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L’importanza dell’Infermiere Case Manager per le persone con malattia metabolica ereditaria
Attivo dal 2023, come avevamo raccontato anche sulle nostre pagine, grazie al supporto di diversi soggetti, il progetto Infermiere Case Manager per un’assistenza di qualità delle persone affette da malattie metaboliche ereditarie, promosso dall’AISMME (Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie) presso il Centro Regionale di Diagnosi e Cura delle Malattie Metaboliche Ereditarie di Verona, potrà proseguire ancora sino al 30 settembre prossimo, grazie a un cofinanziamento della Fondazione Intesa San Paolo.
Si tratta, lo ricordiamo, di un’esperienza pionieristica in Italia che in questi anni ha dimostrato la propria efficacia nel migliorare la presa in carico dei pazienti metabolici rari, che insieme alle loro famiglie e alla stessa équipe medica che lo segue, ne hanno riconosciuto il valore umano, clinico e organizzativo.
«La nostra Associazione – spiega Cristina Vallotto, presidente dell’AISMME – ha sostenuto l’inserimento dell’Infermiere Case Manager che è diventata nel tempo parte integrante dell’équipe del Centro di Verona. Il periodo di sperimentazione ha confermato l’importanza di questa figura nel rendere più efficiente, umana e inclusiva la presa in carico dei pazienti metabolici rari. Grazie al nuovo cofinanziamento, dunque, il progetto proseguirà fino al 30 settembre, garantendo continuità a un servizio ormai riconosciuto come indispensabile».
«Con questo progetto – aggiunge Manuela Vaccarotto, vicepresidente dell’AISMME – rinnoviamo l’impegno a fianco delle persone con malattie metaboliche ereditarie e delle loro famiglie. Lavoriamo ogni giorno per migliorare la qualità della cura e della vita, favorire l’inclusione sociale e sostenere un modello di assistenza e di cura efficace e più vicino ai complessi bisogni delle persone. Un impegno reso possibile anche grazie alla collaborazione con le istituzioni sanitarie e al sostegno di partner sensibili come la Fondazione Intesa Sanpaolo ente filantropico, che hanno scelto di investire nella continuità di un’esperienza innovativa e ad alto impatto sociale».
Le malattie metaboliche ereditarie, ricordano dall’AISMME, «sono patologie genetiche rare ad alta complessità assistenziale, che richiedono percorsi di cura articolati, multidisciplinari e spesso difficili da seguire. Visite specialistiche, terapie, diete salvavita, servizi sociali, pratiche amministrative e spostamenti continui rendono la quotidianità particolarmente faticosa. In questo contesto, l’Infermiere Case Manager diventa una figura chiave, un punto di riferimento unico capace di accompagnare il paziente e la sua famiglia lungo l’intero percorso di cura e di vita, evitando frammentazioni, disorientamento e disuguaglianze nell’accesso ai servizi».
«Si tratta in sostanza di un professionista con competenze infermieristiche e socio-sanitarie – concludono dall’Associazione – che opera all’interno dell’équipe medica del Centro Regionale di Diagnosi e Cura delle Malattie Metaboliche Ereditarie di Verona con cui la nostra Associazione collabora attivamente dal 2012. Il suo obiettivo è di contribuire a ridurre il disagio e le difficoltà e migliorare la qualità di vita delle persone con malattie metaboliche ereditarie e delle loro famiglie. In particolare, si occupa di accogliere e orientare pazienti e familiari nel percorso di diagnosi e cura, coordinando i diversi specialisti e servizi coinvolti, personalizzando il percorso assistenziale, definendo piani individuali di assistenza, facilitando l’accesso ai servizi sanitari, sociali, educativi e riabilitativi, supportando l’attività clinica, migliorando altresì la comunicazione tra pazienti ed équipe medica». (S.B.)
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Scoprire le aurore boreali e farne esperienza sensoriale
Sentire l’invisibile – Toccare l’ineffabile: è bello anche il titolo del progetto che darà vita alla mostra fotografica e di manufatti tattili e sonori, “speciale per i disabili visivi”, così come viene presentata, che dal 15 febbraio al 15 marzo sarà al Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore (Belluno), avvalendosi del patrocinio anche dell’ADV (Associazione Disabili Visivi) e dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
«Questa mostra speciale – si legge nella presentazione – aiuterà a scoprire le aurore boreali e a farne esperienza sensoriale, soprattutto alle persone cieche e ipovedenti. Ada Grilli, infatti, per Officina Eventi di Venezia, ha ideato un’esposizione speciale per rendere accessibile l’esperienza delle aurore anche alle persone con disabilità visiva. Ne è nato appunto il progetto Sentire l’invisibile – Toccare l’ineffabile, concretizzatosi in un’esposizione di materiali tattili e uditivi, interpretati con creatività da artigiani, artisti e ricercatori italiani e norvegesi».
