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Impresa e Sociale uniti dalla visione di costruire insieme spazi di vita migliori, per tutti

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Il Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona e l’Agenzia Esclusiva Immobiliare di Castelfidardo (Ancona) hanno siglato un accordo in base al quale per ogni immobile venduto dall’agenzia verrà destinata una quota al sostegno di “Casa Sollievo”, struttura del Centro che accoglie per brevi periodi le persone con disabilità garantendo momenti di autonomia e attività educative e relazionali Catia De Angelis (a sinistra), titolare di Esclusiva Immobiliare, e Livia Accorroni del Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, sottoscrivono l’accordo

«Casa Sollievo l’abbiamo sempre definita “una casa fuori di casa” perché è un luogo caldo, amichevole, dove ogni persona con disabilità si sente accolta. Da oggi, grazie alla sensibilità di Esclusiva Immobiliare, possiamo continuare a offrire un ambiente sereno, inclusivo e ricco di opportunità per gli utenti e per le loro famiglie»: a dirlo è Livia Accorroni, consigliera e responsabile della raccolta fondi del Centro Papa Giovanni XXIII, a proposito dell’accordo siglato con l’Agenzia Esclusiva Immobiliare di Castelfidardo (Ancona), iniziativa in base alla quale per ogni immobile venduto da tale agenzia verrà destinata una quota al sostegno appunto di Casa Sollievo, struttura del Centro che accoglie per brevi periodi le persone con disabilità garantendo momenti di autonomia e attività educative e relazionali.
«Si tratta di un accordo – sottolineano ancora dal Centro Papa Giovanni XXIII – che unisce due mondi – Impresa e Sociale – in un’unica visione: costruire insieme spazi di vita migliori, per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Comunicazione e Raccolta Fondi Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona (Marco Trillini), marco.trillini@libero.it.

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Il percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale delle persone con disabilità

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Evitare che il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega in materia di disabilità, rimanga una “riforma solo sulla carta”, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione: è quanto emerso dall’incontro pubblico promosso dalla Federazione FISH e centrato appunto sul percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

Al centro del dibattito dell’incontro pubblico promosso dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), dedicato allo stato di attuazione del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato), attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, vi è stato il percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale, strumento che, come noto, sposta definitivamente l’asse dalla semplice assistenza alla piena partecipazione sociale delle persone con disabilità.
Durante l’incontro, sono intervenute, tra gli altri, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, con un videomessaggio di saluto e la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci.

«L’evento – spiegano dalla FISH – ha rappresentato un momento di sintesi fondamentale tra le istanze del mondo associativo e le rappresentanze istituzionali. Abbiamo infatti presentato un’analisi dettagliata dello stato dell’arte, evidenziando come la riforma non possa prescindere da una collaborazione sinergica tra Enti Locali, Sanità e Terzo Settore. Durante il confronto, inoltre, abbiamo evidenziato alcune criticità emerse in questa fase di transizione, ribadendo in particolare l’urgenza di uniformare le procedure di valutazione su tutto il territorio nazionale e di garantire risorse strutturali che permettano di finanziare i budget di progetto in modo adeguato. In tal senso, abbiamo chiesto alle Istituzioni impegni precisi affinché la complessità burocratica non diventi un ostacolo al diritto all’autodeterminazione».

«Quando parliamo di Vita Indipendente, di autonomia – ha dichiarato Maria Teresa Bellucci – parliamo anche di lavoro che conferisce dignità alle persone. Le politiche sociali devono quindi abbandonare i sussidi e l’assistenzialismo e garantire il diritto di ogni persona di sentirsi parte attiva della società. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per le Disabilità stanno lavorando con la FISH e le altre Associazioni rappresentative, per fare in modo che le istanze e esigenze delle persone con disabilità trovino riscontro a livello normativo e pratico».

Oltre all’analisi politica, l’incontro ha permesso di condividere modelli e strumenti tecnici sviluppati per rafforzare l’autodeterminazione delle persone con disabilità e il supporto alle loro famiglie. Sono state infatti illustrate buone pratiche di co-progettazione che dimostrano come, laddove la persona viene messa al centro della pianificazione, la qualità della vita e l’inclusione lavorativa e sociale migliorano sensibilmente. È stata quindi anche l’occasione di fare il punto sui risultati raggiunti e i prossimi passi dei due progetti di cui la stessa FISH è capofila, vale a dire Pronti per l’Indipendenza [se ne legga già in altra parte del giornale, N.d.R.] e Insieme per l’Indipendenza.

«Il Progetto di Vita – ha affermato a margine dei lavori il presidente della FISH Vincenzo Falabella – non è un traguardo formale, ma l’inizio di una nuova fase verso la vita indipendente delle persone con disabilità. Con questo incontro abbiamo dimostrato che il mondo associativo è pronto a fare la propria parte con competenze e proposte concrete. Ora tocca alle Istituzioni assicurare che questo cambiamento di paradigma sia recepito da ogni ufficio amministrativo e in ogni territorio».

