
Il 9 maggio prossimo (ore 9.30-12.30), il Municipio 5 di Milano promuoverà una mattinata interamente dedicata alla pace, intrecciando dimensione istituzionale, partecipazione civica e dialogo tra culture e religioni.
La giornata si aprirà con un gesto simbolico: l’inaugurazione della Stele della Pace nel giardino all’ingresso del Municipio (Viale Tibaldi, 41). La Stele, che riporta il messaggio Che la pace regni sulla Terra in 16 lingue, tra cui i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), rappresenta un invito universale alla convivenza, al rispetto e al dialogo tra i popoli.
Quindi, dopo i saluti del presidente del Municipio 5, Natale Carapellese, la Stele sarà presentata da Sonoko Tanaka e Laura Ricchina. Seguiranno la lettura del messaggio in più lingue e un momento poetico con lo scrittore e poeta senegalese Cheikh Tidiane Gaye. Interverrà inoltre Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo.
Successivamente, nella Sala Consiliare del Municipio 5, vi sarà il Consiglio Municipale Straordinario sulla pace: un momento istituzionale che intende assumere la pace stessa come responsabilità politica concreta. Interverranno, oltre al presidente del Municipio Carapellese, il presidente del Consiglio Michele Valtorta, i Capigruppo Consiliari, la presidente del Consiglio Comunale Elena Buscemi e il Consiglio dei Ragazzi e delle Ragazze, portando uno sguardo generazionale sul tema.
La mattinata proseguirà con un momento di dialogo interreligioso, introdotto da Luca Bressan della Diocesi di Milano, con la partecipazione di rappresentanti di diverse comunità religiose, a testimonianza del valore del confronto e della coesistenza.
A chiudere, la Cerimonia della Pace con la sfilata delle bandiere di tutte le nazioni, a cura del movimento internazionale May Peace Prevail On Earth International: un gesto collettivo, per restituire visivamente l’idea di una comunità plurale che sceglie la pace.
L’iniziativa sarà accessibile anche attraverso il servizio di interpretariato in LIS (Lingua dei Segni Italiana), grazie al Pio Istituto dei Sordi e in collaborazione con la Consulta Diocesana O tutti o nessuno. (Simona Lancioni)
Si ringrazia Martina Gerosa per la segnalazione.
Per maggiori informazioni: Stefania Vedovato, consigliera del Municipio 5 di Milano, tel. 338 7971010.L'articolo Una mattinata tutta dedicata alla pace, promossa dal Municipio 5 di Milano proviene da Superando.
Da domani, 7 maggio, a domenica 10, il Cinema The Space Moderno di Roma ospiterà la diciannovesima edizione di Tulipani di Seta Nera, il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale, importante evento che ancora una volta coniugherà arte, impegno civile e grandi storie, offrendo quattro giornate di proiezioni (lungometraggi, documentari e corti), incontri e approfondimenti dedicati a temi quali l’inclusione, la diversità, il disagio giovanile e la tutela dei minori.
Sono inoltre previsti vari momenti di premiazioni, fra cui le consegne dei Premi Sorriso in diverse categorie. Tra essi, anche quelli che l’8 maggio saranno dedicati a disabilità, infanzia, giustizia e impegno sociale, con la partecipazione di rappresentanti del Terzo Settore e delle Istituzioni. (S.B.)
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Quanto è normale la curva normale?: si intitolerà così il seminario che si terrà nella mattinata di domani, 7 maggio a Torino (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, nell’àmbito del Research Temporary Lab, a Palazzo Nuovo, Aula 6, Via Sant’Ottavio, 20, ore 10-13) e che vedrà quale protagonista lo scrittore e attivista Fabrizio Acanfora, in dialogo con la professoressa Tania Parisi, docente nell’Ateneo torinese.Prendendo spunto dal libro L’errore. Storia anomala della normalità di Acanfora (Luiss University Press, 2024), l’incontro verterà sui temi dell’ideologia meritocratica, delle disuguaglianze sociali e della percezione delle abilità individuali. Sarà pertanto un’occasione assai utile per riflettere su come la società definisce ciò che è “normale” e come tale definizione influenzi la valutazione del merito nonché il concetto stesso di inclusione.
L’evento (a questo link ne è disponibile la locandina) potrà essere seguito anche da remoto tramite questo link.
L’errore. Storia anomala della normalità di Fabrizio Acanfora è un saggio denso e lucido in cui l’Autore, già noto ai lettori di Superando (se ne legga ad esempio a questo link il recente contributo Disabilità ed emergenze: chi rimane indietro? Ovvero, le gerarchie di chi è utile e di chi è “sacrificabile”), decostruisce con grande lucidità il concetto stesso di “normalità”, rivelandolo come un insidioso strumento di esclusione sistematica nato in concomitanza con l’affermazione del capitalismo.
Partendo dalla sua esperienza di persona autistica, Acanfora traccia un’attenta analisi storico-filosofica e politica, mostrando come la diversità sia stata progressivamente trasformata in un “errore” da correggere o emarginare nel momento in cui i corpi e le menti hanno iniziato a essere misurati esclusivamente in base alla loro produttività. Il tutto ricordando che la disabilità, intesa come categoria umana, non esisteva prima dell’affermazione del capitalismo. È stato infatti proprio con il declino dell’ordine feudale e la nascita del sistema socioeconomico moderno, che la diversità fisica, sensoriale o cognitiva ha iniziato a essere misurata in base alla capacità di produrre e lavorare.
