni singolo studente con difficoltà di lettura, legata alla dislessia

Per gli studenti con dislessia, le caratteristiche visive dei caratteri di stampa e il tipo di voce utilizzata per la sintesi vocale possono avere un’influenza notevole sulla capacità di leggere e comprendere i testi. Le ricerche hanno dimostrato infatti l’importanza del tipo di carattere, della dimensione e della spaziatura per facilitare la lettura: ma come scegliere questi parametri? C’è un font migliore degli altri? Quale tipo di voce utilizzare per la sintesi vocale?
Per rispondere a queste domande, i ricercatori dell’IRCCS Eugenio Medea-La Nostra Famiglia, in partnership con i Lions italiani, hanno ideato SeleggoTest, una speciale procedura automatizzata per selezionare i parametri visivi e uditivi adatti ad ogni singolo studente con difficoltà di lettura. L’applicazione è stata validata scientificamente e i risultati dello studio sono stati pubblicati da «Multimodal Technologies and Interactions».

Il test è fruibile sulla piattaforma Seleggo.org tramite web e app: totalmente gratuito, fornisce agli utenti con disturbi di lettura i parametri più favorevoli, sia per la visualizzazione del testo (font, grandezza ideale del carattere e spaziatura), sia per la conversione da testo a voce (velocità e timbro ottimali per la sintesi vocale). Sulla piattaforma sono presenti anche i tutorial specificamente predisposti.
Il test è accessibile a chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata. Esso, infatti, utilizza parole e frasi che non hanno un significato, riducendo l’effetto di familiarità delle parole, della conoscenza della lingua e dell’esperienza linguistica. La maggiore o minore facilità di lettura rifletterà unicamente le caratteristiche visive della parola, così come la chiarezza con cui le frasi verranno comprese dipenderà solo dalle caratteristiche uditive della sintesi vocale.
Oltre a rivolgersi ai singoli studenti con dislessia certificati, il test può risultare quindi utile anche agli studenti non madrelingua che non abbiano una completa padronanza della lingua italiana. Ma non solo: anche le scuole, gli studi professionali e le UONPIA (Unità Operative di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) lo possono utilizzare, per individuare i ragazzi che, al di là della diagnosi specifica, necessitano più di altri di strumenti compensativi come Seleggo per supportare il percorso scolastico.

Una volta concluso il test, dunque, l’utilizzatore visualizza una schermata stampabile con i suoi specifici parametri per la lettura e la sintesi vocale, immediatamente fruibili per personalizzare il reader della piattaforma Seleggo, che offre libri di testo scolastici digitalizzati e tecnologia TTS (Text-To-Speech), oltre a una serie di funzioni per aiutare la comprensione del testo (immagini e definizioni semplici) e lo studio (appunti di testo e immagini, riassunti, mappe concettuali, verifica dell’apprendimento supportata dall’intelligenza artificiale).
Con 15 editori convenzionati, 1.100 libri scolastici, 8.300 studenti iscritti e oltre 300 Istituti Comprensivi registrati, Seleggo è stato presentato agli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali che hanno segnalato agli Istituti Comprensivi del proprio territorio le opportunità da esso offerte.

«La dislessia – spiega Maria Luisa Lorusso, responsabile del Laboratorio di Neuropsicologia dei Disturbi del Neurosviluppo all’IRCCS Medea – è un disturbo sfaccettato, caratterizzato da difficoltà nell’imparare a leggere. Comporta principalmente difficoltà nel mettere in relazione suoni e segni scritti, che si riflettono sulla correttezza e sulla rapidità della lettura, ma può includere difficoltà nella comprensione, nella capacità di ricordare ciò che viene letto, soprattutto in presenza di parole meno frequenti o frasi lunghe e complesse. Si evidenzia durante i primi anni di scuola, ma è cruciale l’identificazione precoce per poter intervenire in modo più efficace».
«Gli insegnanti – prosegue Lorusso – svolgono un ruolo fondamentale nell’osservare e sostenere gli studenti con dislessia. Rilevano i segnali specifici, come errori ricorrenti nella scrittura o difficoltà nella lettura, predispongono attività di recupero e, se le difficoltà persistono, valutano insieme alle famiglie il modo migliore per dare risposte mirate ai bisogni dei bambini».

