
La dichiarazione dei redditi 2025 (riferita all’anno 2024) offre importanti opportunità fiscali per chi ha condizioni di salute complesse, croniche o rare. Per questo l’Agenzia delle Entrate ha creato una raccolta di guide pratiche che possono supportare cittadini e cittadine con disabilità, CAF e professionisti a orientarsi tra spese detraibili, oneri deducibili, crediti d’imposta e obblighi documentali.
In una nota prodotta dal Centro Studi Giuridici HandyLex, di cui suggeriamo senz’altro la consultazione (a questo link), oltre a fornire i link dei vari .pdf relativi alle specifiche aree di spesa o agevolazione, individua anche le sezioni più utili per chi vive con una malattia rara o una disabilità, ovvero le spese sanitarie, le spese per l’istruzione, incluse quelle per DSA (diturbi specifici dell’apprendimento) o altre necessità educative legate alla salute; i premi assicurativi, soprattutto quelli per la tutela di persone con disabilità grave o a rischio di non autosufficienza; i contributi previdenziali e assistenziali, come i versamenti a fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale; i crediti d’imposta; gli interventi edilizi (ad esempio il Superbonus); altre detrazioni (come i cani guida e i servizi di interpretariato). (S.B.)
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Nelle scorse settimane era stato proprio il blogger Luca Faccio, come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, a segnalarci che nel Veneto si era evoluta positivamente la situazione denunciata da Renato La Cara sul «Fatto Quotidiano», secondo cui, dal 1° gennaio di quest’anno, spetterebbero agli utenti le spese legate alla manutenzione e alle riparazioni delle carrozzine a motore elettrico (batterie, motori, joystick, ruote), dopo l’entrata in vigore del Nomenclatore Allegato 5 al DPCM 12/2017, avvenuta il 30 dicembre 2024, con l’approvazione delle relative Tariffe dell’Elenco 1.
Sul tema vi era stata anche un’Interrogazione Parlamentare, cui il ministro della Salute Schillaci aveva risposto che «per le carrozzine per le persone con disabilità le Regioni e le Asl devono stipulare contratti attraverso gare pubbliche ed i fornitori devono garantire l’adattamento e personalizzazione dei dispositivi da parte di professionisti abilitati, la manutenzione ordinaria, oltre alla sostituzione dei componenti come le batterie. Non è una raccomandazione, ma una norma di legge». «Il nuovo Decreto Tariffe del 2025 – aveva aggiunto il responsabile del Dicastero della Salute – non ha cambiato nulla sui diritti dell’assistito, poiché l’innovazione riguarda solo la modalità di approvvigionamento, ma i diritti dei cittadini sono rafforzati». «La riparazione – aveva quindi concluso – rimane a carico delle aziende sanitarie e all’assistito non dovrebbe essere richiesta alcuna compartecipazione alla spesa per la riparazione e sostituzione delle carrozzine, se questo sta accadendo, qualcuno non applica le normative. Non è accettabile».
Una risposta, però, che secondo la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), «non basta a fermare i disagi, né a ripristinare i diritti violati e a garantire uniformità e rispetto delle norme su tutto il territorio nazionale. La realtà quotidiana, infatti, parla di segnalazioni che ci giungono continuamente, raccontando ritardi, rimpalli di responsabilità, interpretazioni divergenti, richieste improprie di pagamento, e difficoltà nell’ottenere interventi tempestivi su ausili essenziali. E tutto ciò non solo per le carrozzine elettriche, ma per ogni ausilio riconosciuto dal Nomenclatore».
Ora, dunque, ancora Luca Faccio, nel proprio blog, lancia un messaggio rivolto a tutti e tutte, chiedendo di scrivergli, all’indirizzo raccontalatuastoria@lucafaccio.it, «se il Servizio Sanitario Nazionale chiede un contributo o addirittura di pagare per intero l’ausilio di cui avete bisogno».
