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Attenzione: i diritti potrebbero diventare “rovesci”!

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«Di fronte a quello che si sente fare e dire negli Stati Uniti e in altre parti del mondo – scrive Maurizio Cocchi – ciò che occorre da parte nostra di persone copn disabilità è una costante consapevolezza che tutto quello che abbiamo ottenuto in questi anni di impegno e di lotta, l’abbiamo ottenuto grazie alla democrazia, alla libera stampa e alla piena circolazione delle idee. In altre parole, i nostri diritti non piovono dal cielo, li abbiamo ottenuti noi, ma solo grazie al fatto di poter vivere nella democrazia e nella civiltà» René Magritte, “Golconda”, 1953, Menil Collection, Houston, Texas (USA)

Come sarebbe se un giorno ci svegliassimo accorgendoci che non siamo più persone con disabilità, ma una massa informe di “storpi”, “orbi”, “sordomuti”, “scemi” e “mongoloidi”? In fondo la disabilità, questa bella definizione di “Persone con disabilità”, è solo un costrutto giuridico, creato per tutelarci e per dare dignità alla nostra presenza nel mondo, ma anche un ruolo attivo nella società, che mette in campo politiche per aiutarci e per far sì che noi restituiamo quanto ricevuto, attraverso il lavoro, contribuendo al sostegno dei consumi, a rendere più empatica e gradevole l’intera società…

A sentire però due degli esseri umani più potenti della terra, Donald Trump ed Elon Musk, sembra proprio che se i disabili scomparissero, sia di nome che di fatto, non sarebbe un gran danno!
Si ha notizia, ad esempio, che l’attuale presidente degli Stati Uniti, già a partire dal 2015, durante un comizio, abbia sbeffeggiato un giornalista per la sua disabilità. Nel 2024, poi, aveva affermato che la sua avversaria nella corsa alla Casa Bianca, Kamala Harris, sarebbe stata «una disabile mentale»; in quel caso, volendo offendere la vicepresidente degli Stati Uniti, aveva reso esplicito il suo pensiero verso questo tipo di disabilità. Ancora più recentemente, poi, a ribadire il disprezzo per le persone con disabilità intellettiva ci sono state le sue dichiarazioni in seguito ad un disastro aereo avvenuto nell’aeroporto di Washington: «Biden e Obama hanno assunto come controllori di volo persone non qualificate e con disabilità fisiche e psichiche» [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Il presidente Trump, per altro, non si è limitato ad esibire le proprie “opinioni”, ma ha messo in atto una serie di politiche tese a diminuire l’impegno della propria Amministrazione a favore dell’inclusività, attraverso pesanti tagli ai finanziamenti pubblici in favore di varie istituzioni, compreso il sistema scolastico pubblico.

Elon Musk, invece, ha dichiarato di «avere la sindrome di Asperger», quindi è un disabile. Già, un disabile che mal sopporta gli altri disabili, di qui l’uso del termine “ritardato” per definire la disabilità intellettiva, facendo ritornare indietro l’orologio del progresso di molti anni. Stesso ragionamento per il suo atteggiamento derisorio nei confronti di un dipendente di Twitter affetto da distrofia muscolare [di questo Musk si era successivamente scusato, N.d.R.].
Sempre per ciò che riguarda Twitter – oggi X -, molto più concreto e significativo è stato lo smantellamento dello staff adibito al controllo dell’accessibilità della piattaforma, in dispregio totale delle persone con disabilità con problemi ad utilizzare quel social media.

Si potrebbe dire che questo, in fondo, non sarebbe niente, trattandosi di idiosincrasie dovute al carattere dei personaggi, con effetti tutto sommato limitati e circoscritti a pochi àmbiti, per quanto incivili. Ciò che invece ci deve allarmare di più sono le decisioni generali di sistema compiute finora dall’Amministrazione Trump. Ad esempio l’uscita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), che salvo cambiamenti, allo stato attuale dei fatti gli Stati Uniti attueranno dal 22 gennaio del prossimo anno. Poi l’annuncio di uscire dal Consiglio ONU per i Diritti Umani [l’Amministrazione Trump ha firmato in febbraio un ordine esecutivo in cui richiede appunto una rivalutazione dell’impegno degli Stati Uniti all’interno del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, N.d.R.] e non ultima anche l’intenzione di uscire dall’Unesco, come era già accaduto nel 2019, salvo poi il rinetro degli Stati Uniti in tale Ente con l’Amministrazione Biden.

In generale, dunque, assistiamo ad un crescente disprezzo per tutti gli organismi internazionali, compresa la Corte di Giustizia dell’Aia, ma non solo da parte degli Stati Uniti, bensì anche di molti altri Paesi che sentono le normative internazionali e, più in generale, i vincoli di legge, come un freno alle loro mire espansionistiche, se non addirittura avendo il desiderio di cancellare o sminuire quei sistemi di diritti faticosamente raggiunti nel corso degli anni e concretizzati nelle stesse normative internazionali.
A riprova di come queste ultime siano considerate un impaccio, un freno alle libertà nazionali e non una crescita di civiltà per tutti i Paesi, si può pensare anche a tutti i “mal di pancia” suscitati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Anche trascurando i “soliti” Stati Uniti, il cui Senato non ha ratificato il documento perché avrebbe leso la sovranità nazionale, Paesi importanti e di grande civiltà come il Regno Unito, la Francia e la Danimarca, oltre a molti altri, hanno approvato la norma internazionale con riserva, mettendo in discussione soprattutto quei passaggi che tutelano la libertà e l’incolumità dei pazienti psichiatrici.

