
Mi sono imbattuto di recente in due proverbi. Uno è: «Chi ruba un cavallo viene impiccato, chi ruba un regno diventa re»; l’altro è un proverbio turco: «Quando un pagliaccio si trasferisce in un palazzo, non diventa re. Il palazzo si trasforma in un circo». Appena li ho letti, ho pensato che sono proprio attuali e mi sono sentito un po’ frustrato: che senso ha, oggi, lavorare così tanto per un mondo più inclusivo? Educare le nuove generazioni alla pace e alla valorizzazione dell’alterità, in un mondo dove i “furbi” vengono esaltati e i poveri sono sempre più poveri, e dove, se da un lato un boss mafioso viene incarcerato, dall’altro un presidente di una grande nazione, che causa delle guerre, viene osannato dal popolo?
Vasco Rossi diceva con il suo grande successo, Un Senso: «Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha». Vasco ha proprio ragione: bisogna dare un senso a questa storia, ma la Storia con l’esse maiuscola.
Spesso mi alzo alla mattina chiedendomi: tutto questo perché succede? Non parlo di massimi sistemi, ma a livello pedagogico lottare contro questo sistema per una cultura dell’inclusione, della solidarietà, della disabilità come risorsa, in un contesto che giustifica chi prevarica sul più debole, è molto frustrante.
In questi quarant’anni in Italia si stavano creando, bene o male, delle situazioni di accoglienza per persone marginalizzate, ma nel lasso di poco tempo si è tornati indietro ai tempi bui del nazionalismo. Credo che un trucco sia spostare il nostro punto di vista sulla realtà: mentre dico questo mi viene in mente una trasmissione scientifica sull’universo, dove spiegavano che qui sulla Terra, che è una pallina che gira vorticosamente attorno al Sole, molto più piccola rispetto all’universo intero – anzi alla parte di universo che conosciamo – ci siamo noi, piccoli esseri, sempre uno contro l’altro, in conflitto perenne.
Quella trasmissione mi ha dato la vera misura delle cose, delle nostre paure e delle nostre brame di conquista: siamo veramente microscopici rispetto all’universo intero. A volte sarebbe bene spostare il nostro punto di vista, così come l’astronauta Samantha Cristoforetti, che in un’intervista aveva detto: «Io da lassù non vedo confini, i confini sono solo nelle nostre carte geografiche». Questa relatività credo che sia l’unica carta che ci può salvare dalla distruzione dell’umanità.
Quando ragiono in questa ottica, dentro di me canto la canzone di Roberto Vecchioni, Stranamore (Pure questo è amore), che risuona quasi come un mantra: «Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione / E quando fu di fronte al mare si sentì un cog…e / Perché più in là non si poteva conquistare niente / E tanta strada per vedere un sole disperato / E sempre uguale e sempre come quando era partito».
Eh già, è proprio così, uno che vuole predominare sull’altro, alla fine si trova sempre di fronte al mare, che rappresenta i propri limiti e di fronte a essi non si può scappare.
Tutte queste riflessioni, in questo periodo, fanno parte di me, mi tengono sveglio e attivo. Ovviamente di risposte non ce ne sono, anzi se avete delle risposte mi piacerebbe che le condivideste con me. Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Voglio dare un senso a questa storia” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
Pensiero ImprudenteL'articolo “Pensiero Imprudente”: e alla fine di fronte c’è sempre il mare! proviene da Superando.
Dopo l’esito quanto mai felice dell’edizione di esordio, nell’agosto dello scorso anno, di cui avevamo riferito anche sulle nostre pagine, sta per tornare nel mare di Boccadasse, presso Genova, una nuova edizione del Mare da toccare, evento a partecipazione gratuita organizzato da HSA Genova, componente ligure di HSA Italia, l’Associazione Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, con il supporto degli istruttori e guide HSA dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Mondo Fondo Diving, del Nucleo Carabinieri Subacquei Genova e dell’UICI del capoluogo ligure (Unione dei Ciechi e degli Ipovedenti), avvalendosi inoltre del patrocinio del Comune di Genova.
Accadrà nel pomeriggio del 13 giugno (presso Diving Mondo Fondo, Piazzale Kennedy, 1, nuovo Water Front di Genova, ore 14), consentendo a numerosi subacquei con disabilità visiva, insieme alle guide esperte di HSA Italia, di vivere l’esperienza di immersioni guidate al largo della spiaggia iconica di Genova, in un’atmosfera di amicizia e scoperta.
