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“For All – Roma una città fruibile per tutti”: l’accessibilità come pilastro fondamentale della dignità umana

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Cuore pulsante del progeto “For All – Roma una città fruibile per tutti”, che ha vissuto il proprio evento conclusivo e che ha avuto quale capofila la Federazione FISH, è stato la creazione di otto percorsi della Capitale completamente accessibili, con un approccio che è andato oltre l’abbattimento delle barriere architettoniche, puntando a eliminare anche gli ostacoli senso-percettivi e comunicativi e rendendo la narrazione della città fruibile e inclusiva

Trasformare la Capitale in un modello di accoglienza, dove l’accessibilità non sia un mero adeguamento tecnico, ma un pilastro fondamentale della dignità umana: è stato questo l’obiettivo di For All – Roma una città fruibile per tutti, progetto realizzato con il contributo del Fondo Carta Etica di UniCredit, che ha avuto quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in partenariato con l’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), Pedius, La Rosa Blu (Consorzio degli Enti aderenti alla rete associativa dell’ANFFAS Nazionale) e MAV Servizi e Formazione.

Conclusasi ufficialmente, come avevamo segnalato sulle nostre pagine, l’iniziativa, lanciata nel mese di aprile dello scorso anno, ha assunto una valenza strategica nell’ambito del Giubileo 2025, cercando di accogliere milioni di pellegrini e visitatori, in modo tale da garantire a chiunque, indipendentemente dalla condizione fisica o sensoriale, il diritto di muoversi in autonomia, sicurezza e libertà.
Cuore pulsante dell’intervento è stato la creazione di otto percorsi completamente accessibili (disponibili a questo link), che grazie a un’attenta mappatura e all’analisi dei flussi, hanno portato a collegare le Stazioni Termini e Tiburtina e gli Aeroporti di Fiumicino e Ciampino con i siti di maggiore interesse storico e spirituale, dal Colosseo al Foro Romano, fino alle quattro Basiliche Papali. Il tutto con un approccio che è andato oltre l’abbattimento delle barriere architettoniche, puntando a eliminare anche gli ostacoli senso-percettivi e comunicativi e rendendo la narrazione della città fruibile e inclusiva.

«Il concetto di “città moderna” – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH  – è intrinsecamente legato a quello di accessibilità universale. In quest’ottica, abbattere le barriere architettoniche, percettive e sensoriali nei luoghi che sono il simbolo di Roma diventa una priorità etica e sociale. L’obiettivo è garantire che la partecipazione alla vita culturale e spirituale della Capitale sia un’esperienza condivisa da tutti. Tale impegno, infatti, è nato dalla convinzione che la dignità della persona e il suo diritto alla socialità non debbano mai essere subordinati a limiti fisici, rendendo la città un patrimonio comune davvero aperto e accogliente». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Le persone in situazione di fragilità devono essere soggetti attivi, capaci di incidere e di contribuire

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«C’è un tema ampio – scrivono da Tempo Relativo, prendendo spunto da una vicenda recentemente vissuta – riguardante il modo in cui la società si avvicina alla fragilità. Se infatti è positiva la crescita di attenzione per l’inclusione, questo rischia però di fermarsi alla superficie e talvolta esiste anche una forma sottile di utilizzo simbolico della fragilità. Noi invece crediamo ad esperienze in cui le persone in situazione di fragilità non siano comparse, ma soggetti attivi, capaci di incidere e di contribuire»

