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I trattamenti riabilitativi specialistici restano la pietra miliare per affrontare la dislessia

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In merito a un recente articolo di giornale sull’“effetto placebo” nella dislessia, l’AID (Associazione Italiana Dislessia) e la FLI (Federazione Logopedisti Italiani) accolgono senz’altro con interesse e attenzione le nuove ricerche in questo àmbito, ricordando tuttavia «che i miglioramenti duraturi si ottengono solo con interventi riabilitativi mirati, integrati in un contesto di fiducia e supporto»

In merito all’articolo apparso su “la Repubblica” il 6 agosto scorso, Dislessia, l’effetto placebo può migliorare la lettura più delle terapie, le nostre organizzazioni [AID-Associazione Italiana Dislessia e FLI-Federazione Logopedisti Italiani, N.d.R.], accogliendo con interesse le nuove ricerche sull’impatto delle aspettative positive, tengono a ricordare che i miglioramenti duraturi si ottengono solo con interventi riabilitativi mirati, integrati in un contesto di fiducia e supporto.

Effetto placebo: benefici immediati ma non duraturi
Lo studio citato dall’articolo evidenzia un risultato sorprendente: la sola aspettativa positiva di ricevere un aiuto (effetto placebo) può migliorare nell’immediato le prestazioni di lettura nei bambini con dislessia. In particolare, bambini ai quali è stato fatto credere di indossare occhiali “terapeutici” hanno commesso meno errori di lettura, con un progresso immediato persino maggiore rispetto a quanto osservato dopo lunghi interventi riabilitativi tradizionali.
Questo effetto placebo agisce attraverso meccanismi psicobiologici noti: un contesto positivo e rassicurante può ridurre l’ansia e attivare neurotrasmettitori come dopamina e oppioidi endogeni, migliorando temporaneamente la concentrazione e la fluidità nella lettura.
Tuttavia, è fondamentale chiarire che tali miglioramenti, per quanto reali, sono di natura transitoria e non comportano modifiche stabili delle abilità di lettura. In altre parole, il placebo può “far sentire meglio” il bambino sul momento, ma non elimina le difficoltà di base legate alla dislessia.
Gli stessi autori dello studio sottolineano la necessità di approfondire con ulteriori ricerche gli effetti a lungo termine di questi interventi basati sulle aspettative. Ad oggi non vi sono evidenze che il solo effetto placebo possa determinare progressi duraturi nell’abilità di lettura di una persona dislessica una volta che l’elemento suggestivo viene meno. La dislessia ha basi neurobiologiche e richiede interventi mirati per un miglioramento stabile, mentre il ruolo del placebo, pur importante come fattore motivazionale, resta complementare e non sostitutivo della terapia.

L’efficacia dei trattamenti riabilitativi mirati sul lungo termine
Diversi decenni di ricerca scientifica hanno dimostrato che un trattamento riabilitativo mirato e basato su evidenze (ad esempio interventi di lettura guidata, potenziamento fonologico e altre metodologie logopediche specializzate) può migliorare in modo significativo e duraturo le abilità di lettura e scrittura nei soggetti con dislessia. Una meta-analisi internazionale condotta su studi controllati ha concluso che le gravi difficoltà di lettura e spelling tipiche della dislessia possono essere mitigate tramite appropriati interventi, ottenendo progressi tangibili nelle performance scolastiche. In particolare, gli approcci di comprovata efficacia includono programmi sistematici di istruzione fonologica e di decodifica, che risultano i più efficaci nel migliorare precisione e correttezza nella lettura.
Le nuove Linee Guida italiane sui DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) del 2022 ribadiscono l’importanza di interventi riabilitativi tempestivi e personalizzati. Agire precocemente con terapie mirate consente infatti di aumentare le competenze scolastiche dei bambini con dislessia ed evitare ricadute negative sul piano emotivo. Ad esempio, un potenziamento intensivo delle abilità di conversione grafema-fonema e di lettura seriale, svolto da professionisti specializzati (logopedisti, psicologi, neuropsichiatri) può portare a miglioramenti significativi nella velocità e nella correttezza di lettura, miglioramenti che spesso si mantengono nel tempo grazie alla pratica e all’utilizzo di strategie compensative apprese. La letteratura documenta inoltre come tali progressi, pur non rendendo il bambino “non dislessico”, possano ridurre l’impatto del disturbo nella vita quotidiana e scolastica.
In sintesi, una riabilitazione ben condotta offre benefìci concreti e duraturi, confermati sia da studi clinici sia dall’esperienza sul campo dei nostri professionisti.