In conclusione la FISH ha ribadito la propria volontà di proseguire nel monitoraggio costante dell’attuazione della normativa. L’obiettivo resta segnatamente quello di evitare che il Decreto 62/24 rimanga una “riforma solo sulla carta”, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione. (R.A.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Gli obiettivi raggiunti dal progetto “Pronti per l’Indipendenza”

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Lezioni rivolte alla comprensione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e del Decreto Legislativo 62/2024, fino allo sviluppo di abilità comunicative e relazionali, per collaborare con altri professionisti ed enti coinvolti nel supporto alle persone con disabilità: i partecipanti al percorso di formazione nell’àmbito del progetto “Pronti per l’Indipendenza”, che ha quale capofila la Federazione FISH e che si avvia verso l’vento finale, ha visto tutti i candidati ammessi alla prova finale risultare idonei

Un programma rigoroso, che ha spaziato dalle lezioni rivolte alla comprensione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e del Decreto Legislativo 62/2024, fino allo sviluppo di abilità comunicative e relazionali, per collaborare con altri professionisti ed enti coinvolti nel supporto alle persone con disabilità, ha coinvolto i partecipanti al percorso di 200 ore di formazione nell’àmbito del progetto Pronti per l’Indipendenza, che ha quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con Disabilità e Famiglie), con l’obiettivo di fornire competenze teorico-pratiche e strumenti di autonomia personale. Ebbene, tutti i candidati ammessi alla prova finale sono risultati idonei, dimostrando una preparazione solida e una forte motivazione.
«Il superamento della prova con il 100% di idoneità – commentano dalla FISH – testimonia non solo l’impegno degli allievi, ma anche la qualità del corpo docente e del modello formativo adottato».

Parallelamente alla chiusura della formazione, sta volgendo al termine anche la maggior parte dei tirocini formativi attivati presso gli enti partner. «E questo – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – segna anche il passaggio cruciale verso il mondo del lavoro, rendendoci felici di avere accompagnato le persone coinvolte in questa crescita che trasforma il concetto di “assistenza” in quello di “vita indipendente”».

Il progetto Pronti per l’Indipendenza, realizzato grazie a un finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si avvia pertanto verso l’evento finale di restituzione dei risultati. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“Play-Able”: per un nuovo livello di accessibilità dei videogiochi

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Rendere il videogioco accessibile anche a chi, a causa di barriere fisiche o cognitive, spesso non può vivere appieno l’esperienza del gaming: è l’obiettivo di “Play-Able – Per un nuovo livello di accessibilità”, progetto di responsabilità sociale realizzato da Bosch Italia, in stretta collaborazione con la Fondazione ASPHI, che da oltre quarant’anni promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso l’uso delle tecnologie digitali

Rendere il videogioco accessibile anche a chi, a causa di barriere fisiche o cognitive, spesso non può vivere appieno l’esperienza del gaming: è l’obiettivo di Play-Able – Per un nuovo livello di accessibilità, progetto di responsabilità sociale realizzato da Bosch Italia, in stretta collaborazione con la Fondazione ASPHI (Accessibilità e Sostenibilità Digitale delle Persone con Disabilità per Habitat Inclusivi), che da oltre quarant’anni promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso l’uso delle tecnologie digitali.
Nello specifico, ASPHI, grazie alla competenza maturata nel campo dell’accessibilità digitale e del gaming, ha curato la progettazione e l’adattamento delle postazioni di gioco donate ai ragazzi coinvolti. Ogni postazione è personalizzata combinando tecnologie, ausili e interfacce alternative, con l’obiettivo di aumentare l’autonomia nel gioco, sviluppare competenze digitali, favorire comunicazione, partecipazione e relazioni sociali.
L’intervento della Fondazione, inoltre, non si limita alla fornitura di ausili: alle famiglie, infatti, viene offerto un percorso di formazione dedicato, affinché la tecnologia diventi uno strumento di crescita e inclusione nella vita quotidiana e scolastica.

«Con Play-Able – spiegano i promotori dell’iniziativa – il videogioco supera il confine del semplice intrattenimento e diventa un mezzo di espressione, apprendimento e relazione. L’iniziativa permette infatti ai ragazzi di fare ciò che molti loro coetanei danno per scontato: divertirsi, condividere passioni, esplorare nuove abilità».
«Progetti come questo – dichiara Andrea Pontremoli, presidente di ASPHI – dimostrano quanto sia fondamentale costruire reti tra organizzazioni, aziende e comunità, per promuovere una cultura realmente inclusiva. In tal senso, la collaborazione con Bosch è un esempio di innovazione al servizio delle persone, capace di generare valore sociale e nuove opportunità». (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Rossella Romeo (rromeo@asphi.it).

