Aggregatore di feed

Raffaele Iosa che immaginava la scuola come un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso

Superando -

«Raffaele immaginava la scuola come un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso e ricordarlo serve anche a ricordare a tutta la comunità scolastica che l’autonomia non è mai stata una pratica burocratica da compilare, ma un atto quotidiano di coraggio pedagogico da compiere»: lo scrive Massimo Nutini, in questo bel ricordo di Raffaele Iosa, scomparso qualche mese fa, colui che è stato tra l’altro un vero punto di riferimento professionale e culturale per l’inclusione scolastica in Italia Raffaele Iosa (1952-2026)

L’11 settembre scorso, com’è noto, sono trascorsi venticinque anni da quell’11 settembre 2001 che ha scolpito per sempre la memoria di tutti noi. Il mondo intero assisteva attonito, attraverso gli schermi e le radio, al crollo delle Torri Gemelle a New York e allo smarrimento di un mondo spinto d’un tratto fuori dai suoi rassicuranti binari.
Poche ore prima di quell’evento, Raffaele Iosa viaggiava in autostrada verso Ravenna con l’animo comprensibilmente amaro. Aveva appena lasciato la sua stanza al Ministero dell’Istruzione a Roma, travolto dalle logiche dello spoils system dopo l’insediamento del Governo Berlusconi e della ministra Moratti. Per la scuola pubblica italiana si chiudeva una stagione e se ne apriva una del tutto diversa.
Mentre era in auto, lo chiamai al telefono. All’epoca dirigevo il Settore Istruzione del Comune di Prato e sapevo bene chi era e quale patrimonio di competenze portasse con sé. Gli proposi a bruciapelo di collaborare per costruire un grande accordo territoriale tra le scuole e la città.
Raffaele avrebbe ricordato molte volte quel nostro primo contatto, definendolo negli anni, con la sua consueta e affettuosa ironia, una vera e propria «scialuppa di salvataggio». Gli permetteva di non disperdere il lavoro fatto a Roma e di sperimentare, direttamente sul territorio, l’energia della sua visione. Rispose di sì senza esitare. Da quella telefonata nacque un’amicizia profonda e una collaborazione militante durata oltre due decenni.

Oggi che Raffaele non c’è più, rileggere quell’inizio significa per me ritrovare la bussola dell’Autonomia Scolastica, una delle battaglie più fraintese della nostra storia recente. Raffaele, che dell’Autonomia (il Regolamento del DPR 275/99) era stato uno dei padri insieme al ministro Berlinguer, rifiutava con sdegno l’idea che la riforma fosse una semplice delega burocratica o una fredda misura amministrativa. Per lui la scuola autonoma era un «cuneo etico e civile», un nuovo ente locale a missione nazionale. Ricordo ancora con che forza smontava le paure dei dirigenti scolastici e degli insegnanti durante gli incontri sul territorio. Faceva a pezzi il linguaggio grigio delle Circolari e fulminava le affollate riunioni con un’intuizione che disarmava ogni burocratismo: «Guardate che qui la norma non vi obbliga a fare qualcosa: vi autorizza a creare!».
Solo lui, che quelle righe le aveva ponderate una per una al Ministero, poteva restituire alla legge il suo respiro profondo, costituzionale. L’autonomia non era lo strumento per creare “prèsidi-manager” o scuole in concorrenza spietata tra loro come al mercato. Era un’arma data agli istituti per contribuire a spezzare, con il coinvolgimento di tutte le componenti, le catene del vecchio modello gentiliano — selettivo ed elitario — e superare la rigidità tayloristica delle lezioni frontali e dei programmi fotocopia.
Nella visione che condividevamo, la scuola autonoma doveva contribuire a spostare il baricentro dall’insegnare rigido all’apprendere flessibile. In un’epoca già allora segnata dall’omologazione e dai “non-luoghi”, Raffaele immaginava la scuola come una neo-piazza: un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso. Un luogo capace di dissetare la ricerca di significato dei ragazzi di fronte all’obesità cognitiva dell’informazione di massa, insegnando loro non nozioni a memoria, ma metacompetenze per la vita: imparare a pensare, imparare ad apprendere, cavarsela con creatività.
A venticinque anni da quel giorno d’autunno, vorrei ricordare Raffaele per ricordare a tutta la comunità scolastica che l’autonomia non è mai stata una pratica burocratica da compilare, ma un atto quotidiano di coraggio pedagogico da compiere.

