Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
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Decreto nomina commissione – responsabili amministrativi D.M. 146/2000

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 26 Maggio 2026 - 3:17pm

m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0004918.26-05-2026 Allegati m_pi.AOOUSPCZ.REGISTRO UFFICIALE(U).0004918.26-05-2026 (254 kB)

Personale A.T.A. – nomina Commissione A.T.A. 24 mesi, a.s. 2026/2027

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Personale docente – decreto permessi studio, anno solare 2026 – IANNI Maria Concetta e FABIANO Caterina

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La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: sarebbe discriminazione

Superando - 26 Maggio 2026 - 1:52pm

Se il Ministero dell’Interno applica in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute, questo equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza, attuando una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: lo ha affermato il Consiglio di Stato, di fronte al ricorso di una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione LEDHA Una donna con disabilità di origine straniera

La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: lo ha stabilito il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso presentato da una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Nel luglio del 2015 Maria (nome di fantasia) aveva presentato domanda di cittadinanza. Nel maggio 2020 il Ministero dell’Interno l’aveva respinta: i redditi della donna, infatti, non avevano raggiunto la soglia minima, fissata dal Viminale, a 8.263,31 euro all’anno per un singolo richiedente.
A prima vista, un criterio apparentemente neutro, ma nel caso di Maria, quella soglia si è trasformata in una discriminazione: la donna, infatti, ha un’invalidità del 75% e non è più in grado di svolgere il suo lavoro di colf. Nonostante sia iscritta alle liste del collocamento mirato, la sua età e la sua condizione non le hanno permesso di trovare una nuova occupazione. A oggi, la sua sola fonte di sostentamento è l’assegno d’invalidità che, è importante ricordarlo, non costituisce reddito.

Con il supporto, dunque, delle legali del Centro Antidiscriminazione della LEDHA, Maria ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica su cui il Consiglio di Stato ha espresso parere favorevole. In particolare, i giudici amministrativi hanno evidenziato come «la rigida applicazione dei parametri [relativi al reddito di chi presenta richiesta di cittadinanza, N.d.R.] comporterebbe l’esclusione dall’accesso alla cittadinanza dei titolari di solo assegno di invalidità che, in quanto tali, sono caratterizzati da riduzione della capacità lavorativa».
In altre parole: la scelta del Ministero dell’Interno di applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza. Siamo quindi di fronte a una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, e quindi parte integrante del nostro ordinamento giuridico. La Convenzione, infatti, afferma il diritto per tutte le persone con disabilità ad acquisire e cambiare cittadinanza su base di uguaglianza con gli altri.
Il Consiglio di Stato evidenzia poi un elemento paradossale: Maria, pur non essendo cittadina italiana, riceve già un assegno di invalidità a carico dello Stato, concederle la cittadinanza, dunque, non comporterebbe alcun nuovo onere per le casse pubbliche, semmai le attribuirebbe anche obblighi fiscali e di solidarietà sociale.

«Siamo di fronte a un pronunciamento importante – commentano dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA – perché riconosce come discriminatoria una prassi adottata dal Ministero dell’Interno. Individuare una soglia di reddito superiore all’assegno di invalidità come criterio per poter accedere alla cittadinanza significa, di fatto, escludere tutte le persone straniere che si trovano in quella condizione e che non hanno altre fonti di reddito. In altri termini, nessuna persona con disabilità che percepisca esclusivamente l’assegno di invalidità può soddisfare il requisito reddituale indicato dal Ministero, il che equivale a dire che nessuna di queste persone possa nemmeno aspirare a diventare cittadina italiana, a causa di un criterio che si configura come strutturalmente discriminatorio».
La LEDHA si augura quindi che questo pronunciamento possa rappresentare un precedente per garantire ad altre persone con disabilità di origine straniera la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana senza subire discriminazioni sulla base della propria condizione. «Il nostro auspicio – commenta infatti Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – è che il Ministero dell’Interno tenga conto di quanto riconosciuto dai giudici del Consiglio di Stato». (I.S.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it.

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Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda

Superando - 26 Maggio 2026 - 1:26pm

Migliaia di persone ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante: se ne parlerà domani, 27 maggio, a Torino, nel corso dell’incontro “Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda”, promosso dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna “Future Week Torino”

«C’è una rivoluzione silenziosa che attraversa uffici e riunioni, è quella di migliaia di persone che ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante»: sarà questo il tema al centro dell’incontro di domani, 27 maggio, a Torino, denominato Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda, promosso presso il proprio Centro (Via Moncalvo, 1, otre 8.30) dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna Future Week Torino.
«Con questo incontro – dicono da Paideia – ci ripromettiamo di andare oltre i numeri per raccontare cosa significa davvero conciliare carriera e caregiving. I dati, del resto, parlano chiaro: secondo una nostra nuova indagine, curata con la Doxa su oltre mille famiglie, un genitore caregiver su due subisce discriminazioni sul lavoro, mentre il 36% delle madri vede la propria carriera rallentare o fermarsi. Non solo: quasi la metà dei caregiver è costretta a chiedere il part-time per sostenere un carico di cura che nei weekend può arrivare fino a 14 ore al giorno. Per questo riteniamo essenziale questo faccia a faccia tra esperienze dirette e nuove politiche di welfare, per costruire aziende realmente inclusive».
Interverranno per l’occasione Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione Paideia; Cristina Tumiatti, vicepresidente della Piccola Industria Unione Industriali Torino; Lucia Pellino, D&I Director del Gruppo Lavazza; Andrea Tron, caregiver; Francesco Canale, CVO Working Souls. (S.B.)

