
La scuola italiana ha una storia straordinaria nel campo del diritto all’istruzione. Quasi cinquant’anni fa, con la Legge 517 del 1977, il nostro Paese compiva una rivoluzione civile destinata a cambiare per sempre il modo di intendere la scuola: l’abolizione delle scuole speciali e l’ingresso degli alunni con disabilità nelle classi comuni. Una scelta coraggiosa che ha fatto dell’Italia un modello internazionale sul tema dell’inclusione scolastica.
Quella decisione non fu soltanto una modifica organizzativa, ma un cambiamento culturale profondo: affermò il principio che la scuola appartiene a tutti e che nessuno dev’essere escluso dal percorso comune di apprendimento.
Eppure, entrando ogni mattina nelle nostre aule, emerge una contraddizione: abbiamo costruito un sistema normativo avanzato, ma continuiamo spesso a progettare una scuola pensata per uno studente “standard”, intervenendo solo dopo per adattarla a chi non riesce a seguire quel modello. Ed è qui che nasce la logica della toppa.
Da trentacinque anni sono insegnante di sostegno. Ho scelto questa professione spinta da una speranza profonda: contribuire a costruire una scuola capace di riconoscere il valore di ogni studente. Ho sempre creduto che il sostegno non dovesse essere un intervento rivolto soltanto ad alcuni, ma una prospettiva capace di migliorare la scuola intera. La più grande soddisfazione, ancora oggi, è vedere una classe lavorare insieme, con tutti gli studenti coinvolti e partecipi. Perché il compito della scuola non è garantire una falsa uguaglianza, ma realizzare una vera equità.
Dare a tutti la stessa cosa non significa necessariamente essere giusti. Significa spesso ignorare che gli studenti partono da condizioni, caratteristiche e bisogni differenti. L’equità significa offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per imparare e crescere.
Quando ho iniziato il mio percorso professionale, nelle scuole c’era un grande entusiasmo verso la ricerca di nuove strade. Si sperimentava, si cercavano soluzioni, si provava a non lasciare indietro nessuno. Oggi quella spinta rischia di essere soffocata da una scuola sempre più ricca di procedure e sempre meno abituata a ripensare la didattica. La vera sfida dell’inclusione, infatti, non riguarda soltanto le norme, ma il modo in cui ogni scuola interpreta la progettazione didattica e costruisce ambienti capaci di accogliere la diversità.
Dalla toppa alla progettazione
Per molti anni abbiamo interpretato l’inclusione come un processo di adattamento. Prima costruiamo una lezione standard. Poi arrivano il PEI (Piano Educativo Individualizzato), il PDP (Piano Didattico Personalizzato), le semplificazioni, gli strumenti compensativi e le verifiche differenziate.
Sono strumenti preziosi e indispensabili quando servono. Il problema nasce quando diventano la risposta abituale a una didattica progettata senza considerare fin dall’inizio la varietà degli studenti. È la logica della toppa: correggere dopo ciò che non è stato previsto prima.
La prospettiva dell’Universal Design for Learning (UDL), cioè la Progettazione Universale per l’Apprendimento, propone invece un cambiamento radicale: non adattare lo studente alla scuola, ma progettare la scuola affinché possa accogliere la diversità come condizione normale.
L’UDL parte dall’idea che gli ostacoli all’apprendimento non siano sempre nelle caratteristiche degli studenti, ma spesso nel modo in cui vengono progettati gli ambienti, i materiali e le attività.
Una lezione inclusiva non prevede un solo modo di spiegare, un solo modo di partecipare e un solo modo di dimostrare ciò che si è imparato. Può utilizzare immagini, parole, strumenti digitali, attività pratiche, collaborazione tra pari e diverse modalità di restituzione. Una lezione di storia, ad esempio, può prevedere una spiegazione dell’insegnante, una linea del tempo illustrata, un video introduttivo, il lavoro in piccoli gruppi e la possibilità di restituire quanto appreso attraverso un testo, una presentazione o una mappa concettuale. Gli obiettivi restano gli stessi. Cambiano le strade per raggiungerli.
L’UDL non è una metodologia pensata soltanto per gli studenti con disabilità. È un modo di progettare una scuola più accessibile per tutti: per chi presenta bisogni educativi specifici, per chi apprende con tempi diversi, per chi sta imparando la lingua italiana, per chi incontra difficoltà temporanee o semplicemente per chi può apprendere meglio attraverso modalità differenti.
