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“Zoo Safari Tour”, per restituire valore a ciò che è considerato “imperfetto”

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Unirà arte contemporanea, inclusione sociale e sostenibilità ambientale, coinvolgendo giovani con disabilità, il progetto “Zoo Safari Tour”, che dal 5 settembre vedrà la creazione di sculture di “animali esotici”, ottenute dal riuso creativo di vecchie biciclette dismesse, opere che verranno poi installate nei parchi pubblici di Marino e Ciampino (Roma). L’intelligente iniziativa è stata promossa dall’Associazione Accademia di Ecologia e Arte RiArtEco e dalla Rete Italiana Disabili

Si chiama Zoo Safari Tour ed è un progetto artistico, sociale e ambientale, ideato dall’artista Paolo Lo Giudice e curato da Silvia Filippi, che dal 5 al 10 settembre unirà il Parco Lupini di Santa Mariua delle Mole di Marino (Roma) e il Parco Aldo Moro di Ciampino (Roma). A promuovere l’iniziativa l’Associazione Accademia di Ecologia e Arte RiArtEco e la Rete Italiana Disabili, con il contributo del Distretto Socio Sanitario di Ciampino/Marino RM 6.3 e il supporto del Centro Servizi Volontariato del Lazio.
Ma di cosa si tratterà esattamente? Lo spiegano dalla Rete Italiana Disabili: «Sostenuta da importanti realtà culturali come Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, nell’àmbito del progetto internazionale Rebirth Day/Terzo Paradiso, ENAC (Ente Nazionale Attività Culturali) e Fai la Differenza… C’è il Festival della Sostenibilità, questa iniziativa unirà arte contemporanea, inclusione sociale e sostenibilità ambientale in un progetto partecipato, che coinvolgerà ragazze e ragazzi della nostra Rete nella creazione di sculture di “animali esotici”, ottenute dal riuso creativo di vecchie biciclette dismesse. Le opere verranno installate nei parchi pubblici dei Comuni di Marino e Ciampino, trasformandoli in un percorso artistico permanente a cielo aperto, accessibile a tutta la comunità».

«Il titolo scelto, Zoo Safari Tour – viene spiegato ancora – è una provocazione simbolica che richiama la crisi climatica e la perdita di biodiversità. In un futuro sempre più vicino, la fauna selvatica si avvicina agli ambienti urbani, e le sculture dalle sembianze non autoctone diventano messaggere di una nuova consapevolezza: è necessario infatti rigenerare il mondo, cominciando dallo scarto e dalla disabilità, trasformandoli in risorse preziose. Il cuore del progetto è proprio qui: nella capacità dell’arte di farsi responsabilità sociale, di restituire valore a ciò che è considerato “imperfetto” e di trasformare la fragilità in forza, mettendo al centro la persona, con le sue potenzialità e il suo contributo unico. Il progetto, infatti, propone un’idea di inclusione attiva e concreta, che supera ogni approccio assistenzialista, consentendo ai partecipanti di esprimersi liberamente, sviluppare competenze, lavorare in gruppo, contribuendo a un’opera collettiva che diventa bene pubblico. L’esperienza del “fare con le mani” viene così restituita alla sua dimensione culturale e trasformativa ed è qui che nel progetto si inserisce, come elemento simbolico e connettivo, il Terzo Paradiso, ideato dell’artista Michelangelo Pistoletto, segno che rappresenta l’incontro tra natura e artificio, ad unire con un filo rosso i due parchi coinvolti sul medesimo territorio mediante l’attivazione di spazi urbani e il coinvolgimento attivo della cittadinanza in azioni culturali, performative e laboratoriali, tese a rafforzare il dialogo tra arte, comunità e ambiente».

«Con Zoo Safari Tour – concludono dunque dalla Rete Italiana Disabili – si promuoverà la cultura del riuso e della sostenibilità, attraverso il recupero di materiali altrimenti destinati allo scarto. Le sculture rappresentano una rigenerazione estetica, ma anche etica, in cui l’oggetto dismesso assume un nuovo significato, diventando parte di un messaggio di cura e responsabilità collettiva. Non solo, il progetto trasformerà i parchi in spazi di bellezza condivisa, accessibili e aperti a tutte e tutti, anche a chi non frequenta abitualmente luoghi culturali tradizionali. Le installazioni diventeranno così nuovi simboli urbani, capaci di raccontare un’identità territoriale che si fonda sulla partecipazione, sulla diversità e sulla sostenibilità, dando vita a un modello replicabile, capace di attivare microeconomie locali, percorsi di formazione, inclusione lavorativa e responsabilizzazione sociale, ad esempio attraverso la creazione di una ciclofficina. Un progetto che mette in dialogo tradizione e innovazione, arte e inclusione, per costruire insieme una comunità più consapevole, accogliente e resiliente, se è vero che con Zoo Safari Tour l’arte pubblica non è decorazione, ma strumento di trasformazione che rigenera spazi e relazioni e restituisce centralità a chi troppo spesso viene lasciato ai margini. In un tempo segnato da emergenze sociali e ambientali, il progetto si fa atto politico e culturale, che guarda al futuro con responsabilità e speranza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: lazioreteitalianadisabili@gmail.com.

L’inadeguatezza cronica con cui nelle Marche si affrontano i temi della non autosufficienza

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Partendo dalla serrata analisi di un recente provvedimento della Regione Marche, che ha ridefinito le tariffe delle residenze protette per anziani non autosufficienti e persone con demenza, in questa lunga intervista, Fabio Ragaini del Gruppo Solidarietà parla di temi e problemi che richiederebbero «un investimento programmatorio», scontrandosi invece con «un’inadeguatezza letteralmente cronica», all’insegna di «provvedimenti che toccano di volta in volta solo una parte del sistema»

Lo scorso 11 agosto la Regione Marche ha approvato una Delibera nella quale ridefinisce le tariffe delle residenze protette per anziani non autosufficienti e persone con demenza. Oltre all’aumento della quota sanitaria e della corrispondente quota sociale (la “retta” a carico degli utenti) viene data possibilità agli enti gestori di un ulteriore incremento della retta fino al 75%.
Il Gruppo Solidarietà ha denunciato gli effetti che l’applicazione della Delibera avrebbe avuto sulle rette. Dopo che la vicenda ha fatto irruzione, per qualche giorno, anche nella campagna elettorale per le elezioni regionali, ci sono stati diversi interventi volti a contestare tale interpretazione. Cerchiamo allora di capire meglio i termini della questione insieme a Fabio Ragaini del Gruppo Solidarietà.