L’ingresso sarà gratuito (con prenotazione), per informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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Quegli “inutili” che ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione

Superando - 26 Maggio 2026 - 12:59pm

«Nella nostra società la parola “inutili” viene spesso associata a persone considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione vogliamo festeggiare»: così, dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, presentano “Un Festival Inutile”, che tornerà domani, 27 maggio, a Bologna

Tornerà nel pomeriggio di domani, 27 maggio, a Bologna, negli spazi della Fattoria Urbana (Via Pirandello, 3, ore 17.30-23), Un Festival Inutile, evento promosso dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, insieme a tante realtà del Pilastro, per coinvolgere ancora una volta cittadini e cittadine sul peso delle parole: «Nella nostra società – sottolineano infatti da Accaparlante – la parola “inutili” viene spesso associata a persone che vengono considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Attraverso stand, giochi e attività, festeggeremo dunque proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione».

Quest’anno, per altro, i festeggiamenti saranno doppi, o addirittura anzi tripli, celebrando infatti sia la Cooperativa Accaparlante, sia i 40 anni del Progetto Calamaio, “storico” gruppo educativo integrato che lavora sulla relazione con la diversità, nonché l’allestimento della mostra Macchine Inutili (dalle ore 10.30, nella Piazza Coperta del Centro Commerciale Pilastro), con la premiazione dei vincitori dell’omonimo concorso che ha coinvolto le scuole primarie e secondarie di Bologna con gli animatori con disabilità dello stesso Progetto Calamaio. Il nome stesso dell’evento, del resto, si ispira idealmente alle Macchine Inutili di Bruno Munari, che per il Calamaio, come venne spiegato a suo tempo, «sono state il punto di partenza per un laboratorio in cui liberare fantasia e creatività, uscendo dall’uso ordinario delle carrozzine e degli ausili, dando vita a opere ironiche e personali che hanno risposto ai desideri e ai bisogni più intimi dei partecipanti, svincolati da necessità pratiche, per il piacere di inventare e divertirsi».

Si comincerà dunque, come detto, alle 17.30, con una lettura animata e un laboratorio a cura della Biblioteca Luigi Spina, a partire dal libro Il sacco della scrittrice e illustratrice Emma AdBåge (Camelozampa, 2026). Quindi, tanti laboratori “inutili” per tutte le età, a cura di Accaparlante, AiCS, Casa di Quartiere Ca’Solare e Blog del Pilastro, fino allo spettacolo Sinfonia per stampelle e sedia a rotelle del polistrumentista e artista sonoro Francesco Gibaldi, seguito da un concerto del giovane cantautore Cespu + band. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Valeria Alpi (valeria@accaparlante.it).

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Storie di persone alle quali Special Olympics ha cambiato la vita

Superando - 26 Maggio 2026 - 12:04pm

Il risultato più importante dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, dei quali si è tenuta nei giorni scorsi la 41^ edizione, è stata certamente la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, diventando esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà e per tutti coloro che sono ancora chiusi nei pregiudizi verso le disabilità intellettive. Ben lo dimostrano anche le storie di Elisa e Cora Elisa Del Signore

Una settimana di sport, emozioni e relazioni hanno trasformato Lignano Sabbiadoro (Udine), Cordovado (Pordenone), Portogruaro e Bibione (Venezia) in un grande spazio di incontro e inclusione, vedendo oltre 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive confrontarsi in 21 discipline sportive, accompagnati dall’energia di 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e circa 1.400 familiari, provenienti da tutta Italia. È stata questo la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettiva, che avevamo presentato nei giorni scorsi, raccontando poi anche la cerimonia di apertura del 20 maggio. «Ma il risultato più importante di questi Giochi – dicono da Special Olympics Italia – non si misura con una medaglia, è bensì la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, una consapevolezza che può diventare esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà, ma anche per tutte quelle persone ancora chiuse nei pregiudizi verso le disabilità intellettive».
Tra le testimonianze più significative di questa edizione, ad esempio, vi è quella di Elisa Del Signore, 26 anni, atleta di ginnastica artistica di Borgaro Torinese (Torino), che racconta un “prima” e un “dopo” Special Olympics. «Prima di iniziare – dice – pensavo di non essere portata per questo sport. All’inizio c’erano timore e paura, ma pian piano ho iniziato a credere di più in me stessa e a migliorarmi sempre di più. Special Olympics mi ha cambiato la vita come persona e come atleta, aprendomi un mondo completamente nuovo. All’inizio, infatti, la disabilità era come una gabbia, una trappola che mi impediva di essere come tutti gli altri. Poi ho capito che potevo fare tutto ciò che desideravo, seguendo i miei tempi».

Cora Manzini Nardini

Oggi Elisa studia, lavora, pratica sport e coltiva le sue passioni. Attraverso il progetto RecuperAbile, promosso da Geogym, trasforma materiali di scarto degli attrezzi da ginnastica in gadget e oggetti creativi, in un percorso che unisce sostenibilità e inclusione lavorativa per persone con disabilità intellettiva. «E se c’è una cosa che voglio dire a tutti quelli che hanno le mie stesse difficoltà – conclude – è di non arrendersi e continuare a raggiungere i propri obiettivi».

Un’altra testimonianza di fantasia e sensibilità arrivata dai recenti Giochi è quella di Cora Manzini Nardini, che descrive il proprio mondo come «un viaggio tra sogni, pianeti e castelli incantati». «Sono una ragazza che di notte sogna parecchio – racconta -, immagino di volare su una macchina volante, di andare dai miei angeli e poi fino a Plutone, il mio pianeta preferito. Ma la parte più bella è arrivare nel mio “castello incantato”, pieno di tutte le cose che amo: la musica, il basket, la pallavolo, disegnare, stare con gli amici. Quando gioco insieme alla mia squadra, infatti, mi sento super felice. Lo sport mi ha aiutato a essere più gentile, più allegra e più serena con le persone che ho intorno».
Per Cora, sottolineano da Special Olympics Italia, «la disabilità è una condizione, non un limite ed è proprio questa la visione che vogliamo continuare a promuovere: creare luoghi dove ogni persona possa sentirsi riconosciuta nelle proprie capacità e non definita dalle proprie difficoltà».

