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Siamo noi gli esperti della nostra vita: abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi!

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«Siamo titolari di diritti, non oggetti di cura. Siamo esperti della nostra vita. Abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi»: si conclude così il “Position Paper” rivolto alle Istituzioni europee da giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, che lo hanno elaborato, insieme a un Manifesto e a una campagna di comunicazione sulla vita indipendente. Il tutto nell’àmbito del progetto europeo “Keep Driven”, che mira appunto a rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità

Il 13 luglio scorso a Milano è stata presentata My Time Is Not Mine (letteralmente “Il mio tempo non è mio”), campagna di comunicazione sul diritto alla vita indipendente ideata da giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia [si legga anche la presentazione dell’evento sulle nostre pagine, N.d.R.].
Al centro c’è una rivendicazione precisa: decidere del proprio tempo. Il Manifesto della campagna chiede infatti servizi di supporto che si adattino ai ritmi e alle condizioni di ciascuno, trasporti accessibili, opportunità flessibili di studio e lavoro, leggi sulla vita indipendente davvero applicate e il diritto a essere ascoltati nelle decisioni che riguardano la propria vita.
Un perimetro che i giovani hanno scelto di estendere fino alla mobilità e all’accessibilità dei luoghi pubblici: perché disporre del proprio tempo significa anche potersi spostare, entrare, partecipare attivamente. La campagna lo racconta attraverso le loro storie: chi non riesce a usare il proprio tempo per costruirsi un futuro, chi non può permettersi la spontaneità, chi deve misurare ogni gesto anche nei momenti con gli amici.

Ma la presentazione è stata solo l’ultima tappa di un percorso lungo mesi, in cui i giovani coinvolti non sono stati i destinatari di un messaggio: ne sono stati bensì gli autori. KEEP Driven – Promuovere le conoscenze, il protagonismo e la partecipazione dei giovani è un progetto europeo co-finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+, coordinato da CBM Italia e di cui la LEDHA è partner (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nato con l’obiettivo di mettere i giovani con disabilità nelle condizioni di fare advocacy [tutela] in prima persona.
Il percorso è passato per una selezione e per le “visite di studio” nei tre Paesi coinvolti. Poi, a Milano, tre giorni di formazione organizzati da LEDHA e CBM Italia su diritti, advocacy e costruzione di campagne di comunicazione: è in quella sede che i partecipanti hanno portato sul tavolo i problemi che vivono ogni giorno e nella quale il gruppo italiano ha individuato il tema da proporre agli altri.
Ciascuno dei tre gruppi nazionali è arrivato così a Bruxelles con la propria proposta: due giorni di confronto diretto tra i ragazzi, al termine dei quali dei tre temi ne è stato scelto uno solo, la vita indipendente, ossia quello italiano, condiviso subito da francesi e lèttoni, perché parlava a tutti, pur declinandosi in modo diverso in ciascun contesto.
Rientrati nei rispettivi Paesi, i partecipanti hanno continuato a lavorare (accompagnati da professionisti nella scelta del modo migliore per veicolare il messaggio) fino a produrre un Position Paper indirizzato alle istituzioni europee, il Manifesto e la campagna.
Un passaggio che per molti ha significato cambiare posizione. «È stata la prima volta che mi sono trovata nei panni di chi scrive un documento politico, non di chi lo riceve – racconta Alessia Degan, 25 anni -. Ho sentito una sorta di potere: il potere di avere un’influenza. Non so ancora se porterà a un risultato concreto, ma già il fatto di provarci mi dà speranza».

Il confronto europeo ha portato anche qualche sorpresa. Marco Bosaglia è rimasto colpito da quanto i problemi si somiglino, nonostante i Paesi siano diversi: «Ciò che mi ha colpito di più sono state le scuole: in Lettonia esistono ancora le scuole speciali dedicate solo agli studenti con disabilità ed è una cosa che non mi aspettavo».
Sugli effetti del lavoro fatto è realista: non si aspetta un cambiamento immediato, perché garantire il diritto alla vita indipendente richiede trasformazioni profonde, ma spera che la campagna aiuti almeno a superare alcuni luoghi comuni ancora molto diffusi.
Gloria De Santis, infine, che non viene da studi di scienze politiche, in questi mesi ha imparato a costruire una campagna di advocacy e a mettere nero su bianco, per le Istituzioni europee, che cosa significa non poter vivere una vita pienamente indipendente: «Lavorare su un Position Paper insieme ad altri ragazzi con disabilità mi ha fatto riflettere su meccanismi che altrimenti non avrei conosciuto: come trasformare la nostra esperienza personale in qualcosa di concreto e utile alla comunità».
È lo stesso spirito con cui si chiude il Position Paper: «Siamo titolari di diritti, non oggetti di cura. Siamo esperti della nostra vita. Abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi». (Ilaria Sesana)

Le storie, il Manifesto e il Position Paper, ossia ciò di cui si parla nel presente contributo, sono tutti disponibili nel sito dedicato (a questo link).