Nei giorni scorsi il Gruppo Solidarietà ha denunciato gli effetti dell’applicazione della Delibera Regionale sulle nuove tariffe delle residenze protette, a causa degli aumenti delle rette a carico degli utenti. L’Assessorato competente non è intervenuto con una nota formale a smentire tale interpretazione, ma esponenti politici del centrodestra, enti gestori e anche il segretario regionale della CISL hanno affermato che non ci saranno aumenti. Ci aiuta a capire meglio?
«Cercherò di essere sintetico e spero chiaro su una vicenda che è entrata nei giorni scorsi nella campagna elettorale regionale. Tranne rare eccezioni, l’impressione è che molti di quelli che hanno parlato (si veda ad esempio a questo link) non avessero né letto la delibera né capito bene di cosa si parlava. Non sorprende. Sono temi che al di là di slogan o di contingenti tornaconti politici non entrano nell’agenda politica. Non ci sono entrati in questa legislatura, né nelle precedenti. Di sicuro neanche nelle Giunte Spacca e Ceriscioli. Sgombrato questo campo, veniamo alla questione.
È necessaria dunque una premessa di contesto. Le residenze protette per anziani non autosufficienti e persone con demenza fino ad oggi sono state le uniche strutture sociosanitarie per le quali, nel 2014, la Regione Marche non ha definito la tariffa (1) giornaliera. Si tratta di un tipo di residenza per la quale la normativa nazionale sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) stabilisce che il costo debba essere sostenuto per metà dal servizio sanitario (quella che viene chiamata quota sanitaria), per l’altra metà dall’utente (che dovremmo più correttamente chiamare residente) o, se i suoi redditi sono insufficienti, dal Comune di residenza. Si tratta della cosiddetta quota sociale.
Allo scorso mese di giugno, il Servizio Sanitario, attraverso le AST (Aziende Sanitarie Territoriali) nei posti convenzionati, che sono circa 5.000, pagava una quota di 37,70 euro (anziani non autosufficienti) e 50,63 euro (persone con demenza). All’ utente/Comune veniva addebitata una quota base di 33 euro. Oltre questa quota gli enti gestori potevano richiederne una ulteriore, per “prestazioni aggiuntive extra accreditamento”. Non avendo stabilito il “costo retta”, ad oggi ci troviamo che ogni residenza protetta convenzionata pratichi una diversa quota utente composta dalla retta base cui si aggiunge quella aggiuntiva. Ad esempio, nel 2024 nella Provincia di Ancona, la quota giornaliera più bassa (34,58 euro) la praticava la Residenza Benincasa (33+1,58), la più alta (76,24 euro) la Residenza demenze Rose Grimani Buttari (33+ 43,24). Quindi in tutti questi anni, in assenza di un definito sistema tariffario, ci siamo trovati con rette molto diversificate.
Il sistema delle prestazioni aggiuntive, disciplinato da convenzione, come da Delibera di Giunta Regionale 1729/10 (2), si è caratterizzato per l’estrema deregolamentazione. Queste prestazioni possono riguardare: interventi assistenziali, vitto, alloggio, pulizie, lavanderia, altro. Negli anni, come Gruppo Solidarietà abbiamo documentato nel dettaglio questa situazione, estrapolando da ogni singola convenzione la parte relativa a queste prestazioni e nel 2011, anche a seguito di nostri interventi, la Regione, con due provvedimenti (un Decreto e una Circolare all’Azienda Sanitaria Unica/ASUR) ha stabilito che: a) queste prestazioni devono essere esplicitamente chieste dall’utente; b) la quota massima aggiuntiva non poteva superare il 50% della quota sociale, quindi 33+16,50, pari a 49.50; c) nelle prestazioni aggiuntive non possono essere addebitate prestazioni di tipo sanitario e socio sanitario (ad esempio, infermiere od operatori socio sanitari) superiori al livello massimo previsto dai Regolamenti regionali. In sostanza, per queste figure professionali si sarebbe potuto prevedere un costo aggiuntivo non superiore a quello corrispondente a 20 minuti giornalieri ad utente (3). Tutte queste indicazioni non sono state rispettate, né sono state fatte rispettare.
Le prestazioni aggiuntive, indicate nella convenzione stipulata da ciascuna residenza, avrebbero dovuto essere facoltative, ma in realtà fanno parte di “pacchetti standard” e vengono ratificate dall’utenza nel momento stesso in cui entra in struttura. Va segnalato che di norma la quota sui cui può essere chiamato a compartecipare il Comune è sulla quota base e non sulle prestazioni aggiuntive. Prima abbiamo visto la situazione nella provincia di Ancona, a questo link può essere verificata quella nella Provincia di Pesaro-Urbino».

Ma prima di affrontare il contenuto della recente Delibera dell’11agosto occorre chiedersi: perché la Regione non ha mai fissato la tariffa di queste residenze?
«La risposta è abbastanza semplice. Non l’ha fatto perché se, sulla base dei costi gestionali, l’avesse determinata, avrebbe dovuto sostenere una spesa sanitaria molto più alta (4). Per evitare che ciò accadesse nella ridefinizione delle tariffe nel 2014 (Delibera di Giunta Regionale 1331/14, ultima pagina), ha lasciato aperta la “valvola delle prestazioni aggiuntive a pagamento” in aggiunta alla retta base. La quota complessiva utente è così cresciuta negli anni arrivando, in alcuni casi, fino a 75/80 euro al giorno».

