Dotazione organica regionale del personale appartenente al profilo professionale di DSGA a.s. 2025/2026
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Si chiama Persone e Comunità: Promuovere e progettare Vite di Qualità ed è un progetto dell’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), realizzato grazie a un finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e volto a contribuire al raggiungimento del Terzo Obiettivo per lo Sviluppo Sostenibile (Salute e Benessere) dell’Agenda ONU 2030, promuovendo percorsi inclusivi e partecipativi in grado di garantire il diritto alla salute, al benessere e all’autodeterminazione per tutte le persone, a partire da quelle con disabilità.
«Questo progetto – spiegano dall’ANFFAS – mette al centro la persona, la comunità e la qualità della vita, attraverso un insieme integrato di azioni formative, informative e sperimentali, che coinvolgono famiglie, operatori, volontari, giovani, Enti del Terzo Settore e professionisti. Gli obiettivi principali, dunque, saranno promuovere la consapevolezza e le competenze necessarie a sostenere l’inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità; sostenere la realizzazione dei Progetti di Vita personalizzati, attraverso strumenti digitali innovativi e l’approccio bio-psico-sociale; rafforzare la cosiddetta capacity building degli Enti di Terzo Settore, e in particolare di quelli della rete ANFFAS, migliorando la qualità dei servizi offerti; accompagnare gli stessi Enti di Terzo Settore negli adempimenti normativi e gestionali, promuovendo modelli di amministrazione condivisa e cogliendo le opportunità offerte dalla Riforma del Terzo Settore».
Durante i 18 mesi del progetto, dunque, le azioni previste saranno divise in 4 Assi, ossia:
° Asse 1: Percorsi di formazione finalizzati all’accrescimento della consapevolezza, l’abilitazione e lo sviluppo delle competenze volte a favorire l’inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità, rivolti a giovani, operatori, quadri dirigenti, volontari, familiari ecc.
° Asse 2: Iniziative formative e informative volte al rafforzamento della capacity building degli Enti di Terzo Settore appartenenti alla rete ANFFAS e non, funzionali all’implementazione della qualità dei servizi offerti.
° Asse 3: Implementazione di strumenti tecnologici ed informatici utili a realizzare il Progetto di Vita, a sostenere gli operatori dei servizi e gli addetti delle UVM (Unità di Valutazione Multidisciplinari), ivi comprese le persone con disabilità e loro familiari, nella predisposizione e attuazione dei progetti, a sperimentare e attuare il budget di progetto/di salute e affermare il modello bio-psico-sociale con i connessi strumenti di classificazione.
° Asse 4: Formazione, informazione e supporto agli enti aderenti alla rete e non solo, per curare gli adempimenti connessi all’iscrizione al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) e alla permanenza nello stesso, gli adempimenti di natura contabile, gestionale ed organizzativa, gli strumenti per rendere concreta e agita l’amministrazione condivisa e per cogliere le nuove opportunità offerte dalla riforma anche in termini di raccolta fondi e strumenti di finanza. (S.B.)
L'articolo Persone e Comunità: Promuovere e progettare Vite di Qualità proviene da Superando.
È stato presentato il 26 giugno scorso a Villa Niscemi di Palermo il libro di Salvatore Migliore intitolato Salvatore Crispi. Un generoso combattente a difesa dei diritti delle persone con disabilità, volume pubblicato in memoria di colui – Salvatore Crispi, appunto – che sin dagli Anni Ottanta fu il precursore dei diritti delle persone con disabilità, fondando quello che allora si chiamò il “Coordinamento degli handicappati”. All’evento era presente l’intero Direttivo dell’odierno Coordinamento tra gli Enti di Terzo Settore della Regione Siciliana.
Numerose le testimonianze, da quella dell’attuale presidente del Coordinamento Marilina Munna [a questo link ne è disponibile un suo testo specifico, N.d.R.], che dalla scomparsa di Crispi si è fatta carico di una complessa attività volta ad intrattenere con le Istituzioni regionali le interlocuzioni necessarie, senza mai disperdere il chiaro e fermo “modello ideale” dello stesso Crispi.
La Garante Regionale dei diritti delle persone con disabilità Carmela Tata ha partecipato a distanza tramite un videomessaggio, mentre ha presenziato Mimma Calabrò, assessora ai Servizi Sociali del Comune di Palermo, che ebbe modo di conoscere Crispi quando era sindacalista e anche il fratello di Salvatore Maurizio Crispi e l’amico Rosario Fiolo, attuale vicepresidente del Coordinamento.
Infine, hanno partecipato anche Rosy Buzzi e Stefania Campanella, attuali componenti della segreteria del Coordinamento, unitamente a chi scrive [Salvatore Di Giglia], che ha tenuto a ricordare come Salvatore Crispi abbia mostrato immediatamente, nel 2002, di credere nella nuova figura del Garante della persona con disabilità nella Regione Siciliana e abbia senza indugio sottoscritto la prima petizione su tale tema, avanzata all’Assemblea Regionale Siciliana nell’ottobre di quello stesso anno.
E da ultimo, ma non certo ultimo, un autorevole messaggio di ricordo è stato inviato alla presidente Munna da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: anch’egli, infatti, aveva conosciuto Crispi durante la sua vita politica in Sicilia.
Nell’occasione del decimo anniversario dalla scomparsa di Crispi è stato anche presentato un progetto a lui dedicato, consistente nella richiesta di istituire in Sicilia un Assessorato Regionale per la Disabilità, come avvenne nel 2018, a livello nazionale, con l’istituzione del Ministero per la Disabilità, sia pure senza portafoglio. L’obiettivo di tale Ministero, va ricordato, è quello di «garantire la tutela e la promozione dei diritti delle persone con disabilità». In questo modo, quindi, si pensa di soddisfare efficacemente le esigenze di una maggiore inclusione e autonomie delle persone in questione.
Un altro dato da segnalare, sia pure sinteticamente, per giustificare la proposta in esame, si riferisce all’evoluzione del Ministero della Sanità. Quest’ultimo, nato per occuparsi, appunto, di Sanità a favore dei cittadini, nel 2001, tramite la Legge 317/01, ha cambiato la denominazione in Ministero della Salute, un cambiamento dal significato sostanziale e non formale. Infatti, l’attuale denominazione si spiega con la nuova funzione del Ministero che si richiama al concetto espresso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definisce la salute non più come “assenza di malattia”, ma come “completo benessere fisico, mentale e sociale”. Insomma, una condizione che esprime uno stato di completo benessere fisico, psichico, e sociale e non una semplice assenza di malattia.
I dati appena precisati, dunque, si intrecciano, in quanto le ragioni che hanno giustificato la nascita del Ministero della Salute, valide per le persone in genere, valgono a maggior ragione per le persone con disabilità.
A supporto ulteriore della proposta, va anche ricordata la normativa nazionale e regionale, con la previsione di realizzare un sistema integrato di interventi socio-sanitari a favore delle persone con disabilità, e su questo vale per tutte la Legge 328/00. Ora va sottolineato con forza che la nuova normativa (Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e Decreti Attuativi di essa) propone, ancor più che in precedenza, l’esigenza di un unico soggetto a livello regionale per contrastare la “polverizzazione delle competenze”, rilevata anche da relazioni autorevoli come quella della Corte dei Conti, tra le cause che hanno impedito una corretta e puntuale erogazione delle prestazioni a favore delle persone con disabilita.