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I tortellini preparati da persone con autismo sugli scaffali dei supermercati di Modena e Provincia

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Prosegue e si consolida la collaborazione dell’Associazione modenese Il Tortellante con Conad Nord Ovest: da alcuni giorni, infatti, nei punti vendita Conad di Modena e Provincia, si possono trovare a scaffale i tortellini della linea “Bottega del Tortellante”, preparati nell’àmbito del progetto “IO LAVORO”, centrato sull’inserimento lavorativo di persone nello spettro autistico La preparazione dei tortellini

«Desidero ringraziare di cuore tutti i Soci Conad per la fiducia e l’entusiasmo con cui stanno sostenendo il nostro progetto. Diffondere infatti i nostri tortellini sul territorio significa aiutarci a creare opportunità reali per i nostri ragazzi e a far conoscere il valore sociale che ogni pacchetto racchiude»: a dirlo è Erika Coppelli, presidente dell’Associazione modenese Il Tortellante, annunciando la prosecuzione e l’ulteriore consolidamento della collaborazione del Tortellante stesso con Conad Nord Ovest, all’insegna di una partnership che da anni sostiene percorsi di inclusione, autonomia e partecipazione attraverso il lavoro, la formazione e la valorizzazione delle eccellenze del territorio.

Da alcuni giorni, dunque, in tutti gli undici punti vendita Conad di Modena, oltre a tre supermercati di Vignola, Castevetro e Formigine, i clienti possono trovare a scaffale i tortellini della linea La Bottega del Tortellante, buoni “due volte”, sia per la loro qualità – prodotti di «alto artigianato organizzato», li ha definiti il noto chef Massimo Bottura – sia perché contribuiscono a sostenere l’innovativo progetto del Tortellante, rivolto a giovani adulti con autismo e alle loro famiglie.
La preparazione dei tortellini, infatti, avviene a Vignola, presso il moderno stabilimento della Pasta di Celestino, dove si svolge il progetto IO LAVORO, dedicato all’inserimento lavorativo di persone nello spettro autistico (a questo link è disponibile un approfondimento sul progetto IO LAVORO).
Ad oggi, dieci tra ragazze e ragazzi del Tortellante si alternano a piccolo gruppo in sessioni lavorative nel ciclo produttivo della pasta fresca, seguiti dagli operatori dello staff scientifico del Tortellante e affiancati dalle maestranze dei vari reparti. Si va dalla piegatura a mano di tortelloni alle fasi di etichettatura e inscatolamento, seguendo naturalmente le rigorose normative di igiene e sicurezza sul lavoro.
«I risultati sono incoraggianti – sottolinea Coppelli -, e dimostrano che le persone con disturbo dello spettro autistico possono essere impiegate in ambienti lavorativi, in un’ottica di sempre maggiore autonomia per affrontare adeguatamente la vita adulta». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Silvia Panini (silvia.panini@fcp.it).

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Nuovo meccanismo per lo sviluppo della sclerosi multipla scoperto da uno studio italiano

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Nelle persone con sclerosi multipla, a mandare letteralmente in tilt le cellule immunitarie, inducendole ad attaccare il sistema immunitario, potrebbe essere il malfunzionamento di alcuni neuroni situati nel cervello (“neuroni AgRP”): è la scoperta di uno studio del Policlinico San Martino e dell’Università di Genova, finanziato dal progetto internazionale “Mnesys” e dalla FISM, la Fondazione che opera a fianco dell’AISM, ciò che potrebbe aprire la porta a nuovi potenziali trattamenti

È nel cervello la “regia” della produzione delle cellule del sistema immunitario: in un modello sperimentale di sclerosi multipla, infatti, è stato dimostrato che i neuroni dell’ipotalamo chiamati AgRP non funzionano bene, e questo determina l’aumentata produzione, nel midollo osseo, di cellule immunitarie coinvolte nello sviluppo della sclerosi multipla e nel timo, un’alterazione dei linfociti T regolatori. In questo modello, dunque, la correzione dell’attività dei neuroni AgRP modifica le alterazioni del midollo osseo e del timo e migliora la situazione della patologia, aprendo la strada a possibili nuove terapie. Gli stessi neuroni AgRP producono inoltre una proteina che può essere dosata con una semplice analisi del sangue nelle persone con sclerosi multipla: i livelli sono correlati alla gravità della malattia e la proteina potrebbe perciò diventare un nuovo biomarcatore.
La duplice scoperta, pubblicata nelle scorse settimane dalla prestigiosa rivista scientifica «Cell Reports», arriva da uno studio dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e dell’Università del capoluogo ligure, cofinanziato dal progetto Mnesys, il primo e più grande progetto di ricerca sul cervello mai realizzato in Italia e in Europa, insieme alla FISM, la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla che opera a fianco dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).