Il prossimo appuntamento con un evento nazionale di Special Olympics sarà ora dal 12 al 14 giugno a Treviso, con la XIII edizione dell’Unified International Basketball Tournament. (S.B.).

Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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AVVISO Disponibilità per incarico aggiuntivo di reggenza presso l’istituzione scolastica IST.ISTR.SUP. “L. NOSTRO/L.REPACI” di VILLA SAN GIOVANNI (RC) – (art. 19 del C.C.N.L. – Area V Dirigenza Scolastica sottoscritto in data 11/04/2006)

Ultime da USR Calabria - 26 Maggio 2026 - 7:02am

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PERSONALE A.T.A. – Esecuzione ordinanza cautelare n. 6438/2025 del 08/11/2025 emessa dal Tribunale di Catanzaro, Sez. Lav. – LENTINI Annalucia c/MIM

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 25 Maggio 2026 - 7:21pm

Uno “sporco lavoro”, ma anche un “gesto artistico”

Superando - 25 Maggio 2026 - 6:13pm

«Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli – scrive Elena Malagoli -, che non finiscono nei curriculum, non fanno fare carriera. Anzi! Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale e da vent’anni attendo un riconoscimento legislativo. Credo però ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che penso sia anche un “gesto artistico”, in grado di fare nascere bellezza e umanità dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli. Non finiscono nei curriculum, non vengono definiti skills, non fanno fare carriera. Anzi! Rappresentano spesso un ostacolo per il lavoro, a volte così insormontabile da essere costretti a lasciarlo.
Alzarsi di notte per cambiare un pannolone, per sedare una crisi di epilessia, per aspirare un naso o una bocca, per somministrare dei farmaci o un goccio d’acqua. Movimentare una persona, e imboccarla, lavarla, vestirla, monitorarla, accompagnarla, consolarla. E farlo ogni giorno, tutto il giorno, spesso in solitudine, incastrati in questo “affare di famiglia” da cui quasi tutti distolgono lo sguardo.
Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale, e in questi vent’anni ho conosciuto centinaia di caregiver come me, chi di un figlio, chi di un coniuge o di un genitore.
Da vent’anni attendo il riconoscimento legislativo della figura del caregiver familiare, per la tutela dei suoi basilari diritti umani, ma ormai più che una ragionevole speranza mi appare come un miraggio nel deserto.
Ma credo ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che considero una tra le più nobili e commoventi espressioni dell’umano.
Sentire il corpo di chi curiamo come un’estensione del nostro, sentire sulla pelle, nei muscoli, nelle ossa, il dolore o il sollievo di quella pelle, di quei muscoli, di quelle ossa. Saper decifrare una smorfia, un sorriso, un sospiro, un fremito, uno sguardo, un silenzio. Saper riconoscere nella fragilità non solo la vulnerabilità, ma anche la preziosità. Custodire fra le mani la vita di queste persone affidate, perché l’abbandono e l’indifferenza non la spengano.
Tutto questo non è socialmente riconosciuto, né tanto meno ambìto, eppure prendersi cura di una persona non autosufficiente è una specie di arte, che richiede competenze molto raffinate e profonde.
Curare una persona anziana, o con disabilità, o malata, senza umiliarla, onorando il suo corpo e la sua persona, la sua dignità e il suo pudore, i suoi limiti e le sue capacità, in una relazione di rispetto e di fiducia, è una delle più pure e belle espressioni di umanità.
Perciò credo che la cura sia davvero un “gesto artistico”, perché è in grado di fare nascere bellezza e umanità proprio dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore.
Ricordo una telefonata di tanti anni fa con un’amica: era stata una giornata faticosa con Ilaria, darle da mangiare si era trasformato in una specie di lotta in cui io la imboccavo e lei mi sputava il cibo addosso. E io all’amica raccontavo della fatica e del mio sconforto nel vedermi a fine giornata con la maglia macchiata, e i capelli pieni di pappa, sporca ed esausta. E lei mi rispose: «Tutti i lavori sporchi sono santi».
All’epoca non capii cosa intendesse, un po’ a disagio lasciai cadere la frase senza chiedere chiarimenti né commentare.
Oggi – molti anni e molta vita dopo – ho capito, e so che aveva ragione, anche se questo “sporco lavoro” non finirà mai in un curriculum.

*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.

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Invecchiare con una lesione midollare: a Comacchio il Congresso 2026 della Federazione Europea sulle lesioni midollari

Superando - 25 Maggio 2026 - 5:47pm

Come già segnalato a suo tempo, sarà in Italia, nei prossimi giorni, il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale, e ad organizzarlo è stata la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), dal 27 al 30 maggio, presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), su un tema di crescente rilevanza in tutta Europa, quale l’“Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale”

L’annuncio, come avevamo raccontato sulle nostre pagine, era arrivato lo scorso anno a Zagabria, capitale della Croazia, dove si era svolto il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale: l’incontro del 2026 sarebbe stato ospitato dal nostro Paese, a cura della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), ed esattamente presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), struttura situata sulla costa adriatica tra Bologna e Venezia completamente accessibile e immersa in un ambiente naturale, per favorire sia i momenti di dibattito che quelli di socializzazione.
Ebbene, ora quell’evento è ormai imminente, se è vero che si terrà dal 27 al 30 maggio, nella località emiliana, sul tema Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale.
«La designazione dell’Italia quale Paese ospitante del Congresso ESCIF 2026 – sottolinea il presidente della FAIP Vincenzo Falabella – è un riconoscimento importante per il movimento associativo italiano, rappresentato dalla nostra Federazione. Infatti, l’opportunità di riportare il dibattito europeo in Italia dimostrerà ancora una volta la capacità del nostro Paese di confrontarsi con le realtà internazionali su temi cruciali quali l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità».