«Siamo molto felici di ritornare a Genova con Il Mare da toccare – dichiara Giosuè Sannino, responsabile di HSA Genova -. La prima edizione dello scorso anno ha visto la partecipazione di una ventina di subacquei con disabilità visiva e al momento, per la prova del 13 giugno, vi sono già 30 iscritti. Tutto questo ci dà entusiasmo nel costruire sempre più prove subacquee. Sott’acqua, infatti, chi non vede esplora le bellezze della flora e della fauna del mondo sommerso con il tocco delle mani, dove passano le correnti profonde del pensiero, i ricordi, la dimensione delle cose. Avvolti dal mare, i subacquei non vedenti condividono intense emozioni con i compagni di immersioni. La gravità si attenua, ci si muove liberamente. Tanta gioia e meraviglia per un’esperienza unica, di amicizia e di valore, in cui le barriere si annullano, le limitazioni si alleggeriscono, aumentano la fiducia in sé, l’autonomia e un benessere che aiuta anche il vivere quotidiano». (S.B.)
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Undici atleti, tra i quali Leonardo Melle, Lola Delnevo e Pietro Trozzi, handbikers con disabilità di fama non solo nazionale, partiranno domani, 12 giugno, da Piazza del Plebiscito a Napoli, per arrivare a Pontinia (Latina), ripartendo sabato 13 verso Formello (Roma), dopo avere percorso in totale 300 chilometri: sarà questo l’iniziativa denominata Viaggio in bici Napoli-Pontinia-Formello per la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba il cui scopo è raccogliere fondi per la realizzazione di una casa famiglia rivolta a persone con disabilità, oltre a portare un messaggio di riscatto attraverso le storie dei protagonisti.
Nata grazie all’iniziativa dell’Associazione Vitalba di Riano (Roma), che unisce famiglie di persone con disabilità della zona nord di Roma e dedicata alla memoria di Roberto Sisto, indimenticato presidente dell’Associazione stessa, la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba punta a garantire un futuro sereno e dignitoso a persone con disabilità che, con il tempo, potrebbero trovarsi senza un sostegno familiare. (S.B.)
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Accessibilità, partecipazione e impegno sociale: se n’è parlato a Roma il 28 maggio scorso, presso l’Università LUMSA, in occasione dell’evento denominato Il Service-Learning: paradigma di inclusione nella scuola, per la presentazione del libro parlato ad alta accessibilità Dialoghi “Etterni”. Pensieri accessibili ispirati all’Inferno dantesco, realizzato dagli alunni della 2^B della scuola secondaria di primo grado Borgoncini Duca di Roma, in collaborazione con l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Nato come proposta didattica ed educativa per promuovere attenzione e responsabilità verso l’accessibilità e l’inclusione, il libro è stato pensato, in particolar modo, per favorire l’accesso alla lettura delle persone con disabilità visiva e/o non verbali, grazie agli adattamenti dei testi in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e all’audioregistrazione.
Dialoghi “Etterni” si inserisce in un più ampio quadro di iniziative dell’Istituto Comprensivo Borgoncini Duca dedicate all’educazione alla cittadinanza, con particolare attenzione ai temi dell’inclusione e dell’accessibilità, promosse attraverso metodologie di apprendimento attivo e la collaborazione con le realtà del territorio.
Il Service-Learning è una metodologia educativa che integra gli obiettivi di apprendimento con la realizzazione di un servizio concreto rivolto alla comunità. Attraverso l’individuazione di bisogni reali e la progettazione di risposte efficaci, gli studenti e le studentesse diventano protagonisti di percorsi che promuovono non solo le competenze disciplinari, ma anche il senso di responsabilità, la partecipazione civica e la capacità di collaborare per il bene comune. In questa prospettiva, il libro parlato costituisce un esempio significativo di come la scuola possa contribuire alla costruzione di una società più inclusiva, trasformando l’apprendimento in un’opportunità di crescita personale e di impegno sociale.
L’evento di fine maggio ha riunito rappresentanti del mondo accademico, scolastico, istituzionale e associativo, dando vita a una riflessione condivisa sul valore dell’inclusione e sull’importanza di promuovere percorsi educativi capaci di generare un impatto positivo sul territorio.
Hanno aperto i lavori Caterina Fiorilli, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Lumsa; Maria Cinque, direttrice della Scuola di Alta Formazione EIS (Educare all’Incontro e alla Solidarietà) e docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale sempre nell’Ateneo ospitante; Irene Culcasi, ricercatrice della LUMSA e membro del Direttivo dell’UNiSL (Associazione Universitaria Italiana per il Service-Learning); Simone Consegnati, ricercatore dell’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa).
