Esito avviso prot. AOODRCAL14282 del 6 maggio 2026 – conferimento incarico aggiuntivo di reggenza presso l’istituzione scolastica IIS MANCINI TOMMASI TODARO COSENTINO di COSENZA (CS)
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«Non arretreremo di un solo passo nel continuare ad assolvere al nostro compito di rappresentanza, supporto e presenza sull’intero territorio nazionale nei confronti di quanti, come noi e come me, sono e saranno vittime di questa tragedia civile – ormai normalizzata – che vive dell’insicurezza del lavoro, della precarietà, dello svilimento della vita umana e che non si limita a chiedere soluzioni (che risiedono nella corretta applicazione della normativa vigente), ma anche pieno e dovuto riconoscimento»: lo ha dichiarato Amedeo Bozzer, subito dopo essere diventato il nuovo Presidente dell’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro).
Già Presidente dell’ANMIL di Pordenone dal 2008, Bozzer è stato protagonista di una prolifica carriera associativa, inaugurata poco dopo l’infortunio in fabbrica che gli costò, a 21 anni, l’uso della mano destra. (S.B.)
L'articolo Amedeo Bozzer eletto alla Presidenza dell’ANMIL proviene da Superando.
All’interno della programmazione dello stand della Regione Piemonte, presso il Salone Internazionale del Libro di Torino, l’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) proporrà nella mattinata del 14 maggio (Sala Arancio di Lingotto Fiere, ore 11.30) una tavola rotonda dedicata alla cultura inclusiva, organizzata in collaborazione con CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia) e con Tactile Vision Lab.
All’incontro, dedicato a come progettare una cultura realmente accessibile, attraverso parole, segni ed esperienze sensoriali, moderato da Alessia Volpin, interverranno Maria Cristina Araimo e Rocco Rolli. (S.B.)
L'articolo Cultura inclusiva: se ne parlerà al Salone del Libro di Torino proviene da Superando.
Con un ricco programma di appuntamenti informativi e formativi, tra Bologna, Modena e Casalecchio di Reno, aperti alla partecipazione dei cittadini, sui temi della prevenzione e della salute, e una particolare attenzione alla promozione degli stili di vita sani, tornerà da domani, 12 maggio, a sabato 16, il Festival della Salute, manifestazione emiliana giunta alla diciannovesima edizione.
Il tema scelto per l’edizione di quest’anno è La salute che cambia – Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura, filo conduttore dei numerosi incontri, eventi e iniziative previste. (S.B.)
L'articolo Prevenzione, fragilità e salute digitale per un nuovo welfare della cura proviene da Superando.
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«L’inclusione non è un dettaglio: è ciò che garantisce autonomia, dignità e uguaglianza a ogni persona. Quando l’inclusione cresce, cresce tutta la società»: con queste parole si è aperta a Cipro l’Assemblea Generale 2026 dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, appuntamento centrale per il movimento europeo delle persone con disabilità e per il rinnovo dei propri organi di governance.
In un contesto internazionale segnato da profondi cambiamenti politici, economici e sociali, il nuovo governo del Forum sarà chiamato ad affrontare sfide decisive per la tutela dei diritti delle persone con disabilità. Oggi più che mai, infatti, è necessario riaffermare che la disabilità non può essere relegata ai soli temi della povertà, dell’assistenza o della segregazione, ma deve rimanere al centro delle politiche europee come questione di diritti umani, partecipazione e piena cittadinanza.
L’Assemblea ha eletto dunque all’unanimità come nuova Presidente Gunta Anča, rappresentante di SUSTENTO, il Consiglio Nazionale della Disabilità della Lettonia. A seguire, sono stati eletti i nuovi membri degli organi di governo dell’organizzazione (a questo link è disponibile l’elenco completo di tutte le nomine per il mandato 2026-2030).
L’Italia continuerà ad avere un ruolo da protagonista, grazie all’elezione di Luisa Bosisio, candidata dal FID (Forum Italiano sulla Disabilità), di Francesca Sbianchi, candidata dall’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi e di Pietro Cirrincione, candidato da Autism Europe. Un risultato importante che conferma il riconoscimento del contributo italiano nelle politiche europee sulla disabilità e nella costruzione di un movimento sempre più forte, competente e unitario.
