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Fondazione Rarementis: il futuro comincia dal presente

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Il “Durante e Dopo di Noi” al centro, per costruire opportunità, relazioni e percorsi di autonomia, inclusione e accessibilità, dando vita a una rete sinergica tra famiglie, professionisti, Istituzioni, Terzo Settore e imprese, che contribuisca a un cambiamento culturale volto a rendere visibili bisogni troppo spesso confinati nella sfera privata: è il percorso che si propone la Fondazione Rarementis, la cui presentazione ufficiale si avrà domani, 13 ottobre, a Roma

Presieduta da Giulia Fasanella e Vittorio Maio, la Fondazione Rarementis, che verrà presentata ufficialmente nel pomeriggio di domani, 13 ottobre, a Roma (Albergo Etico, Via Pisanelli, 39/41, ore 18.30), rivolgerà il proprio sguardo al “Durante e Dopo di Noi”, con l’obiettivo di costruire opportunità, relazioni e percorsi di autonomia, inclusione e accessibilità, dando vita a una rete sinergica tra famiglie, professionisti, Istituzioni, Terzo Settore e imprese, contribuendo a un necessario cambiamento culturale, che renda visibili bisogni troppo spesso confinati nella sfera privata.
Alla presentazione interverranno tra gli altri Walter Veltroni, sostenitore onorario della Fondazione e Barbara Funari, assessora alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: bmuhr@philiaassociates.it (Birgitta Muhr).

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1.000 persone con disabilità a bordo dell’“Amerigo Vespucci” a Trieste

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Durante la tappa di Trieste del proprio tour, la celebre nave scuola della Marina Militare “Amerigo Vespucci” ha accolto circa 1.000 persone con disabilità, che vi hanno vissuto un’esperienza significativa, all’insegna dell’accoglienza e dell’accessibilità. Lo rende noto la ministra per le Disabilità Locatelli, che anche quest’anno ha voluto portare nel tour del celebre natante i temi dell’inclusione e della valorizzazione dei talenti di ogni persona, con tante organizzazioni che durante la settimana della “Barcolana” hanno raccontato le proprie attività Foto di gruppo a Trieste per la ministra Locatelli (al centro), in uno dei food truck inclusivi, presenti per l’occasione

La tappa di Trieste della nave Amerigo Vespucci, la nota nave scuola a vela della Marina Militare, in coincidenza con la settimana dedicata alla Barcolana, «ha saputo coniugare la valorizzazione delle eccellenze del territorio, l’inclusione e la partecipazione»: a dirlo è la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che anche quest’anno ha voluto portare nel tour del celebre natante i temi dell’inclusione e della valorizzazione dei talenti di ogni persona. «A bordo – sottolinea la stessa Locatelli – sono salite circa 1.000 persone con disabilità, che hanno potuto vivere un’esperienza significativa, all’insegna dell’accoglienza e dell’accessibilità. 24 le Associazioni che hanno esposto i propri prodotti, raccontando attraverso il proprio lavoro esperienze e percorsi di inclusione, e 2 food truck. Grazie a tutte le associazioni e a quanti hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa, dimostrando quanto sia importante creare occasioni di incontro e dare opportunità alle realtà che ogni giorno lavorano per costruire una società più attenta e inclusiva».
«Dopo il successo dello scorso anno – racconta ancora la Ministra per le Disabilità – in cui in 15 tappe abbiamo coinvolto oltre 120 Associazioni e accolto più di 6.000 persone con disabilità a bordo, continuiamo così il cammino intrapreso e che ha permesso di portare un messaggio forte di accoglienza e inclusione. Con la Marina Militare stiamo anche ragionando su un progetto per la creazione di un tour virtuale che consenta anche alle persone che non possono salire a bordo di visitare una nave storica come il veliero Amerigo Vespucci».

Tra gli appuntamenti a Trieste, oltre alle visite a bordo e agli stand, anche tre panel, il primo dei quali sul tema I talenti e le competenze nello sport e nei progetti promossi dal Ministero per le Disabilità, con un focus sul progetto Velando, il secondo con un focus sul progetto di Special Olympics Tip Top Mountain e il terzo consistente in un convegno su Sport e disabilità.
Un’attenzione particolare, inoltre, è stata dedicata all’arte, alla musica e alla creatività, con la presenza di Locatelli nello spazio della Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro di Pordenone, dell’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), di Progetto Noemi di Guardiagrele (Chieti) e di esperienze triestine quali Progetto Riabilitazione e la band inclusiva Calicanto, esibitasi in un proprio concerto. (S.B.)

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Il teatro accessibile a Torino riparte con “Lu Santo Jullàre Françesco”

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È sempre con grande piacere che segnaliamo l’avvio, anche per questa stagione 2026-2027, del percorso ideato dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, per consentire anche alle persone con disabilità sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento. Si ripartirà dunque da domani, 13 ottobre, fino a domenica 18, al Teatro Gobetti, con “Lu Santo Jullàre Françesco” di Dario Fo e Franca Rame L’attore Matthias Martelli durante una rappresentazione di “Lu Santo Jullàre Françesco” (immagine fornita da Teatro Stabile di Torino)

È sempre con grande piacere che segnaliamo l’avvio, anche per questa stagione 2025-2027, di un meritorio percorso da noi regolarmente seguito, ideato già da alcuni anni dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale e sviluppato in collaborazione con il partner tecnologico PANTHEA e con l’Associazione +Cultura Accessibile, per consentire anche alle persone con disabilità visiva e sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento.
Rimandando Lettori e Lettrici a questo link, ove sono elencati tutti gli appuntamenti previsti in tale àmbito, qui segnaliamo il primo di essi, che sarà un omaggio a due importanti figure delle quali in questo 2026 si celebrano importanti ricorrenze: da una parte San Francesco d’Assisi, di cui, com’è noto, ricorre l’800° anniversario dalla scomparsa, dall’altra Dario Fo, nel centenario della nascita e a 10 anni dalla scomparsa.

Da domani, 13 ottobre a domenica 18, arriverà quindi al Teatro Gobetti di Torino, dopo una tournée internazionale che ha attraversato i cinque continenti, Lu Santo Jullàre Françesco di Dario Fo e Franca Rame, diretto e interpretato dall’istrionico Matthias Martelli, che racconta San Francesco in modo coraggioso e rivoluzionario: non un’icona distante, cioè, ma una figura viva che parla al nostro presente di pace, rispetto e condivisione, attraverso un linguaggio del corpo energico e una parlata ritmica che unisce dialetti e grammelot.
Le rappresentazioni saranno corredate come sempre da sovratitoli in italiano e in italiano accessibile con descrizione dei suoni, attraverso l’uso di dispositivi forniti direttamente dal Teatro, ovvero smart-glasses (occhiali smart) o smartphone messi a disposizione dal teatro. All’inizio di ogni recita, inoltre, è prevista la trasmissione in sala di una breve audiointroduzione e verrà resa disponibile l’audiodescrizione in cuffia per tutta la durata dello spettacolo, fruibile attraverso smartphone, sempre messi a disposizione dal teatro.
E ancora, nel pomeriggio del 16 ottobre (ore 18), è previsto l’ormai tradizionale appuntamento gratuito con il tour descrittivo e tattile sul palcoscenico (previa prenotazione, entro il 15 ottobre, scrivendo a accessibilita@teatrostabiletorino.it).
Da ricordare, poi, che in una specifica sezione del sito internet del Teatro Stabile (a questo link), predisposta per la lettura da parte di applicazioni screen reader e con funzioni accessibili, oltreché sulla app del Teatro stesso, sono disponibili alcuni materiali consultabili prima della fruizione dello spettacolo, ossia un video di approfondimento con audio, sottotitoli in italiano e in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e la scheda di sala accessibile.
Da segnalare infine che le persone con disabilità avranno diritto al biglietto ridotto e, in caso di necessità, l’accompagnatore potrà entrare gratuitamente. (S.B.)

