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Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”: nuove parole per l’inclusione sociale

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Il “Premio Giornalistico”, il “Premio Speciale per l’Attivismo” e il nuovo “Premio Agenda della Disabilità”: sono le tre sezioni in cui si articola il 4° Premio “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), per la quale si potranno inviare gli elaborati e le candidature fino al 15 settembre. Tutti i dettagli di un concorso intitolato a chi intuì per tempo l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione Foto di gruppo al termine della cerimonia di premiazione della terza edizione del “Premio Paolo Osiride Ferrero” nel dicembre 2025

È in corso di svolgimento la quarta edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al sostegno e alla partnership strategica con Fondazione CRT nell’àmbito del progetto Agenda della Disabilità e in collaborazione con il Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino, le Associazioni Angelo Burzi e OPES, la media partnership con l’ANSA e il sostegno di ASTM Group, Avio Aero e di Fondazione Venesio Ente Filantropico.
Il titolo dell’iniziativa, va ricordato, porta con sé la memoria di Paolo Osiride Ferrero, presidente “storico” della CPD, eletto nel 1995 e alla quale si è dedicato per tutta la vita fino alla sua scomparsa. «In particolare – sottolineano dall’organizzazione torinese -, nel suo lavoro incessante per far progredire questi temi, Paolo Osiride Ferrero si caratterizzò non solo per le modalità innovative di interlocuzione con le istituzioni e il mondo associativo, ma soprattutto per la sua capacità di dialogo e interazione con il mondo della comunicazione. Figura di rottura anche in questo, aveva infatti intuito fin da subito l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione».

Anche il nostro giornale ha sempre dato spazio al Premio, prendendo atto tra l’altro con piacere del riconoscimento andato nella scorsa edizione a Carmela Cioffi, già preziosa collaboratrice della redazione di Superando. Questa volta ne registriamo anche alcune novità, a partire dall’ampliamento, articolatosi in tre sezioni, ossia il Premio Giornalistico, il Premio Speciale per l’Attivismo e il Premio Agenda della Disabilità.
Nel dettaglio, il Premio Giornalistico intende valorizzare coloro che, nel panorama dell’informazione italiana, si distinguono nella promozione dei temi della disabilità, dell’inclusione sociale e del rispetto della persona. È possibile concorrere nelle categorie Carta stampata, Radio e TV e Web e social.
Viene poi rilanciato il Premio Speciale per l’Attivismo, presieduto dalla giornalista e attivista Valentina Tomirotti e realizzato in collaborazione con l’Associazione Angelo Burzi, che riconosce l’impegno delle persone attive nella promozione dei diritti delle persone con disabilità e nella diffusione di una cultura più inclusiva.
Ma la novità assoluta della quarta edizione è rappresentata dall’introduzione del Premio Agenda della Disabilità, rivolto ad aziende e organizzazioni che, nel corso dell’ultimo anno, abbiano sviluppato iniziative di comunicazione interna o esterna inclusive e accessibili. «L’obiettivo – spiegano dalla CPD di Torino – è valorizzare le esperienze che abbiano saputo trasformare l’attenzione all’inclusione in una pratica concreta e continuativa: dalla comunicazione rivolta ai dipendenti, attraverso strumenti interni accessibili, linguaggi rispettosi e inclusivi, percorsi di sensibilizzazione e soluzioni digitali fruibili, fino alle campagne istituzionali, ai contenuti editoriali, alle attività di marketing e alle iniziative pubbliche destinate a clienti, stakeholder e comunità. In tal senso, particolare attenzione sarà rivolta ai progetti che abbiano contribuito a promuovere una rappresentazione della disabilità realmente autentica, competente e libera da stereotipi, favorendo una cultura fondata sul riconoscimento dei diritti, delle competenze e della piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale, culturale ed economica del Paese».

Presieduta dal giornalista Luigi Contu, direttore dell’ANSA e coordinata da Fabrizio Vespa, la Giuria del Premio sarà affiancata da un Comitato Tecnico Scientifico composto da esponenti del mondo culturale, sociale, profit e non profit.
E infine, dato fondamentale, la scadenza per l’invio degli elaborati e delle candidature, che è fissata per le ore 24 del 15 settembre prossimo. (S.B.)

A questo link il regolamento e le modalità di partecipazione al Premio. Per ulteriori informazioni: fabrizio.vespa@cpdconsulta.it.

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Il coraggio di fermarsi davanti a una vita e di ascoltarla

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«La cosa che più mi ha emozionata – racconta Simona Atzori, danzatrice, pittrice e scrittrice, nata senza braccia, protagonista di una recente puntata del programma di Rai3 “Che ci faccio qui” – è che Domenico Iannacone mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo» Domenico Iannacone e Simona Atzori durante la puntata intitiolata “La forma perfetta” fdfel programma di Rai3 “Che ci faccio qui”

Martedì 7 luglio i miei piedi gesticolavano in prima serata su Rai3. Il mio sorriso accoglieva migliaia di persone nel mio mondo e un perfetto padrone di casa mi accompagnava in un viaggio fatto di arte, di vita e di umanità.
La puntata di Che ci faccio qui, condotta da Domenico Iannacone e intitolata La forma perfetta, è stata molto più di un programma televisivo. È stato un incontro. Domenico, con la sua straordinaria capacità di osservare senza invadere, è entrato in punta di piedi nella mia vita. Non ha cercato l’eccezionalità, non ha rincorso l’effetto. Ha semplicemente guardato. E io l’ho accolto come si accoglie chi possiede un dono raro: uno sguardo capace di vedere davvero.

