AVVISO D.M. n. 137/2025 Operazioni assunzionali informatizzate personale docente a.s. 2025/2026 Scorrimenti graduatorie.
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Il Comitato CEDAW, ovvero l’organismo indipendente preposto a monitorare l’applicazione della Convenzione ONU sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne negli Stati che l’hanno ratificata, ha recentemente pubblicato le proprie Osservazioni conclusive, adottate durante la 90^ Sessione, in cui sono stati esaminati Afghanistan, Botswana, Ciad, Figi, Irlanda, Messico, San Marino, Isole Salomone, Thailandia e Tuvalu.
Come per ogni sessione, l’International Disability Alliance (IDA) ha compilato gli estratti relativi alla disabilità delle dieci Osservazioni Conclusive adottate (che si possono trovare a questo link).
In tutti e dieci i Paesi esaminati sono state pubblicate raccomandazioni che facevano riferimento a donne e ragazze con disabilità, con circa 160 riferimenti alla disabilità o a donne e ragazze con disabilità in tutti i documenti.
Per questa sessione, l’IDA ha supportato le organizzazioni di donne con disabilità della Thailandia, fornendo assistenza tecnica, supporto logistico e finanziario per consentire la loro partecipazione alla sessione tenutasi a Ginevra, in Svizzera. Inoltre, sempre l’IDA ha collaborato nella fase preparatoria della sessione con i colleghi di Disabled Women Ireland e Coamex (Coalizione per i diritti delle persone con disabilità del Messico), sia durante le prime fasi della revisione, sia per la recente presentazione di rapporti alternativi (contribuendo alle risposte alla Lista delle questioni proposte per la sessione).
Concentrandosi sulla Thailandia, l’International Disability Alliance ha supportato l’AEPWWDs (Associazione per l’Emancipazione delle Donne con Disabilità), l’AWCF (Associazione delle Donne con Disabilità, dei Bambini con Disabilità e delle Loro Famiglie), l’Associazione delle Persone del Sud con Disabilità e l’Associazione delle Persone con Disabilità Nongbualumphu. Queste organizzazioni hanno elaborato un rapporto alternativo per la sessione (disponibile a questo link) e i loro rappresentanti si sono recati a Ginevra (ben due, con il supporto dell’IDA) per partecipare all’incontro pubblico delle organizzazioni non governative del 16 giugno e per sostenere, formalmente e informalmente, i diritti delle donne con disabilità.
Molte delle raccomandazioni formulate dal Comitato CEDAW riflettono gli sforzi di advocacy [tutela giuridica, N.d.R.] delle donne thailandesi con disabilità. In particolare, nella sezione dedicata ai meccanismi nazionali per il progresso delle donne, il Comitato ha evidenziato «la sottorappresentazione delle donne con disabilità nel Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere» e la loro scarsa partecipazione alla definizione delle politiche per la parità di genere.
Quindi ha raccomandato alla Thailandia di «rivedere la sezione 6 del Gender Equality Act (2015) per rimuovere qualsiasi limitazione basata sulla disabilità alla partecipazione al Comitato per la Promozione dell’Uguaglianza di Genere e adottare misure per promuovere la partecipazione delle donne emarginate negli organismi per la parità di genere».
Fondamentale è stato il fatto che il Comitato abbia affrontato anche la pratica della sterilizzazione forzata delle donne con disabilità. Rispetto a questo tema, ha esortato la Thailandia a: «[g]iurare] che nessuna sterilizzazione o aborto venga eseguito senza il libero, previo e informato consenso delle donne con disabilità interessate, che i professionisti che eseguono sterilizzazioni e aborti senza tale consenso siano perseguiti e adeguatamente puniti, e che siano forniti senza indugio un risarcimento e un adeguato indennizzo economico alle donne con disabilità vittime di sterilizzazioni e aborti non consensuali». In tal modo, il Comitato ha ribadito il suo appello di lunga data a favore di giustizia e risarcimento per le sopravvissute alla sterilizzazione e all’aborto forzati.
Nell’àmbito quindi dell’occupazione e dell’economia dell’assistenza, dove il lavoro di cura è spesso affrontato dalla prospettiva delle donne come prestatrici di servizi non retribuite, informali e non riconosciute, il Comitato ha raccomandato alla Thailandia di «promuovere la condivisione equa delle responsabilità domestiche e di cura dei figli tra donne e uomini, anche introducendo un congedo di paternità retribuito e ampliando l’economia dell’assistenza e i servizi di assistenza per bambini, anziani e persone con disabilità».