Per garantire al meglio l’accoglienza, è richiesta la prenotazione via e-mail (biglietteria@teatrostabiletorino.it) o telefonicamente (011 5169555), oppure presso la biglietteria del Teatro Carignano (martedì-sabato, ore 13-19; domenica, ore 14-19). A questo link è disponibile un approfondimento su Lu Santo Jullàre Françesco. Per ogni ulteriore informazione: accessibilita@teatrostabiletorino.it (Irene Di Chiaro).

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Competenze digitali e familiarità con l’intelligenza artificiale per giovani donne con e senza disabilità

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È stato prorogato fino al 30 ottobre il termine per iscriversi ai corsi di formazione del progetto “Donne e intelligenza artificiale”, da noi già ampiamente presentato a suo tempo, iniziativa promossa dalla Federazione FISH, in partnership con altre Associazioni e Federazioni, rivolta a giovani donne tra i 16 e i 25 anni, che avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale

È stato ulteriormente prorogato fino al 30 ottobre il termine per iscriversi ai corsi di formazione online e gratuiti del progetto Donne e intelligenza artificiale, da noi ampiamente presentato già nel luglio scorso (a questo link).
Si tratta, lo ricordiamo, di un’iniziativa rivolta esclusivamente a giovani donne tra i 16 e i 25 anni, che avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale.
Il progetto, che si avvale di un finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è promosso dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in partnership con numerose altre Associazioni e Federazioni. (S.B)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Il modulo per iscriversi (a uno o più corsi), è disponibile a questo link e va poi inviato, completo degli allegati richiesti, a segreteria@fishets.it (allo stesso indirizzo si possono chiedere ulteriori informazioni).

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Celebrare può servire, ma senza fatti non basta!

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«Il 10 ottobre – scrive Gianfranco Vitale – si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute Mentale, promossa per sensibilizzare l’opinione pubblica, combattere lo stigma e richiamare l’attenzione sull’importanza del benessere psicologico. Ma la tutela della salute, della dignità e della qualità della vita delle persone riceve l’attenzione e le risorse che merita? Perché una giornata di sensibilizzazione ha senso soltanto se contribuisce a cambiare la realtà degli altri 364 giorni dell’anno. Celebrare può servire. Ma, senza fatti, non basta!» Realizzazione grafica elaborata in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre

Il 10 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute Mentale, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per sensibilizzare l’opinione pubblica, combattere lo stigma e richiamare l’attenzione sull’importanza del benessere psicologico.
Confesso di avere un rapporto difficile con la parola “celebrazione”. Ciò non mi impedisce di riconoscere quanto siano importanti queste iniziative. La salute mentale riguarda tutti, anche chi non sperimenta direttamente una condizione di disagio psicologico.
A preoccuparci è soprattutto la diffusione dei problemi legati al benessere mentale, che coinvolgono anche molti giovani e giovanissimi. Bullismo, isolamento sociale, uso problematico dei social network e consumo di alcol e droghe possono contribuire a situazioni di sofferenza che non possiamo ignorare. La cronaca ci restituisce spesso immagini drammatiche, ma sarebbe sbagliato identificare il disagio psichico con la violenza: chi soffre ha innanzitutto bisogno di ascolto, comprensione e sostegno.

Ma quanto è grande il problema e quanto siamo attrezzati per affrontarlo? Il Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero della Salute, relativo al 2024, documenta che 845.516 persone sono state assistite dai servizi specialistici pubblici e che 272.497 hanno avuto un primo contatto con i Dipartimenti di Salute Mentale nel corso dell’anno. Numeri importanti, che tuttavia non restituiscono necessariamente l’intera dimensione del bisogno di assistenza.
La consapevolezza dei cittadini è cresciuta. Secondo un sondaggio IPSOS diffuso recentemente l’81% degli italiani considera il benessere psicologico importante quanto quello fisico. Eppure, soltanto il 38% ritiene che il sistema sanitario riservi ad esso la stessa attenzione.
La distanza tra la consapevolezza dei cittadini e la risposta dei servizi è evidente. La prevenzione, l’ascolto e la tempestività degli interventi dovrebbero essere priorità irrinunciabili. Non possiamo aspettare che una situazione diventi insostenibile prima di intervenire. Né possiamo affidarci a risposte esclusivamente farmacologiche, quando sono necessari anche sostegno psicologico, percorsi terapeutici individualizzati e continuità assistenziale. I farmaci, quando indicati, sono strumenti importanti; non possono però sostituire una presa in carico complessiva della persona.
Per questo i Pronto Soccorso non dovrebbero diventare l’approdo inevitabile di chi vive una crisi psichica. Occorre rafforzare i servizi territoriali e fare in modo che le Case della Comunità possano offrire risposte concrete anche alle persone con problemi di salute mentale. Non basta prevedere queste strutture sulla carta: servono professionisti, risorse e servizi realmente accessibili.
E tuttavia, la salute mentale non è soltanto una questione sanitaria. La solitudine, le difficoltà familiari, l’esclusione e la mancanza di opportunità possono aggravare la sofferenza. Sono quindi necessari anche luoghi di incontro, occasioni di socializzazione e spazi di ascolto, capaci di coinvolgere le famiglie, le scuole e le comunità. Soprattutto per i giovani, dobbiamo costruire contesti nei quali chiedere aiuto non sia motivo di vergogna e il disagio non venga ignorato fino a quando diventa più difficile affrontarlo.

E veniamo alle risorse economiche. Secondo i dati elaborati per il 2023 dalla SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, la spesa per l’assistenza territoriale alla salute mentale è stata stimata in circa 3,57 miliardi di euro, pari al 2,69% della spesa sanitaria corrente complessiva. Una quota che pone interrogativi sulla capacità del sistema di rispondere adeguatamente ai bisogni e di potenziare i servizi.
Nel frattempo, secondo le stime NATO pubblicate nel marzo di quest’anno, nel 2025 l’Italia ha destinato alla difesa il 2,01% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo.
È vero: sono percentuali riferite a grandezze economiche diverse, che non possono essere confrontate direttamente come se appartenessero allo stesso bilancio. Ma il confronto solleva comunque una questione politica legittima: quali priorità esprimono le scelte di spesa del nostro Paese?
Non si tratta di negare l’importanza della sicurezza, ma di domandarsi se la tutela della salute, della dignità e della qualità della vita delle persone riceva l’attenzione e le risorse che merita.
Sono uno di quelli a cui questo confronto interessa molto. E per questa ragione rivolgo al Governo e alla politica, nel suo complesso, un invito semplice e concreto: meno retorica, meno celebrazioni fini a se stesse e più impegno per garantire servizi, prevenzione e sostegno a chi ne ha bisogno.
Perché una giornata di sensibilizzazione ha senso soltanto se contribuisce a cambiare la realtà degli altri 364 giorni dell’anno.
Celebrare può servire. Ma senza fatti non basta!