Dall’alta sartoria a un modello flessibile
Per molto tempo abbiamo immaginato l’inclusione come un lavoro di alta sartoria. L’insegnante costruisce un abito uguale per tutti e, quando qualcuno non riesce a indossarlo, interviene con ago e filo per modificarlo. È un’immagine che racconta la dedizione di molti docenti, ma pone una domanda: se ogni anno dobbiamo modificare così tanti abiti, forse il problema non sono le persone, ma il modello con cui continuiamo a progettare.
La scuola dovrebbe imparare a costruire ambienti di apprendimento più flessibili fin dall’inizio. Non si tratta di abbassare le aspettative. Si tratta di eliminare ostacoli inutili affinché ogni studente possa mostrare ciò che sa.
Il cambiamento non è solo una questione di volontà
Attribuire le difficoltà dell’inclusione alla mancanza di norme significa guardare nella direzione sbagliata. La vera sfida è culturale e organizzativa.
Una prima difficoltà nasce dall’eredità di una scuola ancora legata all’idea che il rigore coincida con una proposta uguale per tutti. Ma un laboratorio, una mappa concettuale, un video o un’attività cooperativa non sono semplificazioni: sono differenti possibilità di accesso agli stessi contenuti.
Un’altra difficoltà è la cultura della delega. Troppo spesso l’inclusione viene considerata un compito del docente di sostegno, mentre dovrebbe essere una responsabilità condivisa dall’intero consiglio di classe.
Infine, c’è un aspetto fondamentale: il tempo della progettazione. L’UDL richiede confronto, collaborazione e costruzione comune di materiali. Ma la scuola spesso lascia questo lavoro alla disponibilità personale dei docenti, senza prevedere sufficienti spazi strutturati.
Non possiamo chiedere una scuola capace di progettare insieme se non riconosciamo la progettazione come parte essenziale del lavoro dell’insegnante. L’inclusione non nasce dall’eroismo dei singoli. Nasce da una comunità professionale che ha il tempo e gli strumenti per lavorare insieme.
La vera sfida
Dopo trentacinque anni trascorsi nelle aule continuo a emozionarmi quando vedo una classe diventare realmente una comunità. Ho imparato che gli studenti ci sorprendono quando smettiamo di chiedere loro di adattarsi a un unico modo di imparare.
La scuola non ha bisogno soltanto di nuove norme sull’inclusione. Ha soprattutto bisogno del coraggio di ripensare la didattica. Ogni volta che prepariamo una lezione dovremmo porci una domanda semplice: quanti adattamenti dovrò inventare domani perché questa attività funzioni? Se la risposta è “molti”, forse il problema non è negli studenti. È nella progettazione.
Finché continueremo a considerare la diversità un’eccezione da gestire, continueremo a produrre toppe. Quando invece riconosceremo che la diversità è la condizione naturale di ogni classe, l’inclusione smetterà di essere un intervento speciale e diventerà semplicemente buona didattica. Perché una scuola davvero inclusiva non è quella che sa rattoppare meglio le differenze. È quella che progetta così bene da avere sempre meno bisogno di rattoppi.
*Insegnante di sostegno.
L'articolo Scuola: non cucire differenze, costruire possibilità! proviene da Superando.
«Chiediamo all’Unione Europea di garantire che i diritti delle persone con disabilità siano pienamente recepiti nel prossimo Piano d’Azione dell’Unione sui Diritti Umani e la Democrazia 2027 (EU Action Plan on Human Rights and Democracy)»: l’istanza proviene dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che su tale tema ha presentato una serie di proprie raccomandazioni all’inizio di questo mese, durante le consultazioni della Società Civile presso l’EEAS (European External Action Service) il servizio responsabile per gli Affari Esteri dell’Unione Europea.
Il Piano d’Azione di cui si parla, coincide sostanzialmente con la strategia globale dell’Unione Europea per promuovere e difendere i diritti fondamentali, lo stato di diritto e la democrazia nel mondo. «Ci aspettiamo – sottolineano a tal proposito dall’EDF – che i diritti delle persone con disabilità vengano affrontati attraverso le più ampie prospettive di azione esterna dell’Unione Europea, incluso appunto il Piano d’Azione sui Diritti Umani e la Democrazia e se questo avverrà, ciò dovrà significare impegni concreti, finanziamenti dedicati, una partecipazione significativa delle organizzazioni di persone con disabilità e un solido sistema di monitoraggio e rendicontazione».