Come si vede, l’impalcatura che sorregge il concetto di “disabile” è molto precaria e basta un leggero “vento dittatoriale” per farla crollare rovinosamente.
Evidentemente non si tratta di ridurre o di far tacere le nostre battaglie, ciò che occorre da parte nostra è una costante consapevolezza che tutto quello che abbiamo ottenuto in questi anni di impegno e di lotta, l’abbiamo ottenuto grazie alla democrazia, alla libera stampa e alla piena circolazione delle idee. In altre parole, i nostri diritti non piovono dal cielo, li abbiamo ottenuti noi, ma solo grazie al fatto di poter vivere nella democrazia e nella civiltà.
Chi può dare il proprio contributo sul lavoro, aiutare per quanto possibile gli altri, rispettare e comprendere chi ci aiuta, sostenere chi ha più problemi di noi, lo faccia, senza nascondere paure e pigrizie dietro la disabilità. E quando c’è una manifestazione per la pace, la democrazia, il sostegno ai popoli oppressi, la libertà, mettiamoci in prima fila, magari verificando di non essere presi in giro.

*Consulente di impresa per il Terzo Settore, persona con disabilità.

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Pubblicazione Bollettini movimenti del personale docente di ogni ordine e grado della provincia, a.s. 2025/26

Ultime da A.T.P. Catanzaro -

Allegati AA_bollettino_risultati_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (54 kB)AA_bollettino_risultati_interprovinciali_in_uscita_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (26 kB)EE_bollettino_risultati_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (103 kB)EE_bollettino_risultati_interprovinciali_in_uscita_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (1) (41 kB)MM_bollettino_risultati_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (81 kB)MM_bollettino_risultati_interprovinciali_in_uscita_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (29 kB)SS_bollettino_risultati_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (108 kB)SS_bollettino_risultati_interprovinciali_in_uscita_elaborati_dal_sistema_con_protezione_dei_dati_personali_23052025 (36 kB)

Una pubblicazione e due mostre fotografiche per promuovere una nuova idea del caregiving

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La pubblicazione “Storie di quotidiana cura. Nulla è facile niente ma niente è impossibile” e due mostre fotografiche: sono gli strumenti prodotti a conclusione della campagna “@scATTIdicura”, ideata da Cittadinanzattiva Emilia Romagna, in collaborazione con il Coordinamento regionale delle Associazioni di Malati Cronici e Rari, per promuovere una nuova idea di caregiving attraverso la fotografia Una delle immagini prodotte nell’àmbito della campagna “@scATTIdicura”

Lanciata un anno fa [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.], la campagna @scATTIdicura ha inteso promuovere una nuova idea di caregiving attraverso la fotografia.
L’importante iniziativa è stata intrapresa nell’àmbito di La cura non è un affare di famiglia, campagna ideata da Cittadinanzattiva Emilia Romagna, in collaborazione con il CrAMC (Coordinamento Regionale delle Associazioni di Malati Cronici e Rari). In particolare, – come spiegarono, a suo tempo, dall’Organizzazione – @scATTIdicura si proponeva di rispondere ad alcune domande («Quali sono le pratiche di cura? Quali i luoghi, gli oggetti, i gesti, i dettagli della cura? Chi sono i protagonisti e le protagoniste?»), con l’intento di coinvolgere e portare all’attenzione «della Cittadinanza e delle Istituzioni il tema delle caregiver (il femminile è dovuto, perché sono in ampia maggioranza donne), ruolo non riconosciuto, né in alcun modo tutelato».
Ebbene, con le foto raccolte è stata realizzata la pubblicazione Storie di quotidiana cura. Nulla è facile niente ma niente è impossibile, e due mostre fotografiche, allestite anche con il coinvolgimento dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bologna. L’infermiere nell’arte della cura e scATTIdicura, oltre i numeri c’è vita, queste le denominazioni delle due mostre, che intendono raccontare e mettere in dialogo la cura formale e quella informale.

«Da quando nel 1826 Joseph Nicéphore Niépce realizzò la prima fotografia della storia, le foto, quelle vere, custodiscono gelosamente un segreto: la capacità di risuonare nell’animo umano con profonde emozioni. In un segreto mai svelato, le immagini si rispecchiano sulle nostre storie e identità̀ e ci rimandano a pensieri e sensazioni che rivelano il nostro sguardo nel mondo – spiegano da Cittadinanzattiva Emilia Romagna –. Le fotografie della mostra fanno parte di quelle vere e che ben conoscono quel segreto. La prima annotazione è, quindi, di sostare davanti alle foto e lasciarsi sedurre da quanto appare; lasciare che il nostro “sguardo sul mondo” si attardi in ogni foto. Con quel misto di tenerezza e pudore necessario quando ci si avventura nel territorio della cura, perché i titoli già lo rivelano».
Le mostre si propongono pertanto come «un’occasione per esplorare e partecipare attivamente a una riflessione collettiva sul tema della cura», ma anche per tenere desta l’attenzione sul fatto che in Italia, come già accennato, la figura del caregiver è sempre in attesa di essere riconosciuta e tutelata (se ne legga anche a questo link).