Per quanto riguarda il tema che è stato scelto, esso, afferma Lucy Robinson, presidente dell’ESCIF, «ha crescente rilevanza in tutta Europa, se è vero che le tendenze attuali mostrano come le persone continuano a subire lesioni al midollo spinale in età avanzata, mentre allo stesso tempo aumenta la durata di vita di coloro che si sono infortunati molti anni fa. Questi cambiamenti demografici rendono quindi l’invecchiamento con lesioni al midollo spinale non solo una questione clinica, ma anche una significativa priorità sociale, economica e comunitaria per il nostro movimento. In quanto organizzazioni che operano a livello nazionale ed europeo, condividiamo sia le sfide che la responsabilità di rispondere a questi sviluppi. Attraverso lo scambio di conoscenze, la ricerca, l’esperienza vissuta e le buone pratiche, rafforziamo la nostra capacità collettiva di promuovere servizi adeguati, influenzare le politiche e far crescere dignità e qualità della vita durante tutto l’arco della vita. Oltre alle sessioni formali, dunque, la conferenza in Italia offrirà anche un’’inestimabile opportunità di connettersi, condividere esperienze e rafforzare la cooperazione transfrontaliera».

Tali concetti vengono ribaditi anche dalla FAIP, che si sofferma così sulle nuove sfide determinate dall’invecchiamento con una lesione midollare: «Si tratta di sfide legate innanzitutto a cambiamenti fisici e psicologici: l’invecchiamento, infatti, può aggravare alcune complicanze legate alla lesione, quali problemi muscoloscheletrici, disturbi metabolici o difficoltà nella gestione quotidiana. A livello poi dell’autonomia e della qualità della vita, con l’avanzare dell’età diventa più complesso mantenere l’indipendenza, rendendo necessari nuovi modelli di assistenza e supporto. E infine, per quanto riguarda i sistemi sanitari e di welfare, molti Paesi non sono ancora preparati ad affrontare le esigenze specifiche delle persone anziane con disabilità, ciò che richiede politiche più inclusive e sostenibili. Il congresso di Comacchio sarà pertanto un’occasione fondamentale per confrontarsi su soluzioni concrete, che portino a un punto di svolta su tali temi, coinvolgendo esperti, associazioni e persone con lesione midollare, in un’ottica di collaborazione europea». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo (in inglese) del Congresso ESCIF. Per ogni ulteriore informazione: segreteria@faipets.it.

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Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania

Superando - 25 Maggio 2026 - 4:46pm

Un momento di confronto istituzionale e sociale di particolare rilievo, rivolto a persone con disabilità, famiglie, rappresentanti delle Istituzioni e del Terzo Settore, chiamati a concorrere alla costruzione di un sistema realmente inclusivo e fondato sull’effettività dei diritti: sarà questo, il 27 maggio a Napoli, l’assemblea pubblica della Federazione FISH Campania, sul tema “Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania”

È in programma per il pomeriggio del 27 maggio a Napoli (Centro Congressi Tiempo – Centro Direzionale Isola E5, ore 15.30), un’assemblea pubblica della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Faniglie) sul tema Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania.
L’iniziativa rappresenterà un momento di confronto istituzionale e sociale di particolare rilievo, rivolgendosi a persone con disabilità, famiglie, rappresentanti delle Istituzioni e del Terzo Settore, chiamati a concorrere alla costruzione di un sistema realmente inclusivo e fondato sull’effettività dei diritti.

Il Progetto di Vita non costituisce un mero adempimento amministrativo né una misura concessa discrezionalmente, ma si configura come l’infrastruttura fondamentale su cui si fondano dignità, autonomia e piena cittadinanza delle persone con disabilità. Il tema si inserisce segnatamente nel quadro normativo nazionale che comprende le Leggi 104/92, 328/00, 112/16 (“Dopo di Noi”) e 18/09, con la quale ultima l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, riconoscendo il principio della piena partecipazione alla vita sociale. Elemento centrale del processo di riforma attualmente in corso è il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, che ha introdotto appunto il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rafforzandone la natura di diritto soggettivo esigibile e strutturato. Il nuovo impianto normativo supera progressivamente una visione prevalentemente sanitaria della disabilità e introduce un modello basato sulla valutazione multidimensionale, sulla presa in carico integrata, tempi certi e la personalizzazione degli interventi.
Il Progetto di Vita è chiamato pertanto a garantire condizioni concrete di inclusione attraverso autonomia abitativa, accesso allo studio e al lavoro, partecipazione sociale e piena realizzazione della persona all’interno della comunità.
La riforma, com’è noto, sta vivendo una fase di sperimentazione relativa al biennio 2025–2026, mentre la piena operatività su tutto il territorio nazionale è fissata al 1° gennaio 2027, con un impegno diretto e vincolante per tutti i livelli istituzionali coinvolti. Resta centrale, per altro, Il riferimento all’articolo 3 della Costituzione, secondo il quale, vale la pena ribadirlo, «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». Un principio, dunque, che richiama la responsabilità delle Istituzioni e dell’intera comunità sociale.
La citata Legge Delega 227/21, approvata all’unanimità dal Parlamento, ha segnato una svolta normativa e culturale di rilievo, affermando con chiarezza che i diritti delle persone con disabilità non appartengono a una parte politica, ma costituiscono un principio universale dell’ordinamento repubblicano.

