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Un passo in avanti verso la Protezione Civile in un’ottica inclusiva

Superando -

Qualche mese fa è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale, un provvedimento che rappresenta un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nel presente approfondimento, Stefano Zanut ne esamina i vari contenuti Simulazione di soccorso nei confronti di persone con disabilità in una situazione di emergenza

Nel mese di marzo scorso è stato pubblicato un Decreto di fondamentale importanza per la pianificazione e la gestione delle emergenze di Protezione Civile che sappiano considerare il tema dell’inclusione sociale: Indicazioni operative del Capo del Dipartimento per la pianificazione degli interventi di protezione civile a favore di persone con specifiche necessità. Sono indicazioni di rilievo in questo campo che rappresentano un passo in avanti verso un approccio inclusivo e accessibile alle tematiche di Protezione Civile, in linea con le indicazioni contenute nell’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il Decreto, parte integrante delle disposizioni previste dal Codice della Protezione Civile, stabilisce un quadro di intervento chiaro, con l’obiettivo di garantire che nessuno venga escluso nelle situazioni critiche di un evento emergenziale. L’esperienza maturata negli scenari operativi reali o esercitativi, infatti, ha permesso di individuare alcune criticità dovute a:
° difficoltà di accesso all’informazione in fase preventiva e a emergenza in corso;
° conoscenza incompleta o non adeguata in merito alla presenza di persone con specifiche necessità assistenziali;
° inadeguata valutazione delle condizioni e delle necessità di cui sopra;
° carenza di coordinamento e condivisione delle informazioni tra i diversi soggetti competenti per il superamento delle criticità riscontrate;
° mancata o limitata corrispondenza tra le risorse utilizzate per il soccorso e l’assistenza alle persone più vulnerabili.
Qui le “persone con specifiche necessità” sono identificate come «persone le cui necessità si possono presentare in maniera molto diversificata in considerazione delle condizioni individuali, dell’età o di specifici momenti della vita di ciascuno. Per tali persone le misure di soccorso e assistenza previste dalla pianificazione di protezione civile per la popolazione generale non sono adeguate o sufficienti».
Spesso il Decreto richiama anche il concetto di vulnerabilità in relazione ai rischi naturali o antropici, un concetto legato non solo alle condizioni delle persone, ma che risente anche del contesto ambientale con cui interagiscono e da come questo è capace di favorire o compromettere le loro azioni di autoprotezione in emergenza. Nel merito si veda anche l’analisi proposta da chi scrive [Stefano Zanut], insieme a Consuelo Agnesi in La vulnerabilità come condizione umana dei disastri, pubblicazione proposta nell’ambito dei “Quaderni di Molteplicit(t)à” curati da CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità), nell’àmbito di una collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

Gli obiettivi della pianificazione e le attività connesse
Nell’àmbito della pianificazione di Protezione Civile sono considerati i seguenti obiettivi:
– accessibilità dei contenuti del piano di Protezione Civile e delle informazioni a tutte le persone che vivono e si muovono sul territorio, sia in condizioni ordinarie che in emergenza, affinché siano adottati i più idonei comportamenti;
– applicabilità alle persone con specifiche necessità delle misure di tutela della popolazione previste nei piani di Protezione Civile;
– adeguata sistemazione alloggiativa per le persone con specifiche necessità nel caso si renda necessario il trasferimento della popolazione di un territorio colpito da un evento calamitoso;
– continuità o ripristino di protocolli terapeutici e/o riabilitativi.

Per conseguire tali obiettivi, le attività da sviluppare sono:
1. coordinamento delle informazioni e delle risorse per l’assistenza alle persone con specifica necessità;
2. acquisizione delle informazioni rilevanti sulla popolazione con specifiche necessità;
3. ricognizione delle risorse umane e materiali per l’assistenza alle persone che stiamo considerando in emergenza. A tal proposito il Decreto suggerisce di valorizzare e mettere a sistema le informazioni, le attività, gli strumenti e i moduli disponibili in capo ai servizi sociali e sanitari e alle organizzazioni di volontariato di Protezione Civile, agli Enti del Terzo Settore in materia di assistenza e supporto alle persone con specifiche necessità;
4. elaborazione di un piano di comunicazione alla popolazione capace di garantire la massima accessibilità ai contenuti e la corretta fruibilità delle informazioni;
5. organizzazione di attività formative e addestrative su questi temi.