Inaugurate il 12 maggio scorso, le due esposizioni saranno visibili fino al 30 maggio nei seguenti locali: Quadriportico di Sant’Isaia (Via Sant’Isaia, 90, Bologna); Istituto Ortopedico Rizzoli (Via Pupilli, 1, Bologna); Ospedale Santa Maria della Scaletta (Via Montericco, 4, Imola).
Sono anche previste due visite guidate gratuite alla mostra ospitata al Quadriportico di Sant’Isaia di Bologna, il 26 maggio (ore 10.30-12), e il 28 maggio (ore 16-17.30). Per partecipare è necessario prenotare attraverso l’indirizzo scattidicura@cittadinanzattiva-er.it.

L’invito ai visitatori e alle visitatrici è dunque quello «di lasciarsi toccare dalle immagini, riflettere sui temi proposti e percorrere questo viaggio con la consapevolezza che la cura, nelle sue molteplici sfaccettature, è il fondamento su cui costruire una società̀ più̀ umana e solidale». (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: Rossana Di Renzo (responsabile del Coordinamento CrAMC), scattidicura@cittadinanzattiva-er.it.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, insieme all’immagine utilizzata, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Guida e assunzione terapeutica di sostanze: perché serve un intervento interpretativo o normativo

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La nuova disciplina sull’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope da parte di chi guida può colpire ingiustamente persone con disabilità che le utilizzano su prescrizione medica. Per questo è auspicabile un intervento interpretativo o normativo che distingua tra uso terapeutico e abuso, che introduca margini di tolleranza legati a concentrazioni-soglia clinicamente validate e che valuti la compatibilità del trattamento farmacologico con l’idoneità alla guida, piuttosto che sanzionare penalmente in automatico

Una recente Circolare congiunta del Ministero dell’Interno e di quello della Salute ha introdotto importanti novità nelle procedure di accertamento delle condizioni psicofisiche alla guida [di tale tema ci siamo già occupati sulle nostre pagine: se ne legga in calce, N.d.R.]. La Circolare riguarda le nuove modalità di accertamento del reato di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Com’è noto, la Legge 177/24 ha riformulato l’articolo 187 del Codice della Strada, eliminando il requisito dell’“alterazione psicofisica” quale elemento costitutivo del reato. La nuova fattispecie punisce dunque chi guida dopo avere assunto sostanze stupefacenti o psicotrope, qualora sia accertata – mediante analisi su sangue o fluido orale – la presenza di princìpi attivi o metaboliti attivi della sostanza, anche in assenza di un’evidente alterazione della capacità di guida. In tal senso, la Circolare chiarisce che è sufficiente la presenza nel sangue o nella saliva di sole molecole attive, senza considerare l’effettiva alterazione del soggetto. Presupposto della punibilità è che: «Occorre provare che la sostanza psicotropa sia stata assunta in un periodo di tempo prossimo alla guida, tale da far presumere che la sostanza produca ancora i suoi effetti nell’organismo durante la guida».
Viene inoltre specificato che solo la presenza nel sangue o nel fluido orale di metaboliti attivi è indicativa di una condizione penalmente rilevante. La presenza nelle urine, invece, non è sufficiente ai fini della punibilità penale, ma può rilevare per l’idoneità alla guida (articoli 128 e 119, comma 4, del Codice della Starda).

A questo punto, tuttavia, occorre rilevare che la Circolare non distingue tra assunzione a fini terapeutici ed uso illecito: infatti, ai fini della punibilità non rileva lo scopo dell’assunzione, ma solo la presenza attiva della sostanza; la temporalità prossima all’attività di guida. Questo crea una criticità giuridica e costituzionale per le persone con disabilità o patologie che assumono psicofarmaci su prescrizione medica, i cui effetti possono persistere nel sangue o nella saliva in modo cronico e controllato.
A nostro sommesso avviso, reputiamo che vi siano possibili profili di incostituzionalità o illegittimità, con particolare riguardo, ad esempio, all’articolo 3 della Costituzione (infatti la norma può discriminare indirettamente chi, per motivi di salute, assume regolarmente psicofarmaci), nonché all’articolo 32 della Costituzione stessa, perché penalizza condotte terapeutiche lecite e necessarie e anche riguardo al “Principio di offensività”, poiché la norma sanziona la mera presenza della sostanza, senza verificare l’effettiva alterazione o il pericolo per la circolazione.
L’assenza, infatti, di una soglia quantitativa o di limiti oggettivi nella rilevazione delle sostanze attive, amplia eccessivamente la discrezionalità applicativa. La mera presenza, anche minima, di una sostanza nel sangue – eventualmente dovuta a terapie regolari e non alteranti – non consente pertanto una valutazione proporzionata della pericolosità della condotta, cosicché le persone con disabilità e patologie croniche che necessitano dell’assunzione regolare di psicofarmaci (antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi) si trovano esposte a un rischio oggettivo di incriminazione, pur in assenza di comportamenti pericolosi. L’effetto è una disparità di trattamento indiretta rispetto ad altri soggetti, con un potenziale impatto sulla libertà di circolazione e sulla loro piena partecipazione alla vita sociale e lavorativa.
E ancora, la Circolare ammette che i metaboliti attivi sono rilevabili “solo per alcune ore” nel sangue o nella saliva, variabili in base all’emivita della sostanza. Tuttavia, molti farmaci (ad esempio benzodiazepine, antiepilettici) usati in modo cronico mantengono concentrazioni residue stabili, anche in assenza di effetti negativi reali sulla guida.