Da quel momento è accaduto qualcosa che non avrei potuto immaginare. Un mare di persone ha accolto quell’invito fatto con tanta delicatezza e si è sintonizzato non solo su un canale televisivo, ma su una frequenza umana fatta di ascolto, silenzi, sorrisi, fragilità e bellezza.
La cosa che più mi ha emozionata è che Domenico mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo.
Nei giorni successivi alla messa in onda sono arrivati centinaia di messaggi. Persone che mi hanno scritto di essersi emozionate, di aver pianto, di aver riconosciuto un pezzo della propria storia dentro la mia. Sono stata travolta da un’ondata di affetto, stima e condivisione profonda che mi ha fatto respirare un’umanità che, a volte, crediamo troppo rara per esistere.
La mia gratitudine è immensa e mi fa guardare al futuro con uno sguardo ancora più fiducioso, ma anche con una profonda fierezza per quella parte migliore dell’essere umano che spesso rimane nascosta e aspetta soltanto l’occasione giusta per emergere.

Io non ho nulla da insegnare. Con la mia arte e con la mia storia desidero soltanto dire che ci sono anch’io. Che ogni persona possiede un valore unico e irripetibile e che quel valore può emergere quando scegliamo di partire da ciò che abbiamo, invece di fermarci a ciò che ci manca, trasformando ogni possibilità in un’opportunità.
Forse è la stessa risposta che continuo a cercare anche nella domanda che dà il titolo al mio libro, Cosa ti manca per essere felice?. Dopo la puntata della Forma perfetta, quella domanda mi sembra ancora più attuale: forse la felicità inizia proprio quando smettiamo di misurarci con ciò che ci manca e impariamo ad abitare pienamente ciò che siamo.
Ogni volta che una storia riesce a farci guardare qualcuno con occhi nuovi, succede qualcosa anche dentro di noi. Si incrinano i pregiudizi, cadono le etichette, cambia la prospettiva. Non perché qualcuno ci abbia dato una lezione, ma perché abbiamo avuto il coraggio di fermarci davanti a una vita e di ascoltarla. E io ringrazio tutte le persone che, il 7 luglio, sono rimaste davanti alla mia storia, l’hanno accolta e l’hanno trasformata in piccoli semi di possibilità.
Porterò con me questa esperienza come uno dei doni più preziosi del mio percorso. Per la professionalità di tutta la squadra che l’ha resa possibile. Per la sensibilità di Domenico Iannacone, che ha il coraggio di fare una televisione che profuma di verità e di umanità. E soprattutto per tutte le persone che quella sera hanno scelto di fermarsi e ascoltare.

*Il presente testo è già apparso (con il titolo “Iannacone mi ha fatto sentire semplicemente Simona”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La musica elettronica nei percorsi di cura di persone con demenza e fragilità cognitive

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Nato a suo tempo in contesti educativi e rivolto a bambini, ragazzi e persone con disabilità, il progetto “Music 4 All” di Matteo Scapin viene oggi sperimentato anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria. In questo contesto è nato a Thiene (Vicenza) “Dialoghi Sonori”, laboratorio che ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, tramite la musica e le tecnologie digitali Il laboratorio “Dialoghi Sonori”

Ci siamo già ampiamente occupati, in passato, dei laboratori musicali inclusivi di Music 4 All, progetto sviluppato da Matteo Scapin (Matthew S), musicista, produttore e docente, con l’utilizzo della musica, degli strumenti digitali e delle tecnologie interattive per promuovere inclusione, creatività e partecipazione. Nata inizialmente in contesti educativi e rivolta a bambini, ragazzi e persone con disabilità, l’iniziativa viene oggi sperimentata anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria.
Ed è in questo contesto che è nato a Thiene (Vicenza) Dialoghi Sonori, laboratorio sperimentale nato dalla collaborazione tra l’Istituto Musicale Città di Thiene e il Centro Residenziale Guido Negri della Fondazione Opera Immacolata Concezione, con il sostegno di Inner Wheel Schio-Thiene, con la musica elettronica e le nuove tecnologie che entrano appunto nei percorsi dedicati alle persone con demenza e fragilità cognitive. Ideato e condotto dallo stesso Scapin, il progetto rappresenta una delle iniziative sviluppate nel quadro della coprogettazione promossa dall’Istituto Musicale Città di Thiene e presentata dal Comune della città vicentina come esempio di innovazione sociale applicata alla cultura e ai servizi per la comunità.

Nel dettaglio, Dialoghi Sonori ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, sperimentando l’impiego della musica e delle tecnologie digitali, come detto, quali strumenti di relazione, partecipazione e benessere, nell’àmbito degli interventi non farmacologici rivolti anche a ospiti con decadimento cognitivo avanzato e disturbi del comportamento.
L’elemento innovativo dell’iniziativa è stato l’utilizzo di controller MIDI sensibili al tocco e di strumenti musicali interattivi, normalmente impiegati nella produzione di musica elettronica. Attraverso infatti il contatto fisico con questi dispositivi, gli ospiti hanno potuto produrre suoni e costruire semplici esperienze musicali collaborative, favorendo l’interazione reciproca e la partecipazione attiva.
«Il richiamo musicale – spiega Matteo Scapin – ha riattivato memorie profonde, ma è stato soprattutto l’aspetto tattile e tecnologico a favorire nuove modalità di relazione. Negli ultimi incontri alcuni ospiti mi riconoscevano come “quello degli strumenti strani”: un segnale che testimonia il valore relazionale dell’esperienza e l’impatto di essa nella quotidianità della struttura».

«Il raggio d’azione dell’Istituto Musicale Città di Thiene – sottolinea Anna Maria Savio, assessora alle Politiche Sociali del Comune di Thiene – si estende in modo significativo anche alla terza età e alle fasce più fragili della popolazione. Questo rappresenta un importante risultato della coprogettazione avviata».
Dal canto suo, la direttrice del Centro Residenziale Guido Negri, Emanuela Bolamperti, ricorda «come la musica abbia favorito emozioni, attenzione, coinvolgimento e relazioni anche tra le persone con maggiore compromissione cognitiva», mentre per il direttore generale della Fondazione Opera Immacolata Concezione, Fabio Toso, il progetto dimostra «come innovazione tecnologica, creatività e relazioni umane possano diventare strumenti concreti per migliorare il benessere e l’inclusione delle persone più fragili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: matteo.scapin89@gmail.com.

