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I percorsi tattilo-plantari fondamentali per le persone con disabilità visiva, ma utili a chiunque

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Una buona pratica a beneficio della disabilità che diventa opportunità per la collettività intera: lo dimostra il video “Il linguaggio dei marciapiedi”, che illustra gli esiti di un lavoro di ricerca commissionato dall’Associazione ADV e realizzato dall’INAIL, ove si spiega come i percorsi tattilo-plantari siano un ausilio fondamentale per le persone con disabilità visiva, ma anche uno strumento utile alla sicurezza di qualunque altra persona senza disabilità visiva

L’ausilio per la disabilità che diventa opportunità per la sicurezza della collettività intera: lo dimostra bene il video denominato Il linguaggio dei marciapiedi, che illustra i risultati di un prezioso lavoro di ricerca commissionato dall’ADV (Associazione Disabili Visivi) e realizzato dall’INAIL, che spiega come i percorsi tattilo-plantari, situati in particolare in prossimità di incroci stradali, non siano soltanto un ausilio fondamentale per le persone con disabilità visiva, ma rappresentino anche un vantaggio concreto per la sicurezza di qualunque altra persona senza disabilità visiva.

L’indagine è stata realizzata con un sistema scientificamente provato, chiamato “segnale ad intuizione indotta”, che tramite elettrodi opportunamente posizionati sul corpo di persone selezionate a campione, registra la risposta alle stimolazioni muscolari.
Oltreché nel sito dell’ADV (a questo link) il video sul Linguaggio dei marciapiedi è disponibile, anche nel sito dell’ASAPS (a questo link), l’Associazione Amici della Polizia di Strada) che lo ritiene «un lavoro utile ad arricchire il dibattito sulla sicurezza stradale e a ricordare che ogni buona pratica, nata per aiutare qualcuno, possa diventare un beneficio per tutti e tutte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@disabilivisivi.it.

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Niente giudizi morali né retorica: servono strumenti per le famiglie e per le persone con disabilità

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«Quello che come Associazione vogliamo contribuire a fare – scrivono dalla UILDM, a proposito della tragica vicenda che ha visto in Sicilia una donna uccidere la figlia con disabilità e poi togliersi la vita – è non abbandonarsi al giudizio morale: il punto non è giustificare né colpevolizzare chi ha ucciso. L’impegno deve essere volto a migliorare gli strumenti a disposizione sia della famiglia sia della persona con disabilità, per poter scegliere la vita che quest’ultima desidera»

Pochi giorni fa, a Corleone (Palermo), Lucia Pecoraro ha ucciso sua figlia Giuseppina Milone, per poi togliersi la vita. Giuseppina era una donna di 47 anni nello spettro autistico. Lucia era la sua caregiver. Questo fatto, come altri in passato, ci porta a riflettere su una questione importante: come vengono raccontati gli omicidi, quando la vittima è una persona con disabilità che viene uccisa dal proprio caregiver?
Quello che come Associazione vogliamo contribuire a fare è non abbandonarsi al giudizio morale: il punto non è giustificare né colpevolizzare chi ha ucciso. L’impegno deve essere volto a migliorare gli strumenti a disposizione sia della famiglia sia della persona con disabilità, per poter scegliere la vita che quest’ultima desidera.

Non si tratta di un estremo gesto d’amore, come ha spiegato la nostra socia ed ex consigliera Marta Migliosi: «…sembra quasi che la morte di Giuseppina possa essere una effettiva soluzione al problema. Giustificata perché il gesto è compiuto dalla madre caregiver che “l’amava”, ed è percepito così come gesto di pietà per la disabilità».
Il concetto è stato ribadito su queste stesse pagine anche da Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’H della UILDM di Pisa: «La notizia è rimbalzata sui media per lo più assumendo la prospettiva della caregiver, mentre quella della donna con disabilità o non compare proprio, o è minoritaria. Eppure, in questa storia, la vera vittima è proprio quest’ultima».

«Spesso la narrazione di casi come quello di Corleone – commenta Anna Mannara, nostra consigliera nazionale [della UILDM] – impone implicitamente una scelta, pro o contro l’omicida perché la vittima è una persona con disabilità. Dobbiamo essere attenti a non cadere nella retorica: nulla, nemmeno la disperazione di una madre, può far apparire meno grave un atto del genere. Ricordo infatti che le comunità nelle quali viviamo – fatte di singoli cittadini, associazioni, istituzioni – dovrebbero mettere al centro le persone, nella loro individualità, per dare loro le stesse opportunità di realizzarsi».

*La UILDM è l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.