«La sclerosi multipla – spiega Antonio Uccelli, ordinario di Neurologia all’Università di Genova, direttore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Martino di Genova, direttore scientifico del progetto Mnesys e coordinatore dello studio – è una malattia su base autoimmune, in cui cioè le cellule del sistema immunitario “deragliano” e attaccano le fibre del sistema nervoso. Nel nostro corpo, le cellule del sistema immunitario si sviluppano nel midollo osseo e nel timo (una ghiandola), a partire dalle cellule staminali del sangue. Questo processo è governato dalla noradrenalina, un neurotrasmettitore rilasciato da fibre nervose che originano dall’ipotalamo».
«In questo studio – dichiara la co-coordinatrice dello stesso Tiziana Vigo dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova – abbiamo indagato se e come il cervello influenzi la produzione delle cellule immunitarie coinvolte nell’attacco al sistema nervoso. I risultati ottenuti dimostrano che i segnali cerebrali che modulano la produzione di cellule immunitarie originano da speciali neuroni, chiamati AgRP. Quando i neuroni AgRP si attivano, il midollo osseo produce meno monociti e neutrofili, cellule immunitarie coinvolte nello sviluppo della sclerosi multipla, mentre nel timo aumenta la produzione delle cellule T regolatorie, fondamentali perché la risposta immunitaria non venga diretta contro l’organismo. Nel modello di sclerosi multipla i neuroni AgRP non funzionano correttamente e questo provoca un aumento nel midollo di monociti e neutrofili e una diminuzione di linfociti regolatori. Il ripristino del corretto funzionamento dei neuroni AgRP attraverso molecole che permettono di accendere o spegnere selettivamente i neuroni migliora il decorso della malattia e riduce l’attacco immunitario al cervello».

I ricercatori, come detto inizialmente, hanno anche scoperto che una proteina prodotta dai neuroni AgRP, il neuropeptide AgRP, può essere misurata nel sangue di persone con sclerosi multipla: livelli più alti di essa si associano a una malattia più grave e a più segni di infiammazione nel cervello, visibili attraverso risonanza magnetica. «Il neuropeptide AgRP – conclude Uccelli – potrebbe perciò diventare un nuovo biomarcatore della gravità della malattia, ma soprattutto questo studio mostra un nuovo modo con cui il sistema nervoso può influenzare la produzione di cellule immunitarie rilevanti per malattie come la sclerosi multipla e aprire nuove prospettive per terapie in grado di ripristinare il dialogo fra neuroni e sistema immune». (B.E. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Perché l’avvocato specializzato in materia di disabilità è un “traduttore” tra la norma e la vita

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«I diritti, da soli, non “camminano” – scrive Massimo Rolla -: esistono in Costituzione, nelle leggi ordinarie, nei decreti di riforma e nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma diventano effettivi solo quando qualcuno li traduce in scelte amministrative, prassi organizzative e soluzioni concrete. Proprio per questo, nel momento storico che stiamo attraversando, l’avvocato specializzato in materia di disabilità è – a tutti gli effetti – un “traduttore” tra la norma e la vita. Vediamo come»

C’è un dato che chi lavora ogni giorno con la disabilità conosce bene: i diritti, da soli, non “camminano”. Esistono in Costituzione, nelle leggi ordinarie, nei decreti di riforma e nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma diventano effettivi solo quando qualcuno li traduce in scelte amministrative, prassi organizzative e soluzioni concrete. E quando questo non accade – o accade a metà – la persona con disabilità resta spesso intrappolata in un labirinto di competenze frammentate: scuola, sanità, servizi sociali, lavoro, trasporti, casa, digitale. Proprio per questo, nel momento storico che stiamo attraversando, il ruolo dell’avvocatura specializzata in materia di disabilità, è decisivo.
“Specializzata”, però, non può voler dire soltanto “aggiornata sulle norme”. Significa anche conoscere i contesti reali in cui quelle norme vivono (o non vivono): i territori, le reti dei servizi, le prassi degli uffici, le soluzioni praticabili, le criticità ricorrenti. Significa – prima di tutto – saper ascoltare le persone con disabilità e le loro famiglie, riconoscendo che spesso la discriminazione non si presenta come un diniego esplicito, ma come una somma di ostacoli, rinvii, moduli, silenzi, accessi impossibili, “si è sempre fatto così”.

