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“Sophie”, molto più di un semplice manichino

Si chiama “Sophie” il primo manichino seduto, ispirato alle persone che usano sedie a rotelle, ideato e sviluppato dalla Società Primark, in collaborazione con Sophie Morgan, presentatrice televisiva britannica, attivista per i diritti delle persone con disabilità e lei stessa donna in carrozzina. “Sophie” sarà protagonista nelle vetrine che presenteranno la linea “Adaptive” di Primark, la prima grande collezione di moda femminile e maschile pensata appositamente per le persone con disabilità Sophie Morgan davanti a “Sophie”, il manichino seduto su una sedia a rotelle, da lei stessa creato, insieme a Primark, che verrà esposto anche a Milano

Sophie, è questo il nome del primo manichino seduto, ispirato alle persone che usano sedie a rotelle, ideato e sviluppato da Primark, rivenditore di abbigliamento internazionale leader del settore, in collaborazione con Sophie Morgan, presentatrice televisiva britannica, attivista per i diritti delle persone con disabilità e lei stessa donna di sedia a rotelle. L’iniziativa intende confermare l’impegno dell’azienda per l’inclusione e una rappresentazione più equa nelle principali vie dello shopping.
Lanciato inizialmente in 22 negozi di punta in nove Paesi, compreso il negozio Primark di Via Torino a Milano, Sophie sarà protagonista nelle vetrine che presenteranno la linea Adaptive di Primark, la prima grande collezione di moda femminile e maschile pensata appositamente per le persone con disabilità, oltre alle collezioni principali del brand.

Il lancio rientra nel più ampio impegno della Società promotrice per introdurre una maggiore diversità nella propria gamma di manichini e rappresentare una più ampia varietà di corporature all’interno dei punti vendita. «Questo annuncio – ha dichiarato Ann-Marie Cregan, direttrice commerciale di Primark, in occasione della presentazione di Sophie – rappresenta un ulteriore traguardo nel nostro impegno per rendere Primark un luogo più accessibile, sia per i nostri clienti e la loro esperienza di shopping che per i nostri colleghi. Dall’introduzione di una gamma più inclusiva di manichini al lancio della nostra linea di abbigliamento Adaptive all’inizio di quest’anno, continuiamo a lavorare con determinazione per riflettere al meglio la diversità delle comunità che ci scelgono. Vedere il manichino Sophie nei nostri negozi è motivo di grande orgoglio ed è frutto di una straordinaria collaborazione tra i nostri team e Sophie Morgan».

Il percorso che ha portato alla realizzazione del manichino è durato oltre un anno ed è stato guidato dal team Visual Merchandising di Primark. Sophie Morgan, come detto, ha avuto un ruolo centrale durante tutte le fasi di progettazione: dalla creazione dei mood board* e la raccolta delle misurazioni corporee, alla revisione dei modelli 3D, fino alla visita al sito di produzione per le approvazioni finali.
Sin dall’inizio, sia Primark che Morgan hanno voluto assicurarsi che la posa del manichino rappresentasse in modo autentico una persona che utilizza una sedia a rotelle manuale. Parallelamente, il team di store design di Primark ha collaborato con Sophie allo sviluppo di un modello personalizzato di sedia a rotelle, progettato per essere perfettamente compatibile con il manichino e sufficientemente resistente da sostenere l’intenso traffico all’interno dei punti vendita.
«Questo progetto mi sta incredibilmente a cuore – dichiara la stessa Sophie Morgan -: è il risultato di oltre 15 anni di lavoro. Entrare in un grande negozio come Primark e vedere un manichino che mi somiglia è un’emozione profonda. Sophie, infatti, rappresenta molto più di un semplice manichino: è un simbolo di progresso e visibilità. Collaborare con Primark alla creazione di esso è stato un sogno. Ogni dettaglio, dalla postura al design della sedia a rotelle, pensata come naturale estensione del corpo, è stato studiato con attenzione per riflettere la vita reale delle persone che usano una sedia a rotelle. Non vedo l’ora di scoprire come verrà accolta».

Il lancio segue l’introduzione, lo scorso gennaio, della già citata linea Adaptive di Primark, una collezione di capi essenziali ispirati ai best-seller del brand – dai trench alle t-shirt, dai maglioni ai jeans – tutti progettati con caratteristiche pensate per rispondere alle esigenze delle persone con disabilità, permanenti o temporanee. Tra queste caratteristiche figurano chiusure magnetiche, bottoni a pressione, passanti in vita e aperture discrete per l’accesso a tubi, stomie o cateteri. La linea include anche opzioni specificamente pensate per chi passa molto tempo seduto, come appunto le persone che utilizzano una sedia a rotelle.
Nel 2024 Primark ha annunciato una serie di impegni volti a rendere il proprio business più accessibile. Tra questi: offrire prodotti più inclusivi, creare ambienti di vendita più accessibili, promuovere una cultura dell’inclusione, garantire una rappresentazione diversificata nelle proprie campagne e collaborare con organizzazioni e associazioni che si dedicano a migliorare la vita delle persone con disabilità. (Simona Lancioni)

*Per “moodboard” si intende una rappresentazione visiva di concetti e idee creata utilizzando una disposizione di immagini, testi e altri materiali di design.

Per ulteriori informazioni e appropfondimenti: Alessia Spoto (alessia.spoto@omnicomprgroup.com). Sul tema riguardante la moda adattiva, suggeriamo anche la lettura, sulle nostre pagine, del contributo di Stefania Delendati intitolato Moda adattiva, quando l’abito abbatte le barriere (a questo link).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Il nuovo Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente presso l’Unità Spinale di Perugia

Annunciato qualche settimana fa dalla Fondazione Serena Olivi, insieme all’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente) e a un nutrito gruppo di professionisti dell’Unità Spinale Unipolare dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, verrà attivato dalla metà di settembre un Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente all’interno della stessa Unità Spinale Un’immagine dell’incontro durante il quale è stata annunciata la nascita del Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente presso l’Unità Spinale dell’Ospedale di Perugia

È stata annunciata qualche settimana fa dalla Fondazione Serena Olivi, insieme all’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente) e a un nutrito gruppo di professionisti dell’Unità Spinale Unipolare dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, l’imminente attivazione di un Presidio dell’Agenzia per la Vita Indipendente all’interno della stessa Unità Spinale.
L’annuncio è stato dato nel corso di un incontro operativo alla presenza di Emanuele Ciotti, nuovo direttore generale, oltre che dell’Azienda USL Umbria, dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, per un’iniziativa volta a promuovere opportunità di Vita Indipendente e inclusione delle persone con lesione midollare e a rafforzare la rete regionale di supporto sociale e sanitario.

«Questo progetto – si legge in una nota diffusa per l’occasione – è nato da un percorso di ampio respiro per il rilancio dell’Unità Spinale di Perugia, avviato e condiviso dall’Azienda Ospedaliera, con la precedente Direzione Aziendale, e dal presidente nazionale della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane delle Persone con lesione al midollo spinale) Vincenzo Falabella, un percorso che ha visto il ruolo centrale del primario dell’Unità Spinale, Sauro Biscotto, il quale ha presentato, oltre al tema stesso del rilancio dell’Unità Spinale, anche l’attivazione di questa nuova iniziativa che mira appunto ad offrire una risposta concreta alle esigenze di consulenza e accompagnamento dopo il trauma, in vista del ritorno a casa delle persone con lesione midollare».
«Il Presidio – si legge ancora – è realizzato in attuazione della Legge Regionale Umbra 7/24, che norma il Progetto globale delle persone con lesione midollare e funzionamento dell’unità spinale unipolare nel Servizio sociosanitario umbro, ponendosi come un modello di riferimento in linea con il nuovo Piano Socio-Sanitario, fungendo da buona pratica per la continuità assistenziale tra ospedale e territorio. Il Presidio stesso sarà strettamente coordinato con la Centrale Operativa Territoriale (COT), per contribuire a garantire una continuità assistenziale efficace tra ospedale e territorio. Si tratta di un collegamento che rafforza il ruolo dei Presìdi dell’Agenzia per la Vita Indipendente della Zona Sociale 2, già attivi presso i Punti Unici di Accesso (PUA) del Distretto di Perugia».
«L’oggetto di questo percorso avviato all’interno dell’Unità Spinale – prosegue la nota -, è la capacità di garantire opportunità e sostegni finalizzati alla salute, alla qualità della vita e alla Vita Indipendente delle persone con disabilità, in particolare quelle con lesione midollare. L’attività del Presidio si fonda su una convenzione triennale sottoscritta tra l’Azienda Ospedaliera di Perugia e l’AVI Umbria».

«Siamo orgogliosi di avere contribuito alla realizzazione di un accordo che amplia i servizi a favore di chi affronta l’esperienza di una lesione midollare – dichiara Andrea Tonucci, presidente dell’AVI Umbria -. Questo Presidio rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra settore pubblico e Terzo Settore, per garantire il diritto alla Vita Indipendente sostenendo l’autonomia, la dignità, la consapevolezza di ogni persona. L’iniziativa si propone infatti di offrire, in stretto coordinamento con medici, infermieri, terapisti, psicologa e operatori socio-sanitari dell’Unità Spinale Unipolare, un’opportunità di confronto e di supporto da parte del nostro team, composto da consulenti alla pari e da un’assistente sociale».

In sintesi, dunque, gli obiettivi dell’iniziativa sono: offrire consulenza alla pari e supporto informativo ai pazienti e alle famiglie; facilitare l’accesso ai servizi del Centro di Mobilità; monitorare i bisogni emergenti e proporre azioni di sistema; promuovere consapevolezza e autodeterminazione nel percorso di cura, ri-abilitazione e inclusione nella società.
L’avvio ufficiale delle attività è previsto per la metà del prossimo mese di settembre e tutto sarà reso possibile grazie al contributo della Fondazione Serena Olivi, da sempre attenta all’autonomia delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@aviumbria.org.

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Il Modello DAMA nella bozza del Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte

Soddisfazione viene espressa dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, per l’inserimento del Modello DAMA (“Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) nella bozza del nuovo Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte, nonché per un recente Ordine del Giorno che impegna la Giunta Regionale ad attivare lo stesso Modello DAMA sul proprio territorio piemontese. Nata lo scorso anno, la Rete Obiettivo DAMA Torino conta oggi sull’adesione di 32 organizzazioni

«Con grande soddisfazione accogliamo l’inserimento del Modello DAMA nella bozza del nuovo Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte, un riconoscimento che è il risultato tangibile dell’impegno congiunto delle associazioni aderenti alla nostra Rete e di una crescente sensibilità da parte delle istituzioni»: lo si legge in una nota diffusa nelle scorse settimane dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, nata nel novembre dello scorso anno, come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, «con l’intento di promuovere l’implementazione del Modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance, ovvero “Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) in Piemonte, una Regione che purtroppo, ad oggi, non dispone ancora di un sistema strutturato ed efficace per garantire accesso alle cure ospedaliere alle persone con disabilità gravi e gravissime». Ad annunciarlo era stato un gruppo di Associazioni piemontesi e di persone impegnate per la tutela dei diritti della disabilità intellettiva/autismo, volendo appunto fare riferimento al sistema DAMA, di cui tante volte ci siamo occupati.
Tale modello, in sostanza, mette a disposizione un sistema coordinato che inizia con un centralino quale “triage” telefonico, prosegue con la presa in carico diretta da parte di un ambulatorio specificamente organizzato all’interno dell’ospedale e si affida a un’équipe multidisciplinare opportunamente formata, prevedendo percorsi di cura cuciti sulle caratteristiche e necessità del singolo paziente, evitando forzature e contenzioni non necessarie, favorendo il coinvolgimento del familiare/caregiver, sempre presente al suo fianco nel percorso di cura ed evitando stress e disagi eccessivi. Una pianificazione attenta permette quindi una diminuzione del rischio di complicazioni, una riduzione di ricoveri e accessi impropri al Pronto Soccorso, anche con un contenimento dei costi connessi alla gestione di situazioni emergenziali.