La proposta avanzata, quindi, interpreta il desiderio di Salvatore Crispi che, a fronte delle tante omissioni rispetto all’erogazione delle prestazioni a favore delle persone con disabilità, aveva sempre auspicato l’istituzione di un soggetto unico regionale per la gestione della relativa normativa. Un soggetto unico, sicuramente, capace di realizzare quell’attività di coordinamento necessaria per conseguire gli obiettivi previsti dalla normativa. E oggi, come accennato, la diagnosi e la terapia di Salvatore appaiono ancora più attuali di ieri.
*Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale Ente Nazionale Tutela Disabilità. Il presente contributo costituisce il riadattamento, con alcune modifiche, di un testo già apparso nel portale “Palermo Attiva”.
Al momento della scomparsa di Salvatore Crispi, nel giugno 2015, Superando aveva pubblicato i seguenti testi: La scomparsa di Salvatore Crispi (a questo link), Salvatore ha aperto la strada alle nostre rivendicazioni (a questo link), Salvatore Crispi, un “guerriero dei diritti” di Fiorella Acanfora (a questo link) e successivamente, nel 2016, Ripartiamo sulla strada tracciata da Salvatore Crispi (a questo link) e A un anno dalla scomparsa di quel “guerriero dei diritti” (a questo link).L'articolo Salvatore Crispi, quel generoso combattente a difesa dei diritti delle persone con disabilità proviene da Superando.
In qualità di presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), non posso che esprimere la mia più profonda e sincera vicinanza a Stefania Stellino, mamma di due persone autistiche con bisogni estremamente differenti, e figura attiva nella rappresentanza delle famiglie all’interno dell’ANGSA Lazio (Associazione Nazionale Genitori di perSone Autistiche).
Le parole che Stefania ha scelto di condividere pubblicamente su queste stesse pagine di Superando [“Le sofferenze delle famiglie raccontate senza tabù, al di là degli articoli e dei commi”, N.d.R.] non sono solo uno sfogo, ma una testimonianza cruda e autentica di cosa significhi vivere quotidianamente accanto a una disabilità complessa. Sono parole difficili da leggere, a tratti dolorose, ma assolutamente necessarie. Perché raccontano quella realtà che troppo spesso viene ignorata o silenziata: la realtà di tante famiglie lasciate sole, senza risposte adeguate, senza un sostegno reale, con sulle spalle un carico fisico, emotivo e psicologico immenso.
Chi vive l’autismo – e in particolare l’autismo più severo, profondo, complesso – sa bene quanto sia distante la narrazione edulcorata, spesso spettacolarizzata, che vede protagonisti esempi di “autismo performante”. Eppure quella narrazione tende ad oscurare tutte le altre, rischiando di fare apparire inopportune o “scomode” le richieste di aiuto delle famiglie che non ce la fanno più. Quelle che ogni giorno affrontano aggressività, ossessioni, crisi, mancanza di sonno, isolamento sociale, rinunce quotidiane, compromissioni profonde del proprio equilibrio familiare e personale.
A queste famiglie, come quella di Stefania, va il nostro sostegno più totale. E con loro condividiamo la richiesta di attenzione, ascolto e cambiamento.
Spesso si parla di deistituzionalizzazione come di un obiettivo assoluto e non negoziabile, dimenticando che ogni principio, anche il più giusto e fondato, ha bisogno di confrontarsi con la complessità delle situazioni reali. Quando si afferma in modo perentorio che «le strutture non devono esistere», si rischia di trasformare un’istanza etica in un dogma ideologico che non tiene conto delle condizioni di vita al limite della sopportazione che molte famiglie affrontano ogni giorno. La verità è che non ci può essere una soluzione unica per tutte le situazioni: ogni percorso deve essere costruito ascoltando i diretti interessati, a partire da chi vive sulla propria pelle la fatica quotidiana della disabilità. Forse dovremmo tutti fermarci un momento prima di giudicare, prima di sentenziare cosa sia giusto o sbagliato, e provare a metterci nei panni – spesso logori e senza ricambio – di chi non ha alternative, se non quelle che qualcuno ha deciso di non considerare nemmeno ammissibili. L’ideale, quando non è accompagnato da risposte concrete, rischia di diventare una condanna per chi non può scegliere.
Concordo pienamente con quanto affermato da Stefania Stellino: è troppo semplice parlare dall’esterno, citare leggi e commi senza mai avere vissuto, nemmeno per un giorno, la fatica e la paura che accompagna la disabilità complessa. La normativa – che pure conosciamo bene e difendiamo con forza – resta lettera morta se non si accompagna a un cambiamento culturale profondo, a una reale capacità di “metterla a terra”, come giustamente dice Stefania. Non basta più l’enunciazione dei diritti, serve renderli esigibili.
Le famiglie non chiedono pietà né scorciatoie: chiedono soluzioni. E soluzioni che siano flessibili, personalizzate, sostenibili e realmente costruite con loro, non per loro. Chiedono che il Progetto di Vita, così come delineato dalla Legge 328/00 e ora ulteriormente specificato dal Decreto Legislativo 62/24, non sia solo un documento burocratico, ma un percorso condiviso, costruito nel tempo, che non lasci nessuno indietro. Che non costringa a scegliere chi “sacrificare di più”, ma che metta ogni individuo, ogni famiglia, nella condizione di vivere con dignità.
Come Federazione continueremo a farci portavoce di queste istanze, e saremo al fianco di tutte le famiglie che, come quella di Stefania Stellino, vivono sulla propria pelle una condizione di solitudine, incertezza, spesso anche paura. Continueremo a chiedere una riforma vera dei servizi, che metta al centro non solo la persona con disabilità, ma l’intero nucleo familiare, riconoscendone il ruolo, i bisogni e il diritto a una qualità di vita dignitosa.
Alle Istituzioni chiediamo coerenza tra le dichiarazioni e le azioni, tra i diritti sanciti e i servizi offerti. E chiediamo soprattutto di ascoltare di più chi vive la disabilità tutti i giorni. Non con commiserazione, ma con il rispetto che si deve a chi ha competenze maturate nel fuoco dell’esperienza. Perché, come ha scritto Stefania, e come condividiamo profondamente: non si può comprendere davvero l’autismo complesso senza viverlo. Ma si può, e si deve, scegliere di ascoltare con il cuore chi lo racconta.
E allora, davvero, fermiamoci un momento a leggere queste testimonianze non solo con gli occhi, ma con l’anima. Perché solo così potremo iniziare a costruire un sistema più giusto, più umano, più vicino alla realtà.
*Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
L'articolo Vivere l’autismo complesso: quelle parole che diventano testimonianza proviene da Superando.
