AVVISO D.M. n. 136/2026 Operazioni assunzionali informatizzate a.s. 2026/2027 personale docente
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Luca ha sostenuto l’esame di maturità da una delle aule dell’Istituto Riabilitativo Montecatone – la nota struttura di Imola (Bologna) impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita -, collegato in videoconferenza con la commissione dell’IIS Borsellino e Falcone di Zagarolo (Roma), la sua scuola. Ha superato l’esame con la votazione di 93/100, raggiungendo un traguardo scolastico che si intreccia con un percorso di riabilitazione ancora in corso. Ricoverato infatti a Montecatone dal novembre dello scorso anno, in seguito a un grave incidente sul lavoro, il diciannovenne aveva interrotto gli studi alcuni mesi prima per iniziare a lavorare; durante il colloquio d’esame ha raccontato quindi come la possibilità di riprendere la scuola in ospedale abbia rappresentato una seconda opportunità, un tassello importante nel percorso per riprendersi la propria vita.
Al termine della prova la commissione lo ha salutato con un lungo applauso e uno dei docenti gli ha detto: «Oggi ho ricevuto una lezione di vita importante».
La storia di Luca racconta un risultato più ampio: quest’anno, infatti, sono stati sei gli studenti che hanno frequentato la Scuola in Ospedale di Montecatone e tutti hanno superato l’esame di maturità. Cinque l’hanno sostenuto nelle rispettive sedi scolastiche, uno – Luca, appunto – direttamente dall’Istituto. «È il segno concreto – commentano da Montecatone – di un servizio che consente agli studenti ricoverati di non interrompere il proprio percorso di studi».
La Scuola in Ospedale è un progetto nazionale promosso dal Ministero dell’Istruzione e coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali, con l’obiettivo di garantire la continuità didattica agli alunni che, a causa della degenza, non possano frequentare temporaneamente la scuola di appartenenza.
A Montecatone tale servizio è attivo dal 2004, grazie alla collaborazione con l’Istituto Alberghiero Bartolomeo Scappi di Castel San Pietro Terme le cui docenti progettano percorsi educativi personalizzati in costante raccordo con gli istituti di provenienza degli studenti. «Si tratta di un lavoro – sottolineano dalla struttura imolese – che permette di mantenere continuità negli apprendimenti e, insieme, di preservare una dimensione fondamentale della quotidianità. Per chi affronta un lungo ricovero, infatti, la scuola non rappresenta soltanto un luogo di studio, ma è uno spazio nel quale continuare a immaginare il futuro, mantenere relazioni, fissare obiettivi e ritrovare normalità. Anche per questo i sei diplomi conseguiti quest’anno assumono un significato che va oltre il risultato scolastico: confermano come il percorso di cura possa accompagnarsi, giorno dopo giorno, alla crescita personale e alla costruzione di nuove prospettive». (S.B.)
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La domanda «Dopo di noi, dove vivrà nostro figlio?» attraversa da anni il cuore di molte famiglie che vivono l’esperienza della disabilità. È una domanda profondamente umana, nata dalla paura della solitudine, dell’abbandono, dell’incertezza. È la domanda di chi ama e vuole proteggere. Ma forse oggi siamo chiamati a porci una domanda ancora più profonda, più vera: che idea di persona e di comunità abbiamo costruito, se il futuro di una persona con deficit continua a essere pensato soprattutto come un problema da risolvere quando i genitori non ci saranno più?
Il punto centrale non è soltanto il “dopo”. Il punto centrale è il “durante”. Perché il futuro di una persona non si prepara nell’ultimo tratto della vita dei genitori. Si costruisce giorno dopo giorno, attraverso relazioni, esperienze, possibilità, appartenenze. Il “Durante Noi” è il tempo educativo e sociale nel quale una persona con deficit viene riconosciuta, accompagnata e messa nelle condizioni di diventare protagonista della propria esistenza. Il “Dopo di Noi”, infatti, rischia di arrivare troppo tardi se prima non abbiamo costruito un “Durante Noi” autentico.
Per troppo tempo la disabilità è stata letta attraverso il paradigma della mancanza. La persona con deficit è stata definita da ciò che non può fare, dalle sue difficoltà, dai suoi limiti. Anche se animata dalle migliori intenzioni, la cultura dell’assistenza ha spesso prodotto uno sguardo riduttivo: prima il bisogno, poi la persona. Ma una persona non coincide mai con il proprio deficit. La domanda pedagogica fondamentale non è: «Di cosa ha bisogno questa persona?», ma: «Chi è questa persona? Quale desiderio porta con sé? Quale possibilità di vita possiamo costruire insieme?».