La nuova disciplina, dunque, pur coerente con l’obiettivo europeo di Vision Zero [progetto di sicurezza stradale che mira a eliminare tutti i decessi e le lesioni gravi sulla rete stradale. N.d.R.], può colpire ingiustamente persone che non rappresentano un rischio reale per la sicurezza stradale. È quindi auspicabile un intervento interpretativo o normativo che distingua tra uso terapeutico e abuso, che introduca margini di tolleranza legati a concentrazioni-soglia clinicamente validate e che valuti la compatibilità del trattamento farmacologico con l’idoneità alla guida, piuttosto che sanzionare penalmente in automatico.

*Centro Studi Giuridici HandyLex della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

Del tema trattato nel presente contributo si sono già occupati in Superando i testi A proposito di quella norma del Codice della Strada riformato e di quella recente Circolare Ministeriale di Giovanni Battista Pesce (disponibile a questo link) e Un importante passo avanti con quella Circolare Ministeriale (disponibile a questo link).

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“Storie sulle dita – Alberi”, una mostra ad Ariccia da vedere, toccare, annusare e ascoltare

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«Un’esposizione unica e accessibile, un viaggio multisensoriale coinvolgente, apprezzato sia dai visitatori che vedono, sia da quelli che non vedono»: sarà questo l’esposizione accessibile sulla natura intitolata “Storie sulle dita – Alberi”, organizzata dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi e che sarà ospitata dal 25 maggio all’8 giugno a Palazzo Chigi di Ariccia (Roma), nell’àmbito del progetto di promozione della lettura CON-TATTO: Crescere comunità che legge della Biblioteca Attiva di Ariccia

«Una mostra di libri e opere tattili, con eventi, letture, workshop, laboratori e visite guidate multisensoriali e accessibili, per dare voce alle similitudini tra la comunità naturale e quella umana, alle connessioni, alle simbiosi e alla comunicazione, ricostruendo quella possibilità di crescita comune nella biodiversità di cui gli alberi sono maestri. E al tempo stesso, una mostra laboratorio in cui sperimentare in prima persona libri e opere e mettersi in gioco nella realizzazione di elaborati che possano, nel fare, far comprendere in maniera più profonda le differenze tra le varie modalità di percezione»: viene presentata così l’esposizione accessibile sulla natura intitolata Storie sulle dita – Alberi, organizzata dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi e che sarà ospitata dal 25 maggio all’8 giugno nei saloni del piano mezzanino di Palazzo Chigi ad Ariccia (Roma), nell’àmbito del progetto di promozione della lettura CON-TATTO: Crescere comunità che legge della Biblioteca Attiva di Ariccia, grazie al finanziamento del Cepell (Centro per il Libro e la Lettura) del Ministero della Cultura.

«Pensiamo di sapere cosa siano gli alberi – afferma Alessandra Viola, naturalista e direttore scientifico della mostra, ma questa iniziativa vuole farci scoprire chi sono. Ammiriamo infatti la loro bellezza, longevità, generosità e forza, ma molto di loro resta ancora sconosciuto. Per comprendere dunque veramente la straordinaria natura di questi giganti verdi, non basta conoscerne l’aspetto o il nome botanico; servono anche immaginazione, poesia e curiosità. Ecco perché abbiamo coinvolto artisti, per dare vita, insieme a contenuti scientifici ed educativi, alle emozioni che nascono dalla scoperta della natura».
«Creare eventi culturali inclusivi – dichiara dal canto suo Rodolfo Masto, presidente della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi – è parte della nostra missione. In questo caso l’attenzione verso temi naturalistici e ambientali, esplorati sia artisticamente che educativamente, ha dato vita a un’esposizione unica e accessibile, un viaggio multisensoriale coinvolgente, apprezzato sia dai visitatori che vedono, sia da quelli che non vedono».

Saranno quindi ad Ariccia due settimane in cui verranno coinvolte le scuole, le famiglie, gli insegnanti, i centri diurni del territorio e le persone con difficoltà sensoriali insieme alle proprie comunità di riferimento, per uno scambio di competenze e abilità in un’occasione di cultura e divertimento per l’intera collettività, diffondendo al tempo stesso maggiori conoscenze sulla disabilità visiva e sensibilizzando sull’inclusione sociale.
Gli illustratori e artisti selezionati, protagonisti di una residenza d’artista lo scorso anno presso Villa Fabri a Trevi (Perugia), hanno lavorato su quattro aree tematiche (Germinazione, Crescita, Età Adulta e Il Ciclo della Vita), ognuna delle quali rappresentata da installazioni artistiche, opere tattili e laboratori artistico-educativi, accessibili a chi non può vedere e sorprendenti per tutti. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo delle iniziative proposte dal 25 maggio all’8 giugno. Per ulteriori informazioni: Associazione Culturale Start (associazione.start@gmail.com).