Una che «pensa di avere la verità in tasca e parla per slogan o in punta di normative, in contesti non sempre pertinenti»; una «che vive la sua realtà […], ma non quella di tante famiglie “autistiche” e sicuramente non la mia»; una che fa domande incalzanti ed anche un po’ pretestuose in un testo – Quali fondamenti giuridici avrebbe l’istituzionalizzazione? del 25 giugno scorso – privo di empatia; una che pensa «di comprendere la vita di una famiglia con una persona autistica» senza vivere quell’esperienza; una che giudica «situazioni al limite dell’immaginazione, senza sapere»: ringrazio Stefania Stellino, madre di Nicole e Daniel, due persone autistiche, perché, sebbene – come racconta – stesse chiaramente vivendo un momento di profondo sconforto, è riuscita comunque a dedicarmi tempo e parole, seppure un po’ ingenerose, a dire la verità (si veda: Le sofferenze delle famiglie raccontate senza tabù, al di là degli articoli e dei commi del 1° luglio).
«Mettete da parte articoli e commi, e leggete col cuore», è l’invito conclusivo che Stellino mi rivolge, e io lo accolgo con piacere. Dunque ho letto col cuore la sua drammatica testimonianza e le esprimo la mia più sincera solidarietà. Solidarietà che rivolgo anche ai suoi figli e a suo marito.
Immagino che la situazione piuttosto complessa e dolorosa che sta affrontando non abbia permesso all’Autrice di leggere il mio scritto con la dovuta attenzione. Se avrà occasione di rileggerlo con più calma, scoprirà che in esso non si parla di autismo, né di quello “bello e performante”, né di altre forme dello spettro.
«Nessuno, se non chi la vive, può anche solo immaginare la vita con una disabilità complessa come l’autismo», scrive, tra le altre cose, Stellino, ed io condivido pienamente. Infatti, non avendo esperienza di tale situazione, non mi sono permessa di scriverne, e ancora meno di giudicare. Non che il Centro Informare un’h – per cui lavoro – non si occupi di autismo, ma quando lo fa si rivolge a chi ne ha competenza, spesso rilanciando i testi di Carlo Hanau, presidente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale) – che immagino Stellino conosca –, ma anche i comunicati dell’ANGSA Nazionale (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo, un esempio è disponibile a questo link).
Nel mio testo non c’era alcun giudizio su nessuno. C’era invece una riflessione e una proposta politica sull’istituzionalizzazione, e una ferma condanna della sua legittimazione.
Il giudizio è dunque su una pratica – l’istituzionalizzazione, appunto –, non sui soggetti con i quali mi sono confrontata – l’ANGSA Nazionale e l’UTIM (Unione per la Tutela delle Persone con Disabilità Intellettiva) –, e ancora meno sulle famiglie, che, come giustamente sottolinea Stellino, «sono lasciate sole» e abbandonate a se stesse.
Parlando col cuore, potrei raccontare a Stellino che sono stata caregiver anch’io per quindici anni, che il mio compagno di vita aveva una severa disabilità motoria, che siamo stati insieme per quasi ventotto anni, che ora lui non abita più il mondo fisico. Quando perdi la persona che ami, scopri con sorpresa che ti mancano anche le cose che prima magari ti sembravano faticose. Tuttavia la mia non è stata un’esperienza sofferta e dolorosa, imposta dalla vita, ma l’esito di una scelta ponderata e gioiosa. Parafrasando Lev Tolstoj, potremmo dire che «ogni caregiver è caregiver a modo suo», ed ogni esperienza è meritevole di ascolto, attenzione e rispetto.
Parlando col cuore, posso dire a Stellino che promuovo da tantissimi anni il riconoscimento della figura del caregiver e l’introduzione di tutele che tengano conto dell’onerosità dell’impegno. E continuo a farlo anche ora, che tecnicamente non esercito più, perché il senso del lavoro di cura, una volta appreso, non è una cosa che si dismette.
E sempre parlando col cuore, posso anche dire a Stellino che mi occupo di violenza sulle persone con disabilità, e in particolare della violenza sulle donne con disabilità, in modo costante dal 2013. Che non mi occupo solo delle “forme classiche” della violenza – la violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica –, ma anche di quelle più difficili da riconoscere, come la violenza sistemica e istituzionale, tra le quali rientra anche l’istituzionalizzazione.
E dunque no, non è affatto pretestuoso che mentre tutti e tutte, davanti alle notizie ricorrenti dei casi di violenza ai danni di persone con disabilità ospitate nelle strutture residenziali, sembrano accorgersi solo delle violenze più eclatanti – le botte, le intimidazioni, gli insulti, gli abusi, le molestie sessuali, ecc. –, e si preoccupano di contrastare solo quelle, io senta l’esigenza di far notare che anche circoscrivere gli orizzonti delle persone con disabilità tra quattro mura che non hanno scelto è una forma di discriminazione e violenza in contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
È vero, nel mio scritto citavo articoli e commi, ma era necessario farlo per far capire che la deistituzionalizzazione che anche l’associazionismo delle persone con disabilità – ANGSA Nazionale compresa – tratta come questione facoltativa, in realtà facoltativa non è per niente. Rinchiudere le persone è una pratica violenta e discriminatoria. Dunque non sono disponibile a sorvolare su questo, neanche se ciò dovesse risultare sgradevole per chi invece, non riconoscendo l’istituzionalizzazione come una violenza, continua a tollerarla e a legittimarla (sia in modo implicito che esplicito). E non si tratta di dire che queste Associazioni sono brutte e cattive – se Stellino avrà la pazienza di leggere con attenzione il mio scritto scoprirà che non ho scritto niente del genere –, bensì di dire: «Ok, sino ad ora non abbiamo preso sul serio questa faccenda della deistituzionalizzazione, però da qui in avanti la mettiamo in cima all’agenda politica… anche perché il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ce lo chiede già dal 2016».
Questo, e solo questo, sto chiedendo all’associazionismo, e dunque anche all’ANGSA Nazionale. Il che, tradotto nel linguaggio del cuore, vuol dire semplicemente proporre che vengano promosse politiche per cui quando lei, signora Stellino, e tutti gli altri familiari di persone con disabilità non potrete più occuparvi delle persone di cui vi curate, l’unica risposta per loro non sia un istituto, ma un servizio modellato sulle loro caratteristiche, rispettoso delle loro aspirazioni e che ne preservi le relazioni significative. Dunque, mi dica signora Stellino, le sembra irragionevole? C’è qualcosa che non la convince di questa proposta? Che emozioni le suscita?
L'articolo Il linguaggio del cuore e le politiche sull’istituzionalizzazione proviene da Superando.
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Anche il Museo Tattile Statale Omero di Ancona parteciperà dal 4 al 6 luglio all’UlisseFest 2025 – il festival del viaggio firmato Lonely Planet, che sta per tornare ad animare il capoluogo marchigiano – e lo farà principalmente con l’obiettivo di promuovere i valori dell’accessibilità e dell’inclusione nel mondo del turismo.
