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Non solo l’aggiornamento di un termine superato, ma l’affermazione di una diversa concezione della disabilità

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«Bene – scrive Gianfranco Salbini – la sostituzione nella Costituzione del termine “minorati” con l’espressione “persone con disabilità”. Come Associazione di familiari di persone con sindrome di Down lo sappiamo bene: le parole sono pietre e lame e tante volte, usate male, feriscono i nostri figli e noi. Ma non si tratta soltanto di aggiornare un termine ormai superato, bensì anche di affermare una diversa concezione della disabilità, che metta al centro la persona e la sua partecipazione alla vita sociale» La Gazzetta Ufficiale del 27 dicembre 1947 che pubblicò la nostra Costituzione

Abbiamo accolto con favore il primo via libera, da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato, alla modifica costituzionale che nell’articolo 38 della Carta sostituisce il termine “minorati” con l’espressione “persone con disabilità”. Le parole, infatti, hanno un peso e contribuiscono a definire il modo in cui la società guarda alle persone e ne riconosce la dignità.
Come Associazione di familiari di persone con sindrome di Down lo sappiamo bene: le parole sono pietre e lame e tante volte, usate male, feriscono i nostri figli e noi. Per questo riteniamo importante che anche il linguaggio della Costituzione si allinei a una visione fondata sui diritti umani, sul rispetto della persona e sulla piena inclusione.
Si tratta infatti di un segnale culturale significativo, coerente con i principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, di cui tra l’altro, nel prossimo mese di dicembre, celebreremo i 20 anni. Non si tratta soltanto di aggiornare un termine ormai superato, ma di affermare una diversa concezione della disabilità, che metta al centro la persona e la sua partecipazione alla vita sociale.
Il via libera da parte della Commissione del Senato è per altro solo il primo passo del lungo iter di una revisione costituzionale, previsto dall’articolo 138 della Costituzione: i prossimi passaggi saranno l’approvazione dell’Aula del Senato, il successivo esame della Camera e una seconda deliberazione da parte di entrambe le Camere a distanza di almeno tre mesi dalla prima votazione. Solo al termine di questo percorso la modifica potrà entrare in vigore.
Il voto unanime in Commissione rappresenta in ogni caso un primo passaggio istituzionale importante verso l’aggiornamento del linguaggio costituzionale in materia di disabilità. Auspichiamo quindi che l’iter parlamentare possa concludersi positivamente e in tempi rapidi, portando a compimento una riforma dal forte valore simbolico e civile.

*Presidente nazionale dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

Al tema delle modifiche costituzionali legate alla disabilità abbiamo già dedicato i testi:
° Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione.
° Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio di Katia Caravello.
° La disabilità in Costituzione è una scelta di civiltà che rafforza la Repubblica
di Vincenzo Falabella.
° I diritti delle persone con disabilità non possono rimanere semplici dichiarazioni di principio
di Raffaele Goretti.
° La disabilità in Costituzione, la “discriminazione positiva” e la mancata attuazione dei diritti
di Salvatore Nocera.
° La Costituzione e la disabilità: le parole non possono restare a metà strada di Daniele Romano.

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Il lavoro agile dei dipendenti pubblici con disabilità: una Raccomandazione dell’Autorità Garante

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«L’accesso al lavoro agile, se richiesto da una persona con disabilità, deve essere valutato in modo concreto, individualizzato e complessivo, tenendo conto delle attività effettivamente svolte, dell’organizzazione dell’ufficio, delle esigenze funzionali della persona e delle soluzioni ragionevolmente praticabili»: lo si legge in una recente Raccomandazione prodotta dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, riguardante i dipendenti pubblici con disabilità

Il lavoro agile quale accomodamento ragionevole nei confronti dei dipendenti pubblici con disabilità: è questo il tema della Raccomandazione n. 4 prodotta il 29 maggio scorso dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, atto con cui vengono richiamate le Amministrazioni Pubbliche sulla necessità «di evitare esclusioni automatiche, dinieghi generici o valutazioni fondate soltanto sul profilo professionale formale del dipendente o sulla qualificazione astratta della mansione». L’accesso al lavoro agile, quindi, se richiesto da una persona con disabilità, «deve essere valutato in modo concreto, individualizzato e complessivo, tenendo conto delle attività effettivamente svolte, dell’organizzazione dell’ufficio, delle esigenze funzionali della persona e delle soluzioni ragionevolmente praticabili».

«Questa Raccomandazione – si legge in una nota diffusa dall’Autorità Garante – afferma in sostanza un principio centrale: il lavoro agile, nei casi in cui le attività siano compatibili, anche solo parzialmente, con modalità di svolgimento a distanza, può costituire uno strumento idoneo a realizzare un accomodamento ragionevole, volto a garantire alla persona con disabilità il pieno esercizio del diritto al lavoro in condizioni di uguaglianza, dignità, continuità professionale e pari opportunità».
«Il lavoro agile non può essere negato sulla base di automatismi organizzativi o formule generiche: quando è necessario a rimuovere ostacoli legati alla condizione di disabilità, deve essere preso in considerazione come possibile misura di accomodamento ragionevole», sottolineano i componenti del Collegio dell’Autorità Garante, il presidente Maurizio Borgo, il componente vicario Francesco Vaia e l’altro componente Antonio Pelagatti. «Il punto – aggiungono – non è stabilire in astratto se un profilo professionale sia compatibile con il lavoro agile, ma verificare, nel caso concreto, quali attività siano effettivamente svolte e quali soluzioni organizzative possano rendere possibile la prosecuzione del rapporto di lavoro senza discriminazioni».