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L’opera lirica che celebra l’inclusione attraverso l’arte

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Nato da una sinergia tra l’Accademia d’Arte Lirica di Osimo (Ancona), l’Istituto Comprensivo Caio Giulio Cesare di Osimo-Offagna e la Fondazione Lega del Filo d’Oro, con l’obiettivo di rendere la cultura accessibile e partecipata, il progetto “Opera fai da te” ha il proprio “cuore pulsante” nell’opera lirica “Una missione per due”, che debutterà il 24 e 25 maggio nella città marchigiana, con un ruolo centrale anche da parte delle persone con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale seguite dalla Lega del Filo d’Oro Uno dei ragazzi seguiti dalla Lega del Filo d’Oro impegnato in un laboratorio di musicoterapia

«Abbiamo accolto con entusiasmo l’opportunità di coinvolgere bambini e giovani adulti con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale in questa esperienza corale, in cui ciascuno può essere protagonista con le sue potenzialità. Progetti come questi rappresentano infatti un’occasione preziosa per promuovere una cultura dell’inclusione fondata sul rispetto, sull’empatia e sulla valorizzazione delle diversità: la dimostrazione di come ogni persona, con le proprie abilità e unicità, possa contribuire in modo significativo alla creazione di qualcosa di importante e condiviso»: così Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, parla di Opera fai da te, progetto nato da una sinergia tra l’Accademia d’Arte Lirica di Osimo (Ancona), l’Istituto Comprensivo Caio Giulio Cesare di Osimo-Offagna e la stessa Fondazione Lega del Filo d’Oro, con l’obiettivo di rendere la cultura accessibile e partecipata.
E il 24 maggio, con replica domenica 25, debutterà al Teatro La Nuova Fenice di Osimo l’opera lirica Una missione per due, “cuore pulsante” del progetto Opera fai da te, uno spettacolo che coinvolge quasi 600 partecipanti tra studenti, professionisti e persone con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale seguite dalla Lega del Filo d’Oro. Centrale, infatti, è il ruolo di queste ultime, che hanno preso parte a laboratori di musicoterapia in cui la musica – attraverso vibrazioni, ritmo e suono – è divenuta linguaggio emotivo e ponte verso l’espressione personale. Durante lo spettacolo saranno quindi parte dell’orchestra con strumenti a percussione.

Da ricordare, infine, che nelle giornate della rappresentazione, il Teatro La Nuova Fenice ospiterà anche una mostra documentaria con materiali originali, testi, bozzetti scenografici, disegni realizzati dagli alunni dell’Istituto Caio Giulio Cesare e dalle persone della Lega del Filo d’Oro, oltre a una selezione di fotografie curate dall’Istituto Laeng Meucci di Osimo.
Successivamente l’esposizione toccherà le principali città marchigiane della musica, corredata da foto di scena e un video integrale dello spettacolo, per poi tornare a Osimo nel mese di dicembre con un ultimo spettacolo. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento. Per altre informazioni: Federica Pugliese (f.pugliese@inc-comunicazione.it); Chiara Ambrogini (ambrogini.c@legadelfilodoro.it).

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I benefìci della teleriabilitazione respiratoria in quella struttura emiliana

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Se fino ad oggi i pazienti dovevano recarsi fisicamente a Villa Pineta KOS, struttura di Pavullo nel Frignano (Modena), per ricevere le cure in regime di ricovero o day hospital, con il nuovo servizio di teleriabilitazione sono i fisioterapisti della struttura stessa ad “arrivare” nelle case, ciò che assume un’importanza ancora maggoiore dopo la pandemia da Covid. E si parla in particolare di riabilitazione respiratoria, con benefìci concreti per le persone seguite Seduta di teleriabilitazione a cura di Villa Pineta KOS

Se fino ad oggi, i pazienti dovevano recarsi fisicamente nella struttura per ricevere le cure in regime di ricovero o day hospital, con il nuovo servizio di teleriabilitazione sono i fisioterapisti di Villa Pineta KOS, struttura di Pavullo nel Frignano, in provincia di Modena, ad “accedere” nelle case, attivando vere e proprie sedute riabilitative, un’iniziativa, questa, che rappresenta un ulteriore passo verso un accesso equo e sostenibile alla riabilitazione, portando il professionista della cura direttamente al domicilio dei pazienti.
La riabilitazione respiratoria, in particolare, è un settore fondamentale della cura, per persone con BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva) e altre patologie respiratorie, assumendo un’importanza ancora maggiore dopo la pandemia da Covid. Grazie dunque a questo servizio online, le persone possono continuare il loro percorso riabilitativo dopo avere iniziato il trattamento in ospedale, mantenendo la continuità che è indispensabile per il miglioramento della salute respiratoria.

«La riabilitazione respiratoria – sottolinea a tal proposito Gianfranco Beghi, primario e direttore di Villa Pineta KOS – viene suggerita anche nelle recenti linee guida GOLD 2025, in quanto è indicata in tutti i pazienti con sintomi rilevanti e/o ad alto rischio di riacutizzazione, poiché migliora la dispnea, lo stato di salute e la tolleranza all’esercizio, riducendo l’ospedalizzazione tra i pazienti che hanno una riacutizzazione recente. Infine, e questo è un servizio importante della teleriabilitazione, porta a una riduzione dei sintomi di ansia e depressione collegati all’isolamento del paziente. Chiaramente l’accesso alla riabilitazione respiratoria non è limitato ai pazienti con BPCO, ma è per tutti i pazienti con malattie respiratorie e/o che abbiano problemi respiratori collegati ad altre patologie».