In tal senso “cuore” della partecipazione di Omero sarà la tavola rotonda denominata Un viaggio per tutti: accessibilità, innovazione e inclusione nel turismo del futuro, in programma nel pomeriggio del 4 luglio (Sala Polveri della Mole Vanvitelliana, ore 15-17), incontro che prenderà il via con le parole di Daniele Berardinelli, assessore al Turismo del Comune di Ancona e di Paul Yanover, amministratore delegato di Lonely Planet. Per l’occasione, Aldo Grassini, presidente del Museo Omero, porterà il prezioso contributo della propria istituzione, evidenziando il ruolo essenziale dei musei nel rendere l’arte e la cultura accessibili a tutti. A comporre quindi un parterre di relatori d’eccezione, vi saranno Roberta Garibaldi, presidente dell’Associazione Italiana del Turismo Enogastronomico, Cristina Nadotti, giornalista e autrice, Antonio Laveneziana di Airbnb, Mirko Lalli di The Data Appeal Company, Giovanni Ferrero di Turismabile e Andrea Lanfri, atleta del Team Ferrino. Insieme, esploreranno nuove rotte per un’accoglienza turistica più equa e intelligente, presentando esempi virtuosi di accessibilità culturale, come i progetti innovativi portati avanti dal Museo Omero e quelli della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
Sempre per l’UlisseFest, inoltre, Omero inviterà il pubblico alle proprie visite tattili gratuite (disponibili con prenotazione obbligatoria), il 5 luglio (ore 17) e il 6 luglio (ore 11 e 17). «Ci aspettiamo – dicono dal Museo – che molti partecipanti scoprano come l’accessibilità possa arricchire profondamente l’esperienza di viaggio e la fruizione culturale per ogni individuo». (S.B.)
Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: redazione@museoomero.it.L'articolo Il Museo Omero di Ancona all’“UlisseFest 2025” per promuovere l’accessibilità nel turismo proviene da Superando.
10 Regioni toccate, 12 tappe, 1.500 persone coinvolte: sono i numeri della Staffetta Blu per l’Autismo, evento organizzato dalle famiglie delle ANGSA territoriali (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), con il supporto dell’ANGSA Nazionale, partito all’inizio di maggio da Assisi (Perugia), come avevamo scritto sulle nostre pagine e conclusasi il 29 giugno con gli eventi di Casale Monferrato (Alessandria) in Piemonte e Civitacampomarano (Campobasso) in Molise.
Complessivamente, dunque, le “colonne blu” composte da ragazzi con disturbo dello spettro autistico, genitori e accompagnatori hanno percorso decine di chilometri, attraversando aree naturali, colline, zone montane, boschi e centri abitati fiabeschi, vincendo il caldo e la fatica.
«Le tappe della Staffetta – sottolineano dall’ANGSA Nazionale – sono il prodotto dell’impegno dei genitori e delle nostre Associazioni territoriali e di quelle affiliate, oltreché del supporto dei volontari. Le “colonne blu”, spesso composte da oltre 100 camminatori, sono state accolte in ogni appuntamento, dai Sindaci dei Comuni attraversati, che hanno fornito sostegno e assistenza logistica rendendo fertile e concreto il patrocinio dell’ANCI Nazionale (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Ma il successo dell’iniziativa, giunta ormai alla quarta edizione, va ben oltre i numeri: la Staffetta Blu, infatti, si è confermata ancora una volta come un’occasione importante per sensibilizzare, creare legami e valorizzare i territori, con iniziative concrete di accoglienza e inclusione».
Appuntamento, quindi, al 2026. (S.B.)
L'articolo Forte e chiaro il messaggio di accoglienza e inclusione della “Staffetta Blu per l’Autismo” proviene da Superando.
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Dopo il successo dello scorso anno, sta per tornare anche in questo 2025 INCinema Outside, versione estiva del progetto basato su proiezioni di film di qualità, con sottotitoli e audiodescrizione, di cui Superando si occupa come media partner sin dagli esordi nel 2023, un’iniziativa che in soli due anni ha presentato al pubblico ben 50 film, toccando molte città italiane (tra cui Udine, Firenze, Roma, Lecce, Torino, Milano, Trieste) ed esportando il proprio format anche a New York e a Londra.
Nato da un’idea di Federico Spoletti e con la direzione artistica di Angela Prudenzi, INCinema, lo ricordiamo, è il primo Festival italiano itinerante che promuove l’accessibilità dei contenuti culturali, in particolare dell’audiovisivo, partendo dal principio che la cultura è un diritto di tutti e tutte, indipendentemente dalle abilità sensoriali.
Quest’anno, dunque, come sottolineano i promotori, per INCinema Outside c’è anche l’occasione di celebrare l’entrata in vigore, dal 28 giugno, dell’European Accessibility Act, la Legge Europea sull’Accessibilità che, come abbiamo ampiamente scritto nei giorni scorsi, ha reso obbligatoria l’accessibilità dei prodotti culturali sui media audiovisivi nei Paesi dell’Unione Europea.
Si partirà quindi dal 3 al 6 luglio a Udine, proponendo quattro serate di grande cinema per tutti e tutte all’interno del cartellone di UdinEstate, in collaborazione con il Comune di Udine e con il supporto della Banca di Udine.
Nel dettaglio, saranno quattro lungometraggi presentati a importanti festival internazionali, preceduti da quattro cortometraggi selezionati nel concorso INCorto 2024, tutti, naturalmente, sottotitolati e audiodescritti. Si tratta di Il giovedì di Dino Risi (1964; versione restaurata dalla Cineteca Nazionale); Comunque bene di Beatrice Baldacci (2024); Ricomincio da me (Toni, en famille) di Nathan Ambrosioni (2023); Sharing is Caring di Vincenzo Mauro (2024); Sognando Venezia di Elisabetta Giannini (2023); Tatami – Una donna in lotta per la libertà di Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv (2023); Billi il cowboy di Fede Gianni (2024); Mary e lo spirito di mezzanotte di Enzo d’Alò (2023).
«Sono felice di tornare a Udine con questa versione estiva di INCinema – sottolinea Federico Spoletti -: quattro serate nel cuore verde della città, quest’anno nel Giardino Loris Fortuna, in collaborazione con il Cinema Visionario, per condividere con tutti, ma davvero tutti, la magia del cinema all’aperto. Penso e spero che l’entrata in vigore della nuova normativa europea sull’accessibilità segni finalmente una svolta concreta nella diffusione di eventi inclusivi. Oggi, del resto, INCinema è diventato un progetto internazionale, se è vero che ci sono contatti per nuove edizioni in Polonia, Spagna e Belgio, e torneremo anche a Londra e a New York».
«Il cinema sotto le stelle in versione accessibile, per tutte e tutti – aggiunge dal canto suo Angela Prudenzi – un nuovo appuntamento che si ripete nel segno della promozione della cultura cinematografica e dell’accessibilità, perché la cultura è completamente tale solo se non ha barriere ed è fruibile senza discriminazioni, così come questo evento che mostra un cinema europeo tra passato e presente, ma sempre vitale, intelligente, sensibile alle storie dei singoli».
Dopo Udine, segnaliamo in conclusione, INCinema Outside sarà a Firenze il 12 luglio e a Sappada (Udine) il 3 e il 4 agosto. (S.B.)
L'articolo “INCinema Outside”: la cultura è completamente tale solo se è fruibile senza discriminazioni proviene da Superando.
Quando si parla di audiodescrizione, quel che ad alcuni viene in mente è un piccolo team di professionisti che, immerso nel buio di una sala di incisione, si dedica a ore di interminabile lavoro perseguendo l’obiettivo – a prima “vista” impossibile – di rendere un film accessibile a persone cieche e ipovedenti.
Un altro luogo comune, ugualmente diffuso, risiede nello scetticismo di chi, sentendosi raccontare gli sforzi che si fanno per garantire l’accessibilità, reagisce con un «Ma i ciechi guardano i film?».
