D.M. n 137/2025 – Operazioni assunzionali informatizzate personale docente a.s. 2025/2026 – ESITI INDIVIDUAZIONI Scorrimento cdc: ADMM – AM12 – nomine giuridiche
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Dal 28 febbraio al 30 aprile sarà lo storico Palazzo Guinigi di Lucca ad ospitare la nuova tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.
Nella prestigiosa sede lucchese, dunque, per ben due mesi i visitatori potranno ammirare 60 opere di Alfredo Catarsini, 20 delle quali mai esposte prima. Ad esse se ne unirà un altro nucleo di 50 circa, sempre di Catarsini, disseminate in 12 diverse sedi delle 9 tappe costituenti Il Cammino I luoghi di Catarsini, percorso che dal 2023 unisce Lucchesia e Versilia all’insegna dell’arte, della natura, della storia, dell’enogastronomia, il tutto con l’intento di formare un’unica, grande mostra diffusa.
L’inaugurazione, come detto, è in programma per la mattinata del 28 febbraio (ore 11), con i saluti introduttivi di Angela Mia Pisano, assessora alla Cultura del Comune di Lucca, e della citata Elena Martinelli, presidente della Fondazione Catarsini, seguiti dagli interventi del curatore della mostra Rodolfo Bona, di Luisa Berretti e Adolfo Lippi, rispettivamente funzionaria del Ministero della Cultura e scrittore, entrambi membri del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini. (S.B.)
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Oggi tutti abbiamo la capacità di immaginare una piccola officina personale sulla scrivania di una persona cieca, ma non è stato sempre così, perché per molti anni l’accesso alle informazioni visive per le persone cieche è dipeso da processi complessi, costosi e spesso mediati da terzi.
La produzione di materiali tattili – testi in Braille, disegni in rilievo, modelli didattici – richiedeva strumenti specializzati e inaccessibili, oltre che competenze tecniche non sempre disponibili in contesti scolastici o domestici. Negli ultimi due decenni, tuttavia, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha iniziato a ridurre queste distanze.
In questo scenario, chi scrive ha creato Biblos, software che sviluppo sin dal 2004 per rendere accessibili scrittura, Braille e grafica tattile in un unico ambiente accessibile, che oggi consente anche di modellare e stampare oggetti 3D autonomamente. Infatti, con l’introduzione del 3D in Biblos si apre un nuovo paradigma: non è solo questione di strumenti, ora chi non vede può diventare autore dei propri contenuti tangibili.
In Biblos, dunque, ho sviluppato un sistema che traduce le immagini in oggetti tridimensionali pronti per la stampa. A differenza dei comuni software di progettazione CAD, basati su interfacce esclusivamente visive e mouse-centriche, l’ambiente di Biblos è progettato per essere pienamente accessibile anche tramite screen reader e tastiera.
Il principio, che proviene dalla mia esperienza di oltre quarant’anni, è “semplice”: le variazioni di luminosità diventano volumi fisici, generando un solido pronto per la stampa o da inserire in composizioni più complesse. L’utente non deve “disegnare” nel senso tradizionale, ma operare attraverso il già conosciuto ambiente di grafica tattile, programmando vettori bidimensionali che il software trasforma in coordinate tridimensionali. Ciò consente di passare da rappresentazioni tattili su carta – soggette a usura e limitate nello spessore – a oggetti solidi, più durevoli e ricchi di informazioni spaziali.
Questo approccio permette, ad esempio, di ottenere modelli di forme geometriche, mappe semplificate, diagrammi scientifici o elementi iconografici partendo da file grafici comuni. L’utente può definire parametri come dimensioni, spessore del basamento e smussatura dei bordi, adattando il risultato alle proprie esigenze di esplorazione tattile.
Un elemento rilevante riguarda la diffusione delle stampanti 3D a basso costo. Negli ultimi anni il mercato ha reso disponibili dispositivi con prezzi comparabili a quelli di elettronica di consumo comune, rendendo possibile l’accesso alla produzione tridimensionale anche in àmbito scolastico, familiare o associativo. Oggi una stampante 3D costa spesso meno di uno smartphone e circa un decimo rispetto alle tradizionali stampanti Braille. Questo significa poter produrre autonomamente materiali tattili, passando da servizio da richiedere a possibilità di produzione autogestita. Conosco già scuole e istituti che utilizzano Biblos e che esplorano queste nuove possibilità.