«Il Piano d’Azione sui Diritti Umani e la Democrazia post-2027 – aggiungono dal Forum – viene elaborato in un momento in cui la democrazia, lo spazio civico e i diritti umani sono sottoposti a crescenti pressioni in tutto il mondo. A tal proposito va ribadito che l’azione esterna dell’Unione Europea deve rifarsi agli impegni assunti nell’ambito della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, integrando l’inclusione delle stesse persone con disabilità in ogni àmbito del Piano, comprese misure mirate ad affrontare gli ostacoli specifici di questa epoca. Il nuovo Piano, dunque, dovrebbe garantire l’inclusione dei diritti delle persone con disabilità in ogni azione esterna dell’Unione Europea, dagli incontri al vertice sui diritti umani, al sostegno alla democrazia, dall’azione umanitaria alle politiche digitali, fino agli investimenti del Global Gateway, il progetto lanciato dall’Unione nel 2021, con l’obiettivo di sviluppare nuove infrastrutture nei Paesi in cerca di sviluppo».
In piena coerenza con quanto detto, è l’elenco delle istanze espresse dall’EDF su tale questione. Si chiede cioè di:
° garantire una partecipazione significativa degli organi di tutela delle persone con disabilità alla progettazione, all’attuazione e al monitoraggio delle azioni esterne dell’Unione Europea;
° garantire l’accessibilità in tutti i programmi e le iniziative finanziati dall’Unione Europea;
° includere impegni chiari per l’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità;
° fornire finanziamenti certi e accessibili agli organi di tutela delle persone con disabilità, comprese le organizzazioni locali nei Paesi partner;
° introdurre indicatori inclusivi per le persone con disabilità al fine di monitorare i progressi e rafforzare la responsabilità.
Mentre dunque i lavori per arrivare al nuovo Piano d’Azione proseguono, il Forum Europeo sulla Disabilità continuerà a collaborare con i propri membri e partner, per far sì che i diritti delle persone con disabilità rimangano «una priorità chiara e misurabile nell’azione esterna dell’Unione Europea». (S.B.)
L'articolo Diritti umani e democrazia nel mondo: i diritti delle persone con disabilità siano una priorità per l’Unione Europea proviene da Superando.
Il turismo del 2026 si trova davanti a una scelta precisa: continuare a considerare l’accessibilità come un intervento dedicato a pochi oppure riconoscerla come uno dei principali fattori di qualità e competitività delle destinazioni.
I numeri raccontano con chiarezza la direzione del mercato. Secondo UN Tourism, l’Organizzazione Mondiale del Turismo, entro cinque anni una persona su sei avrà più di 60 anni e già oggi milioni di persone viaggiano con esigenze di accessibilità legate non solo alla disabilità, ma anche all’età, a condizioni temporanee o alla presenza di bambini piccoli. A questo si aggiunge un dato spesso sottovalutato: nell’Unione Europea oltre il 70% delle persone con disabilità dispone delle risorse economiche per viaggiare. L’accessibilità, quindi, non identifica una nicchia di mercato, ma descrive una domanda turistica sempre più ampia e trasversale.
Di fronte a questo scenario, le destinazioni più lungimiranti stanno cambiando approccio. Non si limitano ad abbattere le barriere architettoniche, ma progettano un’esperienza di viaggio accessibile lungo tutta la filiera: dall’informazione online alla prenotazione, dai trasporti all’ospitalità, dagli eventi alla fruizione del patrimonio culturale e naturale.
La vera sfida, oggi, è proprio la qualità delle informazioni. Una destinazione può essere accessibile, ma se il visitatore non trova indicazioni chiare e affidabili prima della partenza, difficilmente la sceglierà. Comunicare l’accessibilità significa consentire alle persone di programmare il proprio viaggio in autonomia, riducendo incertezze e imprevisti. È un servizio, prima ancora che uno strumento di promozione.
Anche la tecnologia offre opportunità straordinarie. Intelligenza artificiale, mappe digitali, Wayfinding, QR Code e assistenti virtuali possono migliorare l’esperienza di tutti, a condizione che siano progettati secondo i principi dell’accessibilità universale. L’innovazione, infatti, crea valore solo quando è realmente fruibile.