Io non credo che idee vaghe e pregiudizi come questi siano da condannare a priori, senza cioè possibilità d’appello. Non credo che il fatto di non conoscere determinate realtà sociali basti a bollare qualcuno in maniera negativa. Il mondo è vasto, un insieme di fenomeni complessi in costante mutazione. Non avere mai riflettuto sull’impatto che l’accessibilità delle opere filmiche, uniche o seriali che siano, ha sulla vita della gente e sull’impegno che molti descrittori mettono oggi nel garantire che tale diritto sia riconosciuto e di conseguenza fruito nel migliore dei modi possibili, non rappresenta in sé una colpa. A patto, però, che si sia disposti ad ascoltare, con mente aperta.
L’audiodescrizione (d’ora in poi semplicemente AD) è ormai una realtà consolidata da più di mezzo secolo. La sua genesi accademica risale ai pionieristici studi condotti da Gregory Frazier, professore di Scienza della Comunicazione alla State University di San Francisco. Nel campo applicato (oltre che nella ricerca) è bene poi ricordare il prezioso contributo di Joel Snyder, a oggi uno dei massimi esponenti internazionali nell’ambito dell’audiodescrizione.
A partire dagli Anni Settanta, la riflessione su modalità creative, regole formali e applicazioni di questo strumento di eguaglianza sociale ha portato a conquiste che segnano a fondo l’evoluzione della storia del diritto alla cultura. Eppure, nell’immaginario collettivo, la figura dell’audiodescrittore corrisponde ancora a un qualcosa di molto nebuloso, o, nel migliore dei casi, di poco compreso.
Questo genere di professionista è un esperto descrittore di film, serie televisive, cartoni animati, eventi sportivi, spettacoli teatrali e di opere esposte in musei e gallerie. Le sue doti sono al servizio – un concetto chiave per chiunque cerchi di delineare la missione dell’audiodescrittore – di fruitori ciechi e ipovedenti desiderosi di attingere da un patrimonio audiovisivo pressoché sconfinato.
Va anche ricordato, e ribadirlo è sempre un bene, che l’audiodescrittore non rappresenta una monade isolata, avvolta dal buio del proprio studiolo, ricurva su copioni di opere che da immagini si trasformeranno in parole. Si tratta invece di un singolo tassello facente parte di un insieme più grande, che contribuisce a fornire un servizio frutto di un impegno collettivo – un impegno sinergico.
Sinergico dev’essere, infatti, il rapporto tra descrittore e committenza. Uno scambio professionale basato dunque sulla reciproca fiducia che culmina, prima della messa in onda o pubblicazione, nel collaudo delle AD – auspicabilmente anche con la consulenza di persone cieche e ipovedenti – e si rinsalda calendarizzando tempi di lavorazione proporzionati alla complessità e all’estensione delle opere da descrivere.
Sinergico dev’essere il lavoro del descrittore, quando collabora con una squadra di colleghi alla creazione autoriale di AD per opere seriali o franchise cinetelevisivi. In questi casi, il confronto tra prospettive e stili differenti costituisce una risorsa di valore, da cui il testo descrittivo non può che uscire arricchito, anche in virtù della cooperazione – ancora una volta necessaria e auspicata – di professionisti ciechi e ipovedenti.
Sinergico è poi l’interscambio tra le figure della cosiddetta “filiera dell’AD”, la catena di montaggio grazie a cui il testo descrittivo viene registrato e missato a un’opera audiovisiva, rendendola, a tutti gli effetti, accessibile al pubblico cieco e ipovedente. Le figure coinvolte nel processo sono molte e molto specializzate. A partire dall’autore della descrizione, passando per lo speaker, la cui voce verrà ascoltata dai fruitori a lavorazione terminata e collaudata, fino ai fonici di sala, di mix e sincronizzatori, ai quali sono affidati incisione, sincronizzazione e missaggio della traccia audio.
Sinergico, infine (ed è qui che sentiamo di offrire a Lettori e Lettrici un piccolo spunto di riflessione) dev’essere il rapporto che lega l’arte ausiliaria dell’audiodescrizione a tutti i membri della società civile, accanto e in mezzo ai quali persone cieche e ipovedenti vivono e coesistono quotidianamente. Approfondire la conoscenza di questo potente strumento di inclusione e familiarizzare con il lavoro di chi fornisce (e di chi richiede) accessibilità, non è semplicemente l’ennesimo “dovere morale” da “buoni samaritani”. Al contrario, costituisce un’opportunità. È una finestra aperta su un mondo che stupirà chi ancora non ne ha fatto esperienza, ed è una porta (anzi, un portone) che ci consente di condividere con figli, fratelli, familiari e amici con disabilità visiva abitudini che a noi paiono basilari, ma che sono tutt’altro che scontate. Si pensi, per esempio, a passatempi di per sé ordinari come guardare una soap o un programma sul divano, andare al cinema dopo la “pizzata” del venerdì sera, assistere a un evento sportivo in uno stadio, o godere di uno spettacolo teatrale in compagnia dei nostri cari. Tutte queste attività fanno da collante sociale e veicolo di cultura senza che noi, “cittadini vedenti” abituati, ce ne rendiamo neanche conto.
Includere, piuttosto che bypassare, è qualcosa che non si può rimandare, nel nostro Paese: profonde innovazioni teoriche e tecnologiche supportano oggi, a tutti gli effetti, questo irrinunciabile salto in avanti, alla luce anche dei recenti sviluppi legislativi che consentiranno, nel prossimo futuro, il fiorire di un àmbito e di un mercato già in espansione a livello sia nazionale che internazionale.
L’auspicio, ancora una volta, è che anche l’Italia partecipi a questo andamento globale, rivedendo tutte quelle leggi che escludono le disabilità dalla cultura e dall’intrattenimento, e attuando la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che garantisce pari opportunità a tutti gli esseri umani e che all’articolo 30 (Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport) recita tra l’altro: «Gli Stati Parti riconoscono il diritto delle persone con disabilità a prendere parte su base di uguaglianza con gli altri alla vita culturale e adottano tutte le misure adeguate a garantire che le persone con disabilità: (a) abbiano accesso ai prodotti culturali in formati accessibili; (b) abbiano accesso a programmi televisivi, film, spettacoli teatrali e altre attività culturali, in formati accessibili; (c) abbiano accesso a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche e servizi turistici, e, per quanto possibile, abbiano accesso a monumenti e siti importanti per la cultura nazionale».
Accanto poi a queste importantissime direttive, ci sono i princìpi espressi nell’articolo 3 della Costituzione Italiana, secondo cui: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
A coronamento infine di uno status quo ancora in via di definizione, la Legge Cinema n. 220 del 2016 stabilisce che chiunque si rivolga al Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, per ricevere il sostegno relativo al Tax Credit, debba depositare presso la Cineteca Nazionale audiodescrizioni e sottotitoli per non udenti. Tuttavia, in questo caso, non viene fatto alcun riferimento alla fruizione: la condizione sufficiente è la mera consegna. Viene quindi spontaneo chiedersi il perché di una scelta simile. Perché obbligare le produzioni a investire soldi in ausili che vengono poi chiusi nelle “cassette di sicurezza” della Cineteca Nazionale?
