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AVVISO N. 7 – Procedura concorsuale per titoli ed esami per l’accesso al ruolo degli insegnanti di religione cattolica nella scuola secondaria di primo e secondo grado ai sensi del comma 1 dell’articolo 1-bis del decreto-legge 29 ottobre 2019, n.126,...
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“Noi e Matisse” a Pordenone, nuova mostra dei mosaicisti dell’Officina dell’Arte
Verrà inaugurata il 7 novembre a Palazzo Mantica di Pordenone (Corso Vittorio Emanuele, ore 18.30), la nuova mostra realizzata presso l’Officina dell’Arte, il centro lavorativo regionale per persone adulte con autismo della Fondazione Bambini e Autismo, che ha prodotto in questi anni numerose iniziative analoghe, denominate Mosaicamente, seguite regolarmente anche sulle nostre pagine.
Mosaicamente 19 sarà dunque sul tema Noi e Matisse, si potrà visitare fino al 21 dicembre a ingresso libero e comprenderà sia opere riconducibili direttamente a dipinti di Henri Matisse, sia opere originali realizzate dalle persone che frequentano l’Officina dell’Arte, partendo da alcuni temi ricorrenti nell’arte dello stesso Matisse.
All’inaugurazione del 7 novembre interverrà Alessandro Del Puppo, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Udine. (S.B.)
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Pieno successo, a Potenza, per l’“Università della Vita Indipendente”
«L’autonomia non è un privilegio e non è un lusso, non è solo per qualcuno ma è per tutti: in una parola, è un diritto. È partendo da questo principio che abbiamo realizzato a Potenza questo nostro progetto»: lo dicono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), a proposito del proprio progetto denominato Università della Vita Indipendente, percorso che ha accompagnato 28 persone con disabilità (sindrome di Down e disturbi dello spettro autistico) verso la conquista dell’autonomia e la definizione del proprio futuro, attraverso un cohousing sociale, all’interno di un appartamento appositamente preso in locazione, ove con il supporto costante degli operatori e delle Associazioni partecipanti, le persone hanno potuto acquisire competenze pratiche e relazionali, mettendo alla prova la propria capacità di autodeterminazione e gestione quotidiana.
«La riforma in corso della disabilità – spiega Carmela De Vivo, presidente della FISH Basilicata (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) – ci chiede un cambio di sguardo e di cultura. Le persone con disabilità, infatti, non sono più destinatari passivi di servizi, ma protagonisti della propria vita, con il passaggio al modello dei diritti umani, l’introduzione del progetto personalizzato e partecipato e il coordinamento tra istituzioni che segnano una trasformazione profonda. Ora la sfida è fare in modo che questi princìpi diventino concreti e stabili».
L’ Università della Vita Indipendente ha accompagnato dunque i partecipanti attraverso esperienze di vita reale, dalla gestione della casa alle autonomie quotidiane, in situazione di convivenza e relazioni sociali. «Chi era ai primi passi verso l’autonomia – racconta Arianna Ricciardella, operatrice dell’AIPD di Potenza – ha imparato le basi della Vita Indipendente, mentre chi era già avanti ha consolidato competenze per il co-housing».
«Abbiamo accompagnato le persone con disabilità in un percorso di crescita costruito sui loro bisogni e potenzialità – afferma dal canto suo Cesina Russo, presidente dell’ALA (Associazione Lucana Autismo) -, fornendo strumenti concreti per vivere in modo indipendente, esercitare pienamente i propri diritti e partecipare alla comunità con dignità e responsabilità».
«Uscire dalla bolla – spiega quindi Federica Labella, educatrice socio pedagogica – significa superare stereotipi, limiti e barriere che ancora oggi circondano le persone con disabilità. Le nuove norme di questi ultimi anni ci chiamano a costruire comunità inclusive, dove ciascuno possa scegliere e vivere il proprio progetto di vita. Non è un atto di gentilezza: è giustizia, è democrazia. Il nostro impegno è vigilare, accompagnare e costruire, perché nessuno resti ai margini e ogni persona abbia la possibilità di vivere pienamente i propri diritti e le proprie aspirazioni».
E ancora, Rosa Padula, psicologa clinica e operatrice dell’ALA, ricorda che «con questo progetto abbiamo dimostrato che, quando vengono costruiti contesti strutturati e inclusivi, le persone con disabilità possono sviluppare reali competenze per una vita adulta autonoma. I partecipanti, infatti, hanno imparato a gestire la casa, prendersi cura di sé, relazionarsi con gli altri e affrontare la quotidianità con maggiore consapevolezza e responsabilità». «Questa esperienza – aggiunge – conferma che l’autonomia è un percorso graduale, che richiede tempo, continuità e sostegno professionale. Per questo è fondamentale dare stabilità a progetti come questo, perché offrono opportunità concrete di crescita e permettono di superare definitivamente i luoghi comuni sulle persone con disabilità. Ringraziamo dunque l’AIPD Potenza, le Associazioni partner, la Regione Basilicata e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per avere creduto in un percorso che mette al centro la dignità, le capacità e il futuro delle persone».
«Non si tratta solo di acquisire abilità pratiche – sottolinea infine lo psicologo Giovanni Magoni -: ogni competenza, infatti, deve avere una ricaduta concreta nella vita quotidiana e favorire indipendenza, relazioni significative e autodeterminazione. Il progetto di vita non si rimanda: si costruisce giorno dopo giorno».
Le conclusioni sono affidate a Gianfranco Salbini, presidente nazionale dell’AIPD e capofila del progetto. «La metodologia AIPD – ricorda – nasce nel 1989 con i primi corsi per l’autonomia. Oggi, grazie alla rete territoriale con l’ALA, la FISH Basilicata, l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di Persone con Autismo), l’AGESCI e il CAI, rafforziamo un modello di autonomia concreta, reale e possibile».
Tenendo poi conto del sostegno per il progetto avuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Regione Basilicata, che ne hanno riconosciuto il valore innovativo, Salbini chiede con forza «che questi percorsi diventino strutturali e permanenti, poiché l’autonomia non è un esperimento a tempo, ma è un diritto, un percorso di vita e una condizione essenziale per vivere pienamente la cittadinanza».
Con strumenti adeguati, sostegno professionale e contesti inclusivi, dunque, un progetto come Università della Vita Indipendente dimostra realmente che le persone con disabilità possono vivere da adulti autonomi, superare barriere e pregiudizi e costruire la propria vita con consapevolezza e libertà di scelta. (S.B.)