Attraverso l’esame di concetti come l’“uomo medio” proposto da Adolphe Quetelet in linea con la statistica ottocentesca, l’eugenetica di Francis Galton e il darwinismo sociale di Herbert Spencer, il libro unisce abilmente la critica sociale a quella politico-economica. Acanfora infatti evidenzia come l’ideologia neoliberista abbia sfruttato la normalizzazione per “atomizzare” la società, partendo dal celebre assunto di Margaret Thatcher secondo cui “la società non esiste”, esistono solo gli individui. E una critica severa viene mossa anche alla sinistra (la cosiddetta “Terza Via”), colpevole, a giudizio dell’Autore, di avere abbandonato la solidarietà e la coscienza di classe per abbracciare il dogma neoliberista.
Il libro funge anche da monito per il presente. Acanfora identifica infatti il passaggio dalla liquidità postnormale descritta da Zygmunt Bauman, a una fase reazionaria che definisce “neonormalità”. Si tratta di un ritorno a una normatività solida, autoritaria e intollerante, che cerca di limitare i diritti civili e le libertà faticosamente conquistati.
L’opera tuttavia non si limita a essere un mero atto d’accusa, ma si eleva a un accorato appello politico e sociale alla cooperazione. In tal senso Acanfora invita a superare la competizione esasperata imposta dal mercato a favore della “convivenza”, intesa come un movimento collettivo capace di riconoscere il valore della naturale variabilità umana e di ripristinare un forte senso di solidarietà.
Si tratta, in definitiva, di una lettura essenziale e provocatoria per chiunque voglia comprendere le radici profonde dell’abilismo contemporaneo e l’urgenza di costruire una società che non veda più nella differenza un difetto, ma una dimensione fondamentale e irrinunciabile dell’esistenza.
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Tramite il sostegno di Forvia Foundation e la partecipazione attiva dell’Azienda Forvia Faurecia di Terni, arriverà il 9 maggio nella città umbra la Kimap Marathon, una maratona aperta a tutta la cittadinanza, per mappare l’accessibilità della città stessa.
L’iniziativa – che ha ricevuto il patrocinio del Comune di Terni – fa parte del progetto Parent Mobility Maps, realizzato grazie al sostegno della Forvia Foundation e coordinato da Parent Project, l’Associazione impegnata in favore delle persone con distrofia muscolare di Duchenne e Becker e delle loro famiglie, in collaborazione con Kinoa Innovation Studio e con l’Associazione di clownterapia I pagliacci di Terni.
«Sarà un pomeriggio – spiegano da Parent Project – nel quale studenti e studentesse delle scuole del territorio, famiglie, volontari e volontarie e chiunque lo desideri si metteranno in movimento – a piedi, in carrozzina, in bici, con il passeggino – per osservare il territorio con uno sguardo nuovo. Quello di chi ogni giorno si confronta con le barriere architettoniche. Si tratterà infatti di una vera e propria attività di mappatura partecipativa, attraverso l’uso di Kimap, l’app di navigazione e crowdmapping per l’accessibilità ideata da Kinoa Innovation Studio. Essa permette infatti di creare e di arricchire collettivamente mappe di un numero sempre maggiore di città, con un focus specifico sull’accessibilità. E il 9 maggio sarà proprio il team di Kinoa a guidare le persone partecipanti nel percorso, organizzandole in squadre e supportandole nell’utilizzo della app».
«Il punto di partenza da cui ha preso vita l’intero progetto Parent Mobility Maps – proseguono da Parent Project – è la consapevolezza che la presenza di barriere architettoniche sul territorio rappresenta un limite non solo alla mobilità, ma anche all’indipendenza, alla realizzazione personale dei cittadini e cittadine con disabilità e alla loro possibilità di giocare un ruolo attivo nella società. In parallelo alla rimozione delle barriere architettoniche, è importante, però, lavorare su quelle culturali, diffondendo maggiore consapevolezza e informazione nella società civile rispetto ai diritti, ai bisogni e alle sfide quotidiane che affrontano le persone con disabilità. In una prima fase, quindi, è stato elaborato un modulo di formazione rivolto agli operatori ed operatrici delle due realtà partner e ai dipendenti di Forvia, per fornire loro strumenti specifici sulle distrofie di Duchenne e Becker, utili per le fasi successive. A seguire è stato realizzato un programma di attività di sensibilizzazione presso l’Istituto Comprensivo Marconi di Terni che ha posto al centro tematiche legate all’inclusione e alla mobilità accessibile. Gli studenti e le studentesse sono stati, quindi, invitati a partecipare all’attività di mappatura della città. Infine, a conclusione del progetto verrà organizzato un evento rivolto alla società civile, per analizzare i dati raccolti, discutere di barriere architettoniche, accessibilità e buone pratiche, condividere le criticità riscontrate e confrontarsi sullo stato dell’accessibilità urbana a Terni, come modello replicabile in altre città italiane». (S.B.)
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Si è svolto il 22 aprile scorso a Bologna, nell’àmbito della manifestazione Exposanità 2026, il convegno Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione, promosso dal Servizio Sociale per le Disabilità dell’Area Welfare del Comune di Bologna [se ne legga anche la nostra ampia presentazione, N.d.R.]. Nell’àmbito di tale seminario (la registrazione integrale è disponibile su YouTube a questo link), si è parlato anche del ruolo delle tecnologie nella definizione dei Progetti di Vita attraverso l’intervento di Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, una delle esperienze italiane più conosciute e longeve, avviata sin dai primi Anni Ottanta, le cui attività e servizi possono essere consultati nei siti presenti a questo, questo o questo link.
Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Nel suo intervento durante il citato convegno, Hoogerwerf – inserito lo scorso anno dalla rivista «Forbes» nella lista Accessibility 100, ossia le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità – ha proposto una lettura chiara: il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace. Ne abbiamo approfittato per porgergli alcune domande, vista la sua lunga esperienza in materia.
Dottor Hoogerwerf, lei parla del Progetto di Vita come di un cambio di paradigma. Perché?
«Perché sposta radicalmente il punto di vista. Non si parte più dalla disabilità come problema da gestire, ma dalla persona come protagonista del proprio percorso. È un approccio basato su diritti, autodeterminazione e partecipazione. Il Progetto di Vita non riguarda solo i bisogni, ma anche le potenzialità, i desideri e le ambizioni. E richiede un lavoro condiviso: una rete di servizi, contesti e relazioni che costruiscano insieme le condizioni per il suo sviluppo».
In questo contesto, quale ruolo assumono le tecnologie?
«Un ruolo strutturale. Le tecnologie sono ormai parte integrante della vita quotidiana e delle dinamiche sociali. Per le persone con disabilità, poter accedere e utilizzare le tecnologie più appropriate significa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Ridurre il divario digitale è quindi una priorità, non solo per migliorare la qualità della vita, ma per rendere effettivi diritti già riconosciuti come l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione sociale».
Lei propone di superare una visione tradizionale delle tecnologie assistive. In che modo?
«Dobbiamo uscire da una logica puramente compensativa, in cui le tecnologie assistive servono soltanto a “colmare” una menomazione. È più utile ragionare in termini di tecnologie abilitanti. Questo significa pensare a soluzioni basate sulle tecnologie integrate nei contesti di vita – scuola, lavoro, comunità – e non a dispositivi isolati. Significa anche considerarle un investimento sul percorso esistenziale della persona, non un costo sanitario. Implica inoltre passare da interventi episodici di fornitura di ausili a processi dinamici e continui, che evolvono insieme alla persona, proprio come è stato pensato il Progetto di Vita».
Ma quali sono i benefìci concreti di questa integrazione?
«Sono molteplici. Le tecnologie, infatti, possono aumentare l’autonomia e l’indipendenza, rafforzare la capacità di scelta e ampliare le opportunità di partecipazione. Migliorano la qualità della vita e offrono un supporto significativo anche ai caregiver. Inoltre, hanno un impatto sistemico: permettono interventi più efficaci e personalizzati, contribuendo a rendere il welfare più sostenibile».
Eppure, questo potenziale non sempre si realizza. Quali sono le condizioni necessarie?
«Ce ne sono alcune di fondamentali per far sì che le tecnologie diventino un’opportunità per l’empowerment delle persone con disabilità. La prima riguarda gli obiettivi di un percorso di adozione delle tecnologie: devono essere chiari, condivisi e verificabili. Senza questa base, la tecnologia rischia di essere scollegata dai reali bisogni. La seconda è il tempo: l’adozione di tecnologie nella vita di una persona con disabilità è come un processo di apprendimento che il più delle volte richiede accompagnamento e adattamenti progressivi. Quindi, servono le competenze: operatori formati, capaci di integrare le tecnologie nei percorsi educativi, sociali e riabilitativi. Infine, sono essenziali le collaborazioni e una programmazione di medio-lungo periodo. È un lavoro di rete, non individuale».
Il Progetto di Vita può essere la cornice che tiene insieme questi elementi?
«Esattamente. Il Progetto di Vita è lo strumento che permette di integrare obiettivi, tempi, competenze e risorse in modo coerente. È ciò che consente di evitare interventi frammentati e di costruire percorsi realmente personalizzati, in cui anche le tecnologie trovano il loro ruolo abilitante».
In conclusione, quali indicazioni operative emergono da questa visione?
«Alcune sono molto concrete: inserire nel Progetto di Vita esplicitamente percorsi di autonomia che prevedano l’uso delle tecnologie; coinvolgere Centri Ausili per individuare le soluzioni più appropriate; sviluppare strumenti digitali che aiutino a gestire e monitorare il Progetto di Vita; e utilizzare le tecnologie già nella fase di co-progettazione, per garantire che la persona possa esprimere pienamente il proprio punto di vista».
Nota: per approfondire il tema delle tecnologie assistive e rimanere aggiornati sul dibattito nazionale e internazionale riguardante tale settore, segnaliamo la Rassegna Stampa gratuita mensile della Rete GLIC, la Rete Italiana dei Centri di Consulenza sugli Ausili Tecnologici per le Disabilità attiva dal 1997, di cui l’AIAS di Bologna è tra i fondatori. Essa è organizzata su una trentina di argomenti tra cui anche il rapporto tra tecnologie e Progetto di Vita. Si può richiedere gratuitamente dall’apposito form nel sito del GLIC e a questo link possono essere consultati anche gli arretrati.
*Evert-Jan Hoogerwerf è responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna.
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A Bologna, tra padiglioni, tecnologie e incontri istituzionali, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. È infatti questo il messaggio emerso con forza dalla recente manifestazione Exposanità 2026, dove atleti, istituzioni e mondo paralimpico hanno condiviso una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti.
A dare profondità al dibattito è stata tra l’altro la testimonianza di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e protagonista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026. Il suo intervento ha introdotto un elemento spesso rimosso nella narrazione sportiva, ossia la vulnerabilità. «Lo sportivo è prima di tutto una persona», ha sottolineato, riportando la salute al centro del percorso atletico, non come condizione accessoria, ma come infrastruttura essenziale della performance e della vita. Il riferimento al supporto tecnologico e medico non è secondario: segnala come oggi il confine tra sanità e sport sia sempre più poroso. Innovazione, riabilitazione e preparazione atletica convergono infatti in un ecosistema unico, dove la cura diventa parte integrante del risultato.