Secondo l’Autorità, quindi, prima di negare l’accesso al lavoro agile, l’Amministrazione deve dimostrare di avere verificato tutte le soluzioni ragionevolmente praticabili. Inoltre, il trasferimento o l’assegnazione ad altro ufficio possono costituire soluzioni organizzative ragionevoli, solo se finalizzate a garantire il diritto al lavoro e la piena inclusione della persona. «Non possono invece tradursi – come si legge nel testo della Raccomandazione – in misure espulsive, marginalizzanti o punitive, né comportare dequalificazione professionale, perdita di responsabilità, riduzione del trattamento economico, penalizzazioni nella valutazione della performance o pregiudizi nelle prospettive di carriera».
L’eventuale diniego del lavoro agile dovrà pertanto essere motivato «in modo puntuale, concreto e documentato. Solo dopo avere verificato tutte le soluzioni alternative e solo in presenza di un onere sproporzionato o eccessivo adeguatamente dimostrato potrà ritenersi giustificata la mancata adozione di esso o di altra misura organizzativa idonea».
La Raccomandazione invita in conclusione le Amministrazioni Pubbliche a «garantire un’applicazione della disciplina del lavoro agile coerente con il principio di uguaglianza sostanziale, con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con il divieto di discriminazione e con l’obbligo di accomodamento ragionevole».

Da ricordareanche che il nuovo atto dell’Autorità Garante è stato trasmesso al Ministro per la Pubblica Amministrazione, al Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio, alla Conferenza delle Regioni e Province Autonome, all’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e all’UPI (Unione Province Italiane), «per favorire la più ampia diffusione possibile dell’orientamento e promuovere un’applicazione uniforme dei princìpi richiamati nelle amministrazioni pubbliche». (S.B.)

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Il futuro delle città dovrà passare anche dalla loro capacità di essere accessibili a tutte le persone che le abitano

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L’imponente crescita del mercato delle ristrutturazioni urbane deve riferirsi anche alla necessità di adattare il patrimonio edilizio alle trasformazioni demografiche e sociali del presente, riconoscendo che l’inclusione non è un elemento accessorio della progettazione urbana, ma uno dei criteri fondamentali per misurare la qualità di una comunità. Perché il futuro delle città non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti o sostenibili, maanche dalla loro capacità di essere realmente accessibili a tutte le persone che le abitano Disegno raffigurante un’ideale città accessibile

Secondo le stime contenute nel recente Rapporto Europe Remodeling Market, il mercato europeo delle ristrutturazioni crescerà di oltre il 40% entro il 2034. Una crescita che non riguarda soltanto il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici o la loro riqualificazione estetica, ma che coinvolge in maniera sempre più significativa il tema dell’accessibilità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Il settore supererà i 3,2 miliardi di dollari già in questo 2026, confermando come la rigenerazione urbana sia ormai uno dei principali motori dello sviluppo delle città europee.

Se questo tema interessa l’intera Europa, in Italia esso assume una rilevanza particolare. Oltre il 70% degli edifici residenziali del nostro Paese, infatti, è stato costruito prima del 1980 e più del 40% prima del 1961. Si tratta di immobili progettati in epoche in cui accessibilità, inclusione e mobilità delle persone con disabilità non rappresentavano ancora elementi centrali della progettazione architettonica. Le conseguenze sono evidenti: scale all’ingresso, ascensori troppo piccoli per accogliere una carrozzina, pianerottoli stretti, dislivelli e ostacoli che trasformano attività quotidiane apparentemente semplici in percorsi complessi e faticosi.
Questa situazione riguarda milioni di cittadini, se è vero che in Italia oltre 3 milioni e mezzo di persone convivono con una disabilità e circa 2 milioni e mezzo sono persone anziane. A questi numeri si aggiungono le esigenze di chi vive condizioni temporanee di ridotta mobilità, delle famiglie con passeggini e di tutte quelle persone che, nel corso della vita, possono trovarsi a confrontarsi con limitazioni fisiche più o meno significative.
L’accessibilità, dunque, non è affatto una questione che interessa una minoranza, ma riguarda la qualità della vita collettiva e la possibilità per ogni persona di esercitare in modo pieno il proprio diritto alla mobilità e all’autonomia.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha iniziato a considerare le barriere architettoniche non soltanto come un problema tecnico, ma come una questione di diritti umani e di cittadinanza. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce infatti l’accessibilità come una condizione essenziale per garantire la partecipazione piena ed effettiva alla vita sociale, dal momento che un edificio non accessibile può limitare l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla cultura e alle relazioni sociali. Al contrario, uno spazio progettato o riqualificato secondo criteri inclusivi contribuisce a costruire una società più equa.
È in questa prospettiva che la rigenerazione urbana assume un valore strategico. Intervenire sugli edifici esistenti significa non soltanto migliorarne le prestazioni, ma rendere concretamente esigibili diritti che troppo spesso rimangono sulla carta.

Tra i settori maggiormente coinvolti in questo processo vi è quello della mobilità verticale. Ascensori, piattaforme elevatrici e sistemi di sollevamento rappresentano infatti strumenti essenziali per superare ostacoli che, soprattutto negli edifici più datati, possono compromettere l’autonomia delle persone.
Secondo gli esperti di KONE, azienda leader a livello globale nella mobilità verticale, il futuro della riqualificazione passerà attraverso una serie di innovazioni destinate a ridefinire gli standard di accessibilità degli edifici. Tra le principali tendenze emergono ascensori progettati per adattarsi anche a spazi particolarmente ridotti, soluzioni prive di locale macchine che consentano interventi meno invasivi, sistemi ad alta efficienza energetica capaci di ridurre significativamente i consumi e piattaforme elevatrici pensate per superare piccoli dislivelli senza alterare il valore architettonico degli edifici. Sempre più diffusi sono inoltre i sistemi touchless [che permettono di interagire con un dispositivo o un ambiente senza toccare fisicamente alcuna superficie, N.d.R.], i comandi vocali e le tecnologie integrate con smartphone, strumenti che facilitano l’utilizzo degli impianti da parte di persone con ridotte capacità motorie o sensoriali.
A queste innovazioni si affiancano i sistemi di manutenzione predittiva, capaci di individuare preventivamente fino al 70% dei possibili guasti, garantendo maggiore continuità del servizio e riducendo il rischio di interruzioni che possono avere conseguenze particolarmente pesanti per le persone più fragili.

