OO. MM. n. 76, 77 e 78 del 09/05/2026 – esami abilitazione alle libere professioni di Agrotecnico, Geometra, Perito agrario
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La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la recente Sentenza 12704/26, resa pubblica il 5 maggio scorso, ha risolto un annoso problema di conflitto di giurisdizione tra TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e Tribunali Civili, con riguardo alla proposizione dei ricorsi avverso le decisioni relative all’attribuzione del numero di ore di sostegno.
Prima di accennare in modo molto elementare e succinto ai contenuti della complessa e ampia Sentenza di trentacinque pagine, ritengo necessario, per i non addetti ai lavori, formulare alcune brevi premesse di carattere tecnico-giuridico:
1) In forza della divisione tra i poteri amministrativo-esecutivo e giurisdizionale, per i ricorsi contro gli atti amministrativi, come i PEI (Piani Educativi Individualizzati), bisogna rivolgersi al TAR.
2) La Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) ha previsto che contro gli atti discriminatori, come ad esempio un PEI con un numero di ore di sostegno ritenuto insufficiente dalla famiglia dell’alunno, ci si debba rivolgere al Tribunale Civile.
3) L’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 stabilisce che a giugno il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) debba formulare il “PEI provvisorio” contenente il numero di ore di sostegno per l’anno scolastico successivo, numero che verrà confermato o modificato col “PEI definitivo“, da approvarsi entro fine ottobre, dopo un periodo di osservazione dell’alunno.
4) Dal Decreto 66/17 in poi c’è stato un perenne rinvio tra TAR e Tribunale Civile su chi dovesse legittimamente conoscere i ricorsi per discriminazione promossi ai sensi della citata Legg e 67/06, cosicché i ricorrenti si vedevano spesso rimandati dall’una all’altra Corte, e neppure in caso di impugnazioni le Magistrature Superiori, rispettivamente Consiglio di Stato e Corte di Cassazione, erano concordi.
Di qui, pertanto, la necessità della presente Sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni unite che fissasse definitivamente a quale dei due Tribunali spettasse la giurisdizione. Ciò premesso, entriamo nel merito della pronuncia della Corte.
I genitori di uno studente con disabilità certificato con articolo 3, comma 3 della Legge 104/92 avevano fatto ricorso per discriminazione ai sensi della Legge 67/06 contro la riduzione delle ore di sostegno indicate nel PEI da parte del dirigente scolastico, a causa dell’organico assegnatogli dall’Ufficio Scolastico Regionale. Il Tribunale di Busto Arsizio (Varese) aveva accolto il ricorso aumentando il numero di ore. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito aveva però interposto appello e la Corte d’Appello di Milano ne aveva accolto il ricorso, ritenendo che il ricorso iniziale non dovesse essere proposto di fronte al Tribunale Civile, ma di fronte al TAR, dal momento che il PEI era un atto “provvisorio”, mentre solo gli atti definitivi vanno impugnati di fronte al Tribunale Civile. Ed effettivamente, per impugnare un atto amministrativo nei confronti del Tribunale Civile, occorre che il PEI sia definitivo, talché solo dopo l’approvazione del quale nasce il diritto dello studente alle ore di sostegno. La famiglia ha proposto dunque ricorso nei confronti della Corte di Cassazione contro quella Sentenza della Corte d’Appello.
Ebbene, la Cassazione, come detto, tramite la citata Sentenza 12704/26, espressa a Sezioni Unite, ha annullato la decisione della Corte d’Appello, ritenendo che il PEI formulato a giugno non potesse essere modificato da nessuno sulla base di una costante giurisprudenza consolidata, e che trattandosi di discriminazione vi fosse la giurisdizione esclusiva del Tribunale Civile.
Può apparire strano che sia addirittura dovuta intervenire la Cassazione a Sezioni Unite per decidere la questione, dal momento che, come detto in premessa, molti Tribunali Civili, a differenza di numerosi TAR, avevano in precedenza considerato implicitamente il PEI come atto definitivo e quindi impugnabile avanti al Tribunale Civile per discriminazione. La “stranezza” può però essere chiarita dal fatto che purtroppo, come detto in premessa, l’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 parla di “PEI provvisorio” a proposito del PEI formulato dal GLO nella verifica finale di giugno, mentre utilizza il termine “PEI definitivo” per quello formulato a fine ottobre. Inoltre, nei modelli di PEI allegati al Decreto Interministeriale 182/20, integrato dal Decreto Interministeriale 153/23, per i PEI formulati a giugno si parla purtroppo di “proposta” (e non di “attribuzione”) del numero di ore di sostegno per l’anno successivo. L’equivocità dei termini è ulteriormente aggravata dal fatto che l’articolo 4 del Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 185/06 stabilisce che il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale “autorizzi” il numero di posti di sostegno da assegnarsi alle singole scuole; conseguentemente il numero delle ore indicate nel PEI sarebbe una mera proposta autorizzata dall’Ufficio Scolastico Regionale.