È però nel cuore dell’area paralimpica che il cambio di paradigma appare più evidente. Sitting volley, tennis in carrozzina, blind tennis, baseball per non vedenti, scherma, tiro con l’arco, tennis da tavolo e arti marziali non sono solo discipline, ma linguaggi attraverso cui si afferma un’idea precisa di accessibilità. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte attiva, giacché trasformare la conoscenza in esperienza diretta è una scelta precisa: il pubblico può provare, sperimentare e mettersi in gioco.
Melissa Milani, presidente del CIP Emilia Romagna (Comitato Italiano Paralimpico), ha esplicitato a Exposanità il passaggio culturale in atto: lo sport paralimpico non è più percepito come attività residuale o riabilitativa, ma come àmbito agonistico ad alto livello. Questa evoluzione ha implicazioni politiche: significa infatti riconoscere alle persone con disabilità il diritto pieno allo sport come dimensione strutturale della cittadinanza.
A rafforzare tale lettura è intervenuto anche l’Open Day promosso dall’INAIL Emilia Romagna, con circa novanta partecipanti coinvolti in attività sportive adattate. Non intrattenimento, ma un modello operativo di inclusione, dove lo sport diventa strumento di recupero, autonomia e relazione.
In questo contesto, la parola “riabilitazione” cambia significato: non più solo ritorno a una condizione precedente, ma costruzione di nuove possibilità.
Exposanità 2026 si è configurato così come un laboratorio culturale per ridefinire le categorie attraverso cui leggiamo salute e disabilità. Tre le direttrici principali emerse: l’integrazione tra sport e sanità, l’accessibilità come condizione imprescindibile e il riconoscimento del valore agonistico dello sport paralimpico. In filigrana, una questione più ampia: il diritto al corpo, riguardante la possibilità di esprimersi, competere, fallire e migliorare.
Ma andando oltre al il recente evento di Bologna, quale ne è stata l’eredità? La sfida è trasferire queste pratiche nella quotidianità: nelle scuole, nei territori e nelle politiche pubbliche. Anche perché, senza strutture accessibili, investimenti e visione politica, lo sport resta un’opportunità per pochi.
A Exposanità, dunque, è stato lanciato un segnale chiaro: l’inclusione non è un progetto collaterale, ma un criterio di sistema. E lo sport — quando è davvero accessibile — diventa uno dei suoi strumenti più potenti.
*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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La cura che “tiene” – Racconti, visioni e proposte per una cura sostenibile: è questo il titolo del Caregiver Day 2026 della Regione Emilia Romagna, che si conferma come uno dei principali spazi pubblici di riflessione e confronto sul tema della cura familiare, mettendo al centro chi ogni giorno sostiene persone con disabilità o non autosufficienti, spesso in una condizione di invisibilità sociale.
L’appuntamento, giunto ormai alla sua sedicesima edizione, è promosso e organizzato dalla Società Cooperativa Anziani e non solo, con il sostegno dell’Unione delle Terre d’Argine e il patrocinio di CARER ETS – Associazione Caregiver Familiari, della Regione Emilia Romagna e dell’AUSL di Modena.
Il ricco programma diffuso (tra presenza e online) propone laboratori, incontri, momenti di approfondimento dedicati ai principali temi della cura sostenibile, offrendo strumenti concreti, conoscenze, testimonianze e occasioni di dialogo.
Incontri in presenza
° 9 maggio – Rovereto sulla Secchia (Modena), Tecnologie per il caregiver: dispositivi e applicazioni utili per alleggerire il carico assistenziale.
° 16 maggio – Carpi (Modena), Il caregiver che lavora: strumenti e servizi per conciliare lavoro e cura, welfare territoriale e welfare aziendale con il coinvolgimento di istituzioni e mondo delle imprese.
° 23 maggio – Campogalliano (Modena), La pianificazione condivisa delle cure: come costruire percorsi partecipati di cura in presenza di patologie croniche e invalidanti.
° 30 maggio – Soliera (Modena), L’emergenza nella cura: strategie e strumenti per affrontare i momenti critici con maggiore sicurezza.
Incontri online
Accanto agli incontri in presenza sul territorio, un ruolo centrale avranno i webinar di approfondimento, veri e propri laboratori di pensiero e proposta, che porteranno il tema della cura nel dibattito nazionale, grazie al contributo di relatori di alto profilo istituzionale, scientifico e sociale.
Nel dettaglio, i quattro webinar in programma dal 7 maggio tutti i giovedì (ore 15) rappresenteranno un punto di forza dell’edizione 2026: momenti di approfondimento tematico per affrontare nodi strutturali della cura familiare [a questo link, in altra parte del nostro giornale, una nota specificamente dedicata al webinar di domani, 7 maggio, N.d.R.].
Il ciclo di incontri online sarà caratterizzato, come detto, dalla qualità e dall’autorevolezza dei relatori, provenienti da Parlamento e Istituzioni Nazionali, con membri della Commissione Affari Sociali della Camera; CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Regioni, con assessori e rappresentanti delle politiche di welfare; Organizzazioni Sindacali e del Terzo Settore; Università, Enti di Ricerca e Istituto Superiore di Sanità, con studiose e studiosi impegnati sui temi dello stress cronico, della salute e delle disuguaglianze sociali.