Un ringraziamento particolare dell’Assemblea è andato inoltre a Giampiero Griffo per il grande impegno, la competenza e la visione politica portati in tanti anni di militanza all’interno dell’EDF, in rappresentanza di DPI Europe (Disabled Peoples’ International). La sua esperienza e il suo contributo hanno lasciato un segno importante nel movimento europeo per i diritti delle persone con disabilità. (P.C.)
Per ulteriori informazioni: fid.presidenza@gmail.com.L'articolo Gunta Anča nuova Presidente del Forum Europeo sulla Disabilità proviene da Superando.
In Italia, secondo i dati Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti), le donne rappresentano oltre l’89% dei caregiver familiari. Molte di loro sono madri di bambini con disabilità grave. Donne che ogni giorno tengono insieme assistenza, cura, relazioni, lavoro e fatica emotiva, spesso senza avere il diritto concreto a fermarsi, riposare o chiedere aiuto…
«Signora, l’iter si è concluso». La mamma di Anna sorride. «Ats [Agenzia di Tutela della Salute, N.d.R.] ha concesso 3 mesi di sollievo. Il Comune però solo 15 giorni». Lei resta in silenzio. «Non capisco». «Il sollievo per una bambina con gravissima disabilità è sostenuto da una quota sanitaria e da una quota sociale. Ats riconosce 90 giorni all’anno. Ma il Comune ne coprirà soltanto 15». «Quindi?». «Quindi potrà usufruire di 15 giorni di sollievo su 365». Gli occhi della mamma di Anna si riempiono di lacrime.
Questo dialogo non è una provocazione. È una conversazione reale. Una delle tante che ogni giorno ci troviamo ad affrontare accanto alle famiglie.
Per molte madri caregiver, il tempo personale scompare lentamente. La cura occupa tutto: il corpo, i pensieri, il sonno, il lavoro, le relazioni. Ci si abitua a rimandare se stesse, perché la priorità è sempre un figlio in condizioni di fragilità che ha bisogno di assistenza continua.
Molto spesso, inoltre, le famiglie che sentono il bisogno di avere tempo per respirare finiscono per viverlo come un lusso. A volte persino come una mancanza nei confronti del proprio ruolo genitoriale. Per questo è fondamentale ricordare non solo alle famiglie, ma anche alle istituzioni e alla società civile, che il sollievo è un diritto. Un diritto riconosciuto anche dalla normativa che ha introdotto la figura del caregiver familiare (il Fondo per il Caregiver familiare è stato istituito dalla Legge di Bilancio per il 2018, la Legge 205/17, articolo 1, commi 254-256).
Avere qualche ora per sé significa poter respirare, dormire, dedicarsi agli altri figli, uscire di casa, ritrovare energie. Significa poter tornare, almeno per un momento, da caregiver a madre.
Per questo, da oltre 25 anni, la nostra Associazione [L’abilità] crea servizi di sollievo per le famiglie di bambini con disabilità. Spazi in cui i bambini possano vivere esperienze educative, di gioco e relazione insieme a educatori specializzati, mentre i genitori recuperano tempo, energie e possibilità.
Oggi, però, questi servizi vengono ancora considerati un extra, qualcosa da finanziare solo se restano risorse disponibili. E così molte famiglie si trovano sole proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di sostegno.
Il diritto al sollievo è il diritto al tempo. Tempo per sé, per la propria salute, per i legami, per continuare a vivere senza essere schiacciati completamente dal peso della cura. Perché nessuna madre dovrebbe essere lasciata sola fino a perdere completamente il proprio spazio come persona.
*Direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano.
L'articolo Mai nessuna madre dovrebbe “sparire” dentro la cura proviene da Superando.
«Le nostre organizzazioni convengono che il presente Protocollo d’Intesa si applichi alle attività ludico-motorie, ricreative e sportive dilettantistiche rivolte a persone – in età evolutiva, adulta o anziana – che, in relazione a una condizione patologica certificata, necessitino al bisogno della somministrazione di un medicinale che non comporti competenza o discrezionalità di tipo sanitario»: questo si legge tra l’altro nel testo del Protocollo d’Intesa (disponibile integralmente a questo link), sottoscritto nel dicembre dello scorso anno, come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, dall’AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) e dall’UISP (Unione Italiana Sport per Tutti), accordo inserito nell’àmbito della cornice degli articoli 3 e 33 della Costituzione, con l’obiettivo di favorire l’inclusione nella pratica sportiva delle persone con epilessia.