La Corte di Cassazione, dunque, avendo dovuto affrontare sia ricorsi che ritenevano il PEI come atto “definitivo”, sia altri che invece lo ritenevano atto “provvisorio”, ha sciolto definitivamente con questa Sentenza, che ritiene il PEI di giugno come atto “definitivo”, una questione estremamente importante ai fini processuali, che produce effetti a livello sostanziale sull’attribuzione del diritto allo studio degli alunni con disabilità.
L’equivocità del termine provvisorio era stata affrontata anche dal Ministero dell’Istruzione e del Merito che, a seguito di quesiti, ha dovuto precisare che “PEI provvisorio” è solo quello riguardante gli alunni che si iscrivono per la prima volta a scuola, o che vengono certificati per la prima volta durante il percorso scolastico, e non quello che viene normalmente formulato per gli altri a giugno. Infatti, la Cassazione ha chiarito che qualora si seguisse la logica della Corte d’Appello di Milano, ovvero se tutti i PEI formulati a giugno dovessero essere atti “non definitivi”, gli studenti con disabilità non potrebbero mai ricorrere per discriminazione al Tribunale Civile prima di novembre, venendo in tal modo privati di un diritto.
La decisione della Suprema Corte ha pertanto chiarito un aspetto fondamentale del nostro sistema giuridico, garantendo il diritto agli alunni con disabilità che ritengono di dover chiedere un maggior numero di ore di sostegno, di poter ricorrere immediatamente al Tribunale Civile e di ottenere il riconoscimento del diritto a quel determinato numero di ore richiesto.
Questa Sentenza, in sostanza, è importante perché ha eliminato un dubbio interpretativo, evitando così che molte famiglie promuovessero dei ricorsi dichiarati irricevibili per difetto di giurisdizione, con aggravio di spese per le stesse. In più c’è da tener presente che le Sentenze per discriminazione pronunciate dai Tribunali Civili danno il diritto, per espressa disposizione della Legge 67/06, non solo al risarcimento dei danni economici subiti e dimostrabili, ma anche a quello dei danni “non patrimoniali” consistenti nel semplice fatto della discriminazione.
È pertanto opportuno che questa decisione della Cassazione venga diffusa, specie tra le famiglie degli alunni e delle alunne con disabilità. E consiglio anche la lettura dell’articolo Sostegno: le proposte del GLO valgono anche prima del PEI definitivo e decide il giudice ordinario. Intervengono le Sezioni Unite, pubblicato da «Orizzontescuola.it», scritto dai difensori dei ricorrenti, tra i quali conosco e apprezzo l’avvocata Ida Mendicino; si tratta infatti di un testo più ampio di questo mio e con un taglio che, pur nella sua semplicità, è articolato e più approfondito a livello tecnico-giuridico.
L'articolo Sostegno e Piano Educativo Individualizzato: risolto un annoso problema di conflitto giurisdizionale proviene da Superando.
La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: lo ha stabilito il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso presentato da una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Nel luglio del 2015 Maria (nome di fantasia) aveva presentato domanda di cittadinanza. Nel maggio 2020 il Ministero dell’Interno l’aveva respinta: i redditi della donna, infatti, non avevano raggiunto la soglia minima, fissata dal Viminale, a 8.263,31 euro all’anno per un singolo richiedente.
A prima vista, un criterio apparentemente neutro, ma nel caso di Maria, quella soglia si è trasformata in una discriminazione: la donna, infatti, ha un’invalidità del 75% e non è più in grado di svolgere il suo lavoro di colf. Nonostante sia iscritta alle liste del collocamento mirato, la sua età e la sua condizione non le hanno permesso di trovare una nuova occupazione. A oggi, la sua sola fonte di sostentamento è l’assegno d’invalidità che, è importante ricordarlo, non costituisce reddito.