La vera sfida, tuttavia, non è soltanto tecnologica, essa riguarda, infatti, il modo stesso in cui immaginiamo e progettiamo gli spazi urbani.
Per molto tempo l’accessibilità è stata considerata un adeguamento da realizzare successivamente, quasi una concessione destinata a categorie specifiche. Oggi si afferma invece il principio del design universale, secondo cui gli ambienti devono essere pensati fin dall’origine per essere utilizzabili dal maggior numero possibile di persone.
In questa prospettiva, una città accessibile è una città migliore per tutti, perché un ascensore più funzionale non agevola soltanto chi utilizza una carrozzina, ma anche un anziano, un genitore con un passeggino, una persona che trasporta una valigia o che attraversa una fase temporanea di difficoltà motoria.
La crescita del mercato della rigenerazione urbana racconta quindi molto più di un trend economico. Racconta la necessità di adattare il patrimonio edilizio alle trasformazioni demografiche e sociali del presente. Significa riconoscere che l’inclusione non è un elemento accessorio della progettazione urbana, ma uno dei criteri fondamentali per misurare la qualità di una comunità. Perché il futuro delle città non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti o sostenibili, ma dalla loro capacità di essere realmente accessibili a tutte le persone che le abitano.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La scuola inclusiva non può e non deve reggersi su fondamenta fragili

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«Non posso accettare che la dignità della professione docente – scrive tra l’altro Francesca De Mieri, mamma di due ragazzi con disabilità, docente specializzata sul sostegno e Referente per l’Inclusione in una scuola – venga sacrificata sull’altare della velocità burocratica o di sanatorie al ribasso. La scuola inclusiva non può reggersi su fondamenta fragili. L’inclusione è un diritto di tutti e una responsabilità collettiva»

La lettera di Silvia, madre di due alunni con disabilità, e il doloroso coro di interventi che ne è seguito sulla stampa specialistica mi impongono un intervento pubblico non più rimandabile. Non posso tacere di fronte alla denuncia della docente e madre Maria Faragasso su queste stesse pagine di Superando (Sostegno e inclusione scolastica: se la formazione di qualità doiventa una questione di fortuna), la quale fotografa una realtà inaccettabile: in Italia il diritto allo studio e un’inclusione di qualità non sono più una certezza garantita dallo Stato, ma sono diventati drammaticamente una questione di fortuna, legata al territorio in cui si vive o alla sensibilità dei singoli che si incontrano.
Questo declino strutturale è stato lucidamente analizzato sempre in Superando da Salvatore Nocera (Storie di “corsetti” improvvisati sul sostegno e di qualità della formazione che si abbassa), che ha evidenziato come l’introduzione dei “corsetti” transitori di specializzazione sul sostegno rischi di paralizzare e oltraggiare la memoria storica della nostra legislazione inclusiva, nata oltre cinquant’anni fa con il “Documento Falcucci” del 1975. Di contro, non possono rassicurarci le repliche istituzionali, come quella del Presidente dell’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), tese a difendere l’efficacia e la rapidità di percorsi abbreviati o “sanatorie” per titoli esteri.
La fretta burocratica e la saturazione numerica delle cattedre non possono e non devono sostituire il valore – insostituibile, appunto – di una formazione solida e approfondita.
Scrivo mossa da una triplice responsabilità: come Referente per l’Inclusione, come docente di sostegno che tocca con mano ogni giorno le fragilità delle nostre aule, e soprattutto come genitore di figli con disabilità. La direzione intrapresa con i percorsi formativi ridotti, delegati a enti di ricerca e slegati dal rigore accademico tradizionale, rischia di istituzionalizzare una svalutazione della nostra professionalità, trasformando l’inclusione in un mero adempimento formale.

La svalutazione della professionalità
La specializzazione sul sostegno non può essere considerata un semplice “bollino” burocratico, ma un percorso umano, accademico e professionale rigoroso.
La pedagogia speciale richiede studio, esperienza e formazione continua.
La relazione educativa necessita di competenze psicologiche, metodologiche e didattiche profonde.
L’inclusione autentica non si costruisce attraverso percorsi frettolosi o semplificati.
Il docente di sostegno non è una figura residuale, ma un professionista qualificato che contribuisce alla crescita dell’intera comunità scolastica.

Una responsabilità di tutta la comunità scolastica
È necessario affermare con chiarezza che l’inclusione non è responsabilità esclusiva del docente di sostegno. La scuola inclusiva si realizza solo quando docenti curricolari, dirigenti scolastici e personale educativo condividono pienamente la corresponsabilità verso ogni alunno. L’inclusione riguarda tutti gli studenti e le studentesse e rappresenta un principio pedagogico e civile che deve guidare l’intera scuola.
Servono scuole capaci di:
° Promuovere una reale collaborazione tra docenti curricolari e di sostegno.
° Valorizzare la formazione inclusiva obbligatoria per tutto il personale.
° Sostenere i dirigenti nella costruzione di contesti realmente accoglienti.
° Considerare l’inclusione parte integrante della qualità dell’insegnamento.

Il ruolo del Referente per l’Inclusione
Nel mio ruolo di Referente per l’Inclusione assisto quotidianamente alle difficoltà delle scuole nel garantire percorsi realmente efficaci agli alunni e alle alunne con disabilità e bisogni educativi complessi. Coordinare i GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione), supportare i docenti e dialogare con le famiglie richiede personale adeguatamente formato. Quando la formazione viene semplificata:
– Si indebolisce l’intero sistema inclusivo nazionale.
– Aumentano gli interventi inadeguati o puramente formali.
– Si scarica sulle singole scuole il peso di compensare gravi carenze formative.
Il docente specializzato deve essere una risorsa competente all’interno di una comunità educante corresponsabile, non l’unico argine a un sistema che abdica ai propri doveri.

Il diritto all’autodeterminazione
Un docente realmente formato non si limita ad assistere l’alunno, ma lo accompagna nella costruzione della propria autonomia, identità e partecipazione sociale. Favorire l’autodeterminazione significa aiutare ogni studente a sviluppare capacità di scelta, consapevolezza e progettualità di vita. Questo richiede competenze educative elevate e una preparazione specialistica autentica.
I nostri alunni e alunne hanno bisogno di professionisti capaci di valorizzarne potenzialità, desideri e diritti, non di percorsi formativi impoveriti.