I punti salienti
Le indicazioni contenute nel Decreto forniscono una serie di misure da applicare nei piani di emergenza e nella gestione delle risorse, capaci di considerare i bisogni reali delle persone, tra cui:
° Identificazione e mappatura dei bisogni: ogni piano di emergenza deve prevedere la mappatura delle persone con necessità particolari, sia permanenti che temporanee, in modo che possano ricevere la più tempestiva e appropriata risposta. È questa una competenza a carico dei Comuni, in sinergia con i servizi socio-sanitari e le associazioni del territorio.
° Accessibilità delle informazioni: risulta essenziale che le comunicazioni di emergenza siano strutturate in modo da garantire che tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità sensoriali o cognitive, possano riceverle e comprenderle. Qui diventa importante considerare aspetti come l’uso di linguaggi semplificati, sottotitoli, la LIS (Lingua dei Segni Italiana) e altri strumenti capaci di superare barriere comunicative per le persone.
° Formazione specializzata: un altro pilastro delle nuove linee guida. Operatori pubblici, tecnici, soccorritori e volontari devono infatti essere adeguatamente preparati per affrontare le specifiche problematiche che potrebbero emergere nell’interazione con persone fragili. La formazione deve coprire aspetti sia teorici che pratici, con un focus sulla comunicazione e sulla capacità di gestire la situazione di emergenza in modo inclusivo.
° Partecipazione delle persone vulnerabili: tutte le persone con disabilità e le loro famiglie sono chiamate a partecipare attivamente alla costruzione dei piani di Protezione Civile. Questo processo di co-progettazione assicura che le soluzioni adottate siano capaci di rispondere in modo concreto alle loro necessità quotidiane e straordinarie.
° Coordinamento interistituzionale e con il Terzo Settore: le nuove linee guida enfatizzano l’importanza di un coordinamento tra tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni locali e sanitarie alle organizzazioni del Terzo Settore, dalle associazioni di volontariato alle realtà che rappresentano le persone con disabilità. Solo un lavoro sinergico tra tutti i soggetti può permettere infatti di creare risposte rapide, coordinate e adattabili alle esigenze della popolazione.

L’importanza delle reti di supporto
Tra i molti aspetti innovativi del Decreto, c’è anche l’istituzione di “reti di supporto” cui devono provvedere i Comuni, per favorire la diffusione della cultura di Protezione Civile e rafforzare la cosiddetta “capacità sociale” richiamata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Qui le reti sono intese come «infrastrutture sociali basate sulla collaborazione tra gli attori del settore pubblico, privato, comunitario, Terzo Settore e le associazioni di rappresentanza che operano a livello locale per contribuire a ridurre l’impatto dei disastri».
Questi i compiti a loro carico:
° supporto alla persona nella preparazione a situazioni di emergenza;
° supporto alla persona per gli interventi idonei alla messa in sicurezza in caso di emergenza;
° contatto con l’Autorità di Protezione Civile per la richiesta di supporto e/o specifica assistenza.
In sostanza si configura una sorta di struttura sociale capace di intervenire prontamente per soddisfare le prime necessità assistenziali in caso di evento calamitoso, dove ognuno può dare il proprio contributo fattivo, dal vicino di casa al caregiver familiare. Da questo punto di vista si configura una condizione partecipata che rappresenta il cuore stesso del concetto di Protezione Civile.

Le implicazioni negli aspetti di pianificazione e i nuovi strumenti operativi
L’introduzione di questi princìpi implica non solo una revisione dei piani di emergenza esistenti, ma anche l’integrazione di nuovi strumenti operativi. La Protezione Civile, infatti, deve evolversi per rispondere in modo mirato alle emergenze che coinvolgono tutte le persone della società. Tra gli aspetti tecnici più rilevanti ci sono:
– Adattamento delle infrastrutture di comunicazione: è necessario, infatti, che i sistemi di allerta possano raggiungere e coinvolgere tutte le categorie vulnerabili presenti nel territorio. L’adozione di tecnologie per l’accessibilità, come apposite piattaforme digitali e sistemi di allerta multicanale, diventa pertanto un aspetto cruciale.
– Modellizzazione dei piani di evacuazione e intervento: gli interventi devono essere progettati con una logica universale, capace di comprendere tutte le potenzialità e le condizioni che possono limitare la risposta delle persone coinvolte. Per questo la progettazione deve basarsi sulla differenziazione delle risposte alle persone con disabilità o altre necessità, prevedendo strumenti di supporto (ad esempio mezzi di trasporto accessibili, presenza di operatori capaci di garantire supporto psicologico ecc.).
– Uso della tecnologia: il Decreto enfatizza l’uso di tecnologie per garantire una maggiore efficacia nella gestione delle emergenze. L’adozione di soluzioni digitali che facilitino la mappatura, la gestione delle risorse e la comunicazione in tempo reale tra i diversi attori risulta quindi essenziale per un’efficace pianificazione.

Conclusioni: la Protezione Civile come sistema inclusivo
Come evidenziato, con queste nuove indicazioni il sistema nazionale della Protezione Civile italiano compie un importante passo in avanti verso un modello più inclusivo, in cui viene posta al centro la tutela della sicurezza e del benessere di tutti i cittadini e le cittadine, a prescindere dalle loro condizioni fisiche, sensoriali, cognitive o sociali. Da questo punto di vista il Decreto non rappresenta un semplice aggiornamento normativo, ma una visione innovativa della pianificazione delle emergenze in cui le persone vengono riconosciute nella pluralità dei loro bisogni.
L’attuazione delle linee guida richiederà una stretta collaborazione tra le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni non profit e i professionisti della Protezione Civile, per garantire che tutti e tutte, senza eccezioni, possano affrontare le emergenze con la stessa dignità e protezione.

*stefano.zanut@gmail.com.