C’è un modo di fare educazione che non passa dalle aule, ma dai viaggi, dalle storie e dalle responsabilità reali. È quello scelto dalla nostra Associazione [Tempo Relativo, N.d.R.], realtà del territorio bergamasco e bresciano, che da anni lavora con giovani adulti con fragilità cognitive e relazionali, affiancandoli in percorsi che mescolano crescita personale, creatività e vita concreta.
Da questa esperienza è nato Hp VIP Movie Life, un gruppo che ha fatto del racconto e dell’incontro, documentando le esperienze tramite video interviste, uno strumento per stare nel mondo [se ne legga ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Non si tratta di attività “protette” o simulate. Al contrario, l’obiettivo dichiarato è portare i partecipanti fuori dai contesti chiusi, dentro situazioni vere, dove l’imprevisto, la responsabilità e la relazione con gli altri diventano parte del percorso educativo.
Negli ultimi anni il gruppo ha attraversato città, incontrato persone, realizzato contenuti che parlano di gentilezza, crescita, viaggio. Ed è in questo contesto che si inserisce una proposta arrivata nei mesi scorsi alla nostra Associazione: una coppia di sposi ci aveva contattato per coinvolgere il gruppo nell’organizzazione del proprio matrimonio, previsto per l’estate prossima. Non un intervento simbolico, ma un contributo concreto: supporto al catering nel servizio ai tavoli, partecipazione all’intrattenimento, realizzazione delle bomboniere.
Per il gruppo Hp VIP Movie Life, occasioni di questo tipo non sono semplici collaborazioni. Sono passaggi significativi, perché permettono ai ragazzi/e di misurarsi con compiti reali, di assumere un ruolo riconosciuto, di entrare in relazione con contesti che, altrimenti, resterebbero distanti. Significa prepararsi, immaginarsi, costruire aspettative. E come sempre accade, il percorso non coinvolge solo gli educatori, ma coinvolge anche le famiglie, i ragazzi e le ragazze stessi/e, che iniziano a pensarsi dentro quell’esperienza. Si lavora sui dettagli, sulle competenze, sulla gestione delle emozioni. Si crea, lentamente, una forma di fiducia.

Poi, a ridosso dell’evento, arriva la disdetta. Una comunicazione breve, motivata da ragioni esterne alla nostra Associazione, ragioni forse importanti ma che non riguardano i ragazzi/e.
Nulla di insolito, se si guarda alla dinamica organizzativa di un matrimonio. Gli imprevisti esistono, i programmi cambiano. Eppure, in contesti come questo, il punto non è soltanto la decisione finale, ma il modo in cui viene presa e comunicata. Perché quando si coinvolgono persone in situazione di fragilità, ciò che si attiva non è un semplice servizio, ma un processo. Un investimento emotivo, oltre che organizzativo. Non è stata dunque la disdetta in sé a creare difficoltà, ma la leggerezza e la superficialità con cui si è entrati e usciti da questa relazione. Crediamo infatti che una telefonata non possa bastare a chiudere un accordo e ancor meno a sciogliere ciò che, nel frattempo, si era costruito con fatica, tante energie e aspettative.

Ma c’è un tema assai più ampio, rispetto allo stesso fatto specifico di cui abbiamo parlato, che riguarda il modo in cui la società si avvicina alla fragilità.
Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso l’inclusione, spesso raccontata attraverso progetti, iniziative, collaborazioni. Un segnale positivo, che però rischia di fermarsi alla superficie quando non è accompagnato da una reale assunzione di responsabilità. Esiste, talvolta, una forma sottile di utilizzo simbolico della fragilità: la si coinvolge per arricchire un’esperienza, per dare ad essa un valore aggiunto, per raccontare una storia più significativa. Ma quando quella presenza smette di essere funzionale, diventa più facile fare un passo indietro, senza considerare pienamente le conseguenze.
Relazionarsi con la fragilità, infatti, non è una scelta leggera, non può essere è un gesto da fare per “arricchire” un evento. Richiede tempo, consapevolezza, continuità. E il rischio è quello di trasformare valori autentici – inclusione, gentilezza, partecipazione – in elementi decorativi, buoni per il racconto ma fragili nella pratica. Cosicché in questo scarto, spesso impercettibile, si possono produrre le delusioni più profonde.

Hp VIP Movie Life è un progetto che si muove in una direzione opposta: costruire esperienze in cui le persone in situazione di fragilità non siano comparse, ma soggetti attivi, capaci di incidere, di contribuire, di assumere responsabilità reali. È una strada più complessa, che richiede tempo e che espone anche a momenti di difficoltà. La disdetta della collaborazione a quel matrimonio è uno di questi, non il più grave ma di sicuro tra i più significativi perché mette in evidenza, come detto, una questione che va oltre il singolo episodio: il modo in cui si entra in relazione con l’altro, soprattutto quando quell’altro porta con sé una fragilità.
In fondo, la domanda che resta dentro è semplice. Quando si aprono queste collaborazioni, si è disposti ad assumersi davvero il peso della relazione? Oppure si tratta di esperienze a tempo, reversibili, che si possono interrompere senza conseguenze? Non sempre la risposta è esplicita. Ma è nelle modalità, più che nelle intenzioni, che si misura la qualità di un incontro. E talvolta basta una telefonata a fare emergere la verità, la distanza e la freddezza.