Alla stessa vicenda di cui si occupa la UILDM Nazionale nel presente contributo di riflessione, abbiamo dedicato nei giorni scorsi sulle nostre pagine i testi: Fondamentale un progetto di vita che garantisca un futuro a una persona con disabilità di Vincenzo Falabella (a questo link); Omicidi-suicidi: quelle solite narrazioni di Simona Lancioni (a questo link); Il più grande atto d’amore? Insegnare al figlio con disabilità a rendersi autonomo di Maurizio Cocchi (a questo link); Non solo vive, ma anche libere” di Marta Migliosi (a questo link).

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A Udine “Lo schiaccianoci” audiodescritto, da ascoltare, immaginare e interpretare

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«Andare oltre alla semplice descrizione tecnica e oggettiva di movimenti coreografati, cercando quindi di ricreare atmosfere e fornendo a tutto il pubblico la possibilità di immaginare e interpretare, per sentire non solo mediante l’udito, ma anche attraverso le vibrazioni dell’anima»: viene presentata così l’audiodescrizione della riproposizione in chiave contemporanea del celebre Lo schiaccianoci di Čajkovskij, curata per il 28 dicembre a Udine dalla Compagnia Arearea

«Sarà un’esperienza unica, per un teatro davvero inclusivo, non un adattamento posticcio, ma un’opera che considera fin dall’inizio anche la fruizione e l’interazione visuo-accessibili»: viene presentata così la riproposizione in chiave contemporanea del celebre Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, grande classico della storia della danza e della musica, curata per il pomeriggio del 28 dicembre al Teatro Palamostre di Udine dalla Compagnia Arearea, con il sostegno del Ministero della Cultura e della regione Friuli Venezia Giulia.

«L’audiodescrizione di questo spettacolo di danza – si legge in una scheda dedicata alla rappresentazione (disponibile integralmente a questo link) – sarà distribuita dal vivo, per tessere una relazione unica tra elemento descritto, chi descrive e chi fruisce, entrambi, questi ultimi, spettatori nello stesso luogo e dello stesso tempo. L’obiettivo è quello di andare oltre alla semplice descrizione tecnica e oggettiva di movimenti coreografati, cercando di dare voce non solo a cosa succede, ma anche a come e perché. Verranno pertanto ricreate atmosfere, fornendo a tutto il pubblico la possibilità di immaginare e interpretare, per sentire non solo mediante l’udito, ma anche attraverso le vibrazioni dell’anima». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Lisa Colautti (lisacolautti@gmail.com).

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SLA: quando la mente crea oltre i limiti del corpo

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Un uomo con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) che crea un’opera d’arte usando solo l’attività del proprio cervello. Attorno a lui, tecnologia neuroscientifica, alta cucina, abiti scintillanti e una comunità che sceglie di esserci: l’AISLA ha chiuso in questo modo il 2025, con una serata intensa e condivisa a Milano, che ha provato come solidarietà, scienza e arte possano camminare insieme Davide Rafanelli (a sinistra) e Luca Leoni. A sinistra in alto le opere create tramite la loro attività cerebrale

Un uomo con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) che crea un’opera d’arte usando solo l’attività del proprio cervello. Attorno a lui, tecnologia neuroscientifica, alta cucina, abiti scintillanti e una comunità che sceglie di esserci: è così che l’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) ha voluto chiudere il 2025 con una serata intensa e condivisa a Milano, condotta da Andrea e Michele di Radio Deejay.

Protagonista dell’evento, dunque, è stata un’esperienza sensoriale inedita vissuta da Davide Rafanelli, persona con la SLA, presidente di SLAfood (Sapori. Legami. Autonomia. Ricette da gustare e condividere oltre la SLA) e consigliere nazionale dell’AISLA. Durante un assaggio, un sensore ha registrato l’attività elettrica del suo cervello, trasformandola in tempo reale in un’opera visiva unica. «Vedere i miei pensieri prendere forma – ha raccontato egli stesso – è stato incredibile. Il corpo può fermarsi, ma la mente continua a creare».
A sorpresa è arrivato anche Luca Leoni, imprenditore della comunicazione e anch’egli persona con la SLA, nonché membro del gruppo InterNati. La sua esperienza non poteva che passare dall’ascolto inatteso dell’inno della sua Inter: in quel momento, le sue onde cerebrali sono esplose, trasformando amore, appartenenza ed emozione in una seconda tela virtuale.
Due opere diverse, nate da stimoli diversi – il gusto e l’ascolto – hanno reso visibile ciò che unisce Davide e Luca: una mente che continua a creare oltre i limiti del corpo, sorprendendo tutti.