Miglioramenti significativi, ma la dislessia non “scompare” del tutto
È necessario essere chiari su un punto centrale: i trattamenti possono ridurre le difficoltà di lettura, ma nella maggior parte dei casi non portano a una scomparsa completa dei sintomi. La dislessia non è una malattia da cui “guarire” definitivamente, ma una caratteristica neuro-evolutiva dell’individuo. Come tale, permane lungo tutto l’arco della vita, anche se può manifestarsi in forma attenuata grazie all’intervento e all’adozione di strumenti e strategie di compenso. Non esistono “ex dislessici”, ma persone dislessiche che, attraverso un supporto adeguato, hanno imparato a gestire le proprie difficoltà e a leggere in modo più efficace.
Le evidenze scientifiche ad oggi disponibili confermano che nessun intervento produce la remissione definitiva del disturbo. Piuttosto, l’obiettivo realistico e raggiungibile è quello di ridurre l’entità del disturbo e permettere al bambino/ragazzo di esprimere appieno il suo potenziale, pur rimanendo un lettore con alcune fragilità.
In quest’ottica, le nostre organizzazioni sottolineano che il successo terapeutico non va misurato dall’assenza totale di errori o dalla velocità perfettamente nella norma, ma dal netto miglioramento rispetto al livello di partenza e dalla crescente autonomia nello studio. Ad esempio, molti alunni dislessici, dopo un percorso logopedico efficace, riescono a leggere testi adeguati alla classe (pur con qualche lentezza) e a comprendere il contenuto, dove prima faticavano a decifrare anche parole semplici. Questo è un risultato estremamente positivo, anche se può persistere una differenza di fluenza rispetto ai coetanei.
È fondamentale, dunque, che famiglie e insegnanti abbiano aspettative realistiche: la riabilitazione non “cancella” la dislessia, ma la rende gestibile. Il traguardo è che il bambino acquisisca strumenti tali da poter studiare con successo, magari con l’ausilio di strumenti compensativi laddove necessario, e che sviluppi fiducia in se stesso.

Integrare motivazione e terapia specialistica
Accogliamo dunque con interesse i risultati della ricerca sull’effetto placebo, che mettono in luce l’importanza dell’aspetto motivazionale, emotivo e relazionale nel percorso di aiuto al bambino con DSA. Un ambiente positivo, incoraggiante e di fiducia – a casa, a scuola e durante la terapia – è un ingrediente essenziale perché il bambino si senta capace e collabori attivamente. Su questo la comunità scientifica concorda e i professionisti lo sperimentano ogni giorno: un bambino motivato e sereno trae massimo beneficio anche dagli interventi didattici e terapeutici più impegnativi. Il fattore motivazionale, però, deve andare di pari passo con l’intervento specialistico. Infatti, solo integrando i due aspetti – da un lato un clima di supporto e fiducia, dall’altro metodi riabilitativi validati scientificamente – si ottengono i migliori risultati a lungo termine.

In conclusione, ribadiamo che i trattamenti riabilitativi specialistici restano la pietra miliare per affrontare la dislessia, permettendo miglioramenti che il solo “pensiero positivo” non potrebbe consolidare. Il messaggio chiave per le famiglie è duplice: da un lato crediamo fermamente nel valore di un approccio incoraggiante, che sfrutti l’aspettativa positiva come leva per coinvolgere il bambino; dall’altro ricordiamo che nulla può sostituire il lavoro abilitativo strutturato, svolto con costanza e professionalità. La letteratura e le linee guida lo confermano: un intervento ben fatto porta a progressi indubbi nel profilo di lettura del bambino dislessico, pur senza “magie” risolutive.
Proprio per questo invitiamo genitori e insegnanti a dare il giusto peso a notizie sensazionalistiche: la scoperta dell’effetto placebo nella dislessia è importante e sarà oggetto di ulteriori studi, ma non deve in alcun modo far dubitare dell’utilità delle terapie o indurre a sospenderle. Al contrario, ci sprona a curare con attenzione anche la dimensione emotiva nei nostri interventi, affinché ogni bambino con DSA possa affrontare le sue sfide con motivazione, competenza e senza inutili frustrazioni.