Sebbene le persone con disabilità siano qui menzionate principalmente come destinatarie di assistenza, è essenziale includerle esplicitamente nelle discussioni sull’economia dell’assistenza per garantire che i loro diritti, in particolare il diritto a vivere in modo indipendente e ad essere incluse nella comunità (come previsto dall’articolo 19 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità), siano rispettati e sostenuti.
Per concludere, l’International Disability Alliance ha condiviso le riflessioni di Nunthida Chitpukderat, presidente dell’Associazione delle donne con disabilità, dei bambini con disabilità e delle loro famiglie della Thailandia, che ha sottolineato: «La rete delle donne con disabilità si è interessata e ha sostenuto la necessità di affrontare il problema dell’occupazione delle donne con disabilità in Thailandia, che non ha un sistema di quote e le cui politiche non affrontano esplicitamente l’occupazione delle donne con disabilità, rendendo e perpetuando l’invisibilità delle donne con disabilità, impedendo loro di accedere a opportunità di lavoro». (Simona Lancioni)
L'articolo I diritti delle donne con disabilità della Thailandia proviene da Superando.
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Sono tornati a casa con il sorriso, dopo un grande abbraccio collettivo, i ragazzi che hanno partecipato al camp inclusivo Montagna Libera Tutti, organizzato a Cese dei Marsi di Avezzano (l’Aquila) e dintorni dall’Associazione NoisyVision e dal tour operator Appennini for All.
L’iniziativa, cominciata il 7 agosto e conclusasi l’11 del mese, ha coinvolto sette ragazzi tra i 16 e i 20 anni: due giovani ciechi, un ragazzo ipovedente e ipoacusico e quattro giovani africani non accompagnati, uno dei quali con una disabilità.
Tante le attività organizzate in cinque giorni: escursioni nella natura, esperienze sensoriali, laboratori di cucina tradizionale, picnic all’aperto, partecipazione a festival culturali. Un’occasione per stabilire anche un rapporto significativo con la piccola comunità del paesino abruzzese. Ad esempio, imparando a fare la pasta dalle signore di Cese dei Marsi.
«Per NoisyVision è stata una sfida e poter dire di averla vinta è una grande soddisfazione», dichiara Dario Sorgato, fondatore e presidente di NoisyVision, che promuove l’accessibilità, l’inclusione e la consapevolezza sulle disabilità sensoriali, organizzando soprattutto cammini dove le persone cieche, ipovedenti, ipoacusiche e normodotate camminano fianco a fianco. «La risposta è nel modo in cui ci siamo salutati – aggiunge -, nella commozione, nei sorrisi dei ragazzi che timidamente si sono inseriti in questo gruppo per poi uscirne come amici. Come ha osservato Marzia, una socia di NoisyVision che ha partecipato al camp, ci sono state due difficoltà con cui i ragazzi si sono confrontati in questi giorni: quella delle cose apparentemente semplici come preparare la valigia, che per chi non vede può essere un grosso ostacolo della vita quotidiana, e quella dei ragazzi minorenni stranieri che si trovano nel nostro paese con la responsabilità della vita addosso, senza i genitori che si prendono cura di loro. Vedere questi due mondi a confronto è stato davvero emozionante».
«È stata un’esperienza molto positiva – afferma Mirko Cipollone, fondatore e direttore generale di Appennini for All, tour operator nato per rendere la montagna accessibile a tutte e tutti, valorizzando il territorio dell’Appennino centrale -. All’inizio c’era un po’ di timore perché per Appennini for All era il primo camp di questo genere, ma sono stati cinque giorni intensi. I ragazzi hanno lasciato qualcosa non solo a me, ma anche al paese di Cese dei Marsi. Gli adolescenti del posto li guardavano con curiosità. L’obiettivo di portare un camp in un paesino così piccolo è anche questo: far comprendere che tutti possono fare le cose e possono farle tutti insieme. Quindi, sono assolutamente felice di aver ospitato il camp nel paese dove Appennini for All ha la propria sede: la definirei un’edizione zero, che può essere ancora migliorata e replicata nei prossimi anni».
