Procedura per la selezione n. 1 unità di personale docente da destinare ai PN – L.107/2015 – AS 2026/27 – GRADUATORIA
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C’è chi sostiene che l’intelligenza artificiale creerà nuovi posti di lavoro, temo però che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’intelligenza artificiale unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una difficoltà cognitiva e per chi ha una bassa scolarità (ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili). Per queste persone è sempre stato possibile un inserimento lavorativo come addetti alla produzione in mansioni quali operaio, assemblatore, confezionatore ecc. Ma oggi molte di queste attività sono svolte dalle macchine automatiche, dai robot o delocalizzate e acquistate sul mercato globale, cosicché domani sarà ancora peggio. Nelle fabbriche di ieri era possibile inserire una persona con difficoltà alla pari di tutti gli altri lavoratori, mentre oggi la tecnologia ha ridotto ampiamente le possibilità di inserimento, come è dimostrato anche dalle difficoltà che le aziende incontrano nell’esternalizzare commesse di lavoro alle Cooperative Sociali di tipo B, per delegare a loro le assunzioni, come previsto dalle convenzioni di cui al Decreto Legislativo 276/03.
Ora, quindi, le imprese, grazie all’intelligenza artificiale e ai robot umanoidi, potranno scaricare le nuove contraddizioni sulla società e quindi sullo Stato che dovrà affrontare una massa crescente di persone escluse dal mercato del lavoro, un problema, questo, che difficilmente potrà essere gestito ricorrendo a politiche assistenziali già oggi economicamente insostenibili.
Qualcuno sostiene la necessità di una radicale riforma del sistema formativo: giusto, ma non illudiamoci, questo servirà solo a coloro che hanno un potenziale di apprendimento per diventare un tecnico o un esperto; e per gli altri? Nei prossimi due anni il volume occupazionale prevede oltre 20.000 figure ad alta specializzazione negli àmbiti aerospaziale, aeronautico, difesa e nel campo dell’ingegneria strutturale e meccanica. Il colosso mondiale Bosch punta su Milano per la progettazione del cervello degli umanoidi, ed entro il 2030 si avrà un mercato di 20 miliardi di euro. Quanti lavoratori con disabilità troveranno una collocazione in questo mercato?
Oltre al personale tecnico, poi, si cercano esperti di gestione, organizzazione e coordinamento. Le imprese di riparazione e manutenzione avranno un ampio sviluppo orizzontale quantitativo e verticale qualificativo. Ecco dunque le nuove professioni e i nuovi posti di lavoro, riservati a tecnici e super esperti. Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e intelligenza artificiale. E non si pensi nemmeno che questo riguarderà il futuro! L’Italia è attualmente al quattordicesimo posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100.000 unità già operative) e settimi per valore di investimenti. Un umanoide costa circa 150.000 dollari, nel 2027 il costo scenderà a 30.000 dollari, più o meno, insomma, il “costo di un operaio”. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Innanzitutto, questa tecnologia consente di arginare la carenza di manodopera. Inoltre, sono di facile impiego, non richiedono impianti particolari o modifiche degli ambienti di lavoro, sono attivi per 24 ore, possono essere utilizzati per compiti di scarso valore e formati facilmente per affrontarne di nuovi. Qualcuno, inoltre, aggiunge sornionamente che non si ammalano e non creano problemi. A breve disporremo tra l’altro di umanoidi in grado di apprendere autonomamente dall’ambiente operativo e quindi di auto-formarsi, aggiornarsi e formare i nuovi arrivati (“apprendisti umanoidi”).
Non è fantascienza è quanto sta già accadendo, è una realtà con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità, ma per salvaguardare l’intera umanità. Questa, infatti, è una tecnologia che non aiuta l’uomo-lavoratore, come è avvenuto da sempre, ma lo sostituisce!
E altri esempi potrei portare, per mostrare come sia già pienamente attivo l’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale: è già allarme nazionale, per dirne solo una, la crisi del settore che si occupa di call center, che vedrà, entro la fine di quest’anno, 15.000 persone perdere il posto di lavoro sui 35.000 occupati. Ovvero più di un terzo della forza lavoro impegnata!
Un altro aspetto da non sottovalutare è quello relativo alla riduzione della quota di riserva che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, sta già letteralmente falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità. Le banche, le assicurazioni e le società finanziarie, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e quindi della relativa quota di riserva.
La realtà già attualmente non è affatto rassicurante per gli iscritti al Collocamento Disabili, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva, come rappresentato da una recente indagine condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), di cui si è potuto leggere anche su queste pagine: infatti, l’86,2% degli intervistati è considerato idoneo a svolgere un’attività lavorativa, ma solo il 10,9% riesce effettivamente ad accedere al lavoro come tirocinante o come dipendente, e un 10% di questi è impiegato come socio lavoratore nelle Cooperative Sociali; gli inserimenti, inoltre, si caratterizzano per l’elevata frammentarietà e instabilità.
Dati emblematici che evidenziano l’inefficacia dei canali istituzionali (solo il 10,9% degli intervistati ha trovato lavoro attraverso i Centri per l’Impiego “Collocamento Mirato”-Legge 68/99) e la mancanza di servizi di intermediazione efficaci.
In merito poi alle nuove tecnologie, il 68% degli intervistati teme un rischio di maggiore isolamento, perdendo la dimensione relazionale offerta dal lavoro. Del resto, le persone più vulnerabili sono da sempre fra le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi.
Come già accennato in precedenza, molte delle mansioni che storicamente hanno rappresentato occasioni di inserimento lavorativo, ossia attività semplici, ripetitive, strutturate, sono proprio quelle destinate ad essere totalmente automatizzate. Il confezionamento, l’assemblaggio, le attività esecutive di magazzino e i servizi di front office, sono attività che la robotica e i software intelligenti stanno progressivamente sostituendo all’attività umana. Infatti, l’intelligenza artificiale garantisce velocità, adattabilità cognitiva, competenze digitali, elevata autonomia e apprendimento continuo illimitato. Caratteristiche che rischiano di aumentare il divario rispetto a molte persone.
Non è quindi giunta l’ora di interrogarsi su quali e quanti posti saranno disponibili per le persone con disabilità e quali verranno a breve soppressi? Purtroppo, si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie inclusive e politiche attive adeguate, ma purtroppo il dibattito è in ritardo anche su questo fronte, rischiando così di essere travolti dal cambiamento tecnologico e dagli umanoidi.
Personalmente non sono contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi, ma quando queste sono al servizio dell’uomo per aiutarlo e migliorare la qualità di vita, non quando sono al servizio del potere economico e finanziario, per indirizzarlo, condizionarlo, plagiarlo e sottometterlo.