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Torna a Cremona il grande motociclismo paralimpico

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Tra domani, 18 luglio, e domenica 19, il Cremona Circuit della città lombarda ospiterà uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via, tra cui anche Lisa Camilleri, la prima pilota donna di questo movimento. In palio vi saranno punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, e si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup Lisa Camilleri, che a Cremona sarà la prima pilota donna a gareggiare nel motociclismo paralimpico italiano

Nell’àmbito della Coppa Italia Velocità di motociclismo, domani, 18 luglio, e domenica 19, sarà il Cremona Circuit della città lombarda ad ospitare uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via. E in palio vi saranno non solo punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, promosso ormai da molti anni dall’Associazione Di.Di.Diversamente Disabili nelle classi 600 e 1000 cc., ma si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup.

Per quanto riguarda dunque il Campionato Italiano, dopo il doppio round del Mugello, la classifica della 1000 cc. vede Ivo Arnoldi e Antonio Montoya appaiati al comando, seguiti a soli 7 punti dalla sorpresa della stagione, Giorgio Cantalupo, al suo primo anno di gare.
Nella 600 cc., invece, guida Nicolas Quaquarini, che lo scorso anno proprio a Cremona aveva usufruito della sua prima wild card. A inseguire, entrambi distaccati di 14 punti, Maximilian Sontacchi e Remo Marinato.
Da segnalare anche i debutti di Lisa Camilleri, francese, che sarà la prima pilota donna a prendere il via nel Campionato Italiano e di Gianni Gelpi alla sua prima gara in assoluto.

E veniamo al Campionato Europeo, dove nella 1000 cc. il francese Flavien Jamet arriverà da leader con 23 punti di vantaggio sull’italiano Corrado Caruso. Terzo l’altro francese Frédérich Chatelain.
Nella 600 cc., invece, lotta apertissima con Remo Marinato e Maximilian Sontacchi in testa a pari punti e il francese Cedric Franqueville a una sola lunghezza.
Per le classifiche denominate Lesser Impaired, infine, guidano lo spagnolo Antonio Montoya (1000 cc.) e Nicolas Quaquarini (600 cc.). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@diversamentedisabili.it.

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Gli episodi di violenza contro gli insegnanti e il falso dilemma tra includere e disciplinare

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«Abbiamo chiesto alla scuola integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione – scrive Giorgio Sama, riflettendo su un recente episodio di violenza da parte di studenti nei confronti di due insegnanti –, mentre la società disimparava a essere comunità. Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla» Carlo Bertocci, “Giotto”, 1998-1999, Roma, Collezioni d’Arte del Senato

Qualche tempo fa a Parma, a pochi passi da una scuola, due insegnanti sono rimasti coinvolti in un episodio di violenza con alcuni studenti. Il racconto spetta alla cronaca, l’accertamento delle responsabilità agli inquirenti. Agli insegnanti, che guardano la scuola da dentro, tocca un’altra domanda: che cosa quell’episodio rivela di noi, prima ancora che di quei ragazzi?
La violenza di gruppo non ha attenuanti morali: quando si è in molti contro pochi, la sproporzione non aggrava il gesto, lo costituisce. Ma l’indignazione, da sola, non basta. Certi fatti non restano dentro il perimetro dell’episodio: portano in superficie una crisi più ampia, nel rapporto tra adolescenza, scuola e autorità adulta.

Il docente non è più soltanto l’adulto che orienta e pone un limite. È una figura esposta: parla, valuta, rappresenta l’istituzione, e accade che possa essere contestato, filmato, deriso. Gli chiediamo di reggere il mondo, ma lo lasciamo solo quando deve rappresentarlo.
Nei contesti difficili servono competenze decisive: leggere il gruppo, reggere la provocazione, evitare il duello. Ma c’è un limite che la competenza non sposta: la sovraesposizione. E il logorio ha un effetto insidioso: confonde i livelli dell’ingaggio e può portare a rispondere all’altezza della provocazione invece che dall’altezza del ruolo.

Da anni insegno negli istituti professionali. Per questo fatico a riconoscermi nelle due narrazioni che oggi si contendono il campo: chi invoca solo sanzione e chi riduce tutto a incidente spiacevole. Punire senza capire e capire senza proteggere sono due fallimenti simmetrici.
Prima della risposta politica c’è una domanda educativa: che cosa è cambiato nell’adolescenza se il confronto con un adulto può rovesciarsi così facilmente in aggressione?
La risposta non è la provenienza dei ragazzi. La cultura non è un corredo immobile, né un’eredità compatta che si riceve una volta per tutte: è un terreno mobile, negoziato, fatto di famiglia, lingua, quartiere, scuola, social network. E la violenza non ha passaporto.
Ma l’indebolimento dell’autorevolezza adulta, quella che accompagna, tiene per mano e disegna il limite del vivere civile, non pesa ovunque allo stesso modo. Alcune biografie adolescenziali incontrano la scuola, le regole esplicite e implicite della convivenza, e il senso stesso dell’istituzione da una posizione più vulnerabile.
Non è l’origine a spiegare il gesto, né una cultura familiare o geografica assunta come destino. A contare è piuttosto il modo in cui alcuni giovanissimi cercano appartenenza dentro codici poveri di mediazione: la sfida, la forza, l’umiliazione dell’altro. Codici socialmente trasversali e non etnici.