Questa pluralità di voci consentirà di leggere la cura come questione sociale complessa, che intreccia diritti, lavoro, salute, genere e politiche pubbliche, superando una visione emergenziale o privatistica del caregiving.
Temi strategici al centro del dibattito
I webinar affronteranno questioni chiave per il futuro delle politiche di cura, ossia:
° il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare a livello nazionale;
° la qualificazione dell’assistenza familiare e il sostegno alla cura domiciliare di lungo periodo;
° gli effetti dello stress cronico del caregiver sulla salute e sul lavoro;
° le sfide specifiche della cura nella disabilità nelle diverse fasi della vita, attraverso l’analisi di progetti e buone pratiche.
Un ponte tra territori, istituzioni e ricerca
Grazie alla formula online, i webinar del Caregiver Day 2026 amplieranno dunque il pubblico potenziale, costruendo un vero e proprio ponte tra territori, istituzioni, ricerca e comunità, oltre a rafforzare il ruolo dell’iniziativa come spazio pubblico di elaborazione culturale e politica sulla cura.
Il Caregiver Day non è solo una rassegna di eventi, ma un invito collettivo a riconoscere il valore della cura come bene comune e a costruire un welfare più giusto, capace di non lasciare sole le persone che ogni giorno “tengono” insieme le fragilità della nostra società. (Simona Lancioni)
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Il contesto
In Italia non avevamo ancora finito di familiarizzare con la rivoluzione digitale avvenuta a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso, che un’altra rivoluzione ancora più travolgente ha invaso il mondo a partire soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, cioè la cosiddetta Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA).
Essa è iniziata con la nuova tecnologia di far “divorare” ad una memoria elettronica quanti più dati possibili relativi a certi settori e poi chiedere alla memoria stessa un’informazione che ci necessiti; ma in tempi rapidi si è riusciti, sempre tramite l’implementazione della memoria, le reti neurali e gli algoritmi, ad ottenere che, a domanda, la memoria riuscisse a “generare” essa stessa risposte articolate, come un articolo di giornale, una ricerca storica, la traduzione di un testo in diverse lingue, e addirittura le automobili a guida automatica con esiti anche più sicuri della guida umana ecc. ecc.
Gli Stati Uniti hanno investito in tale nuovissima tecnologia parecchi miliardi di dollari e continuano a farlo in modo crescente, avendo poche ma grosse imprese oligopolistiche nel settore; l’Europa lo sta facendo ma in modo inferiore. L’Italia arranca, perché occorrono grossi investimenti e le nostre imprese sono prevalentemente medie e piccole, non riuscendo quindi a sostenere tali spese.
Questa, a detta di molti economisti, è la causa della mancata crescita di PIL (Prodotto Interno Lordo) del nostro Paese a partire dagli Anni Ottanta e conseguentemente della stagnazione dei salari, fermi a quell’epoca, proprio a causa della mancata crescita di produttività, condizione-presupposto per l’aumento dei salari: se il reddito non cresce, non può crescere la redistribuzione di esso tra profitti e salari. Inoltre, molti esperti ritengono che l’IA riduca numerosi posti di lavoro tradizionali di tipo ripetitivo, mentre altri però osservano che si creano nuovi posti di lavoro più tecnologicamente aggiornati. Di qui la necessità di predisporre piani di riaggiornamento professionale per molti lavoratori, non solo a livello di quadri intermedi diplomati, ma anche di dirigenti e ricercatori laureati.
Quanto all’Italia, la perdita di posti di lavoro dovrebbe creare meno problemi, dato l’inarrestabile calo delle nascite. E comunque, senza l’introduzione massiccia di questa nuova tecnologia, l’Italia rischia una perdurante stagnazione economica.
Le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche
Così stando le cose, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, dopo avere avviato seriamente il Progetto Digitalizzazione nelle e per le scuole, ha di recente posto mano pure al Progetto IA e ha finalmente emanato le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche, tramite il Decreto Ministeriale 166/25 e le Indicazioni Nazionali per i Licei per l’anno scolastico 2026-2027 (22 aprile 2026), che pure danno rilievo alle predette Linee Guida.
Queste ultime sono state emanate in attuazione in particolare della Legge 132/25 (Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale) e della Direttiva Europea sull’Intelligenza Artificiale (Regolamento 2024/1689).
Le Linee Guida sono dunque un corposo documento rivolto ai dirigenti scolastici, ai docenti, al personale amministrativo e agli studenti/studentesse. Si compone di una Premessa ed è suddiviso in sei paragrafi più due glossari.
La Premessa richiama la normativa europea e italiana che regola l’utilizzo di questa nuova tecnologia, fortemente invasiva dei dati personali. Essa in Europa è piuttosto stringente, mentre negli Stati Unit lo è assai di meno, essendo vigente in essi un concetto di “libertà” assai ampio che non tollera molti limiti; in Europa, essendo noi molto più sensibili al rispetto dei “diritti umani”, con particolare riguardo ai dati personali sensibili, abbiamo maturato una normativa di tutela molto più accurata. Ciò spiega anche come mai negli Stati Uniti l’IA sia molto più diffusa e con applicazioni molto più ampie e penetranti rispetto ai Paesi europei.