Un quadro normativo robusto (ma sempre più complesso)
La base resta costituzionale: il principio di eguaglianza sostanziale e il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza (articolo 3), insieme alle tutele sociali e ai diritti di educazione e avviamento professionale (articolo 38).
In questo impianto si innesta la già citata Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 3 marzo 2009, n. 18: è un passaggio fondamentale perché sposta il baricentro dal modello “assistenziale” a quello dei diritti umani e include espressamente il rifiuto di un accomodamento ragionevole tra le forme di discriminazione.
Sul versante interno, alcune norme-chiave sono ormai “strutturali”: la Legge 5 febbraio 1992, n. 104, come legge-quadro su assistenza, integrazione sociale e diritti; la Legge 12 marzo 1999, n. 68, sul diritto al lavoro e sul collocamento mirato; la Legge 1° marzo 2006, n. 67, che offre una tutela giudiziaria specifica contro le discriminazioni fondate sulla disabilità, definendo anche discriminazione diretta e indiretta.
Nel lavoro, inoltre, è centrale il Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 (attuazione della Direttiva 2000/78/CE), che richiama l’obbligo di predisporre accomodamenti ragionevoli per garantire la parità di trattamento delle persone con disabilità.
Nella scuola, la cornice dell’inclusione è delineata dal Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 66 e, sul piano operativo, dai modelli e dalle linee guida del PEI (Piano Educativo Individualizzato), adottati con il Decreto Interministeriale 182/20 e poi corretti dal Decreto Interministeriale/Decreto Ministeriale 153/23.
E poi c’è un capitolo sempre più rilevante: l’accessibilità, anche digitale. La Legge 9 gennaio 2004, n. 4 (cosiddetta “Legge Stanca”) tutela il diritto di accesso ai servizi informatici; e il Decreto Legislativo 27 maggio 2022, n. 82 ha recepito la Direttiva (UE) 2019/882 (European Accessibility Act), con obblighi che dal 28 giugno 2025 incidono in modo significativo su prodotti e servizi, anche privati, legati alla vita quotidiana.

La riforma in corso e il bisogno di “traduttori” dei diritti
La fase attuale è segnata dalla Legge Delega 22 dicembre 2021, n. 227, che ha tracciato il percorso di revisione e riordino complessivo della materia. In attuazione di quel percorso, il Decreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62 ha introdotto un impianto innovativo: definizioni, valutazione di base, valutazione multidimensionale e – soprattutto – l’elaborazione e attuazione del “progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato”, con entrata in vigore dal 30 giugno 2024.
La stessa riforma procede anche tramite sperimentazioni territoriali e progressiva estensione (fino all’applicazione definitiva su tutto il territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2027), elemento che rende ancora più importante conoscere come, concretamente, i sistemi locali stanno applicando (o interpretando) le nuove regole.
In parallelo, il Decreto Legislativo 5 febbraio 2024, n. 20 ha istituito l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, con entrata in vigore il 20 marzo 2024 e un ruolo esplicito nel contrasto ai fenomeni discriminatori.
In un quadro così articolato, l’avvocato “generalista” rischia di perdere pezzi: perché la tutela dei diritti delle persone con disabilità raramente si esaurisce in una singola norma o in un solo giudice. Spesso richiede infatti strategie ibride, lettura sistemica e capacità di prevenire il contenzioso attraverso soluzioni ragionevoli, tempestive, sostenibili.

Gli atti discriminatori “di tutti i giorni”: riconoscerli prima di combatterli
Uno dei contributi più importanti di un avvocato competente in materia di disabilità è saper dare un nome giuridico a esperienze che le persone raccontano, da anni, come “disagi” o “mancanze di attenzione”. La Legge 67/06 è chiarissima: la discriminazione può essere diretta (trattamento meno favorevole) o indiretta (una prassi apparentemente neutra che produce svantaggio). E la Convenzione ONU ricorda che anche il rifiuto di accomodamenti ragionevoli può integrare discriminazione.
Nella pratica, questo può tradursi in situazioni ricorrenti: nel lavoro, quando la persona è esclusa di fatto perché non si valutano (davvero) adattamenti organizzativi, tecnici o di mansione, pur possibili; nella scuola, quando l’inclusione resta formale e non diventa partecipazione effettiva (accesso ai materiali, strumenti, assistenza, tempi, comunicazione), nonostante l’impianto dell’inclusione scolastica e gli strumenti del PEI; nei servizi essenziali e nel digitale, quando prenotazioni, modulistica, piattaforme o informazioni sono inaccessibili e di fatto impediscono l’esercizio di diritti, anche alla luce delle norme su accessibilità e dei nuovi requisiti europei; nei servizi territoriali, quando la persona viene letteralmente “rimbalzata” tra enti e uffici e il progetto di vita rischia di ridursi a un documento senza presa in carico reale, mentre la riforma punta proprio a integrazione e personalizzazione.
Qui l’avvocato specializzato diventa un presidio di realtà: perché può ricostruire i fatti, distinguere tra disfunzione e discriminazione, individuare la norma applicabile, ma anche capire quali interlocutori attivare e in che ordine, evitando che la persona venga schiacciata dai tempi.