Parliamo a questo punto della citata delibera dell’11 agosto scorso, che andrà in vigore in forma retroattiva con decorrenza 1° luglio 2025. Cosa stabilisce esattamente?
«Finalmente (ma direi, forse) la tariffa. Non viene però indicato com’è stata definita; ovvero se gli 81,14 euro del costo giornaliero in una residenza protetta anziani e i 101,26 in un posto “demenze” sono stati calcolati sulla stima dei costi gestionali. La costruzione del provvedimento segue un percorso inverso. In sostanza: “Il costo delle residenze è sottostimato, è necessario aumentare la quota sanitaria e di conseguenza, come previsto dalla norma nazionale, deve essere specularmente aumentata anche la quota utente. La somma delle due determina la quota complessiva”.
La quota sociale, quindi, passa di conseguenza da 33 a 40,57 (+7,57 euro giornaliera) e 54,48 per le demenze (+ 21,48 euro giornaliera). Poco male si dirà, per i posti per non autosufficienti, visto che in quasi tutte le residenze dei 4.400 posti convenzionati già si pagava di più per effetto della somma della quota base + quella aggiuntiva…».

Teniamo per un momento da parte – ci ritorneremo con dettaglio perché particolarmente odiosa – la questione dei posti “demenza” e riprendiamo discorso e percorso.
«Fissata la tariffa (che ritengo non sia stata determinata, ma si sia solo stabilito quanto il servizio sanitario riteneva di poter assumere, per poi aritmeticamente, con la somma della corrispondente quota sociale, di risulta, determinare la tariffa), si prevede la possibilità che gli enti gestori possano aumentare la retta fino ad un tetto massimo del 75% della quota già stabilita. Si potrebbe dunque arrivare a 70,42 euro (anziani non autosufficienti) e 95,34 euro (demenze).
Pertanto, da un massimo consentito – spesso come abbiamo visto non rispettato – di 49,50 euro, si può ora arrivare, in maniera del tutto legittima, a circa 70 (+ 21) o 95 (+ 46) euro. Il primo aumento sugli utenti è sulla “retta base” sul quale si potrà calcolare il successivo, fino al tetto del 75%.
Giunti fin qui, ricordandoci che dovremo riprendere la questione demenze, vediamo la questione aumenti. In risposta a un nostro comunicato è stato affermato (CISL, alcuni enti gestori, esponenti del centrodestra) che non ci sarà alcun aumento. Non ci resta quindi che prendere in mano il testo della Delibera, senza dimenticare che: a) le convenzioni tra aziende sanitarie e residenze protette per il 2025 non sono state ancora firmate; b) il contenuto della Delibera entra in vigore con decorrenza luglio 2025.
Cosa si stabilisce nella Delibera? Leggiamola insieme: “Si rende pertanto necessario aggiornare le tariffe, di cui all’allegato C della D.G.R. n. 1331/2014, sia per la quota sanitaria che per la compartecipazione utente/comune, relative alle Residenze Protette per Anziani, setting assistenziali R3 e R3D, modificando altresì la D.G.R. n. 1950/2023 a far data dal 1 luglio 2025”. Quindi dal 1° luglio si aggiornano sia le quote a carico del servizio sanitario che la quota utente/Comune, così come abbiamo sopra indicato. Lo ripetiamo: si passa dalla quota “base” di 33 a 40,57 euro e 54,48 euro (5).
Si aggiunge poi (Allegato A della Delibera): “Il valore delle prestazioni aggiuntive di cui all’Allegato A.2 della D.G.R. 1729/2010 dovrà essere definito in sede di sottoscrizione della nuova convenzione, rispettando il limite massimo pari al 75% del valore della quota di compartecipazione utente/comune. Il predetto valore non potrà essere incrementato, per il successivo anno dalla sottoscrizione della nuova convenzione”. Al rinnovo delle nuove convenzioni, quelle del 2025, si applicherà da luglio questa nuova normativa, che prevede l’aumento della quota sociale (ripetiamo, +€ 7,57 giornalieri per la persona non autosufficiente e + € 21,48 giornalieri per i posti con demenza) e uno potenziale, variabile da Residenza a Residenza, per le prestazioni aggiuntive, fino al 75% della retta (+ € 30,42 e + € 40,86 per posti con demenza). Nel 2026 le rette non potranno essere aumentate ulteriormente. Mi pare sia difficile poter interpretare differentemente.
In un recente comunicato alcuni enti gestori riuniti in un Coordinamento del quale non vengono indicati gli aderenti, dopo avere accusato, gratuitamente, di falsità il Gruppo Solidarietà, affermano che le tariffe non aumenteranno. La risposta è abbastanza semplice: le tariffe potrebbero non aumentare in tutte quelle residenze che già avevano tariffe (base + aggiuntiva), comprese nella forbice 40,57/54,48 + quota aggiuntiva del 75%, ma siccome alcune residenze, in particolare quelle di maggiori dimensioni, sia non profit che for profit, hanno sempre ritenuto (la Regione e le Aziende Sanitarie in questi anni le hanno confortate in questa convinzione) che la quota totale utente non dovesse essere sottoposta a vincoli, le loro rette già rientrano nella forbice permessa dalla nuova delibera. Sono ora legittimate. Così non sarà per molte altre residenze le cui rette (base + aggiuntiva) erano più basse. Se si adegueranno alla nuova quota utente, è inevitabile che si determinerà un aumento delle rette, che potranno essere incrementate fino ad un ulteriore 75% attraverso lo strumento delle prestazioni aggiuntive.
Da tutto quanto sopra risulta evidente che, contrariamente a quanto afferma la Delibera, la tariffa non è stata determinata, altrimenti non si permetterebbe la possibilità di aumentare la quota sociale fino ad un ulteriore 75% (6). Ma avremo risposte precise nei prossimi mesi al momento del rinnovo delle singole convenzioni.
Non si può dunque rintracciare in alcun passaggio della Delibera un supposto blocco tariffario della quota utente, così come da alcuni affermato. Nei giorni scorsi, ad esempio, il segretario regionale della CISL ha affermato in un’intervista che “su richiesta di CGIL, CISL e UIL, la Regione ha sospeso per un anno la quota complessiva a carico degli utenti”. Se così fosse, bisognerebbe attendersi un nuovo atto regionale. Occorre quindi rendersi conto che il livello di caos regolamentare nell’assistenza residenziale rivolta agli anziani non autosufficienti è enorme. Un sistema deregolamentato, funzionale al mantenimento dell’esistente, costituito da Residenze Protette e Residenze Sanitarie Assistenziali, con posti convenzionati e posti autorizzati, ma non convenzionati, e Case di Riposo, destinate ad anziani autosufficienti, ma in cui la maggior parte delle persone che vi abitano sono non autosufficienti, con conseguente inadeguatezza degli standard assistenziali.
Nei posti autorizzati e non convenzionati (circa 1.500), l’utente paga per intero la tariffa (da circa 80 a 120 euro al giorno); i posti in Casa di Riposo, occupati appunto per almeno la metà da persone non autosufficienti, prevedono una quota che difficilmente può essere inferiore agli 80 euro al giorno».