La partecipazione all’assemblea del 27 maggio a Napoli assumerà pertanto un valore non solo informativo, ma anche politico-istituzionale, quale occasione di confronto per l’attuazione concreta delle riforme in corso.
Moderati dal giornalista Walter Medolla, i lavori prevedono in apertura gli interventi di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania, Giuseppe Ambrosino, presidente della FAND Campania (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), Umberto Cristadoro, presidente del CSV Napoli (Centro Servizi Volontariato) e Giovanpaolo Gaudino, portavoce del Forum del Terzo Settore Campania.
Parteciperanno quindi i consiglieri regionali Davide D’Errico, Lucia Fortini, Michela Rostan, Luca Trapanese e Marco Villano, insieme ad altri rappresentanti delle istituzioni regionali.
A portare poi il proprio contributo saranno rappresentanti del mondo associativo, del Terzo Settore e delle parti sociali, con interventi dedicati ai temi del lavoro, dei servizi, dell’inclusione, della progettazione personalizzata e dei diritti esigibili delle persone con disabilità.
Le conclusioni saranno affidate ad Andrea Morniroli, assessore alle Politiche Sociali e all’Istruzione della Regione Campania, e al già menzionato Gennaro Pezzurro, che restituirà una sintesi politica e istituzionale del confronto.

A questo link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: fishcampania@gmail.com.

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Chi desidera che i propri figli vivano bene li educhi da subito a costruire contesti inclusivi

Superando - 25 Maggio 2026 - 4:11pm

«I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone con disabilità – scrive Luca Grecchi – contribuiscono a far introiettare ai propri figli un’abitudine alla chiusura, opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice»

In altri miei precedenti articoli mi sono soffermato spesso sul tema della scuola, in molti casi con riferimento alla scuola primaria. Da essa, in effetti, ma ancor prima dalla famiglia, in merito alla inclusione, inizia tutto, ovvero ogni potenziale apertura dei bambini nei confronti dei coetanei con disabilità. Se i docenti, infatti, nonché i genitori, non limitano, in vario modo (ad esempio ponendo in essere arbitrarie separazioni), la naturale cooperazione che i più piccoli stabiliscono tra loro, c’è speranza che le cose possano procedere nella giusta direzione. L’attuale contesto sociale risulta, tuttavia, assai poco comunitario, per cui esso crea, a scuola come in famiglia, ostacoli al libero dispiegamento di una relazionalità inclusiva.
Modificare le strutture portanti di una società, anche solo a livello di senso comune, non è affatto semplice. Ciò nonostante, la cultura può fare molto. Se si diffonde infatti, tra le persone, la consapevolezza che, all’interno di relazioni solidali, tutti stanno meglio – poiché, appunto, tali modalità si conformano alla natura umana, la quale preferisce vivere nell’armonia anziché nel conflitto –, ciascuno sarà portato a favorire rapporti amicali nei vari àmbiti della propria vita, in tutti i ruoli che può trovarsi ad occupare: docente, genitore, volontario, e così via.

Uno dei luoghi in cui vi è maggiore necessità di una socializzazione accogliente, ovvero di normalità comunitaria, è, come detto, la scuola. I bambini, soprattutto quelli caratterizzati da maggiori difficoltà, hanno in effetti bisogno di un contesto che sia, almeno per alcuni aspetti, un prolungamento della famiglia, in cui, pur con differenti funzioni, possano partecipare su base di uguaglianza alle attività del gruppo, ponendo in tal modo in atto tutte le proprie potenzialità. Il ruolo educativo dei docenti è in merito essenziale. E tuttavia, ancora maggiore rilievo, sia per l’anteriorità della loro opera, sia per la rilevanza dei primi anni di vita del bambino, riveste il ruolo dei genitori.
L’ambiente sociale complessivo può infatti non essere comunitario, ma talvolta, in piccoli contesti, si possono comunque formare situazioni inclusive in grado di far vivere bene ogni persona. L’inclusione, del resto, come le altre tematiche sociali, non è questione da “tutto o niente”, ma di realizzazione graduale. Dalle famiglie, in ogni caso, dipende il primo orientamento etico dei figli, anche con riferimento ai compagni da frequentare. I comportamenti presi a modello, infatti, quali sono in primo luogo quelli dei genitori, se gravati da pregiudizi, possono produrre nel tempo esclusioni che poi difficilmente vengono ricomposte, consentendo solo di rado, alle giovani vite che vengono emarginate, una futura integrazione sociale.

Chi conosce famiglie con figli con disabilità sa che, tra le maggiori fonti di sofferenza, non vi è soltanto la riduzione delle potenzialità di vita dovuta al deficit, quanto l’esclusione spesso praticata dai coetanei. Essa non si manifesta ancora apertamente, di solito, alla scuola primaria, quando i genitori sono responsabili delle decisioni di socializzazione dei figli, come accade ad esempio per gli inviti alle festine di compleanno, nelle quali è ritenuto riprovevole – i social oggi documentano tutto – effettuare scelte escludenti. Nel momento, invece, in cui i ragazzi crescono, ovvero in particolare alla scuola secondaria, le remore di molti genitori svaniscono, sicché quelle esclusioni vengono effettivamente praticate, dietro il pretesto che le scelte ormai spettano ai loro figli divenuti grandi. Peccato, però, che dietro quelle scelte vi siano spesso i pregiudizi trasmessi dalle famiglie, che creano frequentemente, nei confronti delle giovani persone con disabilità – per citare il titolo di un bel libro di Gianfranco Vitale –, “il silenzio intorno”. Questi ragazzi diventano infatti, sovente, invisibili agli altri, e tali, per molti genitori, devono rimanere. In una società in cui conta chi vince, ossia chi ha successo, è bene in effetti, secondo queste persone, che i propri figli non frequentino chi, per condizione psicofisica, ha molte probabilità di diventare un “perdente”.