I loro interventi hanno richiamato l’attenzione sul ruolo che il Service-Learning può svolgere nel collegare formazione e responsabilità sociale, evidenziando il contributo di tali esperienze alla crescita culturale e civile degli studenti.
Sono quindi intervenute le docenti del Borgoncini Duca Chiara Serva e chi scrive [Laura Bonsi, N.d.R.], per illustrare l’impianto didattico complessivo e gli obiettivi formativi ed educativi del percorso, evidenziando l’integrazione tra attività disciplinari, pratiche laboratoriali e sviluppo di competenze di cittadinanza attiva.
Hanno inoltre partecipato ai lavori Vincenzo Massa, dirigente nazionale dell’UICI e coordinatore del Centro Nazionale del Libro Parlato Francesco Fratta, insieme a Francesca Ferraro e Carmelo Di Gesaro, che hanno riferito la fase tecnico-operativa delle registrazioni; Fabrizio Corradi, psicotecnologo, esperto in tecnologie assistive, CAA e intelligenza artificiale, coordinatore nazionale del Comitato Scientifico di ISAAC Italy, oltreché direttore del Master in Comunicazione Aumentativa e Alternativa e Tecnologie Assistive alla LUMSA (Roma e Palermo); Elisa Maria Stufani, docente a contratto della LUMSA, logopedista, pedagogista, esperta in CAA, membro del Comitato Scientifico di ISAAC Italy, nonché, come Corradi, docente del Master in Comunicazione Aumentativa e Alternativa e Tecnologie Assistive alla LUMSA (Roma).
L’accento è stato posto sull’importanza di rendere la cultura e la lettura accessibili a tutte le persone, valorizzando strumenti e linguaggi in grado di abbattere le barriere che ancora limitano la piena partecipazione alla vita culturale e sociale.
Particolarmente applaudito è stato il messaggio di apprezzamento e di incoraggiamento a proseguire con questo tipo di iniziative pervenuto in sala dall’avvocato Salvatore Nocera, presidente emerito del MAC (Movimento Apostolico Ciechi).
Sono quindi passati per il tavolo dei relatori anche Chiara Iannarelli, consigliera della Regione Lazio e vicepresidente della Commissione Scuola nella Regione stessa; Arianna Ugolini, assessora alle Politiche Educative e Scolastiche del Municipio XIII di Roma; Alessia Vagliviello, referente regionale per il Service-Learning presso l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, oltreché referente per la prevenzione e il contrasto al bullismo, per la rappresentanza studentesca e per l’orientamento; Caterina Spezzano, dirigente tecnico nel Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, referente nazionale in quest’ultimo per il Service-Learning.
I rappresentanti istituzionali intervenuti hanno ribadito il valore del Service-Learning come approccio metodologico capace di coniugare apprendimento, inclusione e cittadinanza attiva e di modellare reti virtuose di collaborazione tra scuola, università e territorio.
In conclusione, quindi, va detto che la presentazione del libro parlato ha rappresentato non soltanto il momento finale di un percorso didattico, ma anche un’occasione per riflettere sul valore dell’accessibilità come diritto e sull’importanza di costruire contesti educativi nei quali la collaborazione tra diversi soggetti possa generare risposte concrete ai bisogni della comunità. Un’esperienza che dimostra come l’incontro tra apprendimento e servizio possa tradursi in un’opportunità di crescita per tutti i protagonisti coinvolti e in un contributo concreto alla diffusione di una nuova cultura dell’inclusione.
*Docente di sostegno e referente d’Istituto per il Service-Learning nell’Istituto Comprensivo Borgoncini Duca di Roma (laura.bonsi@docenti.scuola365.com).
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Nel pomeriggio dell’8 giugno scorso, presso Casa Saddi a Cagliari, è andato in scena Amica Ombra, inserito all’interno della rassegna di teatro per famiglie E-stiamo al Parco, spettacolo conclusivo del progetto SDIT (Self Determination and Inclusion by Theatre, “Autodeterminazione e inclusione attraverso il teatro”), promosso dall’Associazione sarda Diversamente, in collaborazione con la compagnia Il Crogiuolo.