Il tradimento verso le famiglie
Come genitore, infine, non posso accettare che il futuro dei nostri figli venga affidato a soluzioni semplificate e meno qualificate, trasformando il loro percorso di crescita in una “lotteria” scolastica.
I nostri figli hanno il diritto costituzionale a professionisti preparati.
La continuità didattica e la qualità dell’inclusione non sono slogan, ma pilastri del progetto di vita.
L’inclusione non può essere subordinata a logiche di risparmio o a semplificazioni amministrative.

Alcune richieste
In conclusione chiedo che si torni a investire in una formazione seria, strutturata e uniforme su tutto il territorio nazionale, prevedendo:
1. Percorsi universitari qualificati, approfonditi e uniformi sul territorio nazionale.
2. Valorizzazione del sostegno come specializzazione d’eccellenza e non come ripiegamento burocratico.
3. Formazione inclusiva obbligatoria e strutturale anche per docenti curricolari e dirigenti scolastici.
4. Tutela concreta del diritto degli alunni a una scuola che non vada “a fortuna”, ma che sia universalmente equa.
5. Maggiori risorse e sostegno normativo ai Referenti per l’Inclusione e alle istituzioni scolastiche.
Non posso accettare che la dignità della professione docente e il diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità vengano sacrificati sull’altare della velocità burocratica o di sanatorie al ribasso. La scuola inclusiva non può reggersi su fondamenta fragili. L’inclusione è un diritto di tutti e una responsabilità collettiva.

*Mamma di due ragazzi con disabilità; Referente per l’Inclusione nell’Istituto Comprensivo Nelson Mandela di Roma; docente specializzata sul sostegno; vicepresidente della Consulta per i Diritti delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie nel Municipio XII di Roma. Ringraziamo Nicola Striano per la collaborazione.

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Un questionario sulle lesioni da pressione, per migliorare le strategie assistenziali su tale problema

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«Intendiamo raccogliere dati sull’incidenza e i rischi derivanti dalle lesioni da pressione, per individuare i bisogni reali e le criticità, e sviluppare strategie assistenziali più efficaci all’interno dell’Unità Spinale di Niguarda»: così, dall’Associazione AUS Niguarda di Milano, viene presentato un questionario riguardante appunto le lesioni da pressione

«Le lesioni da pressione – sottolineano dall’AUS Niguarda di Milano (Associazione Unità Spinale Niguarda) – costituiscono una sfida complessa che colpisce i pazienti e coinvolge ogni giorno familiari, caregiver e operatori sanitari. Con questa iniziativa intendiamo raccogliere dati sull’incidenza e i rischi di tali problemi, per individuare i bisogni reali e le criticità, e sviluppare strategie assistenziali più efficaci all’interno dell’Unità Spinale di Niguarda, in collaborazione con gli operatori sanitari, all’inegna di un’adeguata e precoce risposta alle problematiche relative alle lesioni da pressione».
Per questo, dunque, la stessa AUS Niguarda ha lanciato un’indagine, proponendo alle persone interessate un agile questionario (disponibile a questo link) le cui risposte saranno naturalmente trattate in forma completamente anonima e aggregata, nel pieno rispetto delle normative sulla privacy vigenti. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario di cui si parla nella presente nota. Per ulteriori informazioni: segreteria@ausniguarda.it.

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9 siti su 10 non raggiungono un adeguato livello di accessibilità!

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Come emerge da un’indagine condotta da Eye-Able, a un anno dall’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità, il quadro è ancora quello di una transizione del tutto aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, nella stragrande maggiooranza dei casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta, se è vero che ben nove siti internet su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato La Direttiva Europea sull’Accessibilità (“European Accessibility Act”) è entrata in vigore dal 28 giugno dello scorso anno

A poco più di un anno dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, la Direttiva Europea che dal 28 giugno 2025 ha introdotto obblighi vincolanti in materia di accessibilità per prodotti e servizi digitali, il percorso verso un ecosistema online realmente inclusivo appare ancora incompleto. Se da un lato, infatti, cresce la sensibilità verso il tema dell’accessibilità digitale, dall’altro le barriere continuano a limitare l’accesso a informazioni e servizi per milioni di persone.
È quanto emerge da un’indagine realizzata da Eye-Able, scale-up europea specializzata in software e consulenza per l’accessibilità digitale, che ha analizzato oltre 10.000 siti web e raccolto le opinioni di utenti italiani per comprendere lo stato dell’arte del digitale inclusivo nel nostro Paese. Ebbene, solo una piccola parte delle piattaforme esaminate raggiunge livelli di accessibilità tali da garantire una fruizione realmente efficace da parte di tutti gli utenti. Secondo i dati raccolti, infatti, il 13% dei siti si colloca sotto la soglia del 50% di accessibilità, evidenziando criticità diffuse che compromettono significativamente l’esperienza di navigazione. La maggioranza, pari al 77%, rientra invece nella fascia intermedia compresa tra il 50% e l’80%, mentre soltanto il 10% supera l’80%, valore individuato da Eye-Able come soglia minima per garantire una reale usabilità.
Una situazione che suggerisce come molte organizzazioni abbiano avviato percorsi di miglioramento, senza però raggiungere risultati sufficienti a eliminare concretamente gli ostacoli.
«A prima vista – osserva Lorenzo Scumaci, amministratore delegato di Eye-Able Italia – la presenza di una larga maggioranza di siti nella fascia intermedia può sembrare un dato incoraggiante, ma dal punto di vista degli utenti, questo progresso non si traduce ancora in un beneficio concreto. Solo oltre l’80% di accessibilità, infatti, l’esperienza diventa realmente fluida e utilizzabile».
Il dato più significativo riguarda quindi proprio questo scarto tra intenzioni e risultati: nove siti su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato.