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Giornata Nazionale delle Persone con Sindrome di Down: per un linguaggio che non danneggi le altre persone

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In vista della Giornata Nazionale delle Persone con Sindrome di Down dell’11 ottobre, il CoorDown rilancia il messaggio della campagna internazionale promossa nel marzo scorso, «un messaggio chiaro che va dritto al punto: basta usare la parola “mong***ide” per insultare e denigrare! Ogni parola della disabilità usata per offendere produce infatti un danno reale: fa crescere gli stereotipi e legittima le discriminazioni. È il momento di far evolvere le nostre comunità e scegliere il rispetto»

«Se è stato possibile abbandonare usanze del passato oggi ritenute del tutto obsolete, perché non possiamo farlo con le parole che fanno male e il cui utilizzo contribuisce a creare un contesto culturale che associa la disabilità a incapacità, fallimento e marginalità?»: era partita da questo Just Evolve (“È ora di evolversi”), la campagna internazionale lanciata dal CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down), in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo, iniziativa basata su un video ora doppiato anche in italiano, con la voce di Noah M Matofsky che è quella di Francesco Romanelli, giovane attore con sindrome di Down, di 23 anni. In tal senso, grazie all’intelligenza artificiale, i movimenti labiali degli attori sono stati riallineati al parlato italiano per rendere il doppiaggio più naturale e il video più semplice da seguire.
Presentata ampiamente a suo tempo anche sulle nostre pagine, come tutte le campagne internazionali del CoorDown, anche Just Evolve ha ottenuto un grande successo, se è vero che oltre 2,4 milioni di persone hanno visto e condiviso il video sui social in versione italiana.
In vista ora della Giornata Nazionale delle Persone con Sindrome di Down dell’11 ottobre, CoorDown rilancia quel messaggio, «un messaggio chiaro – come viene sottolineato – che va dritto al punto: basta usare la parola mong***ide per insultare e denigrare! Ogni parola della disabilità usata per offendere produce infatti un danno reale: fa crescere gli stereotipi e legittima le discriminazioni. È il momento di far evolvere le nostre comunità e scegliere il rispetto».

«In Europa e nel mondo – dichiara Martina Fuga, Martina Fuga, presidente del CoorDown – vediamo segnali di involuzione che minacciano le fondamenta dell’inclusione delle persone con sindrome di Down: dal ritorno a classi e scuole separate, fino all’uso della disabilità come caratteristica da ridicolizzare o strumento per offendere. Siamo convinti che sia necessario smettere di usare parole come MONG***IDE a scuola come insulto tra studenti, al lavoro come scherzo tra colleghi, nello sport come sinonimo di incapacità. Ogni volta che si legittimano queste parole con un’alzata di spalle, con un sorriso o con il silenzio si demoliscono i diritti delle persone con sindrome di Down. Non è vero che non si può più dire nulla: si può scegliere un linguaggio che non danneggi le altre persone. E oggi evolvere è la risposta più forte a chi vorrebbe tornare indietro».

Nell’imminente weekend del 10 e 11 ottobre, CoorDown sarà in oltre 200 piazze d’Italia (a questo link l’elenco) insieme ai volontari delle Associazioni aderenti, per distribuire un messaggio di cioccolato realizzato con cacao proveniente dal commercio equo e solidale, che sostiene progetti di partecipazione attiva delle persone con sindrome di Down e campagne di comunicazione in tutto il territorio nazionale. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@coordown.it. La comunicazione internazionale del CoorDown
Nato nel 1987 allo scopo di promuovere azioni di comunicazione condivise tra le diverse organizzazioni italiane impegnate nella tutela e nella promozione dei diritti delle persone con sindrome di Down, il CoorDown crede da sempre e investe nella comunicazione di qualità. Ormai da molti anni, infatti, in collaborazione con agenzie di pubblicità note a livello internazionale, realizza campagne innovative (delle quali si è di volta in volta puntualmente occupata anche la nostra testata), che hanno ricevuto i più ambìti riconoscimenti.
A questo link è disponibile l’elenco delle varie campagne finora realizzate dal Coordinamento.

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Una giornata ricca di eventi a Padova per chiudere le celebrazioni dei 65 anni della UILDM

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L’evento dell’11 ottobre a Padova, denominato “Il volontariato è un ponte”, chiuderà le celebrazioni per i 65 anni della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), Associazione che proprio nella città veneta ha la propria sede nazionale. Sarà una giornata aperta alla cittadinanza, prevedendo tra l’altro una tavola rotonda sul volontariato, attività sportive e laboratori inclusivi, oltre alla presentazione del bilancio di un anno della piattaforma digitale “Sostegninrete” Giovani della UILDM

Presentato nei giorni scorsi presso il Comune di Padova, come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, è in programma per l’11 ottobre nello storico Prato della Valle della città veneta l’evento Il volontariato è un ponte, che chiuderà le celebrazioni per i 65 anni della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), Associazione che proprio a Padova ha la propria sede nazionale e che dal 1961 è il punto di riferimento nazionale per le persone con distrofie e altre malattie neuromuscolari, impegnata su ricerca scientifica, inclusione sociale, diritto allo studio e al lavoro.
Fondata da Federico Milcovich, egli stesso persona con distrofia muscolare, la UILDM conta oggi su oltre 60 Sezioni locali e ogni anno, nel mese di ottobre, celebra le Giornate Nazionali UILDM.

Questa volta, in coincidenza appunto con il 65° anniversario, l’appuntamento sarà una giornata aperta alla cittadinanza, con saluti istituzionali, la tavola rotonda sul volontariato denominata Un ponte tra generazioni, attività sportive e laboratori inclusivi, oltre alla presentazione del bilancio di un anno di Sostegninrete, piattaforma digitale nata proprio dal mondo del volontariato e sostenuta con il progetto CareMatch da Intesa Sanpaolo attraverso il Programma Formula in collaborazione con il CESVI, iniziativa già ampiamente presentata anche sulle nostre pagine, che permette di connettere le persone con disabilità ad assistenti qualificati creando così una rete più efficiente per l’autodeterminazione di chi ha bisogno di assistenza. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’evento Il volontariato è un ponte, promosso a Padova dalla UILDM. Per ogni ulteriore informazione: uildmcomunicazione@uildm.it.

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Tanti eventi a Torino dedicati alla sensibilizzazione sull’afasia

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Teatro, musica, spot sui mezzi di trasporto, vari momenti di sensibilizzazione e altro ancora: sta per entrare nel vivo a Torino la tradizionale Settimana dedicata alla sensibilizzazione sull’afasia, promossa dalla Fondazione Carlo Molo, in collaborazione con l’AITA Nazionale e di Torino/Piemonte (Associazioni Italiane Afasici), oltreché con il patrocinio del Comune di Torino, iniziativa che si concluderà in corrispondenza con la XIX Giornata Nazionale dell’Afasia La Mole Antonelliana di Torino illuminata di viola (colore simbolo dell’afasia) e con la scritta “L’afasia ti lascia senza parole”, in occasione di una delle precedenti edizioni della Settimana dedicata alla sensibilizzazione sull’afasia