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La decima edizione del Festival “Uno Sguardo Raro”
Per celebrare la propria decima edizione, il Festival Uno Sguardo Raro, l’ormai classica manifestazione internazionale cinematografica dedicata alle malattie rare, alla disabilità e all’inclusione sociale, ha promosso per il pomeriggio del 6 novembre a Roma (Fondazione Roma Lazio Film Commission, Via Parigi, 11, ore 17) una conferenza stampa ricca di anteprime, ospiti e nuove visioni, ma innanzitutto occasione per presentare appunto la nuova edizione del Festival, partendo dalla proiezione del trailer del cortometraggio fuori concorso Una vita vera, prodotto da AOP Health, major sponsor dell’edizione 2025. Il tutto alla presenza del cast del cortometraggio stesso e del regista Massimiliano Franciosa.
Seguiranno gli interventi di Claudia Crisafio, direttrice artistica di Uno Sguardo Raro, Leonardo Radicchi di AOP Health Italia e Antonella Barone, presidente dell’AIPAMM (Associazione Italiana Pazienti con Malattie Mieloproliferative).
Quindi è prevista la consegna del Premio Speciale Uno Sguardo Raro 2025 alla nota regista Cinzia TH Torrini, già presidente di giuria nelle prime edizioni del Festival, che riceverà questo riconoscimento «per il suo impegno nel narrare storie che valorizzano la diversità e rendono visibili gli invisibili, perché da loro si può imparare molto». (S.B.)
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Diritto allo Studio – Pubblicazione decreto contingente 2026
Circolare e allegato 150 ore diritto allo studio Comparto Istruzione e Ricerca
D.M. n. 137/2025 – OPERAZIONI ASSUNZIONALI A.S. 2025/2026 – INDIVIDUAZIONE CDC A045 – B023
María Blanchard, il cubismo, la disabilità e l’impegno sociale
Se siete appassionati di storia dell’arte ma non avete mai sentito parlare di María Blanchard, non dovete sentirvi in difetto. Per uno dei tanti “dispetti” della Storia che accantona qualcuno per far emergere altri, questa donna, esponente delle avanguardie artistiche del primo Novecento, la prima artista spagnola ad adottare l’approccio cubista, è grande quanto misconosciuta, sebbene la complessità formale delle sue tele, il loro carattere innovativo e l’impegno sociale che caratterizzò una parte della sua vita siano stati riconosciuti anche da illustri colleghi.
María Gutiérrez-Cueto y Blanchard nacque nel 1881, lo stesso anno di nascita di Picasso; lei venne alla luce all’una di notte del 6 marzo, lui il 25 ottobre. Quella bimba e quel bimbo si sarebbero incontrati da grandi, nei pennelli e nella tavolozza avrebbero trovato la loro strada, ma con fortuna differente. Se Pablo Picasso diventò un’autentica celebrità e tuttora viene osannato, María, pur avendo un talento cristallino superiore a quello di molti altri pittori cubisti della sua generazione, scontò il fatto di essere donna in un contesto culturale che riteneva il genere femminile inferiore, dovette lottare contro gli stereotipi di genere e anche contro i pregiudizi dovuti alla sua disabilità.
Apparteneva a una famiglia colta dell’alta borghesia di Santander, città nel Nord della Spagna, il padre Enrique era un giornalista, uomo di lettere ed esperto d’arte, segretario del Consiglio dei lavori portuali e fondatore del periodico «El Atlántico». Al secondo piano di Via Santa Lucia 14 vivevano anche la madre, Concepción, una donna molto bella dalla prodigiosa memoria che recitava poesie dei classici francesi, un fratello e tre sorelle, Aurelia, Carmen, Fernando e Ana.
L’ambiente illuminato e privilegiato non le risparmiò un’infanzia dolorosa. María era molto piccola di statura e fin da bambina utilizzava un bastone per camminare, conseguenza della malformazione della spina dorsale già presente alla nascita, si pensava causata da una caduta accidentale della madre mentre cercava di salire in carrozza durante la gravidanza. Soltanto a posteriori si comprese che la doppia curvatura della colonna vertebrale era invece una condizione congenita causata da un’anomalia cromosomica; era infatti la medesima disabilità della cugina Mercedes Blanchard y Plasencia. La cifoscoliosi, questo il nome dell’alterazione morfologica di María e della cugina, rende la spina dorsale con la forma di un panno bagnato e poi strizzato con forza, in un senso e poi nell’altro. Soltanto negli ultimi decenni sono arrivate terapie che ne riducono l’impatto, ma in mancanza di queste, non soltanto il cammino diventa molto difficoltoso, ma compaiono dolori in tutto il corpo e con l’avanzare dell’età insorgono problemi respiratori e cardiaci.
Per i compagni di scuola María era la bruja, la strega, soprannome poco lusinghiero che la angosciava. Aveva dalla sua parte un carattere testardo e ostinato, il bullismo che la faceva tanto soffrire non riuscì dunque ad abbatterne lo spirito. Incoraggiata dal padre, iniziò a prendere lezioni private di disegno a 10 anni, passando poi alla pittura; il papà le costruiva sedie e cavalletti adatti alla sua disabilità.
Al compimento dei 21 anni, la maggiore età di allora, si trasferì a Madrid per studiare presso alcuni pittori e iscrivendosi successivamente alla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, scuola prestigiosa dove si erano formati alcuni dei più importanti artisti spagnoli. Si appassionò alle nature morte, apprese la precisione e l’uso del colore, esuberante, la predilezione per il verde, il nero e il marrone, una peculiarità che secondo i critici conferisce un carattere fortemente ispanico alle sue prime composizioni. La Real Academia era un luogo conservatore, i lavori di María avevano quindi come soggetti predominanti i temi tradizionali della Spagna di inizio secolo, il ritratto e la mitologia, realizzati con una particolare cura del dettaglio. Ben diversa era la Parigi che a sua insaputa l’attendeva.
Nel 1908 partecipò alla Exposición Nacional de Bellas Artes e vinse il terzo premio, un’altra medaglia arrivò per il dipinto Musa gitana. Non c’era più il padre ad esultare per i primi riconoscimenti ottenuti da María, era venuto a mancare nel 1904, ora era lo zio Domingo ad occuparsi della sua istruzione.
Le estati non trascorrevano più nella tenuta della nonna paterna, ma nella villa di un altro zio, fratello del papà, Fernando. Con la mamma, le sorelle e il fratello lasciò Santander e si trasferì a Madrid, in una casa in affitto al numero 7 di Via Castellò. La famiglia era all’epoca il soggetto delle sue opere, ritrasse una nipote, la sorella Aurelia mentre leggeva, la mamma, la sorella minore Ana e se stessa.
Nessuno poteva più provvedere al finanziamento dei suoi studi e pertanto fu il Comune di Santander a sovvenzionare con una borsa di studio di 1.500 pesetas il proseguimento dell’istruzione di María presso l’Academie Vitti, nella capitale francese.