*A questo link vi è il sito dell’Associazione di Promozione Sociale Tempo Relativo.

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Giornata Mondiale delle Malattie Rare: guardare oltre le condizioni di salute

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«Il messaggio scelto quest’anno per l’evento – dicono dall’ANFFAS alla vigilia della Giornata delle Malattie Rare di domani, 28 febbraio – ossia “Più di quanto si possa immaginare”, non è solo un motto, ma un invito a guardare oltre le condizioni di salute. La vita delle persone con malattie rare, infatti, è ricca di esperienze, aspirazioni e diritti da esercitare. E in tal senso il Progetto di Vita è uno strumento cruciale, poiché promuove non solo interventi sanitari, ma anche l’inclusione sociale e la partecipazione attiva»

«Ogni anno questo evento ci ricorda l’importanza di una battaglia che non può essere combattuta solo un giorno, ma deve protrarsi ogni singolo giorno dell’anno»: lo dicono dall’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) in una nota diffusa alla vigilia della Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) di domani, 28 febbraio, appuntamento annuale centrato questa volta sullo slogan More than you can imagine (“Più di quanto si possa immaginare”), dedicato appunto a incrementare la consapevolezza su oltre 300 milioni di persone nel mondo che convivono con una malattia rara. «Ma questi non sono solo dati statistici – aggiungono dall’ANFFAS -: dietro ogni numero, infatti, c’è una persona, una vita influenzata dalle sfide delle malattie rare, spesso accompagnate da disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il loro impatto sulla Qualità della Vita è enorme e merita una risposta pronta e adeguata. Dal canto nostro, ribadiamo l’impegno a garantire che nessuno venga lasciato indietro e per questo è fondamentale assicurare l’accesso a cure appropriate, tempestive e continuative, così come la tutela dei diritti alla salute. Mettere al centro la persona significa infatti ascoltare le sue esigenze e rispettare i suoi desideri».

A proposito poi del messaggio scelto quest’anno a livello internazionale, che è, come detto, “Più di quanto si possa immaginare”, «esso – viene sottolineato dall’ANFFAS – non è solo un motto, ma è un invito a guardare oltre le condizioni di salute. La vita delle persone con malattie rare, infatti, è ricca di esperienze, aspirazioni e diritti da esercitare. E in tal senso il Progetto di Vita è uno strumento cruciale, poiché promuove non solo interventi sanitari, ma anche l’inclusione sociale e la partecipazione attiva».

«La collaborazione pluriennale con la Fondazione Telethon – proseguono dall’Associazione – dimostra il nostro impegno. Le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo sono parte integrante del nostro Gruppo di Lavoro, e i giovani, attraverso iniziative come Raising Youth Voices, hanno un ruolo fondamentale nel determinare il futuro delle politiche e del supporto per le malattie rare. In conclusione, quindi, il nostro appello è chiaro: il diritto alle cure è un diritto umano e deve essere garantito a tutti e tutte, 365 giorni all’anno. Uniamo le forze per elevare le voci delle persone con malattie rare e per costruire un domani migliore, in cui ogni persona possa vedere realizzati i propri desideri, aspettative e preferenze». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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La rappresentazione della disabilità e il messaggio trasmesso al Festival di Sanremo

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«A proposito della rappresentazione al Festival di Sanremo che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio “Io sono come te” – scrive Fortunato Nicoletti, rivolgendosoi alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival stesso -, se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, si sarebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità»

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la seguente lettera aperta rivolta alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, con l’augurio di poter ricevere (e pubblicare) altre riflessioni e opinioni sia sulla questione specifica, sia in generale sull’importante tema della rappresentazione della disabilità e della comunicazione sulla stessa.