Nella mostra, dunque, si potranno trovare immagini tattili di splendide aurore di questi ultimi vent’anni realizzate su tavole di legno e altri materiali lavorati a sbalzo; un’audioguida gratuita con i codici QR; una traccia musicale creata dagli impulsi magnetici delle aurore, realizzata dall’Università di Tromso (Norvegia); proiezioni a ciclo continuo di filmati, interviste e documentari; stampe fotografiche delle ultime aurore boreali sulle Dolomiti; libri divulgativi, materiali didattici e gadget.
«Voluta come iniziativa culturale che affianca le Olimpiadi e le Paralimpiadi di Milano Cortina, questa mostra – sottolinea Stefania Leone, presidente dell’ADV – è particolarmente interessante e meritoria, frutto di un lavoro congiunto tra la fotografa Ada Grilli, che ha immortalato lo scorso anno l’aurora boreale sulle Dolomiti venete e ha pensato di fare in modo che anche le persone cieche e ipovedenti possano comprendere quali siano le immagini che il cielo regala in tali occasioni. Sculture in legno, riproduzioni in metallo e rame, a cura di maestri artigiani, rendono infatti l’esposizione esplorabile anche con il tatto, oltre naturalmente ad avvalersi di cartelloni in Braille e di audio individuabili con QR Code». (S.B.)
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Il Progetto di Vita e la sfida della concretezza: come l’intelligenza artificiale può aiutare i servizi
Il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto il Progetto di Vita quale strumento centrale per garantire l’autodeterminazione e la qualità della vita alle persone con disabilità. La sua attuazione, tuttavia, pone sfide organizzative rilevanti per i servizi. In questo contesto, alcune esperienze di ricerca mostrano come l’intelligenza artificiale possa aiutare le équipe a gestire la complessità delle valutazioni e a rendere più coerenti e sostenibili i percorsi personalizzati, senza sostituire il giudizio umano né la centralità della persona.
Una riforma che cambia lo sguardo
Con il citato Decreto 62/24, il sistema dei servizi per le persone con disabilità è chiamato a un profondo cambiamento. Il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato è concepito come lo strumento attraverso cui tenere insieme valutazione, obiettivi esistenziali e sostegni.
Il riferimento non è più una logica prevalentemente assistenziale, ma il diritto all’autodeterminazione, alla partecipazione e alla costruzione di una buona qualità della vita. In questa prospettiva, il Progetto di Vita diventa una vera e propria infrastruttura del welfare territoriale.
Tra i princìpi e la loro attuazione concreta, però, si apre una distanza. La norma definisce che cosa deve contenere il Progetto di Vita, ma non indica come costruirlo. Nei territori stanno emergendo modalità molto diverse, con il rischio che l’accesso ai diritti dipenda più dalle capacità organizzative locali che dai bisogni delle persone.
Il peso della complessità sulle équipe
Alla base del Progetto di Vita vi è la valutazione multidimensionale secondo l’ICF [Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, N.d.R.], che consente di leggere il funzionamento della persona come risultato dell’interazione tra condizioni di salute, attività, partecipazione e ambiente. Si tratta di uno sguardo più completo e rispettoso della complessità della vita reale rispetto a una visione esclusivamente sanitaria della disabilità.
Questa ricchezza informativa comporta, però, una difficoltà operativa. Le équipe si trovano infatti a gestire una grande quantità di dati che devono essere interpretati, collegati e tradotti in scelte concrete. Il passaggio dalla descrizione del funzionamento alla definizione di obiettivi di vita non è automatico: richiede mediazioni tra punti di vista professionali, confronti con la persona e la sua rete, e l’assunzione di priorità.
Quando mancano strumenti adeguati di sintesi, il rischio è duplice: da un lato documenti molto descrittivi, che però non orientano realmente le decisioni; dall’altro semplificazioni che finiscono per ridurre la complessità e la singolarità della persona.
Un sistema senza una grammatica comune
L’assenza, almeno in questa fase, di un modello nazionale condiviso rende la situazione ancora più delicata. La varietà delle soluzioni locali testimonia la vitalità dei territori, ma rende difficile confrontare le pratiche, valutarne gli esiti e garantirne l’equità.
Il Progetto di Vita rischia così di restare un dispositivo normativamente avanzato ma operativamente fragile, soprattutto nei contesti con risorse professionali e organizzative particolarmente limitate. La questione riguarda quindi non solo la qualità dei singoli interventi, ma anche la sostenibilità complessiva del sistema.
L’intelligenza artificiale come supporto
In questo scenario si colloca il crescente interesse per l’intelligenza artificiale (IA). Il contributo di ressa non va inteso come sostituzione del giudizio professionale o della relazione con la persona, bensì come supporto cognitivo alla gestione della complessità informativa.
Applicata ai dati della valutazione multidimensionale, l’IA può aiutare a organizzare le informazioni, a individuare connessioni tra i funzionamenti e i contesti di vita e a costruire sintesi orientate al progetto. Non produce il Progetto di Vita, ma può contribuire a dare forma ad esso, rendendo le scelte più esplicite e coerenti.