«Seleggo – afferma dal canto suo Paolo Colombo, cofondatore dell’Associazione Seleggo, i Lions Italiani per la Dislessia – offre alla scuola e alle famiglie un supporto scientificamente validato e accessibile, che riunisce in una sola piattaforma un pannello di strumenti utili per aiutare i bambini e le bambine con dislessia. Seleggo Test si configura come uno strumento prezioso e innovativo nel panorama degli interventi per la dislessia, per la sua capacità di fornire parametri di lettura personalizzati e di agire come un potenziale indicatore precoce di difficoltà. Seleggo Reader ne è il valido alleato, supportando gli studenti con difficoltà di lettura, migliorandone le competenze, aumentando la loro motivazione e favorendo in tal modo il loro benessere emotivo. Il connubio tra i due strumenti consente di creare un ambiente educativo sempre più inclusivo e di garantire a ogni bambino il supporto necessario per raggiungere il proprio potenziale».

«Seleggo – conclude Massimo Molteni, direttore sanitario e responsabile della ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo dell’IRCCS Medea-La Nostra Famiglia – rappresenta un esempio virtuoso non solo sul piano tecnologico e scientifico, ma anche sociale: la società civile, infatti – nello specifico i Lions – può utilmente concorrere, in collaborazione con ricercatori e istituti scientifici dedicati, a sviluppare soluzioni innovative e soprattutto pensate a misura di bambini, ragazzi, famiglie e docenti, per far evolvere positivamente un problema che affligge migliaia di ragazzi, con conseguenze dannose sul loro sviluppo psicologico. È un esempio di approccio partecipativo virtuoso, in grado di unire tutti i vari attori in gioco, superando la frammentazione di competenze e interventi. La salute e il benessere non si acquisiscono attraverso il merchandising, che porta a sviluppare principalmente prodotti e a scatenare conflitti di interesse tra i diversi attori in gioco, ma tramite una consapevolezza diffusa che veda ciascuno agire secondo il proprio ruolo con competenza e passione: i ricercatori, i docenti e la scuola, le famiglie e i ragazzi. Una tecnologia amica e rispettosa della persona non esime mai dall’impegno personale diretto». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Cristina Trombetti (cristina.trombetti@lanostrafamiglia.it).

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Una nuova sede, lo stesso impegno, per la Cooperativa Centro Progetti Educativi in provincia di Como

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Il 30 ottobre la Società Cooperativa Sociale Centro Progetti Educativi di Villa Guardia (Como) inaugurerà la propria nuova sede, nel corso dell’evento “Radici solide sguardo al sole”, presentato come «un momento speciale per aprire le porte del nuovo spazio denominato “GiraSole”, dedicato all’accoglienza, alla cura e all’inclusione di bambini, ragazzi e adulti con disturbi del neurosviluppo e fragilità emotive, relazionali e comportamentali»

Nella mattinata del 30 ottobre la Società Cooperativa Sociale Centro Progetti Educativi di Villa Guardia (Como) inaugurerà la propria nuova sede (Via Belvedere, 12, ore 10), nel corso dell’evento Radici solide sguardo al sole, presentato come «un momento speciale per aprire le porte del nuovo spazio denominato GiraSole, dedicato all’accoglienza, alla cura e all’inclusione di bambini, ragazzi e adulti con disturbi del neurosviluppo e fragilità emotive, relazionali e comportamentali».