«Un ulteriore motivo di incoraggiamento – aggiungono dalla Rete Obiettivo DAMA Torino – è l’Ordine del Giorno n. 323, presentato dal consigliere regionale Silvio Magliano e approvato il 4 agosto, che impegna la Giunta Regionale ad attivare il Progetto DAMA sul territorio piemontese. Un Ordine del Giorno che riflette un consenso trasversale e diffuso, già manifestato attraverso le approvazioni in diversi Consigli Comunali di analoghi Ordini del Giorno (Nichelino, Druento e ulteriori Comuni – ad esempio Torino, Beinasco, Rivalta ecc. – in fase di discussione), tutte iniziative che sottolineano la sentita urgenza di colmare il divario presente e di garantire pari opportunità di accesso alle prestazioni sanitarie».
«Dal canto nostro – concludono dalla Rete – ribadiamo la piena disponibilità a proseguire la collaborazione con l’Assessorato e con gli Uffici Tecnici, al fine di raggiungere al più presto l’obiettivo dell’attuazione concreta ed integrale del Modello DAMA anche nella Regione Piemonte». (S.B.)

A questo link è disponibile il testo integrale del comunicato diffuso dalla Rete Obiettivo DAMA Torino, con l’elenco in calce delle organizzazioni che vi aderiscono. Per ulteriori informazioni: reteobiettivodama@gmail.com.

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Un passo in avanti verso la Protezione Civile in un’ottica inclusiva

Qualche mese fa è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale, un provvedimento che rappresenta un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nel presente approfondimento, Stefano Zanut ne esamina i vari contenuti Simulazione di soccorso nei confronti di persone con disabilità in una situazione di emergenza

Nel mese di marzo scorso è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale: Indicazioni operative del Capo del Dipartimento per la pianificazione degli interventi di protezione civile a favore di persone con specifiche necessità. Sono indicazioni di rilievo in questo campo che rappresentano un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni contenute nell’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il Decreto, parte integrante delle disposizioni previste dal Codice della Protezione Civile, stabilisce un quadro di intervento chiaro, con l’obiettivo di garantire che nessuno venga escluso nelle situazioni critiche di un evento emergenziale. L’esperienza maturata negli scenari operativi reali o esercitativi, infatti, ha permesso di individuare alcune criticità dovute a:
° difficoltà di accesso all’informazione in fase preventiva e a emergenza in corso;
° conoscenza incompleta o non adeguata in merito alla presenza di persone con specifiche necessità assistenziali;
° inadeguata valutazione delle condizioni e delle necessità di cui sopra;
° carenza di coordinamento e condivisione delle informazioni tra i diversi soggetti competenti per il superamento delle criticità riscontrate;
° mancata o limitata corrispondenza tra le risorse utilizzate per il soccorso e l’assistenza alle persone più vulnerabili.
Qui le “persone con specifiche necessità” sono identificate come «persone le cui necessità si possono presentare in maniera molto diversificata in considerazione delle condizioni individuali, dell’età o di specifici momenti della vita di ciascuno. Per tali persone le misure di soccorso e assistenza previste dalla pianificazione di protezione civile per la popolazione generale non sono adeguate o sufficienti».
Spesso il Decreto richiama anche il concetto di vulnerabilità in relazione ai rischi naturali o antropici, un concetto legato non solo alle condizioni delle persone, ma che risente anche del contesto ambientale con cui interagiscono e da come questo è capace di favorire o compromettere le loro azioni di autoprotezione in emergenza. Nel merito si veda anche l’analisi proposta da chi scrive [Stefano Zanut], insieme a Consuelo Agnesi in La vulnerabilità come condizione umana dei disastri, pubblicazione proposta nell’ambito dei “Quaderni di Molteplicit(t)à” curati da CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità), nell’àmbito di una collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

Gli obiettivi della pianificazione e le attività connesse
Nell’àmbito della pianificazione di Protezione Civile sono considerati i seguenti obiettivi:
– accessibilità dei contenuti del piano di Protezione Civile e delle informazioni a tutte le persone che vivono e si muovono sul territorio, sia in condizioni ordinarie che in emergenza, affinché siano adottati i più idonei comportamenti;
– applicabilità alle persone con specifiche necessità delle misure di tutela della popolazione previste nei piani di Protezione Civile;
– adeguata sistemazione alloggiativa per le persone con specifiche necessità nel caso si renda necessario il trasferimento della popolazione di un territorio colpito da un evento calamitoso;
– continuità o ripristino di protocolli terapeutici e/o riabilitativi.

Per conseguire tali obiettivi, le attività da sviluppare sono:
1. coordinamento delle informazioni e delle risorse per l’assistenza alle persone con specifica necessità;
2. acquisizione delle informazioni rilevanti sulla popolazione con specifiche necessità;
3. ricognizione delle risorse umane e materiali per l’assistenza alle persone che stiamo considerando in emergenza. A tal proposito il Decreto suggerisce di valorizzare e mettere a sistema le informazioni, le attività, gli strumenti e i moduli disponibili in capo ai servizi sociali e sanitari e alle organizzazioni di volontariato di Protezione Civile, agli Enti del Terzo Settore in materia di assistenza e supporto alle persone con specifiche necessità;
4. elaborazione di un piano di comunicazione alla popolazione capace di garantire la massima accessibilità ai contenuti e la corretta fruibilità delle informazioni;
5. organizzazione di attività formative e addestrative su questi temi.

I punti salienti
Le indicazioni contenute nel Decreto forniscono una serie di misure da applicare nei piani di emergenza e nella gestione delle risorse, capaci di considerare i bisogni reali delle persone, tra cui:
° Identificazione e mappatura dei bisogni: ogni piano di emergenza deve prevedere la mappatura delle persone con necessità particolari, sia permanenti che temporanee, in modo che possano ricevere la più tempestiva e appropriata risposta. È questa una competenza a carico dei Comuni, in sinergia con i servizi socio-sanitari e le associazioni del territorio.
° Accessibilità delle informazioni: risulta essenziale che le comunicazioni di emergenza siano strutturate in modo da garantire che tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità sensoriali o cognitive, possano riceverle e comprenderle. Qui diventa importante considerare aspetti come l’uso di linguaggi semplificati, sottotitoli, la LIS (Lingua dei Segni Italiana) e altri strumenti capaci di superare barriere comunicative per le persone.
° Formazione specializzata: un altro pilastro delle nuove linee guida. Operatori pubblici, tecnici, soccorritori e volontari devono infatti essere adeguatamente preparati per affrontare le specifiche problematiche che potrebbero emergere nell’interazione con persone fragili. La formazione deve coprire aspetti sia teorici che pratici, con un focus sulla comunicazione e sulla capacità di gestire la situazione di emergenza in modo inclusivo.
° Partecipazione delle persone vulnerabili: tutte le persone con disabilità e le loro famiglie sono chiamate a partecipare attivamente alla costruzione dei piani di Protezione Civile. Questo processo di co-progettazione assicura che le soluzioni adottate siano capaci di rispondere in modo concreto alle loro necessità quotidiane e straordinarie.
° Coordinamento interistituzionale e con il Terzo Settore: le nuove linee guida enfatizzano l’importanza di un coordinamento tra tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni locali e sanitarie alle organizzazioni del Terzo Settore, dalle associazioni di volontariato alle realtà che rappresentano le persone con disabilità. Solo un lavoro sinergico tra tutti i soggetti può permettere infatti di creare risposte rapide, coordinate e adattabili alle esigenze della popolazione.

L’importanza delle reti di supporto
Tra i molti aspetti innovativi del Decreto, c’è anche l’istituzione di “reti di supporto” cui devono provvedere i Comuni, per favorire la diffusione della cultura di Protezione Civile e rafforzare la cosiddetta “capacità sociale” richiamata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Qui le reti sono intese come «infrastrutture sociali basate sulla collaborazione tra gli attori del settore pubblico, privato, comunitario, Terzo Settore e le associazioni di rappresentanza che operano a livello locale per contribuire a ridurre l’impatto dei disastri».
Questi i compiti a loro carico:
° supporto alla persona nella preparazione a situazioni di emergenza;
° supporto alla persona per gli interventi idonei alla messa in sicurezza in caso di emergenza;
° contatto con l’Autorità di Protezione Civile per la richiesta di supporto e/o specifica assistenza.
In sostanza si configura una sorta di struttura sociale capace di intervenire prontamente per soddisfare le prime necessità assistenziali in caso di evento calamitoso, dove ognuno può dare il proprio contributo fattivo, dal vicino di casa al caregiver familiare. Da questo punto di vista si configura una condizione partecipata che rappresenta il cuore stesso del concetto di Protezione Civile.

Le implicazioni negli aspetti di pianificazione e i nuovi strumenti operativi
L’introduzione di questi princìpi implica non solo una revisione dei piani di emergenza esistenti, ma anche l’integrazione di nuovi strumenti operativi. La Protezione Civile, infatti, deve evolversi per rispondere in modo mirato alle emergenze che coinvolgono tutte le persone della società. Tra gli aspetti tecnici più rilevanti ci sono:
– Adattamento delle infrastrutture di comunicazione: è necessario, infatti, che i sistemi di allerta possano raggiungere e coinvolgere tutte le categorie vulnerabili presenti nel territorio. L’adozione di tecnologie per l’accessibilità, come apposite piattaforme digitali e sistemi di allerta multicanale, diventa pertanto un aspetto cruciale.
– Modellizzazione dei piani di evacuazione e intervento: gli interventi devono essere progettati con una logica universale, capace di comprendere tutte le potenzialità e le condizioni che possono limitare la risposta delle persone coinvolte. Per questo la progettazione deve basarsi sulla differenziazione delle risposte alle persone con disabilità o altre necessità, prevedendo strumenti di supporto (ad esempio mezzi di trasporto accessibili, presenza di operatori capaci di garantire supporto psicologico ecc.).
– Uso della tecnologia: il Decreto enfatizza l’uso di tecnologie per garantire una maggiore efficacia nella gestione delle emergenze. L’adozione di soluzioni digitali che facilitino la mappatura, la gestione delle risorse e la comunicazione in tempo reale tra i diversi attori risulta quindi essenziale per un’efficace pianificazione.

Conclusioni: la Protezione Civile come sistema inclusivo
Come evidenziato, con queste nuove indicazioni il sistema nazionale della Protezione Civile italiano compie un importante passo in avanti verso un modello più inclusivo, in cui viene posta al centro la tutela della sicurezza e del benessere di tutti i cittadini e le cittadine, a prescindere dalle loro condizioni fisiche, sensoriali, cognitive o sociali. Da questo punto di vista il Decreto non rappresenta un semplice aggiornamento normativo, ma una visione innovativa della pianificazione delle emergenze in cui le persone vengono riconosciute nella pluralità dei loro bisogni.
L’attuazione delle linee guida richiederà una stretta collaborazione tra le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni non profit e i professionisti della Protezione Civile, per garantire che tutti e tutte, senza eccezioni, possano affrontare le emergenze con la stessa dignità e protezione.