Nello specifico il blogger chiede di sapere «la città e regione, l’ASL di appartenenza, il tipo di ausilio richiesto e quanto l’ASL abbia chiesto come contributo o per l’acquisto totale». «Chiedo questo – sottolinea – perché, nonostante il ministro della Salute Schillaci abbia detto che alle persone con disabilità e alle loro famiglie non si debba chiedere nessun contributo per avere degli ausili di fondamentale importanza, alcune ASL continuano appunto a chiedere o un contributo o il pagamento intero degli ausili». «E quindi – conclude – mi piacerebbe moltissimo pubblicare le vostre storie e poi inviarle alla Segreteria del Ministro della Salute». Messaggio ricevuto e trasmesso ai nostri Lettori e Lettrici. (S.B.)
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Con un cartello bianco tra le mani e un cerotto sulla bocca, una donna, in situazione di invalidità al 100%, si è seduta nei giorni scorsi davanti all’entrata del Tribunale di Rimini, sotto il sole cocente, in silenzio, in carrozzina. Sopra il cartello, poche parole: L’ingiustizia non si archivia.
«Dietro questo mio gesto – racconta – c’è molto più di una protesta. C’è una storia di dolore, di resistenza, e di richiesta di giustizia. Una vicenda che affonda le radici nel 2017 e che si è trasformata in una lunga serie di atti persecutori, denunce infondate, intimidazioni, isolamento e – soprattutto – in una falsa accusa di truffa ai danni dell’INPS, una calunnia infamante che ha portato alla sospensione dell’assegno di accompagnamento per quasi due anni, nonostante una condizione di invalidità certificata e documentata».
«Questo non è solo il mio dolore – aggiunge la promotrice dell’iniziativa -, ma è il grido silenzioso di chi non ha voce. Se infatti chi calunnia una persona con invalidità al 100% può restare impunito, allora nessuna fragilità sarà mai più tutelata. E io non posso permettere che accada: per questo ho voluto trasformare il silenzio in testimonianza». (S.B.)
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Sto leggendo con molto interesse articoli e commenti sul rifiuto di alcuni studenti/studentesse di sostenere l’esame orale agli esami di maturità. Questo mezzo di lotta studentesca ha aperto un dialogo a più voci, al quale vorrei unirmi, anche se ormai la mia età di quasi 88 anni certamente mi rende inequivocabilmente “uomo del secolo scorso”.
Condivido che i giovani debbano contestare il mondo fatto da noi vecchi, per adeguarlo alle loro attuali aspirazioni. Mi chiedo però se l’attuale modalità di lotta, adottata da queste sole poche unità, sia la più idonea a contestare il sistema di valutazione.
Io ho vissuto, da docente, il Sessantotto e mi sembra che le forme di lotta al tipo di scuola che, purtroppo, mi pare sia rimasta sostanzialmente ancora la stessa, fossero più efficaci perché più contestuali. Ricordo ad esempio la tecnica del cosiddetto “gatto selvaggio”, con la quale, appena iniziata la lezione ex cathedra, si alzavano a turno gli studenti attivisti che ti chiedevano una cosa e poi un’altra e così via sino alla fine dell’ora, impedendoti sostanzialmente di fare la lezione tradizionale.
Se adesso si vuole contestare il sistema attuale di valutazione, ancora purtroppo “selettiva”, gli studenti dovrebbero cominciare a rifiutarsi di parlare già a partire dalla prima interrogazione del primo anno di scuola. Farlo alla fine del ciclo degli studi, quando occorre rilasciare un titolo di studio, attualmente necessario, con il punteggio, per partecipare utilmente a tanti concorsi, mi sembra piuttosto sterile.
Anche a me, però, l’intervento del Ministro dell’Istruzione e del Merito non è sembrato appropriato, dal momento che questo è un modo di lotta che, pur se scarsamente incisiva, a mio avviso non è un comportamento lesivo del diritto di nessun terzo e quindi non censurabile disciplinarmente. Cosa diversa sarebbe se si impedisse lo svolgimento degli esami, ma questo è un comportamento pacifico che danneggia solo gli autori di esso i quali si vedono ridurre i voti di diploma, facendo perdere loro varie opportunità di successo nei concorsi.
Né si dica che il concorso è un modo competitivo da abolire. Nell’accesso ai pubblici uffici è infatti previsto costituzionalmente, come mezzo democratico per evitare i favoritismi e le parzialità contrarie alla vita democratica. Occorre scegliere le persone veramente preparate e competenti, tanto è vero che, in taluni concorsi, possono rimanere dei posti non attribuiti, anche se partecipano molti concorrenti ritenuti non in grado di accedere positivamente a quei posti.