Per l’occasione, dunque, avranno massima visibilità il nuovo Centro Diurno Continuo (CDC) accreditato con la Regione Lombardia, i servizi educativi, riabilitativi e terapeutici rivolti a minori e adulti, i nuovi percorsi dedicati alla nutrizione e al benessere psicofisico, le attività territoriali in sinergia con scuole, servizi e famiglie. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: sofia@centroprogettieducativi.it

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Sono tante le potenzialità del turismo accessibile, ma ancora in pochi ne sono consapevoli

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Quale nuova visione di turismo accessibile è emersa a Torino, durante il recente Summit Mondiale del Turismo Accessibile? Innanzitutto che per un approccio maturo di turismo accessibile non sono sufficienti gli interventi di tipo infrastrutturale e gli adeguamenti alla normativa, ma è necessario, in primis, un radicale cambiamento culturale e una visione strategica da parte delle imprese e delle istituzioni La platea cosmopolita al Summit Mondiale del Turismo Accessibile, svoltosi recentemente a Torino (per l’immagine ringraziamo Fabrizio Vespa)

Qualche settimana fa, come ampiamente segnalato anche su queste pagine, la terza edizione del Summit Mondiale del Turismo Accessibile (World Summit on Accessible Tourism – Destinations for All 2025) si è svolta per la prima volta in Italia, a Torino. Ma quale nuova visione di turismo accessibile è emersa durante tale evento? Alla base di ogni riflessione bisogna ricordare alcuni dati significativi emersi da varie ricerche antecedenti.
Ad esempio, secondo uno studio condotto nel 2023 dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), nel mondo risultavano esseri circa un miliardo e 300 milioni di persone con una disabilità significativa; bisogna inoltre tenere conto che quasi il 50% della popolazione totale è ultrasessantacinquenne e presenta una qualche forma di disabilità.
Un altro dato, fornito nel 2022 dalla Commissione Europea con il Transition Pathway for Tourism, evidenziava che in Europa oltre 87 milioni di persone hanno una disabilità, che il 20% della popolazione continentale aveva oltre 65 anni e che il 41% dei pernottamenti era fatto da turisti di età superiore ai 55 anni.
Restando nel range degli ultrasessantacinquenni, il 47% di loro non dorme fuori casa per problemi e barriere legate alla salute, e pertanto si rende necessario l’adeguamento delle strutture, sia in termini di sicurezza, sia di accessibilità sanitaria, garantendo ai viaggiatori l’accesso alle cure, anche all’estero. Nella realtà, ciò potrebbe tradursi con l’utilizzo dei servizi sanitari elettronici, della ricetta elettronica e del fascicolo sanitario elettronico.
E ancora, n base a un rapporto del 2024 dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (UN Tourism), agenzia specializzata delle Nazioni Unite, le persone con disabilità, in genere, viaggiano con due o tre familiari/accompagnatori, generando una domanda di ospitalità e servizi molto superiore rispetto agli altri viaggiatori.
Questo potenziale mercato viene troppo spesso sottovalutato, mentre potrebbe dare un significativo contributo al settore turistico. Ad oggi, infatti, anche se in Europa il turismo accessibile genera un introito di 400 miliardi di euro annui, solo il 9%  dei servizi turistici è accessibile e secondo alcune stime, se ci fossero più strutture adeguate, la domanda in questo settore salirebbe del 44%.

A fronte di questi dati – che sono solo i più significativi tra tanti altri – occorrerebbe un cambiamento radicale riguardante il turismo accessibile, inteso come una scelta di posizionamento strategico per chi opera nel settore che dovrebbe diventare capace di rispondere e soddisfare turisti con specifiche esigenze.
Oltre alle problematiche di ordine praticato sopra elencate, sussiste inoltre anche un fattore deontologico: la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, infatti, e la Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità 2021-2030 ribadiscono il diritto delle persone con disabilità ad avere accesso paritario alle strutture turistiche, comprese le esperienze di viaggio, l’ospitalità e la partecipazione culturale.