Solo una comunità viva, un welfare di prossimità e il ritorno al concetto di solidarietà, di collettività, di essere umano, potranno resistere alla corrente che ci sta portando rapidamente al post umano e alla “nuova emarginazione” (new marginalization) per chi non è al passo con la nuova velocità sociale.
*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) (marino.botta@andelagenzia.it).
L'articolo Intelligenza artificiale: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità? proviene da Superando.
La Fondazione Accademia Ducale-Centro Studi Musicali di Pietragalla (Potenza), che promuove la cultura musicale attraverso ricerca, formazione e produzione artistica, darà vita nei prossimi mesi al progetto di inclusione attiva denominato Il Suono del Bene, durante il quale cinque concerti della Stagione Artistica 2026 vedranno alcune persone con disabilità collaborare concretamente all’accoglienza del pubblico, alle attività di maschera, al supporto alla biglietteria e all’orientamento degli spettatori.
«L’iniziativa – spiegano dalla Fondazione – nasce per superare una logica meramente assistenziale: i partecipanti assumeranno infatti compiti reali e riconoscibili, diventando parte dell’organizzazione culturale e della vita pubblica del teatro».
Questo, dunque, il calendario dei concerti in programma presso il Teatro Francesco Stabile di Potenza: 22 agosto: Architetture interiori; 20 settembre: Filigrane sonore; 8 ottobre: Paesaggi in camera; 14 novembre: Notturni e trasparenze; 8 dicembre: Impulso e sublime. (S.B.)
L'articolo Compiti reali e riconoscibili per le persone con disabilità, durante quei concerti a Potenza proviene da Superando.
Caro Ultimo, questa non è solo la lettera di una fan, ma di una giornalista e persona con disabilità che, come migliaia di altre, vorrebbe poter assistere a un tuo concerto senza che la realizzazione di questo desiderio diventasse una corsa a ostacoli, trasformando la gioia in frustrazione.
Qualche giorno fa hai fatto una cosa che mi ha colpita: hai aperto le prove generali del concerto di Tor Vergata a 1.500 persone con disabilità e ai loro accompagnatori, promettendo che quella non sarebbe stata «solo una prima volta, ma la prima di molte altre». Non era un gesto dovuto. È stata una scelta. E le scelte raccontano le persone più delle parole.
Come quella di chiamarti Ultimo e di dare voce a chi spesso si sente ai margini, a chi cerca il proprio posto nel mondo senza smettere di credere nei propri sogni. Tante tue canzoni raccontano questo. Da Il ballo delle incertezze a Ti dedico il silenzio parlano proprio di fragilità, di incomprensioni, del bisogno di essere ascoltati. È anche per questo che penso tu possa capire quello che potrebbe accadere ancora una volta a Messina. Tra meno di un anno sarai allo Stadio “Franco Scoglio” e, aperte le prenotazioni dei biglietti, per le persone con disabilità, è iniziata una corsa diversa da quella di tutti gli altri.
Prima bisogna riuscire a capire come prenotare, districandosi tra FAQ, rimandi ai siti degli organizzatori e procedure che spesso cambiano da concerto a concerto. Poi bisogna sperare di rientrare nei pochissimi posti disponibili. Dopo essermi attivata subito per prenotare un biglietto e aver mandato e-mail e messaggi sui social, finalmente mi è stato comunicato che la mia prenotazione è stata accettata, ma non per il 28 giugno, già sold out, ma per il 29 quando non potrò andare e, quindi, dovrò rinunciare.
A Messina, i posti dedicati agli spettatori con disabilità sono soltanto 25 su circa 40.000 complessivi. Il motivo è sempre lo stesso: esiste una sola tribuna accessibile e, di conseguenza, quella diventa l’unica possibilità per chi si muove in carrozzina. Ho sentito il bisogno di rivolgermi direttamente a te, perché manca ancora un anno al concerto e c’è tutto il tempo per immaginare una soluzione diversa.
Ti chiedo una cosa semplice: perché una persona con disabilità, quando compra un biglietto per il concerto dell’artista preferito, non può prenotare come tutti gli altri e deve accettare che qualcun altro scelga dove deve stare? Perché non può decidere se stare più vicino o più lontano dal palco, se assistere allo spettacolo con gli amici o con la propria famiglia, come fanno tutti gli altri spettatori?
Negli Stati Uniti questa domanda se la sono posta e hanno risposto attuando le ADA Standards, che regolano l’accessibilità degli impianti sportivi e dei luoghi di spettacolo, stabiliscono che i posti per le persone in carrozzina debbano essere distribuiti in diversi settori dello stadio, garantire una visuale equivalente a quella degli altri spettatori anche quando il pubblico è in piedi e offrire una reale possibilità di scelta. È ciò che accade anche in altri Paesi, dove impianti come il Wembley Stadium in Inghilterra o il Melbourne Cricket Ground in Australia hanno postazioni accessibili distribuite in più aree e non concentrate in un unico settore. E tutto questo non inficia in alcun modo la sicurezza degli spettatori.
In Italia, invece, continuiamo a considerare normale che una persona con disabilità possa assistere a un concerto soltanto dal posto che qualcun altro ha deciso per lei. Spesso lontano dal palco, separata dagli amici, con una visuale diversa e senza alcuna possibilità di scelta. In nome di una sicurezza non sempre comprensibile.
So bene che tu non progetti gli stadi e non costruisci le tribune. Ma so anche che un artista della tua forza può fare una domanda agli organizzatori che nessun altro può fare: davvero non esiste un modo migliore? Prendendo come riferimento ciò che accade all’estero, magari.
A Roma Tor Vergata hai dimostrato che l’accessibilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Hai scelto di dedicare un momento speciale a persone che troppo spesso vengono considerate un problema organizzativo anziché spettatori come tutti gli altri. Hai dimostrato che, quando c’è la volontà, si possono trovare soluzioni nuove. Vorrei che quello stesso spirito arrivasse anche a Messina e non solo. Questa non è la richiesta di un privilegio ma di poter vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori. E sarebbe bello se il cantante che ha scelto di chiamarsi Ultimo ricordasse ancora una volta che gli ultimi non chiedono di passare davanti agli altri. Chiedono semplicemente di poter stare insieme agli altri. Grazie.
*La presente Lettera Aperta è già apparsa in «la Repubblica – Palermo» e viene qui ripresa, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
L'articolo Caro Ultimo, perché non potrò vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori del tuo concerto? proviene da Superando.