Sta per entrare nel vivo a Torino la tradizionale Settimana dedicata alla sensibilizzazione sull’afasia, promossa dalla Fondazione Carlo Molo, in collaborazione con l’AITA Nazionale e di Torino/Piemonte (Associazioni Italiane Afasici), oltreché con il patrocinio del Comune di Torino, iniziativa che si concluderà in corrispondenza con la XIX Giornata Nazionale dell’Afasia.
Molti gli eventi promossi, a partire dall’anteprima con lo spot L’afasia ti lascia senza parole, centrato sul cinema muto e diffuso sui mezzi di trasporto pubblici e sulla metropolitana di Torino, consolidando una lunga collaborazione con GTT (Gruppo Trasporti Torinesi).
Nel pomeriggio di domani, 10 ottobre, quindi, alla Scuola Holden (Piazza Borgo Dora, 49, Torino, ore 17), La Compagnia del Caffè andrà in scena con Specchio Riflesso per la regia di Sara Bagnato e Andrea Marietta. Si tratta di una fiaba rocambolesca che vede protagonisti personaggi popolari delle fiabe (fate, streghe, pirati, principi e principesse) alle prese con sogni e desideri in una storia senza tempo (ingresso gratuito con offerta libera a sostegno delle attività di AITA Torino Pimonte. prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti tramite questo link).
Nel pomeriggio del 18 ottobre, invece, ai Giardini Reali sarà la volta della musica (ore 16), con una performance del coro La voce dell’Afasia (doppia replica), a cura dell’Associazione Musica e Cura grazie alla preziosa collaborazione con i Musei Reali.
Le giornate strettamente dedicate alla sensibilizzazione saranno invece quelle dal 12 al 17, quando sugli schermi della Sala 3 del Cinema Massimo si alterneranno spot e trailer dedicati a spettacoli e video prodotti dalla Fondazione Carlo Molo.
E ancora, come ogni anno si potrà sostenere l’attività dell’AITA con una libera donazione e il 13 ottobre all’ingresso dell0Ospedali Mauriziano Umberto I (ore 10-17) e il 14 e 20 ottobre all’ingresso dell’Ospedale San Camillo (ore 10-17) saranno presenti i volontari delle organizzazioni promotrici dei vari eventi.

Mentre poi bisognerà aspettare fino al 24 ottobre (ore 9-13), con la Giornata di Prevenzione aperta a tutti, dedicata all’individuazione precoce del decadimento cognitivo e alla promozione della salute cerebrale, promossa dall’Associazione Di.R.NE (Divulgazione della Riabilitazione Neurocognitiva), dal Laboratorio Sperimentale Afasia (patrocinato dalla Fondazione Carlo Molo) e dal Centro di Riabilitazione Cognitiva dello Studio Giachero-Calati, il tutto avvalendosi del patrocinio del Lions Club Torino La Mole, della Fondazione Carlo Molo e di Alice Piemonte, il 16 ottobre, come negli anni scorsi, ancora una volta la Mole Antonelliana sarà illuminata di viola, colore simbolo dell’afasia, anteprima della manifestazione nazionale Illuminiamo in nostri monumenti per l’afasia che nel corso delle sue quattro precedenti edizioni ha raccolto l’adesione di oltre 40 città.
Nella data dedicata si illumineranno tra l’altro di viola anche il Pirellone di Milano, e la Rocca Malatestiana di Rimini dove dal 16 al 19 si terrà il XII Congresso Nazionale AITA, iniziativa in collaborazione con AITA Nazionale, ALICE Nazionale e l’Associazione Afasici Toscana.

E da ultima, ma non certo ultima, una novità assoluta: in occasione infatti della Giornata Nazionale, si avvierà il canale podcast della Fondazione Carlo Molo, «un canale atipico – come viene presentato – cui parteciperanno esperti del mondo delle neuroscienze per portarci in viaggi inaspettati nel cervello e mettere a nudo alcune patologie cerebrali che non si conoscono abbastanza. Si inizierà il 16 ottobre con una puntata zero». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa Fondazione Carlo Molo (daniela.trunfio@fastwebnet.it). L’afasia
Si tratta di un’alterazione del linguaggio dovuta a lesioni alle aree del cervello deputate all’elaborazione di esso. Le alterazioni possono riguardare vari aspetti del linguaggio: comprensione, produzione, ripetizione, strutturazione.
Tra le cause più frequenti dell’insorgere dell’afasia, vanno individuati: ictus, ischemia transitoria, emorragia cerebrale, processi espansivi (tumori), processi degenerativi (atrofie cerebrali). La disabilità che ne consegue intacca la sfera sociale e relazionale, ponendo molto spesso la persona afasica in una situazione di disagio, depressione e isolamento.

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Umbria: i ritardi amministrativi negano diritti fondamentali alle persone con lesione midollare

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In un’articolata nota di sollecito e indirizzo trasmessa alle Istituzioni Regionali dell’Umbria, l’AVI Umbria, la Federazione FAIP  e la Fondazione Serena Olivi hanno denunciato lo stallo nell’attuazione della Legge Regionale dell’Umbria 7/24, norma fondamentale, approvata all’unanimità, per garantire il diritto alla salute, la continuità dei percorsi sanitari e la vita indipendente delle persone con lesione al midollo spinale

In un’articolata nota di sollecito e indirizzo (disponibile integralmente a questo link) trasmessa alla Terza Commissione Consiliare Permanente (Sanità e Servizi Sociali) dell’Assemblea Legislativa della Regione Umbria, l’AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di persone con lesione al midollo spinale) e la Fondazione Serena Olivi hanno denunciato lo stallo nell’attuazione della Legge Regionale dell’Umbria 7/24 (Progetto globale delle persone con lesione midollare e funzionamento dell’unità spinale unipolare nel Servizio sociosanitario umbro), norma fondamentale, approvata all’unanimità, per garantire il diritto alla salute, la continuità dei percorsi sanitari e la vita indipendente delle persone con lesione al midollo spinale.

In Umbria vivono circa 450 persone con lesione midollare stabilizzata, con un’incidenza di 25-30 nuovi casi ogni anno. Ciononostante, l’Unità Spinale Unipolare dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia dispone di soli 13 posti letto, soffrendo carenze organiche e strutturali che causano liste d’attesa critiche: 30 giorni medi per i ricoveri in acuto e da 30 a 60 giorni per il trattamento delle complicanze.
«Nelle lesioni midollari la cronicità non equivale a stabilità, se è vero che i ritardi addebitabili alla mancata attuazione della legge provocano lesioni da pressione e complicanze neuro-urologiche, costringendo i cittadini all’emigrazione sanitaria e lesinando il diritto fondamentale alla vita indipendente»: così i tre presidenti di AVI Umbria, FAIP e Fondazione Serena Olivi nella nota inviata al presidente della Commissione Luca Simonetti, alla presidente dell’Assemblea Legislativa Sarah Bistocchi e alla presidente della Giunta Regionale Stefania Proietti.

Nel documento viene evidenziata un’analisi economico-clinica che dimostra l’inappropriatezza della spesa corrente: «Costo della prevenzione: la fornitura tempestiva di un ausilio posturale ad alta tecnologia (ad esempio un cuscino antidecubito) comporta una spesa compresa tra 400 e 800 euro una tantum. Costo della degenza: un solo giorno di ricovero in Unità Spinale Unipolare (Codice 28) varia tra 800 e 1.200 euro. Costo del danno evitabile: la mancata consegna preventiva dell’ausilio genera lesioni da pressione gravi (III-IV stadio) la cui cura richiede ricoveri da 60 a oltre 90 giorni e interventi chirurgici, per un impatto finanziario diretto tra 30.000 e oltre 50.000 euro a paziente».