In questa nuova ottica, il turismo accessibile e inclusivo è considerato anche come una “leva di giustizia sociale”, dove l’accessibilità diventa una componente fondamentale di una visione turistica moderna, sostenibile e orientata ai diritti di tutti e tutte. Pertanto, la stessa accessibilità non deve più solo riguardare l’hospitality, ma deve interessare il territorio nel suo complesso, cosicché una destinazione risulterà veramente inclusiva solo se l’ecosistema circostante sarà in grado di rispondere in modo efficace ai bisogni delle persone, con un’azione che vada oltre l’eliminazione delle barriere materiali e sociali.
In altre parole, concepire il turismo inclusivo come leva di giustizia sociale significa riconoscere che in passato è stato, spesso, una sorta di “privilegio”, una discriminazione tra chi poteva accedere e chi no. E come accade in altri casi, vengono escluse le persone che si trovano ai margini per diverse ragioni, come l’etnia, la classe sociale, l’età, la disabilità… In tale prospettiva, l’inclusione turistica riguarda sì la rimozione degli ostacoli, ma anche, e soprattutto, il riconoscimento della pluralità delle esperienze. Si rende pertanto necessaria una pianificazione di interventi integrata e una visione condivisa tra pubblico e privato, in grado di trasformare le destinazione in ambienti coerenti, continui e interconnessi.
Una destinazione, affinché possa definirsi come veramente accessibile, non basta che abbia le strutture ricettive attrezzate e adeguate, deve avere i collegamenti accessibili, una segnaletica chiara, spazi pubblici fruibili e servizi di supporto efficaci. In sostanza, una destinazione turistica accessibile si ha quando l’intera comunità funziona al meglio per tutti: più accogliente, più ordinata, più attenta alla cura dei dettagli e alla dignità delle persone.

Durante il Summit di Torino sono state individuate anche alcune buone prassi, sia a livello nazionale che internazionale. Tra le prime vi è stata la Bandiera Lilla, il cui presidente Roberto Bazzano afferma: «Oltre ad essere onorato del fatto che la nostra attività sia tra le buone prassi segnalate dal Summit mondiale, ritengo che questo importante meeting abbia avuto la capacità di identificare e rimarcare i diritti delle persone con disabilità, relativi al mondo del turismo, ma soprattutto abbia avuto il coraggio di individuare, a favore degli operatori del turismo, il fatto che la realizzazione di questi diritti si trasforma in crescita e può favorire alcune delle aspettative del comparto del turismo quali la destagionalizzazione e la continuità. Mi auguro che quanto emerso a Torino non resti lettera morta e fin da ora Bandiera Lilla dà la propria disponibilità a partecipare a questo processo di concretizzazione del turismo accessibile».

Si può pertanto concludere affermando che per un approccio maturo di turismo accessibile non siano sufficienti gli interventi di tipo infrastrutturale e gli adeguamenti alla normativa, ma sia necessario, in primis, un radicale cambiamento culturale e una visione strategica delle imprese e delle istituzioni. Ciò implica una serie di azioni congiunte, come la promozione e la partecipazione delle politiche di inclusività anche nel settore privato dell’accoglienza, il monitoraggio e la valutazione costante degli interventi, e la formazione degli operatori turistici, affinché abbiano le giuste competenze per gestire i bisogni delle persone con specifiche esigenze.

*Estratto, con alcune modifiche, di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Tutte le potenzialità (ancora sconosciute) del turismo accessibile”. Per gentile concessione.

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Un futuro con la Persona al centro per l’UICI che ha rinnovato i propri organi associativi

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Tre giornate intense di confronto e partecipazione: è stato questo il XXVI Congresso Nazionale dell’UICI a Terrasini (Palermo), che ha visto al centro dei lavori il bilancio del mandato quinquennale appena concluso, nonché la definizione delle linee programmatiche per il futuro, in linea con il titolo scelto per il Congresso (“UICI – Un futuro con la Persona al centro”). Mario Barbuto è stato rieletto presidente nazionale ed è stato nominato anche il nuovo Consiglio Nazionale

Tre giornate intense di confronto e partecipazione hanno riunito al Villaggio Città del Mare di Terrasini (Palermo) 272 delegati da tutta Italia, per il XXVI Congresso Nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), presentato nei giorni scorsi anche sulle nostre pagine.
Al centro dei lavori il bilancio del mandato quinquennale appena concluso, segnato da sfide importanti quali la pandemia di Covid e il consolidamento delle attività nel centenario dell’Associazione, nonché la definizione delle linee programmatiche per il futuro, in linea con il titolo scelto per la tre giorni (UICI – Un futuro con la Persona al centro).