In questa direzione si colloca un’esperienza sviluppata dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona, che ha reso disponibili diversi strumenti in modalità open access [“a libero accesso”] in un sito dedicato. Il questionario ICF-ADAT, ad esempio, consente di svolgere una valutazione multidimensionale; la piattaforma ICF Applicazioni offre una prima elaborazione strutturata dei dati raccolti, evidenziando punti di forza, necessità di miglioramento, barriere e facilitatori nei diversi contesti di vita, oltre a un bilancio della qualità di vita in cinque dimensioni: autodeterminazione, indipendenza, relazioni, lavoro/occupazione e ruolo sociale. A queste risorse si affianca il GEM (Generative Expert Model), uno sviluppo di intelligenza artificiale che propone una lettura integrata delle informazioni, mettendo in relazione funzionamenti, fattori ambientali e domini della qualità della vita e suggerendo possibili direzioni progettuali, obiettivi e supporti.
Le questioni etiche e la responsabilità delle scelte
L’introduzione dell’intelligenza artificiale nei servizi sociali e sociosanitari richiede particolare attenzione. In contesti organizzativi sotto pressione, infatti, è probabile che le indicazioni del sistema vengano assunte in modo acritico, mentre la responsabilità delle decisioni deve restare nelle mani delle équipe e della persona coinvolta.
Un altro nodo riguarda la trasparenza. Il Progetto di Vita incide direttamente sulle opportunità delle persone e deve essere comprensibile, discutibile e ricostruibile. La tecnologia può supportare il processo, ma non può sostituire la dimensione dialogica e relazionale che resta il cuore della progettazione personalizzata.
Si osservi che standardizzare i processi non significa standardizzare le vite, ma ridurre il rischio di autoreferenzialità e approssimazione. La singolarità delle storie, delle aspettative e delle scelte resta una responsabilità esclusivamente umana.
Dal progetto individuale alla qualità dei territori
Se costruito in modo coerente, il Progetto di Vita può diventare anche uno strumento di lettura dei bisogni collettivi. L’analisi aggregata e anonimizzata dei dati può rendere visibili criticità ricorrenti nei contesti di vita, come carenze nei servizi di prossimità, barriere ambientali o mancanza di opportunità formative e lavorative.
In questa prospettiva, il Progetto di Vita non serve solo ad adattare le risposte alla persona, ma diventa anche un osservatorio sulla qualità degli ecosistemi di vita e uno strumento utile per orientare la programmazione territoriale.
Conclusioni
Il Progetto di Vita introdotto dal Decreto Legislativo 62/24 rappresenta un’opportunità senza precedenti, a condizione che non venga ridotto a una procedura amministrativa. Il rischio è concreto, considerando il carico di lavoro che grava sugli Ambiti Territoriali Sociali e sulle ASL. Perché dunque la riforma produca effetti reali sulla qualità della vita delle persone con disabilità, sono necessari investimenti nella formazione degli operatori in materia di valutazione multidimensionale, nella definizione dei ruoli, nella disponibilità di tempi e spazi per la coprogettazione e nella costruzione di un quadro etico condiviso per l’uso delle tecnologie.
L’intelligenza artificiale può diventare una leva per l’equità e la sostenibilità, ma solo se utilizzata come supporto al lavoro umano. La vera sfida non è adottare nuove tecnologie, ma costruire le condizioni organizzative e culturali perché ogni progetto si traduca in opportunità concrete di sviluppo personale, inclusione e pari opportunità.
*Rispettivamente pedagogista, dottore di ricerca in Pedagogia Speciale e professore ordinario di Pedagogia Speciale, entrambi all’Università di Verona (se ne veda qui sotto una nota più ampia).
Luciano Pasqualotto è pedagogista, dottore di ricerca in Pedagogia Speciale e svolge attività di docenza e ricerca presso l’Università di Verona. I suoi àmbiti di studio riguardano il Progetto di Vita delle persone con disabilità, l’applicazione dell’ICF nei servizi sociali e sociosanitari e i processi di valutazione multidimensionale orientati alla qualità della vita.Angelo Lascioli è professore ordinario di Pedagogia Speciale presso l’Università di Verona. È autore di numerosi saggi e monografie sul percorso di vita delle persone con disabilità. In collaborazione con Luciano Pasqualotto ha pubblicato, per le edizioni Carocci, Progetto individuale, vita adulta e disabilità. Prospettive e strumenti su base ICF (2021) e Progetto di vita e disabilità. Guida per genitori, insegnanti e operatori (2025).