*stefano.zanut@gmail.com.

Sicurezza per tutti, anche in emergenza
Con il presente importante contributo prosegue il proprio percorso la rubrica di Superando denominata Sicurezza per tutti, anche in emergenza, voluta per affrontare i temi della sicurezza e della gestione dell’emergenza dal punto di vista dell’inclusione e curata da Stefano Zanut. L’obiettivo non è solo quello di proporre un’informazione generale su questi temi, ma anche di far conoscere e condividere esperienze condotte in questo campo per rilanciarle, affinché possano diffondersi e affermare una cultura su questi temi che sappia diventare patrimonio comune.
Stefano Zanut è architetto e già direttore vicedirigente dei Vigili del Fuoco del Comando di Pordenone, nonché già membro dell’Osservatorio sulla Sicurezza e il Soccorso delle Persone con Esigenze Speciali attivato proprio dai Vigili del Fuoco. Ha al proprio attivo una lunga esperienza in questo campo, che ha condiviso curando numerose pubblicazioni e partecipando a iniziative di vario tipo, tra cui l’attività nell’àmbito di CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) e del CTS del CRIBA Friuli Venezia Giulia (Centro Regionale di Informazione sulle Barriere Architettoniche) del Friuli Venezia Giulia.

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Antonio, divulgatore cortese che ci ha educato al rispetto

«Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. Nella tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana»: lo scrive Stefania Delendati a proposito dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando Antonio Giuseppe Malafarina

In occasione dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), di cui abbiamo già ampiamente riferito in altra parte del giornale, tutto dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando dal 2023 alla sua scomparsa nel febbraio 2024, diamo spazio al presente contributo della nostra direttrice responsabile Stefania Delendati.

Ciao Antonio, tu eri uno di quelli che pensavamo fossero eterni. Anche se è trascorso un anno e mezzo dalla tua scomparsa, quant’è difficile parlare di te al passato, perfino per me che ho avuto il privilegio di conoscerti, ma la sfortuna di non aver avuto il tempo materiale per approfondire quest’amicizia che comunque mi rimane dentro.
Eri paralizzato dalla testa ai piedi, ma la tua mente sempre attiva e propositiva aveva fatto sì che nella vita eri riuscito a realizzare molto più di tanti altri che hanno due gambe che camminano e due braccia che si muovono.
Di certo le notizie arrivano dove sei tu, quindi già lo sai che il prossimo 28 agosto nella tua Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, verrà inaugurata una scultura dedicata a te di Felice Tagliaferri, artista cieco, che ha dato forma a un simbolo di visione interiore, resilienza e speranza. Familiari, giornalisti, scrittori e amici si incontreranno per parlare del tuo modo di immaginare un domani migliore, dell’impulso che hai dato alla corretta narrazione della disabilità che oggi, anche grazie a te, è meno marginale.

Quando ho saputo che eri volato in un posto migliore, non ci volevo credere, non mi sembrava possibile. Ti avevo sentito una manciata di giorni prima, ricordi? Alessandro Cannavò era a casa mia, ti abbiamo chiamato per un saluto. Pochi mesi prima eri stato male, molto male. L’avevo appreso da un tuo post sul blog InVisibili del «Corriere della Sera.it», La verità del Natale si intitolava, ripreso successivamente anche da Superando [con il titolo “La psiche ha paura, anche se tu sei la roccia che tutti pensano che sia”, N.d.R.], che era il racconto intimo di un’esperienza che ti aveva fatto sentire fragile e indifeso di fronte alla sofferenza.
Per l’intensità di quelle frasi, il richiamo all’umanità, considero quel pezzo un regalo, l’ultimo, purtroppo, che ci hai fatto. Mi è tornato alla mente tante volte, dopo che anch’io un anno dopo mi sono ritrovata da un momento all’altro in una situazione che mi ha messo a dura prova. Era questa la tua forza, lasciare un segno fatto di parole che prendevano residenza nel cuore e nell’anima di chi le leggeva e ascoltava.

Le parole erano diventate il tuo mestiere per caso, dicevi. Dopo quell’incidente in vacanza, nel 1988, ti eri risvegliato in ospedale, tetraplegico e con gravi difficoltà respiratorie. Hai preso coscienza della nuova condizione, concentrandoti sulle possibilità e non sui limiti. Così, determinato, hai reinventato la tua vita e sei andato avanti. Non facile per un ragazzo che aveva appena superato l’esame di guida e aveva davanti un futuro “normale” da costruire.
Una volta mi hai detto che quel che sapevi fare era scrivere, tutto il resto era nato un po’ per caso, una fortunata serie di coincidenze unita a tanto impegno. Ci dicevamo che questa era una cosa che avevamo in comune, insieme all’uso della tecnologia a favore dell’autonomia personale e lavorativa. Ci sarebbe piaciuto accantonarla qualche volta, tutta ’sta tecnologia che, grazie a Dio, esiste, sognavamo di potere ogni tanto battere i nostri articoli sulla tastiera dei PC, accostare il cellulare all’orecchio con le nostre mani, prendere appunti su un taccuino. Ce lo dicevamo mentre eravamo al telefono con il viva voce perché le nostre mani immobili non potevano portarlo vicino al viso.
Avevamo in comune anche il respiratore polmonare. Avevo riconosciuto l’inconfondibile ritmico soffio della macchina quel giorno in cui siamo rimasti al telefono più di un’ora perché volevi intervistarmi. Ero molto agitata, te l’avevo confessato, dopo tutto Antonio Giuseppe Malafarina per me era “una leggenda”, una persona inarrivabile per il modo di scrivere, il pensiero che traspariva dai suoi contributi. Comprensibile dunque l’ansia iniziale nel parlare con te, un’ansia che si è presto dissolta in un colloquio franco, costruttivo e divertente.

Dicono di te che sei stato uno dei più grandi giornalisti con disabilità. Hanno ragione, non c’è dubbio, ma secondo me sei stato un grande giornalista punto e basta; ogni volta che mettono l’accento sulla condizione mi pare “sminuiscano” un po’ l’enorme lavoro culturale che hai svolto con passione, intelligenza, ironia e garbo. Il garbo, ecco, era il tuo tratto distintivo, quello che ti faceva dire cose anche scomode senza mai travalicare i limiti, sempre alla ricerca di un dialogo, mai dimenticando la gentilezza e senza tuttavia fare concessioni quando era necessario rivendicare con forza i diritti delle persone più fragili.
Insieme a Franco Bomprezzi [direttore responsabile di Superando dal 2004 al 2014, N.d.R.], sei stato un pioniere del giornalismo sociale di qualità, impegnandoti in prima persona per trattare i temi inerenti alle disabilità, senza delegare ad altri il compito di parlare di noi come cittadini e cittadine, senza pietismo, ma in maniera approfondita e precisa.
Nella tua presentazione su InVisibili scrivi di non essere mai stato invisibile, da piccolo perché eri cicciottello, da grande per via della sedia a rotelle. Devo contraddirti, tu non sei stato invisibile e ancora non lo sei per le idee che hai portato nel mondo e per la fiducia che, nonostante tutto, nel mondo e negli altri hai sempre avuto.
Sempre in InVisibili hai scritto della tua celebrità: «La gente dice che sono ottimista. Io mi credo un realista speranzoso. Ho fiducia nella società. Credo nella collettività, questo l’asse portante della mia vita, fede a parte. Non ditemi che il mondo va a rotoli. Sarà vero, ma ci sono tante persone che tirano da un’altra parte. Non voglio cedere a un’idea distopica del mondo, perché se è vero che si riaffacciano i fantasmi di una guerra nucleare, che i ghiacci del Polo si stanno sciogliendo e che abbiamo isole di rifiuti nei mari, voglio fare affidamento su quelle persone che combattono tutto questo. Apposta risulto controcorrente. Ma, come ho già detto: non sono controcorrente, è la massa che nuota nella direzione opposta».
Eccolo di nuovo il tuo umorismo, acuto, intellettuale, spiazzante e dirompente, lo stesso dei tuoi aforismi che ricordiamo accanto alle poesie. In una così avevi commentato la tua condizione: «La paralisi/ è una guerra dura/ di trincea./ Non vince mai nessuno/ al più si negozia una tregua armata».
Guardavi sempre oltre, ma chiamavi le cose con il loro nome, senza nascondere la durezza della vita dietro il facile eroismo che spesso accompagna il racconto di noi persone con disabilità; i piedi e le ruote erano sempre saldi sulla terra.
Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, eri al contempo un estimatore del silenzio, tanto da dedicargli un gruppo Facebook che aveva molte visualizzazioni. E poi avevi un certo stile inconfondibile da gentiluomo anche nell’aspetto, il cappello e i foulard colorati.
Ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. In un luogo simbolo della tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana.
È ancora qui il tuo sorriso, quello con cui concludevi ogni e-mail. Dopo mettevi una virgola perché quel sorriso continuasse all’infinito. Con quel sorriso continua ad accompagnarci, noi da qui ti mandiamo il nostro con l’affetto di sempre e per sempre.

*Direttrice responsabile di Superando. Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Antonio Giuseppe Malafarina, un segno indelebile fatto di parole”) e viene qui ripreso per gentile concessione.

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Luci e ombre in quella “Carta dei Diritti del Caregiver”

Elaborata a Roma, nell’àmbito dell’evento “Caregiver SumMeet”, con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver, la “Carta dei Diritti del Caregiver 2025” si riferisce però alla persona cui viene prestata assistenza sempre nei termini di gestione della patologia, con un che sembra fermo al modello medico della disabilità, né tiene minimamente in considerazione la questione di genere, parlando del caregiver sempre e solo al maschile

Lo scorso 15 luglio, a Roma, nell’àmbito del Caregiver SumMeet è stata presentata la Carta dei Diritti del Caregiver 2025, elaborata con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver (essa è fruibile, in formato pdf, a questo link).
Il Caregiver SumMeet è un evento organizzato dall’azienda Cencora-Pharmalex, e sostenuto anche da altre tre aziende farmaceutiche, Argenx e Gilead Sciences e CSL Vifor, in collaborazione con le Associazioni. In particolare in questa edizione, i referenti delle diverse Associazioni sono stati suddivisi in quatto macroaree terapeutiche: patologie oncologiche, patologie rare e genetiche, patologie croniche e patologie psichiatriche e neurodegenerative.

L’intento dell’iniziativa è incrementare la consapevolezza sul ruolo del caregiver e accelerare il percorso per un pieno riconoscimento normativo di questa importante figura.
All’interno dei rispettivi gruppi di lavoro, sono stati condivisi bisogni e prospettive della figura del caregiver, focalizzando il confronto su due temi chiave: aspetti normativi e tutela integrativa, e competenze.
Riguardo agli aspetti normativi e alla tutela integrativa, sono emerse le seguenti richieste:
° definizione di linee guida nazionali per i percorsi assistenziali al fine di ridurre le disuguaglianze regionali;
° distribuzione più equa dei costi di assistenza per non gravare sul caregiver;
° revisione della Legge 104/92 e assegnazione dei servizi in base a impatto e carico della patologia sul caregiver;
° revisione dei contratti di lavoro nazionali e inserimento di misure di supporto per agevolare i caregiver;
° partecipazione del caregiver alla costruzione delle politiche assistenziali quale figura esperta della patologia;
° presenza di personale formato nei luoghi pubblici per garantire assistenza e inclusione.