*L’AID è l’Associazione Italiana Dislessia, la FLI è la Federazione Logopedisti Italiani.

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Un sollevatore per la balneazione a San Benedetto del Tronto

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Nell’àmbito del progetto nazionale “Estate in Movimento – Mobilità solidale con AISLA”, una collaborazione tra l’AISLA Marche, il Comitato della Croce Rossa Italiana di San Benedetto del Tronto e il Comune di tale città marchigiana, è stato formalizzato all’inizio di agosto il comodato d’uso di un sollevatore per la balneazione dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione a chi vive con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) I partecipanti alla cerimonia di consegna del sollevatore (da sinistra: Luciano Giordani, volontario della Croce Rossa Italiana; Andrea Sanguigni, assessore alle Politiche Sociali del Comune di San Benedetto del Tronto; Michela Bonifazi dell’AISLA Marche; Donatella Malizia e Anna Giuseppina Mandolini della Croce Rossa Italiana)

Grazie alla collaborazione tra l’AISLA Marche (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), il Comitato della Croce Rossa Italiana di San Benedetto del Tronto e il Comune di tale città marchigiana, è stato formalizzato all’inizio di agosto il comodato d’uso di un sollevatore per la balneazione dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione a chi vive con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica).

«Questo sollevatore – ha sottolineato in occasione della consegna Michela Bonifazi dell’AISLA Marche – rappresenta un impegno concreto tra realtà che operano sul territorio. Esso sarà messo a disposizione, oggi e in futuro, di tutte le famiglie che ne avranno bisogno. Uno strumento flessibile, che si muoverà dove serve per favorire autonomia e accesso al mare in condizioni di dignità e sicurezza».
«San Benedetto del Tronto è da sempre una città attenta all’accessibilità e all’inclusione – ha dichiarato dal canto suo l’assessore comunale alle Politiche Sociali Andrea Sanguigni – e questa iniziativa conferma il nostro impegno per una città che sappia accogliere tutti, superando barriere e rendendo la spiaggia un luogo aperto e vivibile per ogni cittadino e turista».
«Per la Croce Rossa – ha concluso Anna Giuseppina Mandolini, presidente del Comitato di San Benedetto del Tronto – prendersi cura significa incarnare i valori di umanità, imparzialità e solidarietà. Mettere a disposizione questo sollevatore è dunque un modo concreto per sostenere chi vive una condizione di fragilità e per garantire a tutti l’accesso al mare, strumento di benessere e inclusione sociale. Siamo orgogliosi di poter contribuire a questa rete di supporto e vicinanza sul territorio».

L’iniziativa si è inserita nel progetto nazionale denominato Estate in Movimento – Mobilità solidale con AISLA, che mira a garantire vacanze accessibili e assistite per chi convive con la SLA, favorendo sollievo, normalità e partecipazione.
A metà settembre, in occasione della Giornata Nazionale SLA, sulla quale avremo modo prossimamente di dare ampio resoconto, questo impegno si rinnoverà con forza e chiarezza. «È il momento – affermano dall’AISLA – di riaffermare con determinazione che l’accesso al mare, alle vacanze e a tutti i servizi fondamentali non è un favore, ma un diritto inviolabile. Per le persone con la SLA e in generale con disabilità, ogni barriera abbattuta è una conquista di dignità, autonomia e partecipazione attiva alla società. Un impegno che chiama tutti a fare la propria parte, costruendo insieme una comunità più giusta e inclusiva. Continueremo quindi a promuovere questa rete di solidarietà e prossimità, perché un futuro migliore nasce dalla forza di unire le nostre mani e i nostri cuori, superando ogni barriera». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa AISLA (Elisa Longo), ufficiostampa@aisla.it.