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” deve compiere un passaggio culturale decisivo: dalla logica della compensazione alla logica della generatività. Non si tratta soltanto di colmare una mancanza, ma di creare condizioni affinché ogni persona possa esprimere la propria unicità.
La persona con deficit non è un oggetto di cura, ma un soggetto di relazione. Non è soltanto destinataria di interventi, ma parte della costruzione della comunità.
Abbiamo dunque bisogno di una nuova pedagogia della persona con deficit: un pensiero capace di superare la separazione tra “normale” e “diverso”, perché la disabilità non è una condizione che riguarda soltanto alcune persone, ma è una dimensione dell’umano che interroga tutti noi. E ogni società si misura dal modo in cui accoglie la fragilità, perché la fragilità non è un’eccezione, ma appartiene alla vita.
Una comunità realmente educativa non chiede alla persona fragile di adattarsi a un mondo già costruito. È il mondo che deve imparare a trasformarsi, per permettere a ciascuno di partecipare. La vera interazione non è mettere una persona dentro uno spazio predisposto per lei. È costruire spazi nei quali la sua presenza sia considerata naturale.
Ma vi è un aspetto che considero essenziale. La sensibilizzazione non può esaurirsi nella riflessione, per quanto profonda essa sia. Se il pensiero non si traduce in una trasformazione dello sguardo e, successivamente, in un cambiamento delle pratiche quotidiane, rischia di rimanere confinato nell’ambito delle opinioni. Il senso di queste riflessioni è proprio quello di contribuire a generare una diversa cultura della relazione. Ogni autentico cambiamento educativo nasce, prima di tutto, da una conversione dello sguardo: è nel modo in cui riconosciamo l’altro che prendono forma le nostre scelte, i nostri gesti e le nostre responsabilità.
Esiste un’affermazione che sintetizza efficacemente questa prospettiva: «Tutto è utopico, fino a quando non arriva qualcuno e lo mette in pratica». È una frase che richiama il passaggio decisivo dall’ideale all’azione. Una nuova pedagogia della persona con deficit può nascere proprio da questa convinzione: un’idea acquista valore soltanto quando diventa prassi educativa, relazione autentica e riconoscimento concreto della dignità dell’altro.
Se quindi anche una sola persona, dopo avere letto queste riflessioni, iniziasse a vedere prima la persona e solo successivamente il suo deficit, quell’utopia avrebbe già iniziato a trasformarsi in realtà. Ed è proprio in questi piccoli cambiamenti, spesso silenziosi ma profondi, che prendono avvio le autentiche rivoluzioni educative.
La Legge sul “Dopo di Noi” [Legge 112/16, N.d.R.] ha rappresentato un passaggio importante nella storia dei diritti delle persone con deficit. Ha riconosciuto il bisogno di progettare il futuro e di superare l’idea dell’istituzionalizzazione come unica risposta. Tuttavia, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sui limiti di quella norma. Se gli strumenti previsti funzionano soprattutto per chi possiede patrimoni, proprietà, conoscenze giuridiche e reti familiari capaci di orientarsi tra fondazioni, vincoli e procedure amministrative, rischiamo di creare una nuova forma di disuguaglianza. Che cosa accade, infatti, alla persona con deficit che non erediterà nulla? Che cosa accade alle famiglie prive di risorse economiche o culturali?
La dignità non può dipendere da un’eredità ricevuta. Un diritto universale non può essere costruito sulla capacità privata delle famiglie di organizzare una soluzione individuale. La vita di una persona non può essere garantita dalla ricchezza dei genitori, ma dalla responsabilità della comunità.
Invece, il “Durante Noi” ci obbliga a cambiare prospettiva. Non dobbiamo aspettare che venga meno la famiglia per chiederci quale sarà il futuro di una persona. Dobbiamo costruire quel futuro mentre la famiglia è ancora presente. Questo significa educare all’autonomia possibile, creare reti sociali, favorire amicizie, esperienze lavorative, partecipazione culturale, appartenenza ai luoghi. Significa permettere alla persona con disabilità di esercitare il diritto alla scelta, anche quando la scelta è accompagnata e sostenuta.
L’autonomia non significa fare tutto da soli. Nessun essere umano è completamente autonomo: tutti viviamo grazie a relazioni e interdipendenze. La vera autonomia è poter partecipare alla propria vita con gli strumenti necessari per esprimere se stessi.