«Lo spettacolo – spiegano da Diversamente – rappresenta l’esito finale di un percorso che mette al centro le persone autistiche, le loro capacità, i loro desideri e il loro diritto a partecipare pienamente alla vita culturale e sociale della comunità. SDIT è nato come progetto europeo dalla collaborazione tra organizzazioni di diversi Paesi e che vede la nostra Associazione tra i partner internazionali. L’iniziativa si fonda sulla convinzione che il teatro possa rappresentare uno straordinario strumento di autodeterminazione, crescita personale, partecipazione e inclusione sociale».
Nel corso degli anni, dunque, il laboratorio ha coinvolto persone autistiche nei diversi ruoli del fare teatrale, non soltanto come attori, ma anche come autori, collaboratori, tecnici e protagonisti attivi di un processo creativo condiviso. Il tutto con l’obiettivo di non realizzare semplicemente uno spettacolo, ma anche per creare opportunità concrete di espressione, relazione, apprendimento e cittadinanza.
Grazie inoltre a una consolidata collaborazione con la compagnia del Crogiuolo e all’accoglienza di Casa Saddi, SDIT è diventato negli anni uno spazio stabile nel quale le persone nello spettro autistico possono sperimentarsi, sviluppare competenze, costruire relazioni significative e trovare un luogo nel quale sentirsi riconosciute e valorizzate.
Per quanto riguarda lo specifico dello spettacolo Amica Ombra, esso affronta con delicatezza temi profondi e universali come il ricordo, l’assenza, il cambiamento e la permanenza dei legami affettivi. E attraverso il linguaggio teatrale, le persone che vi hanno partecipato hanno potuto dare voce a emozioni, pensieri ed esperienze appartenenti a tutti, trasformandoli in una narrazione collettiva capace di coinvolgere e far riflettere il pubblico.
«Da diversi anni – sottolinea Pierangelo Cappai, presidente di Diversamente – il teatro rappresenta per le persone che fanno riferimento alla nostra Associazione un’importante opportunità di crescita personale e sociale. Il progetto SDIT ci ha insegnato infatti che l’inclusione non consiste nel creare spazi separati, ma nel costruire contesti nei quali ogni persona possa partecipare, esprimersi e contribuire con le proprie caratteristiche. Il teatro diventa così un luogo di incontro autentico, nel quale le differenze non vengono nascoste ma riconosciute come una ricchezza per tutta la comunità».
Come accennato da Cappai, l’esperienza di SDIT si inserisce all’interno di un più ampio lavoro che Diversamente conduce ormai da anni sul Progetto di Vita delle persone autistiche. Attraverso attività culturali, formative, sportive, educative e di partecipazione sociale, l’Associazione promuove infatti percorsi orientati all’autonomia, all’autodeterminazione e alla piena cittadinanza, «nella convinzione – come viene detto – che ogni persona debba avere la possibilità di costruire il proprio futuro e trovare il proprio posto nella comunità».
Per quanto riguarda il percorso 2025-2026, esso è stato condotto da Marta Gessa e Antonella Perrone, con la supervisione di Rita Atzeri e anche con il fondamentale contributo dei volontari del Servizio Civile Universale Karola Cappai e Lorenzo Garau, insieme agli operatori, ad altri volontari e alle famiglie che hanno accompagnato i ragazzi lungo tutto il percorso. (S.B.)
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Sono aperte le candidature per partecipare ai percorsi formativi gratuiti del progetto denominato NEET and WOMEN inside A.I. – Formazione, Inclusione e Innovazione, iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’àmbito dell’Avviso n. 3/2024 (finanziamento di progetti di rilevanza nazionale dedicati all’intelligenza artificiale, ai sensi dell’articolo 72 del Decreto Legislativo 117/17) e promossa da ANIS Regione Puglia (Associazione Nazionale di Inclusione Sociale) in qualità di capofila.
Il bando mette a disposizione 550 posti destinati a giovani NEET tra i 15 e i 29 anni, persone cioè non inserite in percorsi di studio, formazione o lavoro, e a 300 donne tra i 20 e i 25 anni in condizioni di disoccupazione, inoccupazione o fragilità occupazionale. Particolare attenzione sarà riservata alle persone con disabilità, ai soggetti provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati e a chi si trova in situazioni di rischio di esclusione sociale.
L’iniziativa nasce per offrire opportunità concrete di crescita personale e professionale attraverso l’acquisizione di competenze sempre più richieste nel mercato del lavoro. I partecipanti potranno scegliere uno o più percorsi formativi dedicati all’intelligenza artificiale, ai media digitali, all’analisi dei dati, alla creatività, all’innovazione e all’imprenditorialità, approfondendo anche temi legati all’uso consapevole delle tecnologie, alla privacy e ai nuovi modelli organizzativi del lavoro.