Sicurezza per tutti, anche in emergenza
Con il presente importante contributo prosegue il proprio percorso la rubrica di Superando denominata Sicurezza per tutti, anche in emergenza, voluta per affrontare i temi della sicurezza e della gestione dell’emergenza dal punto di vista dell’inclusione e curata da Stefano Zanut. L’obiettivo non è solo quello di proporre un’informazione generale su questi temi, ma anche di far conoscere e condividere esperienze condotte in questo campo per rilanciarle, affinché possano diffondersi e affermare una cultura su questi temi che sappia diventare patrimonio comune.
Stefano Zanut è architetto e già direttore vicedirigente dei Vigili del Fuoco del Comando di Pordenone, nonché già membro dell’Osservatorio sulla Sicurezza e il Soccorso delle Persone con Esigenze Speciali attivato proprio dai Vigili del Fuoco. Ha al proprio attivo una lunga esperienza in questo campo, che ha condiviso curando numerose pubblicazioni e partecipando a iniziative di vario tipo, tra cui l’attività nell’àmbito di CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) e del CTS del CRIBA Friuli Venezia Giulia (Centro Regionale di Informazione sulle Barriere Architettoniche) del Friuli Venezia Giulia.

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Antonio, divulgatore cortese che ci ha educato al rispetto

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«Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. Nella tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana»: lo scrive Stefania Delendati a proposito dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando Antonio Giuseppe Malafarina

In occasione dell’evento del 28 agosto a Bovalino (Reggio Calabria), di cui abbiamo già ampiamente riferito in altra parte del giornale, tutto dedicato ad Antonio Giuseppe Malafarina, che fu direttore responsabile di Superando dal 2023 alla sua scomparsa nel febbraio 2024, diamo spazio al presente contributo della nostra direttrice responsabile Stefania Delendati.

Ciao Antonio, tu eri uno di quelli che pensavamo fossero eterni. Anche se è trascorso un anno e mezzo dalla tua scomparsa, quant’è difficile parlare di te al passato, perfino per me che ho avuto il privilegio di conoscerti, ma la sfortuna di non aver avuto il tempo materiale per approfondire quest’amicizia che comunque mi rimane dentro.
Eri paralizzato dalla testa ai piedi, ma la tua mente sempre attiva e propositiva aveva fatto sì che nella vita eri riuscito a realizzare molto più di tanti altri che hanno due gambe che camminano e due braccia che si muovono.
Di certo le notizie arrivano dove sei tu, quindi già lo sai che il prossimo 28 agosto nella tua Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, verrà inaugurata una scultura dedicata a te di Felice Tagliaferri, artista cieco, che ha dato forma a un simbolo di visione interiore, resilienza e speranza. Familiari, giornalisti, scrittori e amici si incontreranno per parlare del tuo modo di immaginare un domani migliore, dell’impulso che hai dato alla corretta narrazione della disabilità che oggi, anche grazie a te, è meno marginale.

Quando ho saputo che eri volato in un posto migliore, non ci volevo credere, non mi sembrava possibile. Ti avevo sentito una manciata di giorni prima, ricordi? Alessandro Cannavò era a casa mia, ti abbiamo chiamato per un saluto. Pochi mesi prima eri stato male, molto male. L’avevo appreso da un tuo post sul blog InVisibili del «Corriere della Sera.it», La verità del Natale si intitolava, ripreso successivamente anche da Superando [con il titolo “La psiche ha paura, anche se tu sei la roccia che tutti pensano che sia”, N.d.R.], che era il racconto intimo di un’esperienza che ti aveva fatto sentire fragile e indifeso di fronte alla sofferenza.
Per l’intensità di quelle frasi, il richiamo all’umanità, considero quel pezzo un regalo, l’ultimo, purtroppo, che ci hai fatto. Mi è tornato alla mente tante volte, dopo che anch’io un anno dopo mi sono ritrovata da un momento all’altro in una situazione che mi ha messo a dura prova. Era questa la tua forza, lasciare un segno fatto di parole che prendevano residenza nel cuore e nell’anima di chi le leggeva e ascoltava.

Le parole erano diventate il tuo mestiere per caso, dicevi. Dopo quell’incidente in vacanza, nel 1988, ti eri risvegliato in ospedale, tetraplegico e con gravi difficoltà respiratorie. Hai preso coscienza della nuova condizione, concentrandoti sulle possibilità e non sui limiti. Così, determinato, hai reinventato la tua vita e sei andato avanti. Non facile per un ragazzo che aveva appena superato l’esame di guida e aveva davanti un futuro “normale” da costruire.
Una volta mi hai detto che quel che sapevi fare era scrivere, tutto il resto era nato un po’ per caso, una fortunata serie di coincidenze unita a tanto impegno. Ci dicevamo che questa era una cosa che avevamo in comune, insieme all’uso della tecnologia a favore dell’autonomia personale e lavorativa. Ci sarebbe piaciuto accantonarla qualche volta, tutta ’sta tecnologia che, grazie a Dio, esiste, sognavamo di potere ogni tanto battere i nostri articoli sulla tastiera dei PC, accostare il cellulare all’orecchio con le nostre mani, prendere appunti su un taccuino. Ce lo dicevamo mentre eravamo al telefono con il viva voce perché le nostre mani immobili non potevano portarlo vicino al viso.
Avevamo in comune anche il respiratore polmonare. Avevo riconosciuto l’inconfondibile ritmico soffio della macchina quel giorno in cui siamo rimasti al telefono più di un’ora perché volevi intervistarmi. Ero molto agitata, te l’avevo confessato, dopo tutto Antonio Giuseppe Malafarina per me era “una leggenda”, una persona inarrivabile per il modo di scrivere, il pensiero che traspariva dai suoi contributi. Comprensibile dunque l’ansia iniziale nel parlare con te, un’ansia che si è presto dissolta in un colloquio franco, costruttivo e divertente.