Obiettivo dell’iniziativa è stato favorire nei ragazzi una maggiore autonomia e consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, imparando ad aiutarsi reciprocamente. Un risultato confermato dalle testimonianze dei giovani che hanno partecipato al camp.
«È andata benissimo, mi sono trovato bene con tutti. Mi porterò a casa tanto amore – nota Moustapha -. Pur conoscendoci da poco siamo stati molto affiatati e ci siamo aiutati a vicenda. Per esempio un giorno che sono rimasto senza nulla da mangiare, gli altri mi hanno dato una parte del loro cibo».
«Ci sono stati molti momenti da non dimenticare – aggiunge Stefano -. Mentre si camminava, ho notato la genuinità delle persone che vedono, nell’aiutare le persone che hanno difficoltà legate alla vista. Un atteggiamento che non è nato dalla costrizione, ma dalla volontà di aiutare gli altri. Troppo spesso, invece, mi ritrovo in situazioni in cui qualcuno si sente costretto ad aiutare, magari per pietismo, invece che per empatia».
«Anche per me dovrebbe essere sempre così: una persona vedente dovrebbe voler aiutare in maniera spontanea chi ha una difficoltà – gli fa eco Matteo – e credo che sia anche l’obiettivo di NoisyVision unire due categorie di persone per raggiungere un rapporto tra persone con e senza disabilità».
Francesco, d’altra parte, nota che «nelle giornate più impegnative le difficoltà ti uniscono anche di più, ti fanno muovere come un gruppo più compatto e più unito».
Mamoudou, invece, afferma che «con questa esperienza ho capito un po’ di più le difficoltà che hanno le persone che non vedono».
Tre dei ragazzi stranieri che hanno partecipato al camp sono seguiti dall’Associazione Villa Amantea di Milano, il quarto dall’Associazione Amici della Zizzi di Livorno. Al camp ha partecipato, nel ruolo di guida ambientale, Luca Gianotti, fondatore e coordinatore della Compagnia dei Cammini ETS e l’iniziativa è stata realizzata con il sostegno della Fondazione CARISPAQ e dal Comune di Ortona.
In occasione del camp, inoltre, sono stati presentati il documentario intitolato NoisyVision, promosso dall’omonima Associazione e realizzato da Glauco Tortoreto e Mattia Tufano – che racconta la storia dei 13 ragazzi che nel 2023 hanno preso parte al cammino inclusivo Anche a Leo piace giallo per adolescenti ipovedenti, non vedenti e vedenti lungo il Sentiero di Leonardo, da Lecco a Milano – e il libro di Dario Sorgato Guarda dove cammini. Passi condivisi sui sentieri del possibile, pubblicato quest’anno da Ediciclo, in cui il cammino è presentato come uno strumento per cambiare la percezione della disabilità, da parte sia delle stesse persone con disabilità sia di tutti coloro che non vivono la disabilità in prima persona. (Antonella Patete e Mariano Bottaccio)
Per ulteriori informazioni: antonellapatete.press@gmail.com; mariano.bottaccio@gmail.com.L'articolo “Montagna Libera Tutti”: l’inclusione che si fa camminando insieme proviene da Superando.
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Lo stimolo per questo mio contributo è il testo di Giovanni Merlo apparso su Superando il 16 luglio scorso, con il titolo Libere tutte, le persone con disabilità, ma proprio tutte. Come educatore professionale che lavora da quasi trent’anni, l’articolo di Merlo mi trova in pieno accordo e vorrei portare allora un contributo alla discussione sulle proposte e sulle resistenze intorno ai richiami al cambiamento anche dei servizi educativi diurni per persone con disabilità intellettiva. Un tema che si sta rivelando perturbante e disturbante e perciò spesso silenziato ed evitato.
I centri educativi per persone con disabilità intellettiva sono senz’altro un punto fermo. Proprio fermo. Immobile. La loro quotidianità è congelata da decenni in un unico modello organizzativo e operativo, quello delle cosiddette attività, dei laboratori, scatole per contenere l’esistenza e passare il tempo, creando l’illusione di essere nel mondo.
Il centro educativo è una finzione sottile, un mondo parallelo e subdolo che appare aperto, proiettato all’esterno; ha la possibilità di prendere contatti, di attivare collaborazioni, ma finisce comunque per chiudere al proprio interno la vita della persona con disabilità intellettiva, per governarla e dirigerla, inviandola su destini progettati, noti, ripetitivi, controllabili.