Le attività saranno completamente gratuite e si svolgeranno in presenza, online e in modalità mista, con il coinvolgimento di professionisti del settore, esperti di innovazione digitale e formatori specializzati. Accanto alle lezioni sono previsti laboratori pratici, percorsi di mentoring, attività collaborative, contest e hackathon (maratone di progettazione collaborativa e problem-solving intensivo), pensati per accompagnare i partecipanti nello sviluppo di competenze immediatamente spendibili nei contesti professionali e sociali.
Le domande di partecipazione dovranno essere inviate entro le ore 23.59 del 6 luglio prossimo a mezzo mail all’indirizzo neetandwomen.inside.ai@gmail.com. Ai/alle partecipanti che frequenteranno almeno il 70% delle attività previste verrà rilasciato un attestato finale di partecipazione.
Il progetto NEET and WOMEN inside A.I. – Formazione, Inclusione e Innovazione, come accennato, è promosso da ANIS Regione Puglia APS in qualità di capofila e realizzato in partenariato con le Associazioni Oltre le Mura, Crescere Insieme, Atlantis 27, FAIP (Federazione Associazioni Italiane delle Persone con Lesione al Midollo Spinale), FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), FIADDA Roma (Associazione per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), FISH Calabria (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), FISH Friuli Venezia Giulia, Fondazione Messina Ente Filantropico, Terni Digital. (Simona Lancioni)
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«Ciascuno di noi ha punti di forza e di debolezza risultato di almeno tre fattori che interagiscono in modo complesso e spesso imprevedibile: il primo è dato dalle nostre caratteristiche individuali, ciascuno infatti ha un proprio corredo genetico anche di tipo psicologico; il secondo fattore è dato dalle circostanze di vita; il terzo fattore, l’unico per il quale gli psicologi possono dire costruttivamente la loro, è dato dall’ambiente psicosociale di origine… rete complessa di influenze e di messaggi che il bambino riceve dalle persone che lo allevano (genitori, parenti, insegnanti, idoli televisivi e simili)» (da Michele Novellino, La sindrome dell’uomo mascherato. Come sfatare il mito dell’uomo forte e insensibile, Milano, FrancoAngeli, 2003, ristampa del 2011).
Tra alcuni giorni, il 13 giugno, si celebrerà la Giornata Internazionale dell’Albinismo, introdotta il 18 dicembre 2014 dalla Risoluzione 69/170 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per difendere i diritti delle persone che convivono con questa condizione, sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere l’inclusione sociale.
Voglio introdurre alcune mie riflessioni proprio in occasione di questa giornata, partendo da una citazione tratta da un saggio del dottor Michele Novellino, psichiatra e analista transazionale, perché ritengo importante guardare al di là dell’albinismo in sé, al di là dei limiti specifici che questa condizione comporta, vedendola contemporaneamente “unica” e “simile” a tante altre disabilità/diversità. Infatti, se lo sguardo si sposta dal contenuto (peculiarità dell’albinismo) al processo (modo in cui si vive questa o altre condizioni), ci saranno più opportunità di allargare gli orizzonti e uscire da rischiosi atteggiamenti vittimistici, di impotenza, di ripiegamento su se stessi, di autoreferenzialità.
Cos’è dunque l’albinismo? È una condizione genetica di carattere ereditario, non degenerativa, che consiste nella ridotta o mancata produzione di melanina, il pigmento che colora capelli, pelle e occhi. Quest’ultimo svolge un importante ruolo nello sviluppo del nervo ottico e sulla retina, ed è per questo che le persone albine presentano marcati problemi di vista.
Ricordo che tutte le persone albine sono ipovedenti a prescindere dai difetti di rifrazione specifici (miopia, ipermetropia, astigmatismo) che possono presentare. L’ipovisione, cioè il vedere poco, è causata, lo ripeto, dalla mancanza di melanina nell’occhio che ne impedisce il normale sviluppo.
Una peculiarità dell’albinismo è il nistagmo, movimento oscillatorio ritmico e involontario degli occhi. Questa condizione rende faticoso mantenere fisso lo sguardo e spesso riduce le capacità visive.