Mario Barbuto è stato dunque rieletto presidente nazionale ed è stato nominato anche il nuovo Consiglio Nazionale, composto da 24 membri, che accompagnerà la guida dell’UICI nel prossimo quinquennio. Dal canto suo, l’Assemblea Congressuale ha approvato cinque risoluzioni di indirizzo, per delineare le priorità del periodo 2025-2030, dando anche il via libera ad alcune modifiche statutarie.
E ancora, la giornata conclusiva in Sicilia ha visto anche la consegna del XXIX Premio Braille all’Assessorato dell’Istruzione e della Formazione Professionale della Regione Siciliano, ritirato dal presidente della Regione stessa Renato Schifani e dall’assessore Girolamo Turano, mentre a chiudere simbolicamente il Congresso sono state le 105 candeline corrispondenti agli anni di fondazione dell’Unione.
«Questo Congresso non è stato soltanto un luogo di riflessione – ha affermato il confermato presidente dell’UICI Barbuto -, ma un laboratorio di idee e strategie concrete, per riaffermare con forza che la Persona deve essere e restare al centro di ogni politica e di ogni scelta. Solo così, insieme, potremo generare un futuro migliore per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Vincenzo Massa (vincenzo.massa@uici.it).

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Una visita della Regione Liguria al Centro Clinico NeMO di Arenzano

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Un’occasione di confronto attento e concreto sulle prospettive dei servizi dedicati alle persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e altre malattie neuromuscolari: è stata sostanzialmente questo la visita istituzionale di alcuni esponenti della Regione Liguria al Centro Clinico NeMO di Arenzano (NeuroMuscular Omnicentre)

 

Un’immagine della visita di alcuni rappresentanti della Regione Liguria al Centro NeMO di Arenzano (Genova)

Un’occasione di confronto attento e concreto sulle prospettive dei servizi dedicati alle persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e altre malattie neuromuscolari: è stata sostanzialmente questo la visita istituzionale della Regione Liguria – con Massimo Nicolò, assessore alla Sanità, alle Politiche Socio-Sanitarie e Sociali e al Terzo Settore, Paolo Bordon, direttore generale del Dipartimento Sanità e Servizi Sociali e Claudia Telli, responsabile delle Politiche Sociosanitarie – al Centro Clinico NeMO di Arenzano (NeuroMuscular Omnicentre), in provincia di Genova.

Ad accogliere gli esponenti istituzionali – che hanno sottolineato come il Centro di Arenzano sia un modello di integrazione sociosanitaria che promuove prossimità, continuità della presa in carico e collaborazione tra ospedale, territorio e Terzo Settore – sono stati il direttore clinico del Centro stesso, Fabrizio Rao, pneumologo e rianimatore, Paolo Lamperti, direttore generale dei Centri Clinici NeMO, Alberto Fontana, segretario della Fondazione Serena, ente gestore degli otto Centri NeMO in Italia, nonché la delegazione territoriale dell’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), con Anna Cecalupo (Genova), Valentina Sguerso (Savona) e Tiziana Taggiasco (Imperia)

 

A questo link è disponibile una scheda sul Centro NeMO di Arenzano. Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@centrocliniconemo.it (Stefania Pozzi).

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Personale ATA: Pubblicazione graduatorie – interpello per il conferimento di incarico di DSGA su posto disponibile e non vacante di DSGA presso l’IC di Terranova da Sibari per l’A.S. 2025/2026 – prot. n. 14710 del 15.10.2025.

Ultime da A. T. P. Cosenza -

Ministero dell’Istruzione Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria – Direzione Generale Ufficio V – Ambito Territoriale di Cosenza Via Romualdo Montagna, 13 – 87100 Cosenza e-mail: usp.cs@istruzione.it – Posta ...