A scuola, però, la modalità di valutazione “selettiva” avrebbe dovuto da tempo cedere il posto alla valutazione “formativa”, cioè a un dialogo, al termine del colloquio tra docente e studente, nel quale insieme si ragioni dove lo studente stesso è poco preparato o ha compreso poco e quindi merita una certa valutazione numerica o sintetica. Tale valutazione dovrebbe quindi indurre lo studente a rivedere le parti carenti e in un successivo dialogo convincere il docente che egli ormai ha colmato quel vuoto apprenditivo.
Don Milani pretendeva addirittura che i docenti dovessero destinare tutto il loro tempo a far sì che gli studenti raggiungessero la piena padronanza delle parole e dei periodi e quindi della capacità di essere autonomi e di non sentirsi scavalcare nella vita dai soliti “pierini”, resi capaci grazie alle lezioni private pomeridiane che, con lo stesso impegno, i docenti del mattino avrebbero dovuto usare con i tanti che non potevano permettersi le lezioni private.
Quindi anche don Milani riteneva necessaria la valutazione del livello di apprendimento raggiunto, pretendendo però che se ne spiegasse agli studenti il modo e il senso e che fosse strumentale e formativa e non il fine per cui competere con i compagni. Ad esempio, la modalità della “classe capovolta” con la quale, il docente fornisce inizialmente i criteri fondamentali dell’argomento da studiare e successivamente lo studente, dopo essersi preparato, pone lui le domande al docente su ciò che non ha capito, perché lo chiarisca meglio, mi sembra un modo stimolante di apprendimento valutabile congiuntamente, perché docente e studente sono consapevoli che l’insegnamento ha ottenuto il proprio fine, cioè l’apprendimento, non come travaso passivo di concetti, ma come appunto conquista apprenditiva, guidata dal docente stesso.
*Il presente contributo è già apparso in «La Tecnica della Scuola», con il titolo “Scena muta Maturità: la protesta sui metodi di valutazione dovrebbe iniziare ben prima della fine del percorso” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore e con altro titolo, per gentile concessione.
L'articolo Maturità: la protesta sui metodi dovrebbe iniziare ben prima della fine del percorso proviene da Superando.
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È trascorso un anno da quando, a Gaza, fu crudelmente ucciso Muhammed Bhar, giovane con sindrome di Down. «Come Associazione di persone con disabilità – scrivono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down) -, la sua drammatica vicenda ci turbò profondamente, tanto che subito ne denunciammo pubblicamente l’assurdità e la gravità con un comunicato urgente, chiedendo rispetto, protezione e visibilità per le persone con disabilità nei territori di guerra». Un comunicato, quello cui si riferisce l’AIPD, di cui Superando riprese i contenuti (a questo link).
«Oggi – proseguono dall’Associazione -, nella Striscia di Gaza continuano ad essere uccise ogni giorno decine, centinaia di innocenti. È una realtà drammatica e profondamente ingiusta, a cui non possiamo e non vogliamo assuefarci. L’anniversario della morte di Muhammed diventa quindi l’occasione per far sentire la nostra voce, ma soprattutto per rinnovare il nostro impegno e rilanciare un appello forte alle Istituzioni italiane, europee e internazionali alle quali chiediamo azioni concrete e costanti per fermare gli attacchi alla popolazione inerme; un impegno congiunto, anche in coordinamento con le Associazioni locali e internazionali, per conoscere la situazione attuale delle persone con disabilità nella Striscia di Gaza, raccogliendo dati, testimonianze e analisi; un collegamento e un sostegno alle Associazioni locali che operano in difesa dei diritti delle persone con disabilità nell’area; l’apertura di corridoi umanitari speciali, che garantiscano protezione, accesso a cure mediche, assistenza e possibilità di evacuazione per le persone con disabilità, a partire da coloro che sono rimasti senza alcun supporto familiare».
«Siamo pronti a fare la nostra parte – concludono dall’AIPD, Associazione aderente alla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) -, attraverso reti internazionali, supporto istituzionale e azioni di advocacy, affinché il diritto alla vita e alla dignità non sia negato alle persone con disabilità. In ogni conflitto, sono sempre i più fragili a pagare il prezzo più alto. Se restiamo in silenzio, diventiamo complici. Per questo oggi ricordiamo Muhammed, ma soprattutto scegliamo di non dimenticarlo». (S.B.)
Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.L'articolo Un anno dopo la morte di Muhammed scegliamo di non dimenticarlo chiedendo la fine degli attacchi proviene da Superando.
Nella mattinata del 22 luglio (ore 10.30), davanti al Tribunale di Pisa (Piazza della Repubblica), in occasione di una nuova udienza del processo sui maltrattamenti attuati nella struttura di Montalto di Fauglia (Pisa), destinata a ospitare persone autistiche e gestita dalla Fondazione Stella Maris, si terrà il diciannovesimo presidio indetto dalle nostre organizzazioni [si veda in calce, N.d.R.]. In tale udienza verranno ascoltati gli avvocati di altri imputati.
Nell’estate del 2016, in seguito alla denuncia dei genitori di un giovane, la struttura era stata posta sotto controllo con l’installazione di microcamere e, dopo tre mesi di intercettazioni, la Procura di Pisa aveva configurato l’ipotesi di reato per maltrattamenti. Tra gli ospiti Mattia, morto nel 2018 per soffocamento, dovuto probabilmente al prolungato ed eccessivo uso di psicofarmaci. I continui cambi di terapia avevano comportato disfunzionalità e rischi al momento dei pasti di cui la famiglia afferma di non essere mai stata informata. Per questa vicenda vi è un altro procedimento penale, il processo in primo grado si è chiuso con nessuna responsabilità da parte dei medici e della struttura. È iniziato il processo d’appello presso il Tribunale di Firenze, rinviato addirittura al prossimo mese di novembre.
Il processo per maltrattamenti, invece, va avanti lentamente da oltre 6 anni: le udienze sono diradate, considerando l’elevato numero di testimoni. Si tratta infatti del più grande “processo sulla disabilità” in Italia, che nel periodo della pandemia è stato ospitato nel Palazzo dei Congressi di Pisa.
Gli imputati sono 15, di cui due dottoresse che gestivano la struttura e il direttore sanitario della Stella Maris. Due imputati sono usciti di scena: un operatore che ha patteggiato la pena e il direttore generale che, dopo il rito abbreviato, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi, poi assolto nel processo d’appello.
I genitori, i tutori e altri testimoni ascoltati hanno riportato le violenze subite dalle persone di Montalto e documentate dalle videoregistrazioni che testimoniano oltre 280 episodi di violenza in meno di 4 mesi; violenza non episodica ma strutturale. In una delle ultime udienze una delle dottoresse ha dichiarato che a Montalto di Fauglia venivano usati, in caso di crisi, i “tappeti contenitivi”, dove il paziente veniva immobilizzato, contenuto e arrotolato.
Come riporta la relazione del consulente tecnico, professor Alfredo Verde: «Leggendo gli atti del presente procedimento abbiamo rinvenuto sicuramente la menzione di una lunga tradizione di abuso e violenza da parte degli operatori, radicata negli anni, e in parte tollerata, in parte ignorata della direzione delle strutture». E ancora: «In queste situazioni si sviluppano degenerazioni in cui la violenza e la sopraffazione divengono strumenti usati ogni giorno, e l’istituzione perde le sue caratteristiche terapeutiche per divenire un luogo meramente coercitivo e afflittivo. Il comportamento degli operatori è apparso tipico delle istituzioni totali».
Per questi motivi e per ricordare le vittime degli abusi psichiatrici che ancora vengono perpetrati ai danni di persone private della libertà personale non in grado di difendersi da sole, è un dovere seguire le vicende del processo nell’interesse di tutte/i.
*Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, Comitato Sanità Pubblica Versilia-Massa Carrara e Coordinamento Regionale Toscano Salute Ambiente Sanità.
Per ulteriori informazioni: antipsichiatriapisa@inventati.org. Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti dovuti al diverso contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione. Lo stesso sito di Informare un’h ha seguito costantemente, nei mesi scorsi, la vicenda di cui si parla nel presente testo (l’elenco dei contributi è in calce a questo link).L'articolo Una nuova udienza (e un nuovo presidio) per il “più grande processo sulla disabilità” in Italia proviene da Superando.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti: facciamo evidentemente ancora fatica. Sono passati tanti anni dall’affermazione di questo principio, sancito all’articolo uno della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), ma, ancora, siamo in fondo convinti che il valore e la dignità di una persona sia legata al possesso di alcune abilità.