Dicono di te che sei stato uno dei più grandi giornalisti con disabilità. Hanno ragione, non c’è dubbio, ma secondo me sei stato un grande giornalista punto e basta; ogni volta che mettono l’accento sulla condizione mi pare “sminuiscano” un po’ l’enorme lavoro culturale che hai svolto con passione, intelligenza, ironia e garbo. Il garbo, ecco, era il tuo tratto distintivo, quello che ti faceva dire cose anche scomode senza mai travalicare i limiti, sempre alla ricerca di un dialogo, mai dimenticando la gentilezza e senza tuttavia fare concessioni quando era necessario rivendicare con forza i diritti delle persone più fragili.
Insieme a Franco Bomprezzi [direttore responsabile di Superando dal 2004 al 2014, N.d.R.], sei stato un pioniere del giornalismo sociale di qualità, impegnandoti in prima persona per trattare i temi inerenti alle disabilità, senza delegare ad altri il compito di parlare di noi come cittadini e cittadine, senza pietismo, ma in maniera approfondita e precisa.
Nella tua presentazione su InVisibili scrivi di non essere mai stato invisibile, da piccolo perché eri cicciottello, da grande per via della sedia a rotelle. Devo contraddirti, tu non sei stato invisibile e ancora non lo sei per le idee che hai portato nel mondo e per la fiducia che, nonostante tutto, nel mondo e negli altri hai sempre avuto.
Sempre in InVisibili hai scritto della tua celebrità: «La gente dice che sono ottimista. Io mi credo un realista speranzoso. Ho fiducia nella società. Credo nella collettività, questo l’asse portante della mia vita, fede a parte. Non ditemi che il mondo va a rotoli. Sarà vero, ma ci sono tante persone che tirano da un’altra parte. Non voglio cedere a un’idea distopica del mondo, perché se è vero che si riaffacciano i fantasmi di una guerra nucleare, che i ghiacci del Polo si stanno sciogliendo e che abbiamo isole di rifiuti nei mari, voglio fare affidamento su quelle persone che combattono tutto questo. Apposta risulto controcorrente. Ma, come ho già detto: non sono controcorrente, è la massa che nuota nella direzione opposta».
Eccolo di nuovo il tuo umorismo, acuto, intellettuale, spiazzante e dirompente, lo stesso dei tuoi aforismi che ricordiamo accanto alle poesie. In una così avevi commentato la tua condizione: «La paralisi/ è una guerra dura/ di trincea./ Non vince mai nessuno/ al più si negozia una tregua armata».
Guardavi sempre oltre, ma chiamavi le cose con il loro nome, senza nascondere la durezza della vita dietro il facile eroismo che spesso accompagna il racconto di noi persone con disabilità; i piedi e le ruote erano sempre saldi sulla terra.
Attento alle parole nella tua opera instancabile di divulgatore cortese, eri al contempo un estimatore del silenzio, tanto da dedicargli un gruppo Facebook che aveva molte visualizzazioni. E poi avevi un certo stile inconfondibile da gentiluomo anche nell’aspetto, il cappello e i foulard colorati.
Ci hai educati al rispetto, a cercare il senso profondo delle cose, ad andare oltre le apparenze. In un luogo simbolo della tua città natale ci sarà una scultura, non soltanto un omaggio ad un uomo, ma un invito a vivere con la tua stessa apertura mentale e umana.
È ancora qui il tuo sorriso, quello con cui concludevi ogni e-mail. Dopo mettevi una virgola perché quel sorriso continuasse all’infinito. Con quel sorriso continua ad accompagnarci, noi da qui ti mandiamo il nostro con l’affetto di sempre e per sempre.

*Direttrice responsabile di Superando. Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Antonio Giuseppe Malafarina, un segno indelebile fatto di parole”) e viene qui ripreso per gentile concessione.

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Luci e ombre in quella “Carta dei Diritti del Caregiver”

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Elaborata a Roma, nell’àmbito dell’evento “Caregiver SumMeet”, con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver, la “Carta dei Diritti del Caregiver 2025” si riferisce però alla persona cui viene prestata assistenza sempre nei termini di gestione della patologia, con un che sembra fermo al modello medico della disabilità, né tiene minimamente in considerazione la questione di genere, parlando del caregiver sempre e solo al maschile

Lo scorso 15 luglio, a Roma, nell’àmbito del Caregiver SumMeet è stata presentata la Carta dei Diritti del Caregiver 2025, elaborata con il contributo di 29 Associazioni italiane unite nel proposito di salvaguardare la figura del caregiver (essa è fruibile, in formato pdf, a questo link).
Il Caregiver SumMeet è un evento organizzato dall’azienda Cencora-Pharmalex, e sostenuto anche da altre tre aziende farmaceutiche, Argenx e Gilead Sciences e CSL Vifor, in collaborazione con le Associazioni. In particolare in questa edizione, i referenti delle diverse Associazioni sono stati suddivisi in quatto macroaree terapeutiche: patologie oncologiche, patologie rare e genetiche, patologie croniche e patologie psichiatriche e neurodegenerative.