In relazione invece alle competenze, le istanze emerse sono state le seguenti:
° formazione del caregiver e dei professionisti sanitari per una collaborazione sinergica;
° introduzione di figure assistenziali per fornire supporto informativo e pratico in situazioni critiche;
° organizzazione di incontri di formazione nei Centri di cura per uniformare le competenze;
° definizione di un percorso di cura continuativo e strutturato, un vademecum facilmente consultabile;
° attivazione di un servizio di assistenza informativo per la gestione delle patologie.

«La Carta dei Diritti del Caregiver 2025 ha evidenziato temi centrali per il riconoscimento istituzionale di questa figura, proponendo soluzioni concrete per alleggerire il carico assistenziale del caregiver. Le proposte, inserite in un piano strutturato ed inclusivo più ampio, mirano a garantire un supporto più efficace e sostenibile, migliorando la qualità dell’assistenza offerta ai propri cari e tutelando il benessere psicofisico del caregiver stesso», è scritto nella Carta.
Sorprende e amareggia che nella Carta non sia minimamente considerata la questione di genere, che si parli cioè del caregiver sempre e solo al maschile, sebbene vi sia un’ampia letteratura relativa al fatto che i lavori di cura siano svolti in larga prevalenza da donne.
Rattrista anche che si parli della persona a cui si presta assistenza nei termini di gestione della patologia: sembra infatti un approccio fermo al modello medico della disabilità, un approccio che avremmo dovuto superare già dal 2001, con l’approvazione, da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo per l’autonomia di giovani adulti con disabilità intellettiva

Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata “Le chiavi di casa”, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo

Come informa il portale Persone con disabilità.it, due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata Le chiavi di casa, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo.

I due alloggi (Via Borgo Santa Caterina) saranno concessi in uso gratuito all’AIPD per quindici anni, con l’Associazione che si farà interamente carico della manutenzione e della gestione degli spazi, occupandosi anche dell’individuazione e dell’accompagnamento delle persone che vi andranno a vivere. Le persone con disabilità coinvolte non dovranno corrispondere alcun canone di affitto.
Il via libera al progetto è arrivato il 28 luglio scorso, con l’approvazione della relativa Delibera da parte della Giunta di Regione Lombardia, su proposta dell’assessore alla Casa e all’housing sociale, Paolo Franco.

«Da anni attiva a Bergamo – viene sottolineato ancora da Persone con disabilità.it -, l’AIPD porta avanti numerose iniziative per favorire l’inserimento sociale e il protagonismo delle persone con sindrome di Down. Con Le chiavi di casa, l’Associazione intende promuovere un modello di coabitazione orientato all’autonomia, valorizzando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico e costruendo legami con la comunità locale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@aipdbergamo.it.

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Montecatone è centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione

Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), da quando è attivo, nell’àmbito del team “Wound Care“, l’omonimo protocollo. Con un tasso di guarigione del 96%, il servizio è riconosciuto a livello nazionale e Montecatone è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione Un intervento per lesione da pressione all’Istituto Montecatone di Imola

Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – da quando è attivo, nell’àmbito del team Wound Care, coordinato da Micaela Battilana, l’omonimo protocollo.

Si tratta di un metodo specificamente rivolto a pazienti mielolesi e con lesioni neurologiche che si fonda su un approccio multidisciplinare e personalizzato.
Il gruppo di lavoro è composto da infermieri specializzati in vulnologia, medici vulnologi, chirurghi plastici, infettivologi, chirurghi generali, ortopedici e urologi. Si occupa del trattamento chirurgico e del follow-up a lungo termine dei pazienti. La task force è operativa dal 2012.
Con un tasso di guarigione del 96%, il team stesso gestisce i pazienti durante la degenza ospedaliera, garantendo una ripresa funzionale che consenta loro di sedersi per almeno quattro ore al giorno dopo l’intervento. L’attività prosegue anche dopo la dimissione, grazie a un ambulatorio dedicato e al supporto della telemedicina, che permette visite di primo e secondo livello a distanza.
«Il servizio – spiega il chirurgo plastico Luca Negosanti – è riconosciuto a livello nazionale e l’Istituto è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione, con centinaia di casi gestiti dalla task force anche durante le difficoltà legate alla pandemia da Covid».

Si parla quindi di un modello avanzato e integrato nella cura delle lesioni da pressione, che coniuga competenze cliniche e strumenti digitali, migliorando significativamente la qualità della vita dei pazienti più fragili.
Il lavoro del team coinvolto, inoltre, ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche e contributi a convegni, come quelli dell’AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee). (M.B.)

Per ulteriori informazioni: Massimo Boni (massimo.boni@montecatone.com).

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Buone prassi da far conoscere, per far sì che siano la norma e non lodevoli eccezioni

«Le leggi italiane – scrive Daniela Mariani Cerati – sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione. Un’esperienza esemplare riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare. un a ricerca che ha coinvolto 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello» Il libro di Nicole Maussier ove si illustra la ricerca di cui si occupa Daniela Mariani Cerati nel presente contributo

La Legge 118 del 1971, ove all’articolo 28 si stabiliva che l’istruzione dell’obbligo dovesse avvenire nelle scuole normali della scuola pubblica per tutti, con l’abolizione delle scuole speciali, fu salutata da molti come una rivoluzione, come la fine di un’ingiusta ghettizzazione delle persone con disabilità. La parola d’ordine era “integrazione”, sostituita anni dopo con la parola “inclusione”.
La partecipazione di tutti alla scuola di tutti ha portato un beneficio immediato a molte persone con disabilità, ma non a tutte. Per i casi più complessi si è visto nel tempo che l’inclusione da sola non bastava. Era necessaria una preparazione specifica e, talvolta, un insegnamento personalizzato per l’alunno con disabilità, anche al di fuori della classe.

Oscillando da un estremo all’altro, si è arrivati, in alcuni casi, a una sorta di scuola speciale con rapporto uno a uno, trascurando uno degli ideali che aveva portato alla scelta del 1971: i benefìci dell’inclusione sia per gli allievi con disabilità che per quelli “normodotati”, che dovevano sviluppare solidarietà e capacità di aiuto grazie anche agli ambienti comuni e non separati.
Non si era tenuto conto della peculiarità di alcune condizioni che rendeva difficile, per i casi più complessi, la continua permanenza in classe e la partecipazione alle attività curricolari.

Il noto neurolinguista belga specializzato in disturbi dello spettro autistico Theo Peeters aveva pronunciato un giudizio molto severo sulla scelta italiana dell’inclusione a tutti i costi, dicendo che l’integrazione prospettata dalle leggi italiane equivaleva a far correre ad una velocità da atleti persone non allenate. Un’altra criticità evidenziata dallo stesso Peeters – ma non solo da lui – era la scarsa importanza che veniva data nella scuola italiana alla formazione specifica degli insegnanti, quasi che bastasse inserire un allievo con disabilità tra quelli senza disabilità per ottenere il miracolo. La formula che lui proponeva era “integrazione inversa”, ossia che in ogni classe dove fosse presente un alunno con disabilità si cercassero delle attività adatte a lui e che queste attività, una volta individuate, venissero fatte da tutta la classe, secondo il principio per cui un campione si può adattare ad andare a passo lento, mentre una persona non allenata non può correre alla pari di un campione.
Credo che in molte scuole ci siano esperienze virtuose di insegnanti preparati e di “integrazioni inverse” che vengono praticate, ma non pubblicizzate.

Un’esperienza esemplare, che è stata pubblicata in italiano nel libro di Nicole Maussier Sport e autismo: il modello Katautism e in seguito in inglese in un’importante rivista internazionale (Maussier N., Pierantozzi E., Manno, R. et al., Judo and karate in primary school as a means for the improvement of social inclusion for autistic children, in «Sport Sciences for Health», 2025), riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare.
La ricerca ha riguardato 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello, inseriti in classi nelle quali c’era un solo bambino certificato, in scuole situate in ogni parte d’Italia (Nord, Centro, Sud). Le lezioni si sono svolte per due volte alla settimana e per due anni. Sono state inclusive sin dall’inizio, cioè partecipate da tutta la classe, e mai in un rapporto esclusivo tra bambino certificato e operatore. Tutti i bambini con disabilità vi hanno partecipato dall’inizio alla fine e per nessuno di loro c’è stata la necessità di un ritiro dall’esperienza.

Quali sono stati, dunque, gli ingredienti di questo successo? Una formazione specifica degli allenatori, prima generale, poi personalizzata sulle caratteristiche peculiari dell’allievo, e una semplificazione delle regole della disciplina che tenesse conto delle peculiarità dell’alunno.
Qui vedo l’attuazione del consiglio di Theo Peeters. Se cambiamo un po’ le regole semplificandole, sarà un grosso vantaggio per il bambino con disabilità e non porterà nessuna difficoltà ai bambini “normodotati”, anzi probabilmente aiuterà quei bambini che, pur non essendo certificati, non sono particolarmente brillanti.
La formazione degli allenatori ha coinvolto poi tutto il personale scolastico. Conoscendo quanto sia importante per le persone autistiche la prevedibilità degli eventi, un’agenda con il programma settimanale degli allenamenti è stata esposta in classe nel linguaggio comprensibile ai bambini interessati, che per alcuni di loro era quello della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa).
Nella ricerca erano presenti anche gli psicologi, ma solo come osservatori ed eventualmente come consiglieri degli allenatori, ma le figure di riferimento erano gli allenatori adeguatamente formati.
Già la partecipazione in modo continuativo ad un’attività sportiva insieme ai compagni in orario curricolare sarebbe un successo e un esempio da imitare, non solo per il benessere degli allievi certificati, ma anche per i compagni normodotati, che hanno contribuito al successo dando rinforzi spontanei: lodi date all’alunno con disabilità quando questo eseguiva correttamente le azioni previste nella disciplina. Infatti, «bravo!», detto da un compagno, è un rinforzo maggiore che detto da un adulto.
Gli autori della ricerca, inoltre, non si sono limitati a documentare il successo nella partecipazione ad attività sportive da parte di alunni con disturbi dello spettro autistico, cosa già positiva in quanto favorevole per la salute generale e per la socializzazione. Hanno utilizzato infatti dei test validati in letteratura per misurare il miglioramento in tre aree critiche: livello di autismo, compromissione sociale e abilità grosso motorie. Questi test, somministrati prima e dopo i due anni della sperimentazione, hanno documentato miglioramenti statisticamente significativi in tutte e tre le aree indicate.

Si tratta di una ricerca molto importante perché dà un esempio di vera inclusione nella scuola e perché indica una strada per contrastare la sedentarietà e l’isolamento che caratterizza molte persone con disturbi dello spettro autistico. Una volta superata la fase di sperimentazione, esperienze simili dovrebbero essere generalizzate dentro e fuori dalla scuola.
Gli autori sottolineano per altro l’importanza cruciale della formazione degli allenatori, ricordando che molte persone con autismo sono escluse dalle attività sportive per la mancanza di formazione specifica degli allenatori.
Ritengo molto importante che vi sia stata una pubblicazione in inglese in una rivista internazionale, in quanto il valore dell’inclusione, che per noi italiani è fondamentale, non è condiviso da altre nazioni anche vicine. Un’insegnante italiana che insegna in Inghilterra riferisce ad esempio che là si dà importanza prevalente alla protezione dei “bambini deboli”, più che all’inclusione, mentre un’altra insegnante italiana che opera in Olanda dice che là ci sono scuole differenziate non soltanto per le diverse categorie di persone con disabilità, ma anche per i “normodotati” in base al quoziente intellettivo. Non soltanto, ma che le scuole possono rifiutare i bambini, se li ritengono troppo problematici, tanto che alcuni bambini restano in famiglia a carico dei genitori e, non essendoci opportunità di incontro tra persone con e senza disabilità, i cittadini non conoscono neppure l’esistenza e le problematiche della disabilità.