Ma torniamo ora alla questione dei posti “demenze” all’interno delle residenze protette.
«Qui siamo in un campo ancora più minato e le nuove disposizioni lo ha reso letteralmente esplosivo. Perché? Intanto parliamo di circa 600 posti convenzionati, un’offerta del tutto ridicola, all’interno di quelli per anziani non autosufficienti (7). Hanno uno standard superiore (130/3 minuti giorno/persona contro 100) ma non è prevista una capacità recettiva minima. Significa che ci sono residenze che hanno convenzionato anche qualche solo posto di residenza protetta demenze.
Ricordiamo che nelle nostre residenze sociosanitarie il 41% dei residenti ha una diagnosi di demenza e che il Gruppo Solidarietà ha stimato come circa il 40% dei posti convenzionati e remunerati per demenza siano formali ma non sostanziali (si veda al riguardo a Persone con demenza nelle residenze. Quante, dove, con quale assistenza). Cosa significa questo? Che la persona con demenza “assegnata ad un posto convenzionato” non riceve alcun sostegno specifico/dedicato. Nulla cambia in termini di servizio ricevuto dal fatto che sia in un posto per non autosufficienti o in un posto per demenze. Fino al 30 giugno 2025 per un gestore avere un posto convenzionato “demenza” significava avere un rimborso sanitario più alto rispetto al posto “non autosufficiente”. Riceveva 50,63 euro/giorno invece di 40,57. L’utente, probabilmente, nulla sapeva di questo, ma per lui la quota da pagare non differiva da quella per i non autosufficienti: 33 + quota aggiuntiva. Ora la situazione cambia: la quota base del posto demenze è diventata 54,48 euro, aumentabile fino ad un ulteriore 75%. Chi lo spiega a lui e ai suoi familiari che si trova in un posto che dovrebbe essere “specialistico” ma non lo è? Perché dovrebbe restare, vista la lievitazione della retta, in un posto demenza se non riceve un’assistenza maggiore? Ad esempio, nel territorio dell’Ambito Sociale 9 di Jesi (Ancona), ci sono 28 posti convenzionati demenze, ma nessuno effettivo. Possibile che nelle riunioni dei tavoli regionali questa vergognosa e indegna situazione non sia emersa e affrontata? Si tratta di una situazione che denunciamo, nella totale indifferenza, da circa vent’anni… A Jesi, nella Residenza protetta Vittorio Emanuele II, la quota totale a carico dell’utente per tutti i posti e anche per i 12 per demenze nel 2024 era pari a 42 euro. Ora dovrebbe salire (quota base) a 54,48 (pari alla quota sanitaria). Dico dovrebbe perché non c’è l’obbligo da parte dell’ente gestore di allinearla a quella sanitaria (obbligo eliminato dopo il passaggio della Delibera di cui si parla in Commissione), ma, evidentemente, rimane il rischio concreto che possano addossarsi sull’utente oneri ulteriori e per di più senza un servizio dedicato. Il rischio diventerebbe realtà, se al momento della stipula della convezione, la “retta base”, cui all’articolo 16 della convenzione stessa, fosse quella indicata dalla Delibera. Riprendendo l’esempio di Jesi non avremmo più la retta di 42 euro data dalla somma di 33 (retta base) + 9 (aggiuntiva), ma si partirebbe da 54,48, dunque, immediatamente, un + 12,48 euro».

Altra questione è quella di un bonus che dovrebbe compensare gli aumenti. Qui non è facilissimo capire. Se gli aumenti, come viene detto, non ci sono, si tratta di un fondo a sostegno delle rette. Giusto?
«Anche qui è necessario andare con ordine, cercando di evitare confusione. Negli ultimi tre anni, in particolare, le rette a carico degli utenti in queste strutture sono aumentate in maniera significativa. Da ultimo anche per i rinnovi contrattuali (8). A fronte di questa situazione, la Regione Marche, nella Legge di Bilancio 2025, ha destinato, come sostegno al pagamento delle rette, 4 milioni di euro per il triennio 2024-26. Alla relativa Delibera non è seguito, ad oggi, un provvedimento attuativo. Si tratta, come abbiamo documentato, di una cifra irrisoria, tale da non garantire alcun effettivo sostegno (9).
Nel giugno scorso, nel cosiddetto “intervento multileva”, Regione, sindacati confederali ed enti gestori hanno definito una sorta di accordo all’interno del quale, oltre a stabilire l’aumento della quota sanitaria nelle residenze protette (la Delibera di cui ci stiamo occupando), è stato previsto, per le annualità 2026/2027, un finanziamento, attraverso Fondi Europei, di 9,7 milioni di euro per una platea di 10.314 potenziali beneficiari. Sul punto vale la pena ricordare le difficolta gestionali nell’utilizzo dei Fondi Europei in altri interventi regionali (disabilità gravissima e assegni di cura). A fine luglio, con la Delibera di Giunta Regionale 1233/25, è iniziato questo non semplice percorso (10).
L’intervento non riguarda solo le persone anziane che vivono nelle residenze sociali e sociosanitarie, ma anche le persone con disabilità e disturbi psichici che abitano in residenze sociosanitarie. La Regione ha indicato in 250 euro al mese l’entità minima del bonus mensile. Il criterio di accesso sarà definito su base reddituale utilizzando l’ISEE. Conti alla mano, prendendo a riferimento la quota di 250 euro al mese, significa che i beneficiari potranno essere al massimo il 15,5%, circa 1.600. Ad oggi non sappiamo quanti di questi saranno gli anziani che vivono nelle residenze protette. Di sicuro, un numero estremamente limitato. Si può inoltre ipotizzare che i valori ISEE più bassi siano quelli delle persone con disabilità e salute mentale cui la stragrande maggioranza (di più i primi) non ha redditi da lavoro a differenza degli anziani.
In conclusione, dunque, mi sembra che la narrazione “non ci saranno aumenti e ci sarà anche un bonus”, sia difficilmente sostenibile. E occorre aggiungere un ulteriore punto: la quota sociale che noi traduciamo in “retta” non riguarda solo l’utente, ma anche il Comune di residenza nel caso in cui i redditi di quest’ultimo siano insufficienti. I Comuni non sembrano aver chiaro che all’aumentare delle rette aumenteranno le richieste di integrazione e con sempre più difficoltà potranno defilarsi, come la maggioranza di loro sta facendo da molto tempo».