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È stato pubblicato qualche mese fa dall’editore La Vita Felice di Milano il libro Disabilità e discriminazione, a firma di Alberto Fontana e Laura Abet [se ne legga anche la nostra presentazione a questo link, N.d.R.]. Il titolo può trarre in inganno, facendo pensare a una rassegna giurisprudenziale, ma, guardando il sottotitolo, Conoscere, Riconoscere e Agire, si intuisce che oltre alla rassegna – pure molto importante – ci sia assai di più. E infatti, come evidenzia nella prefazione Giuseppe Guzzetti, già presidente della Regione Lombardia, senatore della Repubblica, presidente della Fondazione Cariplo e, da ultimo, presidente dell’ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), «Il cuore del libro è qui: i diritti non sono un elenco astratto, ma possibilità concrete di partecipare alla vita della società» (pagina 7). E non poteva essere diversamente, dal momento che gli autori sono persone impegnate a fondo nell’inclusione delle persone con disabilità.
Alberto Fontana è già stato a lungo presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana per la Lotta alla Distrofia Muscolare), e l’avvocata Laura Abet è la responsabile e la forza propulsiva del Centro Antidiscriminazione della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH -Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). Lo stesso Centro Antidiscriminazione è intitolato a Franco Bomprezzi, grande giornalista con disabilità purtroppo prematuramente scomparso, che scrisse a suo tempo il Decalogo della buona informazione sulla disabilità, molto utilizzato nel mondo giornalistico.
Il libro esce dopo il 10° anno di fondazione del citato Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi e la presenza di tanti nomi illustri intorno ad esso dà il senso della sua importanza; ne suggerisco quindi senz’altro la lettura, oltre che alle famiglie, anche ai docenti, agli operatori scolastici, e ai colleghi avvocati. Esso, infatti, dapprima presenta il perché della necessità di conoscere la normativa antidiscriminatoria nei confronti delle persone con disabilità, e cita in proposito la “teoria della capacità” di Amartya Sen, economista e filosofo indiano, «che sostiene l’importanza di valutare le condizioni di vita delle persone non solo in termini economici, ma anche in base alle “capacità” intese come le opportunità concrete che la società offre e le possibilità concrete di scegliere tra diverse vite possibili e quindi di realizzare il proprio potenziale e di vivere una vita degna e significativa” (pagina 19).
Vengono quindi esposte in modo piano e comprensibile, specie alle famiglie che non siano molto esperte in campo legale, le principali tematiche affrontate dal Centro Antidiscriminazione della LEDHA, precedute dalla sintesi della relativa normativa, con particolare evidenza data alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, focalizzandosi su alcuni temi esemplari: l’accessibilità, l’inclusione scolastica, la vita indipendente e l’inclusione sociale in Lombardia, la discriminazione intersezionale e il lavoro.
In dieci anni, il Centro Antidiscriminazione ha affrontato quasi 10.000 interventi, comprensivi di consulenze specialistiche, assistenza stragiudiziale, e pochi interventi giudiziali. In ogni capitolo concernente ciascuno degli argomenti sopra indicati, viene esposta con semplicità la normativa di riferimento e, quindi, si narrano alcune esperienze risolte con Sentenze favorevoli ottenute dallo stesso Centro Antidiscriminazione.
Giustamente si osserva che l’accessibilità è il diritto fondamentale per l’esercizio di tutti gli altri diritti, e che essa non riguarda solo quella fisica, ma anche quella digitale e tecnologica: siti web, applicazioni, dispositivi e servizi online hanno oggi un ruolo sempre più pervasivo nella vita quotidiana e devono essere progettati secondo i princìpi dell’Universal Design, così da risultare fruibili da tutte le persone, comprese quelle con disabilità, senza bisogno di adattamenti successivi.
Passando alla scuola, il Centro è stato quello che più di tutti ha utilizzato la Legge antidiscriminatoria n. 67 del 2006, che normalmente costituisce da sola circa un terzo del lavoro complessivo svolto.
Quanto all’assistenza, la LEDHA prima e il Centro Antidiscriminazione poi, sono riusciti ormai a consolidare la giurisprudenza sul principio che nella contribuzione delle persone con disabilità alle spese per la fruizione dei servizi sociali si debba tenere in considerazione non l’ISEE familiare, come di solito avveniva (ovviamente più elevato e quindi escludente dai benefìci la persona con disabilità), ma esclusivamente quello della sola persona con disabilità, come soggetto autonomo.
E ancora, rispetto alla vita indipendente, la LEDHA, con la consulenza del proprio Centro Antidiscriminazione, è riuscita a formulare e a fare approvare dal Consiglio Regionale della Lombardia la Legge Regionale 25/22, che ha anticipato di due anni il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, rivelandosi per taluni aspetti più puntuale di quest’ultimo.
Una parte veramente significativa del libro per la sua novità è quella concernente l’uso della lente della discriminazione intersezionale, in particolare delle donne con disabilità, che è frutto anche di una forte sensibilità maturata in seno alla LEDHA e alle Associazioni ad essa aderenti, al punto che si è costituito in seno alla Federazione il Gruppo LEDHA Donne. Il Centro Antidiscriminazione ha realizzato tra l’altro il progetto Artemisia, intitolato alla famosa pittrice Artemisia Gentileschi che, violentata da un collega del padre, invece di soccombere, reagì, divenendo una delle più famose artiste del Seicento. Come Artemisia, molte donne con disabilità sono esposte a un rischio di violenza più elevato e, al tempo stesso, incontrano ostacoli specifici nell’accedere alla protezione: i Centri Antiviolenza chiamati ad accoglierle sono infatti ancora troppo spesso fisicamente inaccessibili. Per questo l’attenzione del Centro Antidiscriminazione della LEDHA si è rivolta in primo luogo a garantire l’accessibilità fisica degli stessi Centri Antiviolenza – condizione preliminare perché una donna con disabilità possa varcarne la soglia – e, quindi, al sostegno di alcuni casi per fare uscire le donne dalla condizione di oppressione ed emarginazione in cui vivevano.
Nel campo della discriminazione nel mondo del lavoro, il Centro Antidiscriminazione ha realizzato, tra i primi in Italia, alcuni significativi punti fermi in campo giudiziario. Si dà atto, ad esempio, di un processo per una diffamazione online subita da un’avvocata presa di mira nell’esercizio delle sue funzioni da taluni a causa della sua “acondroplasia” (bassa statura). Il Centro si è costituito parte civile nel processo penale, riuscendo ad ottenere non solo la condanna dei diffamatori a una pena di dodici mesi di reclusione, superiore di un terzo a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, ma ottenendo addirittura, oltre al risarcimento del danno all’interessata, anche un risarcimento in proprio, in quanto Associazione che tutela i diritti delle persone con disabilità.