L’intento dell’iniziativa è incrementare la consapevolezza sul ruolo del caregiver e accelerare il percorso per un pieno riconoscimento normativo di questa importante figura.
All’interno dei rispettivi gruppi di lavoro, sono stati condivisi bisogni e prospettive della figura del caregiver, focalizzando il confronto su due temi chiave: aspetti normativi e tutela integrativa, e competenze.
Riguardo agli aspetti normativi e alla tutela integrativa, sono emerse le seguenti richieste:
° definizione di linee guida nazionali per i percorsi assistenziali al fine di ridurre le disuguaglianze regionali;
° distribuzione più equa dei costi di assistenza per non gravare sul caregiver;
° revisione della Legge 104/92 e assegnazione dei servizi in base a impatto e carico della patologia sul caregiver;
° revisione dei contratti di lavoro nazionali e inserimento di misure di supporto per agevolare i caregiver;
° partecipazione del caregiver alla costruzione delle politiche assistenziali quale figura esperta della patologia;
° presenza di personale formato nei luoghi pubblici per garantire assistenza e inclusione.

In relazione invece alle competenze, le istanze emerse sono state le seguenti:
° formazione del caregiver e dei professionisti sanitari per una collaborazione sinergica;
° introduzione di figure assistenziali per fornire supporto informativo e pratico in situazioni critiche;
° organizzazione di incontri di formazione nei Centri di cura per uniformare le competenze;
° definizione di un percorso di cura continuativo e strutturato, un vademecum facilmente consultabile;
° attivazione di un servizio di assistenza informativo per la gestione delle patologie.

«La Carta dei Diritti del Caregiver 2025 ha evidenziato temi centrali per il riconoscimento istituzionale di questa figura, proponendo soluzioni concrete per alleggerire il carico assistenziale del caregiver. Le proposte, inserite in un piano strutturato ed inclusivo più ampio, mirano a garantire un supporto più efficace e sostenibile, migliorando la qualità dell’assistenza offerta ai propri cari e tutelando il benessere psicofisico del caregiver stesso», è scritto nella Carta.
Sorprende e amareggia che nella Carta non sia minimamente considerata la questione di genere, che si parli cioè del caregiver sempre e solo al maschile, sebbene vi sia un’ampia letteratura relativa al fatto che i lavori di cura siano svolti in larga prevalenza da donne.
Rattrista anche che si parli della persona a cui si presta assistenza nei termini di gestione della patologia: sembra infatti un approccio fermo al modello medico della disabilità, un approccio che avremmo dovuto superare già dal 2001, con l’approvazione, da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo per l’autonomia di giovani adulti con disabilità intellettiva

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Due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata “Le chiavi di casa”, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo

Come informa il portale Persone con disabilità.it, due alloggi pubblici del Comune di Bergamo saranno destinati all’AIPD locale (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), per sostenere percorsi di autonomia per giovani adulti con disabilità intellettiva. Si tratta dell’iniziativa denominata Le chiavi di casa, nata dall’esigenza di rendere più accessibili le opportunità abitative per le persone con disabilità, rigenerando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico della città di Bergamo.

I due alloggi (Via Borgo Santa Caterina) saranno concessi in uso gratuito all’AIPD per quindici anni, con l’Associazione che si farà interamente carico della manutenzione e della gestione degli spazi, occupandosi anche dell’individuazione e dell’accompagnamento delle persone che vi andranno a vivere. Le persone con disabilità coinvolte non dovranno corrispondere alcun canone di affitto.
Il via libera al progetto è arrivato il 28 luglio scorso, con l’approvazione della relativa Delibera da parte della Giunta di Regione Lombardia, su proposta dell’assessore alla Casa e all’housing sociale, Paolo Franco.

«Da anni attiva a Bergamo – viene sottolineato ancora da Persone con disabilità.it -, l’AIPD porta avanti numerose iniziative per favorire l’inserimento sociale e il protagonismo delle persone con sindrome di Down. Con Le chiavi di casa, l’Associazione intende promuovere un modello di coabitazione orientato all’autonomia, valorizzando al tempo stesso il patrimonio immobiliare pubblico e costruendo legami con la comunità locale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@aipdbergamo.it.

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Montecatone è centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione

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Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), da quando è attivo, nell’àmbito del team “Wound Care“, l’omonimo protocollo. Con un tasso di guarigione del 96%, il servizio è riconosciuto a livello nazionale e Montecatone è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione Un intervento per lesione da pressione all’Istituto Montecatone di Imola

Oltre 600 persone sono state operate per lesioni da decubito all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – da quando è attivo, nell’àmbito del team Wound Care, coordinato da Micaela Battilana, l’omonimo protocollo.