*Ringraziamo Salvatore Nocera per la segnalazione di questo contributo, già apparso nel sito dell’Associazione Gessetti Colorati e qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Raffaele Iosa che immaginava la scuola come un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso proviene da Superando.

Perché credo che sui diritti delle persone con disabilità la Costituzione rischi di essere una “tigre di carta”

Superando -

«Le misere pensioni di invalidità – scrive Luca Grecchi – , la mancanza di supporto per i caregiver, la costante riduzione della spesa sociale, gli iter sempre più complessi per il riconoscimento del proprio status, la continua elusione delle norme lavorative sulle categorie protette e altro ancora lasciano pensare che, in merito ai valori di dignità, giustizia e solidarietà verso le persone con disabilità, la nostra Costituzione sia poco più che una “tigre di carta”, per usare l’espressione di un antico proverbio cinese» Una tigre di carta realizzata con gli origami

In occasione delle varie Giornate dedicate alla disabilità, vi è sovente il richiamo, da parte delle più alte cariche istituzionali, a quegli articoli della Costituzione che, direttamente o indirettamente, riguardano queste persone.
La struttura filosofica sottostante alla nostra Carta è di matrice personalista, per cui sin dall’articolo 2 essa richiede alla Repubblica di garantire dignità umana, giustizia sociale e aiuto solidale a ogni individuo, indipendentemente dalle sue caratteristiche. Purtroppo, tuttavia, nella realtà quotidiana i soggetti con disabilità, nonché i loro familiari, sperimentano spesso, anche nei rapporti con le istituzioni, l’assenza di questi contenuti.
Le misere pensioni di invalidità, la mancanza di supporto per i caregiver, la costante riduzione della spesa sociale, gli iter sempre più complessi per il riconoscimento del proprio status, la continua elusione delle norme lavorative sulle categorie protette, ed altre decine di questioni che ometto solo per ragioni di spazio, lasciano in effetti pensare che, in merito ai valori di dignità, giustizia e solidarietà verso queste persone, la nostra Costituzione sia poco più – per usare l’espressione di un antico proverbio cinese, recentemente tornata di moda – che una “tigre di carta”, non in grado, cioè, di tutelare davvero i soggetti di cui pure dovrebbe prendersi cura.
Lo stesso concetto di “solidarietà”, previsto dall’articolo 2 come dovere inderogabile di assistenza verso chi si trova in difficoltà, richiede, per attuarsi, una differente condizione tra soggetti, per cui non rappresenta un riferimento ugualitario ottimale.
È vero che la Carta non si incentra su un’idea di solidarietà meramente riparativa. Meglio però sarebbe forse stato, da parte dei Costituenti – pur considerando le contingenze storiche –, utilizzare maggiormente il concetto di “comunità”, che richiede uguaglianza sostanziale tra le persone. Quest’ultima, pur enunciata dall’articolo 3, non si è invece purtroppo mai realizzata nel nostro Paese. Così è stato in quanto ogni Costituzione deve sempre inevitabilmente scendere a patti con il modo di produzione economico-sociale in cui vive, il quale ha da tempo, come fine principale, non solo in Italia, la massimizzazione del profitto, non la dignità, né la giustizia, né tanto meno l’uguaglianza delle persone.

L’attuale modo di produzione, strutturalmente privatistico e mercificato, dunque non comunitario, costituisce a mio avviso la causa prima della discriminazione verso chi possiede minori abilità, ovvero sta all’origine di quella disuguaglianza che pure l’articolo 3 richiederebbe in forma esplicita, alla Repubblica, di eliminare, rimuovendo tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale.
Conoscere la ragione per cui la “tigre” della nostra Costituzione è spesso “di carta”, anziché “di carne ed ossa”, è importante, almeno se si desidera comprendere la realtà del nostro tempo. Questo è, in effetti, il nucleo centrale del problema.
Sebbene diverse norme costituzionali richiamino al dovere di non discriminare le persone con disabilità, queste ultime vengono ogni giorno, in vario modo, penalizzate, proprio in quanto rimangono inattuati i princìpi fondamentali della Costituzione. Tutte o quasi le maggiori forze politiche si richiamano, formalmente, a questi princìpi. Nella sostanza, però, sono poche quelle che ne favoriscono una reale attuazione. Per tale motivo risulta davvero straniante sentire proclamare, ogni anno, i valori di dignità, giustizia, uguaglianza presenti nella nostra Carta senza che poi, a quelle parole, seguano fatti concreti.