Prima di trasferirsi, fece in tempo a conoscere Diego Rivera al Museo del Prado, un giovane omone che pesava già 120 chili per un metro e ottanta d’altezza e che accanto a lei sembrava ancora più massiccio. Fu Rivera a tracciare una descrizione di María che ci consente di figurarcela davanti: «Era gobba e alta poco più di un metro e venti. Sopra il suo corpo deforme c’era una bellissima testa. […] Era incredibilmente intelligente. Il suo corpo era come un grande lampadario, leggermente storto, e aveva una testa e delle braccia bellissime che terminavano nelle mani più belle che abbia mai visto. […] non era una bellezza volgare, ma una combinazione di corpo e spirito […]. Evocava purezza e luce». Fu sempre Rivera a coglierne il tocco geniale, arrivando a dire di lei che «nessun colorista del nostro tempo la supera».
Giunse a Parigi nel 1909, in tasca aveva una lettera di raccomandazione da consegnare alla superiora di un convento di suore dove avrebbe soggiornato offrendosi come insegnante in cambio di vitto e alloggio. Per tutta la vita avrebbe nutrito risentimento per quel luogo, per la cella spregevole dove fu costretta a vivere, soprattutto per le umiliazioni delle studentesse che la deridevano per il suo aspetto. Ma quel primo periodo parigino rappresentò anche un’esperienza formativa umana, oltreché artistica, realmente irripetibile; con la pittura, infatti, si affrancò dalle paure e dagli affanni che l’accompagnavano da quand’era bambina. Era dotata di ironia, grinta e voglia di vivere, anche se di primo acchito era difficile capirlo, lo sapeva soltanto chi la conosceva bene, come l’amico André Lothe con il quale intratteneva un rapporto epistolare da cui emergono appunto questi tratti del suo carattere.
Nel 1910 prese a frequentare l’accademia della pittrice russa Marie Vissilief; condividevano una stanza e fu lei a introdurre María nel cubismo. A Parigi conobbe il quasi coetaneo Pablo Picasso e il pittore cubista spagnolo Juan Gris; di quest’ultimo diventò amica intima e tale rimase per tutta la vita, con lui intraprese un comune percorso artistico. C’erano anche la pittrice russa Angelina Beloff e il marito, Diego Rivera, pure loro amici sebbene per Diego María nutrisse sentimenti più profondi. Entrò nella Section d’Or, Associazione di pittori e critici d’arte legati al cubismo che ampliò le sue conoscenze tra le personalità più straordinarie dell’epoca.
Insieme ad un’altra artista russa, Angelina Petrovna Belova, detta “Quiela”, strinse una bella amicizia e con lei si recò in Belgio, a Bruges, un centro nevralgico per gli artisti.
Un giorno si trovavano sulla spiaggia di Knokke, stavano dipingendo, quando un gruppo di teppisti iniziò a tirare sabbia e fango sul lavoro di María. Presero di mira il quadro per offendere lei, ancora una volta il suo aspetto fisico le attirò scherno e ingiurie. Si recò dalla polizia che le assegnò un gendarme, una guardia del corpo personale che la seguiva e la proteggeva costantemente durante il soggiorno in città. Fu una giornata lunga quella, Marìa e Quiela sul tardi andarono in un caffè dove c’erano a sorpresa Diego Rivera con un amico. Da quel momento il soggiorno in Belgio diventò un viaggio a quattro, dipinsero insieme, raggiunsero poi Londra.
Al ritorno a Parigi, María affittò una stanza in Rue Vaugirad che lasciò nel 1912 per trasferirsi a casa di Rivera e della moglie a Montparnasse, al civico 26 di Rue de Départ, sempre silenziosamente innamorata di lui. Con lo scoppio della prima guerra mondiale decise di fare ritorno a Madrid, a casa della madre, un luogo più appartato. Portò con sé la pittura e allestì il suo primo atelier che condivise con alcuni degli artisti conosciuti in Francia che nel frattempo l’avevano raggiunta.
Il nome di María iniziava ad imporsi, le sue opere vennero presentate nel 1915 ad un’esposizione al Museo de Arte Moderno di Madrid (oggi Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía) insieme a quelle dei più grandi esponenti internazionali del cubismo. Era la prima volta che il cubismo appariva in Spagna; María c’era e veniva descritta così nel catalogo della mostra: «Una viaggiatrice appena tornata dalla terra delle caverne oscure e dalla terra delle cime radiose». Una postilla diceva «non è femminile, è virilmente maligna», l’ennesimo commento che la fece soffrire.
Continuava a essere “la strega”, i bambini le urlavano contro, le persone anziane non nascondevano repulsione per la sua gobba pronunciata, per la zoppia evidente, i grandi occhiali con le lenti rotte, le basette nere, i suoi abiti logori. «Baratterei tutto il mio lavoro per un po’ di bellezza», disse un giorno davanti allo specchio mentre cercava di nascondere la gobba con un grande scialle. Una sua cugina raccontò che «tanto amava la bellezza che soffriva della sua deformità in modo impressionante». Tutti si soffermavano sull’aspetto esteriore, pochi erano al corrente delle sue sofferenze fisiche, pochi sapevano che non aveva mai dormito in un letto ma sempre in poltrona, reclinata sullo stesso lato, a causa della cifoscoliosi che le impediva di stare sdraiata. Neppure la critica la comprendeva, in questo era come i suoi colleghi artisti, le cui opere erano definite «produzioni di quella strana nuova scuola che ha dislocato regole e precetti e nella sua anarchia raggiunge i limiti del delirio pittorico».
A quegli anni risalgono alcuni dipinti che dimostrano il suo intenso studio dell’anatomia delle cose e dei colori. Sono Donna con ventaglio, Natura morta e Donna con chitarra i quadri che l’hanno resa famosa come esponente del cubismo. Donna con chitarra, in particolare, rielabora un tema classico della tradizione francese, ovvero il personaggio “trasformato” in strumento musicale. La figura dipinta è un’estrema sintesi, non ha volume né prospettiva, gli unici dettagli riconoscibili sono le corde della chitarra, un occhio e tre dita che consentono di riconoscere la donna rappresentata.
Non erano soltanto successi, anzi. La sorella Aurelia la convinse a lasciare la vita bohemienne parigina e a candidarsi come insegnante di disegno a Salamanca. La sua famiglia aveva sempre desiderato per lei un lavoro sicuro, un posto fisso con il quale potesse mantenersi, le scuole magistrali davano uno stipendio annuale di 1.500 pesetas, era l’occasione e María accettò di buon grado.
L’autrice di una sua biografia, la contessa di Campo Alange, che si spese affinché ottenesse la cattedra, affermò che si esercitava davanti ad uno specchio per interpretare il ruolo di insegnante. Non faceva per María, però, quel lavoro alla Scuola Normale Magistrale, si scontrava con i metodi tradizionali che per lei non rappresentavano l’arte, riteneva inutile la copiatura di illustrazioni senza valore artistico. Gli studenti avrebbero dovuto amarla per questo, invece la sbeffeggiavano con commenti crudeli, la preside era meschina. Strinse i denti, ma dopo un anno accademico prese la ferma decisione di lasciare per sempre la Spagna.