Riprendo ora dalla citazione iniziale del dottor Novellino: «Ciascuno di noi ha punti di forza e punti di debolezza…», quindi ciascun essere umano presenta dei limiti, visibili oggettivamente, o poco visibili, da parte di un osservatore esterno, questo vale per tutti! Ma sono il nostro corredo genetico, così come quello psicologico, le circostanze di vita, l’ambiente psicosociale di origine, con tutti i suoi messaggi derivanti dalle relazioni, a fare la differenza sul modo in cui si affronterà, si gestirà e si vivrà un limite.
Tutto ciò che è visibile ci rende, per certi aspetti, più soggetti al giudizio, alla critica, alle considerazioni dell’altro. Ed è chiaro: perché quello che si discosta dal consueto, dall’abituale, dal “noto”, fa più “figura” rispetto ad uno sfondo, quindi spicca e “cattura” l’attenzione altrui.
Il timore del giudizio, la paura di fare una “brutta figura”, lo sforzarsi di essere all’altezza delle presunte aspettative, in noi riposte, il desiderio di sentirci parte di una realtà relazionale, sono esperienze più o meno comuni a tutti gli esseri umani (con o senza disabilità che siano) e in certe fasi della vita (come l’adolescenza, ad esempio) sono vissute con più forza e necessità.
Anche quando siamo più stanchi e stressati, depressi e demoralizzati, tali stati d’animo tendono a riaffacciarsi, bloccandoci e impedendoci di sentirci “adeguati” alle varie situazioni sociali, più vulnerabili alle “critiche” e al giudizio altrui.
I valori e le credenze della famiglia in cui siamo cresciuti (introietti genitoriali), il modo di concepire la vita, il tipo di educazione che abbiamo avuto, esercitano una notevole influenza sull’idea che ci costruiamo di noi stessi e di noi in rapporto agli altri, di noi in rapporto alle esperienze di vita. In alcune famiglie, ad esempio, l’idea di “vincente” è fortemente veicolata e condizionata, da una visione (erronea) di “perfezione” (chiaramente illusoria perché la perfezione non esiste). Quindi potrebbe accadere che fin da piccoli i bambini ricevano messaggi, verbali e non, del tipo «sii perfetto», «non essere te stesso», «compiaci» (cioè, cerca di piacere agli altri, mettiti nelle condizioni di “essere gradito”), «sforzati» (cerca in tutti i modi, di farcela da solo), «non sentire» (ad esempio il dolore, il dispiacere, per una propria diversità), «non esistere» (non va proprio bene che tu sia così, quindi è meglio che tu “non ti faccia vedere”).
Una volta divenuti adulti tenderemo a comportarci, più o meno consapevolmente, risentendo dell’influenza di alcuni di questi messaggi che, pur non così chiari in noi, tuttavia potranno palesarsi mediante comportamenti visibili e osservabili, come ad esempio l’evitare situazioni sociali di vario tipo: mangiare con gli altri in locali pubblici, andare a feste, fare attività sportive ecc., avere una sproporzionata paura di stabilire delle relazioni di intimità affettiva, evitare di investire energie in lavori o attività che richiedono una certa dose di competitività sana (ad esempio nel campo dello studio e del lavoro).
Non serve, o comunque è di scarsa utilità, dire a una persona che mette in atto dei comportamenti di evitamento (o delle strategie articolate di evitamento), che deve sforzarsi, che è come gli altri, che ha il diritto di fare quello che desidera, che “al mondo c’è posto per tutti”. Non serve perché il livello comportamentale è solo la punta dell’iceberg, la manifestazione di un problema. Sotto tale livello, infatti, ne esiste uno di tipo cognitivo che è facilmente rintracciabile, parlando con la persona e che consiste nel cosa la persona stessa si dice dentro di sé, per bloccarsi o impedirsi dal mettere in atto alcune tipologie di comportamento diverse dalle abituali, divenute automatiche. Quali sono, insomma, le sue convinzioni rispetto a sé, agli altri ed alla vita.
Tuttavia, spesso, il discorso non è così “semplice” né semplicistico perché le nostre abitudini erronee, i nostri comportamenti di “fuga dal campo”, hanno radici antiche, così antiche e radicate in noi da portarci a dire che “siamo fatti così”, che siamo così da sempre!
A questo punto il discorso si arricchisce di un ulteriore livello: quello emotivo, più profondo e antico, che ci porta a pensare ad un’età in cui le competenze linguistiche ancora non erano state acquisite (prima dei 2 anni). Il fatto che esista un tale livello “in azione”, è dato dalla sperimentazione di uno strano senso di imbarazzo, magari non congruente a quella specifica situazione, oppure da un immotivato senso di colpa, una sottile ma costante inspiegabile paura, inadeguatezza e così via.