Per questo il 2026 non può essere l’anno di interventi isolati, ma quello di una nuova visione. L’accessibilità deve entrare stabilmente nella pianificazione delle destinazioni, nelle strategie delle DMO (Destination Management Organization), nelle politiche regionali e nella cultura degli operatori turistici. Non come un obbligo normativo o un progetto speciale, ma come un criterio di qualità dell’offerta. Le destinazioni che sapranno distinguersi saranno quelle capaci di accogliere la più ampia varietà di persone, offrendo esperienze affidabili, informazioni trasparenti e servizi progettati per tutti. Perché una destinazione accessibile non è semplicemente una destinazione più inclusiva: è una destinazione migliore, più competitiva e più sostenibile.
Ed è questa la direzione che, come IsITT (Istituto Italiano per il Turismo per Tutti), continueremo a promuovere insieme a istituzioni, imprese e territori.
*Presidente dell’IsITT (Istituto Italiano per il Turismo per Tutti). Ringraziamo la CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), per avere messo a disposizione il presente contributo di riflessione.
L'articolo Turismo e accessibilità: non un obbligo normativo o un progetto speciale, ma un criterio di qualità dell’offerta proviene da Superando.
Tra intelligenza artificiale, robotica, realtà aumentata, piattaforme digitali e altro, un concorso per scoprire e premiare soluzioni tecnologiche che migliorino l’accessibilità, l’autonomia e la qualità della vita delle persone con disabilità: è Digital4Human. L’innovazione che include, iniziativa promossa dalla Fondazione Mondo Digitale, nell’àmbito del progetto Job Digital Lab, in collaborazione con ING Italia, Ausilioteca Roma e l’Istituto Leonarda Vaccari della Capitale.
Vi possono partecipare, come si legge nel bando, singoli innovatori, team universitari, spin-off, startup, associazioni, enti di Terzo Settore, fondazioni, organizzazioni non governative, consorzi, laboratori e istituti di ricerca. È richiesta inoltre la presenza di almeno un under 35 in un ruolo chiave e i progetti devono essere già in fase prototipale o di sperimentazione.
Al progetto vincitore andrà un premio di 3.000 euro e i 5 team finalisti saranno invitati alla cerimonia di premiazione con giuria di esperti e rappresentanti di ING Italia, nel prossimo mese di settembre.
Fatto non trascurabile, la partecipazione è gratuita e aperta fino al 10 settembre prossimo. (S.B.)
L'articolo Soluzioni tecnologiche per migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità proviene da Superando.
Si svolge in questi giorni a Göteborg, in Svezia, la 51^ edizione della Gothia Cup, il più grande torneo di calcio giovanile al mondo, che accoglie quest’anno oltre 1.900 squadre provenienti da 79 Paesi, con più di 5.100 partite tra gironi eliminatori e finali che saranno disputate il 18 luglio all’Ullevi Stadium della città scandinava. E in tale àmbito vi è anche la 14^ edizione del Gothia Special Olympics Trophy, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive.
L’azienda svedese SKF è sponsor ufficiale della manifestazione e anche SKF Italia è presente al Gothia Special Olympics Trophy con la squadra Accademia Sport di Porte (Torino), aggiudicatasi a fine aprile il torneo SKF Italia Meet the World, di cui ci eravamo occupati anche sulle nostre pagine, dedicato appunto a calciatori con disabilità intellettive, evento organizzato da molti anni, con l’obiettivo di promuovere lo sport e i suoi valori positivi come strumento di integrazione e inclusione sociale.
«Per noi Accademia Sport ha già vinto – dichiara l’amministratore delegato di SKF Italia Sandro Chervatin – perché i suoi componenti si sono dimostrati maturi e responsabili, perfettamente capaci di affrontare e gestire al meglio un’esperienza di alto livello come la partecipazione alla Gothia Cup, che oltre al lato sportivo prevede un viaggio in Svezia e la permanenza lontano dalle famiglie per diversi giorni».
In bocca al lupo, quindi, alla squadra piemontese che rappresenta l’Italia in Svezia. (S.B.)
L'articolo In Svezia alla quattordicesima edizione del “Gothia Special Olympics Trophy” proviene da Superando.
You must be logged into the site to view this content.