«Accanto alle opere di Davide e Luca – spiegano dall’AISLA -, la serata ha raccontato la cura attraverso il gusto: piatti e cocktail adattati per chi ha difficoltà a deglutire, trasformando il cibo in un gesto di attenzione, creatività e bellezza. Gli chef Carcangiu, Cunsolo, Benvenuto e Zanetello hanno proposto piatti a diverse consistenze, mentre il bartender Bruno Vanzan ha creato un cocktail speciale. Decine di volontari collegati da tutta Italia hanno alzato il calice in diretta, confermando di essere gli autentici testimoni dello spirito natalizio e di un impegno quotidiano che non conosce pause nella lotta contro la SLA».

Alcuni dati: sono 480.000 euro quelli raccolti dall’AISLA con il Natale Solidale 2025, frutto di una mobilitazione iniziata il 20 novembre dal Palazzo dell’Informazione di Roma con La Promessa per la Ricerca e culminata appunto nei giorni scorsi con Christmas Party milanese.
Il valore di questi fondi si riflette nella ricerca clinica: il Centro Clinico NeMO (NeuroMuscular Omnicentre), di cui l’AISLA è stata socia promotrice e fondatrice, sostiene progetti innovativi per migliorare terapie e percorsi di cura. «Ogni informazione raccolta aiuta a costruire terapie più personalizzate – ha spiegato durante l’evento di Milano la dottoressa Federica Cerri – e il sostegno della comunità rende concreta la ricerca e la speranza».
«Questa serata – ha affermato dal canto suo Fulvia Massimelli, presidente nazionale dell’AISLA – racconta chi siamo: non celebriamo numeri, ma relazioni e quando linguaggi diversi si incontrano, la cura diventa esperienza condivisa e responsabilità concreta».

«Il 2025, quindi, si chiude con un evento che prova come solidarietà, scienza e arte possono camminare insieme – concludono dall’AISLA – dimostrando inoltre che la cura non è solo assistenza, ma un atto di comunità, cultura e partecipazione sociale, capace di parlare a pubblici diversi e aprire nuovi orizzonti per il Terzo Settore». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa AISLA (Elisa Longo), ufficiostampa@aisla.it.

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Disabilità (e non solo): perché dare per scontate le soluzioni pensate fino a qui?

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«Quando smettiamo di accettare che l’esperienza fin qui adottata sia la norma, tutto cambia: le leggi, le regole, i canoni — tutti nati in un mondo che ascolta solo una voce – e che sembravano inevitabili, si possono sgretolare», lo scrive Maria Cristina Pesci, in questa riflessione incentrata prevalentemente sui criteri di esclusione delle ospiti con disabilità da parte delle Case rifugio italiane, ma che allarga lo sguardo anche alla nuova disciplina sul Progetto di Vita e al dibattito sulla deistituzionalizzazione «Le strade rinnovate e quelle costruite con nuove visioni, alimentano il senso di speranza e abbiamo tantissimo bisogno di speranza», scrive Maria Cristina Pesci

« “[…] la libertà rende felici” […] ancora oggi – contravvenendo a tutta la normativa nazionale e internazionale che spinge verso la deistituzionalizzazione – c’è chi va sostenendo che ci sono persone adatte a vivere nel mondo di tutti e tutte, e altre non adatte. Ma […] non ci sono persone inadatte alla libertà, inadeguato ed ingiusto è invece chi, sostenendo il contrario, viola, o permette che venga violato, il diritto di ogni individuo di vivere nella comunità di appartenenza in condizioni di uguaglianza con le altre persone», ha scritto Simona Lancioni (La verità politica di Bobò: non ci sono persone inadatte alla libertà, nel sito di «Informare un’h», 16 dicembre 2025). Da questa lettura così sentita ed emozionante hanno preso forma diversi pensieri e diversi collegamenti di storie e persone.
Si possono ritrovare intrecciati temi come i criteri di esclusione delle donne con disabilità dalle Case rifugio o dai Centri antiviolenza [si veda: “Dati Istat 2023: aumentano le Case rifugio che adottano criteri di esclusione delle ospiti”, in «Informare un’h», 6 giugno 2025, N.d.R.], insieme alla nuova disciplina sul Progetto di Vita per le persone con disabilità [definita dal Decreto Legislativo 62/24, N.d.R.], che dovrebbe avviarsi dal 2027, insieme al grande dibattito, molto spesso minato dall’interno, sulla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità [si veda: “Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone”, in «Informare un’h», 20 giugno 2025, N.d.R.].

