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L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità

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«Un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, anche per esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche»: viene presentato così l’inconttro di domani, 26 maggio, a Roma, denominato “L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità”, evento conclusivo della campagna “Ricordati di stare bene”

«L’aderenza terapeutica costituisce un elemento fondamentale per garantire l’efficacia dei percorsi di cura. E tuttavia, la difficoltà nel seguire con continuità e appropriatezza le terapie rimane una criticità rilevante, soprattutto nella gestione delle patologie croniche, con impatti significativi sugli esiti di salute, sulla sostenibilità del sistema sanitario e sulla qualità della vita dei pazienti. La campagna denominata Ricordati di stare bene è stata promossa proprio per ricordare, con il supporto di Comuni e Farmacie, quanto sia importante non dimenticarsi di sé e della propria salute anche quando si sta bene, quando non c’è dolore né allarme. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di adottare sani stili di vita significa, specie nelle situazioni di cronicità come quelle cardiovascolari, prevenire l’aggravarsi di complicanze ed eventi acuti»: sarà la tappa conclusiva di quella campagna l’incontro denominato appunto L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità, in programma per domani, 26 maggio, a Roma (Sala Conferenze dell’ANCI, Voia dei Prefetti, 46, ore 10-13).
«Tale incontro – viene spiegato – costituirà un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, per condividere i risultati raggiunti, valorizzare e premiare le attività più significative ed esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro, promosso, così come la campagna Ri cordati di stare bene, da HappyAgeing e Federsanità – Confederazione delle Federsanità Anci Regionali, in collaborazione con vari enti e organizzazioni, elencati a quello stresso link. Per altre informazioni: stampa@happyageing.it.

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Il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto” (con i premi agli studi sul Terzo Settore)

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In occasione della propria Assemblea dei Soci, il Forum del Terzo Settore promuoverà il 27 maggio a Roma (e anche in diretta streaming) il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto”, per evidenziare in particolare il ruolo della società civile nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace. Durante lo stesso evento verranno anche premiati gli studi sul valore e l’impatto del Terzo Settore, nell’àmbito della seconda edizione del bando “Terzo – Premio Claudia Fiaschi”

«La guerra in Medio Oriente, aperta da Stati Uniti e Israele, richiede una condanna severa da parte dei Governi italiano ed europei e azioni concrete per ricercare la pace e difendere il diritto internazionale. All’origine dei conflitti vi sono anche le disuguaglianze crescenti e l’indebolimento delle democrazie nel mondo: perseguire la pace vuol dire quindi ripristinare il principio di autodeterminazione dei popoli, solidarietà tra Paesi e primato delle persone»: è partendo da tali premesse che il Forum del Terzo Settore, in occasione dell’Assemblea dei suoi 100 Soci, promuoverà nella mattinata del 27 maggio a Roma (Auditorium Via Rieti, 13), il convegno Si vince solo con la pace e il diritto, fruibile anche online, appuntamento che, attraverso numerosi interventi di studiosi, esperti e operatori umanitari, si propone appunto di analizzare il drammatico scenario internazionale, in particolare in Medio Oriente, e di esplorare le possibili soluzioni ai conflitti, «evidenziando il ruolo della società civile – come viene spiegato – nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace».
In particolare, dopo la prima parte della mattinata, dedicata alla premiazione delle tesi vincitrici del bando Terzo – Premio Claudia Fiaschi, di cui si può leggere specificamente nel box in calce, seguirà, a partire dalle 11, l’intervento di Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo, e dell’ambasciatore e docente di Diplomazia all’Università Luiss, Pasquale Ferrara.
A partire quindi dal documento denominato anch’esso Si vince solo con la pace e il diritto, pubblicato nelle scorse settimane dal Forum Terzo Settore, è in programma un dibattito con la partecipazione di Stefano Tassinari (Coordinamento del Forum Terzo Settore), Paola Berbeglia (Consulta Relazioni Internazionali del Forum Terzo Settore), Francesco Vignarca (coordinatore delle Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo), due cooperanti che porteranno le loro testimonianze dal Libano e dall’Ucraina (rispettivamente ARCS-Arci Culture Solidali e Comunità Papa Giovanni XXIII) e Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, Giancarlo Moretti. Il tutto con la moderazione di Paolo Foschini di «Corriere Buone Notizie». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma dell’evento, che sarà trasmesso in diretta streaming sul canale Youtube del Forum del Terzo Settore. Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
La seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi
Sono Jessica Bertocci e Martina Chimienti le vincitrici della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi, il bando per le migliori tesi di laurea magistrale e dottorato di ricerca sul valore e l’impatto del Terzo Settore, iniziativa nata a cura del Forum del Terzo Settore, con «Corriere Buone Notizie» e con il sostegno di BCC Roma, per onorare la memoria di Claudia Fiaschi, personalità di assoluto rilievo nel mondo del sociale prematuramente scomparsa nel 2024, che del Forum fu a lungo la portavoce.

Il premio per la migliore tesi di laurea magistrale verrà dunque assegnato il 27 maggio a Jessica Bertocci dell’Università di Firenze, per il lavoro dal titolo Cultura e partecipazione come motori di agency collettiva. Due casi di studio di welfare culturale nelle aree interne, studio che affronta il tema del welfare culturale come modello integrato di promozione del benessere e della salute di individui e comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale, individuando possibili indicatori di welfare culturale in area pedagogica.
La tesi di dottorato di ricerca che verrà premiata è invece quella di Martina Chimienti dell’Università di Roma Tor Vergata, dal titolo Modelli abitativi inclusivi per persone con disabilità: il ruolo delle strutture di co-housing nella promozione della qualità della vita, ricerca che fa emergere come il co-housing rappresenti oggi un modello abitativo innovativo, che può contribuire a ripensare le politiche di residenzialità per le persone con disabilità e fragilità, promuovendo forme di vita comunitaria basate su autonomia, solidarietà e partecipazione sociale.
Al bando della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi hanno partecipato in totale 38 candidati le valutati da un Comitato Scientifico composto da Luca Gori, Stefano Granata, Elisabetta Soglio, Paolo Venturi, Stefano Zamagni e Giancarlo Moretti. «Questo premio – dichiara Moretti – ci arricchisce di uno sguardo giovane e prezioso su àmbiti assolutamente attuali. Ci auguriamo che per tanti che operano nel Terzo Settore, le tesi vincitrici possano essere uno stimolo a sperimentare, e che questo bando favorisca l’approfondimento del Terzo Settore nel mondo universitario. C’è un gran bisogno, infatti, di veder comunicare mondo accademico e realtà sociali, affinché progresso e innovazione diventino strade sempre più praticabili. Continueremo quindi a lavorare per far sì che Terzo-Premio Claudia Fiaschi si affermi come importante punto di riferimento per studiosi e studiose, una porta aperta alle nuove generazioni, per ascoltarle e creare positive contaminazioni di idee».
A Bertocci e Chimienti andrà il riconoscimento economico, rispettivamente di 1.500 euro e 2.500 euro, oltre a una scultura realizzata dal laboratorio artistico Duettando.

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Una casa accessibile dev’essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani

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L’abitare non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, ma è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione. «E una casa accessibile – scrive Mirella Madeo – dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, non considerando l’accessibilità come un’aggiunta successiva o un costo extra, ma progettando sin dall’inizio quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte»

C’è un tema che attraversa silenziosamente la vita quotidiana di milioni di persone, ma che continua a restare marginale nel dibattito pubblico: il diritto ad abitare spazi realmente accessibili, non solo privi di barriere architettoniche, ma capaci di accogliere la complessità delle vite fragili. Bambini con disabilità, anziani non autosufficienti, persone con malattie croniche, caregiver, famiglie monogenitoriali, persone con disagio psichico o fragilità economica condividono spesso lo stesso problema: vivere in abitazioni progettate senza considerare i loro bisogni reali.
È da questa consapevolezza che nasce una riflessione proposta nei giorni scorsi su queste stesse pagine, nell’articolo Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, che riporta al centro una questione destinata a diventare sempre più urgente in un Paese che invecchia rapidamente e in cui cresce il numero delle persone con bisogni assistenziali complessi.
L’abitare, infatti, non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione.