Il funzionamento di esso è dettato da normative che ne ordinano gli aspetti strutturali, burocratici e quantificano in termini temporali e di rapporto numerico l’interazione educatore-educatrice/persona con disabilità, consacrando il perpetuarsi delle classificazioni e della separazione tra gruppi sociali.
Ma come possiamo parlare di vita, di libertà, se dobbiamo rispettare quanto scritto in documenti (PEI-Piani Educativi Individualizzati compresi) che nulla hanno da spartire con l’esistenza di una persona? Se, in caso di controlli eseguiti con mentalità e metodi che sanno di rigidità stantia, dobbiamo mostrarci nell’esecuzione dei laboratori già decisi, con i loro orari, con l’elenco stabilito e dichiarato dei partecipanti? Se il destino delle persone con disabilità intellettiva è deciso sulla base di quella illusione statistica che chiamiamo diagnosi?
Il cosiddetto centro finisce per essere un mentitore che parla di libertà, di emancipazione, di autodeterminazione e di autorappresentanza, mentre nega tutto questo nei fatti, nella linea del suo mandato sociale, nella sua necessità di sopravvivere in quanto azienda, e per me educatore/educatrice, allora, nella necessità di mantenere un posto di lavoro. E chi va al centro, in realtà va al margine.
L’evidenza che Giovanni Merlo pone sulle persone “con necessità di sostegno intensivo” va presa e tenuta costantemente sotto i riflettori. Guardando ai percorsi di cui molto si parla nei convegni, che magari hanno una certa risonanza sui media e per i quali si aprono diversi bandi, si tratta per lo più di progetti certamente necessari e importanti, ma dedicati a persone con disabilità intellettiva che sono in grado di fare qualcosa: che sia sport, che sia lavoro, che sia arte, che sia svago… Tanto che sorge il sospetto che si tenda a valorizzare soprattutto la rappresentazione sociale positiva di coloro che possano avvicinarsi alla sedicente normalità, nelle azioni e nei costumi sociali.
E per chi non può fare nulla? Ma davvero nulla. Per coloro che non fanno rumore o non ne fanno abbastanza, nella stanza del servizio come nella comunità; per coloro che ne fanno troppo, di rumore, e si palesano solo con i cosiddetti “comportamenti problema” (per chi?). Figure avulse dal mondo che rimangono a carico di chi, a vario titolo, se ne deve prendere cura.
In tanti, troppi servizi, la loro quotidianità è segnata solo dal controllo e dall’assistenza. Il lavoro con loro è in realtà su di loro e sembra potersi esaurire nelle pratiche di contenimento o accudimento, secondo i casi. Lontani, troppo lontani, dai consueti modelli comunicativi, agli occhi disattenti e disinteressati i corpi finiscono per coincidere con i rispettivi organismi, che rispondono a istanze fisiologiche o psicotiche; corpi che non sono accompagnati nel mondo, ma spostati o collocati nello spazio.
La possibilità di andare oltre è lasciata troppo spesso alle iniziative individuali di educatrici ed educatori disposti a scavare, a portare all’altro una parola e un contatto che non siano solo funzionali alla gestione della persona. Anche se, certamente, dovremmo essere noi, educatrici ed educatori, i diretti fautori della libertà di altri, assumendoci anche la responsabilità e il rischio di interpretare, di decidere cosa sia libertà, cosa sia il bene per l’altra persona, il cambiamento non può rimanere ad appannaggio dei singoli, confinato nelle pratiche di servizi particolarmente attenti; se non permea la comunità, la libertà come condizione di esistenza per le persone con disabilità intellettiva rimane un’elargizione, che può essere concessa o negata secondo convenienza.
Ma perché ciò avvenga, il lavoro culturale dovrà diffondersi anche dalle varie istituzioni formative di educatori/educatrici, pedagogisti/pedagogiste, assistenti sociali, OSS ecc. Oltre alle nozioni e alle competenze, dovranno dedicare particolare attenzione alla loro critica costante, formando i futuri professionisti a quel pensare filosoficamente (nel suo senso originario) che oggi manca.
Oggi prendono servizio ancora tante operatrici e tanti operatori, a vario titolo, che acriticamente accolgono ciò che già c’è e si inseriscono nel dispositivo che trovano limitandosi a perpetuarlo. Ma in questo modo si diviene funzionari del controllo sociale, si lavora per tenere a bada la scomodità di una reale presenza comunitaria delle persone con disabilità intellettiva; noi educatori/educatrici sembriamo così dei secondini che tengono aperte le porte ma controllano che nessuno esca veramente.