Con il supporto, dunque, delle legali del Centro Antidiscriminazione della LEDHA, Maria ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica su cui il Consiglio di Stato ha espresso parere favorevole. In particolare, i giudici amministrativi hanno evidenziato come «la rigida applicazione dei parametri [relativi al reddito di chi presenta richiesta di cittadinanza, N.d.R.] comporterebbe l’esclusione dall’accesso alla cittadinanza dei titolari di solo assegno di invalidità che, in quanto tali, sono caratterizzati da riduzione della capacità lavorativa».
In altre parole: la scelta del Ministero dell’Interno di applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza. Siamo quindi di fronte a una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, e quindi parte integrante del nostro ordinamento giuridico. La Convenzione, infatti, afferma il diritto per tutte le persone con disabilità ad acquisire e cambiare cittadinanza su base di uguaglianza con gli altri.
Il Consiglio di Stato evidenzia poi un elemento paradossale: Maria, pur non essendo cittadina italiana, riceve già un assegno di invalidità a carico dello Stato, concederle la cittadinanza, dunque, non comporterebbe alcun nuovo onere per le casse pubbliche, semmai le attribuirebbe anche obblighi fiscali e di solidarietà sociale.
«Siamo di fronte a un pronunciamento importante – commentano dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA – perché riconosce come discriminatoria una prassi adottata dal Ministero dell’Interno. Individuare una soglia di reddito superiore all’assegno di invalidità come criterio per poter accedere alla cittadinanza significa, di fatto, escludere tutte le persone straniere che si trovano in quella condizione e che non hanno altre fonti di reddito. In altri termini, nessuna persona con disabilità che percepisca esclusivamente l’assegno di invalidità può soddisfare il requisito reddituale indicato dal Ministero, il che equivale a dire che nessuna di queste persone possa nemmeno aspirare a diventare cittadina italiana, a causa di un criterio che si configura come strutturalmente discriminatorio».
La LEDHA si augura quindi che questo pronunciamento possa rappresentare un precedente per garantire ad altre persone con disabilità di origine straniera la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana senza subire discriminazioni sulla base della propria condizione. «Il nostro auspicio – commenta infatti Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – è che il Ministero dell’Interno tenga conto di quanto riconosciuto dai giudici del Consiglio di Stato». (I.S.)
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«C’è una rivoluzione silenziosa che attraversa uffici e riunioni, è quella di migliaia di persone che ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante»: sarà questo il tema al centro dell’incontro di domani, 27 maggio, a Torino, denominato Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda, promosso presso il proprio Centro (Via Moncalvo, 1, otre 8.30) dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna Future Week Torino.
«Con questo incontro – dicono da Paideia – ci ripromettiamo di andare oltre i numeri per raccontare cosa significa davvero conciliare carriera e caregiving. I dati, del resto, parlano chiaro: secondo una nostra nuova indagine, curata con la Doxa su oltre mille famiglie, un genitore caregiver su due subisce discriminazioni sul lavoro, mentre il 36% delle madri vede la propria carriera rallentare o fermarsi. Non solo: quasi la metà dei caregiver è costretta a chiedere il part-time per sostenere un carico di cura che nei weekend può arrivare fino a 14 ore al giorno. Per questo riteniamo essenziale questo faccia a faccia tra esperienze dirette e nuove politiche di welfare, per costruire aziende realmente inclusive».
Interverranno per l’occasione Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione Paideia; Cristina Tumiatti, vicepresidente della Piccola Industria Unione Industriali Torino; Lucia Pellino, D&I Director del Gruppo Lavazza; Andrea Tron, caregiver; Francesco Canale, CVO Working Souls. (S.B.)
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Tornerà nel pomeriggio di domani, 27 maggio, a Bologna, negli spazi della Fattoria Urbana (Via Pirandello, 3, ore 17.30-23), Un Festival Inutile, evento promosso dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, insieme a tante realtà del Pilastro, per coinvolgere ancora una volta cittadini e cittadine sul peso delle parole: «Nella nostra società – sottolineano infatti da Accaparlante – la parola “inutili” viene spesso associata a persone che vengono considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Attraverso stand, giochi e attività, festeggeremo dunque proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione».