1. Le finalità e le pratiche vietate
Il primo paragrafo prevede che l’IA sia finalizzata ad un’utilizzazione per attività ripetitive, quali, ritengo, molte pratiche di competenza delle segreterie, e per facilitare la didattica e l’apprendimento. Esse prevedono molto opportunamente, in modo esplicito, le seguenti pratiche vietate, coincidenti con quanto previsto dall’articolo 5, paragrafo 1 del citato Regolamento Europei 2024/1689:
° l’uso di tecniche subliminali o volutamente manipolative o ingannevoli;
° la valutazione o classificazione delle persone fisiche sulla base del loro comportamento sociale o di caratteristiche personali, con attribuzione di un punteggio sociale e conseguente applicazione di trattamenti pregiudizievoli ovvero sfavorevoli;
° l’uso di sistemi di categorizzazione biometrica che classifichino individualmente le persone fisiche sulla base dei loro dati biometrici, per trarre deduzioni o inferenze in merito a razza, opinioni politiche, appartenenza sindacale, convinzioni religiose o filosofiche, vita sessuale od orientamento sessuale;
° con particolare riferimento al settore dell’istruzione, i sistemi di IA in grado di individuare le emozioni di una persona fisica nell’àmbito degli istituti di istruzione, tranne laddove l’uso di tali sistemi sia destinato a essere messo in funzione o immesso sul mercato per motivi medici o di sicurezza (articolo 5, lettera f e Considerando 44 del Regolamento Europeo 2024/1689)
2. I princìpi
Il secondo paragrafo indica i princìpi ai quali si ispirano le Linee guida, con particolare attenzione a quelli costituzionali, vale a dire:
– centralità della persona;
– equità, cioè fruibilità per tutti gli studenti/studentesse, compresi quelli con disabilità;
– innovazione etica e responsabile: l’IA deve realizzare un’educazione responsabile degli alunni, sollecitando un apprendimento critico e creativo ed evitando, ritengo, un’utilizzazione quale la copiatura di elaborati o traduzioni;
– sostenibilità;
– tutela dei diritti e delle libertà fondamentali;
– sicurezza dei sistemi e modelli di IA, al fine di garantire l’inaccessibilità a terzi ai dati sensibili degli studenti, dei docenti e del personale della scuola.
3. Requisiti etici, tecnici e normativi
Il terzo paragrafo prevede che nell’uso e nell’implementazione dell’IA le scuole debbano garantire il rispetto di tre classi di requisiti, quali quelli etici, quelli tecnici, e quelli normativi per la protezione dei dati personali.
Requisiti etici
° Intervento e sorveglianza umana nell’insegnamento e nell’organizzazione della didattica: bisogna cioè realizzare un’attenta sorveglianza al fine di evitare discriminazioni e violazioni del diritto alla privacy degli studenti. Il dirigente scolastico deve sorvegliare il rispetto di tutto ciò.
° Trasparenza e spiegabilità: la scuola deve garantire che quanti si avvalgono dell’IA ne conoscano il funzionamento e le finalità; al fine del monitoraggio di quanto avviene, la documentazione relativa ad essa dev’essere conservata agli atti della scuola stessa.
° Criteri per evitare discriminazioni: la scuola deve evitare che l’IA possa creare discriminazioni rispetto al sesso, alla razza, alla religione, alle opinioni politiche o a particolari condizioni personali e sociali, favorendo l’inclusione alla pari di tutti gli studenti.
° Attribuzione di ruoli e responsabilità: i dirigenti scolastici sono responsabili nelle proprie scuole per l’introduzione e il monitoraggio dell’IA. Inoltre, devono essere coinvolti rispettivamente gli studenti, le famiglie, i docenti e il personale scolastico, ogni volta che l’IA abbia impatto sul loro rapporto con la scuola, ad esempio didattica o attività amministrativa. E ancora, si devono coinvolgere anche enti territoriali pubblici e privati, qualora l’IA riguardi anch’essi, ad esempio tramite accordi. Devono infine essere coinvolti i fornitori, per verificare la sicurezza etica e tecnica dei sistemi di IA.
Requisiti tecnici
– Certificazioni e conformità dei fornitori: nella selezione di questi ultimi occorre sia garantita la sicurezza dei programmi, la tracciabilità delle loro operazioni, il rispetto delle certificazioni di sicurezza e qualità europee e italiane.
– Gestione responsabile dei dati: occorre adottare tutti i mezzi tecnici necessari a garantire sicurezza, riservatezza e integrità delle informazioni trattate. Nei contatti con i fornitori, inoltre, bisogna assicurarsi che essi rispettino la normativa concernente i loro doveri analoghi.
– Gestione del diritto di non partecipazione: devono essere adottati accorgimenti tecnici per garantire il diritto all’accesso all’IA da parte di studenti o loro famiglie che si avvalgano del “diritto di non partecipazione”. E in ogni caso dev’essere sempre garantito il diritto alla riservatezza e alla custodia dei dati personali.
– Equità del sistema: l’IA utilizzata nelle Istituzioni Scolastiche deve essere progettata per garantire equità e trasparenza ed è necessario controllare che i sistemi di IA non presentino pregiudizi o discriminazioni, assicurando che tutti gli studenti/studentesse abbiano accesso alle stesse opportunità educative. Ciò vale chiaramente anche per gli alunni con disabilità, anche se essi non sono espressamente citati.
Requisiti normativi per la protezione dei dati personali
Il Regolamento Europeo e le norme italiane devono garantire la riservatezza da parte degli utenti dell’IA nelle scuole. A tal fine la scuola, e quindi il dirigente scolastico, che ne è il legale rappresentante, è considerato il “titolare del trattamento dei dati”, ai fini della responsabilità nei confronti degli aventi diritto alla riservatezza, specie se si tratta di minori che sono qualificati come soggetti vulnerabili.