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Per trasformare l’autodeterminazione da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile

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Il 5° Convegno Nazionale SAI (Sportelli Autismo Italia) del prossimo mese di ottobre si propone di essere un momento di confronto in cui trasformare l’autodeterminazione delle persone con autismo – e in generale con disabilità – da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile. Ne parlano Claudia Munaro e Marco Condidorio, mentre dello stesso Condidorio segue un contributo sul progetto molisano “Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione”, strettamente legato ai medesimi concetti  che hanno dato vita alla rete SAI  “Autodeterminazione”

Il valore della rete: Sportelli Autismo Italia (SAI)
È per rispondere concretamente a un’esigenza di inclusione reale e di qualità che è nato il modello di supporto organizzativo, educativo e didattico denominato Sportello Autismo, ideato nel 2007 a Vicenza e successivamente riconosciuto ufficialmente dal Ministero dell’Istruzione con il Decreto Ministeriale 435/15.
Da quella prima esperienza territoriale è fiorito il Network Nazionale Sportelli Autismo Italia (SAI), che proprio nel prossimo mese di agosto festeggerà 10 anni di attività.
Il SAI è un’infrastruttura di libera aggregazione e una rete sussidiaria “liquidamente organizzata”, nata per annullare le distanze geografiche e raggiungibile al proprio sito ufficiale (a questo link). Oggi accoglie 59 “nodi Sportelli Autismo” diffusi in 16 Regioni, che garantiscono un supporto Peer-to-Peer (docente-docente) territoriale e su scala nazionale, permettendo di condividere generosamente idee, materiali e proposte formative a servizio dell’intera comunità.
L’obiettivo fondamentale è supportare i professionisti dell’educazione a guardare la Persona e il suo Progetto di Vita, non la sua diagnosi, aiutando a dare voce alla sua voce. Offrendo supporto alle scuole, alle persone autistiche, alle famiglie e alla comunità intera, la rete aiuta a creare una pedagogia e una didattica inclusiva “su misura”. Diventa così lo strumento ideale per scardinare quelle etichette ghettizzanti (come gli “alunni H”) che riducono l’essere umano a una sigla burocratica.
L’autorevolezza del network di libera aggregazione e la qualità di questo circuito di saperi sono consolidate da importanti sinergie istituzionali, come l’Accordo di Intenti del 2019 e il Protocollo di Intesa siglato con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’ANGSA Nazionale (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo) il 2 agosto 2023.
A garanzia del valore scientifico di questo percorso, il SAI si avvale del prezioso contributo di un comitato di esperti d’eccellenza, tra cui il professor Flavio Fogarolo (esperto di normativa e didattica inclusiva), il professor Lucio Cottini, ordinario dell’Università di Urbino, la dottoressa Lucia Ferlino, ricercatrice del CNR di Genova e il dottor Giuseppe Maurizio Arduino, responsabile del Centro Autismo di Mondovì (Cuneo).

Il 5° Convegno e l’indagine nazionale
È in questa cornice storica e culturale che si inserisce il 5° Convegno Nazionale organizzato da SAI con la collaborazione delle Associazioni nazionali ANGSA e Gruppo Asperger, sul tema Autodeterminazione: da 0 a infinito. Un progetto di vita autentico e partecipato.
Nelle giornate dell’1, 2, 8 e 9 ottobre prossimi, questo evento rappresenterà un momento di confronto imprescindibile per trasformare l’autodeterminazione da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile a tutti.
Per sostenere una riflessione collettiva su questa tematica fondante il Progetto di Vita, Sportelli Autismo Italia – nell’ambito delle attività di ricerca, formazione e promozione di una cultura dei diritti – ha promosso un sondaggio nazionale che ha già raccolto la risposta di oltre 3.500 persone.
L’indagine – curata dai membri del SAI, ossia chi scrive [Claudia Munaro], Lucia Ferlino, Marialuisa Tonietto e Daniela Valente, con la supervisione scientifica di Lucio Cottini – ha la finalità di raccogliere il punto di vista di genitori, caregiver, dirigenti scolastici, insegnanti, educatori e professionisti, al fine di comprendere come i diversi contesti di vita favoriscano od ostacolino l’autodeterminazione delle persone con autismo.
Questa ricerca non ha scopi valutativi o ispettivi e non giudica le persone con disabilità. Pone invece l’attenzione sui contesti, sulle pratiche e sulle opportunità offerte, muovendosi lungo tre direttrici principali:
° Esplorare il livello di conoscenza dell’autodeterminazione nei contesti della scuola, della famiglia e dei servizi di supporto.
° Comprendere come l’autodeterminazione venga tradotta operativamente nei PEI (Piani Educativi Individualizzati) e nei Progetti di Vita.
° Raccogliere elementi utili per migliorare la formazione e le pratiche educative e progettuali future.
Il questionario è stato specificamente rivolto a:
– Genitori e caregiver di persone con autismo;
– Dirigenti scolastici, insegnanti curricolari e di sostegno;
– Educatori e operatori socio-sanitari;
– Professionisti dei servizi clinici, riabilitativi e abilitativi socio-educativi;
– Studenti dei percorsi di formazione per il TFA Sostegno (Tirocinio Formazione Attiva), di Scienze della formazione primaria e Assistenti alla comunicazione e all’autonomia.
I dati emersi da questa straordinaria partecipazione saranno presentati e discussi dettagliatamente nella prima giornata del Convegno di ottobre. Sarà l’occasione per ribadire con forza il diritto fondamentale delle persone autistiche di manifestare i propri desideri, fare scelte, pianificare obiettivi, valutare gli effetti delle proprie azioni e autocorreggersi quando una strategia risulta inefficace: dimensioni che non vanno intese come semplici prerequisiti, ma come i frutti reali di processi educativi e di supporto coordinati, rispettosi e di altissima qualità.
Professoressa Claudia Munaro per SAI (Sportelli Autismo Italia)
Professor Marco Condidorio per ADV (Associazione Disabili Visivi), Roma/Molise

Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione: un progetto in Molise contro la “solitudine dei Certificati primi”
Al 5° Convegno Nazionale SAI organizzato online dal 1° al 9 ottobre prossimi da Sportelli Autismo Italia (SAI), in collaborazione con l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo) e con Gruppo Asperger, sul tema Autodeterminazione: da 0 a infinito. Un progetto di vita autentico e partecipato, anche il Molise ci sarà! È la scommessa per noi e per chi vorrà esserci.
In tal senso l’ADV per il Molise (Associazione Disabili Visivi) promuove l’iniziativa denominata Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione il cui scopo è riportare al centro del dibattito “sociale” – partendo appunto dal progetto promosso da Sportelli Autismo Italia -, la relazione tra “la persona in condizione di disabilità e l’ambiente scolastico, ricreativo e sociale”.
A tal fine sono state coinvolte la professoressa Claudia Munaro di Sportelli Autismo Italia e la professoressa Angela Di Burra, referente del CTS Pentro Molise (Centro Territoriale di Supporto). Entrambe hanno accolto con entusiasmo la sfida: riusciremo a realizzare una prima apertura di uno Sportello SAI nella nostra Regione?
Ma perché parlarne oggi, qui, in terra di Molise? Perché, se è vero il dato secondo cui qui da noi c’è un significativo bacino di competenze – in materia di ricerca e studio della condizione di disabilità – manca il progetto unitario per rendere la Regione anello di quel circuito di saperi e di volontà qual è il progetto Sportelli Autismo Italia. Il dialogo con il territorio è fondamento: sono indispensabili, servizi sociali, educativi e di valorizzazione delle risorse, delle capacità progettuali, dei risultati conseguiti. Patrimonio, quest’ultimo, da condividere “in osmosi” col sistema nazionale di Istruzione-Formazione, della ricerca scientifica e dell’Educazione, per esserci e divenire parte attiva di quell’humus, corpo sociale, rappresentativo di ciò che siamo, perché lo desideriamo e perché consapevoli di avere esperienza. Non mancando, tuttavia, di aggiornare il bagaglio di saperi in fieri, acquisendo una forma sempre più adeguata al tempo, al luogo al contesto.
Lo dobbiamo per le persone alle quali crediamo e per cui desideriamo affermare i principi di “libertà e autodeterminazione”. Assieme condividiamo dinamicamente ogni tipologia di processo, teso all’inclusione per tutti, nessuno escluso.
Le separazioni sociali, infatti, sono il frutto acerbo cui non segue alcuna maturazione. Abbiamo il dovere etico-sociale di promuovere, realizzare la coesione sociale, matrice su cui deve poter poggiare l’edificio reale e realistico dell’azione associativa, culturale e politica del Molise, in favore e in collaborazione con le persone che vivono la condizione di disabilità.

Tenendo sempre come riferimento la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, il cambio di paradigma è indispensabile; il “credo laico”, infatti, affonda le radici nei princìpi enunciati nella Carta Costituzionale italiana, ripresi in ogni segmento della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e già affermati con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento fondamentale adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, con cui si promuovono i diritti e le libertà universali spettanti a ogni individuo.
Diremo: spettanti per natura ad ogni Persona. Noi, Persone con disabilità, non apparteniamo ad un progetto divino minore. La verità è che non siamo progettati né destinati, apparteniamo al “genere” umano, modello di ultima generazione: homo sapiens. Non siamo la “serie” uscita con qualche difetto, semplicemente siamo parte del mondo, non un mondo a parte.
Il corpo umano è composto d’acqua, elemento maggiormente presente e vitale per tutte le funzioni, materiali, cerebrali emotive. Al pari dell’acqua, vi è un altro elemento vitale: il desiderio. L’Autodeterminazione è molto più della norma scritta: è il sano riconoscimento della natura “umana” con e in tutto ciò che essa significa, è e rappresenta. L’Autodeterminazione è “volontà”. Non necessita di parole, di azioni esplicite, di colori, movimento, di voce, di sguardi. Essa c’è e abita la fibra profonda dell’umano. Ragione per cui ha tante forme, quanti sono gli esseri umani presenti nell’universo mondo.
L’Autodeterminazione è l’Essere medesimo di ogni singola natura del vivente: il Vivente è manifestazione esplicita di “autodeterminazione”. Perché è la “VITA” ad esserne la manifestazione.
Probabilmente, Aristotele scriverebbe: “La vita è per natura autodeterminazione”. Ci piace pensarlo sempre attuale, presente nel nostro argomentare. La volontà, è semplicemente il desiderio d’essere e di esserci.