Gran parte del patrimonio abitativo italiano è stato costruito in decenni in cui l’accessibilità non rappresentava una priorità progettuale. Scale strette, bagni minuscoli, ascensori assenti, porte non adeguate al passaggio di una carrozzina, marciapiedi impraticabili e spazi domestici rigidi trasformano molte abitazioni in luoghi di limitazione anziché di autonomia. Per una persona con disabilità motoria, uscire di casa può diventare un percorso a ostacoli. Per un anziano fragile, una semplice caduta può segnare l’inizio della perdita di autonomia. Per una famiglia che assiste un figlio con grave disabilità, l’organizzazione quotidiana degli spazi domestici può incidere direttamente sulla qualità della vita e sul carico di cura. Eppure il tema viene spesso affrontato soltanto in termini emergenziali o assistenziali, senza una reale visione sistemica.
Accessibilità, però, non significa solo eliminare le barriere: ridurre infatti tale concetto alla presenza di una rampa o di un ascensore significa semplificare un problema molto più profondo.
Una casa accessibile dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, pensando cioè a spazi flessibili e adattabili nel tempo; ad ambienti sicuri per persone anziane o con decadimento cognitivo; a un’illuminazione adeguata; all’isolamento acustico; alle tecnologie domotiche inclusive; alla prossimità ai servizi sanitari e sociali; a quartieri realmente vivibili e collegati.
La fragilità, inoltre, non riguarda soltanto la disabilità fisica. Esistono vulnerabilità invisibili – psicologiche, relazionali, economiche – che influenzano profondamente il modo in cui una persona vive lo spazio abitativo.

Una casa, quindi, può proteggere oppure isolare. Può favorire autonomia oppure dipendenza e quando gli ambienti domestici non sono adeguati, il carico ricade quasi sempre sulle famiglie, soprattutto sulle donne, che continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura.
Molti caregiver familiari trasformano la propria quotidianità in una continua attività di adattamento: spostare mobili, improvvisare soluzioni, rinunciare agli spazi personali, affrontare spese elevate per modifiche strutturali spesso non sufficientemente sostenute dalle Istituzioni. In questo senso, il diritto all’abitare si intreccia direttamente con il diritto alla salute, alla partecipazione sociale e alla dignità.
Non si tratta soltanto di “vivere dentro una casa”, ma di poter costruire un progetto di vita possibile.
Negli ultimi anni si è parlato molto di rigenerazione urbana, housing sociale e inclusione e tuttavia, molte progettazioni continuano a privilegiare criteri estetici o di efficientamento energetico senza integrare realmente la dimensione dell’accessibilità universale. Eppure proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per ripensare il modo in cui si progettano le città e gli spazi abitativi. Il rischio, invece, è continuare a costruire ambienti “formalmente moderni” ma ancora incapaci di accogliere le differenze. L’accessibilità, invece, dovrebbe essere considerata un criterio strutturale di qualità urbana, non un’aggiunta successiva o un costo extra.

Cosa immaginiamo quando progettiamo una casa? Dietro ogni scelta urbanistica esiste una visione implicita di normalità, talché per decenni le città sono state progettate pensando a individui autonomi, giovani, sani, produttivi. Ma la realtà sociale è molto diversa e le persone fragili non rappresentano una minoranza marginale: sono parte integrante della collettività. Ciascuno, poi, nel corso della vita, può attraversare condizioni di vulnerabilità temporanee o permanenti. Progettare case accessibili significa allora cambiare paradigma: passare dall’idea di adattare eccezionalmente gli spazi alle persone “fragili” alla costruzione di ambienti naturalmente inclusivi per tutti. In parole semplici, è il principio del “design universale”: creare luoghi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone senza bisogno di modifiche speciali.

Esiste dunque un legame diretto tra la qualità dell’abitare e il benessere psicofisico. Ambienti accessibili e sicuri riducono infatti gli incidenti domestici, l’isolamento sociale, lo stress familiare e un’istituzionalizzazione precoce.
Una casa adeguata può favorire autonomia, relazioni sociali, inclusione, salute mentale e permanenza nel proprio contesto di vita. Al contrario, abitazioni inadeguate aumentano il rischio di esclusione e povertà relazionale.
Per questo il tema non riguarda soltanto architetti o amministratori pubblici, ma riguarda l’idea stessa della società che si vuole costruire e una società davvero inclusiva non interviene sulla fragilità soltanto dopo che emerge il problema, ma progetta prima quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Inclusione sociale, empowerment e innovazione digitale: un progetto rivolto a giovani donne con e senza disabilità

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Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto “Donne e intelligenza artificiale”, iniziativa che si avvale di un solido partenariato comprendente varie organizzazioni, con la Federazione FISH quale capofila, il cui obiettivo è abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità “Intelligenza artificiale e disabilità”

Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto Donne e intelligenza artificiale, iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che si propone l’obiettivo di abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità.
Il cuore dell’iniziativa risiede nella creazione di un vero e proprio ecosistema di supporto e formazione. Attraverso percorsi mirati, infatti, le partecipanti potranno acquisire competenze chiave sull’uso dell’intelligenza artificiale, trasformando la tecnologia in una leva strategica per facilitare e accelerare il loro ingresso nel mercato occupazionale. Il tutto reso possibile anche grazie alla collaborazione di un solido partenariato, con la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), che è l’ente capofila, insieme ad AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), ASBI (Associazione Spina Bifida Italia), LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani).

«L’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – non è solo il futuro, ma il presente del mercato del lavoro. Con questo progetto vogliamo quindi garantire che le giovani donne non siano spettatrici di questa trasformazione, ma protagoniste attive. Ringraziamo dunque il Ministero e tutto il partenariato per avere creduto in una visione che unisce inclusione sociale, empowerment femminile e innovazione digitale».
Durante l’evento di lancio, i relatori hanno illustrato le linee guida del progetto, le iniziative previste e le future tappe del percorso formativo, che vedrà il coinvolgimento di esperti del settore, aziende partner e istituzioni. Le attività prenderanno il via nelle prossime settimane.
Da segnalare anche, fatto non trascurabile, che i moduli di partecipazione sono stati elaborati da persone con disabilità intellettive, nel segno del metodo Easy to Read (“facile da leggere e da comprendere”) (R.A. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“Il Cammino I luoghi di Catarsini” interamente accessibile alle persone con disabilità visive

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Tra le iniziative al fianco della tappa di Seravezza (Lucca) del “Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, nuovo appuntamento della mostra itinerante curata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto espositivo che vede come media partner la nostra testata Superando, domani, 23 maggio, a farla da protagonista sarà soprattutto, ma non solo, “Il Cammino I Luoghi di Catarsini”, mostra diffusa interamente accessibile anche alle persone con disabilità visiva Alfredo Catarsini, “Cave di marmo”, 1964, opera di cui domani, 23 maggio, verrà inaugurata a Seravezza l’esposizione permanente

Come avevamo raccontato sulle nostre pagine la scorsa settimana, è stata inaugurata e sarà visitabile fino al 12 luglio, alle Scuderie Granducali di Seravezza (Lucca), un’ulteriore tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, nuova uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa, il Municipio di Montecatini Terme e Palazzo Guinigi a Lucca, tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato con il contributo della Regione Toscana, che lo patrocina insieme al Ministero della Cultura, e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

All’interno della nostra presentazione, avevamo anche parlato di alcune significative iniziative collaterali e tra esse domani, 23 maggio, vi saranno gli appuntamenti che celebreranno l’ingresso della tappa di Seravezza all’interno del Cammino I luoghi di Catarsini che quindi si amplierà ulteriormente, con il Comune versiliese che diventerà capofila di tutti quelli coinvolti nel Cammino stesso.
Percorso che dal 2023 unisce Lucchesia e Versilia all’insegna dell’arte, della natura, della storia, dell’enogastronomia, con l’intento di formare un’unica, grande mostra diffusa, Il Cammino I luoghi di Catarsini – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – è stato concepito per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini ed è anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva, che rispetto alle opere di Catarsini – attualmente 86 – possono scaricare audioregistrazioni (italiano e inglese) tramite QR Code in rilievo sui totem e sui cartellini accanto alle opere stesse nelle varie sedi espositive. Un’iniziativa, per altro, assai utile non solo per chi ha una disabilità visiva, ma per qualunque visitatore.

Domani, dunque, 23 maggio, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, un gruppo di persone percorrerà a piedi l’itinerario da Pietrasanta a Seravezza e qui, al Palazzo Mediceo (patrimonio Unesco, ore 17) verranno inaugurati sia il totem esterno con QR Code che collegano alle citate audiodescrizioni del Cammino I luoghi di Catarsini, sia l’esposizione permanente dell’opera Cave di Marmo, quadro dipinto da Catarsini nel 1964, raffigurando il lavoro di alcuni cavatori del marmo, unica opera attualmente recuperata di quel soggetto.
A seguire, presso le Scuderie Granducali, è previsto il convegno Cammini d’Italia, in collaborazione con Touring Club Italiano e Feder.Cammini, che vedrà la partecipazione, oltre che del Comune di Seravezza che lo ospiterà, anche di Edoardo Puccetti, segretario generale di Feder.Cammini, di Walter Sandri, console del Touring Club Italiano e di Elena Martinelli.
A far da cornice all’evento, anche l’esposizione di tante bandiere dei 118 Cammini d’Italia esistenti, che in tal modo festeggeranno l’ingresso della nuova tappa di Seravezza nel Cammino I Luoghi di Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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Bene arrivato Filippo, sulla strada di Franco, Antonio e Stefania!