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Nuovo corso per l’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti)

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Rilancio del servizio educativo, potenziamento dello sportello psicologico, valorizzazione dei giovani e costruzione di una rete capillare sul territorio nazionale, favorendo il confronto tra le diverse sedi regionali: sono le priorità individuate per la propria Associazione da Daniel Auricchia, nuovo presidente dell’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti), affiancato dalle vicepresidenti Ornella Valle e Alessia Volpin Da sinistra: Alessia Volpin, Daniel Auricchia e Ornella Valle

Dopo oltre 35 anni di impegno da parte di Marco Bongi alla guida dell’Associazione, l’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) ha dato vita a un nuovo corso, affidando la Presidenza a Daniel Auricchia, persona cieca dalla nascita, da tempo attiva all’interno dell’organizzazione come docente di informatica accessibile e già coordinatore del Comitato Giovani dal 2010 al 2021. Al suo fianco operano le vicepresidenti Ornella Valle e Alessia Volpin.
Rilancio del servizio educativo, potenziamento dello sportello psicologico, valorizzazione dei giovani e costruzione di una rete capillare sul territorio nazionale, favorendo il confronto tra le diverse sedi regionali, sono le priorità individuate da Auricchia che ha dichiarato: «Dedicherò ogni sforzo per far crescere questa realtà, concentrandomi sui servizi che considero fondamentali per il futuro delle persone con disabilità visiva: educazione, riabilitazione, cultura e inclusione».
Il nuovo Direttivo intende inoltre rendere omaggio all’eredità morale e ideale lasciata da Pericle Farris, figura storica dell’Associazione, scomparso nel luglio dello scorso anno, il cui contributo è stato fondamentale per il riconoscimento e la tutela dei diritti delle persone con disabilità visiva, sia a livello locale che nazionale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@ipovedenti.it.

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Vita indipendente e inclusione sociale: utile materiale disponibile gratuitamente online

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Sono stati resi disponibili gratuitamente online tutti i materiali formativi (registrazioni video, slide, documenti correlati) prodotti durante il ciclo di incontri online dedicati alla vita indipendente e all’inclusione sociale delle persone con disabilità, promosso tra gennaio e giugno di quest’anno dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la federazione lombarda LEDHA, nell’àmbito del progetto “Anche tu puoi!”

Avevamo dato notizia, all’inizio dell’anno, del ciclo di incontri online formativi dedicati alla vita indipendente e all’inclusione sociale delle persone con disabilità, promosso in Lombardia dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nell’àmbito del progetto Anche tu puoi!.
Tutti i materiali formativi prodotti durante quel ciclo di incontri (registrazioni video, slide, documenti correlati) sono stati ora resi disponibili gratuitamente online (a questo link), a cura della LEDHA, consentendo di usufruirne anche da chi non abbia potuto partecipare agli incontri dal vivo e segnatamente agli operatori del welfare sociale, alle associazioni di persone con disabilità, ai familiari e leader associativi, ma anche a chiunque sia interessato a progettare percorsi di vita indipendente. (S.B.)

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Prendersi cura del diritto di voto delle persone con autismo

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«Per molte persone nello spettro autistico – scrive Tetiana Bilokonska – il diritto di voto è ancora un percorso pieno di ostacoli invisibili, il principale dei quali, spesso, è proprio capire, trovandosi di fronte a programmi elettorali scritti in linguaggio complesso, promesse vaghe, regole spiegate con termini tecnici. Ma le parole semplici e i messaggi chiari non sarebbero utili solo alle persone con autismo: aiuterebbero infatti ogni cittadino e cittadina a scegliere meglio»

In Italia, il diritto di voto è un pilastro della democrazia. Tutti i cittadini e le cittadine maggiorenni possono votare. Ma avere il diritto sulla carta non significa sempre poterlo esercitare davvero. Per molte persone nello spettro autistico, infatti, il voto è ancora un percorso pieno di ostacoli invisibili.
Non si tratta solo di raggiungere fisicamente il seggio elettorale. Il vero ostacolo, spesso, è capire: programmi elettorali scritti in linguaggio complesso, promesse vaghe, regole spiegate con termini tecnici. Per chi ha difficoltà di comprensione, tutto questo può diventare un muro.