In alcune scuole, soprattutto professionali e tecniche, queste tensioni affiorano prima e con maggiore densità. Non perché siano scuole “altre”, ma perché lì si rendono più visibili alcune contraddizioni che attraversano l’intera convivenza: disuguaglianze linguistiche, fragilità familiari, vite sempre più immerse negli schermi. Quando queste condizioni si concentrano nello stesso contesto, l’effetto non è aritmetico ma sociale: si addensano più fratture, più attese e bisogno di riconoscimento, cresce la necessità di ascolto e mediazione. La scuola lo vede perché è una delle istituzioni che incontrano ogni giorno, senza filtro, la complessità contemporanea.
Ogni mattina deve aprire la porta a tutti, anche a chi arriva fragile, solo, arrabbiato. Le abbiamo chiesto integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione. Tutto, mentre la società disimparava a essere comunità.
Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla.
L’appartenenza non nasce da una procedura: ha bisogno di tempo, adulti riconoscibili, relazioni capaci di vedere un ragazzo prima di misurarlo. Quando questo tempo si assottiglia, cresce il rischio che solitudine, rabbia e bisogno di protezione cerchino risposta altrove.
È qui che il gruppo può diventare rifugio e insieme rischio. Offre subito ciò che la scuola costruisce lentamente: gerarchia, protezione e riconoscimento. Ma può chiedere in cambio adesione, silenzio e forza. E quando il credito passa attraverso la sopraffazione dell’altro, il cortile, il marciapiede, l’uscita da scuola smettono di essere semplici luoghi di passaggio. Diventano teatri reali e digitali insieme: ciò che accade davanti a un istituto scolastico può rimbalzare nelle cronache, attraversare migliaia di telefoni, alimentare polemiche ed emulazioni. Ma prima ancora della discussione pubblica resta la domanda educativa: che cosa accade a ragazzi che imparano a guardare una rissa, un’umiliazione, una violenza come contenuti da conservare, mostrare, rilanciare?

Il rischio è che molti giovani imparino a stare davanti al dolore degli altri come davanti a un contenuto da fruire e, per alcuni, da desiderare. È una perdita di umanità dello sguardo: la vista di ciò che dovrebbe risvegliare coscienze distratte finisce per intrattenerle. Se il bello, il giusto, il difficile non trovano più luoghi capaci di attirare l’attenzione, resta il fascino povero e immediato della scena violenta. Ed è lì che gli adulti non possono lasciare soli i ragazzi: non solo davanti alla violenza, ma davanti al modo in cui imparano a guardarla.
Vale per tutti: italiani, stranieri, figli di famiglie venute da altrove. Il punto non è l’origine, è il legame. La cittadinanza democratica non si trasmette per contiguità geografica. Fiducia, limite, reciprocità non si depositano per osmosi; lo sapevano Makarenko e Dewey, lo ripeteva don Milani: il cittadino non nasce da sé.
Un tempo molte intemperanze giovanili incontravano adulti di prossimità che intervenivano prima che diventassero identità da consegnare alle forze dell’ordine. Accade ancora oggi in comunità più fitte, dove famiglia, vicinato e appartenenze trattengono il gesto prima che diventi sfida. Il nodo emerge quando quel controllo esterno si allenta e il limite non è ancora diventato interno: ragazzi non più custoditi da una comunità vincolante, non ancora sostenuti da una cittadinanza interiorizzata.
È in questa terra di mezzo che la scuola è chiamata a ricostruire, con tutti, un patto di regole e reciprocità. Ma lo fa sotto la pressione di un cambiamento accelerato.
Serve realismo istituzionale: alcune concentrazioni scolastiche hanno superato la gestione ordinaria. Dirlo non significa cedere a una lettura securitaria o identitaria, ma riconoscere un’ecologia educativa che non si corregge con un provvedimento isolato, bensì con organici stabili, mediatori, educatori e psicologi come presenze ordinarie, non emergenziali.
Il falso dilemma è scegliere tra includere e disciplinare. Senza disciplina non c’è inclusione: il fragile resta consegnato al forte. Senza inclusione la disciplina diventa dominio.
La scuola deve essere ospitale e ferma, ascoltare senza dissolversi e accogliere senza rinunciare a chiedere, con la consapevolezza che non tutto è negoziabile e nessuno è definitivamente perduto. È questo il suo compito più difficile: trasformare il limite in spazio comune, il legame in responsabilità. Nessuna democrazia sopravvive se smette di educare il desiderio di appartenere.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Da Nord a Sud dell’Italia, in favore delle persone con Duchenne e Becker e delle loro famiglie

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Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, con l’ottava edizione di “DolomitiXDuchenne”, poi la Sila, in Calabria, con l’esordio di “SilaXDuchenne”, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker Un’immagine di “DolomitiXDuchenne 2026”

Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, poi la Sila, in Calabria, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker.
Ormai un “classico” di fine giugno, l’evento pusterese DolomitiXDuchenne è giunto all’ottava edizione, dando vita ancora una volta a tre giornate non competitive in mountain bike, organizzate dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Project for Life.
Partendo dunque dalla tradizionale base del Comune di Villabassa-Niederdorf, le Dolomiti dell’Alto Adige sono state la cornice di tre giornate sfidanti ed emozionanti per chi ama la mountain bike, ma comprendendo anche escursioni accessibili alla scoperta del territorio e tante altre attività conviviali.
230 le persone partecipanti, di cui 110 ciclisti, con l’obiettivo di contribuire a sostenere la ricerca sulle distrofie di Duchenne e Becker, patologie ancora senza cura e tutti i servizi gratuiti per le famiglie offerti da Parent Project. In tal senso, l’edizione di quest’anno di DolomitiXDuchenne ha permesso di raccogliere 65.000 euro.
«DolomitiXDuchenne – commenta Cristina Picciolo, direttrice generale di Parent Project – e ogni anno un appuntamento attesissimo per la nostra Associazione, un momento prezioso che ci permette di incontrare la nostra comunità allargata, che comprende non solo le famiglie, ma tantissimi volontari e volontarie, biker e realtà del mondo aziendale. E anche quest’anno sono stati tre giorni estremamente ricchi, di divertimento e benessere a contatto con lo scenario splendido delle montagne che ci hanno ospitato, di abbracci e di spazi di confronto. Per tornare a casa sempre più consapevoli delle sfide che la nostra comunità affronta ogni giorno, ma anche della sua forza ed energia».