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Si presenta alle nostre Lettrici e ai nostri Lettori Filippo Visentin, che da oggi è il nuovo direttore responsabile di Superando, succedendo a nomi illustri del giornalismo sociale, quali Franco Bomprezzi, Antonio Giuseppe Malafarina e Stefania Delendati. A salutarne l’arrivo è anche Vincenzo Falabella, presidente della Federazione FISH, che di Superando è l’editrice Filippo Visentin durante una delle sue numerose esibizioni al pianoforte

Le nostre Lettrici e i nostri Lettori lo conoscono già, come prezioso collaboratore del nostro giornale, ma da oggi Filippo Visentin ne diventa anche il nuovo direttore responsabile, succedendo alla sua grande amica Stefania Delendati, la cui prematura scomparsa, il 30 gennaio scorso, è stata una ferita grave non solo per il mondo della disabilità, ma per la cultura del nostro Paese in generale.
Prima dunque di cedere la parola allo stesso Filippo, nonché a Vincenzo Falabella, presidente della FISH, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, che è l’editrice di Superando, ricordiamo che Visentin, persona con disabilità visiva, è nato nel 1970, a Padova, città dove vive e lavora. Sin da bambino si è dedicato allo studio della musica, in particolare del pianoforte, apprendendo il valore della segnografia musicale Braille. Ha conseguito il diploma in pianoforte jazz e tiene recital pianistici, collaborando anche con attori e autori teatrali. Nel 1995 si è laureato in Lettere Moderne e poco più di un mese fa in Scienze Filosofiche. È giornalista pubblicista.
Ne segnaliamo infine tre libri, L’opera di Carlo Rosselli. Contributo bibliografico (1997), I colori del buio, scritto a quattro mani con Laura Boerci (2009) e Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie, scritto a quattro mani con Elena Malagoli (2023), oltre alla collaborazione per il documentario Otto Weidt – Uno tra i Giusti, diretto da Nathalie Signorini su soggetto di Silvia Cutrera. E anche, nel 2022, il suo primo CD pianistico, intitolato Promenade.
Bene arrivato Filippo, sul percorso tracciato dai nostri cari Franco Bomprezzi, Antonio Giuseppe Malafarina e Stefania Delendati. (Stefano Borgato)

Raccogliere un’eredità preziosa: in punta di piedi, per scardinare gli stereotipi
di Filippo Visentin*
Care Lettrici e cari Lettori di Superando, assumere da oggi la direzione di questa testata è per me un onore, un compito che accolgo con grande emozione e senso di responsabilità. Entro in questa che considero una vera e propria “casa” del giornalismo sociale, consapevole della storia che queste pagine portano con sé e delle voci straordinarie che le hanno animate e le animano.
Rivolgo innanzi tutto il mio più sincero ringraziamento all’Editore e al nostro segretario di redazione Stefano Borgato per la fiducia accordatami. Un ricordo va poi a chi mi ha preceduto alla guida di Superando, figure che hanno fatto la storia della comunicazione sui diritti in Italia, come Franco Bomprezzi e Antonio Giuseppe Malafarina, capaci di tracciare un solco indelebile nel modo di raccontare la disabilità.
Ma c’è un pensiero che mi tocca nel profondo, un ricordo intimo che sento il bisogno di condividere con tutti voi: quello rivolto a Stefania Delendati, la nostra Direttrice che ci ha lasciati prematuramente solo pochi mesi fa. A lei mi legava un sentimento di profonda amicizia e di immensa stima, sia personale che professionale. È stato proprio grazie a Stefania che nel 2024 ho accolto il suo invito a riprendere a scrivere e a collaborare con questa testata. Attraverso i suoi articoli, le nostre lunghe conversazioni, i suoi consigli e il suo instancabile impegno editoriale ho potuto toccare con mano cosa significhi davvero fare del Buon Giornalismo. Nel suo lavoro ho trovato sempre un garbo e un rispetto profondi per le vite raccontate, unite alla capacità di entrare dentro ogni storia in punta di piedi. Ma accanto a questa delicatezza c’era anche una volontà ferma, ostinata, di cercare le parole giuste, quelle parole capaci di scardinare una narrazione sulla disabilità fin troppo spesso limitante e stereotipata.
Ed è proprio ragionando sulle parole che vorrei condividere con voi la bussola che guiderà il mio cammino.
Chi mi conosce sa che non nutro una particolare simpatia per la parola “inclusione”, un termine oggi onnipresente, forse persino abusato. Non amo l’idea implicita che vi sia qualcuno nella posizione di decidere chi possa entrare e chi invece debba restare fuori, chi meriti di essere accolto e chi no, dentro un mondo che sembra appartenere sempre di più a pochi.
Proprio questa logica continua invece troppo spesso a manifestarsi anche attraverso la mancanza di accessibilità, che ancora oggi rappresenta una delle forme più silenziose e pervasive di discriminazione. Perché quando un luogo, un servizio, un libro, un sito o uno spazio culturale non sono accessibili, il messaggio che passa è semplice e crudele: qualcuno, lì dentro, non era previsto. Non servono divieti espliciti per lasciare una persona fuori; a volte basta ignorarne l’esistenza.
Mi piace allora pensare un po’ alla musica, mondo da cui provengo e che più di ogni altro mi ha insegnato una prospettiva diversa. Tutti siamo naturalmente parte di qualcosa. Dentro un’orchestra, come in una band, ogni strumento, ogni nota ha una propria voce, un proprio colore, una propria ragione di esistere. Alcune presenze possono sembrare più evidenti, altre più discrete, ma nessuna è davvero irrilevante. Perché anche il suono più piccolo contribuisce a dare senso all’insieme, e senza quella voce la musica, semplicemente, non sarebbe più la stessa.
È da questo insegnamento e da quello preziosissimo di Stefania, che voglio ripartire insieme a voi. Il mio impegno sarà quello di fare di Superando uno spazio in cui non si chiede il permesso di entrare, ma dove esercitare il diritto di esserci, di raccontarsi e di cambiare le cose.
Grazie per la fiducia e buona lettura.
*Direttore responsabile di Superando (visentin@superando.it).

Un nuovo passo nel cammino di Superando
di Vincenzo Falabella*
Ci sono passaggi che non rappresentano soltanto un cambio di direzione, ma segnano la continuità di una visione, di un impegno, di una responsabilità collettiva. Oggi, per Superando, è uno di quei momenti.
Dopo il prezioso lavoro di Franco Bomprezzi, di Antonio Giuseppe Malafarina e di Stefania Delendati, la direzione responsabile del giornale passa a Filippo Visentin. A lui, a nome dell’intera Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, rivolgo un augurio sincero di buon lavoro, con la certezza che saprà proseguire questo cammino con competenza, passione e coraggio.
Filippo Visentin è un giornalista, un uomo di cultura e di informazione. È una persona che conosce profondamente il valore delle parole e il peso che esse assumono quando si affrontano i temi della disabilità. Perché parlare di disabilità significa, prima di tutto, assumersi la responsabilità del linguaggio. Le parole vanno pensate, pesate, comprese, prima ancora di essere pronunciate o scritte. Possono costruire consapevolezza oppure alimentare stereotipi; possono aprire spazi di libertà oppure consolidare barriere culturali.
Filippo questo lo sa bene. Lo sa come professionista dell’informazione e lo sa come persona con disabilità che ha saputo andare oltre ogni riduzione della propria condizione, affermandosi attraverso la competenza, la cultura e la forza delle idee. Non ha mai accettato che la disabilità fosse il confine entro cui essere raccontato. Ha scelto invece di farne uno strumento di consapevolezza, uno sguardo capace di leggere la realtà con profondità e autenticità.
Superando nasce e continua a vivere con una missione chiara: informare, comunicare, denunciare quando serve, proporre quando necessario, dare voce ai diritti e alle persone. Non una comunicazione accomodante o paternalistica, ma libera, rigorosa e coraggiosa. Perché i temi della disabilità non possono essere affrontati con superficialità o retorica. Hanno bisogno di verità, di competenza e anche della capacità di disturbare le coscienze quando occorre. E di coraggio, Filippo Visentin ne ha da vendere.
Siamo certi che saprà guidare Superando mantenendone viva l’identità, continuando a fare dell’informazione uno strumento di emancipazione culturale e civile. In un tempo in cui spesso il dibattito pubblico si consuma nella velocità e nella semplificazione, abbiamo bisogno di giornalismo autentico, capace di approfondire, di ascoltare e di restituire dignità alle persone e ai loro diritti.
A Filippo va quindi la nostra fiducia, il nostro sostegno e il nostro grazie per avere accettato questa sfida importante. Una sfida che riguarda tutti noi, perché il cambiamento culturale passa anche da qui: dalla qualità dell’informazione, dalla forza delle idee e dalla responsabilità delle parole.
Buon lavoro, direttore.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), editrice di Superando.