Ha ottenuto anche, tra i primi in Italia, il riconoscimento che il congedo retribuito di due anni spettante ai genitori di una persona con disabilità sia un diritto riconosciuto anche per un secondo figlio, se questi si trova in condizione di disabilità. Su questi orientamenti, poi, la giurisprudenza, addirittura quella della Corte Costituzionale, ha ulteriormente allargato i princìpi, consentendolo anche ai figli, e ai parenti entro il terzo grado, che assistono persone con disabilità.
Come si vede, questo libro, in appena 116 pagine, condensa il frutto di un lavoro molto significativo svolto nella Regione Lombardia dalla LEDHA tramite il proprio Centro Antidiscriminazione, che è diventato ormai un punto valido di riferimento, tanto che dal 2023 annualmente collabora alla redazione di un rapporto annuale sulle Sentenze che in Italia riguardano le persone con disabilità, curato dall’Osservatorio Giuridico Permanente Human Hall dell’Università degli Studi di Milano, coordinato dal professor Giuseppe Arconzo.
Per tutto ciò mi piace concludere con le stesse parole delle conclusioni degli autori del libro: «Nel lavoro del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi, abbiamo visto quotidianamente ogni sorta di discriminazione. Abbiamo assistito a diritti negati non per mancanza di norme, ma per assenza di volontà, di competenze, di sensibilità istituzionale. Proprio per questo, ogni volta che abbiamo intrapreso un’azione – legale, culturale o di mediazione – lo abbiamo fatto per restituire alla persona non solo un diritto, ma anche la dignità che quel diritto rappresenta» (pagina 115).
*Il presente contributo è già apparsa in «La Tecnica della Scuola» e viene qui ripreso, con diverso titolo e una serie di modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.
L'articolo Per restituire alle persone i diritti, ma anche la dignità: il libro “Disabilità e discriminazione” proviene da Superando.
«L’inclusione entra sempre più concretamente nei processi decisionali. Docenti e dirigenti valutano infatti la disponibilità di attività adattabili agli studenti BES (Bisogni Educativi Speciali) o con disabilità, prestando attenzione anche all’accessibilità sensoriale, linguistica e alimentare. La possibilità di coinvolgere l’intero gruppo classe diventa così un requisito essenziale nelle valutazioni delle scuole»: è quanto si legge nel testo di presentazione dell’Indagine sulle scelte dei docenti per il turismo scolastico e la didattica, promossa dal sito Didatour-Il viaggio nella didattica, in collaborazione con il Centro Studi del’Agenzia La Fabbrica.
«I dati emersi dall’indagine – si legge ancora – testimoniano la crescente diffusione di queste attività, a fronte, però, di una maggiore selettività nel modo in cui vengono progettate». (S.B.)
L'articolo Turismo scolastico e didattica: più attenzione all’inclusione nei criteri di scelta proviene da Superando.
I recenti dati ISTAT sul caregiving familiare [Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, pubblicato il 21 luglio 2026, si veda la sintesi in calce, N.d.R.] restituiscono con chiarezza la fotografia di un Paese che si regge, ogni giorno, sul lavoro silenzioso di 12,3 milioni (24,9%) persone che prestano assistenza a familiari e persone amiche a favore di persone anziane, non autosufficienti o con disabilità. Una realtà che rende ancora più urgente il percorso di definizione di una normativa nazionale sul riconoscimento e il sostegno dei caregiver familiari.
In considerazione del dibattito parlamentare sul Disegno di Legge presentato dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli per disciplinare la materia del caregiving [Atto Camera n. 2789, disponibile a questo link, N.d.R.], i dati della ricerca confermano con forza un elemento che non può essere sottovalutato: il caregiving oggi non coincide con la sola figura del caregiver convivente. La cura è sempre più spesso esercitata attraverso reti relazionali articolate, nelle quali convivono caregiver conviventi e non conviventi, figure amicali e di vicinato che condividono responsabilità, tempi, competenze e carichi assistenziali.
Limitare il sistema delle tutele ai soli caregiver conviventi rischierebbe di non intercettare una quota significativa di persone che garantiscono quotidianamente accompagnamento, gestione sanitaria, supporto amministrativo, coordinamento dei servizi e presenza affettiva, pur non vivendo sotto lo stesso tetto della persona assistita.
I dati confermano infatti come il lavoro di cura sia distribuito all’interno di famiglie sempre più frammentate geograficamente e caratterizzate da una crescente complessità organizzativa che si avvale di molteplici forme di aiuto informale. Per questo motivo, una riforma moderna del caregiving deve riconoscere la pluralità delle forme di assistenza e valorizzare il contributo di tutti coloro che partecipano in maniera continuativa e significativa al progetto di cura.
Occorre pertanto affiancare alle misure di riconoscimento individuale un investimento strutturale sui servizi territoriali. Il sostegno economico, pur importante, non è sufficiente, se non viene accompagnato da interventi capaci di alleggerire concretamente il carico assistenziale delle famiglie.
Servono servizi di sollievo accessibili, supporto psicologico, formazione, orientamento, strumenti di conciliazione tra lavoro e cura e percorsi di presa in carico integrata che mettano realmente al centro il nucleo familiare. Parallelamente è necessario promuovere la costruzione e il consolidamento di reti di caregiving, favorendo il coordinamento tra familiari, persone amiche, servizi sociali, servizi sanitari, Terzo Settore e comunità locali.
La vera innovazione non consiste nel riconoscere una singola figura, ma nel sostenere l’ecosistema della cura che si sviluppa attorno alla persona in situazione di fragilità. Il futuro delle politiche sul caregiving passa dalla capacità di rafforzare queste reti, renderle visibili e accompagnarle con strumenti adeguati.
I dati ISTAT rappresentano quindi non soltanto una conferma dell’importanza sociale ed economica del lavoro di cura familiare/informale, ma anche un invito al Legislatore a costruire una normativa inclusiva, capace di riconoscere il valore dei caregiver conviventi e non conviventi e di investire sullo sviluppo di servizi e comunità di supporto. Solo così, infatti, sarà possibile rispondere ai bisogni reali delle famiglie e affrontare le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento della non autosufficienza.
La sfida non è individuare chi cura di più, ma garantire appropriatezza e sostenibilità della cura, nella consapevolezza che la cura non è un atto individuale ma una responsabilità condivisa.
*Segretaria di CARER ETS (Associazione Caregiver Familiari).
L'articolo Per una normativa inclusiva che riconosca il valore dei caregiver conviventi e non conviventi proviene da Superando.