«L’imprevedibilità di una crisi epilettica – sottolinea infatti Giovanni Battista Pesce, presidente dell’AICE – pone oggettivi ostacoli per la pratica sportiva, ostacoli spesso generati dalla mancanza di conoscenza delle articolate forme in cui l’epilessia e i tipi di crisi si manifestano. “De-ansificare”, quindi, e risolvere insieme tale imprevedibilità è l’impegno della nostra associazione e dell’UISP, ben sintetizzato anche nel logo di tale Società Sportiva, ove si legge “Sport per Tutti”».
Ebbene, quel Protocollo d’Intesa sta portando a nuovi positivi risultati, se è vero, innanzitutto, che a ricaduta dell’accordo nazionale, un’analoga iniziativa è stata definita il 6 maggio scorso tra l’UISP Valle d’Aosta e l’AICE Valle d’Aosta, incentrata appunto sulla somministrazione di medicinali d’emergenza che non necessitino di competenza e discrezionalità sanitaria nel contesto di attività ludico motorie e/o sportive.
Il Protocollo, per altro, si origina sì sul bisogno di persone con epilessia, ma intende essere uno strumento inclusivo per pari bisogni determinati da altre condizioni patologiche, ad esempio con riferimento a farmaci salvavita quali glucagone, adrenalina o salbutamolo.
Mentre Katia Guidi, presidente dell’UISP Valle d’Aosta, si dichiara «orgogliosa di questa firma» e ricorda che con il Protocollo le due sedi regionali firmatarie «si sono impegnate a sensibilizzare, al fine che il Protocollo stesso sia attuato ed esigibile, a promuovere attività inclusive, ad affiancare le persone interessate nell’informazione e nell’attivazione della richiesta, a favorire la formazione dei propri associati/operatori, volta a garantire l’inclusione di chi necessiti, al bisogno, della somministrazione di medicinali di cui si tratta, nonché, in caso di criticità, a promuovere un accomodamento ragionevole tra i soggetti coinvolti», Manuele Amateis, presidente dell’AICE Valle d’Aosta, sottolinea che «l’iniziativa potrà avere ottimi riflessi anche all’interno del Tavolo di Lavoro Regionale sull’Epilessia, istituito da una Delibera di Giunta Regionale dello scorso anno e volto all’implementazione del Percorso epilessia Valle d’Aosta per le almeno 650 persone interessate nella Regione».
A livello nazionale, invece, è ormai imminente il corso informativo e formativo organizzato congiuntamente da AICE e UISP, rivolto a dirigenti, operatori sportivi, arbitri e giudici dell’UISP, per comprendere il mondo dell’epilessia, accogliere le persone che la vivono, co-progettando assieme a loro l’attività sportiva più idonea, superando con ragionevole accomodamento le possibili criticità e affrontando, se del caso, le crisi epilettiche, per risolverle non solo da un punto di vista assistenziale su chi le manifesta, ma anche in favore degli astanti, quale occasione di sviluppo di mutualità.
L’IN-prevedibile, INsieme. Sport per tutti: Epilessia: questo il titolo del corso, che si terrà online nei pomeriggi dell’11 e 12 maggio (a questo link vi è il programma completo; per iscriversi fare riferimento a quest’altro link), durante il quale si affronteranno i vari aspetti sociali, assistenziali e giuridici del tema trattato. (S.B.)
L'articolo I frutti buoni, per le persone con epilessia, da quel Protocollo d’Intesa tra AICE e UISP proviene da Superando.
Da decenni la letteratura scientifica concorda su un punto fondamentale: i segni di disfunzione della comunicazione e dell’interazione sociale possono essere individuati già nel primo e secondo anno di vita, e intervenire precocemente su tali difficoltà è utile ed efficace.
Non si tratta di un’acquisizione recente. I risultati dell’ESDM (Early Start Denver Model) sono stati pubblicati infatti già nel 2010 da «Pediatrics», ma il lavoro che li ha resi possibili era iniziato molti anni prima. Quello studio ha mostrato che un intervento psicoeducativo intensivo, molto precoce produce miglioramenti significativi nello sviluppo socio-comunicativo.