Si tratta di un metodo specificamente rivolto a pazienti mielolesi e con lesioni neurologiche che si fonda su un approccio multidisciplinare e personalizzato.
Il gruppo di lavoro è composto da infermieri specializzati in vulnologia, medici vulnologi, chirurghi plastici, infettivologi, chirurghi generali, ortopedici e urologi. Si occupa del trattamento chirurgico e del follow-up a lungo termine dei pazienti. La task force è operativa dal 2012.
Con un tasso di guarigione del 96%, il team stesso gestisce i pazienti durante la degenza ospedaliera, garantendo una ripresa funzionale che consenta loro di sedersi per almeno quattro ore al giorno dopo l’intervento. L’attività prosegue anche dopo la dimissione, grazie a un ambulatorio dedicato e al supporto della telemedicina, che permette visite di primo e secondo livello a distanza.
«Il servizio – spiega il chirurgo plastico Luca Negosanti – è riconosciuto a livello nazionale e l’Istituto è considerato un centro di riferimento per il trattamento delle lesioni da pressione, con centinaia di casi gestiti dalla task force anche durante le difficoltà legate alla pandemia da Covid».

Si parla quindi di un modello avanzato e integrato nella cura delle lesioni da pressione, che coniuga competenze cliniche e strumenti digitali, migliorando significativamente la qualità della vita dei pazienti più fragili.
Il lavoro del team coinvolto, inoltre, ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche e contributi a convegni, come quelli dell’AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee). (M.B.)

Per ulteriori informazioni: Massimo Boni (massimo.boni@montecatone.com).

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Buone prassi da far conoscere, per far sì che siano la norma e non lodevoli eccezioni

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«Le leggi italiane – scrive Daniela Mariani Cerati – sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione. Un’esperienza esemplare riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare. un a ricerca che ha coinvolto 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello» Il libro di Nicole Maussier ove si illustra la ricerca di cui si occupa Daniela Mariani Cerati nel presente contributo

La Legge 118 del 1971, ove all’articolo 28 si stabiliva che l’istruzione dell’obbligo dovesse avvenire nelle scuole normali della scuola pubblica per tutti, con l’abolizione delle scuole speciali, fu salutata da molti come una rivoluzione, come la fine di un’ingiusta ghettizzazione delle persone con disabilità. La parola d’ordine era “integrazione”, sostituita anni dopo con la parola “inclusione”.
La partecipazione di tutti alla scuola di tutti ha portato un beneficio immediato a molte persone con disabilità, ma non a tutte. Per i casi più complessi si è visto nel tempo che l’inclusione da sola non bastava. Era necessaria una preparazione specifica e, talvolta, un insegnamento personalizzato per l’alunno con disabilità, anche al di fuori della classe.

Oscillando da un estremo all’altro, si è arrivati, in alcuni casi, a una sorta di scuola speciale con rapporto uno a uno, trascurando uno degli ideali che aveva portato alla scelta del 1971: i benefìci dell’inclusione sia per gli allievi con disabilità che per quelli “normodotati”, che dovevano sviluppare solidarietà e capacità di aiuto grazie anche agli ambienti comuni e non separati.
Non si era tenuto conto della peculiarità di alcune condizioni che rendeva difficile, per i casi più complessi, la continua permanenza in classe e la partecipazione alle attività curricolari.

Il noto neurolinguista belga specializzato in disturbi dello spettro autistico Theo Peeters aveva pronunciato un giudizio molto severo sulla scelta italiana dell’inclusione a tutti i costi, dicendo che l’integrazione prospettata dalle leggi italiane equivaleva a far correre ad una velocità da atleti persone non allenate. Un’altra criticità evidenziata dallo stesso Peeters – ma non solo da lui – era la scarsa importanza che veniva data nella scuola italiana alla formazione specifica degli insegnanti, quasi che bastasse inserire un allievo con disabilità tra quelli senza disabilità per ottenere il miracolo. La formula che lui proponeva era “integrazione inversa”, ossia che in ogni classe dove fosse presente un alunno con disabilità si cercassero delle attività adatte a lui e che queste attività, una volta individuate, venissero fatte da tutta la classe, secondo il principio per cui un campione si può adattare ad andare a passo lento, mentre una persona non allenata non può correre alla pari di un campione.
Credo che in molte scuole ci siano esperienze virtuose di insegnanti preparati e di “integrazioni inverse” che vengono praticate, ma non pubblicizzate.

Un’esperienza esemplare, che è stata pubblicata in italiano nel libro di Nicole Maussier Sport e autismo: il modello Katautism e in seguito in inglese in un’importante rivista internazionale (Maussier N., Pierantozzi E., Manno, R. et al., Judo and karate in primary school as a means for the improvement of social inclusion for autistic children, in «Sport Sciences for Health», 2025), riguarda la pratica di due arti marziali (judo e karate) nella scuola primaria in orario curricolare.
La ricerca ha riguardato 31 bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico di ogni livello, inseriti in classi nelle quali c’era un solo bambino certificato, in scuole situate in ogni parte d’Italia (Nord, Centro, Sud). Le lezioni si sono svolte per due volte alla settimana e per due anni. Sono state inclusive sin dall’inizio, cioè partecipate da tutta la classe, e mai in un rapporto esclusivo tra bambino certificato e operatore. Tutti i bambini con disabilità vi hanno partecipato dall’inizio alla fine e per nessuno di loro c’è stata la necessità di un ritiro dall’esperienza.