Screening neonatale per la SMA: diventi ovunque operativo e faccia da apripista per altre patologie

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«È un risultato che aspettavamo da tanto e che segna un passo decisivo nella storia della SMA (atrofia muscolare spinale) in Italia», così Anita Pallara, presidente dell’Associazione Famiglie SMA, commenta l’inserimento ufficiale dello screening neonatale per la SMA nei Livelli Essenziali di Assistenza, augurandosi ora che il provvedimento diventi rapidamente operativo in tutto il territorio nazionale, fungendo anche da apripista per altre patologie Un bimbo con la SMA insieme a un operatore sanitario

«È una notizia che aspettavamo da tempo e che accogliamo con grande gioia e profonda soddisfazione, quella riguardante l’inserimento ufficiale dello screening neonatale per la SMA (atrofia muscolare spinale) nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), ossia nelle prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale garantisce a tutti i cittadini e le cittadine gratuitamente o dietro il pagamento di un ticket»: lo si legge in una nota diffusa dall’Associazione Famiglie SMA, ove si aggiunge che questo era «un traguardo atteso da anni e che rappresenta una svolta fondamentale nella lotta contro questa malattia. A distanza di otto anni dall’ultimo aggiornamento, dunque, con l’intesa raggiunta nei giorni scorsi in Conferenza Stato-Regioni, il Servizio Sanitario Nazionale compie un passo decisivo verso la modernizzazione dell’offerta assistenziale».
«È un risultato che aspettavamo da tanto e che segna un passo decisivo nella storia della SMA in Italia», commenta Anita Pallara, presidente di Famiglie SMA, ricordando che «la diagnosi precoce è la chiave per cambiare il destino di tanti bambini e bambine, permettendo un intervento tempestivo e terapie efficaci fin dai primi giorni di vita».

Gioia, ma anche cautela, vi è quindi nelle parole di Danilo Tiziano, professore associato nella Sezione di Medicina Genomica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: «Certamente questo è il primo passo, indispensabile e imprescindibile – afferma -, ma non è ancora l’approvazione nazionale definitiva dello screening neonatale per la SMA. Speriamo dunque che le Regioni mancanti, in cui non vi è ancora lo screening, ne accelerino l’attivazione, soprattutto quelle che lo hanno già deliberato. In alcuni casi, il provvedimento regionale è di un paio di anni fa e, nonostante tutto, è rimasto lettera morta. Nel frattempo, si continuano a diagnosticare bambini SMA all’età di 2-3 mesi, quando sono ampiamente sintomatici e il margine di successo delle terapie è decisamente ridotto».
Dal canto suo, Famiglie SMA sottolinea che, dopo questo importante passaggio, restano gli ultimi step esecutivi, per rendere pienamente operativo il provvedimento. A tal proposito, per far sì che tutte le famiglie possano accedere allo screening e alla presa in carico in modo equo sull’intero territorio nazionale, l’Associazione resterà al fianco delle Istituzioni in questa fase cruciale per monitorare costantemente l’attuazione regionale.

Sottolineando, infine, «il prezioso contributo di clinici e ricercatori che in questi anni hanno lavorato con impegno per dimostrare, con dati concreti, l’efficacia e il valore della diagnosi precoce, rendendo possibile questo risultato», l’augurio con cui conclude Anita Pallara è «che la SMA possa essere un’apripista e che per le altre patologie l’iter di inserimento negli screening neonatali sia più rapido e lineare. Restiamo pertanto al fianco delle altre Associazioni, pronti a condividere esperienza e strumenti per proseguire insieme questo percorso». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@gdgpress.com (Michela Rossetti).

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Sostegno: la distanza tra una formazione “di quantità” e una formazione di qualità

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Ribadire il valore della formazione universitaria e del Tirocinio Formativo Attivo come strumenti fondamentali per l’inclusione scolastica, evidenziando la distanza tra una formazione “di quantità” e una formazione di qualità: è il senso del sit-in promosso a Roma, davanti a Palazzo Montecitorio, da tre insegnanti rappresentanti del Movimento MUISS, per protestare contro la proroga dei corsi per il conseguimento della specializzazione per il sostegno, gestiti dall’INDIRE  Le tre insegnanti protagoniste del sit-in davanti a Palazzo Montecitorio a Roma