All’inizio di marzo del 1916 tornò a Parigi. Gettato alle spalle il passato, cambiò anche il nome. Per tutti, da allora in poi, diventò María Blanchard, adottando soltanto il cognome materno e arrivando a dire agli amici: «Se andate in Spagna, sputate sulla terra di Spagna e, al ritorno, non dimenticate di pulirvi la polvere dalle scarpe».
Parigi era diversa, il conflitto l’aveva resa irriconoscibile, diverso era ogni aspetto della vita. Ne risentì anche l’arte cubista che abbandonò la sperimentazione delle origini, alla ricerca di creazioni che fossero maggiormente leggibili. Quelle di María lo erano sempre state, non aveva mai smesso di dialogare con il figurativo. Il caffè La Rotonde diventò il suo punto fermo, lì incontrava gli altri artisti che dicevano di lei: «Povera María, pensa di avere successo solo con il talento». Si diede ad un’attività pittorica frenetica, utilizzò il ricavato delle vendite per acquistare uno studio in Rue du Maine, per un po’ di tempo ospitò lo scultore messicano Germán Gutiérrez Vidal, suo cugino, che introdusse nei circoli artistici d’avanguardia. Il suo “istinto commerciale”, tuttavia, non era molto spiccato, Picasso cercò di instillarle un metodo più efficace per piazzare le sue opere, invano, cosicché continuava a campare alla bell’è meglio. Evidentemente non era facile farle cambiare idea, lo racconta Isabelle Rivière, prima biografa di María Blanchard e sua allieva a Parigi: «Per anni e anni ha indossato un orribile vestito con enormi quadrati gialli e verdi di cui non riuscivamo a liberarci, nemmeno con i trucchi più subdoli o gli attacchi più diretti… Quando cercavamo di insinuare, senza dargli troppa importanza, che il nero era davvero il colore che le donava di più, lei rispondeva con il sorriso implorante e accattivante di una bambina che cerca di rubare una caramella. “Adoro travestirmi così tanto!”».
Pur con introiti economici scarsi, ormai era all’apice della carriera, ad un’esposizione a Bruxelles ottenne grande successo di critica La Comulgante. Aveva iniziato a dipingerla intorno al 1914 e continuò a ritoccarla per alcuni anni questa bambina il giorno della prima comunione, usando toni scuri e dolenti. Non c’è nulla di gioioso nella figura massiccia che ricorda i dipinti di Diego Rivera, gli occhi sono pieni di lacrime, la stessa María disse di aver voluto così rappresentare il dolore di non essere diventata madre. Le offrirono un assegno in bianco per il dipinto, lei rifiutò in cambio del patrocinio permanente del mercante d’arte Léonce Rosenberg che nel 1919 le organizzò la prima mostra personale nella sua galleria, L’Effort Modern in Rue Baume. Rosenberg la liquidò con una lettera laconica il 24 febbraio 1920: «[…] è impossibile continuare ad acquistare l’intera vostra produzione a tempo indeterminato. Pertanto, devo consigliarvi oggi di trovare sbocchi per i vostri dipinti, che non acquisterò in futuro se non in base alle mie vendite». Il mercante, d’altra parte, non l’aveva mai compresa del tutto, non si impegnava per vendere bene i suoi quadri, anzi, se ne disfece in toto, piazzandoli ad un prezzo inferiore del loro reale valore.
Sebbene ammirata, anche se non come i colleghi uomini, per molti era la “strega del cubismo”, quell’etichetta non riusciva a togliersela di dosso. Dopo la mostra al Salon des Indépendants, dove presentò tre dipinti cubisti e uno figurativo, nel 1921 espose alla Society of Independent Artists a New York e la richiesta delle sue opere aumentò in maniera considerevole. Era in una fase in cui le esperienze di vita diventavano colore, il cubismo le andava ormai stretto e se ne discostò. Cambiò il repertorio tematico, la scelta di rappresentare la quotidianità delle madri, gli interni domestici, bambini e bambine al lavoro rifletteva la sua profonda preoccupazione per la vulnerabilità della condizione umana nelle classi sociali più povere. Temi malinconici che mostravano l’asprezza della vita e sempre il rimpianto per la mancata maternità, esaltati da una tecnica impeccabile che si riavvicinava allo stile di Cézanne.
Il successo di quei brevi anni fu effimero, l’Europa era attraversata da una crisi economica che influenzava il mercato dell’arte. I guadagni sperati non arrivarono mai e María diventò economicamente dipendente da amici e mecenati, una condizione che non l’abbandonerà più. Frank Flausch era il suo finanziatore più convinto, quello che la sostenne fino alla di lui morte nel 1926. L’anno dopo se ne andò a soli quarant’anni l’amico di sempre, Juan Gris. Se Diego Rivera per María era stato un fuoco appassionato ma vacuo, Juan aveva rappresentato la certezza di un calore duraturo e rassicurante. La sua scomparsa, unita alla partenza di Diego Rivera per il Messico e il suo nuovo matrimonio con Guadalupe Marin, sprofondò la donna nella depressione, uno stato d’animo che l’avvicinò alla religione. Proprio lei, cresciuta in una famiglia agnostica e ribelle ad ogni attrattiva verso il divino, fu pervasa da un impeto mistico che la faceva partecipare a messe quotidiane. Arrivava in chiesa con difficoltà crescenti, zoppicando, ascoltava rapita i sermoni e donava quanto più poteva agli indigenti e all’orfanotrofio. Non era più “la strega”, presero a chiamarla “insetto da sagrestia”, pensò di lasciare i suoi pochi beni e le sue opere in eredità agli istituti psichiatrici, prendere i voti e ritirarsi in convento. A farla desistere dal proposito di abbandonare tutto, famiglia, amici e pittura, fu il suo confessore, il benedettino padre Alterman, che la riportò alla ragione e alla realtà. Contribuì a distoglierla dall’ossessione religiosa l’arrivo della sorella Carmen che si stabilì nella sua casa parigina, portando con sé il marito e i due figli. Voleva trasferirsi anche la madre, María la rifiutò. Aveva sempre mantenuto una fredda distanza da lei, in fondo non si era mai sentita accettata.
La presenza della famiglia della sorella, comunque, ne alleviò la tristezza e riprese a dipingere. «Se vivrò, dipingerò molti fiori», disse, lei che non aveva mai dipinto fiori. Il riconquistato fervore artistico andò di pari passo con il collasso economico. Riusciva a vendere qualche quadro, ma gli esigui profitti erano investiti nel mantenimento delle nuove bocche da sfamare che risiedevano con lei. Pressata dalle spese, inutilmente impegnò gli oggetti d’argento. Era più che mai «un uccello selvaggio rinchiuso in una triplice gabbia: il suo corpo torturato, il suo cuore avido e il mondo ostile», per usare le parole di Isabelle Rivière.