Il Lettore penserà forse che io stia esagerando. Chi, tuttavia, ha dimestichezza con la disabilità, sa che le situazioni di esclusione, soprattutto durante l’adolescenza, sono molto diffuse. Questi ragazzi iniziano infatti ad essere socialmente “disabilitati”, mediante l’emarginazione, proprio in età scolare, per poi proseguire, nella medesima direzione, in età lavorativa. Per rimanere, comunque, alla scuola, l’esperienza riportata da molti nostri studenti e studentesse in Università che già operano, in vari ruoli, nella stessa,  è quella per cui i ragazzi che accettano di stare in banco con compagni con disabilità sono sempre meno; che coloro che li invitano a casa, o ad uscire insieme, risultano rari; che aumentano addirittura i coetanei che nemmeno li salutano, come se quel gesto comportasse già una qualche commistione del proprio presunto status di “vincenti” con la condizione di “inferiorità” nella quale ancora oggi, purtroppo, sono collocate le persone con disabilità.

Quanto argomentato mostra che le famiglie, se dotate di adeguata cultura educativa, hanno davvero la possibilità – insegnando ai propri figli che tutte le persone sono dotate di arricchenti contenuti umani –, di rendere il contesto sociale maggiormente inclusivo, nonostante il mondo, oggi, non lo sia affatto. I bambini, come detto, apprendono molto dai genitori, soprattutto attraverso l’esempio. Un modello negativo, ossia di mancata inclusione, può in effetti produrre pregiudizi, i quali portano, a loro volta, ad un’ulteriore chiusura nei confronti di una parte dell’umanità. Ciò conduce nel tempo ad un impoverimento del proprio essere, nonché ad una crescente incapacità di relazionarsi con chi è atipico. Questa limitazione, tuttavia, non risulta mai fruttuosa, come non lo è per nessun ente la difficoltà nel rapportarsi ad una parte di realtà.
I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone con disabilità contribuiscono, dunque, a far introiettare, ai propri figli, un’abitudine alla chiusura, opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice. Questo, allora, il maggiore consiglio che la filosofia può dare ai genitori: chi desidera che i propri figli vivano bene, li educhi da subito a costruire contesti inclusivi.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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PERSONALE A.T.A. – Esecuzione ordinanza cautelare n. 180/2026 del 11/01/2026 emessa dal Tribunale di Catanzaro, Sez. Lav. – FICO Ida c/MIM

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 25 Maggio 2026 - 2:39pm

Personale ATA – Avviso: avvio della procedura di trasferimento graduatoria ex D.M. 18 maggio 2000, n. 146 Responsabili Amministrativi

Ultime da A.T.P. Catanzaro - 25 Maggio 2026 - 2:35pm

L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità

Superando - 25 Maggio 2026 - 2:06pm

«Un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, anche per esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche»: viene presentato così l’inconttro di domani, 26 maggio, a Roma, denominato “L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità”, evento conclusivo della campagna “Ricordati di stare bene”

«L’aderenza terapeutica costituisce un elemento fondamentale per garantire l’efficacia dei percorsi di cura. E tuttavia, la difficoltà nel seguire con continuità e appropriatezza le terapie rimane una criticità rilevante, soprattutto nella gestione delle patologie croniche, con impatti significativi sugli esiti di salute, sulla sostenibilità del sistema sanitario e sulla qualità della vita dei pazienti. La campagna denominata Ricordati di stare bene è stata promossa proprio per ricordare, con il supporto di Comuni e Farmacie, quanto sia importante non dimenticarsi di sé e della propria salute anche quando si sta bene, quando non c’è dolore né allarme. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di adottare sani stili di vita significa, specie nelle situazioni di cronicità come quelle cardiovascolari, prevenire l’aggravarsi di complicanze ed eventi acuti»: sarà la tappa conclusiva di quella campagna l’incontro denominato appunto L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità, in programma per domani, 26 maggio, a Roma (Sala Conferenze dell’ANCI, Voia dei Prefetti, 46, ore 10-13).
«Tale incontro – viene spiegato – costituirà un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, per condividere i risultati raggiunti, valorizzare e premiare le attività più significative ed esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro, promosso, così come la campagna Ri cordati di stare bene, da HappyAgeing e Federsanità – Confederazione delle Federsanità Anci Regionali, in collaborazione con vari enti e organizzazioni, elencati a quello stresso link. Per altre informazioni: stampa@happyageing.it.

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Il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto” (con i premi agli studi sul Terzo Settore)

Superando - 25 Maggio 2026 - 1:30pm

In occasione della propria Assemblea dei Soci, il Forum del Terzo Settore promuoverà il 27 maggio a Roma (e anche in diretta streaming) il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto”, per evidenziare in particolare il ruolo della società civile nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace. Durante lo stesso evento verranno anche premiati gli studi sul valore e l’impatto del Terzo Settore, nell’àmbito della seconda edizione del bando “Terzo – Premio Claudia Fiaschi”