Perché parlarne
Ogni voto conta. E quando una parte della popolazione resta esclusa, la democrazia perde forza.
Le persone con autismo, proprio per la loro sensibilità alla chiarezza e alla verità, possono portare una ventata di onestà nel dibattito politico. Non si lasciano ingannare da frasi fatte: vogliono risposte concrete. Questo è un bene non solo per loro, ma per tutti i cittadini e le cittadine.

Lezioni dall’Europa
In Svezia, già dal 1989 si è scelto di eliminare il concetto di “incapacità legale” come motivo per negare il voto, e così anche le persone con disabilità dello sviluppo hanno potuto partecipare alle elezioni. Tuttavia, uno studio del 2013 ha mostrato che molti non esercitavano questo diritto a causa della difficoltà di comprendere i testi dei materiali elettorali.
Per affrontare questo problema è nato nel Paese scandinavo il progetto Mitt Val (“La mia scelta”), che ha mostrato come con un linguaggio semplice, simboli chiari e risposte dirette, il voto diventi davvero accessibile. Durante i relativi incontri, però, molti politici hanno trovato difficile adattarsi: non potevano nascondersi dietro frasi vaghe o promesse generiche, perché gli elettori nello spettro autistico chiedevano risposte chiare e non si lasciavano ingannare.
In Slovenia, invece, ci sono voluti più di dieci anni di impegno sociale e politico per cambiare la legge: solo nel 2008, infatti, le persone con disabilità hanno ottenuto il diritto di voto.
Questi esempi ci ricordano che il cambiamento è possibile, ma richiede volontà collettiva e perseveranza.

La situazione in Italia
Da noi, la legge non vieta il voto alle persone con autismo, ma mancano spesso materiali e percorsi pensati per loro. Alcune Associazioni, come l’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), hanno avviato iniziative locali di informazione “facile da leggere e da capire” (Easy to Read), ma non esiste ancora un programma nazionale.

Cosa fare concretamente
1.
Creare programmi elettorali in linguaggio semplice ed Easy to Read.
2. Offrire versioni audio e video delle informazioni, con esempi pratici.
3. Formare politici e volontari a parlare in modo chiaro e diretto.
4. Organizzare incontri informativi nei centri diurni, scuole e associazioni.
5. Progettare schede elettorali più intuitive, con simboli chiari e istruzioni semplici.
6. Realizzare piattaforme online accessibili, dove fare domande e ricevere risposte comprensibili.
7. Sostenere progetti di educazione civica inclusiva, già a partire dalle scuole superiori.

Attenzione alle sfide!
Serviranno risorse economiche e competenze specializzate: creare materiale comprensibile richiede infatti tempo e professionisti formati. Inoltre, il numero di persone con autismo non è enorme, ma la comunicazione dedicata può costare di più rispetto a quella per la maggioranza della popolazione. Per questo è fondamentale che la società – e non solo le famiglie interessate – chieda a gran voce questo cambiamento. Senza una domanda chiara dal basso, la politica difficilmente si muoverà.

Un investimento per tutti
Rendere il voto accessibile, per altro, non significa fare un favore a pochi. Significa costruire una democrazia in cui ogni voce può essere ascoltata. Le parole semplici e i messaggi chiari non sono utili solo per le persone con autismo: aiutano ogni cittadino e cittadina a scegliere meglio e questo, in fondo, è l’obiettivo di una società che vuole crescere insieme.

*Scrittrice ucraina, rifugiata in Italia dal 2022, autrice di articoli su autismo e neurodivergenza.