Combinando software accessibile e stampanti 3D economiche, nascono opportunità che fino a ieri erano impensabili: insegnanti che producono materiali didattici personalizzati, famiglie che realizzano oggetti utili nella vita quotidiana, studenti/studentesse che possono esplorare concetti complessi attraverso modelli fisici costruiti creativamente.
Le potenzialità, inoltre, non si limitano all’ambito tecnico. In àmbito educativo, la possibilità di generare rapidamente modelli tridimensionali consente di affrontare varie discipline: dalla geometria alla scienza, dall’arte all’architettura. D’altronde, oggi in Italia abbiamo già l’esperienza di musei che propongono ai fruitori questi modelli tridimensionali, permettendo una comprensione tattile immediata.
Nella vita quotidiana, poi, la produzione indipendente di piccoli oggetti accessibili – etichette tattili, segnalatori, componenti personalizzati – contribuisce all’autonomia personale. E anche elementi ludici o creativi, come giochi, simboli o decorazioni, diventano più facilmente realizzabili.
Quarant’anni di sperimentazione, come ho detto, prima come vedente, poi come persona non vedente, hanno portato a questa innovazione. Lo sviluppo della grafica tattile che ho introdotto poco più di quindici anni fa ha costituito una base tecnica e concettuale importante: la trasformazione delle informazioni visive in strutture percepibili al tatto. Oggi, l’integrazione con la modellazione tridimensionale rappresenta una naturale estensione di questo percorso. E il cambiamento più profondo non è tecnologico, ma culturale. Le tecnologie accessibili, infatti, non sono più soltanto strumenti compensativi, ma piattaforme che permettono produzione e progettazione creativa diretta. Quando una persona cieca può ideare un oggetto, modellarlo e stamparlo in totale autonomia, si modifica il rapporto stesso con la tecnologia e con l’ambiente circostante.
Il contributo principale consiste nell’avere portato la modellazione tridimensionale direttamente nelle mani degli utenti ciechi. L’approccio che ho sviluppato con Biblos non si limita a introdurre una nuova funzione, ma ridefinisce il concetto stesso di partecipazione sociale.
L’idea di trasformare una postazione informatica in una piccola officina personale — capace di produrre oggetti utili o contenuti didattici su richiesta — non appartiene più alla sperimentazione, ma a una realtà già disponibile. Biblos è uno strumento che permette a chi non vede di progettare, modellare e produrre oggetti tattili e 3D senza intermediari, e ne sono veramente entusiasta.
Il mio lavoro, in conclusione, dimostra che l’innovazione può nascere anche dall’esperienza diretta della disabilità e trasformarsi in una opportunità per tutti e tutte. Biblos ridefinisce l’accessibilità rimodellandola in vera indipendenza progettuale, a ulteriore testimonianza che una persona con disabilità può ridurre le distanze tecnologiche col resto del mondo solo quando ha gli strumenti giusti per poterlo fare.
*Programmatore, Braille specialist e autore e sviluppatore di “Biblos”, software di videoscrittura accessibile per persone con disabilità visive, già utilizzato da scuole e insegnanti. A questo link il suo sito.
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Ci sono persone che non fanno rumore. Ma cambiano il mondo lo stesso.
Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Per anni, infatti, la narrazione pubblica ha oscillato tra pietismo e retorica dell’eroe, lasciando poco spazio alla realtà quotidiana delle persone. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere.
Come direttrice responsabile di Superando, Stefania ha contribuito a costruire uno spazio informativo che negli anni è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia capire davvero cosa significhi inclusione. Non solo notizie, ma contesto. Non solo storie, ma diritti. Non solo testimonianze, ma consapevolezza.
Attraverso il suo lavoro ha dato voce a battaglie spesso invisibili, a problematiche concrete, a soluzioni possibili. Ha fatto quello che il buon giornalismo dovrebbe sempre fare: illuminare ciò che resta ai margini.
La disabilità, del resto, non è un mondo a parte, ma è parte del mondo. Eppure, per molto tempo è stata raccontata come qualcosa di eccezionale — in senso negativo o positivo — invece che come una dimensione della vita che riguarda milioni di persone.