Le leggi italiane, dunque, sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione.

*Componente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale) e della lista di discussione Autismo-Scuola (autismo-scuola@autismo33.it).

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Formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva

Ci si potrà iscrivere (gratuitamente) fino al 15 settembre al “Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva”, organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto “Autonomie Possibili”, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna

È organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto Autonomie Possibili, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, un Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva.
La partecipazione al corso stesso – certificato da Irecoop, ente di formazione accreditato dalla Regione Emilia Romagna – è gratuita, previa iscrizione entro il 15 settembre prossimo. Sono previste 60 ore (41 online e 19 in presenza), dal 26 settembre all’8 novembre. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e per iscriversi, fare riferimento a questo link.

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Persone con disabilità che valorizzano il patrimonio artistico e paesaggistico del Lago di Como

Sono due giovani con disabilità del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como i protagonisti del cortometraggio “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, frutto di un progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS, oltreché con il supporto degli Amici di Como, voluto per sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del Lario I due giovani protagonisti di “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, in un’immagine del cortometraggio

Gli ospiti del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como sono ormai una presenza viva e riconosciuta nel tessuto cittadino. Da anni portano energia, curiosità e desiderio di incontro attraverso iniziative artistiche, eventi culturali e percorsi educativi, pensati per aprirsi al territorio e raccontarsi al mondo.
È da questo spirito di apertura che è nato un nuovo progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS – iniziativa, quest’ultima, promossa da Como 1907 per valorizzare il territorio -, grazie al prezioso supporto degli Amici di Como. Un’esperienza intensa, che ha preso forma durante l’estate e l’autunno dello scorso anno e che ha portato alla realizzazione del cortometraggio-documentario intitolato Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità (disponibile a questo link), dedicato a uno dei luoghi più affascinanti della città, vale a dire appunto la Villa del Grumello, gioiello storico con un parco secolare ed una vista mozzafiato sul lago di Como ma anche un luogo di condivisione, di partecipazione e di progettualità: «La Villa – osserva infatti Chiara Bignami, responsabile dei progetti, eventi e comunicazione dell’Associazione Villa del Grumello – è luogo di sperimentazioni creative, contaminazioni disciplinari e iniziative che si aprono al territorio. È un luogo in trasformazione e continuo arricchimento, con una postura liminale tra città e “selva”, tra lago e cielo, tra cura e spontaneità, tra eccellenza e fragilità: è un luogo d’inclusione, che ricompone dicotomie e stimola approcci sensibili e sguardi capovolti».

«Il Centro di Lavoro Guidato di Como – spiega lo psicologo Luca Avellis, che ha curato il progetto con l’educatore Giorgio Gatti – da anni porta avanti un progetto di formazione e inclusione lavorativa per le persone con disabilità, con uno sguardo attento alla loro creatività e capacità di mettersi in gioco. Questo cortometraggio si inserisce in tale percorso culturale e nasce da una richiesta precisa: raccontare la bellezza di Como. E così, ispirati da questo obiettivo, abbiamo costruito una piccola storia».
Il corto, dunque, vede come protagonisti due giovani, impegnati in una caccia al tesoro con i loro compagni del Centro. Durante l’avventura si imbattono quasi per caso nella villa affacciata sul lago e ne restano rapiti. Qui incontrano Chiara Bignami, che li guida alla scoperta di questo luogo ricco di fascino e storia: «Attraverso le sue parole – aggiunge Avellis -, e con lo sguardo attento e curioso dei ragazzi, entriamo anche noi nella magia della villa, nei suoi scorci silenziosi, nei giardini, nella luce che filtra dalle vetrate».
La storia si chiude con un finale inatteso, ma è soprattutto il viaggio che resta impresso: quello dentro un luogo speciale, raccontato da chi, ogni giorno, cerca nuove strade per conoscere, sperimentare e vivere il proprio territorio da protagonista.

«Il territorio comasco – ricorda ancora Avellis – si è sempre caratterizzato per una grande sensibilità all’inclusione, garantendo alle persone con disabilità l’accesso alla bellezza dell’arte e della cultura. Ebbene, con questo progetto vogliamo sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del lago».
«Fondazione Como ETS – afferma la responsabile di essa Camilla Veronelli – nasce dall’idea di voler valorizzare il territorio e coloro che lo vivono ogni giorno con dedizione. Raccontare il nostro lago attraverso gli occhi e il cuore dei ragazzi è l’esempio perfetto di condivisione e inclusione per la comunità»,
«La Nostra Famiglia – conclude Daniele Brunati, direttore generale di Amici di Como – è una realtà preziosa per Como ed è per noi motivo d’orgoglio poterla annoverare tra i nostri partner storici. Da anni siamo legati da un rapporto umano e professionale che ci ha arricchito e ci ha permesso di portare a termine progetti importanti, iniziando con il confezionamento dei giocattoli in occasione della Città dei Balocchi, per arrivare al progetto Un Dono a Natale che senza il contributo delle persone del Centro di Lavoro Guidato, dei volontari, degli operatori e di Roberto e Mariapia Zanchini non sarebbe realtà. Ogni anno, infatti, in Via Zezio a Como vengono assemblati e distribuiti oltre 1.400 pacchi alimentari che vanno ad allietare le festività natalizie di altrettante famiglie. È stato quindi naturale, per Amici di Como, essere al fianco della Nostra Famiglia anche in questo nuovo progetto culturale che ancora una volta mette al centro i ragazzi e ne esalta ricchezze e peculiarità». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@lanostrafamiglia.it (Cristina Trombetti).

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“Il Po Invisibile”, un simbolo di crescita personale e collettiva

«“Il Po Invisibile” è stato un simbolo di crescita personale e collettiva, di un’umanità inclusiva che auspichiamo sempre più contagiosa»: lo hanno detto gli atleti ciechi e ipovedenti che alla fine di luglio sono stati i protagonisti del progetto denominato appunto “Il Po Invisibile”, un viaggio in canoa lungo il “il grande fiume”, da San Benedetto Po (Mantova) a Ferrara, rivelatosi come un’esperienza in cui lo sport si è fatto linguaggio universale di inclusione, resilienza e scoperta I partecipanti al “Po Invisibile”

Dal 24 al 27 luglio scorso, tra il territorio mantovano e quello ferrarese, si è svolto Il Po Invisibile, progetto sostenuto dall’UICI Emilia Romagna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e dall’IRIFOR Regionale (Istituto per la Ricerca la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI), promosso dall’UICI di Ferrara in collaborazione con il Canoa Club Ferrara, e reso possibile grazie al contributo di numerosi co-finanziatori, tra cui il Rotary Club Ferrara, il Comune di Ferrara e diverse realtà locali.
«Si è trattato – dicono i promotori – di un progetto sportivo, riabilitativo e formativo che ha intrecciato cuore, passione, coraggio e condivisione, per raccontare il mondo della disabilità visiva attraverso lo sport. Un viaggio lungo “il grande fiume”, da San Benedetto Po (Mantova) a Ferrara, che ha rappresentato un’esperienza autentica e trasformativa, in cui lo sport si è fatto linguaggio universale di inclusione, resilienza e scoperta».

Cinque atleti ciechi e ipovedenti del Ferrarese, dunque (Silvia Bonifacio, Giada Petroccia, Giovanni Tuè, Massimo Sicchiero e il promotore dell’impresa Alberto Burgio), guidati dagli istruttori federali di paracanoa Fabrizio ed Elena Celtini, hanno affrontato la discesa del Po in canoa singola, sfidando le insidiose acque del fiume. Lungo tutto il percorso, l’assistenza logistica di Elena Bacillieri a bordo del suo camper, ha garantito supporto e sicurezza.
«Siamo felicissimi di avere partecipato a questo progetto – hanno dichiarato gli atleti -. Abbiamo migliorato la fiducia in noi stessi e dimostrato di poter realizzare qualcosa di grande pur avendo una disabilità visiva. La disabilità non deve fermarci ma spingerci a fare di più e fare meglio».

«L’iniziativa – sottolineano dall’UICI di Ferrara – ha superato i confini della semplice attività sportiva: è stato infatti un cammino condiviso, un ascolto profondo della natura e dei luoghi, un dialogo tra sensi, persone e territori. Gli atleti che si sono allenati con impegno per mesi in acque più tranquille, non si sono limitati a compiere un’impresa fisica particolarmente coraggiosa, ma hanno voluto sfidare e percepire ogni “respiro del grande fiume”, il calore della terra e la voce dei luoghi esplorati, dimostrando che si può “vedere con tutti i sensi e anche con il cuore”».

«Ricordo – dice Massimo Sicchiero – che durante l’interminabile traversata in canoa, chiedevamo ripetutamente all’istruttore quanto mancasse… E Fabrizio, con la voce da GPS guasto ma sicuro di sé, ci ripeteva il suo mantra motivazionale: “Un paio di chilometri e ci siamo!”, anche se il traguardo era ancora un miraggio all’orizzonte. Così si continuava a pagaiare!».
«È stata un’esperienza impegnativa ma grandiosa in tutti i sensi – sottolinea dal canto suo il trascinatore del Gruppo, Alberto Burgio, persona cieca -, a partire dalla località di partenza nel Mantovano, San Benedetto Po che, con le sue specialità gastronomiche, il Polirone e la basilica millenaria, ci ha donato uno spaccato storico-culturale, conviviale, spirituale e una splendida accoglienza grazie all’ospitalità offerta dall’UICI di Mantova, con la presidente Mirella Gavioli, i consiglieri Laura Luglio e Roberto China, alla considerazione ricevuta dal sindaco Roberto Lasagna e dagli assessori allo Sport Antonio Bernardelli e alla Cultura e Politiche Giovanili Vanessa Morandi, per non parlare dell’entusiasmante supporto del gruppo scout locale che a sorpresa ci ha garantito un imbarco sicuro e organizzato nonostante la pioggia. Tutti elementi che, insieme al clima amichevole di cui siamo stati “inondati”, hanno dato la spinta migliore per partire».

Superata dunque indenni, un po’ stanchi ma felici, la prima tappa, il gruppo è arrivato a Bergantino (Rovigo), e lì vi è stato l’incontro con la comunità, tra cui il sindaco e i rappresentanti dell’Associazione Ambientalista Airone, e la visita al Museo delle Giostre che ha reso la sosta particolarmente gradevole. Anche a Ficarolo, sempre nel Rodigino, l’abbraccio del paese e la presenza dell’AVIS Comunale, operante nell’attività di pet therapy con animali ESA (Emotional Support Animals), hanno coinvolto il gruppo che si è trovato letteralmente e piacevolmente “sospeso tra memoria e futuro”.

Infine Ferrara, da cui è partito il tutto, che ha accolto il gruppo come un porto d’arte e cultura, suggellando l’impresa con la sua bellezza silenziosa. Qui, ogni traguardo e ogni racconto è diventato poesia ed energia da condividere con amici, sostenitori, autorità e cittadinanza.
«Il Po Invisibile – annotano ancora dall’UICI ferrarese – non è stato solo un evento sportivo, ma un potente messaggio di apertura, consapevolezza e fiducia nelle potenzialità di ciascuno. Ogni incontro lungo il tragitto ha generato dialogo e connessione, superando barriere e paure visibili e invisibili. Questo viaggio, per altro, non ha rappresentato un arrivo, ma un punto di partenza, un invito ad abbattere muri, a costruire relazioni e a promuovere una società più inclusiva, in cui lo sport sia più praticato e accessibile a tutti. Perché l’invisibile, quando viene condiviso, si illumina. Perché lo sport, quando è inclusivo, diventa rivoluzione. Ogni pagaiata compiuta insieme è stata una spinta concreta verso un orizzonte più consapevole e umano».