Fin qui ci siamo occupati dei contenuti della Delibera dell’11 agosto. Il Gruppo Solidarietà, però in questi anni ha posto altre questioni in tema di assistenza residenziale…
«Noi le abbiamo poste in termini di sostegni alle persone anziane che a causa di malattie e per l’avanzare dell’età diventano non autosufficienti. Il “contenitore” della non autosufficienza ha al proprio interno condizioni estremamente differenziate. Il tema è quello di politiche complessive che, a partire dalle necessità delle persone, si caratterizzino innanzitutto per un effettivo, solido sostegno domiciliare. Oggi non è così. Non sono tollerabili “abbandoni domiciliari”, caricando il “peso” dell’assistenza e la cura sulle famiglie. Sullo specifico della residenzialità, la riflessione va posta anche su altri aspetti. C’è un problema di chiara inadeguatezza degli standard di personale previsti, ma al pari c’è il problema dei modelli, fortemente improntati alla custodia. Il tema della “qualità di vita”, sfugge alla tematizzazione. Prossimamente produrremo i dati, impressionanti, riguardanti la contenzione nelle residenze. Esiste un problema se il 60/70% delle persone sono contenute?
Aumentano i soggetti for profit (ma anche non profit) che vedono in questi servizi un investimento sicuro. Cresce la domanda e contemporaneamente si contrae l’impegno e l’investimento pubblico. Negli anni, poi, sono cambiate le persone che abitano questi luoghi; sono sempre più persone affette da gravi malattie che richiedono competenze e standard di personale adeguati. Poi il problema di standard di offerta: una risposta largamente inadeguata rispetto alla domanda. Nel solo territorio di Jesi (100.000 abitanti) a fronte di circa 480 posti convenzionati, la lista di attesa effettiva è quasi pari all’offerta.
Tanti temi e problemi che richiederebbero un investimento programmatorio che purtroppo non si scorge. Queste Delibere, che toccano solo una parte del sistema, sono un’eloquente dimostrazione dell’inadeguatezza con cui si affrontano questi temi. Ovvero di quanto contino le persone con malattie croniche e non autosufficienza e i loro bisogni».

*Gruppo Solidarietà.

Note:
(1) Per tariffa si intende l’intero costo giornaliero del servizio, per retta la quota che viene addebitata all’utente o al Comune nel caso abbia redditi insufficienti. Si tratta della cosiddetta quota sociale (definita anche, ma impropriamente come “alberghiera”), che si somma a quella sanitaria il cui onere grava sul servizio sanitario. La somma delle due determina la tariffa.

(2) Quella Delibera, valevole per gli anni 2010-2012 ed emanata in un contesto totalmente differente da quello attuale, senza alcuna modifica è in vigore ancora oggi. Questo è sufficiente a spiegare l’attenzione che in tutti questi anni è stata posta nei confronti dell’assistenza residenziale agli anziani non autosufficienti e con demenze nelle Marche. Si veda in proposito il Quaderno del Gruppo Solidarietà denominato L’assistenza residenziale anziani nelle Marche dal 2010 ad oggi.
(3) I posti di residenza protetta demenza da gennaio 2015 hanno avuto un aumento dello standard assistenziale, passando da 120 a 130/3 minuti giorno per persona.
(4) Si tratta sempre, evidentemente, di scelte politiche che incidono sul bilancio. Va ricordato ancora che nella prima metà degli Anni Duemila, in una riunione con i capogruppo in Consiglio Regionale, nella quale insieme ad altre Associazioni il Gruppo Solidarietà metteva all’attenzione alcune problematiche riguardanti i servizi, quando venne chiesto di applicare la normativa sui LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), emanata nel 2001 a riguardo delle quote sanitarie nelle residenze sociosanitarie per anziani, l’assessore al Bilancio di allora, Luciano Agostini, disse che quelle richieste avrebbero fatto saltare il bilancio regionale. «Ovviamente – sottolinea Ragaini – non era vero. Agostini evidentemente faceva finta di non sapere che i LEA dovevano essere attuati e che il loro rispetto avrebbe aumentato standard assistenziali e qualità di vita delle persone». Su questo e altro si torni a vedere il Quaderno del Gruppo Solidarietà segnalato nella nota 2.
(5) In realtà la Delibera (Tabella 1) indica come quota precedente 37,70 e 50,43 ai sensi della Delibera di Giunta Regionale 1950/23, ma, come si può verificare dalla Delibera stessa, essa stabilisce solo l’aumento, con decorrenza 2023, della quota sanitaria e non di quella sociale. A conferma si possono verificare le convenzioni stipulate dalle Aziende Sanitarie nell’ultimo biennio nelle quali non c’è variazione della quota sociale che rimane a 33 euro.
(6) Un’ulteriore domanda potrebbe essere: perché le residenze dovrebbero aumentare ulteriormente le rette, considerata la difficoltà di molti utenti a farvi fronte? E poi, gli aumenti non potrebbero determinare il trasferimento di alcuni verso residenze che applicano costi inferiori? In estrema sintesi, in tutti questi anni si è constatato che non vi è alcun controllo riguardo la tipologia delle prestazioni aggiuntive a carico dei residenti. Tra i gestori ci sono soggetti profit, non profit ed enti locali. Il Gruppo Solidarietà ha dimostrato che all’interno c’è di tutto (dal costo per le funzioni religiose, al servizio civile), ma soprattutto che vengono addebitate quote anche per prestazioni sanitarie sociosanitarie di competenza del servizio sanitario (in tutto o in parte), spesso per “minutaggi” che possono anche avvicinarsi a quelli previsti nella convenzione. Esiste una straordinaria distanza tra domanda e offerta convenzionata e le persone hanno poca possibilità di scelta, tanto che è in forte aumento il fenomeno dei ricoveri di tipo privato.
(7) Va precisato che la nuova quota “demenze” riguarda esclusivamente le persone con demenza “ricoverate” nei posti convenzionati per questa funzione. Per tutti gli altri vale la quota “non autosufficienti”.
(8) Si vedano a questo e a questo link le quote a carico degli utenti (periodo 2022-2024), nelle residenze delle Province di Pesaro-Urbino e Ancona.
(9) Un’ulteriore precisazione è necessaria: alcuni hanno ricordato l’azzeramento del Fondo Regionale di Solidarietà e dunque il venir meno di un sostegno alle famiglie degli anziani ricoverati. Va segnalato a tal proposito che il fondo era rivolto al sostegno delle rette nei servizi disabilità e salute mentale, non a quelli residenziali per anziani non autosufficienti.
(10) Si veda, al proposito, un’analisi e un commento di Franco Pesaresi.