Il contributo di Stefania Delendati è stato anche culturale: spostare lo sguardo dalla “diversità” alla cittadinanza, al diritto allo studio e al lavoro, all’accessibilità, all’autonomia e alla partecipazione sociale. Tutti temi concreti e non slogan.
Le parole costruiscono immaginari. E gli immaginari costruiscono la società. Un linguaggio scorretto può alimentare pregiudizi, uno consapevole può aprire possibilità. Anche per questo il lavoro giornalistico di Stefania Delendati ha avuto un impatto che va oltre l’informazione: ha contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo la disabilità, non oggetto di compassione, ma soggetto di diritti.
Ricordare dunque il suo impegno significa anche fare un esame di coscienza collettivo. Come raccontiamo oggi la disabilità? Quanto spazio diamo alle voci dirette? Quanta attenzione dedichiamo ai diritti rispetto alle emozioni?
In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, semplificato e “condivisibile”, il suo esempio ci invita a rallentare e a guardare più a fondo. Perché l’inclusione non nasce da un post virale, ma da una cultura che si costruisce giorno dopo giorno. E perché le barriere non sono solo architettoniche, sono culturali, sociali, comunicative.
Parlare di disabilità in modo corretto significa quindi contribuire a smantellarle. Significa rendere visibili diritti che altrimenti resterebbero silenziosi.
Il lavoro di Stefania Delendati ci lascia una lezione semplice e potente: informare può essere un atto di giustizia! E ricordare figure come la sua non è solo un omaggio, ma è un invito a continuare a raccontare, a denunciare quando serve, a costruire una narrazione che non escluda nessuno. Perché una società inclusiva non nasce per caso: nasce quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte.
I diritti non fanno rumore se nessuno li racconta: facciamoli sentire!
*Promotrice del blog “Right for Inclusion” dove il presente contributo è già apparso e vi viene anche proposto in audiolettura con la voce della stessa Nicoletta Di Rosa. Viene qui ripreso, con diverso titolo e con minime modifiche di riadattamento al diverso contenitore, per gentile concessione. Quella a Di Rosa è stata l’ultima intervista curata da Stefania Delendati per Superando, prima della sua scomparsa, con il titolo “Il blog di Nicoletta, per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi sulla disabilità”.
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«Le malattie rare in tutto il mondo rappresentano una condizione difficilissima per chi le vive – sottolinea Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) -, una lotta, a volte, contro un fantasma senza nome e pertanto non riconosciuto dalle autorità della politica sanitaria. Questo determina una sottrazione di risorse per queste patologie, che peggiora la possibilità e la speranza di un futuro migliore per le persone che ne sono colpite. Ed è proprio questa la storia della sindrome di Sjögren primaria sistemica, non ancora inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e nel Registro Nazionale delle Malattie Rare, condizione che aumenta appunto il disagio e la sofferenza delle persone malate per le quali non ci sono farmaci curativi, ma solo palliativi e l’uso di sostituti, farmaci di fascia C, terapie riabilitative fisiche e cure odontoiatriche a carico di chi soffre. Ancora oggi, inoltre vengono effettuate diagnosi errate di sindrome di Sjögren, o accorpamenti impropri ad altre patologie».
Per tutto quanto detto, quindi, l’ANIMASS guarda sempre con grande attenzione alla Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) del 28 febbraio, evento in occasione del quale coglierà anche l’opportunità di dare ulteriore sostanza al proprio progetto Una panchina azzurra, da noi regolarmente seguito, inaugurandone un’altra esattamente il 28 febbraio in Via Giustiniano, 281 a Napoli (ore 11), la quarantaduesima dopo quelle della Sicilia, di Verona, Rimini e di varie località del Salernitano.
L’evento, voluto segnatamente per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren, sarà completato da un incontro formativo presso il Centro Congressi Polo dello Shipping (Via Depretis, 51), aperto dalla proiezione del cortometraggio L’amante Sjögren, interpretato dagli attori Daniela Poggi e Gabriele Rossi, e realizzato da Maurizio Rigatti, per conto dell’ANIMASS. Seguiranno gli interventi di alcuni rappresentanti istituzionali e di specialisti della patologia, che ne esporranno le caratteristiche, oltre a soffermarsi sulla riabilitazione e sull’incidenza delle linfoproliferazioni.