Un cenno finale, tanto doveroso quanto interessante per il cosiddetto “pubblico dei non addetti ai lavori” va all’utilizzo che sempre più spesso si fa dell’AD come strumento di apprendimento linguistico. Ne sono testimoni tutti quegli studenti di italiano per stranieri che si avvalgono dei metodi di insegnamento integrato – che comprendono quindi il ricorso a opere audiovisive audiodescritte – di tanti docenti desiderosi di tenersi al passo coi tempi anche mediante opere di produzione cine-televisiva.
In conclusione, il nostro invito, che è poi il desiderio di tante e tante persone che prendono parte alla produzione, post-produzione e fruizione di opere audiovisive, è che il pubblico vedente ancora ignaro delle meraviglie di questo formidabile strumento descrittivo si avvicini con fiducia al mondo delle AD, per conoscerne le potenzialità e, perché no, i cultori appassionati. Farlo non costa poi molto, basta premere i pulsanti di un telecomando e selezionare l’audiodescrizione di un film da una tendina su uno schermo. Che sia in italiano sulle nostre reti nazionali, o in altre lingue dalle piattaforme streaming, concedetevi la possibilità di conoscere l’universo delle audiodescrizioni nelle sue varie applicazioni. Verrete accolti a braccia aperte, e siamo certi che ne “vedrete delle belle”!
*Adattatrice dialoghi, audiodescrittrice, docente universitaria, attualmente al lavora al suo quinto libro. Il presente contributo è già apparso nella testata «Cultura e dintorni» e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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La nostra Associazione a carattere nazionale [Autismo Fuori dal Coro], impegnata nella tutela dei diritti delle persone con disabilità, esprime profonda indignazione e dolore per quanto emerso in merito ai gravissimi episodi di maltrattamenti, vessazioni e abusi – anche sessuali – avvenuti in alcune strutture dedicate all’accoglienza di persone con disabilità, in particolare nei casi denunciati a Pisa e a Luserna San Giovanni (Torino) [per i primi si legga a questo link, per i secondi se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Quanto accaduto è inaccettabile. Parliamo di persone fragili, spesso non autosufficienti, che avrebbero dovuto ricevere cura, protezione e rispetto. Invece sono diventate vittime di abusi e violenze intollerabili, consumati nel silenzio e nell’indifferenza.
Chiediamo verità, giustizia e misure concrete, ossia:
– che sia fatta piena luce su ogni responsabilità e che tutti i responsabili di tali nefandezze rispondano in prima persona dei loro misfatti, senza sconti di pena;
– che venga garantita maggiore vigilanza e videosorveglianza sulle strutture socio-sanitarie;
– che le Famiglie e le Associazioni possano partecipare attivamente al monitoraggio sulla qualità dei servizi;
– che la formazione degli operatori includa aspetti fondamentali legati al rispetto, all’etica e alla gestione consapevole della fragilità;
– che al momento del reclutamento e dell’assunzione del personale (a tutti i livelli) vengano effettuati capillari e minuziosi test attitudinali e psicologici, per verificare lo stato psicofisico ed emotivo delle persone individuate;
– che periodicamente tutto il personale presente in ogni struttura venga sottoposto a terapia psicologica;
– che il personale medico e paramedico non sia mai sottonumerato o sottopagato e che, per il suo maggiore benessere psicofisico, goda di tutte quelle tutele (maternità, malattia, infortunio…) a cui a pieno titolo ha diritto. Questo perché siamo consapevoli del fatto che non si deve fare di “tutt’erba un fascio”.
È bene ricordare che a fronte di un numero limitato (si spera) di persone malvagie ve ne sono tantissime che svolgono questo delicato lavoro con amore e dedizione. Esse hanno diritto a non essere confuse con i “personaggi” che si sono macchiati di questi crimini efferati e anche a loro va la nostra vicinanza.
Non si può più attendere. Servono azioni immediate per evitare che episodi simili si ripetano. Nessuna persona con disabilità deve più sentirsi sola, abbandonata o maltrattata nel luogo che dovrebbe essere la sua casa e il suo rifugio.
*Autismofuoridalcoro@gmail.com. Il contenuto del presente testo corrisponde a quello di un messaggio inviato alla Presidenza del Repubblica, alla Presidenza del Consiglio, alla Presidenza del Senato e al Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità.
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Un nuovo spazio dedicato ai bambini e alle famiglie è realtà a Torino: si tratta della Fattoria delle Marionette, un luogo senza barriere architettoniche, con uno sguardo particolarmente attento alla disabilità, pensato per offrire a tutti e tutte l’opportunità di vivere il gioco, la creatività e la natura in modo inclusivo.
Situata in Via Pettinati, 10, nel cuore del quartiere torinese Nizza Millefonti, la Fattoria è il risultato della passione per il teatro di figura della Famiglia Grilli, già fondatrice del Museo delle Marionette e dei Burattini – Casa Gianduja.
«La Fattoria delle Marionette – sottolineano i promotori – è un piccolo mondo a misura di bambino, aperto dal giovedì alla domenica dalle 17.30 alle 21, che con il suo giardino incantato, progettato per stimolare l’immaginazione e la socialità, diventa un luogo di incontro dove bambini e bambine con e senza disabilità possono giocare, imparare e crescere insieme sotto lo sguardo di animatori esperti. È più che un giardino ludico: è un ponte tra generazioni, arte e natura, dove il gioco diventa strumento di crescita e il teatro si fa esperienza viva e condivisa. E protagoniste assolute sono le marionette-animali: capra, gallo, pecora, mucca, che animano l’immaginario infantile».
«Le attività proposte – si aggiunge – sono pensate per essere fruibili da tutti e tutte, con particolare attenzione all’inclusività e alla possibilità di partecipare di ciascun bambino, indipendentemente dalle proprie necessità. L’ingresso è libero e tutte le attività (laboratorio di pittura libera sulle marionette-animali; orto didattico; giochi di gruppo e didattica creativa; teatrino Inventa la tua storia) sono gratuite». (S.B.)
A questo link sono elencati una serie di appuntamenti speciali alla Fattoria delle Marionette di Torino, dal 12 luglio al 2 agosto. Per ulteriori informazioni: Francesca Mariotti (fmariotti@maybepress.it).L'articolo La Fattoria delle Marionette a Torino, per vivere il gioco, la creatività e la natura in modo inclusivo proviene da Superando.
Grazie all’infaticabile lavoro dell’Associazione Blindsight Project, l’audio-tour Michelangelo audiodescritto, dedicato al celeberrimo pittore e scultore Michelangelo Buonarroti (1475-1564), iniziato con l’audiodescrizione della Pietà e della Sacra Famiglia [se ne legga già anche su queste pagine, N.d.R.], prosegue ora con l’audiodescrizione del Mosè.
Com’è noto, si tratta di una tra le più celebri sculture del Rinascimento, scolpita tra il 1513 e il 1515 per la tomba di Papa Giulio II, ritoccata nel 1542, e attualmente ospitata nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma. La figura colossale, seduta e con le tavole della legge sotto il braccio destro, colpisce per l’intensità dello sguardo e il dinamismo della postura.
Tutte le opere dell’audio-tour Michelangelo audiodescritto sono disponibili nella pagina dedicata (a questo link). Ad esse, prossimanamente, si aggiungerà anche l’audiodescrizione della Cappella Sistina.