Su quella stessa linea si colloca il lavoro di Elena Clò Sostenere le abilità sociocomunicative nella prima infanzia, presentato il 6 aprile 2024 a un convegno dell’ANGSA di Bologna (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), che ha portato un contributo originale e particolarmente rilevante con interventi educativi avviati già nel primo anno di vita e realizzati nell’ambiente domestico dai genitori, durante le normali attività di accudimento, sotto la guida di professionisti esperti. L’obiettivo era documentare l’efficacia di un intervento precoce fuori dai contesti sperimentali, mostrando come la quotidianità familiare possa diventare uno spazio educativo strutturato. Quell’esperienza è confluita poi in uno studio pubblicato quest’anno dal «British Journal of Special Education».
Ma su cosa c’è consenso, e su cosa no? Nel dibattito scientifico attuale non c’è controversia sull’utilità dell’abilitazione precoce. Il confronto riguarda piuttosto le modalità dell’intervento, i contesti (naturali o strutturati) e il ruolo dei genitori e dei professionisti.
C’è un ampio accordo su un altro punto chiave: prima dei due anni di età si dovrebbe parlare di “rischio di diagnosi”, non di diagnosi di autismo.
La comunità scientifica, dunque, sta discutendo le modalità dell’abilitazione precoce, mentre c’è accordo sia sui segni di disfunzioni comunicative nei primi due anni di vita, sia sull’utilità di un’abilitazione che inizi subito dopo l’identificazione di detti segni, senza bisogno che vi sia una diagnosi di autismo. Un’educazione personalizzata, cucita sulle difficoltà individuali di un dato bambino, può infatti ben prescindere dalla diagnosi.
Il pedagogista Daniele Novara, come si legge su «Orizzonte Scuola» del 4 maggio scorso, concorda con la neurologa e psicologa cognitiva Uta Frith, secondo cui «bisognerebbe avere un filo di prudenza prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due». E su questo concordano anche gli autori prima citati, la cui ricercatrice di riferimento è Sally Rogers.
Non si tratta di un ritorno ai tempi della cosiddetta “mamma frigorifero”, quando gli psicoanalisti psicodinamici e lacaniani imponevano di non fare diagnosi prima dei 6 anni. È una posizione coerente con un principio basilare: l’intervento psicoeducativo personalizzato non dipende dalla diagnosi. In altre parole, un’educazione/abilitazione mirata alle difficoltà individuali di un bambino prescinde dall’etichetta diagnostica e non comporta effetti negativi.
Il vero nodo critico, dunque, è quello legato al rischio di inappropriata prescrizione di antipsicotici. La questione, infatti, diventa pericolosa quando la diagnosi – o anche il solo sospetto – apre la strada a interventi farmacologici.
In questo senso desta forte preoccupazione quanto riportato nella Linea Guida 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico (ASD), dove si legge: «Il Panel ISS della Linea Guida sulla diagnosi e trattamento del disturbo dello spettro autistico suggerisce di usare i D2 bloccanti piuttosto che non usare i D2 bloccanti in bambini e adolescenti con ASD (raccomandazione condizionata basata su una qualità bassa nelle prove di efficacia)». Una simile raccomandazione, infatti, sia pure moderata da una successiva nota, non fissando alcun limite inferiore di età né di durata, rende rischiosa qualsiasi anticipazione diagnostica. È ben diverso fare diagnosi se l’unica risposta è la psicoeducazione oppure farmaci tutt’altro che innocui, per tutte le età. Se infatti il sospetto o la diagnosi di autismo potessero condurre, anche indirettamente, all’uso di farmaci antipsicotici in età evolutiva, senza rispettare le regole dell’off label, allora Novara e Frith avrebbero perfettamente ragione a invocare la massima prudenza non solo per i bambini prima dei due anni, ma anche oltre i tre.