Dal 10 al 12 luglio, quindi, quasi 1.300 chilometri più a sud del nostro Paese, è arrivato l’esordio, a Camigliatello Silano (Cosenza), di SilaXDuchenne, evento che ha messo al centro sport, natura e solidarietà, organizzato dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Sila Sports Adventure, allo scopo di vivere il territorio in modo attivo e consapevole, attraverso attività all’aperto e momenti di convivialità e approfondimento, aperto a biker e trekker, oltre che a bambini, ragazzi e famiglie di Parent Project.
Anche qui, il grande obiettivo è stato segnatamente quello di sostenere tutte le attività che Parent Project conduce al fianco della comunità di persone con la distrofia di Duchenne o di Becker e questa prima edizione dell’iniziativa ha visto la partecipazione di 100 persone, per una raccolta fondi di 16.000 euro. E anche qui riprendiamo il commento di Cristina Picciolo, che sottolinea come «questa prima edizione di SilaXDuchenne abbia superato ampiamente ogni possibile aspettativa, con tre giornate preziose e intense di condivisione con bambini, giovani e famiglie della nostra comunità, allargatesi grazie all’incontro con biker e altri partecipanti, sensibili verso gli obiettivi della nostra Associazione. Hanno potuto conoscerci ancora meglio e ascoltare le nostre testimonianze. Immergerci nel maestoso scenario di questi boschi – tutti insieme, a piedi e in carrozzina –è stato molto emozionante, quasi un simbolo delle strade che stiamo percorrendo come comunità di pazienti. Sentieri spesso nuovi, da affrontare come collettività, con un’energia condivisa ed ognuno al suo passo, nella consapevolezza della strada già percorsa». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Elena Poletti (e.poletti@parentproject.it).

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“Il calcio al tempo della guerra”, ovvero la scelta di non fermarsi

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“Il calcio al tempo della guerra” è un video diretto e prodotto da Fabio Izzo che documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla “League of Mighty Ukraine”, iniziativa riguardante appunto il calcio per amputati e rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti. Una testimonianza importante, degna della maggior visibilità possibile, dedicata a persone che cercano di ricostruire la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità

Si chiama Il calcio al tempo della guerra ed è un video (disponibile a questo link) diretto e prodotto da Fabio Izzo che in poco più di una decina di minuti documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla League of Mighty Ukraine, iniziativa premiata tra l’altro dall’UEFA, la Federazione Europea del Calcio, con il Grassroots Gold, e che riguarda appunto il calcio per amputati, rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti.
«Il video – spiega lo stesso Fabio Izzo – segue calciatori amputati e veterani di guerra ucraini che abbiano perso uno o più arti e che stanno ricostruendo la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità, nonostante enormi sfide fisiche ed emotive. Il tutto, sullo sfondo della guerra in corso, esplorando temi come il recupero, l’identità e il potere trasformativo del calcio».
«Attraverso allenamenti, partite e testimonianze personali – aggiunge – ho esplorato come lo sport possa diventare un percorso di recupero, con il calcio che aiuta questi atleti a ricostruire la fiducia in se stessi, a ritrovare la propria identità e a riconnettersi con una comunità solidale. Oltre alla competizione, infatti il gioco offre uno scopo, amicizia e speranza in un periodo segnato dall’incertezza».
«Ambientato nel contesto della guerra – conclude -, il documentario mette in luce una straordinaria resilienza e una forte determinazione, dimostrando che, pur avendo subìto perdite profonde, questi giocatori rifiutano di lasciare che le loro ferite definiscano chi sono. Al contrario, utilizzano il calcio come simbolo di forza, dimostrando che il coraggio, il lavoro di squadra e lo spirito umano possono superare anche le circostanze più difficili». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il documentario Il calcio al tempo della guerra. Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ilcalcioaltempodellaguerra@gmail.com.

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Oltre la “prigione”: quale cultura vogliamo costruire attorno alle persone con deficit e ai caregiver?

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«La vera “prigione” – scrive Tonino Urgesi, riferendosi al titolo di un articolo sui caregiver familiari, apparso in questi giorni in un quotidiano nazionale – non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva»

Ho letto sul quotidiano «la Repubblica» l’articolo di Maria Novella De Luca dal titolo Il tormento dei caregiver: “Viviamo come in prigione per amore dei nostri cari”. Comprendo profondamente la sofferenza, la stanchezza, la solitudine e il senso di abbandono che molti caregiver vivono ogni giorno. Sarebbe ingiusto negare il peso umano, psicologico ed economico che grava sulle famiglie che assistono una persona con deficit grave o non autosufficiente. È una realtà che interpella la coscienza civile del nostro Paese e che richiede risposte concrete.
Tuttavia, proprio perché conosciamo il valore e la forza delle parole, non posso – e non voglio – accettare un titolo di questo genere, soprattutto quando proviene da una testata giornalistica di così ampia diffusione.
Le parole non sono mai neutre. Descrivono la realtà, ma allo stesso tempo la costruiscono. Un titolo può orientare il pensiero collettivo, contribuire a formare la cultura, plasmare le coscienze e influenzare il modo in cui una società guarda alla fragilità e al deficit. Il termine “prigione” evoca una punizione causata da una colpa; ancora una volta, quindi, la persona con deficit e i suoi familiari vengono o si sentono equiparati a coloro che sono condannati a scontare una pena per una colpa reale.
Ma la vera “prigione” non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale. Serve una svolta antropologica, educativa e politica che rimetta al centro la persona nella sua irriducibile dignità. Abbiamo bisogno di una “nuova pedagogia del deficit”, capace di riconoscere ogni essere umano come un valore indiscutibile e assoluto, indipendentemente dalle sue capacità, dalla sua autonomia o dalla sua produttività.
La pedagogia ci insegna che una società si misura non da come valorizza i più forti, ma da come si prende cura dei più fragili. La filosofia ci ricorda che l’essere umano è, per sua natura, relazione, reciprocità e responsabilità. Nessuno si salva da solo. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo.