Quali sono stati, dunque, gli ingredienti di questo successo? Una formazione specifica degli allenatori, prima generale, poi personalizzata sulle caratteristiche peculiari dell’allievo, e una semplificazione delle regole della disciplina che tenesse conto delle peculiarità dell’alunno.
Qui vedo l’attuazione del consiglio di Theo Peeters. Se cambiamo un po’ le regole semplificandole, sarà un grosso vantaggio per il bambino con disabilità e non porterà nessuna difficoltà ai bambini “normodotati”, anzi probabilmente aiuterà quei bambini che, pur non essendo certificati, non sono particolarmente brillanti.
La formazione degli allenatori ha coinvolto poi tutto il personale scolastico. Conoscendo quanto sia importante per le persone autistiche la prevedibilità degli eventi, un’agenda con il programma settimanale degli allenamenti è stata esposta in classe nel linguaggio comprensibile ai bambini interessati, che per alcuni di loro era quello della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa).
Nella ricerca erano presenti anche gli psicologi, ma solo come osservatori ed eventualmente come consiglieri degli allenatori, ma le figure di riferimento erano gli allenatori adeguatamente formati.
Già la partecipazione in modo continuativo ad un’attività sportiva insieme ai compagni in orario curricolare sarebbe un successo e un esempio da imitare, non solo per il benessere degli allievi certificati, ma anche per i compagni normodotati, che hanno contribuito al successo dando rinforzi spontanei: lodi date all’alunno con disabilità quando questo eseguiva correttamente le azioni previste nella disciplina. Infatti, «bravo!», detto da un compagno, è un rinforzo maggiore che detto da un adulto.
Gli autori della ricerca, inoltre, non si sono limitati a documentare il successo nella partecipazione ad attività sportive da parte di alunni con disturbi dello spettro autistico, cosa già positiva in quanto favorevole per la salute generale e per la socializzazione. Hanno utilizzato infatti dei test validati in letteratura per misurare il miglioramento in tre aree critiche: livello di autismo, compromissione sociale e abilità grosso motorie. Questi test, somministrati prima e dopo i due anni della sperimentazione, hanno documentato miglioramenti statisticamente significativi in tutte e tre le aree indicate.

Si tratta di una ricerca molto importante perché dà un esempio di vera inclusione nella scuola e perché indica una strada per contrastare la sedentarietà e l’isolamento che caratterizza molte persone con disturbi dello spettro autistico. Una volta superata la fase di sperimentazione, esperienze simili dovrebbero essere generalizzate dentro e fuori dalla scuola.
Gli autori sottolineano per altro l’importanza cruciale della formazione degli allenatori, ricordando che molte persone con autismo sono escluse dalle attività sportive per la mancanza di formazione specifica degli allenatori.
Ritengo molto importante che vi sia stata una pubblicazione in inglese in una rivista internazionale, in quanto il valore dell’inclusione, che per noi italiani è fondamentale, non è condiviso da altre nazioni anche vicine. Un’insegnante italiana che insegna in Inghilterra riferisce ad esempio che là si dà importanza prevalente alla protezione dei “bambini deboli”, più che all’inclusione, mentre un’altra insegnante italiana che opera in Olanda dice che là ci sono scuole differenziate non soltanto per le diverse categorie di persone con disabilità, ma anche per i “normodotati” in base al quoziente intellettivo. Non soltanto, ma che le scuole possono rifiutare i bambini, se li ritengono troppo problematici, tanto che alcuni bambini restano in famiglia a carico dei genitori e, non essendoci opportunità di incontro tra persone con e senza disabilità, i cittadini non conoscono neppure l’esistenza e le problematiche della disabilità.

Le leggi italiane, dunque, sono aperte e solidali, ma devono essere accompagnate da buone prassi, che a loro volta vanno pubblicizzate in modo da diventare la norma e non una lodevole eccezione.

*Componente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale) e della lista di discussione Autismo-Scuola (autismo-scuola@autismo33.it).

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Formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva

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Ci si potrà iscrivere (gratuitamente) fino al 15 settembre al “Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva”, organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto “Autonomie Possibili”, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna

È organizzato dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi), in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, nell’àmbito del progetto Autonomie Possibili, cofinanziato, oltre che dal MAC, dall’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, dalla Casa Lavoro Donne Cieche, dall’Arcidiocesi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, un Corso di formazione per operatori impegnati sulla disabilità complessa in presenza di minorazione visiva.
La partecipazione al corso stesso – certificato da Irecoop, ente di formazione accreditato dalla Regione Emilia Romagna – è gratuita, previa iscrizione entro il 15 settembre prossimo. Sono previste 60 ore (41 online e 19 in presenza), dal 26 settembre all’8 novembre. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e per iscriversi, fare riferimento a questo link.