Quest’anno, per altro, i festeggiamenti saranno doppi, o addirittura anzi tripli, celebrando infatti sia la Cooperativa Accaparlante, sia i 40 anni del Progetto Calamaio, “storico” gruppo educativo integrato che lavora sulla relazione con la diversità, nonché l’allestimento della mostra Macchine Inutili (dalle ore 10.30, nella Piazza Coperta del Centro Commerciale Pilastro), con la premiazione dei vincitori dell’omonimo concorso che ha coinvolto le scuole primarie e secondarie di Bologna con gli animatori con disabilità dello stesso Progetto Calamaio. Il nome stesso dell’evento, del resto, si ispira idealmente alle Macchine Inutili di Bruno Munari, che per il Calamaio, come venne spiegato a suo tempo, «sono state il punto di partenza per un laboratorio in cui liberare fantasia e creatività, uscendo dall’uso ordinario delle carrozzine e degli ausili, dando vita a opere ironiche e personali che hanno risposto ai desideri e ai bisogni più intimi dei partecipanti, svincolati da necessità pratiche, per il piacere di inventare e divertirsi».
Si comincerà dunque, come detto, alle 17.30, con una lettura animata e un laboratorio a cura della Biblioteca Luigi Spina, a partire dal libro Il sacco della scrittrice e illustratrice Emma AdBåge (Camelozampa, 2026). Quindi, tanti laboratori “inutili” per tutte le età, a cura di Accaparlante, AiCS, Casa di Quartiere Ca’Solare e Blog del Pilastro, fino allo spettacolo Sinfonia per stampelle e sedia a rotelle del polistrumentista e artista sonoro Francesco Gibaldi, seguito da un concerto del giovane cantautore Cespu + band. (S.B.)
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Una settimana di sport, emozioni e relazioni hanno trasformato Lignano Sabbiadoro (Udine), Cordovado (Pordenone), Portogruaro e Bibione (Venezia) in un grande spazio di incontro e inclusione, vedendo oltre 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive confrontarsi in 21 discipline sportive, accompagnati dall’energia di 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e circa 1.400 familiari, provenienti da tutta Italia. È stata questo la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettiva, che avevamo presentato nei giorni scorsi, raccontando poi anche la cerimonia di apertura del 20 maggio. «Ma il risultato più importante di questi Giochi – dicono da Special Olympics Italia – non si misura con una medaglia, è bensì la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, una consapevolezza che può diventare esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà, ma anche per tutte quelle persone ancora chiuse nei pregiudizi verso le disabilità intellettive».
Tra le testimonianze più significative di questa edizione, ad esempio, vi è quella di Elisa Del Signore, 26 anni, atleta di ginnastica artistica di Borgaro Torinese (Torino), che racconta un “prima” e un “dopo” Special Olympics. «Prima di iniziare – dice – pensavo di non essere portata per questo sport. All’inizio c’erano timore e paura, ma pian piano ho iniziato a credere di più in me stessa e a migliorarmi sempre di più. Special Olympics mi ha cambiato la vita come persona e come atleta, aprendomi un mondo completamente nuovo. All’inizio, infatti, la disabilità era come una gabbia, una trappola che mi impediva di essere come tutti gli altri. Poi ho capito che potevo fare tutto ciò che desideravo, seguendo i miei tempi».
Oggi Elisa studia, lavora, pratica sport e coltiva le sue passioni. Attraverso il progetto RecuperAbile, promosso da Geogym, trasforma materiali di scarto degli attrezzi da ginnastica in gadget e oggetti creativi, in un percorso che unisce sostenibilità e inclusione lavorativa per persone con disabilità intellettiva. «E se c’è una cosa che voglio dire a tutti quelli che hanno le mie stesse difficoltà – conclude – è di non arrendersi e continuare a raggiungere i propri obiettivi».
Un’altra testimonianza di fantasia e sensibilità arrivata dai recenti Giochi è quella di Cora Manzini Nardini, che descrive il proprio mondo come «un viaggio tra sogni, pianeti e castelli incantati». «Sono una ragazza che di notte sogna parecchio – racconta -, immagino di volare su una macchina volante, di andare dai miei angeli e poi fino a Plutone, il mio pianeta preferito. Ma la parte più bella è arrivare nel mio “castello incantato”, pieno di tutte le cose che amo: la musica, il basket, la pallavolo, disegnare, stare con gli amici. Quando gioco insieme alla mia squadra, infatti, mi sento super felice. Lo sport mi ha aiutato a essere più gentile, più allegra e più serena con le persone che ho intorno».