«Un ringraziamento speciale – dichiarano gli atleti a una voce – va in primis ai “capitani coraggiosi” Fabrizio ed Elena Celtini per l’impegno e la rassicurante motivazione che ci ha accompagnati pagaiata dopo pagaiata, nonché a tutte le persone, gli enti e le istituzioni che hanno creduto in noi e ci hanno sostenuto, rendendo così possibile questa impresa che rappresenta oggi una soddisfazione collettiva. Ringraziamo poi le presidenti dell’UICI di Mantova e di Ferrara Mirella Gavioli e Alessandra Mambelli per l’amicizia e il prezioso supporto, il Canoa Club Ferrara nella persona del suo presidente Paolo Paramucchi, per l’apertura e la disponibilità, Elena Bacillieri, indispensabile spalla logistica, il sostegno economico dell’IRIFOR e dell’UICI Emilia Romagna, il Rotary Club di Ferrara, gli sponsor Pastificio Bondi, ristorante pizzeria Nonno Papero e tutti i donatori che ci hanno sostenuto attraverso la raccolta fondi lanciata sulla piattaforma Gofundme. E ancora, un grazie sentito allo studio “Graficc di Cristian Carletti” di Francolino per la realizzazione grafica del progetto e dei gadget». «E grazie di cuore – concludono – a chi ha creduto in questo sogno, lo ha sostenuto con un gesto o facendo semplicemente il tifo, accompagnandoci e pagaiando materialmente o virtualmente insieme a noi per raggiungere traguardi prima inimmaginabili. Il Po Invisibile è oggi un simbolo di crescita personale e collettiva, di un’umanità inclusiva che auspichiamo sempre più contagiosa». (M.M. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Marzia Mecozzi (m.mecozzi@audiotre.com).

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Una cerimonia per Antonio Giuseppe Malafarina che lo avrebbe lusingato, ma anche un po’ agitato…

Per Superando è decisamente apprezzabile ogni iniziativa che ricorda Antonio Giuseppe Malafarina, già direttore responsabile del nostro giornale, giornalista di valore, animatore culturale sui temi della disabilità e anche poeta, ma soprattutto Persona con la P maiuscola, che salutava sempre con un sorriso accompagnato da una virgola, a lasciare costantemente aperto il dialogo. Questa volta l’iniziativa sarà a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, dove il 28 agosto accadrà davvero qualcosa di speciale

Per Superando Antonio Giuseppe Malafarina, giornalista di valore, animatore culturale sui temi della disabilità e anche poeta, scomparso l’11 febbraio dello scorso anno, è stato il direttore responsabile a partire dagli inizi del 2023. Ma per chi cura Superando, Antonio è stato soprattutto un caro amico, una Persona con la P maiuscola, che salutava sempre con un sorriso accompagnato da una virgola, a lasciare sempre aperto il dialogo. Ogni iniziativa che lo ricorda, dunque, è per noi decisamente apprezzabile e questa volta l’iniziativa arriva da Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, dove il 28 agosto accadrà qualcosa di speciale, come racconta Elisabetta Piselli.

Il ritratto di Antonio Giuseppe Malafarina realizzato dallo street artist Davide Ratzo, sulla Parete dei Giusti che si trova all’interno della Biblioteca Chiesa Rossa di Milano

La voce di Antonio Giuseppe Malafarina continua ad accompagnarci. Le sue parole, le sue lotte e le sue rime verranno ricordate il prossimo 28 agosto a Bovalino, dove sarà inaugurata una scultura dell’artista con disabilità visiva Felice Tagliaferri, che ha dato forma a un simbolo di visione interiore, resilienza e speranza.
E non poteva che accadere in questo piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, qui dove ha avuto inizio la seconda vita di Antonio, dopo quello che lui ha sempre definito un “tuffo normale”, l’ultimo prima di rientrare a casa, nella freschezza dei suoi 18 anni.

Mi sono fermata spesso a pensare cosa sia stato quell’evento guardandolo da più punti di vista, in primis quello di Antonio, senza mai riuscire nemmeno ad immaginare cosa deve essere stato passare dall’immagine di libertà per eccellenza, quella di un tuffo dagli scogli, come saluto all’estate prima di rientrare a casa, fresco di patente e di maggiore età, all’immobilità totale.
Antonio era in quella fase della vita nella quale tutto inizia a prendere forma, lui per primo, e ha dovuto prendere atto che la sua forma sarebbe stata per sempre un’altra cosa.
Ho pensato spesso anche ai suoi genitori, all’amore e alla dedizione totale che hanno avuto per Antonio. Da madre, so che avrei preferito che accadesse a me.
Ma la storia di Antonio non è fatta né di pietismo né di rassegnazione. Rimasto tetraplegico, ha iniziato ad esplorare il mondo e le parole da una nuova prospettiva. È diventato così attivista per i diritti delle persone con disabilità. Ne ha raccontato le storie diventando giornalista e ha esplorato l’intimità dell’essere umano con la poesia.
Antonio è riuscito ad entrare nel cuore delle persone, diventando, inconsapevolmente, fonte di ispirazione per molti. La sua ironia e soprattutto la sua autoironia, lo rendevano irresistibile.
Si è circondato di persone che l’hanno amato profondamente e seppur con una vita sociale che rasentava lo zero, Antonio era pieno di amici, con i quali manteneva relazioni tutt’altro che superficiali.

Molti di questi amici saranno presenti alla cerimonia del 28 agosto, tra loro Alessandro Cannavò, Lorenzo Sani, Claudio Arrigoni, Simone Fanti, Angelo Mantovani, Bruno Malafarina e Tiziana Raco, che ricostruiranno il mosaico di una vita ricca di passioni. Conoscendolo, di tutta questa attenzione sarebbe lusingato e al contempo agitato…
La cerimonia si aprirà con i saluti istituzionali dell’assessora della Regione Calabria Caterina Capponi e del sindaco di Bovalino Vincenzo Maesano. Seguirà l’intervento di Felice Tagliaferri, che racconterà il legame umano e artistico con Malafarina, prima del momento più atteso: il disvelamento dell’opera. Felice è parte del pacchetto “amici di Antonio” e siamo tutti emozionati all’idea di scoprire come avrà deciso di ricordarlo con la sua opera.
L’evento sarà apertao a tutti e tutte e per chi volesse partecipare, l’appuntamento è, come detto, per giovedì 28 agosto, dalle ore 18.30, in Piazza Canceglia a Bovalino.
Una festa tutta per te, caro Antonio. E adesso, come diresti tu, mi taccio. Un sorriso.

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Bovalino ricorda Malafarina con una scultura di Tagliaferri”, e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Paul Klee pittore musicista” con la Comunicazione Aumentativa Alternativa

È dedicata a Paul Klee, artista tedesco con cittadinanza svizzera, annoverato tra i maggiori esponenti dell’astrattismo, che legava a doppio filo la sua arte alla musica, l’ultima opera del progetto “ArtistiCAA®” delle edizioni la meridiana. “Paul Klee pittore musicista”, questo il nome della nuova pubblicazione di Teresa Righetti realizzata con i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)

Il progetto ArtistiCAA® delle edizioni la meridiana è un’iniziativa che intende far conoscere artisti e artiste significativi nelle rispettive arti attraverso pubblicazioni realizzate con i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). E quindi, dopo Frida Kahlo pittrice coraggiosa (2023) e Vincent Van Gogh pittore malinconico (2024), Teresa Righetti ci porta alla scoperta di Paul Klee (1890-1940), artista tedesco con cittadinanza svizzera tra i maggiori esponenti dell’astrattismo, riconosciuto perché legava a doppio filo la sua arte alla musica.

Paul Klee pittore musicista, questo il titolo della nuova pubblicazione, ci racconta la vita e l’arte di questo importante artista nei simboli della CAA, dedicando ampio spazio alla descrizione delle opere e delle tecniche impiegate dallo stesso. Docenti di sostegno, educatori ed educatrici, genitori, insegnanti d’arte, curatori museali potranno pertanto, attraverso questo libro, avvicinare all’arte bambini e bambine, ragazzi e ragazze, adulti con disabilità cognitive e non solo.

Ricordiamo infine che le edizioni la meridiana hanno dedicato ai libri in CAA la collana editoriale “Parimenti. Proprio perché cresco”, iniziativa nata da un progetto condiviso con il Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante di Bologna e l’Associazione L’Arche Comunità “l’Arcobaleno” ONLUS di Granarolo (Bologna), con lo scopo di sviluppare libri in simboli per disabilità cognitive, aprendo nuove possibilità di lettura a un pubblico di giovani-adulti fino ad ora non raggiunti da alcuna pubblicazione.
Parimenti parte dal presupposto di offrire a tutti (tutte le menti) pari possibilità di accessibilità alla lettura e dunque alla conoscenza, premessa irrinunciabile per un esercizio attivo della cittadinanza. Proprio perché cresco è invece la risposta al bisogno da parte dei ragazzi di avere strumenti (in questo caso libri) adatti alla loro età e simili nei contenuti ai libri dei loro coetanei.
Attualmente fanno parte della collana 13 pubblicazioni in CAA, le cui schede sono pubblicate a questo link. (Simona Lancioni)

Teresa Righetti, Paul Klee pittore musicista, edizioni la meridiana, 2025, collana “Parimenti. Proprio perché cresco” (84 pagine, 14,73 euro).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Le prove equipollenti per gli studenti con disabilità non sono un optional!

«In occasione della prima e della seconda prova scritta dell’Esane di Stato in una scuola di Soverato (Catanzaro) – scrive Marina Dominijanni, coordinatrice dell’AIPD di Catanzaro – i Presidenti di Commissione hanno ritenuto di poter somministrare agli studenti con disabilità, per i quali, nel PEI (Piano Educativo Individualizzato), era indicato il «percorso personalizzato con prove equipollenti», le prove ministeriali, così come pervenute. Un comportamneto che riteniamo discriminatorio»

Come ogni anno, presso l’Istituto IPSSEOA Alberghiero di Soverato (Catanzaro) si è svolto l’Esame di Stato, al quale hanno preso parte alcuni studenti con disabilità.
Nelle giornate del 19 e del 20 giugno, in occasione della prima e della seconda prova scritta, i Presidenti di Commissione hanno ritenuto di poter somministrare agli stessi studenti con disabilità, per i quali, nel PEI (Piano Educativo Individualizzato), era indicato il «percorso personalizzato con prove equipollenti», le prove ministeriali, così come pervenute, sottraendosi all’impegno di preparare le corrispondenti “prove equipollenti”, come peraltro indicato nell’Allegato riservato di ciascuno studente, appositamente predisposto dal Consiglio di Classe entro il 15 maggio precedente e inviato in tempo utile alla relativa Commissione d’Esame, affinché si attenesse alle indicazioni in esso riportate, come stabilito dall’articolo 20 del Decreto Legislativo 62/17.