Morì in completa povertà il 5 aprile 1932, forse per il riacutizzarsi della tubercolosi. Aveva appena 51 anni, vissuti non senza dolori fisici e morali. Ad accompagnarla nell’ultimo viaggio verso il cimitero parigino di Bagneux c’era un piccolo corteo composto da pochi parenti, alcuni amici, il suo primo allievo César Jenaro Abin, la prima moglie di Rivera. Il gruppo più nutrito era composto da vagabondi, poveri, mendicanti ed emarginati d’ogni tipo, persone con cui María aveva stretto un legame forte, aiutandole in silenzio e arrivando a vendere i suoi dipinti a prezzo stracciato per sostenerle. Per loro, ultimi tra gli ultimi, non era “la strega” né “l’insetto da sagrestia”, era “la gobba angelica”.
Quella sepoltura semplice, una lapide e una croce, richiedeva il rispetto di obblighi finanziari per il mantenimento. Nessuno se ne occupò e il corpo di María sarebbe finito in una fossa comune se non fosse intervenuto il sindaco di Santander, Juan Hormaechea, che la fece seppellire più dignitosamente. Ora la pittrice dimenticata riposa nella divisione 88, quinta fila, seconda fossa del cimitero. Si ventilò l’ipotesi di trasferire la salma in Spagna, si opposero i parenti paterni, realizzando il desiderio di María che non voleva tornare neppure da morta nella sua patria che le aveva negato il diritto di essere felice.
Nell’Ateneo di Madrid, il 1° giugno 1932, a pochi mesi dalla morte, si tenne una serata commemorativa voluta dall’Unione Repubblicana delle Donne, un modo per ricordarla e renderle omaggio, ma anche per farla conoscere, visto che rimaneva a torto una figura marginale nella storia dell’arte. Toccante il discorso di Federico García Lorca che in quell’occasione lesse Elegia a María Blanchard che aveva scritto per lei: «[…] La lotta di Maria Blanchard era dura, aspra, nodosa, come un ramo di quercia, eppure non mostrò mai risentimento, ma al contrario, fu sempre dolce, pia e vergine. Ha sopportato la pioggia di risate che ha causato, involontariamente, il suo corpo, da buffone d’opera, e le risate che le sue prime mostre hanno provocato […]. Il combattimento tra angelo e demonio è stato espresso matematicamente nel tuo corpo. […] Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale. […] Ti ho sempre chiamato “gobba” e non ho detto nulla dei tuoi occhi belli e pieni di lacrime, con lo stesso ritmo con cui il mercurio sale attraverso il termometro, né ho parlato delle tue mani magistrali. […] Gli uomini capiscono le cose poco e io ti dico, María Blanchard, come amico della tua ombra, che hai i capelli più belli che siano mai stati visti in Spagna».
I primi a voler far cadere nell’oblio la sua memoria furono i familiari che ritirarono molte sue opere, condannandole a un lungo periodo di oscurità. Per anni nessuno parlò più di María Blanchard, soltanto nel 1937 si tenne una mostra che la fece di nuovo conoscere e il mercato dell’arte ricominciò a guardare con interesse questa artista che univa con abilità motivi geometrici a composizioni figurative, il che conferiva alle sue rappresentazioni un carattere unico e originale, una sensibilità profonda per i drammi umani che si riflette nella potenza evocativa delle emozioni quando si osservano le sue opere.
Nel catalogo di una mostra curata dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid si legge: «Anche se è vero che il suo aspetto è stato un fattore determinante nella sua esistenza, il suo carattere forte e ostinato le ha fatto guadagnare il rispetto dei colleghi, che l’hanno sempre trattata alla pari, in un ambiente che all’epoca era comunque dominato culturalmente dagli uomini».
Saremmo curiosi di sapere cosa penserebbe María oggi del fatto che i suoi quadri, così difficili da capire e vendere quando era in vita, sono stati addirittura rubati due volte. La prima nel 1978, cinque dipinti spariti dalla casa della sorella Carmen, la seconda nel 1998, sull’autostrada nei pressi di Figueres, in Spagna. Cosa penserebbe del “litigio” che nel 2021 ha visto contrapposti il Reina Sofía e il Museo del Prado, quando quest’ultimo acquistò un’opera del 1929 della Blanchard, La Boulonnaise. Per il Reina Sofía si trattò dello sconfinamento in un arco temporale non di competenza del Prado, tanto più che il Reina Sofía possiede un nucleo di 15 quadri della Blanchard, aveva organizzato anni addietro una mostra antologica dell’artista e pubblicato il catalogo ragionato delle sue opere, considerandola parte centrale della sua collezione dedicata all’arte moderna.
Sorriderebbe, forse, della “gelosia” che ha scatenato tra due così famose istituzioni museali, e anche sapendo di aver ottenuto un importante momento di riconoscimento al Museo Picasso di Málaga, “la casa” del suo vecchio amico che le voleva insegnare a piazzarsi sul mercato. Nel 2024 quel Museo le ha dedicato una retrospettiva, María Blanchard, una pittrice nonostante il cubismo, che ha offerto una panoramica cronologica delle diverse fasi della sua vita artistica, riunendo 85 tra dipinti a olio, pastelli e disegni. Nonostante il cubismo, è vero, perché se vi aderì restò sempre una outsider; nonostante il fatto di essere nata donna e nonostante la disabilità che la rese bersaglio di umiliazioni. María Blanchard attraversò tutto questo sorretta da due bastoni, quello tangibile che agevolava i suoi passi sulla terra, e il bastone “virtuale” dell’arte che era il supporto dell’anima, infelice ma mai arresa.
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IIS NITTI – DA VINCI – Esito Interpello per conferimento di un incarico di docente classe di concorso A044
Avviso di disponibilità per incarico aggiuntivo di reggenza presso l’ istituzione scolastica IC ROGGIANO GR. – ALTOMONTE DI ROGGIANO GRAVINA (CS)
Aggregazione delle procedure concorsuali per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi dell’articolo 3, comma 2, del Decreto del Direttore generale per il...
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Una chiamata all’azione per abbattere barriere, valorizzare diversità e costruire comunità inclusive
Nel presentare il nono Festival della Cooperazione Internazionale, organizzato nelle scorse settimane in Puglia dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), in collaborazione con la RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), avevamo già avuto modo di accennare alla Campagna per l’Inclusione 2025 dell’AIFO stessa, organizzazione che da oltre sessant’anni lavora in Italia e nel mondo per garantire accesso alle cure, riabilitazione e inclusione sociale alle persone con disabilità e fragilità, sempre con un approccio integrato e partecipativo.