I centri educativi, così come sono, non possono realmente coadiuvare la massima libertà possibile. Per farlo, devono iniziare a smantellare la loro stessa struttura. Non nel senso di chiudere, come dicono letture sbrigative e di comodo delle ultime normative di alcune Regioni, ma nel senso di cambiare – a partire proprio dallo sguardo di operatrici e operatori – la rappresentazione sociale e lo status della persona con disabilità intellettiva; perché non sia più il caso da prendere in carico (e da adattare il più possibile alla società dominante) e nemmeno la persona al centro, ma un soggetto con un progetto esistenziale da affiancare nel mondo. Quello di tutti e tutte.
*Educatore professionale, naturalista, animatore teatrale. Lavora in un CSE (Centro Socio Educativo) di Cinisello Balsamo (Milano), insegna nei corsi professionali per Operatori Socio Sanitari (OSS), tiene laboratori teatrali e naturalistici aperti a tutti e tutte.
L'articolo Servizi educativi per persone con disabilità intellettiva: spostare il centro proviene da Superando.
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«Tutti insieme in acqua, persone con e senza disabilità in un’atmosfera di amicizia, condivisione e scoperta. Tanta gioia e meraviglia per un’esperienza unica in cui le barriere si annullano: le limitazioni si alleggeriscono, sott’acqua ci si muove liberamente e senza peso. E chi non vede esplora i fondali con il tocco delle mani dove passano le correnti profonde del pensiero, i ricordi, la dimensione delle cose. Emozioni forti, che portano gioia e condivise con i compagni di immersioni, che aumentano la fiducia in se stessi, l’autonomia e aiutano il quotidiano vivere»: a dirlo è Giosuè Sannino, responsabile di HSA Genova, componente ligure di HSA Italia, l’Associazione Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, presentando l’evento a partecipazione gratuita Un mare da toccare. I subacquei non vedenti in immersione nel mare di Boccadasse, cui il 22 agosto parteciperanno tra gli altri numerose persone con disabilità visiva, organizzato dalla stessa HSA Genova con il supporto dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Mondo Fondo Diving, degli istruttori e guide HSA, del gruppo di sommozzatori Nucleo Subacqueo Guardia Costiera Genova e di diversi componenti dell’Ageranv (Associazione Genitori Ragazzi Non Vedenti Genova).
L’appuntamento, dunque, è per la mattinata del 22 agosto, come detto, con ritrovo al Diving Mondo Fondo (Piazzale Kennedy, 1, Genova), con la partecipazione anche di un testimonial d’eccezione quale Maurizio Lo Bortalo, esperto subacqueo con disabilità visiva, del team didattico Corsi Sub Ciechi HSA.
«La subacquea – sottolineano da HSA Italia – è uno strumento potente che lancia un messaggio forte e chiaro di inclusione, di possibilità di partecipazione per tutti e tutte, questa volta nel mare di Genova, grazie agli organizzatori e ai volontari del mondo dell’associazionismo cittadino. Un messaggio perfettamente in linea con gli obiettivi della nostra agenzia di didattica internazionale specializzata per i corsi di attività subacquee rivolti alle persone con disabilità, che fin dal 1981 ha definito il sistema didattico di riferimento dedicato alla formazione di subacquei con disabilità, oggi anche su piattaforme online training, fruibili a distanza anche dalle persone con disabilità visiva». (S.B.)
L'articolo L’acqua come spazio di libertà e inclusione proviene da Superando.
È attualmente all’esame del Senato il Disegno di Legge n. 1146-B, di iniziativa governativa, intitolato Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale. In verità il Senato torna ad esaminare questo Disegno di Legge, in quanto già lo aveva approvato il 20 marzo scorso (con il numero 1146 e il titolo Disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale): la Camera, però, lo aveva succe4ssivamente approvato con modificazioni il 25 giugno, rendendo pertanto necessario un nuovo vaglio da parte della Camera Alta.
Nella Relazione di accompagnamento si precisa che questo Disegno di Legge «non si sovrappone» al Regolamento Europeo del 13 giugno 2024 «che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale», il cosiddetto AI ACT, «accompagnandone bensì il quadro regolatorio in quegli spazi propri del diritto interno».