Prima di addentrarsi nelle pagine del libro di cui parleremo, il Lettore e la Lettrice farebbero bene a lasciare a casa alcune aspettative. Chi cercasse uno sguardo vicino ai Disability Studies, o una sorta di “cassetta degli attrezzi” con soluzioni pratiche da applicare subito, non la troverà: Dai Prà scrive infatti un’opera di filosofia teoretica, esigente e a tratti ostica, che prova a pensare la disabilità non come questione sociale o clinica, ma come questione metafisica – cioè come domanda sull’essere stesso della persona.
C’è un modo di parlare di disabilità che passa per le leggi, i diritti, le barriere architettoniche, i servizi. Ed è un modo necessario. Ma c’è anche un modo più radicale, che si chiede non che cosa fare per la persona con disabilità, ma chi è quella persona per il pensiero occidentale, per la filosofia, per il mito e per la fede. Ed è questa la strada scelta da Paolo Dai Prà in Disabilità. Una questione metafisica, appena pubblicato dall’editore il Prato nella collana “I Cento Talleri”, con postfazione del filosofo Paolo Calabrò.
Il libro non è un manuale né un pamphlet: è un saggio filosofico che intreccia fenomenologia, teologia e letteratura, e che si legge come un lungo esercizio di attenzione. Il bersaglio polemico è quello che l’autore chiama “indifferenza”: l’insensibilità verso tutto ciò che eccede la norma, il riflesso automatico che porta a “spiegare” la persona con disabilità – diagnosticarla, classificarla, etichettarla – invece di comprenderla davvero.
Non è un caso che il libro prenda le mosse da un terreno molto concreto: la scuola e l’inclusione. Dai Prà richiama due passaggi della storia italiana recente – la Legge 180 del 1978, che chiuse i manicomi lasciando però, secondo una lettura critica ripresa dall’autore, «i matti abbandonati nelle strade» al posto dei matti abbandonati nei manicomi, e il Decreto Legislativo 66/17 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, dopo il quale il problema non è più rivendicare la loro semplice presenza in classe, ma rendere quella presenza davvero significativa per tutti. Da qui l’autore fa emergere un’antinomia pedagogica scomoda ma onesta: senza modelli praticabili di apprendimento differenziato, la scuola finisce per oscillare tra l’allontanare gli alunni “diversi” e il tenerli dentro la classe abbassando però il livello per tutti. È un’osservazione che gli permette di introdurre il vero bersaglio polemico del libro: il sospetto che “includere” possa risolversi in un mero “imporre-dentro”, cioè nel far rientrare a forza la persona con disabilità entro il mondo dei “normali”, anziché costruire le condizioni perché quel mondo sappia davvero accoglierla nei suoi propri modi di essere. È da questa insoddisfazione – il rifiuto tanto dell’indifferenza quanto di un’inclusione soltanto di facciata – che nasce l’esigenza, per Dai Prà, di rifondare la questione su basi più profonde: quelle della fenomenologia.
Prima ancora di addentrarsi nell’argomentazione vera e propria, però, il libro sceglie di accompagnare il Lettore con un’immagine quasi contemplativa: quella dei pomodori verdi rimasti attaccati alla pianta sul terrazzo mentre l’autunno avanza, frutti che si vorrebbero veder maturare secondo tempi e colori prevedibili, e che invece, non riuscendo a farlo, finiscono spesso per essere sradicati e gettati via. È la stessa sorte, suggerisce l’autore, di ogni vita che eccede la norma: non un frutto mancato, ma un frutto che chiede di essere colto per ciò che è realmente, non per ciò che “dovrebbe” diventare.
A questa immagine l’autore affianca due citazioni della poetessa Wisława Szymborska sul rischio di attraversare l’esistenza distrattamente, «come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro», senza stupirsi di nulla; e proprio qui, in apertura, prende posizione anche sul senso stesso del suo fare filosofia, richiamando un’annotazione giovanile del filosofo Søren Kierkegaard: a poco servirebbe scoprire una “verità oggettiva” e padroneggiare i sistemi dei filosofi, se questa verità restasse fredda, nuda, indifferente. La filosofia che interessa a Dai Prà non è quella dei sistemi, ma quella capace di toccare la verità esistenziale della cura e dell’amore – ed è precisamente questa filosofia, non una teoria astratta, ciò che il libro promette fin dalle sue prime pagine.
Per raccontare dunque questo scarto tra spiegare e comprendere, Dai Prà si affida a un’immagine antica: quella del Minotauro rinchiuso nel Labirinto. Il mostro-uomo, «formato a metà», diventa il simbolo di ogni persona la cui alterità viene percepita come minaccia e per questo va nascosta, contenuta, resa invisibile.
L’autore lo affianca a un’altra figura di reclusione ed esclusione, il Quasimodo di Victor Hugo, la cui cattedrale-carcere «gli si era plasmata addosso» come un guscio, e al Minotauro di Borges: quello della Casa di Asterione, il racconto in cui è il mostro stesso a narrarsi in prima persona, chiedendosi con timore chi sarà il suo redentore. È un rovesciamento di sguardo decisivo per il libro, perché fa vedere che il mostro non è soltanto l’oggetto di un’attesa altrui, ma un soggetto che attende, a sua volta, di essere accolto.
Ma il cuore pulsante del libro di Dai Prà, e forse la sua intuizione più originale, riguarda chi rompe quell’isolamento: Arianna. Nel racconto mitologico è lei, con il suo filo, a permettere a Teseo di raggiungere il Minotauro e di liberarlo dalla prigionia della Legge del Padre incarnata da Minosse. L’autore legge questo gesto come l’emblema di un principio “femminile” – da intendersi non come tratto biologico ma come postura, disponibile tanto a un uomo quanto a una donna – che accoglie senza giudicare, senza pretendere di spiegare tutto subito. Dove il Labirinto costruito da Minosse rappresenta la Legge che classifica e allontana, Arianna è “la Signora del Labirinto”: non lo teme, non lo riduce a un problema da risolvere, ma lo abita come un mistero da custodire.
È un’idea che l’autore sviluppa fino a un’equazione dichiarata esplicitamente: Arianna è la fenomenologia stessa, cioè quella pratica filosofica che rinuncia a incasellare l’altro dentro concetti già pronti, e si mette invece in ascolto di ciò che ogni persona, nella sua irriducibile particolarità, ha da mostrare di sé. Non a caso il capitolo che le è dedicato si intitola proprio Arianna è la fenomenologia, mentre l’intera parte del libro in cui la figura compare porta il titolo Curare il Minotauro: la fenomenologia, in questo disegno, non è un esercizio teorico fine a se stesso, ma l’atteggiamento da cui discende la possibilità stessa di una cura autentica.