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Quei corsi di specializzazione sul sostegno così non vanno

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«Alla luce dell’avvio imminente dei corsi di specializzazione sul sostegno rivolti ai docenti con titolo estero, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione – scrivono dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati – rispetto alla struttura, alle modalità organizzative e all’efficacia complessiva del progetto attualmmente messo in campo dall’INDIRE rispetto a tali percorsi formativi» Un’insegnante di sostegno insieme a un bimbo

Alla luce dell’avvio imminente dei corsi di specializzazione sul sostegno da 36/48 ECTS* rivolti ai docenti con titolo estero (Decreto Interministeriale 77/25), intendiamo esprimere la nostra profonda preoccupazione rispetto alla struttura, alle modalità organizzative e all’efficacia complessiva di tali percorsi formativi. Il sostegno, infatti, non è un adempimento formale, ma una responsabilità educativa, etica e sociale che richiede competenze specifiche, esperienza, riflessione critica e preparazione approfondita. Formare docenti che avranno il compito di garantire il diritto allo studio e all’inclusione degli alunni/alunne con disabilità non può avvenire attraverso corsi compressi, calendarizzazioni disorganiche, piattaforme improvvisate e modalità di valutazione semplificate.
Dall’analisi del progetto attualmente messo in campo dall’INDIRE [Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa, N.d.R.] emergono gravi criticità che mettono a rischio la qualità della formazione stessa, vale a dire innanzitutto l’assenza di un calendario distinto e chiaro per i percorsi da 36 ECTS, ciò che costringe i corsisti a “sottrarre” autonomamente lezioni non pertinenti, minando la serietà del percorso e genera confusione.
Quindi, il fatto che le credenziali di accesso vengano fornite solo pochi giorni prima dell’inizio delle lezioni, senza margine per testare la piattaforma o familiarizzare con gli strumenti, ciò che è indice di un’organizzazione affrettata.
L’assenza, poi, di sedi d’esame già definite, a fronte di un percorso che termina tra pochi mesi, ciò che lascia i corsisti nell’incertezza e rende difficile la pianificazione professionale e personale.
Per quanto poi riguarda, le modalità di rilevazione delle presenze, esse non sono standardizzate né tracciabili in modo trasparente, delegando a ciascun docente responsabilità che richiederebbero invece strumenti oggettivi e condivisi.
E ancora, la previsione di soli 5 quiz a risposta multipla come verifica finale per ciascun insegnamento riduce la valutazione a un atto puramente formale, distante dalla complessità delle competenze richieste a un insegnante di sostegno.
Infine, l’idea che corsi di tale rilevanza si possano concentrare nei weekend o nelle ore residuali della giornata lavorativa rischia di svuotare la formazione di contenuti autentici e riflessioni significative.

Tutto questo è inaccettabile: il sostegno scolastico è un lavoro serio che richiede tempo, dedizione, confronto, tirocinio reale e strumenti culturali adeguati. Nessun corso improvvisato può generare professionisti in grado di affrontare con competenza le sfide dell’inclusione scolastica.
Chiediamo dunque con forza che:
° Si stabilisca una tutela reale per i docenti specializzati sul sostegno tramite il corso di specializzazione secondo il Decreto Ministeriale 249/10, un corso attivato secondo rigidi criteri ministeriali e contingentati.
° Vengano garantite modalità di verifica più articolate, in grado di valorizzare la riflessione pedagogica e le competenze professionali dei corsisti.
° Sia riconosciuto il valore della formazione sul campo, non sostituibile con ore teoriche o test a scelta multipla.
° Si investa realmente nella formazione dei docenti di sostegno, evitando soluzioni tampone o scorciatoie burocratiche.

Il nostro è un appello accorato, ma determinato. Formare infatti docenti di sostegno significa formare figure centrali per la scuola pubblica di domani e farlo con superficialità è un’offesa all’intera comunità scolastica, ma prima ancora, agli alunni/alunne e alle famiglie che confidano nella scuola per costruire percorsi autenticamente inclusivi.

*Gli ECTS costituiscono l’equivalente europeo dei Crediti Formativi Universitari.

**collettivodocentispecializzati@gmail.com.

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