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Corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti

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«È indispensabile che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) e DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). Per rispetto verso i nostri figli, che lottano ogni giorno con queste sfide, chiediamo infatti che siano meglio compresi, capiti e aiutati con strumenti adeguati»: così una madre ha lanciato una petizione nel web, per richiedere appunto corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti

«La mia storia è come quella di molte altre famiglie che hanno figli con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) o con DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). Ho sentito la delusione di molte madri, per l’incapacità di alcuni docenti di capire e sostenere i loro figli in situazioni di difficoltà reale, nonostante questi bambini siano certificati. È quindi indispensabile che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD e DSA. Per rispetto verso i nostri figli, che lottano ogni giorno con queste sfide, chiediamo infatti che siano meglio compresi, capiti e aiutati con strumenti adeguati»: così Sonia Brescianini ha lanciato nel web la petizione (a questo link) denominata appunto Richiediamo corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti, che al momento in cui scriviamo ha già raggiunto quasi 13.200 sottoscrizioni e alla quale diamo ben volentieri visibilità. (S.B.)

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Undici anni dopo torna in Italia la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva

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Sta per tornare undici anni dopo nel nostro Paese “Europe in Action”, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Sarà infatti Vicenza ad ospitare dal 25 al 27 maggio la 21^ edizione dell’evento, organizzato dall’ANFFAS Nazionale, insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce

È ormai imminente, e si terrà nel nostro Paese, come già anticipato a suo tempo, Europe in Action 2026, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Sarà infatti il Vicenza Convention Centre ad ospitare nella città veneta, dal 25 al 27 maggio, la 21^ edizione dell’evento, organizzato dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce.
«Si tratta di un appuntamento di straordinaria importanza – dicono dall’ANFFAS – che, a oltre dieci anni dallo storico evento del 2015 ospitato sempre dalla nostra Associazione [Roma, 21-22 maggio 2015: se ne legga anche nel nostro giornale a questo link, N.d.R.], torna in Italia per riunire persone con disabilità intellettive, famiglie, istituzioni, professionisti, associazioni, autorappresentanti ed esperti provenienti da tutta Europa. Sono attese infatti oltre 500 persone, a conferma della grande attenzione e partecipazione che la conferenza sta raccogliendo a livello nazionale ed europeo. E saranno tre intense giornate di confronto, dialogo e costruzione condivisa di politiche sempre più inclusive, nel pieno rispetto dei princìpi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Partecipare a Europe in Action significa infatti contribuire concretamente alla costruzione di un’Europa più equa, accessibile e capace di garantire pari diritti e opportunità a tutti e tutte».

Quanto mai numerosi saranno i temi al centro della conferenza di Vicenza: dal Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato alla riforma italiana della disabilità e ai nuovi sistemi di valutazione, passando per vita indipendente, transizione inclusiva dei servizi, occupazione, istruzione, autorappresentanza, autodeterminazione e contrasto alle discriminazioni.
Ampio spazio, inoltre, sarà dedicato anche ai temi delle giovani famiglie, dei siblings (fratelli e sorelle di persone con disabilità), delle persone ad alta necessità di sostegno, dello sport, del tempo libero e delle nuove tecnologie. Tra queste, verranno presentati e dimostrati strumenti come SAI in ChatBot, assistente digitale basato sui contenuti delle Guide ANFFAS, e InCare62, nuovo software online per la progettazione individualizzata delle persone con disabilità, promosso dalla stessa ANFFAS e dal Consorzio La Rosa Blu.
«Ospitare nuovamente Europe in Action in Italia – sottolinea Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – rappresenta per noi motivo di grande orgoglio. In un momento storico così delicato, infatti, è fondamentale rafforzare il dialogo tra il movimento per l’inclusione e le Istituzioni europee, mettendo davvero al centro la Persona e garantendo la piena partecipazione delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo alla vita della società».

Da segnalare, in conclusione, che la conferenza sarà anche arricchita da una speciale esposizione artistica, con quadri, sculture, oggetti di artigianato e opere realizzate in alcune delle realtà associative ANFFAS d’Italia. (S.B.)

A questo link sono disponibili tutte le informazioni sulla conferenza di Vicenza, nonché il programma completo della stessa. Per altre informazioni: comunicazione@anffas.net.

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Violenza sessuale: una legge che non tutela le donne con disabilità, non tutela davvero nessuna donna!

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Diu Luisella

 

 

Leggo da vari siti che «la senatrice Unterberger ha lanciato una sua proposta in merito al Ddl Stupri. Tale proposta introduce un concetto di consenso riconoscibile che però rischia di caricare le vittime dell’onere di provare il proprio diniego. Proposta che ha suscitato forti critiche».

Facciamo a questo punto un passo indietro per ricordare che quando si parla del cosiddetto “DdL Bongiorno”, ci si riferisce a un Disegno di Legge in discussione al Senato (AS 1715), che propone una riforma dell’articolo 609-bis del Codice Penale sulla violenza sessuale, introducendo il “modello del dissenso” (simile a quello tedesco), anziché la necessità di dimostrare l’assenza di consenso. L’emendamento al Disegno di Legge presentato appunto dalla senatrice Bongiorno mira a punire atti compiuti contro la volontà della vittima, ma il concetto di dissenso ha sollevato forti polemiche e critiche facendo sì che fosse istituito un comitato ristretto, con l’obiettivo di superare il braccio di ferro in corso da mesi su quel Disegno di Legge. La nuova mediazione, dunque, sarà proprio sulla proposta della citata senatrice Unterberger e la prossima settimana su quel suo testo si terranno audizioni presso la Commissione Giustizia del Senato.

In questi mesi abbiamo assistito a un confronto acceso, complesso, a tratti polarizzato, sul tema del consenso. L’ultima proposta della senatrice Unterberger prova a tenere insieme approcci diversi: da una parte mantiene il riferimento al “consenso libero e attuale” già approvato alla Camera; dall’altra introduce l’idea di un’assenza di consenso “riconoscibile”, da valutare nel contesto concreto.

È un tentativo di mediazione, e va riconosciuto. Ma è proprio su questa parola – riconoscibile – che dobbiamo fermarci, perché qui si gioca la tutela delle donne, in particolare le donne con disabilità ossia le più esposte alla violenza. Perché? Cosa significa “riconoscibile”? Riconoscibile da chi? Secondo quali codici? Con quali strumenti?

Per molte donne con disabilità, il consenso e il dissenso non si esprimono secondo le forme attese: non sempre sono verbali, lineari, immediati. Possono essere gesti, posture, espressioni, segnali corporei. Possono esserci esitazioni, irrigidimenti, silenzi che non sono mai assenso. Eppure, nella pratica quotidiana, questi segnali vengono spesso ignorati o fraintesi.

E allora il rischio è evidente: se la legge parla di “assenza di consenso riconoscibile”, chi stabilisce cosa è riconoscibile e cosa no? Chi decide se quel dissenso era “sufficientemente chiaro”? Chi interpreta il corpo e la voce di una donna che comunica in modo diverso? Per le donne con disabilità, questo margine interpretativo può diventare una trappola. Perché vivono in contesti dove il loro dissenso è già oggi poco creduto, poco ascoltato, poco riconosciuto. Perché spesso dipendono da chi potrebbe essere l’autore della violenza. Perché la loro comunicazione non è sempre immediata, e non per questo è meno valida.

La “proposta Unterberger” introduce poi un elemento importante: la valutazione del contesto concreto. È un passo avanti, perché riconosce che il consenso non è un atto astratto, ma un’esperienza concreta. Ma non basta. Perché senza una definizione pienamente basata sul consenso, senza una chiara affermazione che l’assenza di un sì è già un no, restiamo in un terreno scivoloso. E per le donne con disabilità, questo terreno scivoloso è pericoloso.

Per questo dobbiamo dirlo con forza: una legge che vuole proteggere davvero tutte le donne deve essere costruita pensando anche – e soprattutto – a chi oggi è meno protetta. Deve essere una legge che non lascia spazi di ambiguità. Che non affida la tutela delle donne alla capacità di “riconoscere” segnali che spesso non vengono riconosciuti. Che non rimette la libertà sessuale nelle mani dell’interpretazione altrui.

Il consenso deve essere libero, attuale, informato, accessibile e verificabile. E l’assenza di esso non può dipendere dalla capacità della donna di gridare, parlare, spiegare, opporsi. Perché ci sono donne che non possono farlo. E sono proprio loro che la legge deve proteggere per prime.

La “proposta Unterberger” apre un confronto che dobbiamo riempire con la voce delle donne troppo spesso ignorate. Dobbiamo ribadire che una legge sul consenso dev’essere una legge per tutte, non per alcune soltanto. E una legge che non protegge le donne con disabilità, non protegge davvero nessuna.