In serata, poi, si illuminerà di azzurro il Maschio Angioino di Napoli.
Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)
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«Tredicenne fiorentina che ha una storia speciale e un brillante futuro che si sta costruendo a colpi di pennello. Non può parlare, infatti, a causa di un ictus perinatale, ma conosce tre lingue e usa le dita per comunicare con il mondo, mentre il pennello e i colori le servono per esprimere i suoi stati d’animo. Il cammino suo e quello delle sue opere è stato davvero veloce, se è vero che ha già esposto a Milano, a Roma e anche all’estero, in Giappone, negli Stati Uniti (a Miami) e a Londra»: questo scrivevamo nel 2019 di Clara Woods, il cui percorso avevamo già incominciato a seguire in precedenza.
Un po’ di anni sono passati e quella ragazza dal futuro luminoso è oggi una giovane donna diciannovenne divenuta un’artista internazionale, imprenditrice e speaker motivazionale che, dopo avere ottenuto il visto americano come “talento straordinario” e avere traslocato in California nel 2020, è tornata oggi in Italia con un percorso artistico e umano profondamente trasformato. Insieme a lei la mamma Betina Genovesi, che dopo avere lasciato la propria carriera imprenditoriale, ha deciso di costruire un futuro con la figlia e non per la figlia, trasformando il talento artistico di Clara in una piattaforma sostenibile, inclusiva e internazionale.
Il ritorno di Clara in Italia è avvenuto in un momento chiave della sua carriera, ossia quella che è stata la sua partecipazione come artista ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali 2026, con la presenza di una sua opera, Love You, al Museo Olimpico presso la Triennale di Milano, e una comunità globale di oltre 2 milioni di persone che ne seguono il lavoro e il messaggio sulle piattaforme social.
Ritornare in Italia, inoltre, è anche un momento simbolico, un dialogo aperto tra le radici di Clara e il percorso costruito all’estero, tra l’artista che è diventata e il Paese dove tutto è iniziato.
Il progetto artistico e culturale che Clara porterà ora a Milano e a Firenze, si chiama THE UNMUTED Tour 2026 e nel capoluogo lombardo questo si sostanzierà nell’incontro denominato Arte e Sport contro ogni barriera, promosso per il pomeriggio di domani, 27 febbraio, alla MPA (Milano Painting Academy, Via Francesco De Sanctis, 34, ore 18.30) dalla Fondazione Maimeri, in collaborazione con la stessa MPA, per dare vita a un dialogo tra arte e sport quali strumenti di inclusione, resilienza e trasformazione culturale.
Insieme a Clara Woods, protagonista della serata, vi interverranno, con la moderazione di Matteo Caccia, Gianni Maimeri, presidente della Fondazione Maimeri, Livia Cecagallina, atleta paralimpica e lo scrittore Luca Trapanese, con la partecipazione straordinaria di Luciano Bonfiglio, presidente del CONI.
Il 3 marzo, poi, l’UNMUTED Tour arriverà a Firenze, che come detto è la città natale di Clara, con un evento unico presso il Toscanino-Rinascente in Piazza della Repubblica, occasione durante la quale la giovane artista creerà un’opera che prenderà forma come esperienza collettiva prevedendo l’interazione del pubblico. (S.B.)
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È dalle pratiche adottate nei confronti di determinate categorie sociali che si può misurare il livello di civiltà e anche se ben pochi ne parlano, càpita proprio che ad abbassare quel livello siano Istituzioni come l’Unione Europea, che dovrebbe farlo rispettare, tanto più in un momento storico “accidentato” come quello presente.