Arianna incarna dunque, insieme, il metodo e il suo esito: comprendere l’altro, per Dai Prà, è già il primo atto del prendersene cura. Comprendere, scrive l’autore rifacendosi a Karl Jaspers, non è la stessa cosa che spiegare: la spiegazione guarda da fuori, la comprensione tocca il volto dell’altro. Ed è in questa luce che va letta una delle affermazioni più dirette del libro: «La persona con disabilità – scrive Dai Prà – non è un pezzo di mondo bensì un mondo tutt’intero, un assoluto di senso – non qualcuno a cui manca qualcosa rispetto a una presunta normalità, ma qualcuno che ha davanti a sé un proprio orizzonte di possibilità, tutto da riconoscere».
Questa impalcatura fenomenologica si appoggia largamente su Martin Heidegger, presente nel libro non come semplice fonte erudita, ma come interlocutore costante: da lui Dai Prà riprende l’idea che ogni persona – anche quella con disabilità – vada compresa come apertura strutturale al mondo, come un esserci nel quale “ne va del suo stesso essere”, e non come oggetto già definito e classificabile una volta per tutte.
Riprende inoltre la nozione di situazione emotiva (Befindlichkeit) per sostenere che l’accoglienza dell’Altro passa sempre attraverso un coinvolgimento affettivo, non attraverso la sola comprensione intellettuale; e arriva persino a correggere Heidegger su un punto decisivo, proponendo di ritrovare la struttura dell’intenzionalità non nella nozione di “utilizzabilità”, ma nella pratica concreta dell’amore.
Accanto a Heidegger compare poi Emmanuel Lévinas, richiamato con pagine della sua opera Totalità e infinito, nel punto in cui il volto dell’Altro, con la sua fragilità e la sua nudità, “fa appello” a noi e rende possibile – proprio in quell’appello ineluttabile – la nostra stessa libertà; e compare Luigi Pareyson, la cui riflessione sul male e sulla sofferenza viene messa in dialogo con Dante.
La seconda parte del volume approfondisce questa proposta, distinguendo tra una sintesi “attiva” che impone dall’esterno una legge alla realtà e una sintesi “passiva” – più affine, nel linguaggio del libro, al principio femminile – che accoglie ciò che le cose stesse manifestano di sé, decorso dopo decorso, lato dopo lato.
Nell’appendice, dedicata a una “fenomenologia agapica”, l’orizzonte si allarga apertamente alla teologia trinitaria e ai versi danteschi del Paradiso, in un impasto di riferimenti – da Husserl a Nietzsche, dal Vangelo di Giovanni ai tarocchi marsigliesi – che è insieme la forza e la sfida del libro: un’erudizione fitta, non sempre agevole, ma che restituisce la sensazione di un pensiero che non si accontenta di scorciatoie.
Non è un caso che l’autore richiami più volte la differenza, cara alla tradizione fenomenologica, tra problema (che si risolve e scompare) e mistero (che va invece sperimentato e venerato, e che resiste per sua natura a ogni spiegazione esaustiva). È in questa differenza che si gioca, per Dai Prà, la possibilità di una cura autentica: non quella che vuole rendere la persona con disabilità prevedibile e gestibile, ma quella capace di reggere la sua enigmaticità senza volerla per forza sciogliere.
Nella postfazione, Paolo Calabrò coglie bene il punto quando scrive che il merito del saggio è mostrare come, una volta entrati davvero nelle dinamiche dell’alterità radicale, non sia più possibile smussare ciò che nell’essere umano resta ostinatamente ruvido: la sua unicità, che non si lascia semplicemente “dire” ma richiede di essere pensata fino in fondo, nell’incontro autentico con l’altro.
Disabilità. Una questione metafisica non è una lettura per chi cerca risposte immediate o strumenti operativi. È un libro filosoficamente esigente, che richiede pazienza e che non teme di attraversare territori impervi – dalla metafisica trinitaria alla psicologia del profondo – pur di restare fedele alla propria domanda di partenza. Ma proprio per questo può offrire, a chi lavora nel campo della disabilità o semplicemente a chi vuole ripensarne le categorie, uno sguardo che va oltre l’ovvio: quello di Arianna, che non ha paura di entrare nel Labirinto dell’Altro perché sa che è lì, e non altrove, che si gioca la possibilità dell’incontro.
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Sulla spiaggia grossetana di Follonica tornerà nel pomeriggio del 1° agosto un appuntamento, che unirà la passione per il subbuteo – il gioco da tavolo di destrezza manuale nel quale viene riprodotto in miniatura lo sport del calcio – alla solidarietà.
A partire infatti dalle 17 di quel giorno, si terrà la quinta edizione del Trofeo Città di Follonica di subbuteo, organizzato dall’Associazione Maremma Subbuteo e ancora una volta l’obiettivo sarà quello di contribuire a sostenere la ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica), supportando l’ARISLA, la Fondazione Italiana di Ricerca sulla SLA, che in questi anni ha finanziato ben 165 ricercatori e 121 progetti di ricerca.
L’edizione di quest’anno dell’iniziativa, inoltre, sarà ancora più sentita del solito, perché nell’aprile scorso è scomparso Andrea Parri, giocatore e membro di Maremma Subbuteo, malato di SLA da alcuni anni. «Andrea – sottolinea Stefano Pistolesi, presidente di Maremma Subbuteo – ha lasciato purtroppo un grande vuoto nel nostro gruppo. In suo onore vogliamo continuare a organizzare il Trofeo per sostenere le persone malate di SLA di oggi e di domani. In questi anni, da quando abbiamo deciso di devolvere i proventi all’ARISLA, abbiamo incontrato una sempre maggiore partecipazione, segno di sensibilità e solidarietà nelle persone che vengono a giocare con noi sulla nostra bellissima spiaggia».
«Ogni contributo per la ricerca è prezioso – afferma dal canto suo Lucia Monaco, preesidente dell’ARISLA -. Siamo onorati di partecipare in questo modo al ricordo di Andrea Parri, insieme all’Associazione Maremma Subbuteo e a tutti coloro che parteciperanno al Trofeo. In ARISLA siamo consapevoli della fiducia riposta nella nostra organizzazione e ci impegniamo a valorizzare ogni singola donazione a favore dei migliori progetti di ricerca, affinché si raggiungano risultati che abbiano un impatto concreto sulla vita delle persone con SLA e delle loro famiglie». (S.B.)