Perché serve anche “conoscere il territorio”
La competenza territoriale non è un dettaglio: è una parte della tutela. Sapere come funziona una ASL, quali sono i percorsi effettivi di presa in carico, come si muove un Ambito Sociale, quali sono le prassi di una scuola o di un ufficio, quali servizi esistono davvero e quali sono solo sulla carta, significa poter impostare richieste realistiche e puntuali (anche in termini di accomodamenti); prevenire il conflitto quando una soluzione è possibile subito, costruire prove e documentazione con metodo, scegliere il percorso più efficace (dialogo istituzionale, diffida, ricorso), senza lasciare la persona sola davanti a un muro di adempimenti. E soprattutto significa rispettare un principio non negoziabile: la persona con disabilità non è “un caso”, ma è titolare di diritti. E quei diritti, oggi, devono essere difesi dentro un cambiamento profondo: riforma, sperimentazioni, nuove autorità di garanzia, nuovi standard di accessibilità, nuovi obblighi di accomodamento.
In questo scenario, l’avvocato specializzato in materia di disabilità è – a tutti gli effetti – un “traduttore” tra la norma e la vita. Non sostituisce i servizi, non fa politica al posto delle Istituzioni, non può risolvere da solo ciò che è strutturale. Ma può fare la differenza nel punto più delicato: trasformare cioè un diritto astratto in una tutela effettiva, tempestiva e rispettosa della persona. E, quando serve, chiamare le Istituzioni alle proprie responsabilità, con gli strumenti che l’ordinamento già prevede.

*Avvocato. Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Umbria; Centro Studi Giuridici della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie); Disability manager; Consulente giuridico dell’Intergruppo Parlamentare sulla Disabilità della Camera e del Senato; Patrocinante in Cassazione.

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L’accessibilità letta dal punto di vista architettonico, normativo e culturale

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«L’accessibilità – scrive Stefano Sacchetti – è un concetto, e anche un approccio, che prevede l’impiego di diverse discipline per trovare un’applicazione concreta e funzionale, poiché è il primo gradino su cui poggia l’autonomia e, di conseguenza, l’inclusione, sociale e non solo. L’obiettivo della collana editoriale “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, diretta da Rodolfo Dalla Mora, il cui terzo volume è dedicato all’accessibilità, è proprio quello di promuovere una nuova cultura della disabilità in grado di garantire l’inclusione»

L’accessibilità è la chiave di volta per trascorrere una vita piena, è parte integrante delle dimensioni di un individuo e della società: una frase, questa, piena di buon senso, che sarebbe bene fosse messa in pratica nel quotidiano. L’accessibilità si fonda sul concetto di autonomia, pilastro del vivere in maniera autonoma e indipendente, se non addirittura più consapevole.
Proprio all’accessibilità l’architetto Rodolfo Dalla Mora, da sempre attivista e presidente della SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e dell’AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager), ha dedicato la terza uscita della collana “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, da lui stesso diretta, per la casa editrice Il Prato, nell’àmbito della cosiddetta “Equazione delle 4 A”, ossia “Autonomia, Accessibilità, Ausili e Assistenza” [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

Nella pubblicazione di cui si parla, Dalla Mora propone una riflessione che va oltre l’aspetto tecnico e normativo, per restituire all’accessibilità il suo significato più profondo: quello di diritto umano e sociale fondamentale. «L’accessibilità – scrive – […] unitamente agli ausili e all’assistenza, si configura come un fattore essenziale ai fini dell’autonomia e dell’inclusione […]: è la precondizione necessaria per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità».
L’assunto di base su cui poggia è quello dell’autonomia, intesa come concetto chiave che orienta a trecentosessanta gradi la vita delle persone in generale, ma diventa obiettivo primario per chi si trova a vivere condizioni di fragilità. Procediamo, dunque, per gradi.

Nel dicembre 2006 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che considera globalmente il concetto di persona, riducendo così lo spazio dato alla malattia e alla disfunzione, e ponendo al centro la dimensione biopsicosociale della persona. La disabilità diventa dunque un fattore, una variabile influenzata in gran parte dalle condizioni ambientali, spaziali e dal contesto.
Tale assunto trova le proprie radici culturali anche nella progettazione e nell’architettura dei decenni precedenti. A partire dagli Anni Novanta, infatti, i temi dell’inclusione e dell’accessibilità hanno acquisito sempre più importanza nel rapportarsi alle fragilità. Nello specifico, all’interno della cultura inclusiva sono stati elaborati tre approcci (sommariamente riassunti di seguito), vale a dire l’Universal Design, il Design for All e l’Inclusive Design.
L’Universal Design è nato in particolare grazie al contributo dell’architetto americano Ronald Mace, tramite quello che viene definito come “un approccio preventivo”, cioè in grado di evitare l’emergere di ostacoli che impediscano lo svolgersi della vita quotidiana, partendo cioè dall’assunto di progettare fin dall’inizio prodotti, ambienti e servizi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, senza bisogno di adattamenti successivi, come può essere ad esempio una rampa integrata nell’ingresso principale. L’impronta è legata all’architettura.
Il Design for All nasce invece negli anni Novanta per lo più in Europa sull’onda dell’Affermative Action (“azione positiva”) e coltiva un approccio che si basa su una filosofia progettuale imperniata sull’inclusione universale, garantendo pari opportunità di accesso e partecipazione. Ha un taglio incentrato sulla dimensione valoriale e filosofica della progettazione. Una concreta applicazione può vedersi in un sito della pubblica amministrazione reso accessibile, multilingue, con linguaggio chiaro e alternative per utenti con diverse abilità digitali.
L’Inclusive Design, infine, nasce nel Regno Unito all’inizio degli Anni 2000 e si basa su un approccio chiave secondo il quale riconoscere che nessun progetto può includere davvero tutti e tutte, mentre si può però ridurre attivamente l’esclusione. All’atto pratico troviamo ad esempio i sottotitoli nei video, presenti nella nostra quotidianità in diverse piattaforme, in quanto sono utili a persone sorde, ma anche a chi guarda un video in un luogo rumoroso.