A nuoto dall’Elba a Piombino per la sicurezza sul lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità

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Circa 11 chilometri a nuoto per promuovere la cultura della sicurezza sul lavoro e l’inclusione sociale delle persone con disabilità attraverso la forza dello sport paralimpico: è l’iniziativa patrocinata dall’ANMIL e dall’Associazione ANMIL Sport Italia, nata dall’impegno di Andrea Lanari, vicepresidente dell’ANMIL Marche e testimonial per la sicurezza, che il 4 settembre guiderà dall’Isola d’Elba a Piombino una squadra di atleti pronti a condividere con lui questa avventura Andrea e il figlio Kevin Lanari

Circa 11 chilometri a nuoto per promuovere la cultura della sicurezza sul lavoro e l’inclusione sociale delle persone con disabilità attraverso la forza dello sport paralimpico: è l’iniziativa patrocinata dall’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro) e dall’Associazione Sportiva Dilettantistica ANMIL Sport Italia, nata dall’impegno di Andrea Lanari, vicepresidente dell’ANMIL Marche e testimonial per la sicurezza, che il 4 settembre a partire da Porto Cavo (Isola d’Elba) guiderà verso Piazza Bovio a Piombino (Livorno) una squadra di atleti pronti a condividere con lui questa avventura. Accanto a Lanari, infatti, nuoteranno il figlio Kevin, il consigliere dell’ANMIL di Pesaro-Urbino Andrea Rossi, l’istruttore di nuoto per persone con disabilità e responsabile della comunicazione del Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona Marco Trillini, l’amico ed ex collega di lavoro Lorenzo Carnevalini. Ad accompagnare inoltre la traversata, in canoa, ci sarà anche Alessandro Gattafoni, atleta paralimpico affetto da fibrosi cistica e rappresentante della LIFC (Lega Italiana Fibrosi Cistica), reduce dall’impresa che lo ha visto attraversare in kayak il mare da Civitanova Marche (Macerata) fino alla Croazia.

«Dopo la traversata dello Stretto di Messina dello scorso anno, abbiamo deciso di alzare l’asticella – spiega Lanari – per ribadire quanto sia fondamentale la prevenzione nei luoghi di lavoro. La mia storia, segnata dall’amputazione delle mani, dimostra quanto possa essere devastante un infortunio, ma anche come sia possibile riappropriarsi della propria vita. Con questa sfida voglio dunque lanciare un messaggio di speranza: si può tornare a sognare e a realizzare imprese che sembrano impossibili. E voglio dedicare questa traversata a chi ha perso la vita sul lavoro, alle loro famiglie, a chi lotta per la giustizia, a chi convive con malattie professionali o con una disabilità».

«Come ANMIL – sottolinea il presidente nazionale dell’Associazione Antonio Di Bella – siamo al fianco di Andrea e di tutti gli atleti coinvolti. Lo sport è un potente strumento di reintegrazione sociale e di benessere psicologico: per questo abbiamo dato vita all’Associazione Sportiva Dilettantistica ANMIL Sport Italia. L’impresa di Andrea richiama l’attenzione su una piaga ancora troppo drammatica e attuale: l’insicurezza sul lavoro». A tal proposito dall’ANMIL ricordano che secondo gli ultimi dati dell’INAIL relativi ai primi sei mesi del 2025, in Italia si sono verificati 299.130 incidenti e 502 morti sul lavoro (con un aumento del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), mentre le malattie professionali denunciate ammontano a 50.986, con un incremento del 12%.

Ad accogliere l’arrivo a Piombino saranno i rappresentanti del Comune toscano, insieme a Romina Calvani, vicesindaca e Assessora allo Sport del Comune di Castelfidardo (Ancona), a Max Mallegni, vicepresidente dell’ANMIL Toscana, a Stefano Di Bartolomeo, presidente dell’ANMIL Livorno, a una delegazione di dirigenti delle ANMIL territoriali e ai rappresentanti della LIFC Toscana.
Un sentito ringraziamento, da parte dell’ANMIL, va a tutte le realtà che hanno reso possibile l’organizzazione dell’evento, dall’Ufficio Circondariale Marittimo di Piombino all’Olimpic Nuoto Piombino, dalla Società Nuoto Piombino alla Lega Navale di Piombino. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anmil.it.

Approvata in Toscana la Legge Regionale sulla figura del caregiver familiare

Superando -

È certamente apprezzabile che in Toscana, grazie alla Legge Regionale recentemente approvata, le/i caregiver non debbano più operare da “abusivi/e del sistema dei servizi alla persona”, e tuttavia quella norma appare molto sbilanciata sui progetti realizzati dai soggetti del Terzo Settore, un’impostazione che induce a pensare che a livello di servizi sociali, sociosanitari e sanitari nel breve periodo non vi saranno cambiamenti significativi

Nella seduta del 31 luglio scorso, il Consiglio Regionale della Toscana ha approvato la Legge Regionale rubricata come Disposizioni per la promozione ed il riconoscimento della figura del caregiver familiare. L’iniziativa aveva preso avvio nel febbraio dello scorso anno, con la presentazione alla Giunta Regionale, da parte dell’assessora alle Politiche Sociali Serena Spinelli, di una Proposta di Legge per disciplinare la materia. Approvato dalla Giunta, il testo della Proposta di Legge era stato trasmesso al Consiglio Regionale per completare l’iter procedurale sino all’approvazione in Aula (se ne legga anche a questo link), avvenuta, appunto, lo scorso fine luglio. Vediamo, in sintesi, cosa prevede la norma approvata.