Tre insegnanti vestite di nero e con maschere bianche, recanti le lettere “TFA” (Tirocinio Formativo Attivo), hanno dato vita a un sit-in a Roma, davanti a Palazzo Montecitorio, in rappresentanza del MUISS (Movimento Unitario Inclusione Scolastica e Sociale), per protestare contro la proroga dei corsi per il conseguimento della specializzazione per il sostegno, gestiti dall’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), di cui al Decreto Legge 71/24, convertito nella Legge 106/24, ciò che è stato approvato nei giorni scorsi dal Senato, come avevamo ampiamente riferito anche nel nostro giornale, mentre la votazione alla Camera è prevista per oggi, 28 ottobre.

Con tale iniziativa simbolica si è voluto infatti ribadire il valore della formazione universitaria e del Tirocinio Formativo Attivo come strumenti fondamentali per la qualità dell’inclusione scolastica, esibendo cartelli con messaggi chiari (Docenti Invisibili, INDIRE-zione contraria, Scuola di qualità) ed evidenziando la distanza tra una formazione “di quantità” e una formazione di qualità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: muiss.segreteria@glin.it.

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Quando l’indifferenza uccide due volte

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«Non è più possibile fingere sorpresa – scrive Gianfranco Vitale -: gli episodi di maltrattamenti nelle strutture che ospitano persone con disabilità si susseguono con una puntualità insopportabile. Ma la violenza non si manifesta solo nelle mani di chi picchia o umilia. Esiste anche nella freddezza di chi firma delibere senza conoscere i volti, di chi taglia fondi all’assistenza territoriale, di chi misura la fragilità in termini di bilancio» “Indifferenza e Desolazione”

Non è più possibile fingere sorpresa. Gli episodi di maltrattamenti nelle strutture che ospitano persone con disabilità si susseguono con una puntualità insopportabile [a questo link quello emerso in questi giorni a Cuneo, N.d.R.]. Ogni volta la stessa scena: un’inchiesta, le immagini delle telecamere, le frasi indignate, qualche sospensione, un coro unanime di sdegno. Poi il silenzio. Fino al prossimo caso.
A essere accusati sono operatori, infermieri, educatori, psicologi: coloro che avrebbero dovuto prendersi cura, e invece hanno tradito nel modo più vile. Ma la verità è che il problema non si esaurisce nei gesti mostruosi di pochi individui. Questi episodi non sono il frutto di devianze isolate, bensì il sintomo di un sistema malato, che da anni si regge su omissioni, connivenze e convenienze.
Lo raccontano le tante storie di violenze fisiche e psicologiche, di diritti calpestati, di famiglie disperate che non trovano ascolto. Denunce che si perdono nei meandri della burocrazia, tra faldoni impolverati e caselle di posta elettronica dimenticate. E mentre i fascicoli restano fermi, la sofferenza continua.
A volte serve che accada “il miracolo al contrario”: qualcosa di talmente grave da rompere il muro dell’indifferenza e costringere media e autorità a muoversi. Ma è solo un’illusione di cambiamento, destinata a dissolversi in fretta. Perché, finita la tempesta, le strutture restano le stesse, i controlli restano sporadici, i responsabili si riciclano altrove.

Il punto vero è che la catena delle responsabilità è lunga. E in cima non ci sono solo gli autori materiali delle violenze, ma anche chi avrebbe dovuto impedire che accadessero: dirigenti, funzionari, tecnici dei servizi socio-sanitari, amministratori pubblici. Tutti coloro che sapevano, o potevano sapere, e hanno preferito guardare da un’altra parte.
Dietro il fallimento di queste strutture c’è l’assenza di un sistema di controllo serio, continuo, indipendente. C’è l’idea, radicata e comoda, che la disabilità si possa “gestire” delegandola a istituzioni chiuse, lontane dagli occhi e dal cuore della comunità.
È qui che la retorica dei “valori inclusivi” crolla miseramente. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità viene citata nei convegni, nei comunicati, nei programmi elettorali. Ma resta lettera morta quando si continuano a finanziare modelli segreganti, che separano invece di includere.
E intanto, la logica dei grandi enti gestori — pubblici e privati — continua a prosperare, sostenuta da appalti milionari, interessi trasversali, equilibri di potere che pochi hanno il coraggio di scalfire.