Questa decisione, assunta dai Presidenti di Commissione nonostante fosse palesemente contraria alle indicazioni di legge, ha messo in forte difficoltà gli studenti con disabilità, che si sono ritrovati a svolgere tracce per loro, per alcuni versi, poco o per nulla accessibili, in quanto non coerenti con il PEI, ossia non coerenti nelle modalità e/o nei mezzi e/o nei contenuti culturali e/o professionali (afferenti ai nuclei fondanti di ciascuna disciplina).
L’arbitraria decisione dei Presidenti di Commissione, per altro, è stata avvalorata e sostenuta anche dall’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, nella persona della Coordinatrice degli Ispettori, contattata per i necessari chiarimenti in merito alla procedura delle due prove scritte.

Il concetto di “prove equipollenti”, delineato dall’articolo 6, comma 1, del DPR 323/98 (provvedimento abrogato), è stato ripreso, con riferimento all’abrogato provvedimento, dalle Linee Guida di cui all’articolo 20 del Decreto Interministeriale 182/20, come modificato dal Decreto Interministeriale 153/23. Nello specifico, il provvedimento delinea e precisa in che cosa appunto consistano le prove equipollenti: si tratta di prove che, rispetto a quelle ministeriali, possono essere differenti per “modalità”, per “mezzi”, per contenuti culturali e/o professionali (purché si tratti di contenuti attinenti ai nuclei fondanti delle singole discipline). Tramite tali prove gli studenti possono dimostrare di avere acquisito le competenze utili ai fini del conseguimento del diploma rilasciato a conclusione degli Esami di Stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione.
La questione è che i Presidenti di Commissione, così come alcuni Commissari, e lo stesso Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, hanno stabilito che si poteva procedere senza ricorrere alle prove equipollenti adottate e indicate dal PEI, determinando non solo un mancato rispetto della normativa vigente in materia, ma, di fatto, discriminando gli studenti con disabilità nei loro diritti fondamentali, garantiti dalle norme in materia e dalla Costituzione stessa.

Il comportamento assunto dalle Commissioni nei confronti degli studenti con disabilità si configura pertanto come discriminatorio. Infatti, a pagare il prezzo di questo mancato rispetto della normativa vigente sono stati proprio gli studenti, privati della possibilità di dimostrare, anche con soddisfazione e con orgoglio, quanto appreso durante il loro percorso scolastico, meritando, di conseguenza, una giusta valutazione.
Non possiamo certamente tacere di fronte a questa grave ingiustizia, sconfortati dal fatto che ciò che dovrebbe essere garantito e tutelato dal sistema scolastico debba, ancora una volta, trovare accoglienza solamente nelle aule di un Tribunale.
Detto quindi che abbiamo chiesto supporto all’AIPD Nazionale (Associazione Italiana Persone Down) e alla Federazione Osservatorio182, chiediamo il rispetto delle normative vigenti e che agli studenti con disabilità venga davvero assicurata la possibilità di avvalersi di quanto rientra nei loro diritti.

*Coordinatrice dell’AIPD di Catanzaro (Associazione Italiana Persone con sindrome di Down).

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Da Torino al Connecticut per la “Dream Ride Experience”

Ogni anno si svolge negli Stati Uniti la “Dream Ride Experience”, grande evento di beneficenza e ancora una volta, nei prossimi giorni, vi verranno proposti tour motociclistici, parate di auto e un’esposizione di vetture di lusso. Dallo scorso anno Pagani, marchio italiano specializzato nella produzione di hypercar, e la CPD di Torino offrono a una famiglia torinese con bambini con disabilità la possibilità di parteciparvi e questa volta è volata verso gli USA una bimba con disturbo dello spettro autistico insieme alla sua famiglia Un’immagine della “Dream Ride Experience 2024”

Ogni anno si svolge negli Stati Uniti la Dream Ride Experience, evento di beneficenza della Hometown Foundation a sostegno di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, e in generale dell’inclusione delle persone con disabilità.
L’edizione 2025, che si terrà dal 22 al 24 agosto in Connecticut, proporrà anche quest’anno tour motociclistici, parate di auto e un’esposizione di vetture di lusso.
Dallo scorso anno Pagani, marchio italiano specializzato nella produzione di hypercar, e la CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà) offrono a una famiglia torinese con bambini con disabilità la possibilità di partecipare all’evento e questa volta è volata verso gli Stati Uniti una bambina con disturbo dello spettro autistico insieme alla sua famiglia, che come gli altri partecipanti potrà vivere esperienze uniche, salendo su moto e auto da sogno, sfilando in cortei e prendendo parte ad attività dedicate. (F.V. e S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: Fabrizio Vespa (fabrizio.vespa@cpdconsulta.it).

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Uno scatto fotografico per cambiare lo sguardo

Un concorso fotografico, per raccontare con un click le barriere, ma anche le buone pratiche che ci circondano. Non selfie fugaci o immagini decorative, ma scatti che diventino specchio della realtà, dalla rampa che manca davanti a un negozio all’ascensore rotto, dal bagno finalmente accessibile all’autobus con il sollevatore: è l’iniziativa aperta a tutti e tutte fino al 30 settembre, promossa dall’organizzazione campana Attivamente ETS Un ascensore non funzionante

«Le barriere più alte non sono quelle di cemento: sono i muri invisibili fatti di pregiudizio e indifferenza. È lì che l’inclusione diventa una rivoluzione culturale, un seme di speranza da piantare con gesti semplici, con uno scatto, con uno sguardo diverso sul mondo»: Attivamente ETS, giovane ma già vitale realtà nata a Napoli pochi anni fa, ha scelto proprio questa strada: trasformare la fotografia in voce, denuncia, racconto. Dare alle immagini la forza di cambiare coscienze.
Non si tratta solo di un’associazione, ma di una comunità che ogni giorno combatte perché nessuno resti ai margini, convinta che l’accessibilità non si limiti a rampe, ascensori o servizi adeguati. Infatti l’accessibilità, per Attivamente, è prima di tutto diritto alla partecipazione, al riconoscimento, alla dignità. Perché le barriere più dure da abbattere non si vedono: abitano negli sguardi che evitano, nei silenzi che isolano, nelle parole che feriscono.

Sin dagli inizi, dunque, Attivamente si è fatta portatrice di un motto che è insieme bussola e missione: “Da soli si corre di più, insieme si va lontano”. È stato questo spirito a intrecciare cammini con altre associazioni, famiglie, istituzioni, fino a dare vita a progetti che hanno seminato bellezza e cambiamento: dai laboratori creativi con i mattoncini, nati grazie alla collaborazione con i Brikkanti, alle campagne contro il cyberbullismo; e ogni iniziativa ha avuto un unico filo conduttore, l’inclusione.
Né sono mancate alleanze preziose con realtà come Autismo in Movimento Campania, Oltre il Muro Autismo ONLUS, SpecialmenteNoi Onlus ODV, UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ENS (Ente Nazionale Sordi), e tante altre, fino alla seconda edizione di La disabilità va… in vacanza, progetto patrocinato dal Garante delle Persone con Disabilità della Regione Campania.
È proprio all’interno di quest’ultimo progetto che è nata la novità del 2025: un concorso fotografico aperto a tutti e tutte, basato su un invito semplice, ma potente, ossia raccontare con un click le barriere, ma anche le buone pratiche che ci circondano. Non selfie fugaci o immagini decorative, ma scatti che diventino specchio della realtà: la rampa che manca davanti a un negozio; l’ascensore rotto che isola il piano di un edificio; il bagno accessibile che finalmente c’è; l’autobus con il sollevatore che restituisce libertà; la libreria che diventa davvero per tutti.
Ogni foto è una denuncia o una testimonianza, un grido o un sorriso. Ogni foto è un atto di cambiamento, perché rende visibile ciò che spesso resta invisibile.

Partecipare al contest è semplice: basta inviare uno scatto alla mail dell’associazione (asso.attivamente2000@gmail.com), raccontando situazioni di inclusione o di barriera nei luoghi della vita quotidiana, bar, ristoranti, teatri, musei, parchi, mezzi pubblici. Il concorso è già aperto e resterà attivo fino al 30 settembre prossimo, data ultima per l’invio delle fotografie.
Ma il senso profondo dell’iniziativa va oltre la partecipazione tecnica: si tratta infatti di imparare a guardare diversamente. Non solo chi vive la disabilità in prima persona, ma chiunque: perché la costruzione di un mondo inclusivo è un compito comune.
Attivamente ci ricorda quindi che l’inclusione non è un favore, è un diritto. E che ogni piccolo gesto – anche un semplice scatto fotografico – può diventare seme di cambiamento. Un click che denuncia. Un click che racconta. Un click che costruisce. Un click che ci rende, finalmente, più umani.

Per ulteriori informazioni: asso.attivamente2000@gmail.com.

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Un caso di licenziamento per offese nei confronti di una collega con disabilità

Con un recente provvedimento, la Corte di Cassazione ha confermato la validità del licenziamento di un dipendente di un Punto Blu della Società Autostrade, per avere offeso pesantemente una collega con disabilità, deridendola e umiliandola a causa della sua condizione fisica. Un provvedimento eccessivo? In realtà le offese di questo tipo nei confronti delle persone con disabilità sono considerate nell’ordinamento giuridico come fatti fortemente discriminanti

È certamente degna di attenzione la decisione della Corte di Cassazione Civile (Sezione Lavoro), che con l’Ordinanza n. 20036 del 18 luglio scorso, ha confermato la validità del licenziamento di un dipendente di un Punto Blu della Società Autostrade, per avere offeso pesantemente una collega con disabilità, paragonandola a una gallina, riproducendone il gesto e il verso; così, deridendola e umiliandola a causa della sua condizione fisica.
Il comportamento è stato ritenuto dai giudici della Suprema Corte assolutamente contrario ai doveri fondamentali del lavoratore; in particolare, la Corte ha dato grande importanza alla lesione della dignità della persona con disabilità, evidenziando che la condotta incriminata è inaccettabile e, pertanto, non può essere ammessa neppure sul posto di lavoro. Inoltre, l’autorevole Magistratura ha ribadito il principio giuridico per cui il rispetto delle persone, soprattutto se appartenenti alle categorie più vulnerabili, sia un valore fondamentale da tutelare e promuovere in tutti gli àmbiti, compreso quello professionale.

Di primo acchito, l’estremo provvedimento disciplinare può sembrare ai più eccessivo, ma in realtà non lo è: le offese di questo tipo nei confronti delle persone con disabilità sono considerate nell’ordinamento giuridico come fatti fortemente discriminanti. Qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di una persona con disabilità, o di un suo familiare, è ritenuta infatti una violazione della normativa dei diritti umani.
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09 stabilisce all’articolo 2 (Definizioni): «Per “discriminazione fondata sulla disabilità” si intende qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in qualsiasi altro campo. Essa include ogni forma di discriminazione, compreso Il rifiuto di un accomodamento ragionevole».
Oltre poi al superiore panorama sovranazionale, bisogna tenere in considerazione il nostro sistema legislativo che all’articolo 2087 del Codice Civile recita: «L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
Inoltre, è necessario ottemperare al Decreto Legislativo 216/03 che garantisce l’attuazione del principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione, dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età e dall’orientamento sessuale, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro, sia nel settore pubblico, sia in quello privato, disponendo le misure necessarie affinché tali fattori non rappresentano un motivo di discriminazione.