La Legge Regionale si compone di 8 articoli, il primo dei quali esplicita le Finalità del provvedimento, che consistono nella valorizzazione, da parte della Regione, dei caregiver familiari, e nel riconoscere il loro «ruolo di componenti informali della rete di assistenza alla persona e di figure cardine del sistema integrato dei servizi sociali, socio-sanitari e sanitari», richiamando i «princìpi di valorizzazione delle capacità e delle risorse della persona, di adeguatezza, appropriatezza e personalizzazione degli interventi e di sostegno all’autonomia delle persone con disabilità e non autosufficienti» (tutti i grassetti in questa e nelle successive citazioni sono un intervento redazionale).
Inoltre, «la Regione riconosce il valore sociale ed economico connesso ai rilevanti vantaggi che l’intera collettività trae dalla loro opera».
L’articolo non introduce una nuova definizione della figura del caregiver familiare, ma si limita a rinviare a quella contenuta nell’articolo 1, comma 255 della Legge Nazionale 205/17* che, è bene segnalarlo, circoscrive la platea dei beneficiari ai soli familiari e affini che prestano assistenza a persone a cui è stata riconosciuta la disabilità con necessità di sostegno intensivo ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della Legge 104/92 o l’indennità di accompagnamento.

L’articolo 2, dedicato al Ruolo del caregiver familiare, specifica che lo stesso «opera in modo volontaristico, non retribuito e responsabile nell’ambito del progetto di assistenza individualizzato (PAI) […] o del progetto di vita», inoltre egli «è coinvolto dai competenti servizi sociali, socio-sanitari e sanitari, come parte integrante, nelle attività relative alla valutazione multidimensionale della persona con disabilità e non autosufficiente, con particolare riferimento alla definizione del PAI o del progetto di vita».

L’articolo 3 (Rapporto con i servizi sociali, socio-sanitari e sanitari del sistema regionale) prevede che i servizi sociali, socio-sanitari e sanitari riconoscano «il caregiver familiare come un elemento della rete del welfare locale», e gli assicurino «il supporto e l’affiancamento necessari a sostenerne la qualità dell’opera di assistenza prestata». Il caregiver, inoltre, «riceve informazioni e orientamento sui diritti alle prestazioni sociali, socio sanitarie e sanitarie e di continuità assistenziale, nonché sulle modalità per accedere ad esse, attraverso i punti unici di accesso».
Previo consenso della persona assistita (o di chi ne esercita la rappresentanza legale), e nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali, i servizi sociali, sociosanitari e sanitari «forniscono al caregiver familiare un’informazione puntuale ed esauriente sulle problematiche della persona assistita, sui bisogni assistenziali e le cure necessarie, sui criteri di accesso alle prestazioni sociali, socio-sanitarie e sanitarie, nonché sulle diverse opportunità e risorse operanti sul territorio che possono essere di sostegno all’assistenza e alla cura».
Il medesimo articolo prevede inoltre che «nell’ambito delle proprie competenze, le Aziende Unità Sanitarie Locali, le Zone Distretto, le Società della Salute, i Comuni e la Regione promuovono iniziative ed individuano strumenti di sensibilizzazione, informazione ed orientamento finalizzati a sostenere il ruolo del caregiver familiare.
«Il caregiver familiare, di propria iniziativa o a seguito di proposta da parte del servizio sociale, socio-sanitario o sanitario, esprime in modo libero e consapevole la disponibilità a svolgere la propria attività volontaria di assistenza e cura, nell’ambito del PAI o del progetto di vita, anche avvalendosi di supporti formativi e di forme di integrazione con i servizi sociali, socio-sanitari e sanitari»; tale impegno può essere rivisto, anche in relazione a eventuali mutamenti nella sfera psicofisiche e di salute del caregiver stesso, «attraverso la tempestiva revisione del PAI o del progetto di vita».
Viene quindi ribadito che, previo consenso della persona assistita o di chi ne esercita la rappresentanza legale, il caregiver familiare «deve essere coinvolto in modo attivo nel percorso di valutazione, definizione e realizzazione del PAI o del progetto di vita, e assume gli impegni che lo riguardano, concordati nello stesso PAI o nel progetto di vita», ciò «allo scopo di favorire il mantenimento della persona assistita al proprio domicilio».
Sempre nel PAI è esplicitato «il contributo di cura e le attività del caregiver familiare nonché le prestazioni, gli ausili, i contributi necessari ed i supporti che i servizi sociali e sanitari si impegnano a fornire» per permettere allo stesso «di affrontare al meglio possibili difficoltà od urgenze e di svolgere le normali attività di assistenza e di cura in maniera appropriata e senza rischi per l’assistito e per sé medesimo».

L’articolo 4 individua i componenti della rete di sostegno al caregiver familiare che «è costituita dal sistema integrato dei servizi sociali, sociosanitari e sanitari e da reti di solidarietà». Ne fanno parte: il referente per il coordinamento operativo nell’ambito del PAI, o il referente per l’attuazione del progetto di vita; il medico di medicina generale e l’infermiere referente che, nell’ambito del PAI o del progetto di vita, assume la funzione di referente del caso; i servizi sociali, socio-sanitari e sanitari, nonché eventuali servizi specialistici sanitari che dovessero essere necessari; le associazioni che supportano i caregiver e le famiglie; il volontariato, gli enti del Terzo settore e gli altri soggetti della rete di solidarietà e prossimità.
L’articolo 8 (Norma finanziaria) chiarisce che per l’attuazione delle misure previste negli articoli da 1 a 4 non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio regionale.