Per Cora, sottolineano da Special Olympics Italia, «la disabilità è una condizione, non un limite ed è proprio questa la visione che vogliamo continuare a promuovere: creare luoghi dove ogni persona possa sentirsi riconosciuta nelle proprie capacità e non definita dalle proprie difficoltà».
Il prossimo appuntamento con un evento nazionale di Special Olympics sarà ora dal 12 al 14 giugno a Treviso, con la XIII edizione dell’Unified International Basketball Tournament. (S.B.).
Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).L'articolo Storie di persone alle quali Special Olympics ha cambiato la vita proviene da Superando.
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Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli. Non finiscono nei curriculum, non vengono definiti skills, non fanno fare carriera. Anzi! Rappresentano spesso un ostacolo per il lavoro, a volte così insormontabile da essere costretti a lasciarlo.
Alzarsi di notte per cambiare un pannolone, per sedare una crisi di epilessia, per aspirare un naso o una bocca, per somministrare dei farmaci o un goccio d’acqua. Movimentare una persona, e imboccarla, lavarla, vestirla, monitorarla, accompagnarla, consolarla. E farlo ogni giorno, tutto il giorno, spesso in solitudine, incastrati in questo “affare di famiglia” da cui quasi tutti distolgono lo sguardo.
Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale, e in questi vent’anni ho conosciuto centinaia di caregiver come me, chi di un figlio, chi di un coniuge o di un genitore.
Da vent’anni attendo il riconoscimento legislativo della figura del caregiver familiare, per la tutela dei suoi basilari diritti umani, ma ormai più che una ragionevole speranza mi appare come un miraggio nel deserto.
Ma credo ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che considero una tra le più nobili e commoventi espressioni dell’umano.
Sentire il corpo di chi curiamo come un’estensione del nostro, sentire sulla pelle, nei muscoli, nelle ossa, il dolore o il sollievo di quella pelle, di quei muscoli, di quelle ossa. Saper decifrare una smorfia, un sorriso, un sospiro, un fremito, uno sguardo, un silenzio. Saper riconoscere nella fragilità non solo la vulnerabilità, ma anche la preziosità. Custodire fra le mani la vita di queste persone affidate, perché l’abbandono e l’indifferenza non la spengano.
Tutto questo non è socialmente riconosciuto, né tanto meno ambìto, eppure prendersi cura di una persona non autosufficiente è una specie di arte, che richiede competenze molto raffinate e profonde.
Curare una persona anziana, o con disabilità, o malata, senza umiliarla, onorando il suo corpo e la sua persona, la sua dignità e il suo pudore, i suoi limiti e le sue capacità, in una relazione di rispetto e di fiducia, è una delle più pure e belle espressioni di umanità.
Perciò credo che la cura sia davvero un “gesto artistico”, perché è in grado di fare nascere bellezza e umanità proprio dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore.
Ricordo una telefonata di tanti anni fa con un’amica: era stata una giornata faticosa con Ilaria, darle da mangiare si era trasformato in una specie di lotta in cui io la imboccavo e lei mi sputava il cibo addosso. E io all’amica raccontavo della fatica e del mio sconforto nel vedermi a fine giornata con la maglia macchiata, e i capelli pieni di pappa, sporca ed esausta. E lei mi rispose: «Tutti i lavori sporchi sono santi».
All’epoca non capii cosa intendesse, un po’ a disagio lasciai cadere la frase senza chiedere chiarimenti né commentare.
Oggi – molti anni e molta vita dopo – ho capito, e so che aveva ragione, anche se questo “sporco lavoro” non finirà mai in un curriculum.
*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.
L'articolo Uno “sporco lavoro”, ma anche un “gesto artistico” proviene da Superando.
L’annuncio, come avevamo raccontato sulle nostre pagine, era arrivato lo scorso anno a Zagabria, capitale della Croazia, dove si era svolto il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale: l’incontro del 2026 sarebbe stato ospitato dal nostro Paese, a cura della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), ed esattamente presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), struttura situata sulla costa adriatica tra Bologna e Venezia completamente accessibile e immersa in un ambiente naturale, per favorire sia i momenti di dibattito che quelli di socializzazione.
Ebbene, ora quell’evento è ormai imminente, se è vero che si terrà dal 27 al 30 maggio, nella località emiliana, sul tema Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale.