In un ampio approfondimento pubblicato in questi giorni, il Centro Studi Giuridici HandyLex ha dato spazio a una vera e propria guida al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027, pubblicato il 12 giugno scorso in Gazzetta Ufficiale, ossia a come esso è strutturato e a come funzionano, in concreto, la programmazione degli interventi e la ripartizione delle risorse.
Si tratta, lo ricordiamo, del documento che programma gli interventi in favore delle persone con disabilità non autosufficienti e che regola la ripartizione del Fondo per le Non Autosufficienze, istituito dall’articolo 1, comma 1264 della Legge 296/06 (Legge Finanziaria per il 2007). Sulla base del Piano Nazionale, ciascuna Regione adotta un proprio Piano Regionale per la Non Autosufficienza, definendo gli interventi da realizzare con le risorse trasferite.
Suggeriamo senz’altro la consultazione dell’approfondimento di HandyLex, disponibile a questo link. (S.B.)
L'articolo Un approfondimento dedicato al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027 proviene da Superando.
Il primo Tavolo Tecnico del progetto Nothing About Us Without Us – Da vulnerati a protagonisti della propria vita, promosso dal MOVICA (Movimento Vita Indipendente Campania), in partenariato con la UILDM di Salerno (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e l’Associazione Amici di Lola, nell’àmbito del Piano Regionale Campania FSE+ 2021-2027, è stato ospitato dalla Provincia di Salerno, rappresentando un momento di confronto istituzionale di grande rilievo, che ha posto al centro un obiettivo condiviso: avviare cioè il percorso per il riconoscimento della figura professionale del consulente alla pari (Peer Counsellor), figura innovativa destinata a rafforzare le politiche di inclusione, autonomia e partecipazione delle persone con disabilità.
Vi hanno partecipato tra gli altri Andrea Morniroli, assessore alle Politiche Sociali della Regione Campania, Giovani Guzzo e Annarita Ferrara, rispettivamente vicepresidente e consigliera delegata alle Politiche Sociali e Sanitarie e alle Pari Opportunità della Provincia di Salerno, oltre ad esponenti dei Piani Sociali di Zona, dell’ASL, dei partner progettuali, delle organizzazioni sindacali, del movimento cooperativo e delle realtà associative impegnate nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, confermando la volontà di costruire un percorso condiviso tra Istituzioni e Società Civile.
Nell’aprire i lavori, Maria Rosaria Duraccio, presidente di DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e del MOVICA, ha ricordato il significato profondo del progetto, affermando che «Nothing About Us Without Us non è soltanto il titolo del nostro progetto, ma è un principio che rivendica il diritto delle persone con disabilità ad essere protagoniste delle decisioni che riguardano la loro vita. In tal senso, il consulente alla pari rappresenta questa rivoluzione culturale: trasformare l’esperienza personale in una competenza al servizio di altre persone e delle istituzioni».
Il progetto, infatti, nasce per promuovere la cultura della vita indipendente, dell’autodeterminazione e della crescita di autoconsapevolezza (empowerment), attraverso la formazione di persone con disabilità che, forti del proprio percorso di crescita, possano accompagnare altri cittadini verso la costruzione del proprio progetto di vita. Un modello già sperimentato con successo in diversi contesti europei e che oggi punta ad ottenere anche in Campania il riconoscimento istituzionale della relativa figura professionale.
Duraccio ha sottolineato quindi che il punto di forza del progetto sta nella scelta dei partner collaboratori, ossia ENIL Italia (European Network on Independent Living) e DPI Italia, oltreché del sostegno della CISL di Napoli.
Tra gli interventi più autorevoli, vi è stato quello di Giampiero Griffo, membro del Consiglio Mondiale di DPI e tra i maggiori esperti di politiche sulla disabilità a livello internazionale, che ha ricondotto il tema del Peer Counselling al quadro della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ricordando come il sostegno tra pari sia espressamente richiamato dall’articolo 26 della Convenzione stessa (Abilitazione e riabilitazione) quale strumento fondamentale di abilitazione, riabilitazione ed empowerment delle persone con disabilità.