«Questa nostra Campagna per l’Inclusione – viene sottolineato dall’Associazione promotrice – nasce per stimolare la coscienza collettiva, sensibilizzare le Istituzioni e mobilitare la società civile affinché nessuno sia lasciato indietro, nella convinzione che l’inclusione delle persone con disabilità non sia una concessione, ma un diritto umano fondamentale. La Campagna rappresenta dunque un’occasione per rendere visibile questo percorso e, soprattutto, per chiedere un cambiamento profondo: non si tratta infatti solo di offrire assistenza, ma di trasformare mentalità, sistemi e pratiche, in modo che l’esclusione non sia più tollerata».
Il cuore della Campagna è il Manifesto dell’Inclusione, che raccoglie una serie di princìpi, insieme alle richieste rivolte a Istituzioni, Comunità e Cittadini, concludendosi con parole decisamente significative, ossia «Unisciti a noi. Il futuro è uno, ed è inclusivo». Un documento, quindi, che rappresenta un appello a impegnarsi concretamente per politiche più giuste, accessibili e inclusive, affinché la giustizia sociale diventi un orizzonte condiviso.
Già dalla fine di settembre, dunque, vi sono stati, e continueranno ad esserci fino a dicembre, eventi, incontri e iniziative culturali dedicati al tema dell’inclusione, con riflessioni anche sulla guerra e sulle conseguenze di essa, «perché – dicono dall’AIFO – crediamo che una società veramente inclusiva non possa prescindere dal rifiuto di ogni forma di violenza, emarginazione e conflitto armato: per questo la nostra organizzazione si dichiara fermamente contraria alla guerra, che non solo genera nuove disabilità fisiche e psicologiche, ma produce anche processi di emarginazione per milioni di persone costrette a vivere ai margini».
Tutti e tutte possono fornire il proprio contributo alla Campagna, sia attraverso la firma del Manifesto, sia condividendone il messaggio o anche partecipando agli eventi. «Alle Istituzioni – concludono dall’AIFO – chiediamo che gli impegni si traducano in azioni concrete nei campi della salute, dell’accessibilità, dell’istruzione, del lavoro e della vita sociale». (S.B.)
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Capacità giuridica della persona straniera con disabilità
Segnaliamo con piacere la pubblicazione del volume di Paolo Morozzo della Rocca, ordinario di Diritto Privato nell’Università per Stranieri di Perugia, Psiche e immigrazione. Studi sulla capacità giuridica della persona straniera con disabilità (Editoriale Scientifica, 2025, “Collana di Diritto e Migrazioni), opera liberamente scaricabile dal sito della casa editrice a questo link. Ne riportiamo di seguito la nota di presentazione.
«Gli istituti di protezione dell’adulto tradirebbero la propria funzione se ne determinassero l’esclusione dalla possibilità di acquisire status oggettivamente vantaggiosi e diritti, in ragione della natura personale degli interessi coinvolti. Ciò può avvenire sia negando a terzi la legittimazione a compiere attività giuridica nel loro interesse (e pur sempre nel rispetto del loro concreto volere) sia sovrapponendo acriticamente i concetti di incapacità e di disabilità. In tal modo la capacità di autodeterminazione del soggetto, invece di essere sostenuta e valorizzata nella sua fragilità o residualità, viene invece negata nella sua dignità. Le vulnerabilità delle persone straniere con disabilità psichica o affette da patologie psichiche vengono aggravate dal loro status migratorio ma nel contempo aggravano la loro condizione, giuridica e sociale, di stranieri sin dal loro arrivo alla frontiera, con effetti moltiplicatori dello svantaggio e della discriminazione. L’indagine ospitata in questo volume si interroga, con approccio intersezionale, sull’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità in alcune delle discipline maggiormente impattanti sulla condizione giuridica dei migranti e dei residenti con cittadinanza straniera, contestualizzandone le direttive nel quadro del diritto civile italiano in materia di protezione degli adulti. Ne emerge, complessivamente, un profilo assai critico, ma in evoluzione, della normativa e delle prassi nazionali riguardo al riconoscimento dei diritti delle persone straniere con disabilità affermati dalla Convenzione, con particolare riferimento alle procedure riguardanti i permessi di soggiorno; alle norme e alle procedure di riconoscimento, conferma o nomina del rappresentante legale; all’accesso al diritto all’asilo e alla ponderata valutazione del loro diritto al non refoulement [“non respingimento”, N.d.R.]; alla stabilizzazione dei diritti di residenza legale; nonché, last but not least, all’accesso alla cittadinanza [grassetti nostri nella citazione, N.d.R.]».
Come accennato, l’autore, Paolo Morozzo della Rocca, è ordinario di Diritto Privato nell’Università per Stranieri di Perugia, presso cui dirige il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Internazionali. Egli è inoltre autore di diverse monografie e di numerosi saggi scientifici inerenti prevalentemente ai temi del diritto civile, della cittadinanza, delle discipline demografiche (con particolare riguardo al loro impatto sui diritti civili) e del diritto dell’immigrazione.
Nell’àmbito della “Collana di Diritto e Migrazioni” ha curato anche, con Marco Benvenuti, il volume Università e studenti stranieri.
È componente del Comitato Editoriale della rivista «Diritto Immigrazione e Cittadinanza» e socio dell’ADiM (Accademia Diritto e Migrazioni). (Simona Lancioni)
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Nuove tecnologie e servizi: un corso a Bologna rivolto a persone con disabilità visiva
Sono aperte fino al 18 novembre le iscrizioni al corso base di iPhone con VoiceOver promosso dall’UICI di Bologna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) per tre sabati consecutivi (29 novembre, 6 e 13 dicembre), presso la propria sede (Via Dell’Oro, 1, Bologna).
A condurre il corso saranno i soci dell’Associazione Francesco Aleotti, impegnato presso la Fondazione ASPHI come formatore senior, e Vainer Broccoli di NvApple 2.0, che da anni si occupano di formazione e accessibilità per le persone con disabilità visiva. (S.B.)
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Forum del Terzo Settore: le luci e le ombre del Disegno di Legge di Bilancio
«Apprezziamo che il Disegno di Legge del Bilancio per il 2026 preveda l’aumento, da 525 a 610 milioni, del tetto sul 5 per mille, perché lo interpretiamo come un segnale di ascolto del mondo del Terzo Settore, che negli ultimi mesi ha sottolineato con forza la necessità di ridurre la forbice tra ciò che i contribuenti destinano attraverso questo istituto e ciò che effettivamente arriva agli enti beneficiari»: a dirlo è Giancarlo Moretti, nuovo portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore aggiungendo tuttavia che «continuiamo a chiedere, come facciamo da anni, l’eliminazione del tetto: con solo due terzi dei contribuenti che oggi utilizza il 5 per mille, infatti, è facile aspettarsi uno sforamento anche del nuovo limite. E insistiamo anche sulla richiesta di eliminare l’IRAP al Terzo Settore (Imposta Regionale sulle Attività Produttive), una tassa iniqua che paradossalmente pesa molto di più sul mondo del non profit che su quello delle imprese profit».