L’indagine evidenzia poi un fenomeno interessante: gli utenti sembrano avere una buona percezione del concetto di accessibilità digitale, ma conoscono poco le norme che la regolano. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di avere sentito parlare di accessibilità digitale e la associa correttamente alla possibilità per tutte le persone, comprese quelle con disabilità, di utilizzare siti web e applicazioni senza ostacoli. Quando però si entra nel campo normativo, il quadro cambia radicalmente. Solo il 37% degli utenti, infatti, afferma di conoscere l’European Accessibility Act, mentre appena il 30% sa che in Italia esiste già dal 2004 una normativa specifica in materia, la cosiddetta “Legge Stanca” (Legge 4/04), che disciplina l’accessibilità dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione.
Il risultato, quindi, è un evidente divario tra sensibilità culturale e conoscenza dei diritti. In altre parole, molti cittadini percepiscono l’importanza dell’accessibilità, ma pochi conoscono gli strumenti legislativi che dovrebbero garantirla.

Le difficoltà emergono soprattutto nell’esperienza concreta di utilizzo dei servizi online, se è vero che la metà degli intervistati dichiara di avere incontrato ostacoli durante la navigazione su siti web o piattaforme digitali. Tra i problemi più frequentemente segnalati figurano contenuti poco leggibili, contrasti cromatici insufficienti, caratteri troppo piccoli, strutture di navigazione poco intuitive e difficoltà nella compilazione di moduli digitali.
Si tratta di criticità che possono sembrare marginali per chi non sperimenta particolari limitazioni, ma che per molte persone rappresentano un ostacolo significativo all’accesso alle informazioni, ai servizi e alle opportunità offerte dal digitale.
Ancora più preoccupante è il giudizio espresso nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il 59% degli intervistati ritiene infatti che siti web e applicazioni degli Enti Pubblici italiani non siano pienamente accessibili. Una percezione, questa, che assume particolare rilevanza, considerando che proprio i servizi pubblici dovrebbero rappresentare uno degli àmbiti in cui l’accessibilità è già un obbligo consolidato da anni.

L’indagine di Eye-Able fa emergere un ulteriore dato interessante, mostrando come il tema dell’accessibilità digitale non interessi esclusivamente le persone con disabilità. Più della metà del campione, infatti (il 52%), afferma di conoscere familiari, amici o colleghi che incontrano difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali. Tra i soggetti maggiormente coinvolti figurano persone anziane, individui con disabilità permanenti o temporanee e utenti con limitate competenze digitali.
Il problema assume quindi una dimensione sociale ancora più ampia, che coinvolge il diritto di accesso ai servizi essenziali, alla comunicazione, all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. Non sorprende, di conseguenza, che una quota significativa degli intervistati consideri aziende e pubbliche amministrazioni ancora in ritardo rispetto agli standard richiesti dalla normativa europea: oltre un quinto ritiene che le organizzazioni siano molto lontane dagli obiettivi fissati dalla Direttiva Europea sull’Accessibilità, mentre circa un terzo le giudica solo parzialmente conformi.

L’European Accessibility Act rappresenta certamente una delle più importanti innovazioni normative degli ultimi anni in materia di inclusione digitale. Per la prima volta, infatti, gli obblighi di accessibilità vengono estesi in maniera significativa anche al settore privato, coinvolgendo e-commerce, servizi bancari, trasporti e piattaforme digitali. L’obiettivo è segnatamente quello di superare una logica basata sugli interventi correttivi successivi alla progettazione, introducendo invece l’accessibilità come requisito strutturale fin dalle prime fasi di sviluppo. «Il punto – sottolinea ancora Scumaci – non è la conformità formale, ma l’effettiva usabilità. Le barriere continuano a incidere sull’esperienza degli utenti e sull’accesso ai servizi, mentre l’accessibilità, si dovrebbe sempre ricordare, non è soltanto un obbligo normativo, ma una leva di performance che permette di raggiungere più persone e migliorare la qualità complessiva dell’esperienza digitale».

A dodici mesi dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, dunque, il quadro che emerge è quello di una transizione ancora aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, in molti casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta.
Ed è sempre più che opportuno ricordare che l’accessibilità digitale non riguarda soltanto la tecnologia, ma riguarda il diritto di ogni persona a partecipare pienamente alla vita sociale, economica e civile, senza che una barriera invisibile sullo schermo diventi un limite alla propria cittadinanza.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni sull’indagine di cui si parla nel presente contributo: eyeableit@hotwirepr.com.

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Diritti delle persone con disabilità: il contenzioso cresce e si concentra su scuola e lavoro

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Il contenzioso cresce e si concentra in particolare sul diritto allo studio e sul diritto al lavoro; la disciplina normativa relativa alle persone con disabilità continua inoltre a incontrare significative difficoltà sul piano applicativo e persistono sempre profondi squilibri territoriali: è quanto emerge dall’esame di oltre 2.000 pronunciamenti italiani e internazionali nel terzo “Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità”, prodotto dall’Osservatorio Human Hall dell’Università di Milano

2.005 Sentenze italiane in àmbito civile, penale e amministrativo, individuate, selezionate e analizzate, insieme a 7 decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e a 7 Pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, pubblicate nel corso del 2025 sui diritti delle persone con disabilità: sono i numeri del terzo Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità, denominato Diritti ad Ostacoli (disponibile integralmente a questo link), prodotto dall’Osservatorio Giuridico Permanente Human Hall, l’hub per l’inclusione, l’innovazione e la tutela dei diritti umani dell’Università degli Studi di Milano e pubblicato per il primo anno con Milano University Press, la casa editrice di Ateneo. Un dato, quello numerico, che segna un notevole aumento rispetto alle circa 1.100 decisioni analizzate nel secondo Rapporto del 2024 e alle circa 800 del 2023.
«Il contenzioso cresce – commentano da Human Hall – e si concentra su due àmbiti fondamentali dell’inclusione: diritto allo studio e diritto al lavoro, infatti, rappresentano insieme il 56% di tutto il contenzioso analizzato. Il diritto allo studio si mantiene al vertice (36% delle decisioni, in crescita dal 33% del 2024), mentre il contenzioso lavorativo raddoppia il proprio peso percentuale, passando dal 9% del 2024 al 20% del 2025. Quasi una questione su cinque, dunque, riguarda oggi il lavoro. Persistono inoltre profondi squilibri territoriali: la Campania da sola esprime quasi un terzo dell’intero contenzioso complessivo, dato, questo, significativamente influenzato dai ricorsi in materia di inclusione scolastica, se è vero che delle 724 decisioni individuate a livello nazionale sulla mancata attuazione del diritto allo studio, ben 441 sono state pronunciate da tribunali campani. Una situazione che i giudici di tale Regione stanno cercando di affrontare chiamando in causa anche la Corte dei Conti, e che richiederà un intervento urgente nelle sedi istituzionali competenti».