Nel suo libro The Mother of All Questions. Further Feminisms (Granta Books, 2017), Rebecca Solnit scrive: «Perché la verità è questa: tutto ciò che sembra eterno è stato costruito. E se è stato costruito, si può cambiare. Perché quel che sembra ordine sociale spesso è solo una lunga, antica, riuscita censura. Quando non hai le parole, non puoi difenderti».
Se cambiamo il contesto rispetto al libro di Solnit e parliamo delle donne con disabilità che subiscono discriminazioni multiple come conseguenza della loro difficoltà, ecco che ogni cosa trova in modo impeccabile un’analoga lettura.Se è stato costruito, ed è stato veramente costruito, un decalogo che esclude le donne con disabilità o con particolari necessità di sostegno e assistenza personale, dalle Case rifugio e dai Centri antiviolenza, con la motivazione che non esistono finanziamenti che possano rendere questi presìdi accessibili, allora siamo chiamate e chiamati a cambiare un’impostazione così esplicitamente contraria all’etica e all’uguaglianza di tutte le donne. Soprattutto possiamo usare la voce e le parole per ciò che sembra inevitabile e normale, soltanto perché con le persone con disabilità si è fatto così da tanto tempo: vedi anche il citato dibattito sull’istituzionalizzazione, solo per fare un altro esempio.
«C’è uno scarno insegnamento della teoria della Gestalt che afferma: l’oggetto preso di mira, sia esso un atto percettivo, un apprendimento, un sistema fisiologico o un puzzle di legno non è una somma di elementi […] ma un insieme, una forma cioè, una struttura: non sono gli elementi a determinare l’insieme, ma l’insieme a determinare la conoscenza del tutto e delle sue leggi […] conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi, in questo senso… i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile, acquisteranno un senso: isolato il pezzo di un puzzle non significa niente; è semplicemente domanda impossibile, sfida opaca», argomenta Georges Perec (La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli, 2005, pagina 7).
Credo che se si scompongono i pezzi del puzzle che riguardano il supporto alle donne che subiscono violenza, comprendendo anche le donne con disabilità, ogni pezzo a sé non ha più senso, è staccato, senza connessione e quindi senza responsabilità e senza conflitti da affrontare alla pari.
Nella catena di questa destrutturazione delle opportunità, il tassello finale, cioè il riconoscimento dei diritti delle donne con disabilità, si trova senza contesto a cui connettersi e quindi senza speranza di cambiamento, addirittura togliendo a queste donne la sensazione che abbia senso farsi visibile e protestare per l’esclusione legalizzata e dichiarata come inevitabile. Ma quando smettiamo di accettare che l’esperienza fin qui adottata sia la norma, tutto cambia e ciò che sembrava oggettivo mostra i suoi limiti. Le leggi, le regole, i canoni — tutti nati in un mondo che ascolta solo una voce – e che sembravano inevitabili, si possono sgretolare e acquistano una nuova credibilità le proteste a questa visione.
Le risposte che descrivono come inevitabile questa scelta sono diventate stereotipate, sembrano casuali. Non lo sono. Sono trappole e gabbie invisibili che servono a controllare la libertà delle donne, le loro emozioni, le loro possibili scelte. Scardiniamo l’ordine anche all’interno dello stesso mondo delle donne che sono impegnate a combattere la violenza.

Un altro pensiero dirompente di Solnit: «Il silenzio non è pace. Zittire qualcuno non significa armonia. Significa solo che si è riusciti a spegnere la sua voce».
Possiamo anche dire di più: anche quando hai le parole e disobbedisci all’ordine muto di non esagerare, di non chiedere troppo, di non creare problemi e non far sentire la tua voce di dissenso, facilmente ti ritrovi ad essere oggetto di svalutazione, scatta la pratica di essere delegittimata. Proprio in ragione di quello che invece ti farebbe pensare che hai il diritto di chiedere e di fare ascoltare una conoscenza che viene dall’esperienza, ti puoi trovare a vivere una espropriazione di ciò che conosci e che hai approfondito non solo per te stessa, ma per tutte le persone coinvolte e per le donne tutte.
Nasce un paradosso che sembra quasi inspiegabile: proprio perché hai una disabilità, proprio perché sei una donna, proprio perché sei una donna con disabilità: sei inopportuna se chiedi troppo, se non sei sufficientemente grata per non lamentarti, se non ti fai sottomessa, se proponi un’alternativa spiazzante che non molla sulla libertà.
Non ci sono persone adatte alla libertà e persone non adatte, non ci sono persone sopra le quali è meglio cucire vestiti speciali, case speciali, amori speciali, bisogni speciali, gabinetti speciali, senza mettere tutte le volte in discussione la dimensione etica e politica. Sono in gioco il riconoscimento di uguali diritti di scelta, di trattamento, di soluzioni e di adattamenti possibili.
È devastante l’equazione che ancora si fa per cui maggior bisogno di sostegno e maggiore presenza di difficoltà, è uguale a minore impegno a rispettare la persona e la sua libertà di vivere e di esprimere che cosa desidera. Ciò in cui si ricade è la dichiarazione che le persone che hanno più bisogno di essere supportate, sono quelle che per definizione devono avere meno pretese, devono essere più comprensive degli sforzi che si sono fatti “per loro”.
Le violenze psicologiche che così si mettono in atto non sono e non possono mai essere “inevitabili” a causa della presenza di una condizione di difficoltà, che sia sul piano motorio, cognitivo, psichiatrico, familiare.