«Tra le misure di welfare che guardiamo con maggior interesse vi sono quelle che riguardano la povertà – prosegue Moretti – e in tal senso è positivo l’aumento delle risorse per l’Assegno di inclusione, ma l’impegno rimane comunque insufficiente, considerando la gravità del fenomeno che vede 2 milioni e 200.000 famiglie in povertà assoluta. Più in generale, sul sistema di welfare ci si limita a misure temporanee, mentre mancano e sarebbero assolutamente necessari interventi strutturali, in grado di incidere sulle cause delle fragilità e disuguaglianze e migliorare la condizione di vita delle persone nel medio-lungo periodo».
«Consideriamo comunque un importante passo in avanti – conclude il Portavoce del Forum – l’attenzione rivolta, finalmente, ai caregiver, con il riconoscimento del loro ruolo e un fondo a loro sostegno – che sarà alimentato, però, a partire dal 2027». (S.B.)
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
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Il Manifesto per una cura che include
1. Il caregiver è parte della cura. 2. La casa è un luogo di cura, non di solitudine. 3. La relazione è terapia. 4. La cura è un progetto condiviso. 5. Il tempo del caregiver è valore sociale. 6. Il sollievo non è un privilegio, è un diritto. 7. La fragilità non è invisibile. 8. La formazione è alleanza. 9. La comunità è co-terapeuta. 10. Ogni storia merita ascolto: sono i dieci punti del Manifesto per una cura che include (a questo link il testo integrale), presentato da Fulvio De Nigris, presidente della Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris, durante il recente convegno di Bologna denominato Il ruolo del caregiver nella gestione delle persone con gravi cerebrolesioni acquisite: bisogni, diritti e prospettive future (se ne legga la nostra presentazione), «dieci princìpi per dare voce, dignità e strumenti ai caregiver familiari di persone con gravi cerebrolesioni – come ha sottolineato De Nigris -, un Manifesto che è un invito ad agire e non solo a comprendere, perché il caregiver è parte integrante della cura e la casa deve essere un luogo di vita, non di isolamento. Prendersi cura di chi cura è quindi una responsabilità condivisa che continua ogni giorno, oltre l’ospedale, nelle nostre case».
Di fronte a un cospicuo pubblico, l’incontro di Bologna ha riunito istituzioni, professionisti sanitari, associazioni e famiglie, tutti uniti dal desiderio di riconoscere e valorizzare il ruolo – spesso invisibile ma fondamentale – dei caregiver familiari. «Il caregiver non è solo una figura privata: è una questione di cittadinanza e di giustizia», ha affermato per l’occasione Matilde Madrid, assessora al Welfare del Comune di Bologna, sottolineando l’impegno della propria Amministrazione nel costruire reti di prossimità e sostegno. «Il diritto alla cura – ha aggiunto – deve essere accompagnato dal diritto di chi cura ad avere tempo, sollievo e ascolto».
Nel ricordare poi gli undici anni dalla Legge Regionale dell’Emilia Romagna 2/14, prima in Italia a riconoscere la figura del caregiver, Lalla Golfarelli, presidente di CARER (Associazione caregiver familiari), ha affermato che «il caregiver non è un aiuto informale, ma parte del welfare comunitario. In tal senso la cura non può essere un privilegio, ma è un diritto».
Successivamente, Maria Vaccari, vicepresidente della Fondazione Gli Amici di Luca, si è soffermata sull’esperienza della Casa dei Risvegli Luca De Nigris, dicendo che «dopo il risveglio inizia il cammino più lungo, quello del “dopo” e le famiglie non devono sentirsi sole: la comunità deve diventare co-terapeuta. L’obiettivo è la buona vita, non solo la sopravvivenza».
Accanto a lei, Elena Merlini, educatrice della Cooperativa perLuca, ha parlato di formazione e prossimità: «Un familiare diventa caregiver lungo un percorso di apprendimento reciproco. Il nostro compito è accompagnarlo con strumenti e ascolto».
E ancora, dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), Pamela Salucci e Cristina Salomoni hanno descritto la presa in carico dei familiari lungo tutto il percorso riabilitativo, ricordando che «la cerebrolesione colpisce un’intera famiglia» e che «il caregiver va sostenuto e formato fin dal primo giorno».
Quindi, Cristina Ceretti, consigliera del Comune di Bologna, ha sottolineato come il tema della cura attraversi la vita di tutte le famiglie e debba tornare al centro delle politiche pubbliche: «Essere accanto ai caregiver – ha dichiarato – significa costruire una città più giusta, che riconosce la fragilità come parte della comunità e non come una condizione da nascondere. La politica deve tornare a essere una tessitura paziente di relazioni, capace di unire persone, esperienze e responsabilità attorno alla cura».
È seguito l’intervento di Roberto Piperno, direttore scientifico della Fondazione Gli Amici di Luca, che ha presentato Cristian Sacchetti, definendolo la “persona paziente zero” della Casa dei Risvegli di Bologna, il primo ad essere accolta e simbolo concreto di un nuovo modo di intendere la cura: «Cristian ci ha insegnato che la riabilitazione non è solo un percorso sanitario, ma una storia umana e relazionale che coinvolge chi cura e chi è curato. Da lui abbiamo imparato che la persona e la famiglia sono al centro di ogni processo di guarigione: la cura continua ogni giorno, nella casa e nella comunità».
Dopo l’intensa e commovente testimonianza di Morena Bergonzoni, una mamma che con la propria storia di coraggio e dedizione, ha restituito ai presenti la forza quotidiana della cura vissuta in famiglia, è intervenuta la deputata Ilenia Malavasi, componente della Commissione Affari Sociali della Camera, che ha rilanciato l’urgenza di una legge nazionale: «Serve una normativa quadro – sono state le sue parole – per riconoscere il valore sociale e umano dei caregiver. Dietro ogni cura c’è una storia, e ogni storia merita ascolto».
Ha ricordato inoltre come in Parlamento siano già in discussione diverse Proposte di Legge che vanno in questa direzione, invitando «a fare presto, perché ogni giorno perso pesa sulla vita di chi assiste e di chi è assistito».
«Il riconoscimento legislativo – ha concluso – non è solo un atto di giustizia sociale, ma un investimento nel futuro del nostro sistema di welfare e nella dignità delle persone». (S.B.)
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Cinquant’anni di inclusione scolastica? I protagonisti raccontano
Promosso dall’Università di Firenze (Dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia), in collaborazione con l’UICI Toscana, l’UICI di Firenze (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e il Centro di Consulenza Tiflodidattica “A. Quatraro” del capoluogo toscano, si terrà l’8 novembre il convegno nazionale denominato Cinquant’anni di inclusione scolastica? I protagonisti raccontano (Università di Firenze, Polo delle Scienze Sociali, Via delle Pandette, 9, ore 9.30-17.30) cui si potrà anche partecipare online.