Attivato da poco, il servizio di teleriabilitazione è già in fase di diffusione come pratica anche tra le persone anziane e fuori della Regione Emilia Romagna. Esso vede in prima linea Claudio Beneventi e Cristina Lorenzi, che realizzano e svolgono le sedute online. «Se prima erano i pazienti a dover raggiungere la struttura – dicono -, oggi con questo progetto siamo noi fisioterapisti ad incontrarli in modo virtuale con benefìci che sono concreti. L’attività elettiva principale è quella di eseguire la riabilitazione respiratoria e prevenire i sintomi che il paziente può manifestare durante il progredire della propria malattia. Riconoscere e prevenire i sintomi è importante perché permette di prevenire una riacutizzazione. I consigli che il paziente può ricevere da operatori, medici e paramedici sono dunque essenziali al fine di gestire al meglio la patologia respiratoria». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Deborah Annolino (d.annolino@adcommunications.it).

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La grande sfida di ampliare le opportunità lavorative per persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo

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Il nostro approfondimento sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo appartenenti al “mondo ANFFAS” ci porta questa volta a Parma ed esattamente da Séfora, Impresa Sociale ANFFAS nata appunto con l’obiettivo di assumere direttamente e/o facilitare l’inserimento lavorativo di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo attraverso azioni dirette e personalizzate. Ne parliamo direttamente con Cristiana Torricella, CEO di Séfora Una delle persone seguite da Séfora

Ci conduce questa volta a Parma il nostro approfondimento sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo appartenenti al “mondo ANFFAS” (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), portandoci esattamente da Séfora, Impresa Sociale ANFFAS costituita nel 2022 nella città emiliana, con l’obiettivo di assumere direttamente e/o facilitare l’inserimento lavorativo di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo attraverso azioni dirette e personalizzate, a sostegno sia della persona che dei contesti produttivi. Ne parliamo direttamente con Cristiana Torricella, CEO di Séfora.

Séfora è nata con l’obiettivo di ampliare le opportunità lavorative per persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Quali sono le principali difficoltà che incontrate nell’inserimento lavorativo e come il vostro approccio contribuisce a superarle? Può condividere un caso concreto di successo?
«Le maggiori difficoltà derivano dal fatto che nel settore pubblico le uniche informazioni a disposizione per effettuare il dichiarato obiettivo di matching [“incontro”] tra la persona e l’azienda sono la diagnosi e la diagnosi funzionale. Quando si parla, per esempio di autismo, la diagnosi in sé non dice nulla perché lo spettro è amplissimo e conseguentemente le caratteristiche di funzionamento delle persone si differenziano all’interno di un range altrettanto ampio e diversificato.
Lo strumento della diagnosi funzionale, richiesto per l’iscrizione all’Ufficio per il Collocamento Mirato, attualmente ancora in uso – il Decreto Legislativo 62/24, infatti, ha completamente rivisto il procedimento di valutazione di base – è modellato sulle disabilità motorie e sensoriali e restituisce poco o nulla delle informazioni che invece sarebbero utili ai fini dell’inserimento lavorativo.
Nel nostro approccio “basato sull’evidenza” (evidence-based) il punto di partenza è la fase di assessment, un’attività che cerchiamo di svolgere con il massimo grado di accuratezza e che è rivolta sia alle persone che alle aziende. Per definizione, l’assessment è una valutazione finalizzata alla progettazione e questo è il secondo elemento distintivo del nostro operare, ossia una vera e propria progettazione costruita in condivisione con la persona interessata, in primis, e con tutte le principali figure di riferimento sia di àmbito pubblico che privato. In tal modo questa assume la caratteristica di una progettazione realmente personalizzata che coinvolge diversi attori chiamati a contribuire responsabilmente al raggiungimento dell’obiettivo finale.
Grazie dunque alle informazioni ricavate dalla fase di assessment, sia sugli aspetti del funzionamento che sulle aspettative e i desideri della persona, siamo in grado di mirare alla valorizzazione dei punti di forza della persona stessa, incrociando elementi valoriali (ciò che è importante per lei/lui). Questo ci permette poi di lavorare sull’acquisizione di prerequisiti, abilità trasversali e autonomie (come ad esempio imparare ad utilizzare i mezzi pubblici per recarsi al lavoro), pianificando in modo coerente i sostegni di cui la persona necessità per svolgere i compiti assegnati, differenziandoli per tipologia e intensità, in un’ottica di empowerment [crescita dell’autoconsapevolezza della persona, N.d.R.]. La persona viene accompagnata in tutte le fasi, dalla stesura del curriculum vitae, al colloquio di selezione e durante il percorso lavorativo fino al raggiungimento degli obiettivi desiderati.

Un altro dei lavoratori inseriti grazie al contributo di Séfora

Analogamente vengono valutate le caratteristiche e i bisogni dell’azienda, si analizzano i processi di lavoro, scomponendoli in task che possono essere assegnati al lavoratore in accordo con il tutor individuato all’interno dell’azienda.
Infine, la persona e l’azienda possono contare sulle figure del Job Coach e del supervisore per il monitoraggio continuo dei percorsi, la scelta delle migliori strategie condivise e il continuo riallineamento degli obiettivi-interventi, finalizzato a raggiungere il più alto livello di autonomia e di performance lavorativa nel minor tempo possibile. Viene analizzato anche il bisogno formativo dell’azienda al quale rispondiamo con proposte altrettanto personalizzate.
Tutte le situazioni in cui è stato possibile applicare l’approccio descritto hanno avuto un esito positivo rispetto agli obiettivi che ci si era prefissati di raggiungere e pertanto sono considerabili come casi di successo».