La ricerca, pertanto, indica con chiarezza la strada: interventi psicoeducativi tempestivi, intensivi, personalizzati, in ambiente naturale. Non quella delle “etichette” anticipate né, tanto meno, quella degli psicofarmaci per l’autismo. Si chiede quindi che venga cancellato questo suggerimento, contro il quale è in atto una petizione al Ministero della Salute che ha raccolto oltre 25.000 firme di esperti, associazioni e genitori, e un ricorso al Consiglio di Stato (in discussione il 14 maggio prossimo), presentato dall’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori), dal Tribunale della Salute, dall’AGSAS di Palermo (Associazione Genitori Soggetti Autistici Solidali) e dall’Associazione emiliana L’Aliante.
*Presidente dell’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori).
L'articolo Rischio di diagnosi di autismo: come sostenere le abilità sociocomunicative nella primissima infanzia proviene da Superando.
«Da alcuni giorni – si legge in una nota diffusa dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) -, circola su diversi social e media internazionali, un video che riprende le forze israeliane mentre aggrediscono un ragazzo palestinese con sindrome di Down, Mahadi Al Arabi. Il fatto è accaduto nel campo profughi di Shuafat, a nord di Gerusalemme, durante una delle frequenti incursioni militari che – come testimoniano alcuni ospiti – mettono a rischio la sicurezza dei civili, tra cui donne e bambini».
Nel ribadire la più ferma condanna nei confronti di ogni atto di violenza, di ogni guerra e di ogni occupazione, il presidente della stessa AIPD Gianfranco Salbini commenta così il fatto: «Abbiamo visto con sgomento quel video, un atto gravissimo, che colpisce una persona già in condizione di particolare vulnerabilità e che riporta con forza al centro una questione troppo spesso ignorata: nei contesti di guerra e occupazione, che la nostra Associazione da sempre condanna, la popolazione civile, e in particolare le persone con disabilità sono esposte a rischi estremi, senza adeguate tutele. Serve una presa di responsabilità immediata, concreta e verificabile. E serve ribadirlo con chiarezza: la guerra, in ogni sua forma, produce violazioni inaccettabili dei diritti umani. Rinnoviamo pertanto il nostro accorato appello: tutti i governi e le istituzioni nazionali e internazionali si adoperino con determinazione per costruire percorsi di pace giusta e duratura in tutti i territori devastati dalle guerre».
Poco più di un anno, ricordiamo, avevamo segnalato anche sulle nostre pagine come l’AIPD fosse intervenuta per denunciare la morte di Muhammed Bhar, giovane palestinese con sindrome di Down, brutalmente ucciso a Gaza durante un’operazione militare. Anche allora l’Associazione aveva lanciato il proprio appello per la pace e chiesto attenzione e protezione per le persone con disabilità nei contesti di guerra.
«Nei contesti in cui vengono meno sicurezza e diritto – concludono dall’AIPD -, le persone con sindrome di Down e tutte le persone con disabilità rischiano di essere lasciate indietro, invisibili, senza protezione». In tal senso, l’Associazione si mette a disposizione delle reti e delle organizzazioni ancora presenti sul territorio, «per contribuire, per quanto possibile, alla tutela dei diritti e della sicurezza delle persone con disabilità». (S.B.)
L'articolo Soldati che trascinano a terra un ragazzo con sindrome di Down: una delle tante facce disumane della guerra proviene da Superando.
In occasione della giornata inaugurale di Prima Persona Plurale, il festival dedicato alla vita indipendente, ideato e promosso dalla Fondazione Time2, che si è tenuto nei giorni scorsi a Torino, come avevamo ampiamente riferito anche sulle nostre pagine, l’Assessore della Città di Torino Francesco Tresso, ha annunciato una significativa iniziativa simbolica. Nei prossimi giorni, infatti, verranno messi a dimora due nuovi alberi sul Lungodora Savona, nell’area del Cottolengo, in memoria di Piero Defilippi e Roberto Tarditi, figure centrali nella storia dei diritti delle persone con disabilità a Torino.
«La scelta di ricordare Defilippi e Tarditi attraverso la piantumazione di due alberi – spiegano dalla Fondazione Time2 – si inserisce nel solco della loro eredità civile. La loro storia, infatti, raccontata nel volume Anni senza vita al Cottolengo. Il racconto e le proposte di due ex ricoverati (Mimesis Edizioni), curato da Ciro Tarantino e Samuele Pigoni, testimonia un percorso di emancipazione straordinario: entrambi, infatti, avevano trascorso decenni all’interno dell’istituto torinese per poi scegliere di uscirne e costruire una vita autonoma, contribuendo al movimento per i diritti delle persone con disabilità. Essi hanno rappresentato quindi una voce pionieristica in un’epoca in cui il diritto alla vita indipendente non era ancora riconosciuto, trasformando la loro esperienza in impegno civile e collettivo».