«Questo nostro terzo Rapporto – proseguono i promotori dell’iniziativa – mette in evidenza come la disciplina normativa relativa alle persone con disabilità continui a incontrare significative difficoltà sul piano applicativo: nonostante infatti l’ampia produzione normativa, esiste ancora una forte discrepanza tra diritti sanciti e loro concreta attuazione, con un elevato ricorso al giudice come strumento ordinario di tutela. Emergono tuttavia anche segnali positivi: la giurisprudenza è sempre più attenta al principio del ragionevole accomodamento – che tende a configurarsi non più come opzione eventuale, ma come criterio strutturale di legittimità – e alla tutela effettiva dei diritti, anche grazie al contributo della Corte Costituzionale e delle Corti sovranazionali».

Come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, il Rapporto è stato presentato nei giorni scorsi a Milano, mel corso di un incontro che ha visto la partecipazione di rappresentanti di numerose realtà istituzionali e associazionistiche attive nel settore, come l’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, la Consulta Disabilità del Comune di Milano, il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con disabilità, l’Associazione Luca Coscioni e il Servizio Disabilità della CEI (conferenza Episcopale Italiana).
«L’Università pubblica – ha sottolineato per l’occasione Marina Brambilla, rettrice dell’Università Statale di Milano – ha il compito di contribuire alla costruzione di una società più giusta, equa e inclusiva, interrogandosi sul divario tra diritti riconosciuti e loro concreta attuazione. I dati di questo Rapporto evidenziano criticità ancora significative, in particolare nei diritti allo studio e al lavoro, àmbiti centrali per la piena partecipazione delle persone con disabilità. Di fronte a queste evidenze, l’Università è chiamata non solo ad analizzare, ma ad agire, rafforzando servizi, didattica accessibile, ricerca e collaborazione con il territorio. Promuovere inclusione significa riconoscere la disabilità come parte della diversità umana e tradurre il principio di uguaglianza in opportunità reali per tutte e tutti»

Ha lanciato invece un quesito provocatorio Marilisa D’Amico, coordinatrice di Human Hall e costituzionalista all’Università di Milano: «La ricerca può avere un impatto reale sul mondo? In alcuni campi la risposta appare ovvia, nel campo umanistico e in quello del diritto costituzionale a volte può sembrare meno immediata. Con il lavoro di Human Hall – e l’Osservatorio Giuridico sui Diritti delle Persone con Disabilità ne è un esempio – stiamo dimostrando anno dopo anno come la ricerca scientifica sui diritti generi cambiamento. Lo fa perché agisce sulla conoscenza e una persona che ha consapevolezza dei propri diritti può farli valere, è meno sola ed è più forte».

«Da questo nostro terzo Rapporto – ha concluso Giuseppe Arconzo, coordinatore dell’Osservatorio Giuridico Permanente sui Diritti delle Persone con Disabilità e costituzionalista della Statale di Milano – emerge da un lato una crescente consapevolezza dei diritti, sostenuta anche da enti e istituzioni, inclusa la nostra università, dall’altro, una criticità profonda: troppo spesso, infatti, nella vita quotidiana, far valere questi diritti comporta aggravi personali e familiari che peggiorano condizioni già complesse, tradendo lo spirito della nostra Costituzione».