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«In Italia – dicono dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) esiste una Legge, la 67/06, che vieta ogni forma di discriminazione basata sulla condizione di disabilità ma, ciò nonostante, le diverse forme di discriminazione derivanti da stigmi e pregiudizi sono molto più presenti nella vita di tutti i giorni, sia delle persone con disabilità che dei loro familiari, di quanto si possa immaginare. Imparare prima di tutto a riconoscere le discriminazioni rappresenta il primo passo per poterle contrastare. Si tratta prima di tutto di un processo culturale che, facendo propri i paradigmi introdotti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, fa sì che nessuna persona con disabilità o un suo familiare sia più vittima di discriminazione»: a tal proposito, la stessa ANFFAS ha dato il via, dopo quelle degli anni scorsi, a una terza consultazione pubblica, tramite un agile questionario (disponibile a questo link), per riconoscere e contrastare ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità, rendendo possibile rilevare il fenomeno e contribuire a far realmente cambiare l’attuale stato di cose.
Anche per questo 2026, dunque, la consultazione è declinata in cinque versioni, rivolgendosi infatti di volta in volta a persone con disabilità (e nel caso di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, il questionario è redatto in linguaggio Easy to Read, facile da leggere e da comprendere), familiari e operatori. «Questo – affermano dall’ANFFAS – consentirà di avere un’ampia panoramica del fenomeno discriminazione che potrà così essere analizzato sotto i diversi profili e permetterà alla nostra Agenzia Nazionale Contro ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità “Prof.ssa Maria Rita Saulle” di intervenire ad ampio raggio». (S.B.)
Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario della terza consultazione pubblica ANFFAS cui si potrà partecipare fino al 30 settembre prossimo. A questo link ci sono gli esiti delle due precedenti edizioni della consultazione. Per altre informazioni: comunicazione@anffas.net.L'articolo Discriminazioni basate sulla disabilità: la terza consultazione pubblica del’ANFFAS proviene da Superando.
Rispetto al delicato tema del suicidio medicalmente assistito non servono parole gridate, slogan o contrapposizioni ideologiche. Esistono persone, famiglie, sofferenze e scelte che meritano rispetto.
Il Progetto di Legge in materia approvato dall’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna può definire procedure e garanzie. Alle Istituzioni spetta ora il compito più impegnativo: assicurare che ogni decisione sia davvero libera, consapevole e non condizionata dalla solitudine, dall’abbandono o dalla mancanza di alternative.
Occorre garantire cure, assistenza, sostegno psicologico, cure palliative e accompagnamento alle famiglie, affinché nessuno sia costretto a scegliere perché si sente un peso o perché non trova risposte adeguate.
Nessuno deve essere lasciato solo nel dolore: né chi chiede di porre fine alla propria sofferenza, né chi domanda di essere aiutato a continuare a vivere.
È su questa capacità di ascoltare, accompagnare e non abbandonare che si misura la civiltà di una comunità.
*Presidente della Fondazione Gli Amici di Luca–Casa dei Risvegli Luca De Nigris.
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Una serie di informazioni utili per prevenire le criticità legate alle alte temperature e preparare con maggiore sicurezza la vita quotidiana, gli spostamenti e le vacanze: dalla gestione dell’idratazione e dell’alimentazione all’organizzazione delle terapie, dall’attenzione agli ausili e ai dispositivi alla pianificazione dell’assistenza e dei trasporti. È quanto contenuto nel Decalogo AISLA per l’estate (disponibile a questo link), ossia dieci indicazioni dieci indicazioni pratiche rivolte alle persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), ai caregiver e alle famiglie, perché, come viene sottolineato dalla stessa AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), «il caldo può rendere più complessa la quotidianità delle persone con SLA e delle loro famiglie. Organizzare una partenza, trascorrere qualche giorno fuori casa o affrontare le temperature elevate nel proprio ambiente richiede attenzione, preparazione e la possibilità di contare su riferimenti competenti. Questo, per altro, non è una lista di divieti, ma uno strumento per orientarsi. Perché anche una giornata fuori casa, una partenza o un cambiamento nelle abitudini diventano più semplici quando bisogni, contatti e possibili imprevisti sono stati valutati per tempo».
«Con questo decalogo – spiega Fulvia Massimelli, presidente nazionale dell’AISLA – vogliamo offrire alle famiglie uno strumento essenziale, concreto e immediatamente utilizzabile. Quando infatti si convive con la SLA, anche ciò che per molti è ordinario può richiedere un’organizzazione complessa. Avere informazioni chiare e sapere a chi rivolgersi significa poter compiere scelte più consapevoli e affrontare l’estate con maggiore sicurezza».
L’iniziativa nasce nell’àmbito di Ovunque Vicini – Cura specialistica per le persone con SLA, progetto promosso dall’AISLA, in collaborazione con Fondazione Serena e il sostegno finanziario della Presidenza del Consiglio-Ministro per le Disabilità, allo scopo di offrire orientamento e consulenza specialistica a distanza, favorendo la continuità della presa in carico e il raccordo con i servizi presenti sul territorio [di “Ovunque Vicini” si legga anche una nostra presentazione a questo link, N.d.R.].
Dal 15 luglio scorso tale servizio è attivo su tutto il territorio nazionale e le persone con la SLA e le loro famiglie possono rivolgersi alla Centrale Operativa di esso, attiva ogni giorno dalle 8 alle 20. Vi verranno valutati i bisogni sanitari e, quando necessario, le persone verranno indirizzate verso un consulto specialistico; rispetto invece ai bisogni sociali, assistenziali e organizzativi, essi trovano risposta attraverso il Centro di Ascolto e la rete territoriale AISLA. (S.B.)
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Le notizie che continuano ad arrivare dalla Campania, anche a seguito delle attività investigative coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord e delle indagini condotte dai Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe (Caserta), con il supporto dei reparti territorialmente competenti, delineano un quadro gravissimo [se ne legga già sulle nostre pagine, N.d.R.]. Le presunte violenze, le privazioni e lo sfruttamento ai danni di persone anziane e minori con disabilità ricoverati in alcune strutture socio-sanitarie distribuite nei Comuni di Villa Literno, San Cipriano d’Aversa, Trentola Ducenta e Casapesenna, in provincia di Caserta, non possono essere archiviate come l’ennesimo fatto di cronaca. Sono una ferita profonda che attraversa il Paese e che interroga, senza più alibi, le istituzioni, la politica e la coscienza collettiva.
Non possiamo più permetterci di dire che «purtroppo sono cose che accadono». Non possiamo continuare a rifugiarci dietro la carenza di personale, le difficoltà organizzative, i salari insufficienti o le criticità strutturali del sistema. Tutte questioni reali, che vanno affrontate con serietà e urgenza, ma che non potranno mai diventare una giustificazione per chi tradisce il mandato di cura e di assistenza affidatogli.
La verità è semplice e dura: ogni volta che una persona in situazione di fragilità viene umiliata, maltrattata o abbandonata, non fallisce solo un operatore, ma fallisce un sistema intero che avrebbe il dovere primario di proteggere chi non può difendersi da solo.