Sono chiare e nette, dunque, le istanze di AVI Umbria, FAIP e Fondazione Serena Olivi, che chiedono alla Terza Commissione Regionale «un intervento formale ed urgente per:
° Sollecitare la Giunta Regionale all’approvazione immediata del PDTAS (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale + Sociale) co-progettato con le Associazioni di rappresentanza.
° Attivare l’articolo 12 della Legge Regionale 7/24 (Clausola Valutativa), esigendo la relazione annuale documentata sullo stato dell’Unità Spinale, sui posti letto e sui tempi d’attesa.
° Garantire il potenziamento dell’organico e dei posti letto dell’Unità Spinale Unipolare di Perugia sulla base del fabbisogno reale (articolo 2 della Legge Regionale 7/24).
° Rendere operative la Rete regionale integrata (articolo 8 della Legge Regionale 7/24) e la Consulta della Rete (articolo 10)». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il testo integrale del documento inviato da AVI Umbria, FAIP e Fondazione Serena Olivi alle Istituzioni Regionali dell’Umbria. Per ulteriori informazioni: Andrea Tonucci (andrea.tonucci@aviumbria.org).

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La rivoluzione siamo noi: cinque storie di vita con la SMA e un futuro che continua a cambiare

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Cinque storie di vite rese difficili da una patologia genetica rara come la SMA (atrofia muscolare spinale), mma rese negli ultimi anni un po’ meno dure grazie alla ricerca scientifica e agli sforzi di chi combatte in prima linea. Sono le storie di Beatrice, Martina, Lara e Gaia, Samuel e Asia, che animano la campagna dell’Associazione Famiglie SMA denominata “La rivoluzione siamo noi. Storie di vita. Un futuro che continua a cambiare”, tuttora in corso fino al 12 ottobre Le protagoniste e i protagonisti della campagna di Famiglie SMA “La rivoluzione siamo noi”

Beatrice ha 3 anni e la SMA 1, la forma più severa di atrofia muscolare spinale. Grazie allo screening neonatale ha avuto la diagnosi a soli 7 giorni e ha potuto accedere immediatamente alla terapia, prima che la malattia producesse i danni gravi e irreversibili che la caratterizzano. Ora mangia da sola, si muove e gioca autonomamente. Una vera rivoluzione, considerando che fino a una manciata di anni fa l’aspettativa di vita di chi nasceva con lo stesso quadro clinico era bassissima. «Non è mai stanca. Già così piccola vorrebbe scalare alberi e montagne. E forse oggi ce la farebbe»: dice la mamma.

Quella di Beatrice è la prima delle cinque storie della nuova campagna dell’Associazione Famiglie SMA denominata La rivoluzione siamo noi. Storie di vita. Un futuro che continua a cambiare, in corso fino al 12 ottobre prossimo.
«Cinque video, cinque punti di vista diversi – spiegano dall’Associazione -, famiglie, persone che convivono con la SMA, genitori e caregiver danno voce a un cambiamento che non riguarda solo le terapie, ma il modo di vivere, progettare il futuro, costruire relazioni e conquistare autonomia. Ogni racconto mostra come ogni conquista sia il risultato dell’incontro tra innovazione terapeutica, supporto della comunità e determinazione delle persone».

Le altre storie che danno vita alla campagna sono quelle di Martina, 19 anni con la SMA 1, nata prima dell’avvento delle terapie e che utilizza la ventilazione meccanica 24 ore su 24. Ha scritto il suo primo libro con il puntatore oculare grazie al progetto Famiglie SMA in cerca d’autore e ha vissuto la sua prima esperienza lavorativa. Il suo percorso dimostra che l’autonomia non coincide necessariamente con l’assenza di supporto, ma con la possibilità di scegliere e partecipare alla propria vita.
Lara e Gaia sono due gemelle di 16 anni e convivono con la SMA di tipo 2; la famiglia ha ricevuto supporto legale e scolastico attraverso il Numero Verde Stella di Famiglie SMA e insieme raccontano una quotidianità fatta di impegno, sorellanza, danza agonistica e desiderio di vivere pienamente la propria adolescenza.
Samuel ha 7 anni e la SMA 1 ed è testimone dell’importanza delle terapie: oggi riesce a stare in piedi da solo e ha recuperato la possibilità di mangiare per bocca.
Asia, infine, ha 20 anni, la SMA di tipo 2 e sta costruendo la propria vita passo dopo passo: ha scritto un libro e ama viaggiare. In questo percorso Famiglie SMA offre supporto psicologico e sociale accompagnando le persone nella transizione dall’età pediatrica a quella adulta.

«Cinque capitoli – aggiungono dall’Associazione – per raccontare una malattia difficile, una patologia genetica rara in cui si perdono progressivamente le capacità motorie (in Italia nascono ogni anno circa 40-50 bambini con la SMA), rendendo difficili gesti quotidiani come sedersi e stare in piedi, nei casi più gravi deglutire e respirare. Una quotidianità complessa che negli ultimi anni – grazie alla ricerca scientifica e agli sforzi di chi combatte in prima linea – sta diventando un po’ meno dura. Se fino al 2017, infatti, non esistevano terapie per contrastarla, oggi se ne possono contare ben tre, tra cui la prima terapia genica e la prima a somministrazione orale. Nel 2019, inoltre, è arrivato lo screening neonatale, un test genetico che permette di intervenire prima che compaiano i sintomi bloccando l’avanzamento della patologia. Insieme, costituiscono armi potentissime che stanno cambiando la storia clinica della patologia. Eppure, a fronte di cambiamenti tanto importanti, è fondamentale non abbassare la guardia. Lo screening non è ancora diffuso in tutto il territorio nazionale (è in fase di avvio in Sicilia e Umbria, manca in Calabria, Basilicata e Molise) creando disparità di accesso alle cure. E i giovani adulti faticano ancora a trovare spazi e strumenti di autonomia».

«La rivoluzione scientifica – commenta Anita Pallara, presidente di Famiglie SMA – sta cambiando profondamente le prospettive, ma perché il cambiamento sia davvero completo deve essere accompagnato da una rivoluzione sociale, capace di mettere al centro la qualità della vita, i diritti e le opportunità di ogni persona. Questa nostra nuova campagna è un viaggio nelle storie delle persone che vivono la SMA e dentro ciò che la nostra Associazione rappresenta ogni giorno: presenza, ascolto, informazione e supporto. Con i nostri progetti lavoriamo perché nessuno sia lasciato da solo. Le storie che raccontiamo sono storie di vita, di possibilità e di futuro. Sostenerci significa contribuire concretamente a costruire quel futuro». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Michela Rossetti (rossetti-michela1@libero.it).

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“Turismi Accessibili”: i premi a quelle esperienze che trasformano l’accessibilità in azioni concrete

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Dare risalto a progetti, attività, servizi, articoli, video e campagne di comunicazione che abbiano superato barriere architettoniche, sensoriali, ambientali e culturali: è l’obiettivo del Premio Nazionale “Turismi Accessibili – Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer superano le barriere”, promosso dall’Associazione teatina Diritti Diretti, di cui Superando è media partner e del quale sono stati resi noti i vincitori della nona edizione, in attesa della cerimonia conclusiva del 17 ottobre a Francavilla al Mare