Da parte mia, voglio contribuire a questa discussione non come giurista, perché non lo sono, ma come donna che lavora con ragazze e donne con disabilità, ne ascolta la voce e cerca di rafforzarla. Discutere quella proposta significa quindi provare a offrire una valutazione tecnica del consenso, del dissenso e della tutela partendo dalla prospettiva delle ragazze e delle donne con disabilità.

Come già detto, l’ultima proposta presentata dalla senatrice Unterberger introduce un tentativo di sintesi tra i diversi approcci emersi nel dibattito degli ultimi mesi. Da un lato, mantiene il riferimento al “consenso libero e attuale”, già approvato alla Camera; dall’altro introduce la nozione di assenza di consenso “riconoscibile”, da valutare alla luce della situazione concreta e del contesto fattuale.

Questa impostazione solleva alcune questioni tecniche rilevanti, soprattutto in relazione alla tutela delle donne con disabilità.

Questione 1: la nozione di “consenso libero e attuale” come standard normativo

Il richiamo al “consenso libero e attuale” è coerente con:

° la giurisprudenza europea in materia di libertà sessuale;

° le raccomandazioni del GREVIO (l’organismo indipendente responsabile di monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica);

° l’evoluzione dei modelli normativi basati sul principio del solo sì è sì.

Tuttavia, la sua efficacia dipende dalla capacità della norma di definire come tale consenso debba essere accertato, soprattutto quando la comunicazione della persona non segue modalità verbali o convenzionali.

Questione 2: l’introduzione dell’“assenza di consenso riconoscibile”

La “proposta Unterberger” introduce un elemento interpretativo nuovo: l’assenza di consenso deve essere “riconoscibile”, e la sua valutazione deve tener conto del contesto concreto.

Questa formulazione presenta due criticità tecniche:

Ambiguità del criterio di riconoscibilità

Il concetto di “riconoscibilità” rischia di introdurre un parametro soggettivo, affidato alla percezione dell’autore o all’interpretazione ex post del giudice. Per le donne con disabilità, questo rappresenta un rischio significativo, perché:

– il loro dissenso può essere espresso in forme non verbali;

– i segnali corporei possono essere erroneamente interpretati;

– la loro comunicazione può essere mediata da strumenti o supporti non sempre presenti.

Un esempio di comunicazione non verbale non riconosciuta: una donna con disabilità intellettiva lieve, durante un rapporto sessuale non desiderato, irrigidisce il corpo, si gira di lato e piange in silenzio. Questi segnali sono un dissenso chiaro secondo la letteratura clinica e le linee guida internazionali. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta consiste nel fatto che l’autore della violenza potrebbe sostenere che il dissenso “non era riconoscibile”, perché non vi era stata opposizione verbale o fisica esplicita. E il giudice, in assenza di criteri normativi chiari, potrebbe ritenere che la reazione non fosse “sufficientemente evidente”.

Rischio di regressione rispetto agli standard internazionali

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e la citata Convenzione di Istanbul richiedono che la valutazione del consenso sia centrata sulla volontà della persona, non sulla capacità dell’altro di “riconoscerla”. Il parametro della riconoscibilità potrebbe dunque spostare l’attenzione dalla volontà della vittima alla percezione dell’autore, indebolendo la tutela.

Un esempio di spostamento dell’attenzione dalla volontà della vittima alla percezione dell’autore: una donna sorda oralista, senza interprete LIS, tenta di dire “no”, ma l’autore non comprende. La donna prova a spingere via la mano dell’uomo, ma lui interpreta il gesto come esitazione. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta è che la valutazione si sposti su ciò che l’autore “poteva riconoscere”, non su ciò che la donna ha effettivamente espresso. Questo contrasta con la Convenzione ONU, che richiede la centralità della volontà della persona, non la percezione dell’altro.

 

Questione 3: la valutazione del contesto concreto

L’indicazione di considerare la situazione concreta riconosce che il consenso non è un atto astratto, ma dev’essere valutato nel contesto in cui si forma. Tuttavia, affinché questo criterio sia effettivamente protettivo, occorre chiarire che la valutazione del contesto deve includere:

° le condizioni di vulnerabilità relazionale e strutturale;

° eventuali dipendenze funzionali o assistenziali;

° la presenza o assenza di strumenti di comunicazione adeguati;

° la capacità della donna di esprimere dissenso in forme alternative.

Senza questa specificazione, il riferimento al contesto rischia di essere neutro e quindi inefficace.

Un esempio di dipendenza assistenziale: una donna con disabilità motoria grave dipende dal partner per l’igiene personale. Quando lui avanza richieste sessuali, lei non si oppone verbalmente perché teme ripercussioni sulla cura quotidiana. Il rischio con la formulazione attuale della proposta è dunque che se il contesto non viene definito come elemento strutturale della valutazione, il mancato dissenso può essere interpretato come “consenso non riconoscibilmente assente”, con la dipendenza relazionale che non viene automaticamente considerata come fattore invalidante la libertà del consenso.

Le implicazioni specifiche per le donne con disabilità

Per le donne con disabilità, dunque, la formulazione attuale della proposta presenta tre rischi tecnici:

Invisibilità del dissenso non verbale

Molte donne con disabilità comunicano attraverso:

° segnali corporei,

° posture,

° espressioni facciali,

° strumenti di comunicazione aumentativa.

Se la legge richiede che l’assenza di consenso sia “riconoscibile”, ma non definisce criteri inclusivi, questi segnali rischiano di non essere considerati.

Un esempio di comunicazione aumentativa non utilizzata: una donna con disabilità comunicativa utilizza una tabella di comunicazione aumentativa. Durante un episodio di abuso, la tabella non è disponibile e lei non riesce a esprimere verbalmente il dissenso. Il rischio con la formulazione attuale della proposta è che l’autore della violenza potrebbe sostenere che non vi fosse “dissenso riconoscibile”. La mancanza di strumenti di comunicazione – responsabilità del contesto, non della donna – diventa un fattore che indebolisce la tutela.

Sovrapposizione con stereotipi di incapacità

La storia giudiziaria italiana mostra che il dissenso delle donne con disabilità è spesso interpretato come:

° “non collaborazione”,

° “incapacità di comprendere”,

° “comportamento oppositivo”.

Una norma ambigua può rafforzare queste letture distorte.

Un esempio di dissenso interpretato come “comportamento oppositivo”: una donna con disabilità psicosociale dice “non voglio”, ma lo fa in modo agitato, con tono elevato e movimenti disorganizzati. Operatori e familiari sono abituati a interpretare questi comportamenti come “crisi” o “non collaborazione”. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta, è che in sede giudiziaria, la difesa potrebbe sostenere che il dissenso non fosse “riconoscibile” come tale, ma come manifestazione della condizione psichiatrica. Questo riproduce stereotipi già presenti nella prassi.

Rischio di deresponsabilizzazione dell’autore della violenza

Se la norma lascia spazio all’argomento “non potevo riconoscere il dissenso”, si crea una zona grigia che può essere sfruttata in sede processuale, soprattutto nei casi in cui la vittima non comunichi secondo modalità standard.

Un esempio di “non potevo capire” come argomento difensivo: una donna con disabilità intellettiva lieve dice “basta” più volte, ma l’autore della violenza sostiene che lo diceva “ridendo” o “senza convinzione”. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta, è che la difesa possa sostenere che il dissenso non fosse “riconoscibile” in modo univoco. La responsabilità si sposterebbe quindi dalla condotta dell’autore della violenza alla capacità della vittima di esprimersi secondo codici standardizzati.

E ancora, un esempio di mancanza di strumenti di comunicazione come fattore di rischio (assenza di interprete o mediatore): una donna sorda segnante è in un contesto dove nessuno conosce la LIS. Lei segna “no”, ma l’autore non comprende. Il rischio, dunque, con la formulazione attuale della proposta, è che l’autore della violenza sostenga che il dissenso non fosse “riconoscibile”, cosicché la mancanza di accessibilità – che è un obbligo dello Stato – diventa un elemento che indebolisce la posizione della vittima.

In conclusione, quindi, diventa necessario un forte chiarimento normativo per garantire una tutela effettiva a tutte le donne, soprattutto alle ragazze e alle donne con disabilità. In sostanza, la norma dovrebbe:

° definire il consenso come manifestazione positiva della volontà, non come assenza di opposizione;

° chiarire che qualsiasi incertezza, ambiguità o impossibilità di accertare il consenso equivale a mancanza di consenso;

° includere esplicitamente forme di comunicazione non verbale e assistita;

° prevedere che la valutazione del contesto tenesse conto delle condizioni personali e comunicative della vittima;

° che la responsabilità dell’autore della violenza non sia attenuata da margini interpretativi.