Eppure, le alternative ci sono, scritte nero su bianco nelle leggi che già abbiamo: budget di salute, progetti di vita personalizzati, integrazione socio-sanitaria reale. Se fossero applicate davvero, la residenzialità sarebbe l’ultima risorsa, non la prima. Ma questa prospettiva non conviene a chi, sull’istituzionalizzazione della disabilità, costruisce carriere e fortune.
La verità è che la violenza non si manifesta solo nelle mani di chi picchia o umilia. Esiste anche nella freddezza di chi firma delibere senza conoscere i volti, di chi taglia fondi all’assistenza territoriale, di chi misura la fragilità in termini di bilancio.
È un sistema che non difende i più deboli: li usa, li contiene, li monetizza. E finché continueremo ad accettarlo, ogni “caso di cronaca” sarà solo l’ennesima replica di una tragedia già scritta.
La vera domanda, allora, non è chi ha colpito, ma chi ha permesso, ancora una volta, che accadesse.

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La disabilità non può essere gestita con strumenti di controllo!

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«La persona con disabilità e la sua famiglia non possono essere trattate come oggetto di sospetto»: lo dicono i Presidenti delle Federazioni FISH e FAND, chiedendo a Governo e Parlamento lo stralcio di quella norma contenuta in un articolo del Disegno di Legge di Bilancio, tramite la quale si intende affidare all’INPS, su richiesta del datore di lavoro, la verifica della permanenza dei requisiti sanitari per i dipendenti pubblici che usufruiscono dei permessi previsti dalla Legge 104

«È inaccettabile che si possa arrivare a subordinare l’esercizio di un diritto fondamentale a ulteriori verifiche promosse dai datori di lavoro. La persona con disabilità e la sua famiglia non possono essere trattate come oggetto di sospetto. Questa impostazione rischia di creare un clima di tensione e di sfiducia, minando la serenità e la dignità di chi quotidianamente si fa carico di situazioni di grande fragilità»: lo dichiarano a una voce i Presidenti di FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), Vincenzo Falabella e Nazaro Pagano, a proposito della norma contenuta in un articolo del Disegno di Legge n. 1689, riguardante la Legge di Bilancio per il 2026, tramite la quale (articolo 129, comma 8) si intende affidare all’INPS, su richiesta del datore di lavoro, la verifica della permanenza dei requisiti sanitari per i dipendenti pubblici che usufruiscono dei permessi previsti dalla Legge 104/92.

«Comprendiamo l’esigenza di garantire correttezza e trasparenza – aggiunge il Presidente della FISH -, ma il modo in cui questa norma è concepita è sbagliato nel principio e nel metodo. Non si può infatti introdurre un sistema che, di fatto, consente controlli discrezionali e ripetuti su persone già sottoposte a un percorso sanitario e amministrativo complesso. È necessario pertanto invertire la rotta e riaffermare che la Legge 104 non è un privilegio, ma uno strumento di civiltà».
Ma non solo: le Federazioni evidenziano anche che la previsione di convenzioni onerose tra INPS e le singole Amministrazioni Pubbliche per l’effettuazione delle verifiche rappresenterebbe un inutile aggravio economico e burocratico, in contrasto con gli obiettivi di semplificazione e razionalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Per tutto quanto detto, dunque, FISH e FAND chiedono con forza al Governo e al Parlamento «di stralciare il comma 8 dell’articolo 129 del Disegno di Legge di Bilancio e di aprire un tavolo di confronto con le rappresentanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie, al fine di individuare soluzioni condivise, eque e rispettose dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità».
«La disabilità – conclude Falabella – non può essere gestita con strumenti di controllo, ma con politiche di fiducia, sostegno e responsabilità condivisa. Chiediamo un confronto immediato per correggere una norma che rischia di riportarci indietro di decenni sul piano dei diritti e della civiltà giuridica». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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