Superando ne è già da tempo media partner ed è stato ancora una volta un piacere e un onore, per il nostro giornale, presentare nei mesi scorsi (a questo e a questo link) la nona edizione del Premio Nazionale Turismi Accessibili – Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer superano le barriere, promosso dall’Associazione teatina Diritti Diretti, per dare risalto a progetti, attività, servizi, articoli, video e campagne di comunicazione che abbiano superato barriere architettoniche, sensoriali, ambientali e culturali, dimostrando come l’accessibilità sia un volàno di sviluppo socio-economico oltre che un diritto fondamentale.
Si va ora verso la conclusione anche di questa edizione, con la cerimonia finale di premiazione in programma per il 17 ottobre presso il MUMI (Museo Michetti) di Francavilla al Mare (Chieti), in una giornata che comprenderà anche un momento di alta formazione e confronto tra istituzioni, professionisti e associazioni sulle migliori pratiche di progettazione inclusiva.
Nel frattempo, però, l’organizzazione ha già reso noti i vincitori, scelti tra 18 candidature distribuite in 10 Regioni, e anche con una significativa proiezione internazionale grazie alla partecipazione di Autism Friendly Club di Madrid tramite un progetto realizzato nel Lazio.
Il Premio degli Esperti, dunque, per Accoglienza e servizi turistico-ricettivi è andato ad Alpe Cimbra 4ALL (Trentino Alto Adige); per Accoglienza e fruizione nei luoghi della cultura al Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento (Sicilia); per Giornalismo e comunicazione all’architetto Rodolfo Dalla Mora (candidatura congiunta tra SIDIMA-Società Italiana Disability Mangere e AIDIMA-Associazione Italiana Disability Manager) (Veneto).
Accanto ai vincitori, inoltre, la giuria ha assegnato una Menzione Speciale, per l’impegno per l’accessibilità nell’àmbito di progetti risultati anch’essi «di altissimo profilo» ed esattamente a Florenz Open Air Resort (Emilia Romagna), Tiliaventum ASD (Friuli Venezia Giulia), Comune di Spoleto (Umbria), e Fondazione INDA (Sicilia).
Con particolare piacere, infine, apprendiamo delle Menzioni Speciali assegnate anche alla Fondazione Alfredo Catarsini 1899 di Viareggio, delle cui iniziative nell’àmbito dell’arte accessibile il nostro giornale è da tempo media partner, e a Maria Rosaria Ricci (Campania), firma frequente sulle nostre pagine.

A comporre la giuria multidisciplinare, presieduta da Marta Russo, presidente di Diritti Diretti,  sono stati professionisti con competenze trasversali sull’accessibilità, sul turismo, sul diritto, sulla formazione, nell’archeologia e negli àmbiti sociale e sanitario, quali l’avvocata Anna Guarini, la dirigente scolastica Concetta Stramacchia, gli archeologi Dario Scarpati e Gabriella Cetorelli (esperta, quest’ultima, di patrimoni Unesco presso il Ministero della Cultura), il counselor filosofico Graziano Stanziani e l’operatrice sanitaria Sabina Ferri. Una pluralità che ha consentito di analizzare i progetti secondo una prospettiva ampia, considerando l’accessibilità non solo dal punto di vista fisico, ma anche sensoriale, cognitivo e comunicativo.
Prestigiosi anche i supporti concessi all’iniziativa, svoltasi sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo e patrocinata dai Ministeri per le Disabilità e del Turismo, dal CUG (Comitato Unico di Garanzia) del Ministero della Cultura e dall’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, oltreché da quelli della Regione Abruzzo, del Comune di Francavilla al Mare e degli Ordini degli Architetti PPC delle Province di Chieti e di Napoli.

«Il Premio – commenta Marta Russo, che oltre a presiedere Diritti Diretti, è disability manager e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica – nasce per dare visibilità alle esperienze che trasformano l’accessibilità in azioni concrete. I progetti premiati e menzionati dimostrano che superare le barriere significa migliorare la qualità dei luoghi, dei servizi e delle esperienze per tutte le persone, agendo come una vera e propria leva di sviluppo economico, sociale e culturale per i territori». (S.B.)

L’elenco completo dei candidati alla nona edizione di Turismi Accessibili, con le rispettive schede di progetto, è consultabile a questo link. Per ogni ulteriore informazione: info@dirittidiretti.it.

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Arriva a Fano l’emozionante viaggio del “Cantiere dei Sogni”

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Riuscire a valicare i limiti imposti dalla disabilità, con l’attività teatrale che rappresenta la possibilità di andare oltre se stessi, oltre il buio e il silenzio: è questo “Condominio ‘Sogni’”, produzione promossa dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro e realizzata dalla compagnia “Il Cantiere dei Sogni”, composta da ragazzi e ragazze con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale, insieme a volontari e attori amatoriali. Lo spettacolo tornerà in scena l’11 ottobre a Fano (Pesaro-Urbino)

«Questo spettacolo è molto più di una performance teatrale: è un’esperienza capace di mostrare come talento e creatività possano davvero superare ogni barriera. I componenti della compagnia Il Cantiere dei Sogni stanno infatti vivendo un percorso straordinario, in cui la disabilità non è un limite, ma un’opportunità per esprimersi e ispirare gli altri»: così Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, aveva parlato sulle nostre pagine, alla fine dello scorso anno, dello spettacolo Il Condominio “Sogni”, una produzione della compagnia Il Cantiere dei Sogni, promossa appunto dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro, per la regia di Gianni Giorgetti e Marinella Sbiroli, con l’adattamento dei testi di Francesco Mercurio e con la collaborazione dell’attore Neri Marcorè e del maestro Leonardo De Amicis, rispettivamente testimonial e ambassador della Fondazione stessa.
Ora Il Cantiere dei Sogni tornerà in scena l’11 ottobre al Teatro della Fortuna di Fano, in provincia di Pesaro-Urbino (Piazza XX Settembre, 1, ore 17), grazie alla collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e ai Beni Culturali – Biblioteche del Comune di Fano.
«Questo spettacolo – viene spiegato – rappresenta un viaggio emozionante che attraverso il potere dei sogni abbraccia un forte messaggio di inclusione: la compagnia teatrale Il Cantiere dei Sogni, infatti, è composta da ragazzi e ragazze con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale, insieme a volontari e attori amatoriali. Grazie alla forza creativa dell’immaginazione, i componenti della compagnia riescono a valicare i limiti imposti dalla disabilità, con l’attività teatrale che rappresenta la possibilità di andare oltre se stessi, oltre il buio e il silenzio, permettendo alle persone di esprimersi sviluppando le proprie capacità». (S.B.)

Lo spettacolo sarà con ingresso a donazione libera e prenotazione scrivendo a eventi@legadelfilodoro.it (o con WhatsApp a 334 6132920). Per altre informazioni: Federica Aruanno (f.aruanno@inc-comunicazione.it).

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Disabilità intellettiva, disturbi del neurosviluppo e complessità comportamentale: chi affianca la rete educativa e le famiglie?