Ecco perché, come FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e nel mio ruolo di consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), abbiamo scelto di non limitarci alla denuncia, ritenendo necessario compiere un passo ulteriore, ossia portare dentro il confronto istituzionale del CNEL una Proposta di Legge organica [il cui testo è disponibile a questo link, N.d.R.], frutto di un lavoro approfondito e condiviso, capace di affrontare in modo strutturale il tema della prevenzione degli abusi nei contesti di cura e assistenza.
Su questo abbiamo lavorato per mesi all’interno del CNEL, allo scopo appunto di costruire una Proposta di Legge innovativa, equilibrata e giuridicamente solida sull’introduzione di sistemi di videosorveglianza nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite), nelle RSD (Residenze Sanitarie Disabili), nelle strutture socioassistenziali e sociosanitarie, negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia. Non una proposta punitiva. Non una proposta contro i lavoratori. Al contrario, un testo pensato per tenere insieme tre diritti fondamentali: la sicurezza delle persone più fragili, la dignità e la tutela degli operatori, la responsabilità delle strutture. Una proposta pienamente conforme allo Statuto dei lavoratori, al Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali e al Codice della privacy, che attribuiva un ruolo centrale alla contrattazione collettiva, affidando alle organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL e alle organizzazioni datoriali la definizione condivisa delle modalità applicative.
Si trattava di una proposta fondata su un principio semplice ma decisivo: la trasparenza non è controllo punitivo, ma garanzia reciproca di qualità, sicurezza e fiducia.
In questo quadro, il lavoro svolto ha rappresentato anche un tentativo di ricomposizione tra esigenze solo apparentemente contrapposte: da un lato la tutela incondizionata delle persone in situazione di maggiore fragilità, dall’altro la salvaguardia della dignità professionale di chi opera quotidianamente nei servizi di cura. L’obiettivo non è quello di introdurre strumenti di sorveglianza generalizzata, ma di costruire un sistema di prevenzione capace di rafforzare la fiducia reciproca e di ridurre drasticamente il rischio di abusi, senza trasformare i luoghi di assistenza in spazi di sospetto permanente.
Nonostante il lungo lavoro di confronto, le modifiche introdotte e le garanzie rafforzate a tutela dei lavoratori, CGIL, CISL e UIL hanno scelto di non condividere il percorso, impedendo il raggiungimento della necessaria convergenza all’interno del CNEL.
Ed è su questo punto che non possiamo eludere una riflessione più profonda: si tratta di una sconfitta collettiva, ma non simmetrica nelle responsabilità. È la sconfitta di un sistema che, ancora una volta, non è riuscito a compiere un passo avanti decisivo nella tutela delle persone in situazione di fragilità. Ma è anche la sconfitta di un mondo della rappresentanza sindacale che, in questa occasione, non ha colto fino in fondo la portata innovativa e garantista della proposta.
Le organizzazioni sindacali, che hanno una funzione costituzionale fondamentale nella tutela del lavoro hanno scelto di leggere il testo prevalentemente attraverso la lente del timore e della diffidenza, anziché coglierne il valore di strumento condiviso di prevenzione e di tutela anche per gli stessi lavoratori. La contrattazione collettiva era stata posta al centro proprio per evitare imposizioni dall’alto e per costruire insieme regole chiare, condivise e rispettose della dignità professionale. Eppure, questa apertura non è stata sufficiente a superare una posizione di chiusura che ha finito, nei fatti, per bloccare un percorso che avrebbe potuto rafforzare l’intero sistema di cura.
Hanno prevalso logiche di contrapposizione e una lettura difensiva del tema, invece della responsabilità di cogliere un’occasione storica per introdurre strumenti di prevenzione capaci di tutelare contemporaneamente persone fragili e lavoratori.
Eppure, proprio da qui dobbiamo ripartire. Perché le persone con disabilità, le persone anziane non autosufficienti, i minori e le loro famiglie non chiedono slogan. Chiedono sicurezza, rispetto, dignità. Chiedono di sapere che i propri cari sono assistiti in ambienti sicuri. Chiedono che chi lavora con dedizione venga sostenuto e valorizzato. Chiedono che le Istituzioni abbiano il coraggio di prevenire, non solo di intervenire dopo l’ennesima tragedia.
In questo quadro, non possiamo più eludere un nodo centrale: il sistema degli accreditamenti delle strutture. È necessario ripensare profondamente i criteri di accreditamento, superando logiche meramente burocratiche e introducendo indicatori reali di qualità della vita, trasparenza, partecipazione e tutela dei diritti. L’accreditamento non può essere solo un atto amministrativo, ma deve diventare uno strumento dinamico di garanzia pubblica.
Occorre avviare un percorso che consenta alle persone con disabilità e alle loro famiglie di poter scegliere liberamente i servizi e i luoghi di cura, sulla base di informazioni chiare, verificabili e comparabili. La libertà di scelta non può restare un principio astratto: deve diventare un diritto esigibile, sostenuto da un sistema che metta al centro la persona e non l’istituzione.
Come ho già avuto modo di sottolineare in un mio contributo su Vita.it dedicato anche alla deistituzionalizzazione, il nostro Paese deve avere il coraggio di superare definitivamente la logica dell’istituzionalizzazione come risposta prevalente alla fragilità. Non si tratta di chiudere ipso iure [di diritto] le strutture, ma di trasformarle profondamente, rendendole luoghi aperti, trasparenti, connessi al territorio e realmente orientati alla qualità della vita e all’autodeterminazione delle persone.
La nostra Proposta di Legge andava esattamente in questa direzione: prevenire gli abusi, rafforzare la fiducia, rendere visibile ciò che accade nei luoghi di cura, senza mai ledere la dignità di chi vi lavora.
Per questo motivo il lavoro svolto non verrà disperso. La Proposta sarà ora messa a disposizione del Parlamento. Auspico che uno o più Parlamentari decidano di farla propria e di avviarne rapidamente l’iter legislativo, affinché sia il Parlamento, nella sua piena autonomia, ad aprire un confronto pubblico e trasparente su un tema che riguarda la dignità delle persone e la credibilità delle istituzioni.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, la nostra Costituzione e il principio di uguaglianza ci impongono di adottare ogni misura ragionevole per prevenire violenze, abusi e maltrattamenti. Restare fermi non è più un’opzione. Ogni giorno che passa senza strumenti efficaci di prevenzione può tradursi in una nuova vittima, in una nuova famiglia ferita, in una nuova storia che avremmo potuto evitare.
È arrivato il momento di scegliere da che parte stare. Dalla parte delle persone più fragili. Sempre.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie); consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).
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