Per questo mi rivolgo anche alla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Il riconoscimento giuridico della figura del caregiver rappresenta certamente un passo importante, ma non può limitarsi a un modesto sostegno economico destinato a una ristretta platea di beneficiari. Occorre promuovere una vera rivoluzione culturale, educativa e sociale che restituisca dignità alle famiglie e costruisca una rete di solidarietà permanente.
Accanto ai necessari interventi economici, sarebbe opportuno ripensare strumenti di partecipazione civica. Una proposta concreta potrebbe essere la reintroduzione di una forma di “servizio civile universale”, realmente diffuso e valorizzato, attraverso il quale ragazzi e ragazze adeguatamente formati possano affiancare le persone con deficit e le loro famiglie nelle attività quotidiane: accompagnamenti a scuola, al lavoro, nelle attività sociali, nel tempo libero e nei momenti di sollievo per i caregiver. Sarebbe un investimento educativo prima ancora che assistenziale: un’esperienza capace di far crescere una generazione nella cultura della cura, della solidarietà e della responsabilità condivisa.

La risposta non può essere cambiare lo sguardo sulla persona con deficit, ma cambiare lo sguardo della società sulla responsabilità che tutti abbiamo nei confronti della fragilità.
Per questo è urgente che lo Stato investa non solo in contributi economici, ma anche in servizi di sollievo, assistenza domiciliare qualificata, sostegno psicologico, inclusione sociale e politiche capaci di condividere concretamente il peso della cura. Una società autenticamente civile non può delegare tutto all’amore delle famiglie, trasformando un gesto di dedizione in un sacrificio senza fine.
Se questo cambiamento culturale e politico non avverrà, temo che, nel lungo periodo, si possa affermare una “deriva antropologica” molto pericolosa. Non lo dico per pessimismo né per alimentare scenari distopici, ma perché la storia insegna che quando la fragilità viene lasciata sola e la cura diventa insostenibile, cresce il rischio che l’eutanasia o il suicidio medicalmente assistito finiscano per essere percepiti, da alcuni, come l’unica via d’uscita possibile. Sarebbe una sconfitta per tutti: non una vittoria della libertà, ma il fallimento di una società incapace di sostenere chi soffre e chi si prende cura.

L’autentica libertà di una società non si misura dalla possibilità di anticipare la morte, ma dalla capacità di rendere possibile una vita dignitosa anche nella fragilità. Una comunità veramente umana non offre come prima risposta la morte, ma crea le condizioni affinché ogni persona possa vivere con dignità e affinché nessun caregiver si senta abbandonato, schiacciato dalla solitudine o costretto a scegliere tra la propria vita e quella della persona amata.
Solo allora non parleremo più di prigioni, ma di comunità. Non di abbandono, ma di corresponsabilità. Non di assistenza, ma di autentica civiltà.

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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“Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti”: a Rimini sport, cultura, inclusione e umanità hanno camminato insieme

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Per la prima volta una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la “28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti” si è tenuta a Rimini, organizzata dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia. Ne parliamo con il presidente dell’ASCID Bersan Vrion, componente anche della squadra azzurra Gli Azzurri vincitori della Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti a Rimini

Come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, per la prima volta nella sua lunga storia una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti, infatti, si è tenuta in giugno a Rimini, organizzata con competenza e passione dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia, vincendo tutti e cinque gli incontri disputati nel corso della competizione, con Giuseppe Tarascio di Bari, Marco Casadei di Cesena, Claudio Ariaudo di Cuneo e Bersan Vrioni di Viterbo. Con quest’ultimo, che è anche il Presidente dell’ASCID, dell’Associazione, dell’evento di Rimini e di altro ancora, abbiamo parlato.

Nata nel 1972, sin dagli inizi l’ASCID punta a fare degli scacchi una lingua universale, accessibile a tutti. Oltre mezzo secolo dopo, cosa può dirci, Bersan, della sua Associazione?
«L’ASCID non è soltanto un’Associazione sportiva: è una comunità di persone, un luogo dove si dimostra che una persona cieca o ipovedente non soltanto può giocare a scacchi, ma può competere ai massimi livelli internazionali, rappresentare il proprio Paese e costruire, attraverso il gioco, relazioni che attraversano il mondo intero. Promuovendo la pratica scacchistica tra le persone con disabilità visiva, la nostra Associazione crea opportunità di crescita personale, favorisce la partecipazione alla vita sportiva e culturale e dimostra concretamente che il talento, quando incontra sostegno, competenza e fiducia, non conosce ostacoli».

Che cosa ha significato l’approdo della Coppa delle Sei Nazioni in Italia?
«È stato il riconoscimento del lungo cammino da noi percorso, il frutto del lavoro di dirigenti, atleti, volontari e sostenitori che, anno dopo anno, hanno costruito qualcosa che appartiene a tutta la comunità. Per un’intera settimana Rimini è diventata il punto d’incontro dell’Europa degli scacchi inclusivi. Gli atleti provenienti da Belgio, Francia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia e Italia hanno condiviso non soltanto una competizione sportiva, ma un’autentica esperienza di incontro tra persone. Nelle sale dell’Admiral Art Hotel si sono incontrate lingue diverse, storie personali differenti e sensibilità provenienti da tutta Europa, accomunate da una passione capace di superare qualsiasi frontiera».