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«Se la riforma sulla disabilità e la costruzione del Progetto di Vita vogliono essere qualcosa di più di un adempimento burocratico, dobbiamo chiederci con trasparenza: chi affianca l’educatore professionale, l’operatore sociale, l’operatore socio assistenziale e la famiglia quando la complessità comportamentale della persona con disabilità intellettiva o con altri disturbi del neurosviluppo mette a dura prova la tenuta dei contesti di vita?»: è la domanda fondamentale del presente, importante approfondimento che presentiamo oggi

Una domanda e alcune questioni di fondo
La domanda completa che dà lo spunto al titolo di questo intervento (“Complessità comportamentale nella disabilità intellettiva e nei disturbi del neurosviluppo in età adulta: se la medicina specialistica arretra, chi affianca la rete educativa e le famiglie?”), ha volutamente una carica retorica e, nelle intenzioni, vuole essere da stimolo al confronto e alla riflessione. L’aspetto retorico sta nel fatto che chiunque operi nei servizi per la disabilità, nell’integrazione socio-sanitaria o nella salute mentale, sa bene che una risposta univoca, istituzionalmente strutturata e capillarmente diffusa nel nostro Servizio Sanitario e nei Sistemi di Welfare locale, oggi non esiste.
In premessa, è doveroso rendere merito ai molti professionisti sanitari e sociali che, nel nostro Paese, si sforzano quotidianamente di porre al centro il valore della persona, pur muovendosi tra i complessi vincoli che le rispettive organizzazioni – spesso anche involontariamente – finiscono per imporre.
Uno degli obiettivi di questa riflessione non è di invocare una specializzazione settoriale o la creazione di una nuova branca medica isolata. Si tratta, al contrario, di tematizzare una frattura quotidiana: chi si fa carico, dal punto di vista clinico-psichico e medico specialistico, della complessità evolutiva e comportamentale delle persone adulte con disabilità intellettiva e degli altri disturbi del neurosviluppo?
È bene forse chiarire, per i non addetti ai lavori, che quando parliamo di complessità evolutive e comportamentali, ci si riferisce a situazioni gravi, perduranti o cicliche, come eccessi di controllo fisico negli ambienti di vita, impulsi irrefrenabili e pericolosi nell’agire, autolesionismo, aggressioni fisiche e conseguenti infortuni a familiari e operatori.
Quando la persona con disabilità intellettiva o ad esempio nello spettro autistico incontra la fase adulta, pare consumarsi uno strano paradosso istituzionale. La Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva cede il passo per raggiunti limiti d’età, ma l’approdo nell’età adulta si rivela spesso un terreno vago e frammentato, in cui la componente educativa e sociale dei servizi si trova ad affrontare – spesso in solitudine come le famiglie – nodi clinici e comportamentali di enorme portata.

Le risposte frequenti e il grande equivoco dei tempi
A fronte di questa evidente difficoltà, la risposta che la Psichiatria orienta più di frequente ai quesiti e alle richieste d’aiuto dei servizi per la disabilità, segue una linea prescrittiva ormai classica: «I medici e gli infermieri possono intervenire sulle acuzie e con i farmaci». Segue poi la constatazione – spesso condivisibile in teoria, ma paralizzante in pratica – che i trattamenti farmacologici sono per loro natura limitati, talvolta inappropriati o inefficaci nel modificare la condotta, e che l’unica vera risposta risieda in uno strutturato intervento educativo, abilitativo e cognitivo-comportamentale.
Di fronte a questa indicazione – senza voler negare il grande ritardo del sistema nel suo complesso – il tessuto educativo, i servizi socio-assistenziali delle strutture di accoglienza e gli Enti del Terzo Settore non sono rimasti a guardare: si stanno attrezzando, tra non poche difficoltà e con ridotte risorse economiche aggiuntive disponibili, attraverso percorsi formativi avanzati, supervisioni e una profonda riorganizzazione delle équipe e degli ambienti di vita. Ma, occorre essere intellettualmente onesti: questo è un processo lungo, complesso e laborioso, che richiede tempo per la maturazione delle competenze e risorse economiche e organizzative ingenti per la riconversione dei contesti.
Va poi aggiunto il limite oggettivo dell’intervento educativo, abilitativo e cognitivo-comportamentale in sé e soggettivo in quelle situazioni in cui il sistema non è intervenuto precocemente nelle prime fasi di vita o che dimostra la propria inefficacia davanti a quadri diagnostici e funzionali plurimi e complessi, per non dire a volte scarsamente comprensibili.
Ed è qui che si consuma la criticità quotidiana delle persone, delle famiglie e degli operatori: le persone non possono aspettare le incertezze o i tempi della riorganizzazione dei servizi. E nel frattempo, cosa si fa? Cosa accade oggi quando il farmaco non funziona, la crisi comportamentale scompagina la giornata e il sistema educativo non ha ancora completato quel processo di strutturazione idoneo a contenere l’impatto di un grave disturbo del comportamento – ammesso che questo possa essere sufficiente?

Il rischio del mascheramento diagnostico e il limite dei farmaci
La letteratura scientifica internazionale (tra cui i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e gli studi epidemiologici sulla comorbidità psichiatrica) ci ricorda con evidenza che le persone con disabilità intellettiva presentano una probabilità circa tre volte superiore di sviluppare patologie psichiatriche rispetto alla popolazione generale. Questa marcata vulnerabilità biologica e psicologica soffre tuttavia di un duplice rischio interpretativo. Il mascheramento o offuscamento diagnostico, ossia la tendenza o il limite della clinica a riassorbire ogni sintomo, sofferenza, variazione del tono dell’umore o del comportamento nell’alveo della disabilità “di base”; la sofferenza psichica perde la sua specificità e viene rubricata a mero “comportamento problema”, correlato del “deficit cognitivo”, che impedisce la comprensione dei fatti e dei vissuti, o sindromi disesecutive da trattare unicamente con programmi abilitativi, educativi, riabilitativi.
Si ha così l’iper-semplificazione farmacologica: quando il comportamento problema diventa scompaginante per il contesto familiare o residenziale, si ricorre talvolta a risposte farmacologiche sintomatiche o “al bisogno”; tuttavia, quando i farmaci funzionano poco, funzionano male o producono effetti collaterali invalidanti, l’intervento si blocca o peggio ancora procede per inerzia.
Rilancio dunque l’interrogativo: quando l’intervento farmacologico mostra la sua debolezza e l’intervento educativo-abilitativo è ancora in fase di costruzione o ha raggiunto il suo fisiologico limite di tenuta, a chi si rivolgono i familiari e la componente educativa e sociale per far fronte alle difficoltà quotidiane e comportamentali? Se non la Psichiatria, quale altra disciplina medica può misurarsi con gli aspetti clinici correlati alla disabilità intellettiva e ai disturbi del neurosviluppo?
Spingendo la riflessione ancora più a fondo, l’interrogativo va esteso all’intera comunità medica specialistica. Se la Psichiatria considera i disturbi del neurosviluppo o della disabilità intellettiva come un “sottofondo” cognitivo strutturale di limitata pertinenza dei Centri di Salute Mentale – derubricando la gestione dei comportamenti e delle acuzie a un problema prevalentemente assistenziale ed educativo – esiste un’altra disciplina medica disposta a misurarsi con questa complessità?
Possiamo chiedere alla Neurologia di uscire dai propri confini “lesionali” per farsi carico della gestione della condotta disesecutiva e comportamentale? Spetta forse alla Geriatria anticipare le proprie competenze di fronte all’invecchiamento precoce e al decadimento cognitivo delle persone con disabilità? O dobbiamo fare appello alla Medicina Interna e alla Fisiatria per garantire la sintesi clinica di quadri clinico-funzionali così articolati?
In assenza di una risposta chiara, e davanti ai limiti che incontriamo tutti i giorni, la sensazione condivisa dagli operatori del sociale è che la medicina specialistica tenda ad arretrare, delegando al medico di medicina generale e ai servizi educativi compiti di coordinamento clinico-assistenziale che travalicano le loro competenze e le loro risorse fisiche e giuridiche.