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Nota 950 del 12 febbraio 2026 - Integrazione registri elettronici per comunicazione di alcune tipologie di assenze del personale scolastico
Disponibili i video di 16 interventi che servono a comprendere e ad attuare la “Riforma della disabilità”
Il 10 e 11 giugno dello scorso anno, come ampiamente segnalato a suo tempo su queste pagine, si è tenuto a Torino il convegno internazionale denominato Su base di uguaglianza. Per un progetto di vita che garantisca le libertà e i diritti delle persone con disabilità, iniziativa promossa dall’Università di Torino (al cui interno opera il DiVI-Centro Studi per i Diritti e la Vita Indipendente) e dalla Fondazione Time2.
Si è trattato di un evento di altissimo profilo, volto a illustrare il Progetto di Vita nella prospettiva dei diritti e alla luce delle indicazioni operative contenute nella cosiddetta “Riforma della disabilità” introdotta dalla Legge Delega 227/21, in attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Gli atti del convegno sono in lavorazione e dovrebbero essere pubblicati intorno al prossimo mese di settembre. Nel frattempo, però, nel sito del Centro studi DiVI è stato predisposto un “percorso guidato”, utilizzando alcuni interventi esposti dai diversi relatori e relatrici nazionali e internazionali che hanno partecipato all’incontro, sorta di viaggio «alla scoperta del cambiamento introdotto dalla Riforma della disabilità: da dove arriva questa rivoluzione? È davvero “piovuta in testa” all’improvviso a operatori e territori? E che cos’è, davvero, in concreto, il Progetto di Vita? Chi deve farlo, e come? Ma soprattutto: perché?», come si legge nella parte introduttiva.
Nello specifico a questo link sono liberamente fruibili online i video di 16 interventi (tutti sottotitolati e tradotti in LIS), organizzati nel seguente modo:
° 3 video di rappresentanti dei Movimenti internazionali che illustrano lo scenario in cui è maturata la Riforma:
– Nawaf Kabbara dell’IDA (International Disability Alliance);
– Imaculada Placencia Porrero del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità;
– Nadia Hadad dell’EDF (European Disability Forum).
° 4 video di figure di spicco del panorama nazionale, che illustrano il contributo italiano del movimento delle persone con disabilità all’avvio della Riforma, il quadro costituzionale e la profonda cultura di deistituzionalizzazione che hanno caratterizzato il Novecento in Italia:
– Giampiero Griffo espone l’esperienza di DPI (Disabled Peoples’ International);
– Mauro Palma presenta l’intervento dal titolo Dalle norme internazionali di tutela dei diritti fondamentali alla Riforma innescata dalla Legge 227/2021;
– Daniele Piccione espone l’intervento denominato Lo Stato costituzionale e la condizione della disabilità oggi;
– Ciro Tarantino l’intervento Il Progetto Personalizzato come pratica di libertà e convivenza.
° 2 video si soffermano sulla necessità di ripensare il sistema di welfare al fine di garantire uguaglianza tra tutti i cittadini e le cittadine:
– Benedetto Saraceno espone l’intervento La governance del welfare oltre la frammentazione del sistema;
– Ranieri Zuttion l’intervento I meccanismi di governo territoriale al servizio dei diritti.
° 3 video illustrano il cambiamento che ha visto le persone con disabilità passare dall’essere percepite e trattate come oggetti di cura e custodia, a divenire cittadini e cittadine a pieno titolo. La Riforma, infatti, individua nel Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato lo strumento più adeguato a garantire i diritti e le libertà fondamentali indipendentemente dalla disabilità. Poiché le tante esperienze di attuazione del Progetto di Vita concretizzate negli anni precedenti, tra cui quelle documentate nella pagina Progetti e territori del sito del Centro Studi DiVI, hanno dimostrato la sua valenza emancipatoria verso la cittadinanza, la Riforma ha fatto diventare questo strumento un diritto di tutti e tutte:
– Cecilia Marchisio tratta Il Progetto di Vita individuale personalizzato partecipato su base di uguaglianza con gli altri: cos’è e come costruirlo;
– Matteo Graglia espone l’intervento Pienamente cittadini: il lavoro di comunità nel Progetto di Vita a sostegno della libertà;
– Alice Sodi l’intervento dal titolo Progetto di Vita, autodeterminazione e pratiche educative: quale incompatibilità tra diritti e modelli applicativi?
° 4 video, infine, presentati così: «Per capire se siamo pronti. La Riforma, infatti, entra pienamente in vigore il 1° gennaio 2027, i soggetti in gioco sono attivi e stanno lavorando perché sia coerente con il quadro che l’ha definita, con la cornice della deistituzionalizzazione e con i principi della Costituzione». E quindi:
– Mirella Silvani ed Erika Tognaccini intervengono in rappresentanza del CNOAS (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali);
– Clara Salvador espone l’intervento dal titolo Il welfare che libera le persone è il welfare che vogliono le famiglie;
– Samuele Pigoni l’intervento sul tema Dalla carità al cambiamento: i nuovi compiti della filantropia.