I sentimenti, le emozioni sproporzionate e/o inadeguate, sono il “vero campanello di allarme”, la “spia luminosa”, che ci segnalano che qualcosa non sta proprio andando per il verso giusto!
Nel caso in cui un bambino nasca con un chiaro ed evidente limite fisico (come ad esempio può essere quello visivo), la famiglia si trova inevitabilmente a doversi confrontare con una diversità e quindi con tutte le conseguenze che questa comporta, sia a livello organizzativo/gestionale, che a livello di vissuti interiori, cioè concernenti le proprie aspettative, fantasie, convinzioni, che rappresentano retaggi educativi interiorizzati.
La gestione pratica del problema, però, può (anche se non sempre) essere affrontata e gestita con una certa dose di pragmaticità. La questione, invece, si fa più complessa quando bisogna fare i conti con il proprio mondo interiore e con i messaggi di esso. Così, il figlio ipovedente, bianco di pelle e di capelli (nel caso specifico dell’albinismo) può attivare o riattivare, anche inconsapevolmente, nel genitore, tracce di quei messaggi verbali e non, di cui parlavo prima. Tali messaggi condizionano la possibilità di stabilire un autentico rapporto con il nuovo piccolo membro della famiglia e contemporaneamente rischiano di compromettere la messa in atto di strategie funzionali per la realizzazione di una vita costruttiva e direi vincente. Il figlio, infatti, pur se portatore di una disabilità, ha comunque delle sue risorse e capacità che vanno conosciute (o riconosciute) e potenziate.
L’esperienza del limite può veramente rappresentare una potenzialità di crescita per l’intero sistema familiare nella misura in cui si è disposti a mettere in discussione una serie di proprie convinzioni – a volte distorte e autolimitanti – frutto di pregiudizi e residuali fantasie infantili. Ma tutto ciò sarà possibile soltanto nella misura in cui si sarà disposti ad accogliere le “sfide” che la vita implica per tutti, andando oltre le apparenze e le fittizie perfezioni ostentate sui social e nei mass media.
*Psicologa psicoterapeuta analitico transazionale (bonsailaur@gmail.com).
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Voluta grazie a una collaborazione tra Cinemazero di Pordenone e la locale Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro, vi sarà il 12 giugno presso lo stesso Cinemazero della città friulana (ore 21) una bella iniziativa basata sulla proiezione del film documentario Il figlio più bello di Gianni Piperno e Stefano Rulli, presenti entrambi all’evento.
Tale opera, di cui abbiamo già avuto tra l’altro occasione di occuparci sulle nostre pagine, «pone al centro la genitorialità – come sottolineano dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro -, ovvero come si affronta lo scorrere della vita con un figlio con autismo. Nel film documentario, infatti, che alterna immagini del presente e del passato si racconta la vita di Stefano Rulli, noto autore cinematografico che ha lavorato a molte sceneggiature televisive e a film diretti da Marco Risi, Daniele Lucchetti, Gianni Amelio, Michele Placido e di Clara Sereni, scrittrice, nonché del loro figlio Matteo oggi quarantenne persona con autismo. Dopo una vita complicata, che le famiglie che si trovano in una situazione simile conoscono, la prospettiva di un viaggio dall’altra parte del mondo, in Vietnam, di Matteo ormai adulto con il suo operatore, pongono in Rulli la questione della genitorialità ovvero il lasciare andare per la propria strada “il figlio più bello”».
«Dal punto di vista della narrazione cinematografica – aggiungono dalla Fondazione pordenonese – si apprezza sicuramente la discrezione con cui la regia segue la storia e si rimane quindi attratti dalla quotidianità sempre complicata che il film con onestà propone. La visione del film e il confronto con gli Autori potranno altresì costituire può essere un’ottima occasione di arricchimento culturale per chi in qualche modo, a cominciare dai familiari, sia coinvolto o sarà coinvolto con l’avanzare dell’età in situazioni simili». (S.B.)
L'articolo “Il figlio più bello”: lo scorrere della vita con un figlio con autismo proviene da Superando.
Ogni tanto qualcuno rispolvera una vecchia idea e la presenta come una soluzione innovativa. È il caso della proposta di creare classi separate per gli studenti e le studentesse con disabilità. Un’idea che, dietro parole apparentemente rassicuranti, nasconde una realtà molto semplice: la segregazione.