L’audiodescrizione del Mosè è stata realizzata durante il Corso Executive di Audiodescrizione 2025, in collaborazione con Netflix, presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli di Milano. Il testo è di Laura Raffaeli e degli studenti dello stesso Corso di Audiodescrizione, la voce è di Pino Pirovano.
Anche questa audiodescrizione rientra nel più ampio progetto Talking Italy©, iniziativa ideata e portata avanti da Blindsight Project per rendere l’arte accessibile alle persone cieche e ipovedenti attraverso degli audio-tour. Al momento sono stati prodotti i seguenti otto audio-tour: il Parco dei Mostri di Bomarzo, l’Antiquarium di Sutri e il Museo Colle del Duomo a Viterbo, Villa d’Este a Tivoli, il Complesso Monumentale di Sant’Agnese e Santa Costanza, la Chiesa di San Luigi dei Francesi, la Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma e, infine, come detto, Michelangelo audiodescritto. (Simona Lancioni)
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Continuiamo a seguire la questione sollevata nelle scorse settimane da alcuni articoli pubblicati dal «Fatto Quotidiano» a firma di Renato La Cara, riguardante il fatto che dal 1° gennaio di quest’anno spetterebbero agli utenti le spese legate alla manutenzione e alle riparazioni delle carrozzine a motore elettrico (batterie, motori, joystick, ruote), dopo l’entrata in vigore del Nomenclatore Allegato 5 al DPCM 12/2017, avvenuta il 30 dicembre 2024, con l’approvazione delle relative Tariffe dell’Elenco 1.
Nell’ultimo nostro aggiornamento avevamo riferito che nel Veneto la situazione si era evoluta positivamente, dopo che l’assessora alla Sanità Lanzarin si era espressa in una nota ufficiale, dichiarando che «le Aziende Sanitarie dovranno assicurare agli assistiti aventi diritto, su prescrizione dello specialista, non solo l’erogazione del dispositivo medico, ma anche tutte le prestazioni di adattamento e personalizzazione (a cura di professionisti sanitari abilitati) e quelle di manutenzione, riparazione e sostituzione di batteria o altri componenti necessari».
In precedenza avevamo anche segnalato come la questione fosse stata sollevata tramite un’Interrogazione Parlamentare in cui si era chiesto ai Ministeri della Salute e dell’Economia e Finanze, se intendessero «adottare con la necessaria urgenza iniziative per garantire che i codici relativi alle riparazioni e sostituzioni per gli ausili rientranti nel codice ISO 12.23 (carrozzine a motore elettrico) fossero a carico del Servizio sanitario nazionale e quindi garantiti gratuitamente alle persone che ne hanno bisogno».
Ebbene, mentre «Il Fatto Quotidiano», sempre a firma di Renato La Cara, ha dato spazio a un ulteriore approfondimento, evidenziando varie altre segnalazioni e denunce da tutta Italia, è arrivata anche la risposta del ministro della Salute Schillaci alla citata Interrogazione Parlamentare (se ne veda il video a questo link), che sembrerebbe chiudere la questione. «Per le carrozzine per le persone disabili – ha dichiarato infatti il responsabile del Dicastero – le regioni e Asl devono stipulare contratti attraverso gare pubbliche ed i fornitori devono garantire l’adattamento e personalizzazione dei dispositivi da parte di professionisti abilitati, la manutenzione ordinaria, oltre alla sostituzione dei componenti come le batterie. Non è una raccomandazione, ma una norma di legge».
Secondo quanto affermato da Schillaci, dunque, «il nuovo decreto tariffe del 2025 non ha cambiato nulla sui diritti dell’assistito, l’innovazione riguarda solo la modalità di approvvigionamento, ma i diritti dei cittadini sono rafforzati».
«La riparazione – ha concluso – rimane a carico delle aziende sanitarie e all’assistito non dovrebbe essere richiesta alcuna compartecipazione alla spesa per la riparazione e sostituzione delle carrozzine, se questo sta accadendo, qualcuno non applica le normative. Non è accettabile».
Ma quante e quali Regioni, per usare le parole del Ministro «non stanno applicando le normative»?
Nel frattempo vale la pena ricordare che anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) si era direttamente rivolta al Ministro della Salute e alla ministra per le Disabilità Locatelli, chiedendo «un immediato intervento per ripristinare la copertura economica per riparazioni e sostituzioni delle carrozzine elettriche; nonché una urgente integrazione del Nomenclatore, evitando che questioni burocratiche limitino l’autonomia delle persone con disabilità; la definizione di soluzioni strutturali per prevenire future esclusioni».
Nella sua lettera, la Federazione aveva anche parlato di «violazione dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità» (Legge dello Stato Italiano 18/09) ed è proprio per approfondire quest’ultimo spunto che abbiamo interpellato Giampiero Griffo, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International) e componente della delegazione italiana coinvolta a suo tempo alle Nazioni Unite per l’elaborazione della Convenzione stessa.
«Negare il rimborso delle batterie per le carrozzine a motore elettriche – spiega Griffo – sarebbe una palese violazione dei diritti umani, confliggendo, nello specifico con l’articolo 20 (Mobilità personale) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità il quale recita che “Gli Stati Parti adottano misure efficaci a garantire alle persone con disabilità la mobilità personale con la maggiore autonomia possibile, provvedendo in particolare a: (a) facilitare la mobilità personale delle persone con disabilità nei modi e nei tempi da loro scelti ed a costi accessibili; (b) agevolare l’accesso da parte delle persone con disabilità ad ausili per la mobilità, apparati ed accessori, tecnologie di supporto, a forme di assistenza da parte di persone o animali e servizi di mediazione di qualità, in particolare rendendoli disponibili a costi accessibili”. A quanto pare, infatti, e al netto della recente risposta del Ministro della Salute all’Interrogazione Parlamentare, non mi sembra che il nuovo Nomenclatore Tariffario preveda la rimborsabilità delle batterie delle carrozzine a motore elettrico, considerate un costo eccessivo e quindi negate per risparmiare. E si tratta di una misura che rappresenta un onere non indifferente, arrivando a costi di quasi 600 euro, per alcuni tipi di carrozzine».
Ma non è solo l’articolo 20 della Convenzione ONU ad essere coinvolto. Griffo, infatti, si rifà anche all’articolo 4 (Obblighi generali), secondo il quale «gli Stati Parti si impegnano […] (a) ad adottare tutte le misure legislative, amministrative e di altra natura adeguate ad attuare i diritti riconosciuti nella presente Convenzione; (b) ad adottare tutte le misure, incluse quelle legislative, idonee a modificare o ad abrogare qualsiasi legge, regolamento, consuetudine e pratica vigente che costituisca una discriminazione nei confronti di persone con disabilità; (c) a tener conto della protezione e della promozione dei diritti umani delle persone con disabilità in tutte le politiche e in tutti i programmi; (d) ad astenersi dall’intraprendere ogni atto o pratica che sia in contrasto con la presente Convenzione ed a garantire che le autorità pubbliche e le istituzioni agiscano in conformità con la presente Convenzione».