In conclusione, vediamo nel dettaglio alcune tendenze giurisprudenziali su altrettante tematiche, espresse nel Rapporto.
Diritto al lavoro: il dato più rilevante del 2025 è stato proprio la crescita del contenzioso lavorativo e il consolidamento di una giurisprudenza che configura l’accomodamento ragionevole non più come correttivo marginale ma come presupposto indefettibile di legittimità dell’esercizio del potere datoriale in ogni aspetto della vita lavorativa. Il licenziamento adottato senza ricerca attiva di mansioni compatibili e senza coinvolgimento del medico competente è considerato discriminatorio. Cresce anche la tendenza a rafforzare il riparto degli oneri di prova: è sufficiente che il lavoratore alleghi la propria disabilità e un trattamento deteriore; spetta al datore dimostrare l’adozione di tutti gli accomodamenti ragionevoli o la loro sproporzione.
Diritto allo studio: il diritto all’inclusione scolastica resta ancora il settore più critico, con un contenzioso che cresce e si concentra in modo anomalo in Campania, ma rimanendo preoccupante anche nel resto del Paese. Le principali problematiche riguardano la mancata redazione o attuazione del PEI (Ppiano Educativo Individualizzato) e la carenza di ore di sostegno e di assistenza all’autonomia e comunicazione. La giurisprudenza ribadisce che il diritto all’istruzione degli alunni/alunne con disabilità è fondamentale e non può essere sacrificato per ragioni di bilancio.
Progetto di Vita individuale: la giurisprudenza conferma che i Comuni, d’intesa con le Aziende di Tutela della Salute, sono obbligati a predisporre i Progetti di Vita su richiesta dell’interessato. La mancata o tardiva predisposizione può causare danno esistenziale risarcibile. Qui emergono questioni nuove sulla natura degli atti idonei a superare l’inerzia delle amministrazioni e sui soggetti obbligati, anche alla luce dell’attuazione progressiva del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità.
Accessibilità: la giurisprudenza prevalente afferma che il diritto all’accessibilità prevale sugli interessi patrimoniali condominiali, salvo limiti di sicurezza e stabilità. Nuovi filoni riguardano il bilanciamento con la tutela dei beni paesaggistici e del patrimonio artistico, la rimozione delle barriere negli alloggi ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) e il diritto alla mobilità. Significativa la giurisprudenza sulla rimozione delle barriere alla partecipazione politica.
Caregiver: il peso percentuale scende (dal 9% al 6%) per effetto della crescita più intensa di studio e lavoro, non per riduzione del contenzioso assoluto. Sta cominciando ad emergere, grazie alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la tutela antidiscriminatoria a favore dei lavoratori e delle lavoratrici caregiver. Il diritto alla scelta della sede può essere limitato solo da esigenze organizzative effettive e dimostrate.
Compartecipazione alle spese sociosanitarie: l’ISEE sociosanitario si conferma parametro esclusivo per valutare la capacità economica dell’assistito. Emergono questioni sulla libera scelta della struttura e sul bilanciamento con le esigenze di contenimento della spesa pubblica. Permangono inoltre criticità legate all’effettiva rappresentazione della situazione economica dei beneficiari e alla distinzione tra prestazioni sanitarie e assistenziali, in un quadro applicativo ancora frammentato e oggetto di frequente contenzioso. Sullo sfondo, le difficoltà di sostenibilità economica delle RSA e il persistente squilibrio tra quota sanitaria e quota a carico delle famiglie. L’esito delle Pronunce e il crescente dibattito sul tema evidenziano infine l’esigenza di un intervento volto a garantire una più adeguata copertura pubblica dei costi della non autosufficienza e una più efficace integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali.
Corti Europee: Comee detto inizialmente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno prodotto complessivamente nel 2025 14 decisioni rilevanti. Si rafforza il principio che i diritti delle persone con disabilità non possono essere compressi da esigenze finanziarie o organizzative. Tra le pronunce più significative, la sentenza Niort v. Italia della Corte EDU (27 marzo 2025, n. 4217/2023), sui diritti delle persone con disabilità in carcere. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il testo integrale del terzo Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità, denominato Diritti ad Ostacoli. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimi.it.

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Il Comune viola il proprio stesso Statuto, il Prefetto pone rimedio alla situazione

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A conclusione di una vicenda quasi paradossale, che aveva visto un Comune del Lazio togliere la residenza a una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle, nonché al figlio di 58 anni, nonostante non fossero affatto irreperibili, con conseguenze pesanti anche per l’accesso all’assistenza sanitaria, il Prefetto di Viterbo ha accolto il ricorso presentato dalle persone coinvolte, «in quanto emesso in presenza di manifesti vizi procedurali» e ha finalmente ridato la residenza alla signora e al figlio

«Riteniamo impensabile, nel 2025, non avere completo accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto per una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle, che chiede una presenza costante. Insieme al figlio di 58 anni, infatti, la signora risiede da circa vent’anni nel Comune di Bassano Romano (Viterbo), ma a seguito di un incendio dalla causa non chiarita, si sono visti togliere, in barba al rispetto delle procedure, la residenza nella loro casa abituale, ciò che ha avuto ripercussioni pesanti sulla vita quotidiana dei due, costretti ad autotutelarsi da se stessi, data la mancanza di ascolto e dialogo con le Istituzioni che invece dovrebbero interessarsi alla vicenda e chiamarli a chiarire la questione con il Sindaco, che potrebbe risolvere l’equivoco creatosi da semplici vizi di forma, che gli Uffici comunali non si occupano di correggere»: così Carlo Leoni dell’ACDC (Associazione Centrale per la Difesa dei Diritti e Doveri dei Cittadini), aveva denunciato alla fine dello scorso anno, in occasione della Giornata Internazionale della Copertura Sanitaria Universale, una vicenda quasi paradossale, che sulle nostre pagine avevamo raccontato con il significativo titolo di Quando un Comune viola il proprio stesso Statuto. All’articolo 16 dello Statuto del Comune di Bassano Romano, protagonista della vicenda, si può leggere infatti: «Valorizzazione degli anziani, comma 3: Si prefigge di estendere il sistema di garanzie sociali e di servizi e di assistenza morale e materiale agli anziani». E invece, alla luce dell’articolo 11 (Cancellazioni anagrafiche) del “Regolamento Anagrafico” (DPR 223/89: «La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente viene effettuata […] quando, a seguito di ripetuti accertamenti opportunamente intervallati, la persona sia risultata irreperibile»), alla signora e al figlio era stata appunto tolta la residenza, nonostante l’insussistenza dell’irreperibilità, ciò che aveva segnatamente comportato conseguenze anche sull’accesso all’assistenza sanitaria.
A porre finalmente rimedio alla situazione è stato il Prefetto di Viterbo, che ha accolto il ricorso presentato dalle persone coinvolte, «in quanto emesso in presenza di manifesti vizi procedurali» e ha ridato la residenza alla signora di 94 anni e al figlio. Non possiamo che prenderne atto con soddisfazione. (S.B.)

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Una nuova edizione ad Albenga della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso”

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Il percorso di HSA Italia, che ha consentito a tantissimi subacquei con disabilità di formarsi e di immergersi in mare o in piscina, proseguirà il 27 e 28 giugno ad Albenga (Savona), con una nuova edizione della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso”. E sabato 27 gli esperti subacquei con disabilità visiva Maurizio Lo Bortalo e Andrea Sanlazzaro effettueranno in immersione le operazioni di posa di una targa in Braille ai piedi del Cristo Redentore Una bella foto di gruppo, scattata in occasione della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso” di Albenga dello scorso anno