Il Topos Sociale con il maggior successo di cura, per noi, persone in condizione di disabilità, è il nucleo familiare. Almeno così dovrebbe essere. Per l’inclusione, generalmente, è la Società: la Scuola, la comunità nelle aggregazioni più diverse (università, lavoro, tempo libero, sport).
Quello della “solitudine” è il luogo più importante degli stati precedenti. Sì, perché è lì dove accade l’intima natura: ogni essere umano socializza col proprio Io, con se stesso. Si offre a sé, si pone in relazione – riflettente – quell’identità che rende il tempo senza spazio e lo spazio senza tempo: Persona. Stati; dimensioni. Aperture; oblii. Emozioni; solitudini, comunque storie, che ogni persona scopre per la prima volta in autonomia. Lo fa attingendo energia da sé. Si percepisce scoprendo altro da sé. Attraverso la pelle, il muscolo del cuore.
Gratuitamente si scopre; Conosce, riconosce, sente l’altro. Avverte attrazione, repulsione, empatia, gioia. Questo siamo noi, al di là della condizione di disabilità.
Non sempre abbiamo la parola giusta con la quale esprimere a noi stessi il perché di questi stati, emozioni. Però cogliamo presenza e assenza, pienezza e vuoto.
Quanto può influire l’azione di qualcuno sulla volontà di chi non è nella condizione di poter esprimere autonomamente propri desideri, emozioni, bisogni, pensieri, necessità? Frustrazione, costrizione, silenzi, abbandono più o meno breve, talvolta troppo prolungato nel tempo, in spazi ristretti, ampi e dispersivi o sin troppo lontano, lontani.

Dialogo con sé: “Sono immersa in un vortice… Paure: quattro operazioni, moltiplicazione, addizione; sottrazione e. Preposizioni; articoli indeterminativi e. Può accadere che possegga capacità visiva limitante o assente; così l’udito; capacità motorie ridotte o di linguaggio; cognitivamente non godo dei medesimi processi, quelli che vorresti tu, perché io possa essere definibile (come te) uguale a te”.
“Diversi sono i miei valori. I punti di riferimento. I traguardi, che come ben sai, non sempre possono essere i medesimi, ciò fa parte della nostra natura (l’umano). Diverso è per quel che riguarda i desideri: lì ci scopriamo, incontriamo e riveliamo uguali, simili, perché come i tuoi, non posseggono matematizzazioni, geometrie di convenienza o utilità”.
“Ho debolezze, come chiunque; non godo di punti di debolezza, al più punti di miglioramento, come tutti. Comprendi di me quel che mi fa star male, quel che genera distanza, oppressione, terrore, paura. Non sono un gomitolo di errori; il disegno sbagliato per cui basta una gomma per cancellare, correggere qua e là per poi con la matita aggiungere nuovamente. Non può essere il PEI [Piano Educativo Individualizzato, N.d.R.], la mia identità: non può essere la cartella clinica, perché non sono malata/malato. Come te apprendo, sai? A modo mio; nei tempi e secondo modalità, strutture differenti, ma come te accolgo, capisco e posso rifiutare. Apprendo e come te, a modo mio restituisco, se voglio e posso. L’apprendimento è un atto personale, proprio come la restituzione, lo sapevi? Sono un’opera, scultura tra tutte le sculture. Non la bozza in attesa di correzioni!”.

Il seme è per natura vita. Ovunque cada, proverà a morire per divenire frutto. Ciò può accadere sulla roccia più aspra e dura, non necessariamente nel terreno maggiormente fertile.
Questa è la natura, la ragione è altra cosa. Come la sete, la fame, il sonno e il freddo uniscono e separano le persone, così anche l’Io, come “processo-flusso” di impercettibili percezioni è sovrano di unità e separatezza, tra sé e l’altro. Il Tu non lo si chiede, non lo si può ricevere in dono, non lo si eredita: lo si può solo conquistare. Nessuno ci appartiene, noi non apparteniamo a nessuno.
Nell’incontro non si improvvisa mai: l’altra, l’altro sono occasione di nutrimento; noi, l’opportunità d’essere cibo.
La condizione di disabilità, non è e non potrebbe mai essere dono per chi la vive; né risorsa per chi la incontra nel corpo dell’altra, dell’altro. La condizione di disabilità fa parte del corpo, come l’altezza, il colore degli occhi, la fisionomia del viso: nulla di tutto ciò ha eticità, valore ontologico. Semplicemente è parte di quella materialità qual è il soma: è la roccia aspra e dura come il diamante.
La disabilità non può identificarsi con l’identità, per quest’ultima ci sono Io: dignità; autorevolezza; autodeterminazione, sono i tratti somatici di quel che coltivo ogni giorno, con me stessa, con me stesso, per poter migliorare e essere utile, produttiva, produttivo al pari di voi tutti per la società. Non desidero essere peso, ma energia creativa, al pari con “te” e di tutti.