In conclusione non possiamo che raccomandare la consultazione di questo prezioso materiale documentario che, ricordiamo ancora, è liberamente fruibile a questo link. (Simona Lancioni)
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.L'articolo Disponibili i video di 16 interventi che servono a comprendere e ad attuare la “Riforma della disabilità” proviene da Superando.
Ultimo appuntamento per il ciclo “3 Dicembre e oltre: idee e voci dell’inclusione”
Presentato sulle nostre pagine nel dicembre scorso, si concluderà nel pomeriggio del 16 febbraio (ore 16-19) il ciclo di seminari denominato 3 Dicembre e oltre: idee e voci dell’inclusione, dedicato alla presentazione di recenti pubblicazioni sui temi della disabilità, dell’inclusione e dell’accessibilità, a cura del laboratorio di ricerca IperDEA (Inclusione per la Disabilità, l’Empowerment e l’Accessibilità) dell’Università di Bergamo e del CQIIA (Centro per la Qualità dell’Insegnamento dell’Innovazione Didattica e dell’Apprendimento) di tale Ateneo.
Al centro di quest’ultimo appuntamento del ciclo vi sarà il volume L’entredeux. Storie di burattini, giochi, disegni e parole in uno spazio di relazione (Era Nuova, 2024) di Miranda Fanny e a introdurre e moderare l’incontro sarà Serenella Besio, docente dell’Università di Bergamo, con la partecipazione dell’insegnante Maria Plati.
Come tutti gli incontri precedenti, anche quello del 16 febbraio sarà fruibile sia in presenza che a distanza, con iscrizione richiesta tramite questo link. (S.B.)
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AVVISO – Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 –...
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“A cena con la SLA”: uno spazio di consapevolezza e di speranza
Qual è il tuo piatto preferito? È una domanda semplice, quotidiana, che racchiude molto più di una scelta alimentare. Perché la tavola non è fatta solo di piatti: è fatta di relazioni, ricordi, identità condivise. Per molte persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), però, quel luogo di incontro può trasformarsi presto in uno spazio complesso e faticoso. La disfagia, infatti, ovvero la difficoltà a deglutire, che interessa circa il 75% delle persone con la SLA, incide sulla sicurezza, sul piacere del gusto e spesso porta all’isolamento, all’allontanamento dalla convivialità e dallo stare insieme.
Proprio da qui nasce A cena con la SLA, una serie video (disponibile a questo link) promossa dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), realizzata insieme a SLAfood, con il contributo scientifico dei Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omnicentre) e il supporto non condizionante di Zambon.
«Questo – spiegano dall’AISLA – è un progetto che sceglie di partire dal cibo per parlare di molto di più: qualità della vita, dignità, cura, desiderio di futuro. La serie, infatti, mette al centro non la malattia, ma le persone, con le loro storie, le passioni, i sogni. Storie “fuori menu”, come quelle di Mais, Catia e Stefano, che raccontano come la SLA possa cambiare il modo di mangiare, ma non cancelli il desiderio di vivere, creare, amare. La mini‑serie è dedicata proprio a Mais, maestro azerbaigiano di danza e poesia, mancato nell’ottobre dello scorso anno, che attraverso la sua testimonianza, intensa e luminosa, continua a parlare alla Comunità SLA: il suo sguardo sul mondo e la capacità di trasformare la fragilità in bellezza restano un’eredità preziosa, capace di ispirare e unire».
«E c’è poi Catia – proseguono dall’AISLA -, che nella voce e nel canto ha trovato una nuova forza. La diagnosi non ha spento il suo talento, ma lo ha trasformato in uno strumento di espressione ancora più autentico, con cui raccontarsi e affermare sé stessa. E Stefano, che guarda il cielo con lo sguardo di chi non rinuncia ai propri orizzonti: il sogno di fotografare una nuova eclissi diventa il simbolo di una vita che continua a cercare luce, anche nei momenti più complessi».
Ogni episodio della serie video, dunque, parte da un “piatto del cuore” – la pizza, gli spaghetti, i sapori di casa – reinterpretato in una consistenza adattata a cura di Roberto Carcangiu, presidente dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani, vicepresidente di SLAfood e direttore didattico del Congusto Institute. «Un gesto concreto – sottolineano dall’Associazione – che restituisce dignità al cibo e lo riporta al suo significato più profondo: nutrire non solo il corpo, ma anche la memoria, le relazioni, il senso di appartenenza».
Da ricordare inoltre che le puntate della serie sono arricchite dal contributo di Davide Rafanelli, persona con la SLA, consigliere nazionale dell’AISLA e presidente di SLAfood, e di Federica Cerri, neurologa e referente per l’Area SLA nel Centro Clinico NeMO di Milano, che accompagnano il racconto, come viene detto, «con uno sguardo competente e umano sulla complessità della malattia. Per Davide Rafanelli, infatti, la SLA è “una ladra di sogni”, e affrontarla significa imparare a stare nel presente, dando valore a ogni momento della quotidianità».