Se la “proposta Unterberger” rappresenta un tentativo di mediazione, la nozione di “consenso riconoscibile” rischia di introdurre un margine interpretativo incompatibile con gli standard internazionali e potenzialmente dannoso per le ragazze e le donne con disabilità. Una riforma che voglia realmente tutelare tutte le donne deve infatti fondarsi su un principio chiaro: la libertà sessuale si protegge riconoscendo la volontà della persona, non la percezione dell’altro. E una legge che non tutela adeguatamente le ragazze e le donne con disabilità non può dirsi una legge pienamente garantista.

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Il progresso tecnologico è autentico solo quando produce benefìci accessibili a chiunque

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«Tecnologie digitali, robotica e intelligenza artificiale possono rappresentare strumenti decisivi per migliorare l’autonomia, l’accesso ai servizi e la partecipazione sociale delle persone con disabilità, ma quando non sono progettate secondo criteri di accessibilità universale, rischiano di produrre nuove barriere»: lo dicono dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in occasione della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di oggi, 21 maggio

«Richiamiamo l’attenzione sull’importanza di garantire che la trasformazione digitale e lo sviluppo delle nuove tecnologie rappresentino un reale strumento di inclusione, autonomia e pari opportunità»: lo dicono dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in occasione della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di oggi, 21 maggio (GAAD-Global Accessibility Awareness Day), ricordando come «continuino ad arrivarci segnalazioni che mostrano la presenza di criticità ricorrenti e di situazioni che possono determinare forme di discriminazione indiretta e, in alcuni casi, anche diretta. In particolare, emergono difficoltà legate a procedure di autenticazione complesse, utilizzo obbligatorio di OTP, applicazioni non accessibili, sistemi esclusivamente telematici e percorsi digitali difficilmente gestibili da parte di persone con disabilità intellettiva, anziani, cittadini o caregiver privi di adeguata alfabetizzazione informatica».

«Tecnologie digitali, robotica e intelligenza artificiale – si legge ancora nella nota dell’Autorità Garante – possono rappresentare strumenti decisivi per migliorare l’autonomia, l’accesso ai servizi e la partecipazione sociale delle persone con disabilità e dei cittadini più fragili. Tuttavia, quando non sono progettate secondo criteri di accessibilità universale, rischiano di produrre nuove barriere, soprattutto in àmbiti essenziali come sanità, previdenza, pagamenti, identità digitale e accesso ai servizi pubblici e privati. In altre parole, il progresso tecnologico è autentico solo quando produce benefìci accessibili a tutti. In tal senso, la trasformazione digitale non può diventare una soglia di accesso ai diritti, né può subordinare l’esercizio dei diritti fondamentali alla capacità di utilizzare strumenti complessi o procedure esclusivamente telematiche. L’accessibilità digitale, pertanto, non è un adempimento tecnico, ma una condizione essenziale di uguaglianza sostanziale».

«Secondo l’Autorità – prosegue la nota -, ogni processo di digitalizzazione deve essere accompagnato da una valutazione preventiva dell’impatto reale sulla vita delle persone più fragili, prevedendo strumenti accessibili, comprensibili e concretamente utilizzabili da tutti. Il cosiddetto “canale alternativo” non può essere considerato una misura residuale o una semplice concessione organizzativa, ma deve costituire un elemento strutturale del diritto di accesso ai servizi. In caso contrario si va in contrasto con i princìpi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con il principio di accomodamento ragionevole, con il divieto di discriminazione indiretta, con l’articolo 3 della Costituzione e con quanto stabilito dalla Legge Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act)».

«La nostra Autorità Garante – conclude la nota – è impegnata quotidianamente, nei tavoli istituzionali, nei processi di revisione normativa, nei regolamenti relativi ai servizi pubblici e ai trasporti, nonché nelle attività riguardanti l’accessibilità per le persone con disabilità, a promuovere l’accessibilità digitale come strumento fondamentale di inclusione sociale, pari opportunità e piena partecipazione alla vita collettiva. In una società realmente inclusiva, infatti, l’innovazione non può lasciare indietro nessuno e l’accessibilità deve essere integrata fin dalla progettazione di ogni servizio, piattaforma e tecnologia: non come requisito successivo, ma come principio fondativo di una cittadinanza pienamente accessibile». (S.B.)

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Special Olympics è sport, ma è anche un modo nuovo di guardare le persone

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Emozione, applausi, colori e tante dichiarazioni di vicinanza hanno caratterizzato a Lignano Sabbiadoro (Udine) la cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, in corso di svolgimento fino al 24 maggio. Si è trattato infatti di una grande festa dello sport inclusivo che ha visto sfilare ben 190 delegazioni provenienti da tutta Italia, con oltre 3.000 atleti/atlete con e senza disabilità intellettive Partecipanti alla cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics

Emozione, applausi, colori e tante dichiarazioni di vicinanza hanno caratterizzato a Lignano Sabbiadoro (Udine) la cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, in corso di svolgimento fino al 24 maggio e già da noi ampiamente presentati qualche settimana fa. Si è trattato infatti di una grande festa dello sport inclusivo che ha visto sfilare ben 190 delegazioni provenienti da tutta Italia, con oltre 3.000 atleti/atlete con e senza disabilità intellettive protagonisti dell’evento.

Nel corso della cerimonia sono intervenute le principali autorità istituzionali e sportive, tra cui la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che nel dichiarare ufficialmente aperti i Giochi, ha sottolineato il valore dello sport come strumento di crescita, partecipazione e inclusione sociale: «Special Olympics – ha affermato – è sicuramente sport, ma è molto di più: è un cambiamento in movimento, è cultura, è un modo nuovo di guardare le persone. Ci insegna ogni giorno a vedere in ogni persona le qualità, le competenze e le potenzialità, senza fermarci ai limiti o alle etichette. E sono proprio gli atleti e le atlete di Special Olympics, con la loro forza, la loro determinazione e la loro dignità, a mostrarci ogni giorno come affrontare le sfide della vita e come sia possibile costruire una società più inclusiva e più umana».
Dal canto suo, il vicepresidente e fondatore di Special Olympics Italia Alessandro Palazzotti ha voluto citare le parole di Eunice Kennedy Shriver, fondatrice del Movimento: «Voi atleti di Special Olympics – ha detto – ci entusiasmate sui campi gara e ci insegnate che ciò che conta non è il potere, non sono le armi, non è la ricchezza. Ciò che conta davvero sono la volontà, il coraggio, l’amicizia e la solidarietà. E allora è arrivato il momento di essere voi il segno, voi a dare l’esempio, voi a invitare tutti a dire e a fare la cosa giusta».
Infine, la direttrice nazionale di Special Olympics Italia Alessandra Palazzotti ha sottolineato come «dietro a questi Giochi vi sia il lavoro straordinario di familiari, dirigenti, volontari e organizzatori che ogni giorno mettono il cuore oltre l’ostacolo. Un evento così importante, infatti, può realizzarsi soltanto grazie all’impegno condiviso di una grande comunità che lavora insieme per gli atleti e per i valori di Special Olympics». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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“SexLability”: servizi, ma anche un nuovo sguardo culturale sull’affettività e la sessualità delle persone con disabilità

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Ridurre il progetto “SexLability” a una piattaforma di servizi sarebbe limitante. Esso infatti si colloca dentro una questione più ampia, che riguarda il modo in cui la società guarda al corpo, al desiderio e alla disabilità, riportando al centro una verità semplice, ma spesso dimenticata: il diritto alla sessualità è parte integrante dei diritti umani. Non un privilegio, non una concessione, ma una dimensione che deve essere riconosciuta, tutelata e resa accessibile Foto di Andreas Bohnenstengel (©http://andreasbohnenstengelarchiv.de)

È un progetto nato con l’obiettivo di colmare un vuoto strutturale, culturale e professionale ancora troppo spesso ignorato. C’è infatti un’assenza che pesa, ma che raramente viene nominata ed è quella che riguarda la sfera dell’affettività e della sessualità delle persone con disabilità, un territorio tuttora rimasto ai margini del dibattito pubblico, spesso relegato al silenzio o trattato con imbarazzo.
È proprio da questa consapevolezza che ha preso forma SexLability, un progetto che non si limita a offrire servizi, ma prova a ridefinire uno spazio di diritti, dignità e possibilità.
L’idea alla base è semplice quanto radicale: affettività e sessualità non sono dimensioni accessorie dell’esistenza, ma elementi costitutivi dell’identità di ogni persona e questo vale, senza eccezioni, anche per chi vive una condizione di disabilità. Tuttavia, nella pratica quotidiana, queste dimensioni vengono spesso negate o invisibilizzate, come se il corpo disabile fosse privo di desiderio, o non degno di esprimerlo. SexLability intende inserirsi esattamente in questo vuoto, con l’obiettivo di costruire un ponte tra bisogni reali e risposte concrete. Non un’iniziativa simbolica, ma un’infrastruttura che mette in rete competenze, strumenti e percorsi personalizzati, un portale che connette, forma e supporta.