«Con la loro testimonianza di vita – ha dichiarato in occasione dell’annuncio l’assessore Tresso –, Piero e Roberto hanno segnato un esempio importante, e coraggioso, del percorso verso una vita indipendente. Per me sono stati due amici, che mi hanno insegnato a rendere normale ciò che io stesso consideravano diverso. Sono stati radici, solide, per far crescere diritti e consapevolezza. Per questo con altri amici vogliamo ricordarli mettendo a dimora due nuovi alberi, che crescendo offrano benessere, ombra e bellezza nel quartiere dove loro hanno vissuto».
«L’iniziativa – ricordano in conclusione da Time2 – assume un valore ancora più forte proprio nel luogo scelto: il quartiere Aurora a Torino, dove si trovava l’istituto di carità e assistenza fondato da San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Defilippi e Tarditi vi hanno vissuto per anni e da lì è iniziato il loro percorso di liberazione e autodeterminazione. Gli alberi diventeranno così simbolo concreto di memoria, radicamento e futuro, in continuità con il messaggio del Festival Prima Persona Plurale: costruire una società più inclusiva, capace di riconoscere e sostenere il diritto di ogni persona a scegliere la propria vita». (S.B.)
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Domani, 9 maggio, e domenica 10, si riaccenderanno i motori del motociclismo paralimpico, nel circuito del Mugello, con l’avvio della stagione 2026 dell’European Handy Bridgestone Cup e della OCTO Cup, rispettivamente Campionato Europeo e Campionato Italiano dedicati ai piloti con disabilità, manifestazioni organizzate dall’Associazione Di.Di.-Diversamente Disabili che anche Superando segue sin dagli inizi.
Dopo la giornata di oggi, 8 maggio, dunque, dedicate alle prove libere e alle qualifiche, ben 26 piloti, provenienti da Austria, Francia e Spagna, oltreché dal nostro Paese, si sfideranno domani e dopodomani nelle due tradizionali categorie dei 600cc e dei 1000cc, e accanto ai protagonisti già affermati, vi sarà anche il debutto di numerosi nuovi piloti.
Ad arricchire inoltre l’evento, la giornata di oggi, 8 maggio, prevede uno spazio dedicato all’educazione stradale, organizzato in collaborazione con l’FMI (Federazione Motociclistica Italiana). (S.B.)
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Una mattinata all’aria aperta per promuovere la consapevolezza sui disturbi del neurosviluppo e valorizzare la ricchezza delle neurodiversità: sarà quella del 10 maggio (ore 10.30-13.30), nella spiaggia di Porto Ferro, nei pressi di Sassari, con l’Open Day – Outdoor promosso dai Servizi di Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari, in occasione della 5ª Giornata Nazionale per la Promozione del Neurosviluppo, organizzata dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), che a tal proposito darà vita per il pomeriggio dell’11 maggio (ore 16.15-19.30) a un incontro online aperto a tutti e tutte (a partecipazione gratuita, con iscrizione tramite questo link).
Aperto a tutta la cittadinanza, l’evento di Porto Ferro – che prevede una serie di attività ludico-educative pensate per stimolare le competenze relazionali e comunicative – si propone di essere un momento di incontro, condivisione e sensibilizzazione, in un contesto naturale e inclusivo, allo scopo, come detto, di promuovere una cultura attenta alle neurodiversità, favorendo l’integrazione e lo sviluppo delle abilità sociali nei bambini. (S.B.)
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Ben volentieri diamo spazio a Diego Virginio Salvi, referente del Coordinamento Nazionale Sordità, per un ricordo del professor Giuseppe Gitti, scomparso nei giorni scorsi a 84 anni.
Logopedista, educatore, docente, imprenditore, editore, giornalista, Giuseppe Gitti svolse tutti questi ruoli per l’intera sua vita, con capacità, impegno e successo, per aiutare le persone sorde.