Sin dal 2006 la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità stabilisce come necessario riconoscere «il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone». Ebbene, non abbiamo ancora fatto i conti fino in fondo con quell’aggettivo (tutte) che continua a mettere in discussione le nostre certezze e le nostre convinzioni profonde, quando si parla di disabilità. Quando infatti si prova ad affrontare la radicalità di questa affermazione, c’è sempre chi afferma che si tratta certo di belle parole, ma che non possono valere proprio per tutti: certamente non per chi (utente, ospite, figlio o figlia, fratello o sorella) è “veramente grave” e di conseguenza non può scegliere e non può sapere quello che è il suo bene.
Il principio di gravità sembra dunque motivare l’eccezione e giustificare la riduzione della libertà dell’altra persona.
Rinunciare all’espressione “grave” in favore di quella che indica la «necessità di sostegno intensivo» (come previsto dall’articolo 4 del Decreto Legislativo 62/24) non è quindi un omaggio al linguaggio politicamente corretto, ma una necessità, per cercare di cambiare il punto di vista, almeno degli addetti ai lavori.
Non bisogna certo sminuire le difficoltà che le compromissioni e le menomazioni comportano nella vita delle persone, anche e soprattutto nell’esercizio della propria libertà. Ma in barba ai nostri pregiudizi, ogni uomo continua a nascere libero. È compito della società, cioè di ognuno di noi, fare in modo che ogni persona riceva i sostegni necessari per poter vivere nella società stessa, potendo scegliere, come gli altri, che vita vivere.
Nessuno può e deve essere inchiodato nella sua diagnosi. La compromissione, in nessun caso, deve predeterminare il percorso di vita di una persona. Ogni volta che questo accade (e accade di frequente), dovremmo trovare la forza di scandalizzarci e di dire con chiarezza che stiamo calpestando i diritti fondamentali di quella persona, a partire dal rispetto e riconoscimento della sua dignità.
Le questioni sono complesse e la strada è ancora lunga: per percorrerla abbiamo, evidentemente, ancora bisogno di parlarne e di confrontarci in modo sincero e rispettoso. Dedicare risorse e competenze alla redazione del Progetto di Vita della persona con disabilità non è tempo perso e non si tratta certo di risorse sottratte alle prestazioni in suo favore. Al contrario, si tratta di dedicare le nostre migliori energie per fare finalmente spazio alla persona con disabilità e assicurarci che i sostegni in suo favore servano per permetterle di vivere la vita “a modo suo”, cioè secondo ciò che per lei è importante. Vale per tutti: ancora di più per le persone con compromissioni di carattere intellettivo e relazionale. In questi casi non possiamo rinunciare ma, al contrario dobbiamo moltiplicare gli sforzi e investire tutte le risorse disponibili.
In questo momento storico, in cui anche la normativa italiana sta facendo proprio l’approccio alla disabilità basato sui diritti umani, dobbiamo farci coraggio e chiedere a noi stessi una maggiore radicalità. Non possiamo più difendere l’indifendibile, cioè un sistema di servizi basati sulla separazione, sulla protezione che dà valore alle sole prestazioni socio-sanitarie.
Non possiamo più tollerare che si preveda che alcune persone passino la vita solo ad essere assistite e curate.
Non possiamo più accettare che si possa pensare e dire che alcune persone siano “incapaci” perché sappiamo che tutti, con il giusto sostegno, possono esprimere le loro potenzialità.
Possiamo e dobbiamo promuovere un cambiamento profondo del nostro modello di welfare. Possiamo e dobbiamo fare in modo che le risorse, economiche e non solo, di cui disponiamo siano effettivamente messe al servizio del riconoscimento dei diritti di tutte le persone con disabilità.
Possiamo e dobbiamo progettare servizi nuovi, completamente diversi da quelli attuali: servizi basati sulla comunità che offrano sostegni alle persone perché possano provare, fino in fondo, a realizzare se stesse.