La scuola ha l’obbligo di indicare e chiarire le finalità per le quali i dati personali, anche “sensibili”, vengono trattati. Spetta, in ogni caso, alla singola Istituzione Scolastica trattare i dati personali dei soggetti interessati solo ove strettamente necessario.
I dati devono essere esatti, aggiornati e cancellati quando non servono più, ed è necessario garantirne la sicurezza.
Vi sono quindi alcune specifiche indicazioni per le Istituzioni Scolastiche:
° esse dovranno garantire informazione e formazione, anche per il tramite dell’educazione civica, sull’uso delle tecnologie nel rispetto della normativa;
° le singole Istituzioni Scolastiche devono effettuare una “valutazione di impatto” sui rischi che l’IA adottata possa causare alla privacy e, in caso di dubbio, deve rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali;
° le stesse Istituzioni Scolastiche devono altresì fornire “informative” chiare ai singoli interessati circa il trattamento dei loro dati;
° e ancora, devono nominare i soggetti “autorizzati” al trattamento, come ad esempio il Dirigente dei Servizi Generali Amministrativi (DSGA), per i dati relativi alle iscrizioni degli studenti o alle nomine dei docenti, e come i docenti, per l’utilizzo dei registri elettronici. Ciò in base al Vademecum del Garante per la protezione dei dati personali (La scuola a prova di privacy, edizione 2023);
° così pure le scuole titolari del trattamento dei dati devono individuare il Responsabile tecnico del trattamento dei dati;
° inoltre, le Istituzioni Scolastiche devono adottare misure tecniche di sicurezza dei dati, così come è previsto che debbano tenere un “registro delle attività del trattamento”;
° la scuola deve infine provvedere tempestivamente entro 72 ore alla notifica delle violazioni dei dati personali al Garante e alla comunicazione agli interessati.
4. Impiego dell’IA nel contesto educativo
Il quarto paragrafo prevede quanto segue: «Con riferimento alla tassonomia proposta da Holmes et al. (2022), e ai documenti di orientamento della Commissione Europea e dell’UNESCO, è possibile classificare l’impiego dell’IA nel contesto educativo in tre àmbiti principali:
1. IA al servizio degli studenti;
2. IA a supporto dei docenti;
3. IA a sostegno dell’organizzazione.
Anche gli organi collegiali sono coinvolti nell’adozione e nel rispetto della normativa sull’IA.
4.1 Istruzioni operative e strumenti di accompagnamento
Ciascuna Istituzione Scolastica che intenda introdurre sistemi di IA deve analizzare e valorizzare il proprio contesto scolastico, individuando i bisogni specifici e le aree di applicazione strategiche. Tale processo deve garantire il rispetto dei princìpi fin qui delineati.
Per facilitare l’attivazione di programmi di introduzione di sistemi di IA nelle scuole su scala nazionale in maniera strutturata e uniforme, si propone alle Istituzioni Scolastiche l’utilizzo dell’approccio metodologico qui a fianco raffigurato.
Si inizia cioè con la fase della definizione, individuando le aree e i casi d’uso. Quindi bisogna individuare la pianificazione di dettaglio con tempi, costi e qualità. Poi bisogna applicare l’IA al caso prescelto e infine curare il monitoraggio.
Tutto ciò presuppone un piano di formazione del personale scolastico e amministrativo, con la fase del monitoraggio che serve a individuare eventuali errori o violazioni della privacy da riparare immediatamente. In tale fase vanno coinvolti gli organi collegiali della scuola.
Il processo si conclude con la valutazione interna del raggiungimento degli obiettivi e dell’analisi dei risultati rispetto al piano iniziale, anche ai fini della Rendicontazione Sociale.
4.2 Gli studenti quali destinatari
Scendendo ulteriormente nel dettaglio, il focus deve riguardare separatamente, in funzione della tipologia di destinatario dei sistemi di IA: i dirigenti, il personale amministrativo, i docenti e gli studenti.
Gli studenti devono essere educati a un progressivo allenamento a scelte culturali personalizzate e interdisciplinari. Possono inoltre avere dei feedback immediati nel corso dello svolgimento dei loro compiti, essendo aiutati a correggere e comprendere gli errori. Ciò, tramite la personalizzazione massima, aiuta l’inclusione generalizzata. Pertanto, ritengo che favorisca notevolmente l’inclusione degli alunni con disabilità: infatti, è possibile adeguare le lezioni a livello di gruppi di studenti e di singoli studenti, ed effettuare prove corrispondenti alle loro effettive capacità, come avviene nel caso delle prove equipollenti nei PEI (Piani Educativi Individualizzati) di tipo B (semplificati) e in quelli di tipo C (differenziati).
4.3 Progettazione etica degli algoritmi
Nella fase di addestramento e di implementazione è necessaria una progettazione etica degli algoritmi e un costante monitoraggio, onde verificare danni alla privacy.
Dev’essere inoltre garantito un diritto alla spiegazione della procedura e dei princìpi concretamente applicati, per utilizzare con mezzi automatizzati i dati personali al fine di ottenerne un risultato specifico. È necessario pertanto organizzare un programma di formazione iniziale e continua sull’utilizzo dell’IA, sia a favore del personale scolastico che degli studenti, allo scopo di evitare l’uso improprio di tale tecnologia. Dal canto suo, il dirigente scolastico deve garantire che alle fasi automatiche dell’IA siano accompagnate fasi con l’intervento consapevole degli utenti, siano essi docenti o studenti.