«A cena con la SLA – concludono dall’AISLA – rappresenta quindi uno spazio di consapevolezza e di speranza. Un racconto corale che mostra come, anche dentro la complessità della malattia, esistano percorsi di cura, attenzione e dignità capaci di restituire qualità alla vita. Guardare le tre puntate significa accettare un invito a sedersi a tavola e lasciarsi attraversare da storie, emozioni e legami che resistono oltre ogni difficoltà». (S.B.)
Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la video serie A cena con la SLA. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).L'articolo “A cena con la SLA”: uno spazio di consapevolezza e di speranza proviene da Superando.
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D.D.G. prot. n. AOODRCAL4742 del 12.02.2026 – Esto Avviso prot. AOODRCAL4215 del 6 febbraio 2026 – incarico aggiuntivo di reggenza IIS GIUSEPPE GANGALE di CIRO’ MARINA
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Una petizione a Torino per chiedere lo stop dei monopattini a noleggio
Una petizione al Consiglio Comunale per chiedere la sospensione dei servizi di monopattini a noleggio, che tanti problemi stanno creando alle persone con disabilità visiva: partita dall’UICI di Torino (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti), l’iniziativa arriva dopo anni di confronto con l’amministrazione cittadina. «Abbiamo tenuto sempre aperta la porta del dialogo, ma le misure finora adottate si sono rivelate del tutto inconsistenti – spiegano Vittorino Biglia, presidente dell’UICI torinese, e Christian Bruno, consigliere della stessa, oltreché primo firmatario della petizione –. Tuttora questi mezzi vengono abbandonati ovunque e per chi non vede o ha gravi problematiche visive il risultato è una giungla urbana. Purtroppo ci sono stati incidenti e alcuni nostri soci hanno rinunciato a uscire di casa da soli, nel timore di farsi male».
L’iniziativa popolare punta dunque a raggiungere, e anche a superare, le 300 firme necessarie a ottenere il diritto di tribuna e di audizione in Consiglio Comunale. I cittadini e le cittadine possono firmare presso la sede dell’UICI di Torino (Corso Vittorio Emanuele II, 63, secondo piano) negli orari di apertura della segreteria (lunedì 14-18, martedì-venerdì, 9-13 e 14-18). Nelle prossime settimane, inoltre, sarà possibile aderire anche in rete, direttamente dal sito del Comune di Torino.
«Non siamo contrari per partito preso all’uso dei monopattini – sottolineano ancora i rappresentanti dell’UICI -, ma servirebbe una gestione ordinata dei servizi di noleggio, obiettivo che finora, nonostante i nostri ripetuti appelli, è stato completamente disatteso. La mobilità sostenibile dovrebbe esserlo per tutti, a cominciare dai cittadini più fragili».
Negli ultimi anni, va detto, l’Amministrazione Comunale torinese ha tentato di arginare il problema, prevedendo una serie di stalli delimitati in cui lasciare i monopattini a noleggio, ma il più delle volte quei “parcheggi” non vengono usati, cosicché le persone cieche che si muovono in autonomia, usando il bastone bianco, devono fare lo slalom tra i mezzi in sharing abbandonati ovunque senza logica, rischiando di farsi male.
Gli appelli al senso civico sembrano dunque non bastare proprio. «Il problema va affrontato alla radice e con misure adeguate», concludono Biglia e Bruno. Donde la richiesta di sospensione dei servizi in sharing, una soluzione che può sembrare drastica ma che in realtà è già stata adottata da diverse città europee, come Parigi, e italiane, come Bologna e Firenze. Dopo anni di sperimentazione, infatti, questi grandi centri urbani hanno optato per uno stop. (S.B.)
Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa UICI Torino (Lorenzo Montanaro), ufficio.stampa@uictorino.it.L'articolo Una petizione a Torino per chiedere lo stop dei monopattini a noleggio proviene da Superando.
La scherma adattata per garantire accessibilità, partecipazione ed equità a tutti e tutte
Si chiama FEIB (acronimo di Fencing: Equity, Inclusion and Belonging) ed è un progetto finanziato dal Programma Erasmus+ dell’Unione Europea, basato sull’idea che la scherma possa essere adattata per garantire accessibilità, partecipazione ed equità a tutti e tutte. Ad animare l’iniziativa sono cinque organizzazioni partner, vale a dire l’Accademia Scherma Milano SSD a RL per l’Italia, l’Association Sportive Bouillargues Escrime (Francia), il Club Escola Hungaresa de Esgrima Pontevedra (Spagna), l’Asociatia Clubul Sportiv Forza Junior Costuleni (Romania) e il Phoenix Social Youth Group (Ucraina).
In questi giorni FEIB ha lanciato ufficialmente un corso di formazione online per operatori sportivi, pensato per favorire l’integrazione significativa di persone con e senza disabilità in contesti schermistici condivisi, promuovendo al contempo pari partecipazione, accessibilità e inclusione sociale. Tra i temi principali trattati, la scherma in carrozzina, la scherma per persone con disabilità visive e cognitive, l’applicazione dell’innovativa metodologia VAPEP sviluppata da FEIB e le strategie per integrare atleti/atlete con e senza disabilità in sessioni di allenamento condivise.