Maestro della logopedia, insegnò per decenni all’Università di Firenze formando generazioni di logopedisti e di insegnanti di sostegno.
Fondò e diresse il CRO di Firenze (Centro di Rieducazione Ortofonica), modello di organizzazione per la riabilitazione delle persone sorde a sentire e a parlare. Fondò, inoltre, e diresse la rivista «I CARE», la prima testata dedicata a come accogliere finalmente le persone sorde nella scuola di tutti. Diffuse altresì e fece conoscere attraverso i suoi contributi scientifici, articoli e saggi, non solo la logopedia e la riabilitazione, ma anche i princìpi per l’integrazione sociale delle persone sorde.
Grazie Giuseppe Gitti, a nome delle persone sorde e delle loro famiglie che ha aiutato.
*Referente del Coordinamento Nazionale Sordità.
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Le parole non sono mai innocenti, soprattutto quando vengono pronunciate da chi, per mestiere, vive di comunicazione, analisi e racconto della realtà. Un giornalista conosce, o dovrebbe conoscere, il valore del linguaggio, il peso delle immagini evocative e la responsabilità culturale che ogni espressione porta con sé. Per questo le dichiarazioni pronunciate da Massimo Giannini durante la trasmissione televisiva DiMartedì [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.], non possono essere archiviate come una semplice “frase infelice” o come una scivolata lessicale dettata dalla foga del dibattito televisivo. Quelle parole, infatti, raccontano qualcosa di molto più profondo e radicato: un approccio culturale che continua a considerare la disabilità come simbolo di immobilità, dipendenza, fragilità e perfino inutilità sociale. Ed è proprio questo l’aspetto più grave della vicenda.
La polemica politica è legittima. Il confronto acceso, anche duro, appartiene alla democrazia. Ma utilizzare la carrozzina o la condizione di disabilità come metafora negativa significa oltrepassare un limite che non riguarda più soltanto il dibattito politico, bensì il rispetto della dignità umana. Quando si associa implicitamente una persona in carrozzina all’idea di una vita “inutile” o priva di valore, il messaggio che passa è devastante: si finisce per misurare il valore delle persone sulla base della loro efficienza fisica, della produttività o dell’autosufficienza. È una visione pericolosa e profondamente discriminatoria.
Perché milioni di persone con disabilità ogni giorno studiano, lavorano, costruiscono famiglie, partecipano alla vita sociale, fanno politica, sport, cultura e volontariato. Vivono pienamente la propria esistenza, affrontando ostacoli che spesso la società continua a creare attraverso barriere architettoniche, pregiudizi e linguaggi sbagliati. Ridurre tutto questo a una metafora di debolezza significa cancellare realtà, storie e diritti.
Chi oggi critica quelle parole non sta facendo polemica strumentale. Non si tratta di alimentare indignazione artificiale o di cercare un bersaglio mediatico. Qui il punto è molto più serio: richiamare chi fa informazione alla responsabilità che deriva dal proprio ruolo pubblico. Perché le parole hanno conseguenze concrete. Formano mentalità, costruiscono immaginari collettivi, influenzano il modo in cui una società guarda alle persone più fragili.
Semmai, di strumentale, c’è il tentativo di ridurre tutto a un semplice equivoco comunicativo o a un mea culpa tardivo e di circostanza, utile più a chiudere rapidamente la polemica che a comprendere davvero la gravità del messaggio trasmesso. Quando si ricopre un ruolo pubblico non basta chiedere scusa formalmente: serve consapevolezza. Serve capire perché certe parole siano sbagliate e perché continuino ad alimentare una cultura abilista che considera la disabilità come sinonimo di inferiorità o perdita di valore sociale.
Ed è proprio qui che emerge il tema centrale del corretto uso del linguaggio.
Chi fa giornalismo dovrebbe sapere che le parole non servono soltanto a descrivere la realtà: contribuiscono a crearla. Ogni termine scelto in televisione, sui giornali o nei social produce effetti culturali. Il linguaggio può includere oppure escludere. Può dare dignità oppure rafforzare stereotipi. Può educare al rispetto oppure normalizzare la discriminazione. Per questo le parole vanno pensate e pesate.