Alla Direzione RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, scriviamo in merito alla rappresentazione andata in onda durante la seconda serata del Festival di Sanremo, che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio Io sono come te.
La nostra non è una critica rivolta alle persone presenti sul palco, alle quali va pieno rispetto. È una riflessione sul messaggio culturale trasmesso e sulla responsabilità che il servizio pubblico assume quando affronta temi così rilevanti.
Lo slogan Io sono come te appare, a prima vista, inclusivo. Tuttavia, contiene una semplificazione problematica. Nessuno è “come” qualcun altro: le differenze sono parte costitutiva dell’esperienza umana. L’uguaglianza non significa omologazione, ma pari dignità e pari diritti pur nella diversità. Ridurre il discorso alla rassicurazione dell’uguaglianza rischia di oscurare la realtà concreta delle disparità.
In àmbito culturale esiste un termine preciso per descrivere alcune modalità di rappresentazione della disabilità: abilismo. L’abilismo non è soltanto discriminazione esplicita, ma anche quell’insieme di narrazioni che, pur animate da buone intenzioni, mettono al centro lo sguardo e il bisogno emotivo della maggioranza anziché l’esperienza reale delle persone con disabilità.
Un concetto collegato è quello di Inspiration Porn, ossia l’utilizzo della disabilità come strumento motivazionale o simbolico per suscitare emozione, commozione o senso di gratitudine nel pubblico. Quando la presenza di persone con disabilità viene caricata di un valore simbolico che supera la loro individualità, si rischia di trasformare l’inclusione in spettacolarizzazione.
Il punto centrale è questo: la partecipazione a un palco prestigioso, per quanto significativa, non colma il divario di opportunità che molte persone con disabilità continuano a vivere quotidianamente. Le difficoltà di accesso all’istruzione, le barriere nel mondo del lavoro, la carenza di servizi adeguati, le barriere architettoniche e culturali non vengono superate attraverso una presenza simbolica né attraverso uno slogan rassicurante.
Se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, il Festival avrebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità.
Il servizio pubblico non ha solo la funzione di intrattenere, ma anche quella di contribuire alla maturazione culturale del Paese. Per questo la qualità del messaggio conta quanto la sua visibilità. Un palco può accendere un riflettore, ma se quel riflettore non illumina le cause delle disuguaglianze rischia di trasformarsi in un gesto simbolico che rassicura senza incidere.
Ciò che delude non è l’intenzione inclusiva, ma l’occasione mancata. In un contesto seguito da milioni di persone, si sarebbe potuto proporre un messaggio più aderente alla realtà, più rispettoso della complessità e più capace di stimolare consapevolezza collettiva.
Perché il vero cambiamento non nasce dall’emozione momentanea, ma dalla capacità di riconoscere e affrontare ciò che ancora limita non la parità omologazionale ma l’effettiva equità.
Con questa lettera auspichiamo pertanto che in futuro la rappresentazione della disabilità possa evolvere verso una narrazione meno simbolica e abilista e più trasformativa, capace cioè di andare oltre lo slogan e di contribuire realmente a una cultura delle pari opportunità e di quello che a cui noi pensiamo sia necessario: il mondo di tutti e per tutti!
Con rispetto.

*Vicepresidente di Nessuno è Escluso ODV.

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Roberto Frullini. Una vita controvento

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Verrà presentato domani, 28 febbraio, in corrispondenza con la Giornata Mondiale delle Malattie Rare, il libro “Roberto Frullini. Una vita controvento”, curato dalla giornalista Elisa Longo, e dedicato a una figura ancora molto rimpianta, che ha segnato in modo profondo la storia dell’associazionismo e della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari nelle Marche e a livello nazionale