Il volontariato ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale. Ha saputo trasformare il dolore delle famiglie in solidarietà, costruendo risposte dove spesso mancavano. Ma la disabilità non può essere affidata soltanto alla generosità dei volontari. La questione riguarda il modello culturale di una società intera. Riguarda la scuola, il lavoro, la politica, l’urbanistica, i servizi, i luoghi della cultura, le relazioni quotidiane. Non abbiamo bisogno soltanto di più servizi per la disabilità. Abbiamo bisogno di una società più capace di riconoscere l’umano nelle sue diverse forme. E la sfida del futuro non è costruire luoghi dove “collocare le persone fragili”, ma è costruire comunità dove nessuno venga percepito come fuori posto.
Il “Durante Noi” dovrebbe quindi diventare il tempo della responsabilità condivisa: il tempo in cui si prepara una società capace di accogliere il “Dopo di Noi”, non perché ha trovato un luogo dove collocare qualcuno, ma perché ha costruito legami nei quali nessuno è lasciato solo.
La domanda finale non dovrebbe essere soltanto: «Dove vivrà mio figlio quando io non ci sarò?». La domanda più grande è, e rimane: «Che tipo di comunità stiamo costruendo oggi, affinché mio figlio possa vivere pienamente quando io ci sono ancora e quando io non ci sarò più?». Perché il futuro non si eredita. Il futuro si educa, si costruisce e si condivide.
*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.
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Dopo il grande successo ottenuto con le prime due tappe di Noventa di Piave (Venezia) e Cesano Maderno (Monza-Brianza) (i relativi approfondimenti sono disponibili rispettivamente a questo e a questo link), siamo ora alla vigilia del terzo appuntamento con il 16° Giro d’Italia di Handbike, manifestazione divenuta leader di settore anche a livello continentale, che il 12 luglio approderà a Monfalcone (Gorizia), città del Friuli Venezia Giulia che accoglierà per la terza volta l’evento.
Il Giro tornerà quindi, dopo la pausa estiva, con le ultime due tappe di Carugate (Milano) il 6 settembre e di Biella il 4 ottobre. (S.B.)
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L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali stanno ridefinendo il mercato del lavoro e il futuro della società. Per tentare di rispondere a questa sfida e colmare il divario di genere in tale settore, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), in partnership con AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), la Federazione lombarda LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani), ha promosso il progetto denominato Donne e intelligenza artificiale, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, iniziativa formativa online gratuita, rivolta esclusivamente a giovani donne di età compresa tra i 16 e i 25 anni.
«Con questo progetto – spiegano dalla FISH – ci proponiamo di intercettare ragazze motivate, curiose e desiderose di dare una svolta decisiva al proprio percorso di studi e professionale. Attraverso percorsi didattici mirati, le partecipanti avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale».
«Offrire a giovani donne tra i 16 e i 25 anni gli strumenti per padroneggiare l’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – significa dare loro un vantaggio competitivo reale per il proprio futuro professionale e personale. L’innovazione e la transizione digitale devono essere inclusive e accessibili a tutti e tutte: solo investendo sulle competenze delle nuove generazioni possiamo costruire una società più equa, moderna e aperta al cambiamento».
La formazione è pensata per garantire un alto standard di apprendimento e per questo motivo, i posti sono limitati a un massimo di 52 partecipanti per ciascun corso. Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 15 settembre prossimo. (S.B.)
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Lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale: è il messaggio che ha caratterizzato il progetto denominato A Suon di Padel, iniziativa dell’ENS di Sassari (Ente Nazionale Sordi), ideata da chi scrive [Claudia Porcu] e realizzata grazie al contributo della Fondazione di Sardegna, nata con l’obiettivo di rendere l’attività sportiva realmente accessibile anche alle persone con disabilità uditiva.
Lo sport, infatti, è molto più di una pratica agonistica o di un semplice momento di svago: è un linguaggio universale capace di unire persone di età, culture, abilità e percorsi di vita differenti. Attraverso tale pratica si costruiscono relazioni, si promuove il rispetto reciproco, si superano barriere e pregiudizi e si sviluppa un autentico senso di appartenenza alla comunità. Quando è accessibile e aperto a tutti, diventa un potente strumento di inclusione sociale, capace di valorizzare le diversità come una risorsa e di offrire a ciascuno l’opportunità di esprimere il proprio potenziale.