«La designazione dell’Italia quale Paese ospitante del Congresso ESCIF 2026 – sottolinea il presidente della FAIP Vincenzo Falabella – è un riconoscimento importante per il movimento associativo italiano, rappresentato dalla nostra Federazione. Infatti, l’opportunità di riportare il dibattito europeo in Italia dimostrerà ancora una volta la capacità del nostro Paese di confrontarsi con le realtà internazionali su temi cruciali quali l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità».
Per quanto riguarda il tema che è stato scelto, esso, afferma Lucy Robinson, presidente dell’ESCIF, «ha crescente rilevanza in tutta Europa, se è vero che le tendenze attuali mostrano come le persone continuano a subire lesioni al midollo spinale in età avanzata, mentre allo stesso tempo aumenta la durata di vita di coloro che si sono infortunati molti anni fa. Questi cambiamenti demografici rendono quindi l’invecchiamento con lesioni al midollo spinale non solo una questione clinica, ma anche una significativa priorità sociale, economica e comunitaria per il nostro movimento. In quanto organizzazioni che operano a livello nazionale ed europeo, condividiamo sia le sfide che la responsabilità di rispondere a questi sviluppi. Attraverso lo scambio di conoscenze, la ricerca, l’esperienza vissuta e le buone pratiche, rafforziamo la nostra capacità collettiva di promuovere servizi adeguati, influenzare le politiche e far crescere dignità e qualità della vita durante tutto l’arco della vita. Oltre alle sessioni formali, dunque, la conferenza in Italia offrirà anche un’’inestimabile opportunità di connettersi, condividere esperienze e rafforzare la cooperazione transfrontaliera».
Tali concetti vengono ribaditi anche dalla FAIP, che si sofferma così sulle nuove sfide determinate dall’invecchiamento con una lesione midollare: «Si tratta di sfide legate innanzitutto a cambiamenti fisici e psicologici: l’invecchiamento, infatti, può aggravare alcune complicanze legate alla lesione, quali problemi muscoloscheletrici, disturbi metabolici o difficoltà nella gestione quotidiana. A livello poi dell’autonomia e della qualità della vita, con l’avanzare dell’età diventa più complesso mantenere l’indipendenza, rendendo necessari nuovi modelli di assistenza e supporto. E infine, per quanto riguarda i sistemi sanitari e di welfare, molti Paesi non sono ancora preparati ad affrontare le esigenze specifiche delle persone anziane con disabilità, ciò che richiede politiche più inclusive e sostenibili. Il congresso di Comacchio sarà pertanto un’occasione fondamentale per confrontarsi su soluzioni concrete, che portino a un punto di svolta su tali temi, coinvolgendo esperti, associazioni e persone con lesione midollare, in un’ottica di collaborazione europea». (S.B.)
L'articolo Invecchiare con una lesione midollare: a Comacchio il Congresso 2026 della Federazione Europea sulle lesioni midollari proviene da Superando.
È in programma per il pomeriggio del 27 maggio a Napoli (Centro Congressi Tiempo – Centro Direzionale Isola E5, ore 15.30), un’assemblea pubblica della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Faniglie) sul tema Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania.
L’iniziativa rappresenterà un momento di confronto istituzionale e sociale di particolare rilievo, rivolgendosi a persone con disabilità, famiglie, rappresentanti delle Istituzioni e del Terzo Settore, chiamati a concorrere alla costruzione di un sistema realmente inclusivo e fondato sull’effettività dei diritti.
Il Progetto di Vita non costituisce un mero adempimento amministrativo né una misura concessa discrezionalmente, ma si configura come l’infrastruttura fondamentale su cui si fondano dignità, autonomia e piena cittadinanza delle persone con disabilità. Il tema si inserisce segnatamente nel quadro normativo nazionale che comprende le Leggi 104/92, 328/00, 112/16 (“Dopo di Noi”) e 18/09, con la quale ultima l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, riconoscendo il principio della piena partecipazione alla vita sociale. Elemento centrale del processo di riforma attualmente in corso è il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, che ha introdotto appunto il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rafforzandone la natura di diritto soggettivo esigibile e strutturato. Il nuovo impianto normativo supera progressivamente una visione prevalentemente sanitaria della disabilità e introduce un modello basato sulla valutazione multidimensionale, sulla presa in carico integrata, tempi certi e la personalizzazione degli interventi.