«Cosa significa, Roberto, alla luce della tua esperienza di vita, il termine “inclusione” per le persone con disabilità? In due frasi: “Non dover chiedere per favore, se è un diritto” e “Niente su di Noi, senza di Noi”»: basterebbero queste poche parole, che avevamo ricordato nel dicembre del 2022, al momento della sua scomparsa, per raccontare Roberto Frullini e la sua tempra di combattente per i diritti di tutte le persone con disabilità e delle loro famiglie. Una risposta asciutta ed essenziale, come lui stesso era, data a conclusione di una lunga intervista rilasciata a Gloria Gagliardini del Gruppo Solidarietà, compresa anche nel libro Raccontiamo noi l’inclusione. Storie di disabilità.
«Sono nato a Rho, in provincia di Milano – aveva detto in quella stessa intervista -, e dal 1966 al 1993 ho abitato là. Avevo 27 anni quando ci siamo trasferiti a Falconara (Ancona), dopo che i miei genitori sono andati in pensione. Sono figlio unico, ho 50 anni e dal marzo del 2015 abito da solo. Ho una distrofia muscolare che si è manifestata nei primi anni di vita. Ho smesso di camminare all’età di 9 anni e da lì ho iniziato a stare in carrozzina»: era proprio il suo stile, quello di una persona che puntava direttamente ai “fatti”, senza troppe parole in più di quelle necessarie.

Oltreché per chi scrive – che aveva avuto la fortuna di conoscere Roberto molto tempo prima, apprezzandone il costante impegno sociale, ma anche la grande ironia e autoironia che lo caratterizzava – la sua scomparsa ha costituito una grande perdita per molte persone ed è con grande piacere che abbiamo accolto nei mesi scorsi la notizia della preparazione di un libro a lui dedicato, operazione doverosa per non dimenticare mai chi, come Roberto, ha lasciato eredità realmente importanti.
Quel libro ora esiste, si chiama Roberto Frullini. Una vita controvento, lo ha curato la giornalista Elisa Longo, ed è tutto dedicato, come si legge nella presentazione, «a una figura che ha segnato in modo profondo la storia dell’associazionismo e della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari nelle Marche e a livello nazionale. Un promotore instancabile di alleanze tra associazioni, cooperative, istituzioni e sanità pubblica, che ha contribuito in modo determinante alla nascita del Centro Clinico NeMO di Ancona (NeuroMuscular Omnicentre), oggi intitolato alla sua memoria, una figura “ponte”, capace di tenere insieme fragilità e responsabilità, diritti e competenze, visione e concretezza». E a proposito del Centro NeMO, non è certo un caso che a volere con forza il libro sia stato tra gli altri Alberto Fontana, segretario dei Centri Clinici NeMO presenti nel nostro Paese, «con il sostegno di varie Associazioni – come è stato scritto – per restituire il ritratto di Roberto Frullini attraverso le voci di chi ne ha condiviso il cammino umano, civile e istituzionale».

Particolarmente apprezzabile, dunque, riteniamo la volontà di far coincidere la presentazione del libro con la Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) di domani, 28 febbraio. Avverrà al Centro Pergoli di Falconara Marittima (Piazza Mazzini, 2, ore 11), con un’iniziativa organizzata dalla UILDM di Ancona (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), patrocinata dal Centro Clinico NeMO di Ancona, dalla Fondazione Paladini, dalle Associazioni Famiglie SMA e AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), da Confcooperative Federsolidarietà, dalla Cooperativa Grafica & Infoservice e dalla Direzione Nazionale UILDM.
«La scelta del 28 febbraio, Giornata delle Malattie Rare – spiegano i promotori, non è simbolica ma sostanziale: le malattie rare, infatti, chiedono continuità di cura, integrazione dei servizi e alleanze stabili tra soggetti diversi. Ed è esattamente su questi assi che Roberto Frullini ha lavorato per tutta la vita. La presentazione del libro si configura pertanto come un momento pubblico non commemorativo, ma orientato a interrogare il presente e il futuro della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari e rare, nel segno della corresponsabilità e della costruzione di comunità».

All’incontro (a partecipazione libera e aperto a tutta la cittadinanza) interverranno, oltre alla curatrice del libro Elisa Longo, Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà; Alberto Fontana; Mauro Uliassi, chef; Simone Giangiacomi, presidente della UILDM di Ancona; Marika Bartolucci di Famiglie SMA; Sonia Brunetti della Fondazione Paladini; Marisa Trobbiani dell’AISLA; Annalisa Ceccacci della Cooperativa Grafica & Infoservice. (Stefano Borgato)

Per ulteriori informazioni: uildman@uildmancona.it. A questo link sono disponibili una serie di messaggi lasciati da persone che hanno conosciuto Roberto e interagito con lui.