Il cuore del progetto è appunto un portale digitale pensato per facilitare l’incontro tra persone con disabilità e professionisti qualificati. Psicologi, sessuologi, educatori, operatori sociosanitari: figure spesso difficili da individuare, soprattutto quando si cercano competenze specifiche legate alla disabilità. La piattaforma nasce quindi come uno spazio di orientamento e accesso, in cui la persona non sia lasciata sola a navigare tra offerte frammentate, ma trovi riferimenti chiari, affidabili e costruiti su misura.
Questo aspetto è tutt’altro che secondario: la mancanza di interlocutori formati rappresenta infatti uno degli ostacoli principali nell’affrontare questi temi.

Accanto alla connessione tra utenti e professionisti, SexLability sviluppa un secondo asse strategico: la formazione. Il progetto riconosce infatti che il problema non riguarda solo l’accesso ai servizi, ma anche la preparazione di chi quei servizi dovrebbe offrirli. Per questo propone percorsi di aggiornamento rivolti a operatori del settore, con l’obiettivo di colmare lacune culturali e competenze specifiche ancora troppo diffuse.
Parlare di sessualità nella disabilità richiede strumenti adeguati, ma anche un cambio di sguardo: uscire cioè da approcci paternalistici o medicalizzanti, per adottare una prospettiva centrata sulla persona e sui suoi diritti.

Un ulteriore elemento centrale del progetto riguarda il supporto a famiglie e caregiver, che troppo spesso si trovano ad affrontare queste tematiche senza strumenti, riferimenti o accompagnamento.
La sessualità di una persona con disabilità può generare domande complesse, timori, conflitti interiori e senza un adeguato supporto, il rischio è quello di rispondere con la negazione, il controllo o il silenzio. SexLability interviene anche su questo piano, offrendo risorse pratiche, materiali informativi e percorsi di accompagnamento che aiutano a trasformare l’incertezza in consapevolezza. In questo senso, il progetto non si rivolge solo alla persona con disabilità, ma all’intero ecosistema relazionale che la circonda. Perché è proprio all’interno delle relazioni che si gioca la possibilità di riconoscere – o negare – questi diritti.

A questo punto ridurre SexLability a una piattaforma di servizi sarebbe limitante. Il progetto si colloca infatti dentro una questione più ampia, che riguarda il modo in cui la società guarda al corpo, al desiderio e alla disabilità.
Per anni, la narrazione dominante ha oscillato tra due estremi: da un lato l’infantilizzazione, che nega ogni dimensione sessuale, dall’altro la rimozione, che evita il tema per imbarazzo o mancanza di strumenti. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’esclusione.
SexLability prova a scardinare questo paradigma, riportando al centro una verità semplice, ma spesso dimenticata: il diritto alla sessualità è parte integrante dei diritti umani. Non un privilegio, non una concessione, ma una dimensione che deve essere riconosciuta, tutelata e resa accessibile.

In un contesto, quindi, in cui si parla sempre più di inclusione, il rischio è che alcune dimensioni restino comunque ai margini, perché considerate scomode o difficili da affrontare. La sfida di SexLability è proprio questa: portare alla luce ciò che è stato a lungo invisibile, trasformando un bisogno taciuto in un tema legittimo, affrontabile, condiviso.
Non si tratta pertanto solo di creare servizi, ma di generare un cambiamento culturale, di costruire un linguaggio nuovo, capace di restituire complessità senza semplificazioni, e dignità senza eccezioni.
Una società inclusiva non è quella che si limita a garantire accessi fisici, ma quella che riconosce, in ogni persona, il diritto pieno di vivere tutte le dimensioni della propria esistenza. Anche – e soprattutto – quelle che per troppo tempo sono state lasciate fuori dal dibattito pubblico.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità

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«Chiediamo che al centro dell’azione di Governo e Parlamento vi sia l’impegno a garantire abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, e inserite in quartieri dove esistano servizi di prossimità e di mobilità, assistenza sociosanitaria, spazi pubblici e relazioni sociali»: lo dicono dal Forum del Terzo Settore, commentando il pacchetto di misure presentato dal Governo per contrastare l’emergenza abitativa, definito come “Piano Casa”

«Un “Piano Casa” ambizioso non può significare solo costruire nuove abitazioni o recuperare il patrimonio pubblico inutilizzato, per quanto queste azioni siano comunque necessarie. Bisogna partire dall’analisi della situazione reale del Paese, che vede disagio abitativo diffuso, salari bassi e famiglie con minore potere d’acquisto, e proporre soluzioni integrate e mirate. In altre parole, non basta pensare a “quante” case, ma occorre interrogarsi prima su “dove” e “per chi” realizzarle, tenendo conto in particolare delle esigenze di giovani, persone vulnerabili e anziane»: a dirlo in una nota sono Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore e il referente per lo stesso Forum sulle questioni abitative, Claudio Falasca, commentando il pacchetto di misure presentato dal Governo per contrastare l’emergenza abitativa, definito appunto come “Piano Casa”».

«Il provvedimento del Governo – prosegue la nota – affronta, anche se tardivamente, un fenomeno ormai ineludibile, guardando al medio-lungo termine e pensando anche a strumenti positivi come l’housing sociale. Eppure sembra voler ridurre il tema “casa” a una questione economica e urbanistica, mentre va intesa come servizio integrato, nell’àmbito del più ampio diritto all’abitare, oggi fortemente a rischio a causa di una grave crisi sociale e salariale. Chiediamo dunque che al centro dell’azione di Governo e Parlamento vi sia l’impegno a garantire abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, e inserite in quartieri dove esistano servizi di prossimità e di mobilità, assistenza sociosanitaria, spazi pubblici e relazioni sociali. Questo significa anche scongiurare che si formino nuove “periferie dormitorio” e allontanare il rischio delle cosiddetta “gentrificazione” che, come sappiamo, tende a espellere dalle aree centrali delle città i residenti a reddito medio-basso».

«Rispetto infine al tema delle risorse – concludono Moretti e Falasca -, derivanti dal taglio di altri fondi, chiediamo che siano vincolate quote significative per interventi rivolti ai più fragili e al cohousing per anziani e intergenerazionale».

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Un “Museo Sospeso” per rendere la cultura accessibile alle persone con disabilità

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In occasione della recente Giornata Internazionale dei Musei del 18 maggio, e con il patrocinio di ICOM Italia, componente nazionale del Consiglio Internazionale dei Musei, il Gruppo Lavazza ha lanciato l’iniziativa “Museo Sospeso”, che rientra nel percorso già intrapreso con il progetto “IncluVisity”, alla base del quale vi è l’obiettivo di favorire l’accessibilità, ridurre le barriere fisiche e culturali e promuovere le diversità nelle strutture museali

In occasione della recente Giornata Internazionale dei Musei del 18 maggio, centrata sul tema Musei che uniscono un mondo diviso e con il patrocinio di ICOM Italia, la componente nazionale del Consiglio Internazionale dei Musei, il Gruppo Lavazza ha lanciato l’iniziativa denominata Museo Sospeso, allo scopo di rendere la cultura accessibile alle persone in condizioni di vulnerabilità. Proprio dal 18 maggio, quindi, è possibile visitare gratuitamente cinque enti museali partner (il Museo Egizio e il Museo Lavazza a Torino, la Triennale e la Pinacoteca di Brera a Milano e la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia), tramite una richiesta da parte di Associazioni e privati cittadini direttamente presso il sito delle strutture coinvolte, secondo i criteri decisi dai singoli enti e fino ad esaurimento biglietti.

L’iniziativa rientra nel percorso intrapreso dallo stesso Gruppo Lavazza con il progetto IncluVisity, alla base del quale vi è l’obiettivo di favorire l’accessibilità, ridurre le barriere fisiche e culturali e promuovere le diversità, ponendo al centro dell’esperienza museale la persona e la sua fruizione culturale.
Avviato nel 2023 con l’adesione di sei realtà espositive in Italia che hanno ideato percorsi di visita dedicati all’accoglienza e a pubblici con diverse esigenze di accessibilità (sensoriale, cognitiva, comunicativa), IncluVisity ha visto ogni museo proporre un’esperienza mirata a soddisfare esigenze specifiche di conoscenza di pubblici differenti. Oggi sono 13 le istituzioni culturali che vi aderiscono, vale a dire, oltre alle cinque già citate per il Museo Sospeso, a Torino il GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), il Museo Nazionale del Cinema e CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia), il Teatro Piccolo di Milano, il MUSE di Trento (Museo delle Scienze), il Palazzo delle Papesse a Siena, la Kunsthalle di Basilea in Svizzera e il Guggenheim a New York (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: giuseppe.fazio@bursonglobal.com.