Nella pubblicazione di Dalla Mora, però l’accessibilità non è relegata ad una narrazione settoriale. Prevale infatti un approccio multidisciplinare che riunisce più punti di vista e diversi attori sociali: istituzioni, professionisti, amministrazioni e cittadini. E anche ciò che avviene dal punto di vista normativo non è secondario.
In tal senso, negli ultimi anni l’Europa ha tracciato una rotta normativa precisa. La Direttiva 2019/882, meglio nota come European Accessibility Act, ha ampliato l’orizzonte, estendendo i requisiti di accessibilità a servizi e infrastrutture, ma anche relativamente a prodotti quali le piattaforme di e-commerce, i terminali automatici, gli smartphone e i servizi bancari.
L’Italia ha recepito queste indicazioni attraverso un percorso normativo articolato. La Legge 4/04, nota anche come “Legge Stanca”, ha tradotto gli obblighi europei nella pratica quotidiana delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti che erogano servizi di pubblica utilità. Le Linee Guida dell’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) hanno poi definito criteri tecnici, modelli di dichiarazione e metodologie di controllo.
Parallelamente, l’accessibilità “fisica” – quella che si misura tra marciapiedi, edifici e spazi pubblici – continua a rappresentare una sfida aperta. Nonostante decenni di normative, infatti, dalla Legge 13/89 al DPR 503/96, le barriere architettoniche sono ancora una presenza diffusa. In questo contesto, i PEBA (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche) emergono come strumenti fondamentali di programmazione territoriale: mappare, pianificare, intervenire. Tre azioni che chiamano i Comuni a un impegno strutturale e continuativo.

L’accessibilità, dunque, è un concetto, e anche un approccio, che prevede l’impiego di diverse discipline per trovare un’applicazione concreta e funzionale, poiché è il primo gradino su cui poggia l’autonomia e, di conseguenza, l’inclusione, sociale e non solo. L’obiettivo della collana editoriale diretta da Dalla Mora è proprio questo, promuovere una nuova cultura della disabilità in grado di garantirla.

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“La luce oltre il buio”: grande apprezzamento per la creazione di Angelo di Maio alla Mostra Internazionale dei Presepi di Verona

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Dopo il grande successo riscosso lo scorso anno a Roma, quando il suo presepe napoletano venne esposto sotto il Colonnato di San Pietro, il maestro presepista cieco Angelo Di Maio, originario di Aversa, consigliere dell’UICI di Caserta, ha presentato una sua nuova creazione, che sta ottenendo grande apprezzamento, alla Mostra Internazionale dei Presepi di Verona, presso la quale sarà esposta fino al 7 gennaio Osteria e grotta in un presepe creato da Angelo Di Maio

Dopo il grande successo riscosso lo scorso anno a Roma, quando il suo presepe napoletano venne esposto sotto il Colonnato di San Pietro, il maestro presepista cieco Angelo Di Maio, originario di Aversa, ha presentato una sua nuova creazione, che sta ottenendo grande apprezzamento, alla Mostra Internazionale dei Presepi di Verona, organizzata dalla Fondazione Verona per l’Arena, evento presso il quale sarà esposta fino al 7 gennaio.

Come raccontano dall’UICI di Caserta (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), «la storia artistica di Angelo Di Maio affonda le radici nella sua infanzia: aveva appena sei anni quando iniziò a coltivare la passione per il presepe. Da allora, la sua disabilità visiva non ha mai rappresentato un limite, bensì un canale diverso attraverso cui immaginare e creare. Le sue opere nascono infatti dalla forza dell’immaginazione e dalla straordinaria sensibilità tattile che gli consente di modellare, comporre e dare vita a scenografie complesse e suggestive. I presepi del maestro raccontano luoghi reali, vissuti, trasformati in ambientazioni poetiche che richiamano la tradizione partenopea. I personaggi ottocenteschi, plasmati con dedizione, rappresentano scene di vita quotidiana: mestieri, ruoli sociali, momenti intimi e familiari. Tutto concorre a coinvolgere lo spettatore in un viaggio che unisce dimensione mistica, esoterica e religiosa, offrendo a chi crede un’esperienza spirituale e a chi osserva un vero e proprio percorso artistico».
Accanto poi al valore culturale e simbolico, «l’opera di Di Maio – sottolineano dall’UICI casertana – trasmette anche un messaggio profondo, un invito alla riflessione sulla famiglia, sui conflitti che spesso la attraversano, e soprattutto sulla disabilità. Il maestro afferma infatti che “la disabilità può essere e deve essere ricchezza”, una ricchezza capace di abbattere i muri della diversità e di diventare risorsa per l’intera comunità».