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Arriva a Lucca la mostra accessibile di Alfredo Catarsini di cui Superando è media partner

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Dal 28 febbraio al 30 aprile lo storico Palazzo Guinigi di Lucca ospiterà “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, sesta tappa (dopo Gardone Riviera, Firenze, Viareggio, Pisa e Montecatini Terme) della mostra itinerante a cura della Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto espositivo che vede come media partner la nostra testata Superando

Dal 28 febbraio al 30 aprile sarà lo storico Palazzo Guinigi di Lucca ad ospitare la nuova tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Nella prestigiosa sede lucchese, dunque, per ben due mesi i visitatori potranno ammirare 60 opere di Alfredo Catarsini, 20 delle quali mai esposte prima. Ad esse se ne unirà un altro nucleo di 50 circa, sempre di Catarsini, disseminate in 12 diverse sedi delle 9 tappe costituenti Il Cammino I luoghi di Catarsini, percorso che dal 2023 unisce Lucchesia e Versilia all’insegna dell’arte, della natura, della storia, dell’enogastronomia, il tutto con l’intento di formare un’unica, grande mostra diffusa.

L’inaugurazione, come detto, è in programma per la mattinata del 28 febbraio (ore 11), con i saluti introduttivi di Angela Mia Pisano, assessora alla Cultura del Comune di Lucca, e della citata Elena Martinelli, presidente della Fondazione Catarsini, seguiti dagli interventi del curatore della mostra Rodolfo Bona, di Luisa Berretti e Adolfo Lippi, rispettivamente funzionaria del Ministero della Cultura e scrittore, entrambi membri del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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Dalla grafica tattile alla stampa 3D: nuove strade per l’autonomia delle persone cieche

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La trasformazione delle informazioni visive in strutture percepibili al tatto, grazie a “Biblos”, software di videoscrittura accessibile per persone con disabilità visive, porta a un cambiamento non solo tecnologico, ma anche e soprattutto culturale, dimostrando che le tecnologie accessibili non sono più soltanto strumenti compensativi, ma piattaforme che permettono produzione e progettazione creativa diretta. A spiegarlo è lo stesso autore e sviluppatore di “Biblos”, Giuseppe Di Grande Grafica tattile, assi cartesiani e parabola 2D (2) (immagine realizzata da Giuseppe Di Grande)

Oggi tutti abbiamo la capacità di immaginare una piccola officina personale sulla scrivania di una persona cieca, ma non è stato sempre così, perché per molti anni l’accesso alle informazioni visive per le persone cieche è dipeso da processi complessi, costosi e spesso mediati da terzi.
La produzione di materiali tattili – testi in Braille, disegni in rilievo, modelli didattici – richiedeva strumenti specializzati e inaccessibili, oltre che competenze tecniche non sempre disponibili in contesti scolastici o domestici. Negli ultimi due decenni, tuttavia, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha iniziato a ridurre queste distanze.
In questo scenario, chi scrive ha creato Biblos, software che sviluppo sin dal 2004 per rendere accessibili scrittura, Braille e grafica tattile in un unico ambiente accessibile, che oggi consente anche di modellare e stampare oggetti 3D autonomamente. Infatti, con l’introduzione del 3D in Biblos si apre un nuovo paradigma: non è solo questione di strumenti, ora chi non vede può diventare autore dei propri contenuti tangibili.