Lo spunto che nasce dalla discussione in atto riguardante i criteri di esclusione delle donne che subiscono un qualche genere di violenza e discriminazione e che presentano un qualche tipo di difficoltà o di disabilità, è un formidabile strumento di lavoro per decostruire un’argomentazione che legittima la freddezza dell’essere lasciate fuori dalla porta. È sicuramente la messa in atto di una violenza psicologica.
In più sappiamo che le violenze psicologiche hanno sempre una ricaduta anche sul piano concreto, così come le violenze concrete, sul corpo e sulla materialità del vivere, hanno sempre anche una ricaduta sul piano emotivo e psicologico. Di conseguenza, ragioniamo dunque sul piano di essere proprietarie del proprio corpo e dell’essere vivi e vive, dentro relazioni e legami.
Non abbassiamo la testa se non per qualche attimo di brivido dentro di sé e continuiamo ad opporci di fronte a qualsiasi criterio di esclusione, a meno che il criterio di esclusione riguardi la volontà di cancellare l’opzione di chiudere la porta di fronte a qualcuna di noi, qualunque sia la nostra situazione. A meno che il criterio di esclusione riguardi allontanare chiunque si muova senza rispetto, correttezza, ascolto, coinvolgimento, o più semplicemente senza gentilezza e reciprocità.
Chi di noi sarebbe accondiscendente rispetto alla possibilità di essere esclusa/escluso dallo studiare, dal lavorare, dall’abitare, dal fare sesso, dal bisogno di essere aiutate, di trovare rifugio, di ricominciare con le opportunità che nascono dalle relazioni umane? Poi a volte le relazioni umane possono diventare relazioni di affetto e felicità.

Jan Grue, nel libro La mia vita come la vostra (Iperborea, 2025), scrive: «Raccontare una storia segreta, se parla di te, significa riprenderti il mondo. […] ma ho imparato a padroneggiare la tecnica. Che significava trovare il mio posto nel mondo. Ho imparato che esistono tanti cerchi all’infuori di quello più interno, ho imparato l’arte del possibile».
Così può succedere che, a partire da un criterio codificato, approvato e condiviso di esclusione, come quello redatto per regolamentare l’accoglienza delle donne con disabilità nelle Case rifugio o nei Centri antiviolenza, sì può arrivare all’arte del possibile.
Le strade rinnovate e quelle costruite con nuove visioni alimentano il senso di speranza e abbiamo tantissimo bisogno di speranza. Abbiamo bisogno di non dare per scontate le soluzioni pensate fino a qui e abbiamo bisogno di quella morbidezza che viene dalla possibilità di modellare le cose passo dopo passo, insieme alle persone e non sulle persone.

Congiungendo questi temi con quello del Progetto di Vita, parte integrante della cosiddetta “Riforma della disabilità” [Legge 227/21, N.d.R.], chi di noi vorrebbe ricevere per se stesso e se stessa qualcosa che potrebbe facilmente diventare una specie di “firma in bianco”, senza capire e sapere cosa potrà capitargli o capitarle più avanti nel tempo, quando avrà 20 anni, quando ne compirà 50, quando più avanti ancora nel tempo sarà una persona anziana, con tutti i cambiamenti che questo comporta, nella quotidianità di ciascuna e ciascuno di noi?
Nutrire la possibilità di progettare a partire dalla libertà e dal rispetto, è indispensabile per far fiorire inaspettate motivazioni. Molti sottolineano che più ci si incontra, più le separazioni potrebbero poi essere dolorose. Credo proprio sia vero, ma è vero anche il piacere che a volte nasce dal superamento di questa paura di incontrarsi e che consente così di costruire nuovi accordi, come nuove musiche. Luoghi e spazi interdetti, viceversa, minano alla radice il desiderio di vivere e di partecipare. Tutto qui.

* Medica, psicoanalista e componente dell’équipe del Centro Antiviolenza contro multidiscriminazioni delle donne con disabilità dell’AIAS di Bologna (Associazione Italiana Assistenza Spastici) e dell’Associazione MondoDonna, anch’essa di Bologna.