«La guerra in Medio Oriente, aperta da Stati Uniti e Israele, richiede una condanna severa da parte dei Governi italiano ed europei e azioni concrete per ricercare la pace e difendere il diritto internazionale. All’origine dei conflitti vi sono anche le disuguaglianze crescenti e l’indebolimento delle democrazie nel mondo: perseguire la pace vuol dire quindi ripristinare il principio di autodeterminazione dei popoli, solidarietà tra Paesi e primato delle persone»: è partendo da tali premesse che il Forum del Terzo Settore, in occasione dell’Assemblea dei suoi 100 Soci, promuoverà nella mattinata del 27 maggio a Roma (Auditorium Via Rieti, 13), il convegno Si vince solo con la pace e il diritto, fruibile anche online, appuntamento che, attraverso numerosi interventi di studiosi, esperti e operatori umanitari, si propone appunto di analizzare il drammatico scenario internazionale, in particolare in Medio Oriente, e di esplorare le possibili soluzioni ai conflitti, «evidenziando il ruolo della società civile – come viene spiegato – nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace».
In particolare, dopo la prima parte della mattinata, dedicata alla premiazione delle tesi vincitrici del bando Terzo – Premio Claudia Fiaschi, di cui si può leggere specificamente nel box in calce, seguirà, a partire dalle 11, l’intervento di Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo, e dell’ambasciatore e docente di Diplomazia all’Università Luiss, Pasquale Ferrara.
A partire quindi dal documento denominato anch’esso Si vince solo con la pace e il diritto, pubblicato nelle scorse settimane dal Forum Terzo Settore, è in programma un dibattito con la partecipazione di Stefano Tassinari (Coordinamento del Forum Terzo Settore), Paola Berbeglia (Consulta Relazioni Internazionali del Forum Terzo Settore), Francesco Vignarca (coordinatore delle Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo), due cooperanti che porteranno le loro testimonianze dal Libano e dall’Ucraina (rispettivamente ARCS-Arci Culture Solidali e Comunità Papa Giovanni XXIII) e Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, Giancarlo Moretti. Il tutto con la moderazione di Paolo Foschini di «Corriere Buone Notizie». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma dell’evento, che sarà trasmesso in diretta streaming sul canale Youtube del Forum del Terzo Settore. Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
La seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi
Sono Jessica Bertocci e Martina Chimienti le vincitrici della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi, il bando per le migliori tesi di laurea magistrale e dottorato di ricerca sul valore e l’impatto del Terzo Settore, iniziativa nata a cura del Forum del Terzo Settore, con «Corriere Buone Notizie» e con il sostegno di BCC Roma, per onorare la memoria di Claudia Fiaschi, personalità di assoluto rilievo nel mondo del sociale prematuramente scomparsa nel 2024, che del Forum fu a lungo la portavoce.

Il premio per la migliore tesi di laurea magistrale verrà dunque assegnato il 27 maggio a Jessica Bertocci dell’Università di Firenze, per il lavoro dal titolo Cultura e partecipazione come motori di agency collettiva. Due casi di studio di welfare culturale nelle aree interne, studio che affronta il tema del welfare culturale come modello integrato di promozione del benessere e della salute di individui e comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale, individuando possibili indicatori di welfare culturale in area pedagogica.
La tesi di dottorato di ricerca che verrà premiata è invece quella di Martina Chimienti dell’Università di Roma Tor Vergata, dal titolo Modelli abitativi inclusivi per persone con disabilità: il ruolo delle strutture di co-housing nella promozione della qualità della vita, ricerca che fa emergere come il co-housing rappresenti oggi un modello abitativo innovativo, che può contribuire a ripensare le politiche di residenzialità per le persone con disabilità e fragilità, promuovendo forme di vita comunitaria basate su autonomia, solidarietà e partecipazione sociale.
Al bando della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi hanno partecipato in totale 38 candidati le valutati da un Comitato Scientifico composto da Luca Gori, Stefano Granata, Elisabetta Soglio, Paolo Venturi, Stefano Zamagni e Giancarlo Moretti. «Questo premio – dichiara Moretti – ci arricchisce di uno sguardo giovane e prezioso su àmbiti assolutamente attuali. Ci auguriamo che per tanti che operano nel Terzo Settore, le tesi vincitrici possano essere uno stimolo a sperimentare, e che questo bando favorisca l’approfondimento del Terzo Settore nel mondo universitario. C’è un gran bisogno, infatti, di veder comunicare mondo accademico e realtà sociali, affinché progresso e innovazione diventino strade sempre più praticabili. Continueremo quindi a lavorare per far sì che Terzo-Premio Claudia Fiaschi si affermi come importante punto di riferimento per studiosi e studiose, una porta aperta alle nuove generazioni, per ascoltarle e creare positive contaminazioni di idee».
A Bertocci e Chimienti andrà il riconoscimento economico, rispettivamente di 1.500 euro e 2.500 euro, oltre a una scultura realizzata dal laboratorio artistico Duettando.

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Una casa accessibile dev’essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani

Superando - 25 Maggio 2026 - 12:44pm

L’abitare non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, ma è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione. «E una casa accessibile – scrive Mirella Madeo – dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, non considerando l’accessibilità come un’aggiunta successiva o un costo extra, ma progettando sin dall’inizio quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte»

C’è un tema che attraversa silenziosamente la vita quotidiana di milioni di persone, ma che continua a restare marginale nel dibattito pubblico: il diritto ad abitare spazi realmente accessibili, non solo privi di barriere architettoniche, ma capaci di accogliere la complessità delle vite fragili. Bambini con disabilità, anziani non autosufficienti, persone con malattie croniche, caregiver, famiglie monogenitoriali, persone con disagio psichico o fragilità economica condividono spesso lo stesso problema: vivere in abitazioni progettate senza considerare i loro bisogni reali.
È da questa consapevolezza che nasce una riflessione proposta nei giorni scorsi su queste stesse pagine, nell’articolo Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, che riporta al centro una questione destinata a diventare sempre più urgente in un Paese che invecchia rapidamente e in cui cresce il numero delle persone con bisogni assistenziali complessi.
L’abitare, infatti, non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione.

Gran parte del patrimonio abitativo italiano è stato costruito in decenni in cui l’accessibilità non rappresentava una priorità progettuale. Scale strette, bagni minuscoli, ascensori assenti, porte non adeguate al passaggio di una carrozzina, marciapiedi impraticabili e spazi domestici rigidi trasformano molte abitazioni in luoghi di limitazione anziché di autonomia. Per una persona con disabilità motoria, uscire di casa può diventare un percorso a ostacoli. Per un anziano fragile, una semplice caduta può segnare l’inizio della perdita di autonomia. Per una famiglia che assiste un figlio con grave disabilità, l’organizzazione quotidiana degli spazi domestici può incidere direttamente sulla qualità della vita e sul carico di cura. Eppure il tema viene spesso affrontato soltanto in termini emergenziali o assistenziali, senza una reale visione sistemica.
Accessibilità, però, non significa solo eliminare le barriere: ridurre infatti tale concetto alla presenza di una rampa o di un ascensore significa semplificare un problema molto più profondo.
Una casa accessibile dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, pensando cioè a spazi flessibili e adattabili nel tempo; ad ambienti sicuri per persone anziane o con decadimento cognitivo; a un’illuminazione adeguata; all’isolamento acustico; alle tecnologie domotiche inclusive; alla prossimità ai servizi sanitari e sociali; a quartieri realmente vivibili e collegati.
La fragilità, inoltre, non riguarda soltanto la disabilità fisica. Esistono vulnerabilità invisibili – psicologiche, relazionali, economiche – che influenzano profondamente il modo in cui una persona vive lo spazio abitativo.