Sosteniamo, quindi, partecipiamo al progetto che ci vede uniti contro l’emarginazione dei “Certificati primi”. La solitudine, oggi, non appartiene più ai soli “Numeri primi”: appartiene esponenzialmente anche a noi: solitudine dei Certificati primi.
Siamo noi, che prima di essere “persona” ci identificano con titoli poco nobili: “Studente H” o “lavoratrice H”.
Noi, per voi siamo: “i fragili”, “diversamente abili”, “poco figli”, “quasi mai madri, padri, amici”. Capita spesso di sentire nei corridoi della scuola, degli atenei: «Ieri in classe mi hanno inserito un “H”». «Beata te! Sapessi io, quest’anno in classe ho due DSA, un H e un BES». «Invece io sono stato fortunato quest’anno, finalmente ho solo un PDP e minorato linguistico». «A me arriverà un articolo 3 comma 3».
Il grande “contenitore”: i BES! Bisogni Educativi Speciali, un acronimo coniato per la prima volta nel nostro Paese e diffuso con la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, ispirandosi al concetto anglosassone di SEN (Speciale Educational Needs) del Rapporto Warnock (1978), ma con infelice interpretazione, che ne ha prodottto una distorsione: sta di fatto che con “Bisogni Speciali” si è da subito presentata l’etichetta con la quale relegare noi tutti in una dimensione “iperuranica” non esclusiva, ma escludente, emarginante: ci avete istituzionalizzati!
Professor Marco Condidorio – per ADV (Associazione Disabili Visivi), Roma/Molise

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Avviso pubblico per avvio procedura di individuazione, per l’a.s. 2026/2027, di n. 24 unità di personale ATA per le esigenze dell’USR per la Calabria ai sensi del decreto-legge 31 maggio 2024, n. 71, come convertito da Legge n. 106/2024 le cui...

Ultime da A.T.P. Catanzaro -

Ministero dell’Istruzione e del Merito Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria  Ufficio II – Ambito Territoriale di Catanzaro Via Cosenza, 31 – 88100 Catanzaro e-mail: usp.cz@istruzione.it – ...

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A Quartu Sant’Elena il film “SVeLA”, nel quadro del progetto “Storie, Voci e Luoghi Accessibili”

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Nell’àmbito del progetto multidisciplinare “Storie, Voci e Luoghi Accessibili”, promosso a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dall’Associazione di Promozione Sociale Impatto Teatro, con il sostegno del Comune locale e della Fondazione di Sardegna, è stato realizzato il film-documentario “SVeLA” di Alessandro Pulloni – ove l’acronimo “SVeLA” sta appunto per “Storie, Voci e Luoghi Accessibili” -, che verrà proiettato nella serata del 24 luglio nella città sarda

«Questa iniziativa mira a trasformare la percezione della disabilità e a promuovere un’idea di città realmente aperta a tutti, attraverso l’arte e la creatività, affrontando appunto il tema dell’accessibilità e dell’inclusione sociale attraverso un percorso multidisciplinare fatto di laboratori sensoriali di teatro, danza, canto, scrittura creativa e produzioni cinematografiche»: avevamo presentato così, nel febbraio scorso, il progetto multidisciplinare Storie, Voci e Luoghi Accessibili, promosso a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dall’Associazione di Promozione Sociale Impatto Teatro, sotto la direzione artistica di Karim Galici e con il sostegno del Comune di Quartu Sant’Elena e della Fondazione di Sardegna.
È nell’àmbito di quel progetto che è stato realizzato il film-documentario SVeLA di Alessandro Pulloni – ove l’acronimo “SVeLA” sta appunto per “Storie, Voci e Luoghi Accessibili” -, opera che verrà proiettata nella serata del 24 luglio (ore 21), presso l’Ex Caserma di via Roma a Quartu Sant’Elena.
Presentato e moderato dalla giornalista Maria Chiara Cugusi, l’evento prevede la presenza in sala di Alessandro Pulloni, di Karim Galici, di tutto il cast artistico e tecnico di SVeLA, oltreché di rappresentanti istituzionali e di operatori culturali. (S.B.)

L’evento del 24 luglio a Quartu Sant’Elena sarà ad ingresso libero, ma è consigliata la prenotazione, tramite l’indirizzo impattoteatro@gmail.com. Per ulteriori informazioni: Dafne Turillazzi (dafneturillazzi@gmail.com).