Oltre le “dichiarazioni di attenzione”: il paradosso tra teoria e prassi
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita di attenzione culturale verso il paradigma della “centralità della persona”, dell’approccio allo “sviluppo umano basato sulle reali opportunità”, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e, da ultimo, delle prospettive aperte dalla Riforma in materia di Disabilità (Decreto Legislativo 62/24), con la centralità del Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato.
Tutte le discipline mediche formalizzano spesso dichiarazioni d’intento sull’importanza della presa in carico olistica e bio-psico-sociale. Nella pratica quotidiana dei servizi territoriali, tuttavia, si riscontra frequentemente una resistenza strutturale:
° la disabilità intellettiva e gli altri disturbi, come ad esempio quelli dello spettro autistico, vengono talvolta percepiti dai Centri di Salute Mentale (CSM) come “spettanza” dei servizi sociali per la disabilità, quasi fossero condizioni statiche prive di una dimensione di salute mentale attiva;
° le strutture della disabilità (Centri Diurni, Centri Socio-Riabilitativi Residenziali, Gruppi Appartamento) sono per loro natura contesti ad alta valenza educativo-assistenziale, ma a bassa densità sanitaria; non sono dotate di presìdi medico-infermieristici h24, né il loro personale educativo e assistenziale possiede i requisiti legali e clinici per gestire le acuzie comportamentali, le contenzioni o la somministrazione di terapie sedative estemporanee, cosiddette “al bisogno”.
Si crea così un corto circuito: si delega al sociale ciò che ha un’evidente matrice di salute clinica, per poi a volte criticare il sociale quando non riesce a contenere la gravità comportamentale.
Se guardiamo alla cornice normativa che definisce la mission istituzionale dei Centri di Salute Mentale (dal Progetto Obiettivo Tutela della Salute Mentale di cui al DPR del 10 novembre 1999 fino al Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale), il mandato appare chiaro e ad ampio spettro: i Centri hanno il compito di garantire l’analisi della domanda, la presa in carico clinica, la continuità terapeutica e l’elaborazione di interventi terapeutico-riabilitativi personalizzati per la popolazione adulta, agendo in stretta collaborazione e consulenza con i Servizi educativi e sociali, i Medici di Medicina Generale e la rete sociosanitaria.
Eppure, di fronte alla disabilità intellettiva e ai disturbi del neurosviluppo con comportamenti problematici, questa mission sembra subire un’improvvisa contrazione. La risposta che la Psichiatria orienta più di frequente ai quesiti dei servizi per la disabilità si riduce all’intervento sulle acuzie e alla regolazione farmacologica.
Ci troviamo così di fronte a una stridente contraddizione: la normativa e le dichiarazioni d’intento promuovono la presa in carico olistica e l’integrazione tra servizi, ma nella prassi quotidiana la componente specialistica clinica si ritrae, quando la fragilità psichica è innestata su una base di compromissione cognitiva ed evolutiva.

La necessità di criteri condivisi e della co-gestione paritetica
Per tentare di superare la discutibile pratica del “rimpallo reciproco tra servizi” – verosimile dichiarazione di impotenza davanti a certi comportamenti di difficile gestione – occorre compiere un salto culturale e organizzativo. Si tratta di stabilire e strutturare un governo integrato della complessità.
Qualche idea che spero sia utile per la riflessione:
° Il profilo di compatibilità gestionale e di sicurezza: se la persona con disabilità presenta scompensi acuti, comportamenti aggressivi “non de-escalabili” con interventi educativi, o una mancata aderenza alla terapia che richiede un presidio sanitario continuo, la titolarità del percorso deve rimanere in capo al presidio clinico (che sia la Salute mentale, il SerDP-Servizio Dipendenze Patologiche in caso di comorbilità da sostanze/abuso, o ad altra specialità e servizio sanitario territoriale) e non solamente per il periodo dell’acuzie che a volte sfocia nel ricovero in una struttura sanitaria.
° L’UVM integrata come organo paritetico e decisionale: l’Unità di Valutazione Multidimensionale – presieduta dal Distretto Socio-Sanitario e partecipata in modo paritetico dalle équipe cliniche, educative e sociali, dai familiari caregiver e dagli amministratori di sostegno – deve essere la sede formale dove si stabilisce l’appropriatezza del setting, la titolarità del progetto e la ripartizione sostenibile dei costi e degli interventi.
° Rigore nella gestione dei farmaci e dei protocolli d’urgenza: è indispensabile tutelare la dignità della persona, prevenire aggressioni o incidenti degli operatori educativi e socio assistenziali, escludendo prassi improprie sulla gestione delle terapie farmacologiche al bisogno nei contesti diurni ed esplicitando protocolli chiari di gestione dell’acuzie nella rete dei servizi sanitari e socio sanitari. 

Una chiamata alla responsabilità per la comunità dei professionisti
Ancor prima che nella comunità educativa, pedagogica o psicologica possa levarsi l’obiezione di un presunto rischio di “sanitarizzazione” della disabilità – invocando il primato degli interventi non farmacologici – desidero chiarire la matrice di questa riflessione che nasce dalla ferma convinzione che solo un’integrazione reale e paritetica tra le diverse professionalità possa affrontare la complessità dei disturbi del comportamento.
Chi vive quotidianamente queste situazioni sa bene che l’unica strada percorribile è un lavoro paziente, fatto di competenza, ascolto e osservazione rigorosa, tentativi e aggiustamenti progressivi, capace di costruire quelle piccole, fondamentali soluzioni che cambiano concretamente la qualità di vita delle persone, delle famiglie e delle strutture comunitarie di accoglienza. Ci vuole così tanto ad affrontare e fare le cose insieme?
Pur partendo dall’esperienza maturata all’interno di un ben preciso contesto territoriale e dal mio personale osservatorio professionale, il confronto costante con operatori, dirigenti e famiglie di altre realtà italiane conferma che le difficoltà qui analizzate descrivono una condizione ampiamente diffusa sul territorio nazionale, trasversale ai diversi modelli organizzativi regionali. D’altronde, sia i dati del Ministero della Salute sui Servizi di Salute Mentale, sia le rilevazioni ISTAT e i report dell’Istituto Superiore di Sanità e delle Associazioni Nazionali di tutela (ANFFAS, FISH) confermano la presenza di una frammentazione sistemica: terminata l’età evolutiva, la rete socio-sanitaria fatica a garantire una presa in carico clinica specialistica e continuativa, lasciando il sistema educativo e le famiglie soli ad affrontare la complessità dei disturbi della condotta.

Se la riforma sulla disabilità e la costruzione del Progetto di Vita vogliono essere qualcosa di più di un adempimento burocratico, dobbiamo chiederci con trasparenza: chi affianca l’educatore professionale, l’operatore sociale, l’operatore socio assistenziale e la famiglia quando la complessità comportamentale della persona con disabilità intellettiva o con altri disturbi del neurosviluppo mette a dura prova la tenuta dei contesti di vita?
Serve una clinica dell’adultità capace di mettersi in dialogo paritetico con l’educazione e il lavoro sociale. Serve un salto di qualità da parte del mondo educativo e pedagogico che accresca velocemente le sue competenze verso quegli interventi “non farmacologici” suggeriti come appropriati e pertinenti dalla ricerca scientifica e dalle linee guida sulla materia e sui cosiddetti target in questione. Serve una disciplina, o meglio una prassi, interdipartimentale condivisa che non si ritragga di fronte alla fragilità cognitiva e comportamentale, ma che metta a disposizione le proprie competenze mediche, farmacologiche, educative e professionali all’interno di una reale co-progettazione integrata. Solo così la “persona” cesserà di essere una dichiarazione d’intenti e diventerà il centro reale di un percorso di cura, abilitazione e cittadinanza.
E quindi, spingendosi ancora verso il paradosso, se la medicina specialistica dichiara i suoi limiti o arretra davanti a queste sfide, chi affianca la rete educativa e le famiglie?

*Educatore professionale.

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