Nel rapporto con le aziende, quali sono le resistenze più frequenti quando si tratta di assumere persone con disabilità intellettive?
«Le principali resistenze derivano da precedenti esperienze rivelatesi fallimentari, ma anche da pregiudizi di carattere culturale o dalla semplice mancanza di conoscenza e conseguente costruzione di immaginari che non corrispondono alla realtà.
Mi sentirei di riformulare la sua domanda nel senso che è ciò che proponiamo alle aziende che fa sì che il rischio che inizialmente viene valutato unicamente come potenziale “danno” assuma poi al contrario il carattere di opportunità da cogliere. Le aziende apprezzano il nostro approccio progettuale, la condivisione delle informazioni attraverso continui feedback, il fatto di poter contare su professionisti qualificati e presenti, che rimangono costantemente un punto di riferimento per qualsiasi esigenza, intervenendo prontamente per risolvere i problemi che si dovessero presentare».

Avete seguito molti percorsi di inserimento lavorativo. C’è stato un caso particolarmente complesso in cui sembrava difficile trovare la giusta collocazione, ma che alla fine ha portato a un risultato positivo? E quali strategie si sono rivelate decisive?
«Quando si parla di disabilità intellettiva e di disturbi del neurosviluppo ogni situazione presenta un certo grado di complessità, anche in presenza di “alti funzionamenti”. Sicuramente uno dei successi maggiormente degni di nota è stato quello di un ragazzo con autismo che presentava un elevato bisogno di sostegno, in ragione di scarse competenze verbali e della presenza di comportamenti disadattivi e altamente sfidanti per il contesto lavorativo, che sono stati via via gestiti e risolti grazie ad interventi mirati e ad una forte collaborazione tra la psicologa referente del caso, la Job Coach, la Tutor e tutti i colleghi, oltre a una direzione aziendale molto presente e motivata. Dopo poco più di un anno di tirocinio in azienda la persona è stata assunta con un contratto a tempo indeterminato. Ora è un dipendente perfettamente inserito nel contesto aziendale e l’investimento inizialmente richiesto è stato più che compensato dal livello di competenze raggiunto, che oggi gli consentono di muoversi e di lavorare in totale autonomia, dal livello di autostima ed autoefficacia raggiunti e – non ultimi- dalla soddisfazione e dal sollievo riferiti dai suoi familiari».

Le prime cinque tappe di questo nostro percorso dedicato all’inclusione lavorativa nel “mondo ANFFAS” sono riportate nei testi Lavoro e disabilità intellettive: viaggio tra esperienze, opportunità e ostacoli da superare (disponibile a questo link), Dalla pasticceria al “co-housing”: quando il lavoro diventa inclusione e autonomia (disponibile a questo link), Oltre la burocrazia: il percorso di “Diversamente Bistrot” (disponibile a questo link), Inclusione lavorativa tra norme e realtà: Legge 68 e prospettive di cambiamento (disponibile a questo link) e Giulia: la mia esperienza è la prova che l’inclusione lavorativa non è solo un diritto, ma una ricchezza per tutti (disponibile a questo link).

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“Salva una vita”: il progetto che porta la medicina italiana negli ospedali ucraini

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Nel cuore dell’emergenza umanitaria causata dal conflitto in Ucraina, un gruppo di professionisti sanitari italiani ha deciso di intervenire direttamente per supportare i colleghi ucraini. Nel 2023 è nata così l’International Rescue Programme ODV, organizzazione di volontariato impegnata a fornire assistenza medica concreta, attraverso la consegna di strumenti chirurgici essenziali e la promozione di programmi di formazione congiunta. Ci racconta tutto il dottor Mauro Migliore, promotore dell’iniziativa Foto di gruppo davanti all’Istituto Pediatrico San Nicola del First Medical Union Hospital di Leopoli

Nel cuore dell’emergenza umanitaria causata dal conflitto in Ucraina, un gruppo di professionisti sanitari italiani ha deciso di intervenire direttamente per supportare i colleghi ucraini. Guidati dal dottor Mauro Migliore, anestesista presso l’Ospedale dell’Angelo di Mestre (Venezia) e uomo di grande sensibilità, insieme ai colleghi strumentisti Andrea Gasperini e Angela Levorato, nel 2023 hanno fondato l’International Rescue Programme ODV, organizzazione di volontariato che conta oggi più di 200 tra medici e infermieri specializzati in chirurgia e che si impegna a fornire assistenza medica concreta, attraverso la consegna di strumenti chirurgici essenziali e la promozione di programmi di formazione congiunta.

Dottor Migliore, come è nata l’idea dell’International Rescue Programme ODV?
«L’idea ha preso forma nel 2023, con dei trasporti di pazienti pediatrici dalla Polonia all’Italia. Con l’urgenza poi di fare qualcosa di concreto di fronte alla crisi umanitaria senza precedenti in Ucraina, assieme ai colleghi Andrea Gasperini e Angela Levorato, abbiamo deciso di unire le nostre competenze per supportare direttamente i medici ucraini».