Dev’essere infine promossa un’utilizzazione sociale dell’IA tramite gruppi di lavoro e attività collaborative, intervallate con attività di rapporto individuale con l’IA stessa. Gli utilizzatori devono cioè essere edotti dei rischi che l’uso dell’IA, specie individuale, può provocare. A tal proposito ritengo che questa modalità, se generalizzata, possa essere una grande innovazione della didattica italiana, ancora troppo ancorata a un’educazione individuale e competitiva, mentre oggi sempre più nel mondo produttivo e nelle amministrazioni diviene necessario il lavoro di gruppo.
Strumento utile a ciò potrebbero essere le piattaforme digitali.
4.4 Riconoscere le “allucinazioni” dell’IA
Gli studenti devono essere educati a saper riconoscere criticamente i rischi delle “allucinazioni” inerenti i contenuti generati dai sistemi di IA (cioè le risposte automatiche dettate dagli algoritmi che potrebbero non corrispondere alla realtà oggettiva), e a non appiattirsi su utilizzi meramente passivi degli stessi contenuti.
I programmi di IA nella scuola devono infatti essere considerati, secondo la normativa europea, “ad alto rischio”, in quanto un utilizzo improprio può avere ricadute negative sulla formazione degli studenti e sul loro futuro professionale.
5. I controlli
Oltre alla vigilanza e all’attività propulsiva dei dirigenti scolastici, l’introduzione dell’IA è pure controllata dagli Uffici Scolastici Regionali e, in via definitiva, dallo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito tramite la Piattaforma Unica, sulla quale le scuole potranno confrontare le sperimentazioni attuate, anche in dialogo con altre realtà del territorio, e il Ministero potrà effettuare controlli a campione per assicurarsi del rispetto della normativa.
6. Conclusioni
«Solo attraverso un’implementazione responsabile, che tenga conto delle esigenze individuali degli attori del sistema scolastico, sarà possibile raggiungere gli obiettivi prefissati e costruire una scuola più inclusiva, equa e preparata ad affrontare le sfide del futuro».
Osservazioni finali
Il documento che abbiamo sintetizzato sembra piuttosto ripetitivo e pervaso dal timore ossessivo dei rischi che questa innovazione rivoluzionaria introduce nella didattica. Tuttavia, queste precauzioni sembrano motivate dalla necessità di garantire il carattere non solo di istruzione degli studenti, ma anche e soprattutto di educazione al rispetto di se e degli altri.
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Il 7 maggio, nell’àmbito della sedicesima edizione della manifestazione Caregiver Day della Regione Emilia-Romagna (di cui scriveremo entro breve in altra parte del giornale), si svolgerà il seminario online dal titolo Quale legge nazionale per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare?
L’evento, che sarà introdotto e moderato da Loredana Ligabue, segretaria dell’Associazione CARER ETS, si svolgerà sulla piattaforma Zoom dalle 15 alle 17,30 e vi interverranno i deputati Luciano Ciocchetti e Ilenia Malavasi, componenti della Commissione Affari Sociali delle Camera; Alessandro Geria, consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Valerio Serino, responsabile dell’Ufficio Politiche per il Lavoro ed Inclusione delle Persone con Disabilità della CGIL Nazionale; Isabella Conti, assessora al Welfare della Regione Emilia-Romagna. (Simona Lancioni)
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«Come supportare e promuovere il protagonismo delle persone con disabilità, facendo in modo che siano considerate pienamente soggetti di diritti e non solamente beneficiarie? Per rispondere, partiremo dall’analisi di due contesti complessi caratterizzati da povertà, diseguaglianze e conflitti di varia natura: El Salvador, nell’America Centrale, e la Striscia di Gaza, in Medio Oriente»: così, dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di San Marino, viene presentato il seminario di studi in programma per il pomeriggio di domani, 6 maggio, nella Repubblica del Titano (Sala Montelupo di Domagnano, ore 14), denominato Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza, che proporrà una serie di riflessioni curate da varie figure impegnate su vari livelli in questo àmbito come attivisti, operatori umanitari, rappresentanti di organizzazioni impegnate nel settore e dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo).
Con il coordinamento, infatti, di Arianna Taddei, docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale nell’Ateneo sammarinese e i saluti introduttivi di Laura Gobbi, direttrice generale dell’Università organizzatrice, Davide Martina dell’AICS (Ufficio VII – Soggetti di cooperazione, partenariati e finanza per lo sviluppo) e Francesca Romana Trisciuzzi pure dell’AICS (Ufficio IV – Sviluppo Umano, Focal Point Disabilità), interverranno Riccardo Sirri, direttore di EducAid; Giampiero Griffo, presidente della RIDS* (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo); Silvia Charlotte Rowe, evaluator e monitoring expert di PuntoSud; Giulia Trobbiani, rappresentante Paese e project manager EducAid El Salvador; Yousef Hamdouna, responsabili dei programmi di Educaid per il Medio Oriente; Marta Migliosi, attivista per i diritti delle persone con disabilità; Flavia Saraceni, peer counsellor della RIDS. (S.B.)
*La RIDS è un’alleanza strategica avviata nel 2011 da due organizzazioni non governative, l’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) ed EducAid, insieme a due organizzazioni di persone con disabilità, quali DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), alle quali si è aggiunto successivamente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale). Il compito di essa è appunto quello di promuovere il protagonismo delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni nei progetti di cooperazione internazionale, come afferma la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il seminario potrà essere seguito anche da remoto, tramite la piattaforma Teams (a questo link).L'articolo Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza proviene da Superando.