Dopo il corso – che si svolgerà da domani, 12 febbraio, al 12 marzo, combinando lezioni teoriche sull’inclusione nello sport, dimostrazioni pratiche tramite video, discussioni interattive e riflessioni guidate – ciascuna organizzazione partner ospiterà tre Open Day locali, per un totale di 15 eventi, attività che coinvolgeranno 100 giovani di età compresa tra i 16 e i 30 anni, con e senza disabilità, i quali parteciperanno a un corso di scherma inclusiva composto da otto sessioni, realizzato a livello locale. I partecipanti più attivi potranno inoltre diventare FEIB Ambassadors, supportando future attività di disseminazione e sensibilizzazione. (S.B.)
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“AbracaDown”, il musical di magia animato da persone con sindrome di Down, è ora anche una mostra fotografica
In occasione della serata vissuta nell’aprile dello scorso anno all’Auditorium Parco della Musica di Roma, avevamo dedicato ampio spazio ad Abracadown, il musical di magia animato da persone con sindrome di Down la cui storia si è ora trasformata anche in una mostra fotografica, come racconta qui di seguito Federica Rinaudo.
I sorrisi del cast del musical Abracadown hanno conquistato ancora una volta la platea. Anche se in questa occasione non c’era un palco, perché la loro storia si è trasformata in una mostra fotografica.
Una sfida vinta contro ogni pronostico, quella che ha trasformato il sogno in una realtà.
Abracadown, il musical che ha cambiato lo sguardo dell’Italia, si racconta attraverso una mostra fotografica che parte da Roma alla Galleria dei Miracoli in Via del Corso, 528, dove sarà allestita fino al 15 febbraio prossimo (ingresso gratuito, ore 15-20).
Il progetto che in soli due anni ha permesso alle speranze di un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down, tra cui Valerio Speziale, Eugenio Torrente, Alice Benedetti, Emanuele Raffaelli, Cristian Garzon, Davide de Luigi, Eugenio Torrente, Alessandra Camerani, Giacomo Mattia, Anna Tagliabue, Silvia Passaretti, Nicolas Confaloni, Federico Rossini, Alan Nitti e Raniero Campea, di calcare i palcoscenici più prestigiosi d’Italia come veri professionisti dell’illusione e del musical, è raccolto adesso in una serie di scatti che colpiscono per sguardi, gesti, emozioni che escono dalle fotografie in bianco e nero.
L’idea dello spettacolo e della mostra nasce da Francesco Leardini e Danilo Melandri, che hanno coinvolto la bravissima fotografa Stefania Carraturo, per raccontare, tappa dopo tappa, un viaggio fatto di gioia, sorrisi, difficoltà superate con la forza di un cast, anzi di una squadra, unito da un obiettivo comune: dimostrare che il limite è solo negli occhi di chi guarda.
Il nuovo progetto è stato inaugurato da Svetlana Celli, presidente dell’Assemblea Capitolina. Non solo una semplice esposizione fotografica, ma la testimonianza urlata di chi ha creduto in un’idea quando nessuno pensava fosse possibile. Dai primi passi ai premi nazionali, fino al traguardo più ambizioso: l’apertura della prima Accademia dello Spettacolo dedicata e la realizzazione di un film dove i ragazzi sono i reali protagonisti, senza “se” e senza “ma”.
I visitatori potranno dunque seguire un percorso tra le foto, i cimeli e i premi ricevuti, tra cui la laurea di Federico Rossini, discussa proprio sul progetto Abracadown, e il racconto dei protagonisti presenti. (Federica Rinaudo)
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Perché “fragili” è una parola che non va bene
Negli ultimi giorni si sente sempre più spesso usare un termine che ha l’ambizione di raccogliere una vastità di situazioni “marginali”, i cosiddetti “fragili” e tra questi anche le persone con disabilità.
L’uso del termine “fragili” nasce da diversi fattori, infatti nei media si tende a usare parole brevi “a ombrello” per includere categorie diverse (anziani, malati, poveri, disabili ecc.). “Fragili” diventa un termine generico che sembra empatico ma non lo è, è impreciso.
Alcuni pensano che “persone con disabilità” sia una parola dura o stigmatizzante e scelgono “fragilità” come eufemismo. In realtà oggi, anche a livello istituzionale, “disabilità” non è offensivo se usato correttamente.
Con tutto il rispetto possibile, a volte il linguaggio giornalistico arriva in ritardo rispetto alle riforme normative. Molti professionisti continuano infatti ad usare formule precedenti o vaghe anche per inerzia. Su questi temi bisogna usare molta attenzione per non ingenerare confusione tra “vulnerabilità” e “disabilità”. Con il termine “fragilità”, in àmbito sociale, si indicano condizioni economiche, sanitarie o relazionali precarie. Tutto ciò non coincide con la condizione di disabilità, che è una condizione giuridica e di diritti ben definita.