Il presente contributo di riflessione è già apparso nel sito di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Ars Tactilis”, un progetto che ha fatto vivere una bella esperienza multisensoriale

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Una mostra tattile al buio, laboratori creativi per la realizzazione di manufatti in argilla, contribuendo a un’esperienza multisensoriale che ha permesso di riflettere sul riuso, sulla sostenibilità e sul valore delle risorse, partendo dalle pratiche del passato per comprendere meglio il presente: sono stati questi i passaggi del progetto “Ars Tactilis”, che ha avuto quale capofila la Cooperativa Sociale AbilNova, di cui si è svolta la scorsa settimana a Trento la fase conclusiva Persona impegnata in uno dei laboratori creativi del progetto “Ars Tactilis”

Una mostra tattile al buio, dove gli oggetti in ceramica potevano essere esplorati attraverso il tatto e laboratori creativi per la realizzazione di manufatti in argilla, il tutto contribuendo a un’esperienza multisensoriale che ha permesso di riflettere sul riuso, sulla sostenibilità e sul valore delle risorse, partendo dalle pratiche del passato per comprendere meglio il presente: sono stati questi i passaggi del progetto Ars Tactilis, di cui si è svolta la scorsa settimana a Trento la fase conclusiva.

Promossa dalla Cooperativa Sociale AbilNova, in qualità di capofila e finanziata dalla Fondazione Caritro, l’iniziativa – nata da un team di lavoro composto da studenti e studentesse delle Università di Bologna e Paris 1-Pantheon Sorbonne – ha sostanzialmente avuto come obiettivo quello di rendere la cultura accessibile a tutti e tutte, abbattendo le barriere sensoriali e favorendo la partecipazione attiva delle nuove generazioni. In particolare si è puntato a diffondere la conoscenza archeologica attraverso modalità inclusive, a sensibilizzare sul tema del riciclo e della sostenibilità, a promuovere l’inclusione sociale e culturale, coinvolgendo studenti e studentesse in attività pratiche e formative.

Un sentito ringraziamento da AbilNova va a all’Istituto Comprensivo Trento 6, per la collaborazione e la partecipazione attiva delle classi coinvolte, e ad Arkeo Fabrik, per le riproduzioni archeologiche. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@abilnova.it (Irene Matassoni).

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Il contributo dei giovani con disabilità all’edizione di Lecce di “Cinema a sorpresa”

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Biscotti realizzati da loro e anche la possibilità di mettersi alla prova nell’accoglienza del pubblico: così i giovani con disabilità impegnati a Lecce con l’Associazione Gli amici dello zio partecipano all’edizione leccese di “Cinema a sorpresa”, iniziativa promossa dall’Associazione PartyVolontario, dalla forte vocazione solidale, basata su proiezioni di film e cortometraggi il cui titolo viene svelato solo prima del buio in sala I biscotti realizzati dalle persone con disabilità degli Amici dello zio di Lecce, davanti alla locandina del “Cinema a sorpresa”

«L’obiettivo primario della nostra Associazione – spiega Alessandra De Bellis, socia degli Amici dello zio di Lecce – che è nata all’interno della pizzeria e laboratorio di prodotti lievitati Zio Giglio, è favorire l’inserimento di giovani con disabilità nel mondo del lavoro anche in realtà differenti da quella della ristorazione dove sono impegnati, incentivando cioè l’approccio con percorsi di varia natura, anche artistico-culturale. Per questo abbiamo accolto con entusiasmo l’idea di collaborare con questo progetto».
Si tratta dell’iniziativa Cinema a sorpresa, promossa dall’Associazione PartyVolontario, che sta vivendo in queste settimane a Lecce una nuova edizione, con la collaborazione di Biblioteca OgniBene e della partecipazione, appunto, dell’Associazione Gli amici dello zio, proseguendo nella città pugliese il percorso di una rassegna dalla forte vocazione solidale, basata su proiezioni di film e cortometraggi “a sorpresa”, il cui titolo viene cioè svelato solo prima del buio in sala.

«Il Cinema a sorpresa – spiega Giulio Guerrieri, ideatore e organizzatore dell’iniziativa – è, normalmente, una proiezione libera e gratuita di film che possono essere definiti d’essai, ma per la data del 23 dicembre il focus sarà sui classici del Natale per famiglie, mentre per la data del 30 dicembre l’attenzione sarà sui cortometraggi internazionali a tema solidale, con la finale dello Short Week End Film Festival. Sempre forti dei momenti di inclusione sociale e culturale, grazie alla costante collaborazione con Associazioni del territorio, siamo estremamente felici, questa volta, della sinergia con Gli amici dello zio. Innanzitutto vi è l’omaggio alla platea dei biscotti realizzati al mattino dai giovani di tale Associazione, grazie alla rete solidale innestata dallo chef Giuseppe Lucia, ciò che crea immediatamente un contatto forte, in un’ottica di inclusione autentica. Alle persone con disabilità, inoltre, viene offerta l’occasione di mettersi alla prova nell’accoglienza del pubblico sul luogo della proiezione, in funzione di “maschere gentili”, nel benvenuto agli spettatori, con illustrazione del progetto Cinema a sorpresa, e nella gestione coadiuvata di momenti di riflessione/discussione post proiezione, con coinvolgimento della platea». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: comunicati.erba@gmail.com.