Il progetto A Suon di Padel è nato proprio da questa visione. Attraverso un corso di 20 ore, svoltosi a Sassari, presso lo Sporting Milano 26 e guidato dagli istruttori qualificati Giuseppe Cardin e Ginevra Ciafardini, i partecipanti sordi hanno avuto l’opportunità di avvicinarsi al padel non soltanto come disciplina sportiva, ma come esperienza di incontro, socializzazione e condivisione.
Oltre all’apprendimento delle tecniche di gioco, il percorso ha favorito la nascita di nuove relazioni e la condivisione di momenti significativi all’interno di un ambiente inclusivo e stimolante.
Il padel si è rivelato uno strumento particolarmente efficace per raggiungere questi obiettivi perché, essendo uno sport di gruppo, favorisce la collaborazione, la comunicazione, la fiducia reciproca e lo spirito di squadra.
Uno degli aspetti più significativi del progetto è stato il coinvolgimento non solo degli atleti con sordità, ma anche degli istruttori e di tutto lo staff dello Sporting Milano 26. Durante il percorso, tecnici e operatori hanno affrontato un’importante esperienza culturale e umana che li ha resi maggiormente consapevoli di quelle che sono le esigenze delle persone con sordità. Hanno infatti acquisito gli accorgimenti per comunicare in modo efficace con le persone sorde e anche alcuni segni della LIS Lingua dei Segni Italiana.
È stato insomma un percorso che ha dimostrato come l’inclusione autentica nasca dalla conoscenza reciproca, dall’ascolto delle esigenze di ciascuno e dalla volontà di creare spazi realmente accessibili.
Proprio questi temi sono stati approfonditi durante un convegno in giugno al Pegasus Hotel di Sassari, dedicato a sport e inclusione, durante il quale sono stati presentati i risultati raggiunti e condivise le esperienze di atleti provenienti da discipline diverse. Dallo sci nautico al nuoto, dal padel al surf, è emerso un messaggio comune: lo sport come potente strumento di inclusione, capace di valorizzare le differenze e trasformarle in una risorsa.
A portare il proprio contributo sono stati relatori di spicco del panorama sportivo e sociale. Tra questi Jeff Onorato, pluricampione di sci nautico e fondatore della Scuola Sci Saint Tropez di La Maddalena, che ha condiviso la propria esperienza sportiva e il valore della disciplina come percorso di crescita personale. La scuola, attiva da oltre vent’anni, accoglie atleti con e senza disabilità, provenienti da tutto il mondo che arrivano a la Maddalena per imparare e praticare lo sci nautico, in un contesto di libertà, sicurezza e inclusione.
È intervenuto poi Manolo Cattari, psicologo e psicoterapeuta dello sport e presidente del Progetto AlbatroSS, realtà che promuove l’attività in acqua come strumento di inclusione sociale, benessere e partecipazione. Nel corso del suo intervento, insieme agli atleti con disabilità presenti, sono state condivise esperienze di impegno, risultati e crescita continua, offrendo testimonianze significative del valore trasformativo dello sport. Il Progetto AlbatroSS ha inoltre sviluppato iniziative di respiro locale e internazionale, con l’obiettivo di creare connessioni tra comunità diverse attraverso lo sport.
Il terzo intervento è stato quello di Marco Pistidda, fondatore della Bonga Surf School a Porto Ferro (Sassari), che ha sviluppato progetti di surf therapy e inclusione rivolti in particolare alle persone neurodivergenti e con la malattia di Parkinson, attraverso attività che mettono al centro il benessere, la sicurezza e l’accessibilità dell’esperienza del mare.
A chiudere è stato infine Manuel Vanuzzo, ex capitano storico della Dinamo Sassari di basket, oggi impegnato nella gestione dello Sporting Milano 26, punto di riferimento cittadino per il tennis, il calcetto e soprattutto il padel, e che rappresenta un contesto attivo anche sul piano sociale.
La giornata successiva è stata invece dedicata al gioco e alla partecipazione attiva, con un torneo che ha visto scendere in campo insieme persone sorde e udenti, dando vita a un autentico momento di condivisione, collaborazione e divertimento.
È stata un’esperienza significativa che resterà a lungo nella memoria di tutti i partecipanti e che porteremo nel cuore. Il progetto è stato rifinanziato e si prevede di proseguire il percorso coinvolgendo nuove persone sorde, con l’obiettivo di continuare a promuovere inclusione, partecipazione e crescita condivisa.
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