Qual è stata la risposta da parte della società civile alla vostra raccolta di fondi?
«Abbiamo riscontrato fin da subito un grande entusiasmo, concretizzatosi prima nel raggiungimento dell’obiettivo di crowdfunding [raccolta fondi nel web, N.d.R.] e successivamente attraverso l’organizzazione di eventi, uno tra tutti, il viaggio in moto da Palermo a Kyiv (Kiev), un percorso di oltre 3400 chilometri, svoltosi proprio la scorsa settimana e che ha visto la partecipazione dell’AMRI (Associazione Motociclisti Rotariani Italiani) e del Gruppo Motociclisti della Polizia di Stato, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla guerra in Ucraina e portare un sostegno umanitario».

Quali strutture ospedaliere ucraine avete coinvolto?
«Abbiamo collaborato con l’Istituto Nazionale di Chirurgia e Trapiantologia A.A. Shalimov di Kyiv, il Centro Nazionale di Riabilitazione Unbroken di Leopoli e l’Ospedale Clinico Regionale di Odessa. Queste strutture sono state selezionate per la loro importanza strategica e per la capacità di fornire cure chirurgiche avanzate».

L’ambasciatore d’Italia in Ucraina Carlo Formosa con il dottor Matteo Migliore

Oltre alla fornitura di attrezzature, avete avviato programmi di formazione?
«Sì, abbiamo promosso programmi di scambio interculturale tra operatori sanitari italiani e ucraini, con l’obiettivo di migliorare le competenze cliniche attraverso la formazione congiunta e l’adozione di pratiche mediche avanzate».

Qual è stato l’impatto di queste iniziative?
«Ogni kit di strumenti chirurgici, il cui costo si aggira attorno ai 2800 euro, può contribuire a salvare fino a 8-10 persone al giorno. Il nostro intervento ha avuto un impatto significativo, non solo in termini di vite salvate, ma anche nel rafforzare la collaborazione tra professionisti sanitari di diversi Paesi».

Quali sono i prossimi passi per l’International Rescue Programme ODV?
«Continueremo a supportare i medici ucraini, sia attraverso la fornitura di attrezzature mediche, che con programmi di formazione e affiancamento. Stiamo inoltre pianificando nuove missioni per valutare ulteriori necessità e rafforzare le collaborazioni esistenti».

Per il dottor Migliore e i suoi collaboratori aiutare significa anche contribuire alla ricostruzione delle competenze professionali, in un’ottica di rafforzamento strutturale e duraturo del sistema sanitario ucraino. Il loro lavoro testimonia come la medicina possa essere, anche in tempo di guerra, uno strumento di pace, di connessione e di speranza. In un contesto devastato, dove ogni bisturi, ogni pinza, ogni compressa può fare la differenza tra la vita e la morte, il gesto di chi si mobilita per sostenere altri professionisti della salute acquista un valore capace di andare ben oltre la solidarietà: diventa un atto di responsabilità globale.
Con il suo lavoro instancabile, il dottor Migliore continua così a percorrere questa strada, dimostrando che è possibile, partendo da un reparto ospedaliero italiano, raggiungere un Paese ferito e offrire, insieme agli strumenti medici, anche una presenza, un legame, una promessa di umanità.

Per ulteriori informazioni e per conoscere i futuri progetti dell’International Rescue Programme è possibile visitare il sito dedicato (a questo link).

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“Destinazione paesaggio” nel segno dell’accessibilità ai Musei Civici di Monza

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La mostra “Destinazione paesaggio“, che verrà inaugurata il 24 maggio ai Musei Civici di Monza e che sarà visitabile fino al 31 agosto, sarà caratterizzata da una totale accessibilità per persone con diverse disabilità, come altre iniziative già proposte dalla stessa struttura brianzola Erme Ripa, “Sulla spiaggia di Alassio”, 1931 (particolare)

«Dai mari alle montagne, passando per le vie di Monza e le vedute della Brianza, un viaggio ideale nel tempo e nello spazio, che permetterà ai visitatori di incontrare luoghi noti, evocare ricordi o conoscere, attraverso gli occhi dei pittori dal Seicento alla contemporaneità, paesaggi e vedute insolite, in Italia e nel mondo»: viene presentata così Destinazione paesaggio. Donazioni e acquisizioni nelle collezioni dei Musei Civici di Monza, la nuova mostra che verrà inaugurata il 24 maggio ai Musei Civici di Monza (Casa degli Umiliati, Via Regina Teodolinda, 4) e che sarà visitabile fino al 31 agosto, caratterizzata da una totale accessibilità, come altre iniziative già proposte dalla stessa struttura, quale ad esempio Grandi amori della quale si può leggere anche sulle nostre pagine.

Varie, dunque, saranno le opportunità per le persone con disabilità che vorranno visitare l’esposizione: potranno ad esempio utilizzare gratuitamente e senza scaricare nulla l’audioguida tramite la web app del museo o ascoltare le audiodescrizioni attivabili tramite QRCode. Le persone cieche e ipovedenti potranno inoltre prenotare visite guidate inclusive, così come potranno fare le persone sorde segnanti, ma anche le persone con disabilità intellettive o chi sia affetto da demenza.
Ogni proposta di visita guidata è personalizzabile in base alle esigenze dell’eventuale gruppo partecipante e in ogni caso, in tutto il museo e nel percorso espositivo permanente sono sempre disponibili gli strumenti e gli ausili del progetto Musei Civici per tutti. (S.B.)

Per ogni informazione o approfondimento: info@museicivicimonza.it.

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