Come è stato accolto l’evento dalle Istituzioni e dalle organizzazioni associative?
«L’evento ha potuto contare sulla vicinanza di Istituzioni e realtà territoriali che hanno scelto di fare squadra attorno a un progetto dal profondo valore umano. Per il Comune di Rimini, che ha concesso il patrocinio alla competizione, è intervenuto l’assessore Kristian Gianfreda, testimoniando l’attenzione dell’Amministrazione Comunale verso un’iniziativa che ha saputo coniugare sport, inclusione e valorizzazione del territorio.
Per la Presidenza Nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), la consigliera nazionale Chiara Tirelli ha portato il saluto del presidente nazionale Mario Barbuto, sottolineando il significato di un appuntamento che interpreta pienamente i valori dell’autonomia, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
È intervenuta inoltre Sara Arseni, presidente dell’UICI di Rimini, che ha evidenziato il ruolo degli scacchi nella crescita personale e nell’autonomia delle persone con disabilità visiva, richiamando inoltre il valore di iniziative come la Coppa delle Sei Nazioni nel promuovere inclusione, partecipazione attiva e opportunità di incontro tra persone provenienti da realtà e Paesi diversi.
Dal canto suo, la Presidente del Lions Club Rimini Host, Bianca Maria Toccagni, ha rappresentato un partner fondamentale di questo percorso, contribuendo a rendere possibile una delle esperienze più apprezzate dell’intera settimana.
Un contributo altrettanto prezioso, infine, è arrivato dal circolo cittadino Rimini Scacchi i cui soci hanno messo a disposizione tempo, competenze ed entusiasmo, affiancando l’organizzazione come volontari e offrendo un aiuto concreto durante tutte le giornate della competizione. Il presidente Roberto Giovanini ha portato anche i saluti del Comitato Emilia-Romagna Scacchi e del presidente di esso Fabrizio Frigeri, a testimonianza della vicinanza del movimento scacchistico italiano a un evento di così alto profilo internazionale».

Ci sono stati, durante la settimana, anche altri momenti culturali?
«Effettivamente, tra i ricordi più belli rimarrà certamente il pomeriggio dedicato alla scoperta del centro storico di Rimini. Grazie infatti al sostegno del Lions Club Rimini Host, gli ospiti hanno intrapreso un viaggio attraverso oltre duemila anni di storia, dall’Arco d’Augusto al Tempio Malatestiano, da Piazza Tre Martiri fino alla Domus del Chirurgo. Per qualche ora, dunque, le scacchiere sono rimaste in silenzio. Eppure, proprio lontano dalle sale di gioco, si è disputata forse una delle partite più belle dell’intera settimana il cui risultato finale ha visto tutti vincitori. L’arte, infatti, ha incontrato le persone, la cultura ha incontrato l’accessibilità, l’amicizia ha incontrato la curiosità e i partecipanti ciechi hanno potuto esplorare con le mani pietre, lastricati, bronzi, incisioni e decorazioni, entrando in contatto diretto con la materia viva della storia. Al Tempio Malatestiano le dita hanno seguito i contorni della rosa a quattro petali, della scacchiera, dell’elefante e del monogramma di Sigismondo Pandolfo Malatesta, trasformando antichi simboli rinascimentali in un linguaggio universale accessibile a tutti. Alla Domus del Chirurgo, le riproduzioni degli strumenti chirurgici romani hanno permesso di avvicinarsi concretamente alla sorprendente medicina antica.
In quelle ore, dunque, le mani sono diventate occhi, le pietre hanno raccontato storie, i monumenti hanno smesso di essere semplici luoghi da osservare per diventare esperienze da vivere. Ed è forse questa la fotografia più bella lasciata dalla manifestazione: persone provenienti da tutta Europa che insieme camminano, ascoltano, ridono, si aiutano e si scoprono meno diverse di quanto avrebbero immaginato».

Cosa soprattutto rimarrà, dunque, di questa bella manifestazione?
«Rimarranno certamente la coppa, le classifiche e le fotografie ufficiali, l’orgoglio di un’Italia vincitrice e la gioia di noi quattro azzurri, oltre al volto accogliente di Rimini e al cuore generoso di tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita dell’evento. Soprattutto, però, rimarrà la consapevolezza che per una settimana tutto questo è accaduto davvero e che certe partite continuano a vivere molto tempo dopo l’ultima mossa: quella vissuta a Rimini è stata una di quelle occasioni in cui sport, cultura, inclusione e umanità hanno saputo camminare insieme ed è forse proprio questa la vittoria più bella che la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti ha lasciato in eredità a tutti noi». (Stefano Borgato)

*Presidente dell’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani).

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Una preziosa occasione di incontro, conoscenza e socializzazione per chi non vede e non sente

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«Per le persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale che seguiamo, queste settimane rappresentano un’occasione preziosa per conoscere nuove persone, mettersi alla prova in attività diverse e rafforzare la propria autonomia»: a dirlo è Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, i cui soggiorni estivi di questo 2026, attualmente in corso nelle Marche, sono in programma, per le prossime settimane, anche in Abruzzo e in Trentino Alto Adige Persone partecipanti ad un soggiorno estivo nelle Marche della Fondazione Lega del Filo d’Oro

«I nostri soggiorni estivi incarnano appieno lo spirito e i valori fondanti della nostra Fondazione: tra gli obiettivi primari della Lega del Filo d’Oro, infatti, vi è quello di accompagnare le persone sordocieche nel superare l’isolamento e il senso di esclusione spesso legati alla loro condizione, promuovendo relazioni significative e una partecipazione attiva alla vita sociale. Per i nostri utenti, dunque, queste settimane rappresentano uno dei momenti più attesi dell’anno, un’occasione preziosa per conoscere nuove persone, mettersi alla prova in attività diverse e rafforzare la propria autonomia. È anche attraverso iniziative come questa che si rende concreto il diritto all’inclusione e alla partecipazione. Un ringraziamento speciale va ai nostri volontari che con la loro presenza, sensibilità e dedizione rendono possibile tutto questo»: a dirlo è Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, i cui soggiorni estivi di questo 2026 sono attualmente in corso a Marotta (Pesaro-Urbino), con tre settimane di attività dedicate appunto alle persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale seguite dalla Fondazione stessa, con un ricco programma di esperienze pensate per promuovere relazioni significative e una partecipazione attiva alla vita sociale.