«Siamo lieti di questo nuovo traguardo del nostro amico e maestro presepista Angelo Di Maio – dichiara con orgoglio Giulia Antonella Cannavale, presidente dell’UICI di Caserta – che è consigliere della nostra Sezione territoriale. La sua arte racconta frammenti di vita familiare, l’importanza dei legami e, attraverso i suoi personaggi, la conflittualità che spesso crea distanze tra gli individui. Ma nelle sue opere c’è anche la bellezza del sacro, che può essere modello di vita per tutti. La targa della nostra Associazione che accompagna il presepe ne è la testimonianza: è possibile essere uguali anche nelle nostre diversità. Troppo spesso, infatti, la disabilità viene guardata attraverso gli stereotipi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: uicicaserta@gmail.com.

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“Alcione 4 Special”, un nuovo modo di vivere il calcio all’insegna dell’inclusione

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Presentato recentemente in Regione Lombardia, il progetto “Alcione 4 Special” segna un nuovo passo nel percorso di inclusione che il terzo club calcistico di Milano porta avanti da anni, trasformando lo sport in un linguaggio di accoglienza e crescita senza barriere La squadra dell'”Alcione 4 Special”

È nato Alcione 4 Special, nuovo progetto dedicato ai ragazzi con disabilità dell’Alcione Milano, società calcistica che milita in serie C, realizzato con il sostegno di Intesa Sanpaolo, All4Soccer e Lions Club Milano Missione Sport.
L’iniziativa – che rafforza l’impegno sociale del club e fa dello sport un percorso di accoglienza, inclusione e crescita personale – vedrà i ragazzi prendere parte al Campionato DCPS, la Divisione Calcio Paralimpico e Sperimentale della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio).

Alcione 4 Special non nasce per creare una nuova squadra, ma per affermare un nuovo modo di vivere il calcio. È un progetto pensato per offrire ai giovani con disabilità un luogo in cui potersi esprimere, crescere e sentirsi parte di una comunità. Qui lo sport diventa infatti il linguaggio dell’accoglienza, il mezzo che permette di garantire inclusività e crescita individuale.
I ragazzi coinvolti prenderanno parte ad allenamenti settimanali guidati da professionisti con competenze sportive ed educative e giocheranno le partite ufficiali del Campionato DCPS ogni quattordici giorni. Dal canto suo il club assicura la gratuità del percorso e fornisce tutto il materiale tecnico necessario, garantendo un’esperienza priva di barriere.
Pur essendo quindi il contesto lombardo già sensibile al tema dello sport inclusivo, Alcione4Special rappresenta un’iniziativa strutturata e continuativa, capace di unire attività sportiva, educazione e inclusione.

«L’Alcione Milano – ha dichiarato Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, in sede di presentazione del progetto – è una squadra che sta avendo dei risultati eccellenti da un punto di vista sportivo, ma al tempo stesso si rende conto che è necessario anche svolgere un’attività parallela altrettanto importante. Forse, persino più importante della prima squadra: quella di essere vicini alle persone che da questa attività potranno ottenere dei grandissimi risultati personali e per tutta la nostra comunità».
Nel suo intervento, Serena Bortolini, presidente di Alcione 4 Special, ha raccontato la visione che ispira il progetto: «Alcione 4 Special nasce da un’idea semplice ma trasformativa: permettere a ragazzi con fragilità neurocognitive di non essere spettatori, ma protagonisti. La fragilità non è la loro: è il rifiuto che incontrano. Con questa squadra vogliamo trasmettere un messaggio chiaro e forte: lo sport non è selezione ma possibilità. È tempo che tutti giochino la propria partita perché il calcio, quando è davvero uno strumento sociale, non include per gentile concessione. Include perché è giusto».
Il Lions Club Milano Missione Sport, partner dell’iniziativa, ha confermato il proprio sostegno attraverso le parole di Carla De Albertis, presidente e madrina del progetto: «Abbiamo subito abbracciato e sostenuto con entusiasmo questo progetto, in quanto è esempio di come lo sport sia potente strumento di inclusione, integrazione, e crescita personale e sociale, oltreché di valorizzazione delle competenze di ognuno e di sviluppo dell’autostima. Convinzione che è alla base delle azioni del nostro Club».

Realizzato in collaborazione con la ONLUS Fraternità e Amicizia, il progetto vuole rispondere con concretezza a uno dei bisogni più profondi dei ragazzi: non essere accettati “nonostante” qualcosa, ma riconosciuti in quanto persone. Con Alcione 4 Special il club milanese manda dunque un messaggio chiaro: nel calcio c’è posto per tutti, e ogni ragazzo ha diritto di vivere la propria partita. (S.D.)

Per ulteriori informazioni: info@alcionemilano1952.it.

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