*Direttore della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
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Caro Luca, vai sempre di fretta… Ti conosco da ormai trent’anni e la tua fretta mi ha sempre colpito. Dunque, non posso non citare a tal proposito Edoardo Bennato, che in uno dei suoi più grandi successi, Il gatto e la volpe, cantava: «Quanta fretta, ma dove vai?».
Ricordo con tanta nostalgia e affetto tutte quelle volte che me l’hai cantata con la chitarra mentre eravamo in vacanza.
Avevi sempre fretta di creare cose, eventi, feste… Fretta di giocare, ragionare… Fretta di star bene nel ruolo che avevi nella Comunità L’Arche… Fretta di inventare nuovi modi di comunicare, di andare in bici, anzi, che dico? In tandem!
Vorrei sfatare il noto detto popolare che dice: «La fretta non dà buoni consigli!». Nel tuo caso, infatti, la fretta ha sortito l’effetto opposto: è stata portatrice di buoni consigli, eccome! E Chiara, tua figlia, ti ha dato una grande mano in questo senso! Infatti, il suo dinamismo ti ha contagiato alla grande.
Colgo l’occasione di questa lettera, sentita, per riflettere su due concetti che ti appartenevano e ti contraddistinguevano nella vita e nel lavoro, ovvero quelli di “comunicazione” e “tandem”.
In particolare la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) ha dato una notevole spinta alla divulgazione attraverso vari strumenti: libri, giochi da tavolo, per poi finire addirittura alla tombola.
E con questo linguaggio, davvero inclusivo, hai portato avanti per tanti anni una bellissima collaborazione con la Cooperativa Accaparlante di Bologna che, a sua volta, si è specializzata su questo fronte, per poi realizzare il magnifico progetto di traduzione e produzione di libri in simboli Parimenti proprio perché cresco, in collaborazione con la casa editrice La Meridiana.
Insomma, sei stato un vero e proprio “influencer”!
Cosa dire invece del tuo ormai celebre “tandem”? Mi viene in mente un articolo scritto nel dicembre del 2022 per questo stesso giornale Superando, in cui ho parlato approfonditamente di questo argomento. Il tandem, a mio parere, può essere considerato metaforicamente “emblema ideale della relazione educativa”. Ma in che senso?
«Come funziona il tandem? […] Il guidatore è il passeggero anteriore, il quale non solo comanda la direzione ma anche i freni e il cambio. La trasmissione del moto, invece, avviene attraverso due assi, al contrario delle comuni biciclette. Il tandem, per funzionare, necessita quindi di una certa sincronizzazione tra i movimenti dei i due “ciclisti” […]. La sincronizzazione, si sa, non può che basarsi sulla profonda conoscenza dei limiti e delle risorse di chi sale sul mezzo e, per sua natura, porta alla valorizzazione delle abilità del passeggero, il quale non è affatto trasportato ma è attivo e ha […] la responsabilità, per esempio, di rendere più sostenibile la fatica ma anche di mantenere l’equilibrio nella dinamica relazionale […]. La relazione funziona infatti proprio così, come un tandem co-condotto tra due persone diverse che desiderano raggiungere la stessa destinazione e per farlo insieme hanno bisogno di allenarsi, di ascoltarsi e, quando serve, di fermarsi. Dietro o davanti poco importa, nel tandem tutti hanno un ruolo, con lo stesso peso e la stessa responsabilità […]».
Se c’è una cosa che mi affascina, dunque, è la sincronizzazione tra i due ciclisti, perché se non c’è sincronia non si va avanti, il tandem è statico e perde il suo equilibrio, proprio come una relazione. Così la responsabilità è di tutti e due. È un bellissimo insegnamento che mi hai lasciato, Luca, e, come dicevi tu, «è tanta roba»! Davvero: è tanta roba!
Grazie Luca e continua a pedalare!
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Caro Luca… avevi sempre fretta di creare cose, eventi, feste; fretta di giocare, ragionare” e viene qui proposto, con minimi riadattamenti al diverso contenitore e un diverso titolo, per gentile concessione.
Pensiero ImprudenteL'articolo “Pensiero Imprudente”: comunicazione e tandem, le parole chiave di Luca Errani proviene da Superando.
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