Tra visite guidate, gite in barca e attività ricreative, i soggiorni estivi si articoleranno quest’anno in 10 settimane totali, distribuite tra Marche, Abruzzo e Trentino Alto Adige, continuando a rappresentare – come accade da più di sessant’anni – una preziosa occasione di incontro, conoscenza e socializzazione per chi non vede e non sente, che affiancato da volontari e personale qualificato, ha l’opportunità di vivere nuove esperienze, mettersi alla prova nelle proprie autonomie e superare piccole e grandi barriere.

Ad ogni settimana di soggiorno estivo, va ricordato, partecipano circa 20 persone, con i volontari e il personale qualificato che garantiscono assistenza costante, accompagnamento e supporto nella comunicazione. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: v.matteucci@inc-comunicazione.it (Virginia Matteucci).

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Una nuova alleanza nel Ragusano per la tutela dei diritti

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Operano in àmbiti differenti, ma condividono valori comuni, quali la promozione della dignità della persona, la difesa dei diritti, la cittadinanza attiva, l’inclusione e la partecipazione: per questo l’ANFFAS di Modica (Ragusa) e ASSOUTENTI della Provincia hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa finalizzato a rafforzare la collaborazione reciproca e a sviluppare iniziative comuni a favore delle persone con disabilità, delle loro famiglie e di tutti i cittadini e cittadine del territorio Rosario Nigro (a sinistra), presidente di ASSOUTENTI della Provincia di Ragusa, e Giovanni Provvidenza, presidente dell’ANFFAS di Modica, sottoscrivono il Protocollo d’Intesa

Due organizzazioni che operano in àmbiti differenti, ma che condividono valori comuni, quali la promozione della dignità della persona, la difesa dei diritti, la cittadinanza attiva, l’inclusione e la partecipazione: per questo l’ANFFAS di Modica, in provincia di Ragusa (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e ASSOUTENTI della Provincia di Ragusa hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa finalizzato a rafforzare la collaborazione reciproca e a sviluppare iniziative comuni a favore delle persone con disabilità, delle loro famiglie e di tutti i cittadini e cittadine del territorio provinciale.
L’accordo prevede infatti una collaborazione stabile su inclusione sociale, tutela dei diritti, informazione, formazione, volontariato e progettazione condivisa, all’insegna di una sinergia destinata a mettere in rete competenze, esperienze e servizi, favorendo un dialogo costante con le istituzioni locali e con tutti gli attori del Ragusano.

Nello specifico, si punterà a promuovere attività informative, momenti di formazione, campagne di sensibilizzazione, iniziative pubbliche, sportelli di orientamento e progettazioni condivise volte appunto a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie, sostenendole anche nell’accesso ai servizi e nell’esercizio dei propri diritti.
«L’accordo – ricordano dall’ANFFAS di Modica – si ispira al Protocollo Nazionale sottoscritto due anni fa tra l’ANFFAS Nazionale e ASSOUTENTI, traducendone i princìpi in un’azione concreta e territoriale, nella convinzione che la cooperazione tra realtà del Terzo Settore rappresenti uno strumento fondamentale per rendere più efficace la tutela delle persone più fragili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@anffasmodica.it

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In Friuli Venezia Giulia e a Roma le prossime proiezioni accessibili di “INCinema all’aperto”

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Udine e altre località del Friuli Venezia Giulia, ma anche Roma, con due classici del cinema: da domani, 17 luglio, fino ad agosto e anche all’inizio di settembre, torna “INCinema Outside”, versione estiva del progetto basato su proiezioni di film di qualità, con sottotitoli e audiodescrizione, di cui Superando si occupa sin dagli inizi come media partner, iniziativa che costituisce il primo Festival italiano itinerante a promuovere l’accessibilità dei contenuti culturali e in particolare dell’audiovisivo

Udine, Osoppo, Aquileia e Sappada, in Friuli Venezia Giulia, ma anche Roma, con due classici del cinema: dopo il successo degli anni scorsi, sta per tornare INCinema Outside, versione estiva del progetto basato su proiezioni di film di qualità, con sottotitoli e audiodescrizione, di cui Superando si occupa come media partner sin dagli esordi nel 2023, iniziativa che ha già toccato molte città italiane, esportando il proprio format anche a New York e a Londra.
Nato da un’idea di Federico Spoletti e con la direzione artistica di Angela Prudenzi, INCinema, lo ricordiamo, è il primo Festival italiano itinerante che promuove l’accessibilità dei contenuti culturali, in particolare dell’audiovisivo, partendo dal principio che la cultura è un diritto di tutti e tutte, indipendentemente dalle abilità sensoriali.

Del Friuli Venezia Giulia, si diceva dunque, con avvio il 19 luglio a Udine e fino al 24 luglio in quattro diverse arene all’aperto, nell’àmbito di UdinEstate 2026, per proseguire poi in provincia ad Osoppo, Aquileia e Sappada, fino al 7 agosto, tra proiezioni di “classici” e di opere più recenti (al sito di INCinema è disponiible il calendario completo, località per località).
A Roma, invece, il 17 e il 21 luglio sarà la volta di Come eravamo di Sydney Pollack e il 6 settembre della Finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (a questo link un approfondimento).

Prodotto da SUB-TI ACCESS e SUB-TI, e in collaborazione con MYmovies.it, INCinema – che ha vinto la XIII edizione del Premio Cultura + Impresa, nella categoria Sponsorizzazioni e partnership culturali – si avvale del patrocinio dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), della FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie) e della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), di partner tecnici come Earcatch, l’app mobile per le audiodescrizioni e EasyReading, oltreché di media partner quali Fred Film Radio (Main Media Partner), il nostro giornale Superando e Motto Podcast, nonché dell’ulteriore partenariato di Intramovies, CineClub Distribuzione e Bim. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: inclusione@subti.com.

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