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Contro “l’eleganza del male”, contro tutte le guerre, le principali “produttrici di disabilità”

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È un messaggio «di enorme valore etico e di forte educazione alla pace», scrive Salvatore Nocera, quello rivolto “ai potenti della Terra” dall’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia il quale, indignato per il fatto che il Presidente della Turchia abbia offerto agli altri Capi di Stato presenti a un’importante riuione internazionale una lussuosa pistola come ricordo, chiede con forza «di non rendere elegante il male». È anche un messaggio contro tutte le guerre, che non possiamo non condividere, anche ricordando sempre come proprio le guerre siano le principali “produttrici di disabilità” Sergio Saviantoni, “Contro tutte le guerre” (particolare) (©PitturiAmo)

Riceviamo da Salvatore Nocera e ben volentieri diamo spazio a questo suo messaggio, insieme alla lettera da lui richiamata, rivolta “ai potenti della Terra” dall’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia: «In un mondo in cui la frenesia del riarmo sta oscurando la volontà di pace tra i popoli, in un mondo in cui la forza militare sta violando impunemente il diritto, nel nostro Paese ove addirittura i bambini trovano normale colpire col coltello i coetanei, l’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia, indignato per il fatto che a conclusione di un’importante riunione internazionale un Capo di Stato [il presidente della Turchia Erdogan, N.d.R.] abbia offerto agli altri Capi di Stato come ricordo una lussuosa pistola con annesso corredo di proiettili, desidero condividere con i Lettori e le Lettrici di Superando questa lettera dello stesso Arcivescovo di Napoli, indirizzata “ai potenti della Terra” che mi sembra di enorme valore etico e di forte educazione alla pace.
Salvatore Nocera».

«Ai potenti della Terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo. Sono due civiltà. Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio. Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.
Don Mimmo Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli».

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A Torino c’è il grande tennis in carrozzina

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Organizzato dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), ha preso il via a Torino e si protrarrà fino al 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del “Trofeo della Mole 2.0” di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe

Ha preso il via a Torino, presso i campi del Circolo della Stampa-Sporting, e si protrarrà fino a domenica 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del Trofeo della Mole 2.0 di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe, figura storica del movimento paralimpico e del tennis in carrozzina italiano.
Organizzata dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), la manifestazione fa parte dell’Uniqlo Wheelchair Tennis Tour e gode del patrocinio della Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e della Città di Torino, oltreché del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), di Turismo Torino e Provincia, dell’ANA di Torino (Associazione Nazionale Alpini), Sezione “La Veja” e del Panathlon Club Torino Olimpica.
Classificata come ITF 100 di wheelchair tennis, l’iniziativa è un appuntamento di grande livello e anche una vera e propria rampa di lancio per atleti emergenti, nonché una vetrina di prestigio per i migliori interpreti della disciplina.
La presente edizione può contare sulla partecipazione di 52 atleti/atlete provenienti da 17 Paesi, nelle categorie Open, Femminile e Quad, sia in singolare che in doppio, con tabelloni di consolazione per garantire il massimo del gioco e dell’inclusione. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@ssdvolare.com.

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Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi: 1.024 segnalazioni nel 2025 e la scuola resta uno dei terreni più critici

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Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione lombarda LEDHA, che nel 2025 ha ricevuto 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. E la scuola è risultata essere sempre uno dei terreni più critici

Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che ha pubblicato in questi giorni la propria relazione annuale (disponibile a questo link), informando di avere ricevuto, nel 2025, esattamente 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.
«Nel 72% dei casi – spiegano dal Centro – la richiesta si è risolta con attività di informazione e consulenza. Negli altri casi, invece, siamo intervenuti con assistenza legale vera e propria, tramite diffide formali, incontri con i soggetti o gli enti indicati come responsabili e, quando la via stragiudiziale non è stata sufficiente, accompagnando le famiglie nell’avvio di un’azione in tribunale».

È risultata essere sempre la scuola uno dei terreni più critici, tra mancate convocazioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), PEI inadeguati (Piani Educativi Individualizzati), ore di sostegno e di assistenza all’autonomia insufficienti o ridotte in modo arbitrario, riduzione dell’orario scolastico per il solo alunno con disabilità, richieste da parte di scuole paritarie di addebitare alle famiglie il costo dell’insegnante di sostegno.
Accanto a tutto ciò, i temi maggiormente ricorrenti sono stati la compartecipazione alla spesa per i servizi e la presa in carico da parte dei Comuni, le barriere architettoniche negli spazi pubblici e nelle attività private aperte al pubblico, i permessi e gli accomodamenti ragionevoli sul lavoro, l’amministrazione di sostegno, i ricorsi contro i verbali di invalidità civile.
La maggior parte delle segnalazioni arriva dai familiari e dopo una prima verifica, i legali del Centro coinvolgono direttamente la persona con disabilità, perché possa esprimere la propria volontà e scegliere quali azioni intraprendere.