Il Progetto di Vita è chiamato pertanto a garantire condizioni concrete di inclusione attraverso autonomia abitativa, accesso allo studio e al lavoro, partecipazione sociale e piena realizzazione della persona all’interno della comunità.
La riforma, com’è noto, sta vivendo una fase di sperimentazione relativa al biennio 2025–2026, mentre la piena operatività su tutto il territorio nazionale è fissata al 1° gennaio 2027, con un impegno diretto e vincolante per tutti i livelli istituzionali coinvolti. Resta centrale, per altro, Il riferimento all’articolo 3 della Costituzione, secondo il quale, vale la pena ribadirlo, «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». Un principio, dunque, che richiama la responsabilità delle Istituzioni e dell’intera comunità sociale.
La citata Legge Delega 227/21, approvata all’unanimità dal Parlamento, ha segnato una svolta normativa e culturale di rilievo, affermando con chiarezza che i diritti delle persone con disabilità non appartengono a una parte politica, ma costituiscono un principio universale dell’ordinamento repubblicano.
La partecipazione all’assemblea del 27 maggio a Napoli assumerà pertanto un valore non solo informativo, ma anche politico-istituzionale, quale occasione di confronto per l’attuazione concreta delle riforme in corso.
Moderati dal giornalista Walter Medolla, i lavori prevedono in apertura gli interventi di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania, Giuseppe Ambrosino, presidente della FAND Campania (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), Umberto Cristadoro, presidente del CSV Napoli (Centro Servizi Volontariato) e Giovanpaolo Gaudino, portavoce del Forum del Terzo Settore Campania.
Parteciperanno quindi i consiglieri regionali Davide D’Errico, Lucia Fortini, Michela Rostan, Luca Trapanese e Marco Villano, insieme ad altri rappresentanti delle istituzioni regionali.
A portare poi il proprio contributo saranno rappresentanti del mondo associativo, del Terzo Settore e delle parti sociali, con interventi dedicati ai temi del lavoro, dei servizi, dell’inclusione, della progettazione personalizzata e dei diritti esigibili delle persone con disabilità.
Le conclusioni saranno affidate ad Andrea Morniroli, assessore alle Politiche Sociali e all’Istruzione della Regione Campania, e al già menzionato Gennaro Pezzurro, che restituirà una sintesi politica e istituzionale del confronto.
L'articolo Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania proviene da Superando.
In altri miei precedenti articoli mi sono soffermato spesso sul tema della scuola, in molti casi con riferimento alla scuola primaria. Da essa, in effetti, ma ancor prima dalla famiglia, in merito alla inclusione, inizia tutto, ovvero ogni potenziale apertura dei bambini nei confronti dei coetanei con disabilità. Se i docenti, infatti, nonché i genitori, non limitano, in vario modo (ad esempio ponendo in essere arbitrarie separazioni), la naturale cooperazione che i più piccoli stabiliscono tra loro, c’è speranza che le cose possano procedere nella giusta direzione. L’attuale contesto sociale risulta, tuttavia, assai poco comunitario, per cui esso crea, a scuola come in famiglia, ostacoli al libero dispiegamento di una relazionalità inclusiva.
Modificare le strutture portanti di una società, anche solo a livello di senso comune, non è affatto semplice. Ciò nonostante, la cultura può fare molto. Se si diffonde infatti, tra le persone, la consapevolezza che, all’interno di relazioni solidali, tutti stanno meglio – poiché, appunto, tali modalità si conformano alla natura umana, la quale preferisce vivere nell’armonia anziché nel conflitto –, ciascuno sarà portato a favorire rapporti amicali nei vari àmbiti della propria vita, in tutti i ruoli che può trovarsi ad occupare: docente, genitore, volontario, e così via.
Uno dei luoghi in cui vi è maggiore necessità di una socializzazione accogliente, ovvero di normalità comunitaria, è, come detto, la scuola. I bambini, soprattutto quelli caratterizzati da maggiori difficoltà, hanno in effetti bisogno di un contesto che sia, almeno per alcuni aspetti, un prolungamento della famiglia, in cui, pur con differenti funzioni, possano partecipare su base di uguaglianza alle attività del gruppo, ponendo in tal modo in atto tutte le proprie potenzialità. Il ruolo educativo dei docenti è in merito essenziale. E tuttavia, ancora maggiore rilievo, sia per l’anteriorità della loro opera, sia per la rilevanza dei primi anni di vita del bambino, riveste il ruolo dei genitori.