Griffo ha evidenziato inoltre che la vera innovazione consiste nel superare definitivamente una visione della disabilità fondata sui bisogni e sull’assistenza, per affermare un modello basato sul riconoscimento dei diritti umani, della partecipazione e dell’autodeterminazione. «Le persone con disabilità – ha affermato – non sono fragili per natura: sono state rese fragili e vulnerate da una società che per secoli ha costruito barriere, discriminazioni e pregiudizi. Il compito delle Istituzioni è rimuovere questi ostacoli, non sostituirsi alle persone nelle scelte che riguardano la loro vita. In tal senso, il consulente alla pari rappresenta uno degli strumenti più efficaci per produrre empowerment, perché consente alle persone con disabilità di rafforzare le proprie capacità, acquisire maggiore consapevolezza dei propri diritti e diventare protagoniste dei processi decisionali che le riguardano. Si tratta per altro di una pratica consolidata a livello internazionale, nata all’interno del movimento per la Vita Indipendente e oggi diffusa in numerosi Paesi attraverso i Centri per la Vita Indipendente».
In conclusione, Griffo ha rivolto un appello alla Regione Campania affinché il percorso avviato con il progetto Nothing About Us Without Us possa tradursi in un risultato concreto, ossia il riconoscimento della figura del consulente alla pari all’interno del sistema regionale del welfare, accompagnato da politiche orientate ai progetti di vita personalizzati e partecipati, alla formazione degli operatori e alla piena attuazione della riforma della disabilità.
Anche il sociologo Daniele Romano ha sottolineato come il riconoscimento del consulente alla pari rappresenti un tassello fondamentale per l’attuazione concreta della Convenzione ONU, ricordandoi che «il Peer Counselling non costituisce semplicemente un nuovo servizio, ma uno strumento capace di modificare il rapporto tra Istituzioni e Cittadini, ponendo la persona con disabilità al centro dei processi decisionali e della progettazione personalizzata».
«La partecipazione diretta delle persone con disabilità – ha dichiarato quindi – non è un valore aggiunto, ma un diritto e il consulente alla pari può contribuire a rendere realmente partecipati i Progetti di Vita e a trasformare il sistema dei servizi da modello assistenziale a modello fondato sull’autodeterminazione».
«Per poter promuovere i diritti e farli rispettare – ha concluso Romano – c’è bisogno di competenze conoscenze e capacità professionali ed esperienze come quella avviata dal MOVICA possono rappresentare un riferimento anche per altre Regioni italiane, contribuendo a diffondere una cultura della vita indipendente basata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sul pieno esercizio dei diritti di cittadinanza».
Particolarmente significativo è stato l’intervento dell’assessore Andrea Morniroli, che ha riconosciuto il valore strategico dell’iniziativa per l’intero sistema regionale dei servizi. «Da Salerno e dalla sua Provincia – ha dichiarato – parte un percorso che può diventare un modello per tutta la Campania. Il riconoscimento della figura del consulente alla pari rappresenta una buona pratica capace di fare da apripista a un nuovo modo di intendere le politiche sociali. Si parla infatti di una figura capace di mettere la propria esperienza di vita al servizio di altre persone con disabilità, offrendo orientamento, ascolto e sostegno nella costruzione di percorsi di autonomia».
«Le persone con disabilità – ha affermato ancora – sono esperte della propria vita. Dobbiamo pertanto superare definitivamente una logica fondata esclusivamente sull’assistenza per costruire un welfare di partecipazione, di prossimità e di inclusione. Figure come il consulente alla pari introducono una nuova idea di welfare, nella quale le persone non sono destinatarie passive dei servizi, ma protagoniste competenti dei processi di cambiamento».
«Il riconoscimento di questa figura – ha concluso Morniroli – può contribuire a rafforzare la qualità della progettazione personalizzata, valorizzando il contributo diretto delle persone con disabilità nella definizione delle politiche pubbliche e pertanto ci impegneremo a dare il nostro contributo al percorso intrapreso».
Nel dettaglio, il progetto Nothing About Us Without Us prevede un articolato percorso formativo di 500 ore, rivolto a 14 persone con disabilità, con formazione a distanza, attività in presenza, laboratori esperienziali e stage presso Enti del Terzo Settore e servizi pubblici. Al termine di tale percorso i partecipanti conseguiranno un attestato di consulente alla pari, che costituirà la base del lavoro istituzionale finalizzato al riconoscimento della qualifica professionale.
Il primo Tavolo Tecnico di Salerno rappresenta soltanto l’inizio di un percorso più ampio che prevede ulteriori momenti di confronto tra la Regione Campania, gli Enti Locali, il sistema dei servizi e il Terzo Settore, allo scopo di definire competenze, àmbiti operativi e profilo professionale del consulente alla pari, permettendo a tale figura di trovare piena collocazione all’interno del sistema regionale delle politiche sociali. (S.B.)