«Tra i risultati ottenuti nel 2025 – viene sottolineato dal servizio della LEDHA -, da ricordare che nel mese di dicembre il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di una donna di origine straniera da noi assistita, stabilendo che applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute significa escludere in partenza le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.]».
Il lavoro del Centro, per altro, non si esaurisce nella gestione dei casi: nel corso del 2025, infatti, i legali dello stesso hanno tenuto docenze sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, sull’inclusione scolastica, sul Decreto Legislativo 62/24 e sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità, in collaborazione tra gli altri con l’Ordine degli avvocati di Milano, l’Università degli Studi di Milano e l’Università Milano-Bicocca. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Dieci anni di “Telefono Blu” sull’autismo: assistenza gratuita a 2.000 famiglie

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Frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la Fondazione FIA e l’Associazione ANGSA, compie dieci anni “Telefono Blu”, servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali. Si tratta di un traguardo importante per un’iniziativa che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie

Attivato nel mese di luglio del 2016, compie in questi giorni dieci anni Telefono Blu (che risponde al numero 800 031819), servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali.
Si tratta di un traguardo importante, frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la FIA (Fondazione Italiana per l’Autismo) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie, diventando per loro una vera e propria bussola utilizzata nei momenti di difficoltà, per orientarsi nei meandri della burocrazia, dei servizi di assistenza e sanitari delle Regioni.
Telefono Blu è stato tra l’altro il primo progetto finanziato dalla FIA, Fondazione presieduta dal deputato Davide Faraone, diventato poi strutturale, poiché la stessa FIA ha deciso successivamente di sostenere l’iniziativa in maniera continuativa.
La gestione è affidata all’ANGSA che grazie alla diffusione di Associazioni in tutte le Regioni può consigliare sulle realtà che operano nei diversi territori.
Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì (ore 9.30-12.30) e oltre al citato numero verde 800 031819, dispone anche dell’indirizzo telefonoblu@angsa.it. A rispondono sono persone esperte di comunicazione sull’autismo, individuate dall’ANGSA, in grado appunto di dare indicazioni utili e scientificamente corrette, nonché sostegno solidale prima e dopo la diagnosi di un disturbo dello spettro autistico. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa ANGSA Nazionale (Luca Benigni), luca.benigni@gmail.com.

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Ridurre l’orario scolastico agli alunni con disabilità per carenza di sostegno è discriminazione

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Tramite una recente Sentenza, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, stabilendo che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione. Il medesimo pronunciamento ha ribadito che il diritto degli alunni con disabilità di frequentare la scuola al pari degli altri bambini (anche una scuola paritaria) è «pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile»

Tramite una recente Sentenza, pubblicata lo scorso 16 luglio, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, e ha stabilito che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione.

Il caso da cui è scaturito il pronunciamento riguarda un bambino frequentante una scuola dell’infanzia paritaria nell’anno scolastico 2019/2020. L’alunno era in possesso della certificazione di handicap con connotazione di gravità (oggi “disabilità con necessità di sostegno elevato o intensivo”) ai sensi dell’articolo 3, comma 3 della Legge 104/92.
Mentre per i compagni di classe l’attività scolastica giornaliera si protraeva fino alle 16, offrendo l’opportunità di seguire ulteriori lezioni e momenti di gioco libero, all’alunno con disabilità era richiesto di uscire alle 14.30.
Le motivazioni addotte dalla scuola sul fatto che l’alunno con disabilità fosse stato ammesso a frequentare la scuola con orario scolastico ridotto, durante il quale veniva assistito da un insegnante di sostegno, erano state che egli, se non adeguatamente supportato, teneva un comportamento potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri. La scuola aveva inoltre argomentato che la riduzione dell’orario scolastico per l’anno 2018/2019 era stata prevista in conformità del PEI (Piano Educativo Individualizzato) concordato con i genitori, mentre, per l’anno successivo, la proposta della scuola di mantenere un orario ridotto era stata rifiutata dagli stessi.

Già nel 2023, nel primo grado di giudizio, il Tribunale di Treviso aveva ritenuto che la condotta della scuola fosse discriminatoria, pertanto l’aveva condannata al risarcimento di 10.000 euro per danno non patrimoniale e aveva intimato alla stessa di non reiterare la condotta discriminatoria. Ma successivamente la Corte d’Appello di Venezia aveva ribaltato il pronunciamento, ritenendo che le condizioni cliniche dell’alunno e il fatto che nello stesso PEI fosse prevista una frequenza ridotta giustificassero la scelta della scuola.
Tuttavia, come accennato, la Cassazione ha ribaltato nuovamente il pronunciamento affermando che una deroga all’orario di frequenza pieno può essere giustificata soltanto in casi eccezionali, allorché ricorrano valide e certificate ragioni nell’interesse dello stesso alunno con disabilità, avuto riguardo alle sue specifiche esigenze di cura e di salute.
«La riduzione [dell’orario di frequenza, N.d.R.] si configura come illegittima se imposta unilateralmente dalla scuola, non formalizzata nel PEI, non motivata clinicamente, utilizzata per gestire comportamenti complessi, proposta per mancanza del docente di sostegno o di altre figure di riferimento o utilizzando un margine di discrezionalità non consentito dai parametri normativi», è scritto nella Sentenza della Suprema Corte (grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni).

Per la Corte di Cassazione, la garanzia di un orario di frequenza pari a quello degli altri studenti trova «il proprio fondamento nella dimensione sostanziale dell’eguaglianza, che impone alle Istituzioni di rimuovere gli ostacoli che, di fatto, limitano il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione alla vita scolastica. La parità dell’orario di frequenza non rappresenta una mera uniformità quantitativa rispetto agli altri alunni, ma costituisce una manifestazione del dovere dell’istituzione scolastica di garantire una partecipazione piena, continuativa e inclusiva al percorso educativo, evitando che le difficoltà organizzative o la complessità della situazione individuale si traducano in una compressione di un diritto fondamentale».