L’ambiente sociale complessivo può infatti non essere comunitario, ma talvolta, in piccoli contesti, si possono comunque formare situazioni inclusive in grado di far vivere bene ogni persona. L’inclusione, del resto, come le altre tematiche sociali, non è questione da “tutto o niente”, ma di realizzazione graduale. Dalle famiglie, in ogni caso, dipende il primo orientamento etico dei figli, anche con riferimento ai compagni da frequentare. I comportamenti presi a modello, infatti, quali sono in primo luogo quelli dei genitori, se gravati da pregiudizi, possono produrre nel tempo esclusioni che poi difficilmente vengono ricomposte, consentendo solo di rado, alle giovani vite che vengono emarginate, una futura integrazione sociale.
Chi conosce famiglie con figli con disabilità sa che, tra le maggiori fonti di sofferenza, non vi è soltanto la riduzione delle potenzialità di vita dovuta al deficit, quanto l’esclusione spesso praticata dai coetanei. Essa non si manifesta ancora apertamente, di solito, alla scuola primaria, quando i genitori sono responsabili delle decisioni di socializzazione dei figli, come accade ad esempio per gli inviti alle festine di compleanno, nelle quali è ritenuto riprovevole – i social oggi documentano tutto – effettuare scelte escludenti. Nel momento, invece, in cui i ragazzi crescono, ovvero in particolare alla scuola secondaria, le remore di molti genitori svaniscono, sicché quelle esclusioni vengono effettivamente praticate, dietro il pretesto che le scelte ormai spettano ai loro figli divenuti grandi. Peccato, però, che dietro quelle scelte vi siano spesso i pregiudizi trasmessi dalle famiglie, che creano frequentemente, nei confronti delle giovani persone con disabilità – per citare il titolo di un bel libro di Gianfranco Vitale –, “il silenzio intorno”. Questi ragazzi diventano infatti, sovente, invisibili agli altri, e tali, per molti genitori, devono rimanere. In una società in cui conta chi vince, ossia chi ha successo, è bene in effetti, secondo queste persone, che i propri figli non frequentino chi, per condizione psicofisica, ha molte probabilità di diventare un “perdente”.
Il Lettore penserà forse che io stia esagerando. Chi, tuttavia, ha dimestichezza con la disabilità, sa che le situazioni di esclusione, soprattutto durante l’adolescenza, sono molto diffuse. Questi ragazzi iniziano infatti ad essere socialmente “disabilitati”, mediante l’emarginazione, proprio in età scolare, per poi proseguire, nella medesima direzione, in età lavorativa. Per rimanere, comunque, alla scuola, l’esperienza riportata da molti nostri studenti e studentesse in Università che già operano, in vari ruoli, nella stessa, è quella per cui i ragazzi che accettano di stare in banco con compagni con disabilità sono sempre meno; che coloro che li invitano a casa, o ad uscire insieme, risultano rari; che aumentano addirittura i coetanei che nemmeno li salutano, come se quel gesto comportasse già una qualche commistione del proprio presunto status di “vincenti” con la condizione di “inferiorità” nella quale ancora oggi, purtroppo, sono collocate le persone con disabilità.
Quanto argomentato mostra che le famiglie, se dotate di adeguata cultura educativa, hanno davvero la possibilità – insegnando ai propri figli che tutte le persone sono dotate di arricchenti contenuti umani –, di rendere il contesto sociale maggiormente inclusivo, nonostante il mondo, oggi, non lo sia affatto. I bambini, come detto, apprendono molto dai genitori, soprattutto attraverso l’esempio. Un modello negativo, ossia di mancata inclusione, può in effetti produrre pregiudizi, i quali portano, a loro volta, ad un’ulteriore chiusura nei confronti di una parte dell’umanità. Ciò conduce nel tempo ad un impoverimento del proprio essere, nonché ad una crescente incapacità di relazionarsi con chi è atipico. Questa limitazione, tuttavia, non risulta mai fruttuosa, come non lo è per nessun ente la difficoltà nel rapportarsi ad una parte di realtà.
I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone con disabilità contribuiscono, dunque, a far introiettare, ai propri figli, un’abitudine alla chiusura, opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice. Questo, allora, il maggiore consiglio che la filosofia può dare ai genitori: chi desidera che i propri figli vivano bene, li educhi da subito a costruire contesti inclusivi.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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