Càpita insomma che il Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’Unione Europea (Migration and Asylum Pact), che entrerà in vigore dal prossimo mese di giugno in tutti e 27 gli Stati Membri, coincida con una perdurante inaccessibilità e discriminazione per le persone con disabilità nei sistemi europei di migrazione e asilo. La denuncia proviene dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, e dall’IRAP, il Progetto Internazionale per l’Assistenza ai Rifugiati e Richiedenti Asilo, ed è una denuncia precisa e dettagliata espressa in un ampio documento, intitolato A Pact That Excludes: Closing the Protection Gap for Migrants and Asylum Seekers with Disabilities (“Un patto che esclude: colmare il divario di protezione per migranti e richiedenti asilo con disabilità”, disponibile integralmente in inglese a questo link), ove si dimostra con chiarezza che i sistemi europei di migrazione e asilo rimangano appunto inaccessibili e discriminatori per le persone con disabilità, violando gli obblighi dell’Unione ai sensi della propria Carta dei Diritti Fondamentali, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata globalmente dall’Unione il 23 dicembre 2010, e di altri quadri normativi internazionali in materia di diritti umani.
Il documento di EDF e IRAP, pertanto, nell’analizzare il Patto dal punto di vista della disabilità, sollecita urgentemente le Istituzioni e gli Stati Membri dell’Unione ad agire subito per renderlo inclusivo in materia di disabilità.
«Gli attuali sistemi dell’Unione Europea – commenta Yannis Vardakastanis, presidente dell’EDF – bloccano le persone con disabilità alle frontiere, lasciandole senza dignità e senza sostegno. Questo è del tutto contrario ai valori fondamentali che hanno contribuito a costruire l’Unione Europea».
«Ci si aspetterebbe – aggiunge Elham Youssefian, direttore per l’Inclusione e l’Accessibilità della Disabilità nell’IRAP – che l’Unione Europea sfruttasse la prossima adozione del nuovo Patto come un’opportunità per affrontare l’esclusione dei migranti e dei richiedenti asilo con disabilità, in linea con i suoi obblighi giuridici internazionali e i suoi valori morali. Ma questa nostra analisi rivela che non solo questa opportunità è stata sprecata, ma le politiche migratorie più restrittive rendono ancora più difficile per i migranti e i richiedenti asilo con disabilità accedere ai loro diritti fondamentali nell’Unione».
Sono sostanzialmente cinque le aree critiche individuate da EDf e IRAP, vale a dire:
° L’invisibilità e la mancanza di dati: le persone con disabilità non vengono cioè riconosciute nei quadri normativi dell’Unione Europea in materia di migrazione e le organizzazioni di persone con disabilità vengono raramente consultate.
° I sistemi di accoglienza e screening inaccessibili: le strutture e le procedure escludono spesso le persone con disabilità attraverso barriere fisiche, procedurali e comunicative.
° L’esclusione dalla protezione sociale: alle persone migranti con disabilità viene spesso negato l’accesso all’assistenza sanitaria, al sostegno al reddito e ai servizi di supporto.
° Le norme discriminatorie in materia di ricongiungimento familiare e migrazione: il reddito e il sostegno correlati alla disabilità non vengono riconosciuti, escludendo di fatto molte persone dalle rotte migratorie legali.
° Le procedure di detenzione e rimpatrio: le persone con disabilità affrontano rischi sproporzionati di detenzione arbitraria e di rimpatrio senza adeguate garanzie.
Per affrontare dunque queste carenze sistematiche, le due organizzazioni chiedono all’Unione Europea e agli Stati Membri di essa di:
– integrare l’inclusione della disabilità in tutti gli elementi del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nei Piani Nazionali di attuazione dello stesso;
– garantire l’accessibilità e soluzioni di accomodamento ragionevole in tutte le procedure di accoglienza, screening e asilo, facendo sì che le persone con disabilità siano escluse dalle procedure accelerate di frontiera;
– garantire la parità di accesso all’assistenza sanitaria, al sostegno al reddito e ai servizi basati sulla comunità, indipendentemente dallo status giuridico, colmando il divario tra i sistemi di accoglienza e di welfare;
– eliminare i requisiti discriminatori in materia di reddito e salute nelle politiche migratorie e di ricongiungimento familiare, riconoscendo il reddito e i sostegni correlati alla disabilità;
– porre fine alla detenzione delle persone con disabilità nei contesti migratori e garantire che tutte le procedure di rimpatrio includano tutele attente alla disabilità.
«L’Unione Europea – concludono a una voce dall’EDF e dall’IRAP – ha il dovere di sostenere e tutelare la dignità umana di tutte le persone con disabilità». (S.B.)
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