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Anche Marta Russo, giovane donna con disabilità, tra i 10.001 tedofori della Fiamma Olimpica

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Giovane donna con disabilità, influencer dell’accessibilità, presidente dell’Associazione Diritti Diretti e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, persona che promuove ogni giorno i valori dell’inclusione, soprattutto attraverso i social e il sito web “I Pensieri di Marta”, Marta Russo sarà nel pomeriggio di oggi, 22 dicembre, a Gragnano, in Campania, una dei 10.001 tedofori delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026

Dopo che nei giorni scorsi avevamo dato la notizia riguardante l’atleta con disabilità Giuseppe Sanfilippo, tedoforo in Sicilia delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, ci occupiamo ora di un’altra tedofora con disabilità, che nel pomeriggio di oggi, 22 dicembre, sarà tra i protagonisti della tappa di Gragnano, in Campania, divenendo appunto una dei 10.001 tedofori di questa edizione dei Giochi ed entrando ufficialmente nella storia delle Olimpiadi e del messaggio di pace e fratellanza tra i popoli che la fiamma porta a tutti e tutte.
Si tratta di Marta Russo, giovane donna con disabilità, influencer dell’accessibilità, presidente dell’Associazione Diritti Diretti e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, che attraverso i social e il sito web I Pensieri di Marta, promuove ogni giorno i valori dell’inclusione e la rivoluzione culturale per realizzare un mondo migliore per tutti.
Oltre poi a collaborare con le Istituzioni per migliorare l’accessibilità universale nei luoghi del turismo e della cultura, Russo propone il Premio Nazionale Turismi Accessibili, giunto all’ottava edizione e di cui Superando è stato media partner; e ancora, è ideatrice dell’unico progetto nazionale su Disabilità e Barriere, Accessibilità e Inclusione rivolto alle scuole, attualmente in corso, anche questo con la collaborazione della nostra testata. È autrice infine di un libro con racconti inclusivi per ragazzi e ragazze (I Pensieri di Marta. Una visione, un progetto, il libro).
La tappa di Gragnano verso le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sarà dunque il luogo ideale per lanciare il messaggio di Marta, ossia: «Siamo tutti persone e tutti abbiamo talenti, competenze e il diritto di partecipare alla vita sociale, culturale e politica. Tutti con gli stessi diritti. Tutti insieme possiamo realizzare un mondo migliore». (S.D. e S.B.)

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Un 2025 da record per la Fondazione Telethon, a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare

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«I nostri donatori non ci hanno lasciati soli davanti alla responsabilità di aver voluto produrre e distribuire quei farmaci abbandonati dall’industria farmaceutica perché non profittevoli»: lo sottolinea Luca di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon, a conclusione della tradizionale maratona sulle reti Rai, in un 2025 che ha portato a raccogliere oltre 70 milioni di euro a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare Ilaria Villa, direttrice generale della Fondazione Telethon, insieme a una bimba affetta da una malattia genetica rara

Raccolta fondi da record quella di questo 2025 per la Fondazione Telethon, a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare, con oltre 70 milioni di euro ricevuti durante il corso dell’anno (il numero solidale 45510 sarà per altro ancora attivo fino al 31 dicembre), a conclusione della tradizionale maratona della scorsa settimana sulle reti Rai.
Dalla sua nascita nel 1990, va ricordato, la Fondazione Telethon ha investito 741 milioni di euro in ricerca, finanziato 3.118 progetti con 1.916 ricercatori coinvolti e 661 malattie studiate.

«Anche quest’anno chiudiamo con una raccolta di grande successo – dichiara Luca di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon – che ci conferma come i nostri donatori non ci abbiano lasciati soli davanti alla responsabilità di aver voluto produrre e distribuire quei farmaci abbandonati dall’industria farmaceutica perché non profittevoli. È questa stessa generosità, ad esempio, che ci ha convinto, oggi, ad affrontare anche la sfida del mercato americano con la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich. Sappiamo, più che mai, di poter contare su una “filiera” di altissima qualità: i nostri donatori, la collaborazione della Rai, i nostri fantastici ricercatori e i tantissimi indispensabili volontari. Per il bene superiore delle persone nate con una malattia genetica rara, abbiamo dimostrato di essere una squadra di passione e valore e questa è la certezza che ci spinge ad andare ancora avanti, fino alla prossima sfida».