In quest’ottica, dunque, sia le molestie, concepite come comportamenti indesiderati, sia il mobbing, specialmente nei confronti delle persone con disabilità o fragili, vengono ritenute forme di discriminazione vera e propria. In particolare, il mobbing si definisce come una violenza psicologica che può essere esercitata sul lavoratore, sia dal datore di lavoro, sia dai colleghi, sotto forma di maltrattamenti, vessazioni, aggressioni, umiliazioni, intimidazioni, persecuzioni, mortificazioni e offese. È proprio in questi casi che può rientrare il caso citato sopra. Infatti, nonostante il contegno disdicevole in questione possa sembrare poco grave ai meno attenti e suscitare infantile ilarità, esso dev’essere sanzionato nella giusta misura, perché provoca pesanti conseguenze a livello psicologico sulla vittima, soprattutto se prolungato nel tempo. Sussiste inoltre la possibilità che il colpevole assuma via via altre condotte persecutorie nei confronti dello stesso collega.
Una simile situazione, come si può facilmente immaginare, comporta sicuramente la seria compromissione delle capacità lavorative e l’autostima della vittima a danno della salute e della personalità, manifestandosi in problematiche psico–fisiche come stress, ansia, fobie, attacchi di panico, disturbi del sonno, problemi al sistema digestivo, emicranie, assunzione di droghe e alcool.
Considerata la complessità e la gravità di questo genere di atti commessi, è giusto pensare che il datore di lavoro se ne occupi seriamente e, se del caso, prenda i dovuti provvedimenti. In particolare, una volta avuta notizia dell’ipotesi di illecito, va intrapreso repentinamente il relativo accertamento ai sensi della Legge 300/70, normativa che tutela la dignità e la libertà di ogni lavoratore e  la libertà dell’attività sindacale.

Tenendo ben in considerazione tutti questi fattori, risulta fondamentale raccogliere e conservare, possibilmente in ordine cronologico, tutto il materiale scritto a disposizione: eventuali lettere di contestazione, mail offensive, comunicazioni trasmesse per messaggistica, whatsapp, Instagram e Facebook, ordini di lavoro non attinenti al ruolo della persona. Molto importante è anche la documentazione medica comprendente i certificati, sia del medico di base che di quello competente, attestanti la data dell’insorgenza dei disturbi e la prescrizione dei farmaci, sia degli specialisti, psicologo, psichiatra, Centro di Salute mentale, Clinica del lavoro e la perizia medico-legale. Inoltre, risulta importante raccogliere anche le testimonianze dei colleghi di lavoro, pur tenendo in considerazione la loro possibile reticenza.
In questi casi, di fondamentale importanza è la figura dell’avvocato esperto di diritto del lavoro; il dipendente (con e senza disabilità) che si ritenga discriminato può infatti rivolgersi a lui, per verificare la sussistenza dei presupposti per agire giudizialmente, al fine di ottenere la tutela dei propri diritti.

Dal punto di vista legislativo, come si vede, il fenomeno della discriminazione è piuttosto ampiamente trattato. Si profilano, pertanto, due fattispecie discriminatorie, così come fissate dalla Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni): quella diretta, quando una persona è specificamente trattata meno favorevolmente di altre in una situazione analoga; e quella indiretta, quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone in una situazione di particolare svantaggio.

Si può concludere affermando che se la coscienza sociale ha fatto passi da gigante circa la giusta considerazione dell’aspetto in questione, nondimeno è avvenuto dal punto di vista legislativo, come pure da quello processuale: tutto ciò deve contribuire a contrastare sempre più l’intollerabile fenomeno.

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Le offese a una collega con disabilità: un caso di licenziamento che trova fondamento nella legge”, e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Riabilitazione di bambini e bambine con disabilità provenienti da Gaza: un tavolo di lavoro

Creare una rete che possa prendere in carico i bambini e le bambine con disabilità e gravi parologie, provenienti in particolare da Gaza, e garantir loro un percorso mirato di cura e riabilitazione: è l’obiettivo del tavolo di lavoro insediatosi nei giorni scorsi a Roma, presieduto dalla ministra per le Disabilità Locatelli Insieme alla ministra per le Disabilità Locatelli (seconda da sinistra), alcuni partecipanti all’incontro di insediamento del tavolo di lavoro avviato per aiutare e sostenere i bambini e le bambine con disabilità e gravi patologie, provenienti in particolare dal territorio di Gaza, nell’àmbito della riabilitazione

Si è insediato nei giorni scorsi a Roma un tavolo di lavoro, presieduto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, per aiutare e sostenere i bambini e le bambine con disabilità e gravi patologie, provenienti in particolare dal territorio di Gaza, nell’àmbito della riabilitazione.
«L’obiettivo – ha spiegato per l’occasione Locatelli – è creare una rete che possa prendere in carico i bambini e le bambine con disabilità e garantire un percorso mirato di cura e riabilitazione. Le due principali Federazioni Nazionali di Associazioni che si occupano di persone con disabilità, FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione delle Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità), hanno già dato la loro disponibilità e anche altri Enti lavoreranno insieme per offrire un supporto concreto ai bambini. La rete è destinata ad ampliarsi con il coinvolgimento dei territori e dei servizi che saranno attivati a seconda delle necessità».

Alla riunione di insediamento hanno partecipato Fabio Ciciliano, capo dipartimento della Protezione Civile; Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi; Domenico Giani, presidente delle Misericordie d’Italia; Valerio Mogini, responsabile della Direzione Sociosanitaria di Croce Rossa Italiana; e, per la Nostra Famiglia, la presidente Luisa Minoli, Cristina Vaudagna, advisor di Presidenza e Sandra Strazzer, responsabile dell’Area Sanitaria Dipartimentale del Polo IRCCS di Bosisio Parini (Lecco). (S.B.)

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I diritti delle donne con disabilità della Thailandia

Grazie al supporto dell’IDA, l’Alleanza Internazionale sulla Disabilità, le irganizzazioni di donne con disabilità della Thailandia hanno ottenuto che nelle Osservazioni conclusive del Comitato CEDAW, l’organismo indipendente preposto a monitorare l’applicazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, relative alla situazione del proprio Paese, siano stati inclusi numerosi riferimenti alla disabilità o a donne e ragazze con disabilità Le rappresentanti delle Associazioni di donne con disabilità thailandesi, tra cui l’ex componente del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, Saowalak Thongkuay, interloquiscono con l’esponente del Comitato CEDAW, Ana Peláez Narváez (fonte: IDA-International Disability Alliance).

Il Comitato CEDAW, ovvero l’organismo indipendente preposto a monitorare l’applicazione della Convenzione ONU sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne negli Stati che l’hanno ratificata, ha recentemente pubblicato le proprie Osservazioni conclusive, adottate durante la 90^ Sessione, in cui sono stati  esaminati Afghanistan, Botswana, Ciad, Figi, Irlanda, Messico, San Marino, Isole Salomone, Thailandia e Tuvalu.
Come per ogni sessione, l’International Disability Alliance (IDA) ha compilato gli estratti relativi alla disabilità delle dieci Osservazioni Conclusive adottate (che si possono trovare a questo link).
In tutti e dieci i Paesi esaminati sono state pubblicate raccomandazioni che facevano riferimento a donne e ragazze con disabilità, con circa 160 riferimenti alla disabilità o a donne e ragazze con disabilità in tutti i documenti.

Per questa sessione, l’IDA ha supportato le organizzazioni di donne con disabilità della Thailandia, fornendo assistenza tecnica, supporto logistico e finanziario per consentire la loro partecipazione alla sessione tenutasi a Ginevra, in Svizzera. Inoltre, sempre l’IDA ha collaborato nella fase preparatoria della sessione con i colleghi di Disabled Women Ireland e Coamex (Coalizione per i diritti delle persone con disabilità del Messico), sia durante le prime fasi della revisione, sia per la recente presentazione di rapporti alternativi (contribuendo alle risposte alla Lista delle questioni proposte per la sessione).

Concentrandosi sulla Thailandia, l’International Disability Alliance ha supportato l’AEPWWDs (Associazione per l’Emancipazione delle Donne con Disabilità), l’AWCF (Associazione delle Donne con Disabilità, dei Bambini con Disabilità e delle Loro Famiglie), l’Associazione delle Persone del Sud con Disabilità e l’Associazione delle Persone con Disabilità Nongbualumphu. Queste organizzazioni hanno elaborato un rapporto alternativo per la sessione (disponibile a questo link) e i loro rappresentanti si sono recati a Ginevra (ben due, con il supporto dell’IDA) per partecipare all’incontro pubblico delle organizzazioni non governative del 16 giugno e per sostenere, formalmente e informalmente, i diritti delle donne con disabilità.

Molte delle raccomandazioni formulate dal Comitato CEDAW riflettono gli sforzi di advocacy [tutela giuridica, N.d.R.] delle donne thailandesi con disabilità. In particolare, nella sezione dedicata ai meccanismi nazionali per il progresso delle donne, il Comitato ha evidenziato «la sottorappresentazione delle donne con disabilità nel Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere» e la loro scarsa partecipazione alla definizione delle politiche per la parità di genere.
Quindi ha raccomandato alla Thailandia di «rivedere la sezione 6 del Gender Equality Act (2015) per rimuovere qualsiasi limitazione basata sulla disabilità alla partecipazione al Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere e adottare misure per promuovere la partecipazione delle donne emarginate negli organismi per la parità di genere».

Fondamentale è stato il fatto che il Comitato abbia affrontato anche la pratica della sterilizzazione forzata delle donne con disabilità. Rispetto a questo tema, ha esortato la Thailandia a: «[g]iurare] che nessuna sterilizzazione o aborto venga eseguito senza il libero, previo e informato consenso delle donne con disabilità interessate, che i professionisti che eseguono sterilizzazioni e aborti senza tale consenso siano perseguiti e adeguatamente puniti, e che siano forniti senza indugio un risarcimento e un adeguato indennizzo economico alle donne con disabilità vittime di sterilizzazioni e aborti non consensuali». In tal modo, il Comitato ha ribadito il suo appello di lunga data a favore di giustizia e risarcimento per le sopravvissute alla sterilizzazione e all’aborto forzati.

Nell’àmbito quindi dell’occupazione e dell’economia dell’assistenza, dove il lavoro di cura è spesso affrontato dalla prospettiva delle donne come prestatrici di servizi non retribuite, informali e non riconosciute, il Comitato ha raccomandato alla Thailandia di «promuovere la condivisione equa delle responsabilità domestiche e di cura dei figli tra donne e uomini, anche introducendo un congedo di paternità retribuito e ampliando l’economia dell’assistenza e i servizi di assistenza per bambini, anziani e persone con disabilità».
Sebbene le persone con disabilità siano qui menzionate principalmente come destinatarie di assistenza, è essenziale includerle esplicitamente nelle discussioni sull’economia dell’assistenza per garantire che i loro diritti, in particolare il diritto a vivere in modo indipendente e ad essere incluse nella comunità (come previsto dall’articolo 19 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità), siano rispettati e sostenuti.

Per concludere, l’International Disability Alliance ha condiviso le riflessioni di Nunthida Chitpukderat, presidente dell’Associazione delle donne con disabilità, dei bambini con disabilità e delle loro famiglie della Thailandia, che ha sottolineato: «La rete delle donne con disabilità si è interessata e ha sostenuto la necessità di affrontare il problema dell’occupazione delle donne con disabilità in Thailandia, che non ha un sistema di quote e le cui politiche non affrontano esplicitamente l’occupazione delle donne con disabilità, rendendo e perpetuando l’invisibilità delle donne con disabilità, impedendo loro di accedere a opportunità di lavoro». (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.
Sui temi riguardanti le donne con disabilità, suggeriamo sempre anche la consultazione, nello stesso sito di Informare un’h, delle sezioni Donne con disabilità e Donne con disabilità: diritti sessuali e riproduttivi.

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