L'articolo La figura professionale del consulente alla pari, ovvero Le persone con disabilità sono esperte della propria vita proviene da Superando.
You must be logged into the site to view this content.
You must be logged into the site to view this content.
You must be logged into the site to view this content.
«Muoversi tra Comuni diversi dovrebbe essere un processo semplice e uniforme per le persone con disabilità e tuttavia, la realtà descritta dall’analisi e dalle segnalazioni da noi raccolte evidenzia ancora una forte frammentazione dei servizi e delle procedure»: lo dicono da In&Valid, startup che punta a creare un nuovo sistema di servizi per le persone con disabilità e i loro caregiver, che avevamo presentato anche sulle nostre pagine con un’ampia intervista dello scorso anno al fondatore di essa Daniele Pace.
«Il nodo centrale – aggiungono da In&Valid – è la Piattaforma Nazionale CUDE (Contrassegno Unificato Disabili Europeo), introdotta, com’è noto, per consentire l’accesso automatizzato alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo era appunto quello di eliminare le comunicazioni preventive tra Comuni e garantire la riconoscibilità immediata delle targhe associate ai contrassegni, ma l’efficacia del sistema dipende dall’adesione volontaria delle amministrazioni locali e secondo i dati disponibili della documentazione ANCI (Associaziona Nazionale Comuni Italiani) e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel 2024 risultavano attivi sulla piattaforma 554 Comuni, pari a circa l’8% del totale nazionale e tra questi solamente 369 avevano effettivamente abilitato i cittadini al servizio, mentre le targhe CUDE registrate superano quota 23.000. Numeri che evidenziano come l’adozione dello strumento resti ancora limitata e disomogenea sul territorio».
Quanto sottolineato da In&Valid, significa sostanzialmente che solo una parte minoritaria dei cittadini e delle cittadine può beneficiare della piena interoperabilità del sistema. Chi si sposta infatti tra Comuni che hanno attivato il sistema non deve effettuare comunicazioni preventive per l’accesso alle ZTL, mentre in tutti gli altri casi restano in vigore le procedure tradizionali, con obbligo di segnalazione del transito e conseguente esposizione al rischio di sanzioni in caso di errori o mancati adempimenti.
«Il problema – afferma Helena Pozzi, project manager di In&Valid – non è la singola ZTL, ma il fatto che ogni Comune continui a operare con regole e piattaforme diverse. Questo costringe le persone con disabilità a dover verificare ogni volta le modalità di accesso, trasformando un diritto alla mobilità in un percorso amministrativo incerto».
Anche la più recente documentazione parlamentare, per altro, conferma come la natura facoltativa dell’adesione dei Comuni renda la piattaforma, nei fatti, ancora inefficace al di fuori dei territori aderenti, mantenendo la necessità di comunicazioni preventive e quindi il rischio di sanzioni improprie.
«La nostra ricerca – dicono ancora da In&Valid – evidenzia che la questione della mobilità rappresenta solo una parte di un problema più ampio ovvero la frammentazione strutturale dei servizi dedicati alle persone con disabilità, caratterizzata da piattaforme non integrate, procedure non uniformi e informazioni disperse tra enti diversi. In tal senso, va detto che un’eccezione significativa è rappresentata dal progetto ZTL Network della Regione Veneto, che ha introdotto un sistema di interscambio dati tra Comuni, consentendo il riconoscimento automatico delle autorizzazioni senza ulteriori comunicazioni da parte dei cittadini, proprio nella direzione di una maggiore interoperabilità amministrativa».
«Il CUDE – conferma e conclude Helena Pozzi – è solo uno dei sintomi di un problema più profondo, ovvero che nel nostro Paese la disabilità continua a essere gestita attraverso sistemi che non dialogano tra loro. Il punto centrale non è tecnologico, ma sistemico. La nostra missione è fare ordine, affinché la semplificazione amministrativa non dipenda dal Comune in cui ci si trova, ma diventi un diritto uniforme su tutto il territorio nazionale». (S.B.)
L'articolo La disabilità e le amministrazioni che non dialogano tra loro: il caso esemplare della Piattaforma CUDE proviene da Superando.