In Biblos, dunque, ho sviluppato un sistema che traduce le immagini in oggetti tridimensionali pronti per la stampa. A differenza dei comuni software di progettazione CAD, basati su interfacce esclusivamente visive e mouse-centriche, l’ambiente di Biblos è progettato per essere pienamente accessibile anche tramite screen reader e tastiera.
Il principio, che proviene dalla mia esperienza di oltre quarant’anni, è “semplice”: le variazioni di luminosità diventano volumi fisici, generando un solido pronto per la stampa o da inserire in composizioni più complesse. L’utente non deve “disegnare” nel senso tradizionale, ma operare attraverso il già conosciuto ambiente di grafica tattile, programmando vettori bidimensionali che il software trasforma in coordinate tridimensionali. Ciò consente di passare da rappresentazioni tattili su carta – soggette a usura e limitate nello spessore – a oggetti solidi, più durevoli e ricchi di informazioni spaziali.
Questo approccio permette, ad esempio, di ottenere modelli di forme geometriche, mappe semplificate, diagrammi scientifici o elementi iconografici partendo da file grafici comuni. L’utente può definire parametri come dimensioni, spessore del basamento e smussatura dei bordi, adattando il risultato alle proprie esigenze di esplorazione tattile.

Un elemento rilevante riguarda la diffusione delle stampanti 3D a basso costo. Negli ultimi anni il mercato ha reso disponibili dispositivi con prezzi comparabili a quelli di elettronica di consumo comune, rendendo possibile l’accesso alla produzione tridimensionale anche in àmbito scolastico, familiare o associativo. Oggi una stampante 3D costa spesso meno di uno smartphone e circa un decimo rispetto alle tradizionali stampanti Braille. Questo significa poter produrre autonomamente materiali tattili, passando da servizio da richiedere a possibilità di produzione autogestita. Conosco già scuole e istituti che utilizzano Biblos e che esplorano queste nuove possibilità.
Combinando software accessibile e stampanti 3D economiche, nascono opportunità che fino a ieri erano impensabili: insegnanti che producono materiali didattici personalizzati, famiglie che realizzano oggetti utili nella vita quotidiana, studenti/studentesse che possono esplorare concetti complessi attraverso modelli fisici costruiti creativamente.
Le potenzialità, inoltre, non si limitano all’ambito tecnico. In àmbito educativo, la possibilità di generare rapidamente modelli tridimensionali consente di affrontare varie discipline: dalla geometria alla scienza, dall’arte all’architettura. D’altronde, oggi in Italia abbiamo già l’esperienza di musei che propongono ai fruitori questi modelli tridimensionali, permettendo una comprensione tattile immediata.
Nella vita quotidiana, poi, la produzione indipendente di piccoli oggetti accessibili – etichette tattili, segnalatori, componenti personalizzati – contribuisce all’autonomia personale. E anche elementi ludici o creativi, come giochi, simboli o decorazioni, diventano più facilmente realizzabili.

Esportazione oggetto 3D della parabola (3) (immagine realizzata da Giuseppe Di Grande)

Quarant’anni di sperimentazione, come ho detto, prima come vedente, poi come persona non vedente, hanno portato a questa innovazione. Lo sviluppo della grafica tattile che ho introdotto poco più di quindici anni fa ha costituito una base tecnica e concettuale importante: la trasformazione delle informazioni visive in strutture percepibili al tatto. Oggi, l’integrazione con la modellazione tridimensionale rappresenta una naturale estensione di questo percorso. E il cambiamento più profondo non è tecnologico, ma culturale. Le tecnologie accessibili, infatti, non sono più soltanto strumenti compensativi, ma piattaforme che permettono produzione e progettazione creativa diretta. Quando una persona cieca può ideare un oggetto, modellarlo e stamparlo in totale autonomia, si modifica il rapporto stesso con la tecnologia e con l’ambiente circostante.
Il contributo principale consiste nell’avere portato la modellazione tridimensionale direttamente nelle mani degli utenti ciechi. L’approccio che ho sviluppato con Biblos non si limita a introdurre una nuova funzione, ma ridefinisce il concetto stesso di partecipazione sociale.
L’idea di trasformare una postazione informatica in una piccola officina personale — capace di produrre oggetti utili o contenuti didattici su richiesta — non appartiene più alla sperimentazione, ma a una realtà già disponibile. Biblos è uno strumento che permette a chi non vede di progettare, modellare e produrre oggetti tattili e 3D senza intermediari, e ne sono veramente entusiasta.