Introdotto da Salvatore Maugeri, insegnante psico-pedagogista e condotto da Elisabetta Franchi del Centro di Consulenza Tiflodidattica “A. Quatraro” di Firenze, l’incontro sarà aperto dai saluti istituzionali di Giuuliano Franceschini dell’Università di Firenze, che tratterà il tema Politica, economia, inclusione, seguito da Laura Menichetti dell’Ateneo ospitante (Inclusione: condividere la stessa aula non è sufficiente).
Successivamente vi sarà una tavola rotonda con gli studenti, moderata da Maugeri e Franchi, mentre nel pomeriggio interverrà Marianna Piccioli dell’Università di Roma Foro Italico (Da Magister a Minister: porsi a servizio dell’educazione per tutti), prima di una tavola rotonda con gli insegnanti, moderata dalla stessa Piccioli.
Dopo il dibattito finale, concluderà i lavori Fabio Bocci dell’Università Roma Tre (Conclusioni e ipotesi di futuro). (S.B.)
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Avviso di disponibilità per incarico aggiuntivo di reggenza presso l’ istituzione scolastica IC ROGGIANO GR. – ALTOMONTE DI ROGGIANO GRAVINA (CS).
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Emilia Romagna: la Rete dei CAAD (Centri Provinciali per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico) nel 2024
Esistono dall’inverno 2005/2006 – non tutti, infatti, aprirono nello stesso periodo – i dieci CAAD (Centri Provinciali per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico) attivati dalla Regione Emilia Romagna per fornire consulenza gratuita a tutti coloro che, persone anziane o persone con disabilità, abbiano bisogno di adattare la propria abitazione alle necessità legate alla non autosufficienza. Sono tutti diventati quindi maggiorenni e si avviano al ventesimo anno di attività.
Le consulenze erogate, oltre che gratuite, sono anche multidisciplinari, comprendendo tutti gli aspetti della questione: la situazione sanitaria attuale e in prospettiva della persona interessata; gli aspetti tecnici di carattere edilizio/architettonico/impiantistico; i possibili contributi legati a Leggi Nazionali (Legge 13/89) o Regionali (Legge dell’Emilia Romagna 29/97), le agevolazioni fiscali, il delicato tema dei rapporti con il condominio laddove i lavori interessino le parti comuni.
Ogni anno, dunque, la Regione (Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare/Area Sociosanitaria Anziani e Persone con Disabilità) pubblica un report sulle attività.
Nel 2024 i dieci CAAD hanno svolto complessivamente 5.912 interventi di cui 3.908 con prestazioni a distanza (telefono, e-mail, online), 881 sopralluoghi, 380 incontri di consulenza in sede, 550 contatti brevi in sede, e 193 interventi di altra natura. Di questi interventi, 2.228 sono stati per utenti (persone anziane e persone con disabilità) e 1.573 per operatori (sociali, sanitari, edilizia/installatori) o familiari.
Degli interventi su persone anziane e con disabilità, il 59% ha riguardato le prime (over 65), il 27% persone adulte (18-65 anni) e il 5% minori (sotto i 18 anni). Circa il genere, esiste una sostanziale parità tra i minori, un prevalere degli uomini nell’età adulta e delle donne tra gli anziani.
In tema di tipologie di disabilità, quella motoria riguarda oltre i due terzi delle persone che hanno avuto accesso. Le altre presentano per lo più disabilità plurime (motoria e intellettiva), mentre residuali sono stati gli accessi di persone con disabilità sensoriali o problemi di salute mentale (3% circa).
Per quanto poi riguarda gli interventi, essi hanno affrontato uno spettro molto vario di questioni, adattandosi e tenendo conto delle infinite diversità dei casi affrontati. Cercando di estrapolare alcuni dati, possiamo ricordare che nelle attività di consulenza e in quelle informative si sono affrontati i temi dei servizi 600 volte, quelli relativi a leggi (soprattutto finanziamenti e agevolazioni fiscali) 3.280 volte, il rapporto tra ausilio e persona (adattamento e personalizzazione dell’ausilio) 715 volte, gli ambienti interni dell’abitazione (bagno, cucina, camera da letto…) 2.577 volte, quelli esterni (parti comuni dello stabile come scale, ascensore, giardini, garage…) 1.876 volte.
Oltre alle attività con l’utenza sono state realizzate anche 27 occasioni formative dai CAAD di Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia e sono continuate le attività informative svolte tramite il sito e il servizio di newsletter che ha prodotto nove numeri per oltre cento notizie veicolate.
Un modello di attività pionieristico, quello dei CAAD, che ha ispirato analoghe iniziative anche in altre Regioni, utilizzando lo stesso acronimo.
Come già accennato, il report è uscito in questo mese di ottobre, nell’anno precedente a quello in cui ricorre il ventesimo anniversario dell’attivazione delle Rete. A tal proposito, i dieci Centri, in vent’anni di operatività, hanno effettuato oltre 100.000 interventi di vario tipo, anche eventualmente più volte sullo stesso caso, di cui 13.500 sopralluoghi e fornito consulenza a circa 71.000 persone: 41.000 tra persone con disabilità e persone anziane e 30.000 tra familiari, operatori sociali e sanitari, operatori del settore “abitare” (amministratori di condominio, Uffici Casa dei Comuni, Uffici di Ambito ERP-Edilizia Residenziale Pubblica), professionisti dell’area architettura e ingegneria, tecnici installatori in campo elettrico, idraulico, edilizio.
La newsletter ha pubblicato circa 150 numeri per complessive 1.800 notizie; il sito ha avuto 2.350.000 pagine visitate.
Del report della Regione Emilia Romagna si può anche leggere nel numero di ottobre della citata newsletter della Rete (disponibile a questo link) che mensilmente, e gratuitamente, informa su barriere, ausili, tecnologie, domotica, legislazione ed agevolazioni fiscali, politiche per la non autosufficienza e per l’abitare, strumento utile per conoscere realtà concrete che si occupano di progetti e gestione relativi a molte delle parole d’ordine della cultura attuale della disabilità (autonomia, abitativa soprattutto, autodeterminazione, accessibilità…) e per seguire il continuo “balletto” delle agevolazioni e bonus relativi all’àmbito edilizio e della disabilità, che cambiano continuamente di anno in anno, creando frequentemente situazioni di confusione e incertezza.
Da ricordare infine che nel sito del CAAD (a questo link) è disponibile anche una mappa delle strutture italiane simili in toto o in parte ai CAAD e presso le quali si possono avere informazioni su ausili e barriere nelle abitazioni.
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