Questa, chiamiamola “mistificazione”, usare cioè “fragili” al posto di “persone con disabilità” non è neutro, produce svariati effetti sull’opinione pubblica.
Si tratta innanzitutto di un messaggio paternalistico, con la persona che viene percepita come “debole da proteggere” più che come titolare di diritti. Si sposta l’attenzione dalla cittadinanza attiva all’assistenzialismo.
Si perde inoltre la specificità giuridica: la disabilità, infatti, è una condizione riconosciuta da leggi, tutele e politiche specifiche. “Fragilità” è vaga e può far perdere la consapevolezza dei diritti esigibili.
E ancora, si omologano le differenze, se è vero che mettere insieme anziani, disabili, malati e poveri alla voce “fragili” cancella le specificità. Ogni gruppo ha bisogni e strumenti diversi.
Si rafforzano infine gli stereotipi e si alimenta l’idea che la disabilità coincida con incapacità o dipendenza, mentre l’approccio moderno parla di autonomia, accomodamenti ragionevoli, partecipazione.
Ci si sposta in sostanza dal modello dei diritti e ci si avvicina al modello caritatevole con il rischio di passare da “inclusione e pari opportunità” a “compassione e aiuto”, che culturalmente è un deciso passo indietro rispetto alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il Decreto Legislativo 62/24 (“Riforma della disabilità”, in attuazione della Legge Delega 227/21) recepisce in modo molto chiaro l’impostazione della Convenzione ONU e usa in modo sistematico l’espressione “persone con disabilità. E non è solo una scelta linguistica, ma giuridica e culturale: viene infatti messa prima la persona e riconosciuta la disabilità come una condizione derivante anche dalle barriere sociali e ambientali, non come un tratto identitario o una debolezza intrinseca.
Si tratta quindi di usare “persone con disabilità”, con la consapevolezza che è il termine corretto in àmbito normativo, istituzionale e rispettoso dell’approccio dei diritti. Quando invece si usa il termine “fragili” si abbia la consapevolezza che è un termine generico, non giuridico, che può sembrare inclusivo, ma che spesso oscura la dimensione dei diritti e rafforza visioni paternalistiche.
Alla fine quindi di questo nostro ragionamento possiamo riaffermare con convinzione che la differenza e la confusione tra i termini usati non è solo semantica: incide su come la società percepisce ruolo, autonomia e dignità delle persone.
E in ultima analisi vorrei rivolgere al mondo variegato e complesso dei media e a quello istituzionale e della politica di fare attenzione nell’uso del linguaggio, attenzione e cura per contribuire a far crescere quel senso di maturità civile e di consapevole certezza che usare il termine giusto ci aiuta tutti a costruire una società più giusta e rispettosa delle diverse condizioni di vita di ognuno di noi.
*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.
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“Sensuability” parla di corpi reali, di desideri legittimi e di relazioni possibili
«Celebrare l’amore il 14 febbraio con Sensuability significa parlare di corpi reali, desideri legittimi e relazioni possibili: questa mostra è un invito a superare tabù e pregiudizi, riscoprendo la sensualità come linguaggio universale che appartiene a tutte e tutti»: a dirlo è Armanda Salvucci, ideatrice del progetto culturale Sensuability®, in vista dell’inaugurazione del 14 febbraio a Roma (Villa Altieri, Viale Manzoni, 47, dalle 16) della nuova edizione di Sensuability, ti ha detto niente la mamma?, mostra composta da oltre 70 opere selezionate nell’ambito dell’ottavo concorso Sensuability & Comics, insieme ai lavori di artisti affermati del panorama nazionale. Per l’occasione, naturalmente, vi sarà anche la premiazione del concorso, dedicato questa volta al tema dei fumetti famosi, che è nato appunto per sensibilizzare e informare sul tema della sessualità e disabilità attraverso le illustrazioni e i fumetti e che del progetto Sensuability costituisce il “cuore”. Il tutto sempre a cura dell’Associazione NessunoTocchiMario, e avvalendosi del sostegno della mostra Comicon.
«Sarà dunque un San Valentino fuori dagli stereotipi – aggiunge Salvucci -, all’insegna dell’amore, del desiderio e della libertà di espressione, che prende forma attraverso fumetti e illustrazioni capaci di raccontare la sessualità e la disabilità con ironia, poesia e potenza visiva».
All’evento del 14 febbraio (ingresso gratuito) saranno presenti Riccardo Corbò, Fiamma Ficcadenti, Fabio Magnasciutti, Maya Vetri e Francesca Ghermandi, insieme agli autori e alle autrici protagonisti della mostra. Ospite speciale di questa edizione sarà inoltre Elena Mistrello. (S.B.)
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