«In favore del bambino con disabilità – si legge ancora nella Sentenza – deve riconoscersi il diritto – pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile – di frequentare la scuola al pari dei bambini normodotati, anche quando vi sia uno scarto tra le ore di sostegno assegnate e l’orario di frequenza, essendo precipuo compito dell’istituzione scolastica approntare gli strumenti e le strategie necessari per promuoverne l’inclusione, sostenuta dalla ricerca di un ragionevole accomodamento nell’interesse di chi, svantaggiato, attende la solidarietà dell’altro».

Il PEI, dunque, non può essere utilizzato per comprimere il diritto all’istruzione e all’inclusione degli alunni, e se le ore previste sono insufficienti, l’amministrazione è tenuta a intervenire per garantire le risorse necessarie. La circostanza che i genitori non abbiano impugnato il PEI stesso, non trasforma automaticamente una carenza organizzativa in una scelta legittima. E poiché le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico, sono anch’esse tenute ad accogliere chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda l’iscrizione, compresi gli alunni e gli studenti con disabilità.

Infine, la Sentenza ha affermato il seguente principio di diritto: «La riduzione dell’orario di frequenza scolastica imposta all’alunno con grave handicap iscritto alla scuola dell’infanzia, costretto, in via di pratica costante, a uscire da scuola prima del suono della campanella, determina una compressione del diritto all’istruzione e all’inclusione scolastica del bambino disabile e integra una forma di discriminazione, vietata dall’articolo 2 della Legge n. 67 del 2006. Non assume rilievo, al fine di escludere tale discriminazione, la circostanza che la scelta dell’amministrazione sia stata determinata dall’insufficiente numero di ore di sostegno assegnate, né che il relativo piano educativo individualizzato non sia stato impugnato dai genitori dell’alunno dinanzi al competente giudice amministrativo». (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Revisione del Codice della Strada: meno burocrazia e parità di diritti per le persone con disabilità

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L’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, la semplificazione delle pratiche burocratiche e i costi eccessivi riguardanti le patenti di guida speciali, l’istituzione dei Centri per la Mobilità e la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale sulla mobilità delle persone con disabilità: sono state alcune delle istanze presentate dalla Federazione FISH, nel corso di una consultazione pubblica presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada La Federazione FISH ha ribadito presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati

Convocata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nell’àmbito della consultazione pubblica riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha evidenziato alcune priorità che richiedono un intervento normativo e amministrativo urgente.
Come si legge infatti in una nota diffusa dalla Federazione, quest’ultima «ha ribadito la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, che limita il diritto alla mobilità e all’autonomia delle persone con disabilità». Ha evidenziato inoltre «l’importanza di digitalizzare la documentazione, dal CUDE alle pratiche per la patente di guida, per rendere il rapporto tra Cittadini, Cittadine e Pubblica Amministrazione più semplice, rapido e accessibile».

L’intervento della FISH si è concentrato quindi anche sul tema delle patenti di guida, ponendo l’accento «sulla necessità di semplificare le pratiche burocratiche per il conseguimento, il rinnovo e l’aggiornamento delle patenti speciali, in modo tale da garantire procedure trasparenti e uniformi su tutto il territorio nazionale». E sul medesimo tema è stato sottolineato anche un punto ritenuto centrale, quello cioè concernente la sostenibilità economica: «I costi attuali – è stato detto in tal senso – risultano spesso un peso ingiustificato che genera un’evidente disparità di trattamento».
Infine, è stata data particolare rilevanza alle persone con epilessia o condizioni assimilabili, chiedendo «maggiore chiarezza sia sulle certificazioni di idoneità da inviare alla Motorizzazione, sia sulla normativa relativa all’uso di farmaci anticrisi, affinché le terapie prescritte non comportino limitazioni ingiustificate alla guida rispetto all’effettiva capacità della persona».

E ancora, sempre durante la consultazione pubblica, la Federazione ha proposto anche l’istituzione dei Centri per la Mobilità, «quali strutture per garantire valutazioni multidisciplinari, orientamento, consulenza tecnica e supporto nell’individuazione degli adattamenti dei veicoli, assicurando uniformità di trattamento e qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale». Ha sollecitato infine la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale dedicato alla mobilità delle persone con disabilità, «quale sede permanente di confronto tra istituzioni, amministrazioni competenti e organizzazioni rappresentative, indispensabile per accompagnare l’attuazione delle riforme e affrontare in maniera strutturale le criticità del settore».

«Continueremo dunque a seguire il percorso di revisione del Codice della Strada – conclude la nota della FISH -, mettendo a disposizione delle Istituzioni competenze, esperienza e il contributo delle organizzazioni aderenti alla nostra Federazione, con l’obiettivo di costruire un sistema della mobilità sempre più accessibile, inclusivo e rispettoso dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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