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Ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano

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«Molto spesso – scrive Marie Helene Benedetti – educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come fossero “gli ultimi degli ultimi” del sistema scolastico. Ma nella mia esperienza ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano, entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”. E quando un educatore sa accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento, quella persona non va ignorata, ma va ascoltata»

Qualche giorno fa sono stata ad Ascoli Piceno per partecipare a uno dei tanti GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione) in cui vengo coinvolta quando la scuola non riesce più a trovare una strada. Quando i genitori non riescono ad ottenere le necessità per l’inclusione del proprio figlio. Quando c’è bisogno di una mediazione per trovare luce. Quando l’inclusione si blocca. Quando un alunno smette lentamente di sentirsi compreso e andare a scuola diventa ogni giorno una tortura o una battaglia.
Parliamo di un ragazzo di seconda media con una situazione clinica estremamente complessa. Una di quelle situazioni che richiedono sensibilità vera, capacità di osservazione, elasticità mentale, umanità. Perché lì non bastano protocolli imparati a memoria o frasi da manuale. Lì davanti hai un ragazzo che soffre, che fatica, che comunica il disagio in modi difficili da gestire.
Quest’anno, purtroppo, non si è riusciti a costruire un rapporto efficace con l’insegnante di sostegno e con i docenti di classe. Non si è riusciti a trovare quella connessione relazionale indispensabile per permettere a quel ragazzo di vivere la scuola con serenità e sicurezza. E il dato più doloroso, ma anche più significativo, è che il ragazzo ha copertura scolastica su tutte le ore. Eppure ha frequentato praticamente solo le 12 ore settimanali in cui era presente l’educatrice.

Dodici ore. Le ore in cui riusciva a sentirsi accolto, in cui qualcuno era riuscito davvero ad entrare nel suo funzionamento. Le ore in cui si sentiva abbastanza al sicuro da riuscire a restare a scuola.
Questo dovrebbe far riflettere profondamente tutti. Perché quando un ragazzo con una situazione così delicata riesce a frequentare soltanto nelle ore in cui sono presenti determinate figure educative, non siamo davanti ad un dettaglio trascurabile. Siamo davanti ad un messaggio enorme. E qui mi fermo per non metterci il carico da novanta che ho lasciato su quel sostegno.
Quell’ educatrice, evidentemente, è riuscita a costruire qualcosa che il sostegno non era riuscito a costruire: fiducia, regolazione, serenità, connessione. Ed è qui che apro un discorso che faccio da anni e che continuerò a fare finché avrò voce.

Molto spesso educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come se fossero “gli ultimi degli ultimi” dentro il sistema scolastico. Figure da relegare ai margini, da ascoltare poco o nulla, anche quando passano ore accanto ai ragazzi più complessi. Ed è assurdo. Perché io, nella mia esperienza e come in questo caso, ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano. Ho visto educatori comprendere ragazzi che nessuno riusciva più a leggere. Ho visto educatori entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”, semplicemente perché possedevano qualcosa che non sempre si insegna nei corsi di formazione: empatia autentica, intuito relazionale, capacità di osservare senza giudicare, amore e passione per il proprio ruolo e per quell’alunno. Quel dono raro di riuscire a sentire l’alunno/alunna prima ancora di volerlo controllare.
Quando un educatore riesce ad ottenere risultati che altri non riescono ad ottenere, dovrebbe diventare una guida da ascoltare. Non una figura da mettere in secondo piano. Chiedere: «Come hai fatto?», «cosa hai capito di lui?», «aiutami a comprenderlo meglio», non è umiliante, è maturità professionale, intelligenza, è voler davvero fare inclusione. Invece troppo spesso nella scuola si entra in logiche tossiche di ruoli, gerarchie e orgoglio professionale. Come se ascoltare un educatore fosse quasi una diminuzione del proprio ruolo. Ma i ragazzi non hanno bisogno dell’orgoglio degli adulti. Hanno bisogno di adulti che collaborano. E quando trovi un educatore capace di accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento… quella persona non va ignorata. Va ascoltata. Perché a volte la differenza tra un alunno che riesce a restare dentro la scuola e uno che ne viene escluso lentamente, non la fanno i titoli appesi al muro. La fa una persona che è riuscita a farlo sentire finalmente al sicuro e a praticare l’inclusione.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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Parlare di diritti significa parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità

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Da un recente incontro promosso dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente, sul tema Oltre i corpi: il diritto di essere, scegliere, desiderare, è emerso con forza un messaggio preciso, ossia che parlare di diritti significa appunto parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità. Significa smettere di raccontare le persone con disabilità come soggetti da proteggere o compatire, iniziando finalmente a riconoscerle come persone complete, complesse, adulte e pienamente titolari della propria esistenza

Ci sono temi che continuano ad abitare i margini del dibattito pubblico. Non perché siano meno importanti. Ma perché obbligano la società a guardarsi davvero allo specchio. Corpo, desiderio, sessualità, autodeterminazione, relazioni, libertà affettiva. Quando questi temi incontrano la disabilità, troppo spesso vengono ancora circondati da imbarazzo, silenzi, paternalismi o paure culturali difficili da scardinare.
È da questa consapevolezza che è nato Oltre i corpi: il diritto di essere, scegliere, desiderare, incontro pubblico promosso dalla nostra Associazione [Attiva-Mente, N.d.R.] in occasione della recente Giornata Europea per la Vita Indipendente [se ne legga la nostra presentazione, N.d.R.]. Una serata pensata non per provocare gratuitamente, ma per aprire uno spazio autentico di confronto su temi che riguardano profondamente la dignità, la libertà e la piena cittadinanza delle persone con disabilità.
Per chi desidera approfondire il progetto, il programma, gli ospiti e i contenuti legati all’iniziativa, è disponibile a questo link la pagina ufficiale dell’evento. Parallelamente, abbiamo scelto di pubblicare anche un focus speciale dedicato a una delle domande centrali emerse durante il percorso di avvicinamento alla serata: «Chi ha davvero accesso ai diritti?».

Nei giorni precedenti all’evento ci siamo chiesti più volte quale fosse il vero senso di questa iniziativa. La risposta, forse, stava tutta in quella semplice, ma scomoda domanda: chi ha davvero accesso ai diritti? E chi invece continua ancora oggi a dover chiedere il permesso di esistere pienamente, di desiderare, di scegliere, di vivere relazioni e affettività senza sentirsi giudicato, infantilizzato o invisibile?
Abbiamo scelto di affrontare pubblicamente questi argomenti perché troppo spesso vengono lasciati ai margini del confronto sociale, culturale e persino istituzionale. Eppure parlare di diritti significa inevitabilmente parlare anche di corpo, identità, autodeterminazione, libertà relazionale e possibilità concreta di vivere la propria vita senza continue limitazioni culturali imposte dagli altri.
La presenza di ospiti autorevoli e profondamente coinvolgenti ha contribuito a creare un clima di ascolto autentico, umano e partecipato. Ingrid Thunem, attivista e atleta internazionale, da anni impegnata sui temi dell’autodeterminazione, del corpo, della sessualità e dei diritti delle persone con disabilità, ha portato una testimonianza intensa e potente, intrecciando esperienza personale, diritti, corpo e libertà con grande sensibilità e lucidità. Allo stesso modo Sofia Righetti Nottegar, tra le figure più interessanti del panorama italiano contemporaneo sui temi della disabilità e del contrasto agli stereotipi, ha offerto uno sguardo critico e profondo sulle narrazioni pubbliche legate alla disabilità, sui linguaggi e sugli stereotipi che ancora oggi influenzano il modo in cui la società guarda ai corpi e alle persone. A moderare il confronto è stata Maria Letizia Camparsi, accompagnando il dialogo con sensibilità, equilibrio e attenzione verso gli interventi del pubblico.

L’incontro è stato intenso, vero, a tratti anche scomodo. Ma proprio per questo necessario. Gli interventi emersi dal pubblico hanno confermato quanto ci sia ancora bisogno di spazi in cui affrontare questi temi senza retorica, senza censura e senza paura di mettere in discussione modelli culturali che troppo spesso continuano a negare complessità, desideri e piena adultità alle persone con disabilità.
Crediamo dunque che il messaggio emerso sia arrivato con forza. Parlare di diritti significa parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità. Significa smettere di raccontare le persone con disabilità come soggetti da proteggere o compatire, iniziando finalmente a riconoscerle come persone complete, complesse, adulte e pienamente titolari della propria esistenza.
Un grazie sincero va a tutte le persone presenti, agli ospiti intervenuti, a chi ha collaborato all’organizzazione della serata e a chi continua a credere che una società realmente inclusiva debba avere il coraggio di affrontare anche i temi che troppo spesso vengono lasciati ai margini del dibattito pubblico. La strada verso una piena cultura dei diritti passa anche da qui.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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