L’attenzione alle persone con disabilità emerge già nei «princìpi generali» individuati nell’articolo 3, giacché al comma 7 è stabilito che la «presente legge garantisce alle persone con disabilità il pieno accesso ai sistemi di intelligenza artificiale e alle relative funzionalità o estensioni, su base di uguaglianza e senza alcuna forma di discriminazione e di pregiudizio, in conformità alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità».
Al comma 4, poi, dell’articolo 7, rubricato Uso dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario e di disabilità, è previsto che sempre la legge da approvare promuova «lo sviluppo, lo studio e la diffusione di sistemi di intelligenza artificiale che migliorano le condizioni di vita delle persone con disabilità, agevolano l’accessibilità, l’autonomia, la sicurezza e i processi di inclusione sociale delle medesime persone anche ai fini dell’elaborazione del progetto di vita di cui all’articolo 2, comma 1, lettera n), del decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62». Tale Decreto, recante, com’è noto, Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, è entrato in vigore il 30 giugno 2024 ed è uno dei Decreti Legislativi adottati in attuazione della Legge 227/21 (Delega al Governo in materia di disabilità)».
L’articolo 22, quindi (Misure di sostegno ai giovani e allo sport), reca una disposizione, il comma 3, che interessa direttamente la posizione delle persone con disabilità: «Lo Stato favorisce l’accessibilità ai sistemi di intelligenza artificiale per il miglioramento del benessere psicofisico attraverso l’attività sportiva, anche ai fini dello sviluppo di soluzioni innovative finalizzate a una maggiore inclusione in ambito sportivo delle persone con disabilità. Nel rispetto dei princìpi generali di cui alla presente legge, i sistemi di intelligenza artificiale possono essere utilizzati anche per l’organizzazione delle attività sportive»; e un’altra, al comma 2, concernente «le studentesse e gli studenti ad alto potenziale cognitivo». Tale ultima previsione, seppure di tenore testuale non propriamente limpido, va comunque valorizzata, proprio perché rivela attenzione per questa categoria di studenti non sempre debitamente seguiti. Paradossalmente la loro specifica (vantaggiosa) condizione può tradursi in una forma di vulnerabilità, nel momento in cui non vengano adottate le necessarie misure idonee a sostenerla affinché questo «alto potenziale» possa correttamente esprimersi.
L’opera di inclusione, per essere autentica, non può tollerare la marginalizzazione di chi è comunque portatore di un particolare bisogno e, anzi, è noto come la stessa disabilità sussista non solo in ragione della condizione fisica di una persona, ma anche, e in misura consistente, per via del contesto che gli individui trovano intorno a sé. Per essere efficace, inoltre, va supportata con adeguate risorse e sotto questo aspetto emerge il profilo più critico di questo Disegno di Legge, ossia la Clausola di invarianza finanziaria di cui all’articolo 27, che contempla un impegno aggiuntivo di spesa per la sola «applicazione sperimentale dell’intelligenza artificiale ai servizi forniti dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale» come previsto dall’articolo 21.
Onestamente non stupisce più di tanto questa scelta di escludere «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», in quanto ormai, purtroppo, previsioni di tal fatta sono divenute una sorta di clausola di stile del Legislatore.
Eppure, resta il “contenuto normativo” di questo Disegno di Legge che – è chiaro – diverrà prescrittivo in caso di sua effettiva approvazione e che, invero, non manca, nell’introdurre (all’articolo 26) la nuova fattispecie di reato Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale», perseguibile a querela della persona offesa, di stabilire la procedibilità d’ufficio anche per questa ipotesi, qualora il fatto sia «commesso nei confronti di persona incapace, per età o per infermità».
Quel che pare emergere dalla lettura complessiva del testo all’esame del Senato, insomma, è la fissazione di un divieto generalizzato di arrecare danno alle persone con disabilità nel momento in cui si impieghino sistemi di intelligenza artificiale; divieto, questo, che poi trova il proprio risvolto, come dire, “in positivo”, nelle previsioni che stabiliscono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale al solo scopo di supportare le persone con disabilità e di migliorarne, anzi, le condizioni di vita.
*Professore di Diritto Costituzionale all’Università Niccolò Cusano di Roma.
L'articolo Disabilità e intelligenza artificiale: prospettive di un Disegno di Legge all’esame del Senato proviene da Superando.