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Persone con disabilità che valorizzano il patrimonio artistico e paesaggistico del Lago di Como

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Sono due giovani con disabilità del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como i protagonisti del cortometraggio “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, frutto di un progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS, oltreché con il supporto degli Amici di Como, voluto per sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del Lario I due giovani protagonisti di “Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità”, in un’immagine del cortometraggio

Gli ospiti del Centro di Lavoro Guidato CDD La Nostra Famiglia di Como sono ormai una presenza viva e riconosciuta nel tessuto cittadino. Da anni portano energia, curiosità e desiderio di incontro attraverso iniziative artistiche, eventi culturali e percorsi educativi, pensati per aprirsi al territorio e raccontarsi al mondo.
È da questo spirito di apertura che è nato un nuovo progetto realizzato in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello e la Fondazione Como ETS – iniziativa, quest’ultima, promossa da Como 1907 per valorizzare il territorio -, grazie al prezioso supporto degli Amici di Como. Un’esperienza intensa, che ha preso forma durante l’estate e l’autunno dello scorso anno e che ha portato alla realizzazione del cortometraggio-documentario intitolato Villa del Grumello, un tesoro tra eccellenza e fragilità (disponibile a questo link), dedicato a uno dei luoghi più affascinanti della città, vale a dire appunto la Villa del Grumello, gioiello storico con un parco secolare ed una vista mozzafiato sul lago di Como ma anche un luogo di condivisione, di partecipazione e di progettualità: «La Villa – osserva infatti Chiara Bignami, responsabile dei progetti, eventi e comunicazione dell’Associazione Villa del Grumello – è luogo di sperimentazioni creative, contaminazioni disciplinari e iniziative che si aprono al territorio. È un luogo in trasformazione e continuo arricchimento, con una postura liminale tra città e “selva”, tra lago e cielo, tra cura e spontaneità, tra eccellenza e fragilità: è un luogo d’inclusione, che ricompone dicotomie e stimola approcci sensibili e sguardi capovolti».

«Il Centro di Lavoro Guidato di Como – spiega lo psicologo Luca Avellis, che ha curato il progetto con l’educatore Giorgio Gatti – da anni porta avanti un progetto di formazione e inclusione lavorativa per le persone con disabilità, con uno sguardo attento alla loro creatività e capacità di mettersi in gioco. Questo cortometraggio si inserisce in tale percorso culturale e nasce da una richiesta precisa: raccontare la bellezza di Como. E così, ispirati da questo obiettivo, abbiamo costruito una piccola storia».
Il corto, dunque, vede come protagonisti due giovani, impegnati in una caccia al tesoro con i loro compagni del Centro. Durante l’avventura si imbattono quasi per caso nella villa affacciata sul lago e ne restano rapiti. Qui incontrano Chiara Bignami, che li guida alla scoperta di questo luogo ricco di fascino e storia: «Attraverso le sue parole – aggiunge Avellis -, e con lo sguardo attento e curioso dei ragazzi, entriamo anche noi nella magia della villa, nei suoi scorci silenziosi, nei giardini, nella luce che filtra dalle vetrate».
La storia si chiude con un finale inatteso, ma è soprattutto il viaggio che resta impresso: quello dentro un luogo speciale, raccontato da chi, ogni giorno, cerca nuove strade per conoscere, sperimentare e vivere il proprio territorio da protagonista.

«Il territorio comasco – ricorda ancora Avellis – si è sempre caratterizzato per una grande sensibilità all’inclusione, garantendo alle persone con disabilità l’accesso alla bellezza dell’arte e della cultura. Ebbene, con questo progetto vogliamo sottolineare come anche le persone con disabilità possano dare il loro contributo per valorizzare il patrimonio artistico e paesaggistico del lago».
«Fondazione Como ETS – afferma la responsabile di essa Camilla Veronelli – nasce dall’idea di voler valorizzare il territorio e coloro che lo vivono ogni giorno con dedizione. Raccontare il nostro lago attraverso gli occhi e il cuore dei ragazzi è l’esempio perfetto di condivisione e inclusione per la comunità»,
«La Nostra Famiglia – conclude Daniele Brunati, direttore generale di Amici di Como – è una realtà preziosa per Como ed è per noi motivo d’orgoglio poterla annoverare tra i nostri partner storici. Da anni siamo legati da un rapporto umano e professionale che ci ha arricchito e ci ha permesso di portare a termine progetti importanti, iniziando con il confezionamento dei giocattoli in occasione della Città dei Balocchi, per arrivare al progetto Un Dono a Natale che senza il contributo delle persone del Centro di Lavoro Guidato, dei volontari, degli operatori e di Roberto e Mariapia Zanchini non sarebbe realtà. Ogni anno, infatti, in Via Zezio a Como vengono assemblati e distribuiti oltre 1.400 pacchi alimentari che vanno ad allietare le festività natalizie di altrettante famiglie. È stato quindi naturale, per Amici di Como, essere al fianco della Nostra Famiglia anche in questo nuovo progetto culturale che ancora una volta mette al centro i ragazzi e ne esalta ricchezze e peculiarità». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@lanostrafamiglia.it (Cristina Trombetti).

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