«Quando dunque ha ratificato la Convenzione con la Legge 18/09 – sottolinea Griffo -, l’Italia si è impegnata ad applicarla. Quella misura, pertanto, rappresenterebbe una palese violazione innanzitutto dell’articolo 20, che riconosce la mobilità personale come diritto umano e in tal senso ritengo che la FISH e/o altre Associazioni dovrebbero certamente impugnare quel provvedimento». (S.B.)
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Si chiama L’intollerabile distanza. Persone non autosufficienti e servizi nelle Marche, il nuovo Quaderno (l’undicesimo sulle politiche della propria Regione) pubblicato dal Gruppo Solidarietà, che raccoglie parte del lavoro di analisi dell’ultimo biennio svolto dall’Osservatorio sulle Politiche Sociali dello stesso Gruppo Solidarietà.
Il volume affronta quattro temi, legati tra loro, vale a dire il rapporto tra esigenze delle persone (la cosiddetta “domanda”) e l’offerta di sostegni, interventi, servizi; come si sostanzia il sostegno alla domiciliarità; quanto pagano e quanto dovrebbero pagare le persone che vivono nelle residenze per anziani; qual è la situazione delle liste di attesa nei servizi territoriali.
«Ogni tema – spiegano dal Gruppo Solidarietà – è stato analizzato e sviluppato attraverso l’analisi di dati che abbiamo prima cercato e poi elaborato attraverso un filo conduttore: gli effetti e l’impatto sulle persone. Tutto materiale, quindi, messo a disposizione di quanti, a partire dalle Istituzioni ad ogni livello, vogliono affrontare con rigore – e sperabilmente con una certa passione – esigenze spesso vitali di molte persone. Condizioni, non dimentichiamolo, che in un domani assai vicino, potrebbero riguardare ciascuno di noi». (S.B.)
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Come segnala il Ministero per le Disabilità, è online (a questo link) il progetto formativo gratuito, rivolto ai medici, denominato La riforma sulla disabilità: il certificato medico introduttivo, realizzato dalla FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), in collaborazione con lo stesso Ministero per le Disabilità e l’INPS.
«Nell’àmbito delle recenti modifiche normative in materia di disabilità – si legge nella presentazione -, questo corso si propone di fornire ai medici certificatori le giuste conoscenze per una corretta compilazione del certificato medico introduttivo che, ai sensi del Decreto Legislativo 3 maggio 2024 n. 62, costituisce il presupposto indispensabile per l’avvio del procedimento valutativo di base».
«Ringrazio l’Ordine dei Medici – dichiara la ministra per le Disabilità Locatelli – per l’impegno nello sviluppo della riforma e per il prezioso lavoro che sta portando avanti, a partire dalla risoluzione di alcuni nodi tecnici riguardanti il caricamento dei documenti in allegato emersi nella prima fase, e per l’impegno in questa attività integrata di formazione che raggiunge tutti i medici con un corso specifico di alto livello sulla riforma stessa». (S.B.)
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«Speravamo di riuscire ad attrezzare una ventina di studenti, e siamo arrivati al doppio! In questi mesi abbiamo consegnato 28 computer portatili ad uso personale per gli studenti ciechi o ipovedenti dell’università che sosteniamo con la borsa di studio e per le due studentesse di Dapaong che hanno perso la vista da poco e, dopo aver imparato il Braille, vogliono tornare a studiare. Ma abbiamo inviato anche 9 computer fissi per dotare di un laboratorio informatico due istituti per ciechi che ne erano privi e per gli studenti di Bassar»: così Flavio Fogarolo, presidente dell’Associazione Gruppo San Francesco d’Assisi – Per i ciechi del Togo di Barbarano Mossano (Vicenza), traccia lo splendido bilancio di un’iniziativa di solidarietà, spontanea e autogestita, nata per dare agli studenti ciechi del Togo, Paese dell’Africa Occidentale, la possibilità di usare anche loro per lo studio gli strumenti informatici che in Italia, ma non solo, i coetanei nella loro situazione usano abitualmente da decenni. Un’iniziativa che qualche mese fa avevamo ampiamente presentato anche sulle nostre pagine.
Molte altre notizie su questo progetto (e su altro ancora) si possono leggere nell’ultima newsletter dell’Associazione (a questo link), ma qui diamo spazio, più che volentieri, alla traduzione italiana della lettera inviata da Habibou Adidjatou, studentessa cieca del Togo, indirizzata ai tanti che hanno sostenuto il progetto, tra i quali, sottolinea Fogarolo, «il gruppo via mail Suggerimenti per una didattica della vicinanza, il gruppo Facebook Normativa Inclusione e la rete dei CTS-Centri Territoriali di Supporto)». «E questa – aggiunge – è molto più di una lettera di ringraziamento!». Concordiamo.
Lettera aperta a chi ci ha teso la mano
Scrivo a voi, che siete lontani ma ci siete stati vicini, a voi che avete creduto in noi, senza nemmeno conoscerci.
Mi chiamo Habibou Adidjatou, sono studentessa dell’Università di Lomé. Sono cieca. E non sono la sola. Siamo in tanti in questa Università a vivere con una disabilità visiva. Ciascuno di noi ha la sua storia, il suo dolore, le sue difficoltà. Ma ciò che abbiamo in comune è un desiderio incrollabile di imparare, di farcela, di vivere degnamente.
Alcuni di noi sono nati con questa disabilità. Altri l’hanno incontrata in seguito, dopo una malattia o un incidente. Ma tutti noi abbiamo dovuto reimparare a vivere in modo diverso. Dai banchi della prima elementare, passando poi per le scuole medie e superiori, fino al diploma di maturità, abbiamo studiato in Braille, spesso in scuole speciali. È stato difficile, ma abbiamo resistito.
E poi siamo arrivati all’Università. Un mondo nuovo, dove tante attività si svolgono online, su piattaforme, con documenti digitali… ma non sempre accessibili. Per noi che potevamo disporre solo dei nostri telefoni era quasi tutto impossibile. Studiare su documenti lunghissimi, seguire corsi da remoto, fare ricerche, leggere romanzi e altri testi di letteratura… tutto era una sfida continua.
Ma un giorno, siete arrivati voi.
Ci avete teso la mano, senza fare rumore, senza aspettarvi nulla in cambio.
E ci avete donato i computer. E, credetemi, non ci avete dato solo delle macchine. Ci avete dato una nuova, grande opportunità.
Oggi, grazie a questi strumenti, io e i miei compagni possiamo finalmente studiare come tutti. Possiamo leggere, ascoltare, fare ricerche, capire. Possiamo seguire i corsi online, approfondire le conoscenze e prepararci per gli esami con sicurezza. È una libertà che non abbiamo mai sperimentato prima all’Università.
Voglio dirvi con questa lettera che quello che avete fatto ha un enorme valore. Che il vostro sostegno sta cambiando delle vite. Che le vostre azioni si fanno sentire più delle parole.
Noi non vi vediamo, ma sentiamo la vostra presenza in ogni progresso che facciamo. E speriamo, dal profondo del nostro cuore, che altre mani si uniscano a voi affinché la disabilità non sia mai più un ostacolo per chi vuole imparare.
Con rispetto, gratitudine e speranza,
Habibou Adidjatou – Studentessa non vedente – Rappresentante degli studenti con disabilità dell’Università di Lomé, Togo
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