Una casa, quindi, può proteggere oppure isolare. Può favorire autonomia oppure dipendenza e quando gli ambienti domestici non sono adeguati, il carico ricade quasi sempre sulle famiglie, soprattutto sulle donne, che continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura.
Molti caregiver familiari trasformano la propria quotidianità in una continua attività di adattamento: spostare mobili, improvvisare soluzioni, rinunciare agli spazi personali, affrontare spese elevate per modifiche strutturali spesso non sufficientemente sostenute dalle Istituzioni. In questo senso, il diritto all’abitare si intreccia direttamente con il diritto alla salute, alla partecipazione sociale e alla dignità.
Non si tratta soltanto di “vivere dentro una casa”, ma di poter costruire un progetto di vita possibile.
Negli ultimi anni si è parlato molto di rigenerazione urbana, housing sociale e inclusione e tuttavia, molte progettazioni continuano a privilegiare criteri estetici o di efficientamento energetico senza integrare realmente la dimensione dell’accessibilità universale. Eppure proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per ripensare il modo in cui si progettano le città e gli spazi abitativi. Il rischio, invece, è continuare a costruire ambienti “formalmente moderni” ma ancora incapaci di accogliere le differenze. L’accessibilità, invece, dovrebbe essere considerata un criterio strutturale di qualità urbana, non un’aggiunta successiva o un costo extra.

Cosa immaginiamo quando progettiamo una casa? Dietro ogni scelta urbanistica esiste una visione implicita di normalità, talché per decenni le città sono state progettate pensando a individui autonomi, giovani, sani, produttivi. Ma la realtà sociale è molto diversa e le persone fragili non rappresentano una minoranza marginale: sono parte integrante della collettività. Ciascuno, poi, nel corso della vita, può attraversare condizioni di vulnerabilità temporanee o permanenti. Progettare case accessibili significa allora cambiare paradigma: passare dall’idea di adattare eccezionalmente gli spazi alle persone “fragili” alla costruzione di ambienti naturalmente inclusivi per tutti. In parole semplici, è il principio del “design universale”: creare luoghi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone senza bisogno di modifiche speciali.

Esiste dunque un legame diretto tra la qualità dell’abitare e il benessere psicofisico. Ambienti accessibili e sicuri riducono infatti gli incidenti domestici, l’isolamento sociale, lo stress familiare e un’istituzionalizzazione precoce.
Una casa adeguata può favorire autonomia, relazioni sociali, inclusione, salute mentale e permanenza nel proprio contesto di vita. Al contrario, abitazioni inadeguate aumentano il rischio di esclusione e povertà relazionale.
Per questo il tema non riguarda soltanto architetti o amministratori pubblici, ma riguarda l’idea stessa della società che si vuole costruire e una società davvero inclusiva non interviene sulla fragilità soltanto dopo che emerge il problema, ma progetta prima quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Nota 4832 del 25 maggio 2026 - Indicazioni operative presentazione proposte autorizzazione nuove Istituzioni AFAM non statali

Ultime dal MIUR - 25 Maggio 2026 - 9:25am

Nota 4832 del 25 maggio 2026 - Indicazioni operative presentazione proposte autorizzazione nuove Istituzioni AFAM non statali

Categorie - News Normativa

Inclusione sociale, empowerment e innovazione digitale: un progetto rivolto a giovani donne con e senza disabilità

Superando - 22 Maggio 2026 - 6:33pm

Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto “Donne e intelligenza artificiale”, iniziativa che si avvale di un solido partenariato comprendente varie organizzazioni, con la Federazione FISH quale capofila, il cui obiettivo è abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità “Intelligenza artificiale e disabilità”

Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto Donne e intelligenza artificiale, iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che si propone l’obiettivo di abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità.
Il cuore dell’iniziativa risiede nella creazione di un vero e proprio ecosistema di supporto e formazione. Attraverso percorsi mirati, infatti, le partecipanti potranno acquisire competenze chiave sull’uso dell’intelligenza artificiale, trasformando la tecnologia in una leva strategica per facilitare e accelerare il loro ingresso nel mercato occupazionale. Il tutto reso possibile anche grazie alla collaborazione di un solido partenariato, con la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), che è l’ente capofila, insieme ad AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), ASBI (Associazione Spina Bifida Italia), LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani).

«L’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – non è solo il futuro, ma il presente del mercato del lavoro. Con questo progetto vogliamo quindi garantire che le giovani donne non siano spettatrici di questa trasformazione, ma protagoniste attive. Ringraziamo dunque il Ministero e tutto il partenariato per avere creduto in una visione che unisce inclusione sociale, empowerment femminile e innovazione digitale».
Durante l’evento di lancio, i relatori hanno illustrato le linee guida del progetto, le iniziative previste e le future tappe del percorso formativo, che vedrà il coinvolgimento di esperti del settore, aziende partner e istituzioni. Le attività prenderanno il via nelle prossime settimane.
Da segnalare anche, fatto non trascurabile, che i moduli di partecipazione sono stati elaborati da persone con disabilità intellettive, nel segno del metodo Easy to Read (“facile da leggere e da comprendere”) (R.A. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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