Nel racconto pubblico della disabilità esiste ancora troppo spesso un linguaggio che oscilla tra pietismo e svilimento: da una parte la retorica dell’“eroe” che supera i limiti, dall’altra la rappresentazione della persona con disabilità come peso, fragilità o simbolo di sconfitta. In entrambi i casi si perde di vista la normalità delle persone, la loro complessità, la loro piena cittadinanza.
Ma c’è un elemento di questa vicenda che colpisce quasi quanto le parole pronunciate: il silenzio dello studio televisivo. In quel momento né il conduttore né gli altri ospiti sono intervenuti immediatamente per prendere le distanze o correggere il tono di quelle affermazioni. Anzi, in studio è arrivato persino un applauso. Ed è forse proprio il silenzio del conduttore, degli ospiti presenti in studio e quell’applauso finale l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Nessuno ha sentito il bisogno di intervenire immediatamente, di fermare quelle parole o di sottolinearne la gravità. Al contrario, la reazione dello studio è sembrata quasi legittimarle. Ed è questo il segnale culturale più preoccupante: quando un linguaggio che associa la disabilità all’inutilità o alla perdita di valore sociale non suscita indignazione, ma consenso, significa che certi stereotipi sono ancora profondamente radicati, culturalmente tollerati e normalizzati e considerati accettabili nel dibattito pubblico.
Se una frase che associa implicitamente la carrozzina all’inutilità sociale non provoca un’immediata reazione di disagio, significa che il problema non riguarda soltanto chi l’ha pronunciata, ma un clima culturale più ampio che ancora fatica a riconoscere la discriminazione quando passa attraverso il linguaggio. Ed è qui che il giornalismo dovrebbe fare la differenza. Chi comunica ogni giorno al grande pubblico dovrebbe contribuire a costruire una società più consapevole, più rispettosa e più inclusiva, non alimentare immagini degradanti o semplificazioni offensive.
La dignità di una persona non si misura dalla sua autonomia fisica, dalla velocità con cui cammina o dalla sua produttività. Nessuna vita può essere considerata “minore” o “inutile” perché vissuta in carrozzina.
Le parole hanno un peso. Sempre. E quando vengono pronunciate da chi fa informazione, quel peso diventa una responsabilità pubblica che non può essere ignorata né banalizzata con un applauso o con delle scuse di circostanza.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).
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Realizzata grazie al contributo del Dipartimento per le Politiche in favore delle Persone con Disabilità, al sostegno della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, avvalendosi inoltre del patrocinio del Ministero per lo Sport e i Giovani, nonché del contributo e del patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia, la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, dal 19 al 24 maggio trasformerà le località friulane di Lignano Sabbiadoro (Udine) e Cordovado (Pordenone) e le località venete di Bibione e Portogruaro (Venezia), in un grande palcoscenico di sport, passione e inclusione. In tale occasione, infatti, ben 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive si cimenteranno in 21 discipline sportive e con loro vi saranno 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e 1.400 familiari.
Nella mattinata di domani, 8 maggio, è in programma a Trieste, presso il Palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia (ore 12.30), la conferenza stampa di presentazione dell’evento, incontro che sarà aperto proprio dagli atleti Special Olympics, a fianco delle Autorità, insieme ai vertici nazionali e regionali del Movimento, ai rappresentanti istituzionali e al mondo sportivo e associativo del territorio.
Durante tale incontro, attraverso immagini, racconti e contenuti audiovisivi, verrà svelato il programma completo dei Giochi, degli eventi collaterali e dell’attesa cerimonia di apertura, prevista per la serata del 20 maggio allo Stadio Guido Teghil di Lignano Sabbiadoro.
Grande attenzione, inoltre, verrà dedicata anche al viaggio della Fiamma di Special Olympics che proprio domani, 8 maggio (ore 11.30), dopo avere attraversato l’Aquila, Portogruaro, Bibione e Pordenone, arriverà nel cuore di Trieste, in Piazza Unità d’Italia, custodita nella “storica” lanterna che sarà presente anche durante la conferenza stampa. Successivamente, la prossima tappa della Fiamma sarà il 12 maggio a Udine, prima dell’arrivo finale a Lignano Sabbiadoro, dove illuminerà il tripode e darà ufficialmente il via ai Giochi. (S.B.)
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