C’è chi sostiene che dividere gli alunni possa migliorare l’apprendimento. Ma la domanda è un’altra: davvero nel 2026 pensiamo che la risposta alle difficoltà della scuola sia allontanare chi ha più bisogno di supporto? Davvero vogliamo tornare alla logica delle classi differenziali, quelle che per anni hanno isolato migliaia di bambini e ragazzi considerati “diversi”?
Le classi differenziali non furono superate per un capriccio ideologico. Furono abolite perché rappresentavano un fallimento educativo e umano. Separavano, etichettavano e condannavano molti studenti a sentirsi “cittadini di serie B”. Oggi riproporre modelli simili significa ignorare decenni di progresso culturale e civile.
Il problema non sono gli studenti con disabilità. Il problema è una scuola che troppo spesso riceve investimenti sufficienti, ha classi sovraffollate, insegnanti di sostegno precari e risorse limitate. Ma invece di affrontare queste criticità, qualcuno preferisce indicare come soluzione la separazione dei più fragili. È una scorciatoia comoda, ma profondamente sbagliata.
Una società democratica si misura da come tratta chi ha più bisogno di essere tutelato. Se la risposta è creare spazi separati, il messaggio che passa è chiaro: invece di rendere la scuola più inclusiva, si chiede agli studenti più vulnerabili di farsi da parte.
L’inclusione non è un favore concesso a qualcuno. È un diritto. Ed è anche un’opportunità per tutti gli altri studenti, che imparano a confrontarsi con la diversità, a costruire relazioni e a vivere in una società reale, fatta di persone diverse tra loro.
Chi propone classi differenziate dovrebbe avere il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: un ritorno al passato. Un passato che l’Italia aveva avuto la lungimiranza di superare e che oggi qualcuno sembra voler riportare in vita. Non per migliorare la scuola, ma per nascondere sotto il tappeto i problemi che non si è stati capaci di risolvere.
La scuola del futuro non si costruisce separando. Si costruisce investendo, sostenendo e includendo. Tutto il resto è nostalgia di un modello che appartiene a un’epoca che non dovrebbe tornare.
*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).
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Un incontro che a vent’anni dall’adozione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è servito a chiarire con evidenza come il ruolo delle organizzazioni di persone con disabilità e della società civile rimanga fondamentale per promuovere un reale cambiamento: questo è stato l’evento collaterale promosso ieri, 9 giugno, a New York dall’Unione Europea e dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, nell’àmbito della diciannovesima Conferenza degli Stati Parti sulla Convenzione ONU (COSP19) di cui abbiamo già scritto in alcune altre parti del giornale.
Tema centrale dell’evento, quindi, è stato appunto il ruolo ritenuto fondamentale delle organizzazioni di persone con disabilità e in generale della società civile, nel cooperare alla realizzazione di leggi, politiche e priorità di finanziamento inclusive in favore delle persone con disabilità, a partire, quale base fondamentale, dal terzo comma dell’articolo 4 (Obblighi generali) della Convenzione stessa, che recita, lo ricordiamo: «Nell’elaborazione e nell’attuazione della legislazione e delle politiche da adottare per attuare la presente Convenzione, così come negli altri processi decisionali relativi a questioni concernenti le persone con disabilità, gli Stati Parti operano in stretta consultazione e coinvolgono attivamente le persone con disabilità, compresi i minori con disabilità, attraverso le loro organizzazioni rappresentative».
«Questo evento – commentano dal Forum Europeo sulla Disabilità – è servito ad esplorare sia i progressi compiuti negli ultimi due decenni, sia l’urgente necessità di tutelare lo spazio civico, rafforzare la partecipazione e investire nella costruzione di movimenti a lungo termine. In tal senso, governi, donatori e istituzioni in genere devono garantire che le persone con disabilità e le loro organizzazioni rappresentative dispongano dello spazio, delle risorse e dell’influenza necessari per partecipare pienamente. Un’inclusione significativa e reale, infatti, richiede volontà politica costante, sostegno strutturale e un impegno a lungo termine per i diritti delle persone con disabilità».
«Tanto più – aggiungono dal Forum – in un contesto globale complicato come quello attuale, per i diritti delle persone con disabilità, caratterizzato da riduzioni dello spazio civico, tagli ai finanziamenti, azioni di contrasto ai diritti umani e naturalmente l’impatto di crisi sovrapposte come conflitti, cambiamenti climatici, difficoltà economiche e trasformazione digitale». (Stefano Borgato)
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