L’articolo 5 riguarda il Centro di Ascolto Regionale, servizio già attivo da qualche anno, che fornisce al caregiver informazioni ed orientamento riguardanti gli interventi, i servizi e le opportunità del territorio di riferimento, e supporto psicologico. Nei casi più complessi il Centro di Ascolto informa ed orienta il caregiver familiare verso l’associazionismo, le reti solidali del territorio, nonché i gruppi di mutuo aiuto di caregiver familiari… dunque non verso i servizi istituzionali.
A copertura di questo servizio è stimata la spesa di 75.000 euro per ciascuna annualità 2025, 2026 e 2027 (così è previsto nell’articolo 8).

L’articolo 6 è dedicato agli Interventi di promozione a favore del caregiver familiare. In sintesi, è previsto che la Regione adotti «iniziative per promuovere la conoscenza e la divulgazione della figura del caregiver familiare»; promuova «iniziative di informazione, valorizzazione e programmi di aggiornamento sul ruolo del caregiver, rivolte agli operatori del sistema dei servizi sociali, sociosanitari e sanitari»; sostenga «progetti realizzati dai soggetti del Terzo Settore, finalizzati all’attivazione di reti solidali e di gruppi di mutuo aiuto a favore dei caregiver familiari».
Inoltre, la Regione e gli Enti Locali promuovono «le associazioni che supportano i caregiver e le famiglie e ne favoriscono la partecipazione al processo di programmazione sanitaria e sociale integrata in ambito regionale e locale».
Infine, la Regione può (ma non vi è un vincolo in tal senso) «promuovere accordi con le rappresentanze delle compagnie assicurative che prevedano premi agevolati per le polizze eventualmente stipulate dal caregiver familiare che opera nell’ambito del PAI o del progetto di vita, per la copertura degli infortuni o della responsabilità civile collegati all’attività prestata», e «promuovere intese ed accordi con le associazioni datoriali, tesi ad una maggiore flessibilità oraria che permetta di conciliare la vita lavorativa con le esigenze di cura». Per il sostegno ai citati progetti realizzati dai soggetti del Terzo Settore è autorizzata la spesa di 100.000 euro per ciascuna annualità 2025, 2026 e 2027 (come specificato dall’articolo 8).

Nessuno stanziamento aggiuntivo vi è invece per l’attuazione dell’articolo 7 (Clausola valutativa), in base al quale è prevista una valutazione dell’attuazione della Legge e dei risultati da essa ottenuti in termini di promozione della figura del caregiver familiare entro un anno dalla sua entrata in vigore, e successivamente con cadenza biennale.

Considerando che le/i caregiver familiari aspettano da diversi decenni che i Governi di tutti i colori si decidano a introdurre, a livello nazionale, tutele concrete in ambito previdenziale, fiscale e lavorativo per queste figure che svolgono un ruolo fondamentale e imprescindibile per l’intera collettività, e constatando la dolorosa e vergognosa inadempienza dello Stato centrale su questo fronte, non possiamo che salutare con favore le iniziative intraprese – per tamponare, almeno parzialmente, questa lacuna – da diversi Comuni e Regioni, a cui ora si aggiunge anche la Regione Toscana.
È certamente apprezzabile che le/i caregiver non debbano più operare da “abusivi/e del sistema dei servizi alla persona”, quando spesso sono proprio loro a farsi carico dei maggiori oneri assistenziali. Si tratta di un riconoscimento importante anche sul piano simbolico.
Posto questo, tuttavia, a nostro parere, la Legge approvata dalla Regione Toscana presenta delle lacune e delle criticità che accenniamo di seguito.

Tutti gli studi sul tema evidenziano che i lavori di cura informali sono svolti in larga prevalenza da donne, ma nella Legge toscana non vi è alcun riferimento a questo aspetto: si parla infatti del caregiver sempre al maschile e non sono previsti interventi volti a contrastare la disparità di genere che caratterizza il caregiving.
Inoltre, assumendo come riferimento la definizione di caregiver introdotta nel 2017 da una norma nazionale, che tutela solo i familiari/affini, si limita in modo del tutto immotivato il diritto della persona con disabilità, o della persona anziana, di scegliere di farsi assistere da soggetti della cerchia affettiva o amicale, nel caso in cui non avesse parenti, o preferisse altri soggetti a questi ultimi.
E ancora, non è prevista una rilevazione e valutazione dei bisogni specifici del/le caregiver, ed è stata mantenuta la disposizione che il Centro di Ascolto Regionale orienti i casi più complessi all’associazionismo, e non ai servizi. E nemmeno è prevista la formazione e il riconoscimento delle competenze maturate dal/la caregiver per favorire l’accesso o il reinserimento lavorativo, così come non è considerata la particolare situazione dei/delle giovani caregiver (e dunque non sono previsti interventi a tutela del diritto allo studio), né quella di chi presta assistenza a più persone. Ciò sebbene non manchino esperienze virtuose in tal senso (si vedano, ad esempio, la Legge Regionale 8/23 del Friuli Venezia Giulia o la Legge Regionale 2/14 della Regione Emilia-Romagna, come modificata dalla Legge Regionale 5/24).

In conclusione, la Legge appare molto sbilanciata sui progetti realizzati dai soggetti del Terzo Settore (al cui sostegno sono destinate le maggiori risorse economiche), mentre non sono previste risorse aggiuntive per le attività individuate nei primi articoli. L’impressione che se ne ricava è che verosimilmente, al di là del coinvolgimento del/la caregiver nel percorso di valutazione, definizione e realizzazione del PAI o del progetto di vita – che è certamente importante –, a livello di servizi sociali, sociosanitari e sanitari nel breve periodo non ci saranno cambiamenti significativi. (Simona Lancioni)

*Legge 205/17 (“Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020”), articolo 1, comma 255: «Si definisce caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto ai sensi della legge 20 maggio 2016, n. 76, di un familiare o di un affine entro il secondo grado, ovvero, nei soli casi indicati dall’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di un familiare entro il terzo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche o degenerative, non  sia  autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto  bisognoso di  assistenza  globale e continua di  lunga durata ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, o sia titolare di indennità di accompagnamento ai  sensi della legge 11 febbraio 1980, n. 18».

Si ringrazia Loredana Ligabue per la collaborazione.

Il presente approfondimento è già apparso nel sito di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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