Com’è ben noto a chi segue regolarmente il nostro giornale, il percorso di HSA Italia, l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, ha consentito in questi decenni a tantissimi subacquei con disabilità di formarsi e di immergersi in mare o in piscina, supportati da istruttori qualificati e da strumenti didattici sempre più accessibili.
Accadrà ora ancora una volta sabato 27 e domenica 28 giugno, nel mare dell’Isola Gallinara, di fronte ad Albenga (Savona), per una nuova edizione (la 18^) della Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso, evento inclusivo gratuito e aperto a tutti, realizzato in collaborazione con il Centro Subacqueo Idea Blu di Albenga e il supporto del Nucleo Subacqueo Carabinieri Genova.
L’appuntamento, dunque, è per la mattinata del 27 giugno (ore 9) al Diving Centro Subacqueo Idea Blu di Albenga (Via Luigi Einaudi), dove le persone in immersione verranno seguite dalle guide HSA di Onda Sub Torino, Sub Novara Laghi, Passione d’Amare Ronco Scrivia, Scuba Diving Club NRDC Nato Solbiate Olona.
E va anche segnalato un ulteriore momento molto atteso, quando cioè, sabato 27, gli esperti subacquei con disabilità visiva Maurizio Lo Bortalo e Andrea Sanlazzaro effettueranno in immersione le operazioni di posa di una targa in Braille ai piedi del Cristo Redentore, situata a 17 metri di profondità nella Baia Isola Gallinara. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento sull’iniziativa. Per altre informazioni: Patrizia De Santo (patrizia@patriziadesantopr.it).

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“ConsideraMI” vuole diventare una sorta di “Google dei servizi per la disabilità”

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Domani, 26 giugno, a Rimini, all’interno di “ExpoAid 2026”, Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano, presenterà l’evoluzione del progetto “ConsideraMI”, piattaforma realizzata negli anni scorsi, che oggi raccoglie informazioni su circa 800 servizi dedicati a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità a Milano, e che punta ora a diventare un vero e proprio “Google dei servizi per la disabilità”, inteegrando una serie di nuove funzionalità avanzate Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano

«Trovare il servizio giusto per un figlio o una figlia con disabilità – dicono dall’Associazione L’abilità di Milano – può trasformarsi in un percorso lungo, complesso e spesso frustrante. Centri riabilitativi, neuropsichiatria infantile, attività sportive inclusive, servizi educativi, sostegno alle famiglie: le opportunità esistono, ma sono spesso frammentate e difficili da individuare e la ricerca richiede tempo, energie e competenze, finendo per gravare in modo significativo sui caregiver, contribuendo a generare isolamento, senso di smarrimento e burnout. È per rispondere a questi bisogni che è nata ConsideraMI, piattaforma che oggi raccoglie informazioni su circa 800 servizi dedicati a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità a Milano, realizzata negli anni scorsi anni grazie al lavoro di 16 Enti del Terzo Settore che operano sui temi dell’infanzia e della disabilità nel capoluogo lombardo».
Ora, dunque, è arrivato il momento di un’evoluzione di quel progetto, su cui ci eravamo già soffermati a suo tempo anche sulle nostre pagine, e sarà proprio Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità, a presentare domani, 26 giugno, la nuova iniziativa, ciò che accadrà a Rimini, all’interno dell’evento ExpoAid 2026 (di quest’ultimo si legga già ampiamente nel nostro giornale).

«La nuova iniziativa – spiegano da L’abilità – punta a realizzare entro la fine del 2027 uno strumento innovativo capace di rendere più semplice, veloce e personalizzata la ricerca di servizi, terapie, attività e opportunità per le famiglie, supportando al tempo stesso il lavoro degli operatori che si occupano di disabilità. Il progetto nasce dalla consapevolezza che, nonostante l’esistenza di numerosi servizi sul territorio, molte famiglie faticano ancora a individuare le risposte più adatte ai propri bisogni. ConsideraMI vuole pertanto colmare questa distanza, diventando un punto unico di accesso alle informazioni e uno strumento di orientamento concreto e affidabile. La nuova piattaforma integrerà infatti funzionalità avanzate per migliorare l’esperienza di ricerca: filtri intelligenti, percorsi guidati personalizzati, un assistente virtuale disponibile 24 ore su 24, contenuti accessibili in più lingue e strumenti basati sull’intelligenza artificiale per l’aggiornamento continuo delle informazioni. Accanto alla dimensione digitale, poi, il progetto prevede anche la creazione di punti informativi dedicati all’orientamento delle famiglie: spazi di ascolto e supporto dove ricevere assistenza nell’utilizzo della piattaforma e indicazioni utili per individuare percorsi, attività e opportunità adeguate alle esigenze di ciascun nucleo familiare».

«Ogni giorno – sottolinea Laura Borghetto – incontriamo famiglie che dedicano una quantità enorme di tempo alla ricerca di informazioni, servizi e opportunità per i propri figli. Una fatica che spesso si traduce in smarrimento, isolamento e difficoltà nell’accedere a risposte che esistono, ma che non sempre sono facilmente individuabili. Con ConsideraMI vogliamo creare una sorta di “Google dei servizi per la disabilità”: un luogo unico dove trovare informazioni affidabili, aggiornate e facilmente accessibili. Ma vogliamo fare un passo in più. Grazie all’intelligenza artificiale, infatti, la piattaforma non si limiterà a raccogliere informazioni, ma sarà in grado di orientare le famiglie, suggerire percorsi e accompagnarle nella ricerca delle risposte più adatte ai loro bisogni. Quando si parla di intelligenza artificiale, per altro, si pensa spesso a tecnologie lontane dalla vita quotidiana, ma noi vogliamo utilizzarla per risolvere un problema molto concreto e restituire tempo, energie e opportunità alle famiglie».

L’abilità, va detto, coordina un gruppo composto da Associazione La Nostra Comunità, ANFFAS Milano (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), Spazio Aperto Servizi, Cascina Bianca, volontari e famiglie, che contribuiscono al progetto mettendo a disposizione competenze professionali, esperienza diretta e conoscenza dei bisogni reali delle persone con disabilità e dei loro caregiver. Il tutto si avvale inoltre del sostegno del Rotary Club Milano International Net. I Rotary milanesi hanno tra l’altro recentemente aderito a un Protocollo d’Intesa tra Rotary Italia e il Ministero per la Disabilità e ritengono che questo progetto «risponda in modo esemplare agli impegni assunti nel Protocollo stesso». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: info@labilita.org.

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