«La maratona sulle reti Rai . afferma dal canto suo Ilaria Villa, direttrice generale della Fondazione Telethon – è da oltre 35 anni un appuntamento che ci permette di incontrare il Paese, di raccontare il valore della ricerca e delle storie delle famiglie che accompagnamo e che ci ricorda quanto il sostegno dei donatori, dei volontari e delle aziende sia stato fondamentale per la Fondazione Telethon per arrivare ad essere la prima organizzazione non profit al mondo ad aver portato una propria terapia ai pazienti sia in Europa che negli Stati Uniti: un traguardo che appartiene a tutti coloro che continuano a camminare al nostro fianco». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Chiara Longhi (chiara.longhi@havaspr.com).

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Autorità Garante delle persone con disabilità e Carabinieri: un accordo per rafforzare la vigilianza sulle strutture residenziali

Superando -

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute hanno siglato un protocollo di collaborazione volto a rafforzare la vigilanza sulle strutture che ospitano persone con disabilità. L’accordo prevede l’avvio di visite congiunte, con accesso illimitato a Residenze Sanitarie Assistenziali, case-famiglia e case di riposo, per verificare che vengano rispettati i diritti fondamentali degli ospiti

Lo scorso 17 dicembre l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute hanno siglato un protocollo di collaborazione, volto a rafforzare la vigilanza sulle strutture che ospitano persone con disabilità. Né ha dato comunicazione la stessa Autorità Garante, con una propria nota in cui si scrive: «L’accordo prevede l’avvio di visite congiunte, con accesso illimitato a Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), case-famiglia e case di riposo, per verificare che vengano rispettati i diritti fondamentali degli ospiti, compresa l’assistenza socio-sanitaria e la possibilità di una vita sociale e relazionale soddisfacente».
L’Autorità Garante, anche sulla base di eventuali segnalazioni ricevute, avvierà le visite presso le strutture, in collaborazione appunto con il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e i suoi NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità (NAS). In particolare a questi ultimi è affidato il compito di garantire «il supporto logistico, mettendo a disposizione il proprio personale per ispezioni in vari àmbiti, tra cui la verifica delle autorizzazioni, dei requisiti strutturali e igienici e della gestione della cura delle persone ospitate, tra cui anche la selezione dei fornitori e la formazione del personale».

«A nome del Collegio ringrazio l’Arma dei Carabinieri, e in particolare il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, per avere stipulato questo protocollo, che consentirà all’Autorità di svolgere uno dei propri compiti, ovvero quello delle visite presso le strutture che ospitano le persone con disabilità», ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente del Collegio dell’Autorità Garante. «Queste visite sono state pensate dalla Legge istitutiva dell’Autorità [il Decreto Legislativo 20/24, N.d.R.] con un intento collaborativo e avranno un duplice obiettivo: verificare che le persone con disabilità ricevano un’adeguata assistenza socio-sanitaria e, non meno importante, siano messe nelle condizioni di condurre una vita sociale e relazionale nel pieno rispetto dei loro diritti, e di realizzare il loro progetto di vita, come previsto dalla riforma in materia di disabilità».

«L’Arma dei Carabinieri esprime grande soddisfazione per la sottoscrizione dell’accordo di collaborazione con l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che rafforza in modo concreto il sistema di tutela delle persone più fragili accolte nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali», ha aggiunto il generale di brigata Raffaele Covetti. «Attraverso il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e i NAS, l’Arma conferma il proprio impegno quotidiano nel garantire controlli rigorosi su igiene, sicurezza, qualità dell’assistenza e corretto trattamento degli ospiti, affinché i loro diritti e la loro dignità siano sempre pienamente rispettati. La collaborazione strutturata con l’Autorità Garante consentirà interventi ancora più efficaci e capillari, favorendo lo scambio di informazioni e competenze specialistiche per prevenire e contrastare ogni forma di abuso, irregolarità o discriminazione in ragione della disabilità. L’Arma dei Carabinieri ribadisce la propria vicinanza alle persone con disabilità e alle loro famiglie, ponendosi come presidio di legalità e sicurezza a tutela della salute pubblica, della qualità dei servizi e del pieno godimento dei diritti fondamentali in condizioni di uguaglianza con tutti gli altri cittadini».

La cerimonia di firma si è tenuta presso la sede dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, alla presenza del già citato presidente Maurizio Borgo, di Francesco Vaia e Antonio Pelagatti, membri del Collegio dell’Autorità, del già menzionato Raffaele Covetti, del colonnello Leonardo De Paola, capo ufficio comando e del luogotenente Angelo Domenico Merlino, addetto alla Sezione Operazioni del Comando dei Carabinieri. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Andrea Pancaldi per la segnalazione.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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