Il mio lavoro, in conclusione, dimostra che l’innovazione può nascere anche dall’esperienza diretta della disabilità e trasformarsi in una opportunità per tutti e tutte. Biblos ridefinisce l’accessibilità rimodellandola in vera indipendenza progettuale, a ulteriore testimonianza che una persona con disabilità può ridurre le distanze tecnologiche col resto del mondo solo quando ha gli strumenti giusti per poterlo fare.

*Programmatore, Braille specialist e autore e sviluppatore di “Biblos”, software di videoscrittura accessibile per persone con disabilità visive, già utilizzato da scuole e insegnanti. A questo link il suo sito.

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Persone che non fanno rumore come Stefania, ma che cambiano il mondo lo stesso

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«Ci sono persone che non fanno rumore – scrive Nicoletta Di Rosa -, ma che cambiano il mondo lo stesso. Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere» Stefania Delendati (1976-2026)

Ci sono persone che non fanno rumore. Ma cambiano il mondo lo stesso.
Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Per anni, infatti, la narrazione pubblica ha oscillato tra pietismo e retorica dell’eroe, lasciando poco spazio alla realtà quotidiana delle persone. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere.
Come direttrice responsabile di Superando, Stefania ha contribuito a costruire uno spazio informativo che negli anni è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia capire davvero cosa significhi inclusione. Non solo notizie, ma contesto. Non solo storie, ma diritti. Non solo testimonianze, ma consapevolezza.
Attraverso il suo lavoro ha dato voce a battaglie spesso invisibili, a problematiche concrete, a soluzioni possibili. Ha fatto quello che il buon giornalismo dovrebbe sempre fare: illuminare ciò che resta ai margini.

La disabilità, del resto, non è un mondo a parte, ma è parte del mondo. Eppure, per molto tempo è stata raccontata come qualcosa di eccezionale — in senso negativo o positivo — invece che come una dimensione della vita che riguarda milioni di persone.
Il contributo di Stefania Delendati è stato anche culturale: spostare lo sguardo dalla “diversità” alla cittadinanza, al diritto allo studio e al lavoro, all’accessibilità, all’autonomia e alla partecipazione sociale. Tutti temi concreti e non slogan.

Le parole costruiscono immaginari. E gli immaginari costruiscono la società. Un linguaggio scorretto può alimentare pregiudizi, uno consapevole può aprire possibilità. Anche per questo il lavoro giornalistico di Stefania Delendati ha avuto un impatto che va oltre l’informazione: ha contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo la disabilità, non oggetto di compassione, ma soggetto di diritti.
Ricordare dunque il suo impegno significa anche fare un esame di coscienza collettivo. Come raccontiamo oggi la disabilità? Quanto spazio diamo alle voci dirette? Quanta attenzione dedichiamo ai diritti rispetto alle emozioni?
In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, semplificato e “condivisibile”, il suo esempio ci invita a rallentare e a guardare più a fondo. Perché l’inclusione non nasce da un post virale, ma da una cultura che si costruisce giorno dopo giorno. E perché le barriere non sono solo architettoniche, sono culturali, sociali, comunicative.
Parlare di disabilità in modo corretto significa quindi contribuire a smantellarle. Significa rendere visibili diritti che altrimenti resterebbero silenziosi.

Il lavoro di Stefania Delendati ci lascia una lezione semplice e potente: informare può essere un atto di giustizia! E ricordare figure come la sua non è solo un omaggio, ma è un invito a continuare a raccontare, a denunciare quando serve, a costruire una narrazione che non escluda nessuno. Perché una società inclusiva non nasce per caso: nasce quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte.
I diritti non fanno rumore se nessuno li racconta: facciamoli sentire!

*Promotrice del blog “Right for Inclusion” dove il presente contributo è già apparso e vi viene anche proposto in audiolettura con la voce della stessa Nicoletta Di Rosa. Viene qui ripreso, con diverso titolo e con minime modifiche di riadattamento al diverso contenitore, per gentile concessione. Quella a Di Rosa è stata l’ultima intervista curata da Stefania Delendati per Superando, prima della sua scomparsa, con il titolo “Il blog di Nicoletta, per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi sulla disabilità”.

L'articolo Persone che non fanno rumore come Stefania, ma che cambiano il mondo lo stesso proviene da Superando.

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