Uno dei primi insegnamenti della filosofia antica, materia di cui mi occupo ormai da molti anni, è in effetti quello per cui, tra le parole e i fatti, sono i fatti ad essere la cartina di tornasole delle parole, non viceversa. Sono cioè i fatti a decretare se le parole dette sono vere – la verità di un pensiero, per la filosofia greca, è sempre la sua conformità alla realtà, realizzata o da realizzare concretamente–, oppure sono soltanto parte di un vuoto cerimoniale retorico.
Comincio allora con il considerare la situazione attuale della scuola. La Costituzione ha sancito, in Italia, la necessità di un sistema scolastico pubblico che si ponga al servizio della migliore educazione possibile di ogni essere umano, con particolare attenzione a chi parte svantaggiato. Lo scopo esplicito della Carta è formare cittadini liberi, giusti, solidali, in grado di cooperare democraticamente per il benessere di tutti. L’articolo 34 afferma inoltre che «la scuola è aperta a tutti», e che «la Repubblica rende effettivo questo diritto». In tale contesto di parole altamente condivisibili, tuttavia, si riscontra nei fatti una situazione in cui gli studenti con difficoltà sono bocciati, e abbandonano la scuola molto più degli altri; in cui le barriere architettoniche rendono tuttora inagibili, per chi ha deficit motori, oltre la metà degli istituti; in cui gli studenti con disabilità, al primo “comportamento problema” (che cioè i docenti, non adeguatamente formati, ritengono tale, non sapendolo gestire), vengono sin da piccoli portati fuori dall’aula; e lungamente potrei continuare nel delineare un quadro che non è, sicuramente, quello auspicato dalla Costituzione.
Proseguo accennando al mondo del lavoro. Nell’articolo 4 della Costituzione si dichiara che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto». Come recita infatti anche l’articolo 1, «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Tale diritto però, per le persone con disabilità, pur essendo ribadito pure dall’articolo 38, risulta presente nelle parole più che nei fatti. La realtà attesta in effetti tassi di disoccupazione molto più elevati per le persone con disabilità rispetto alle altre; remunerazioni più basse per le medesime; una forte discriminazione nell’assegnazione delle mansioni; e molto altro potrei aggiungere, nel descrivere una situazione reale che sembra non voler conformarsi a quella ideale delineata dalla Carta.

Concludo menzionando il tema dell’inclusione sociale. La Corte Costituzionale, mediante una serie di Sentenze, ha ribadito il diritto, sancito più volte dalla Carta, all’effettiva partecipazione di tutti, anche delle persone con disabilità, alla vita civile, in tutte le sue molteplici forme. La disabilità non è infatti un “problema individuale”, bensì, semmai, una “questione sociale”, ovvero insieme culturale e politica. Poiché tale “diritto sociale” non è tuttora esigibile, come non lo è alcun diritto a cui non siano chiaramente associati doveri e responsabilità, ci troviamo davanti, ancora una volta, ad un’enunciazione solo formale – la necessità dell’inclusione per favorire la partecipazione sociale –, che contraddice la realtà sostanziale. E tra forma e sostanza, come noto, prevale la sostanza.
Alcuni giuristi rimarcano che la nostra Costituzione, a differenza di altre, essendo maggiormente universalistica, non esplicita le necessità specifiche di tutela delle persone con disabilità, per cui sarebbe carente da questo punto di vista. Per tale motivo si sta pensando ad integrazioni e modifiche di singoli articoli. Ritengo tuttavia che, in un contesto economico-sociale complessivo non comunitario, quale è quello attuale, non siano sufficienti tali variazioni per creare maggiore inclusione, ma occorra agire in maniera più diretta sul contesto, poiché solo in questo modo vi potrà essere una speranza concreta di incidere strutturalmente sulla scuola, il lavoro e la società.
Esiste in effetti un nesso inscindibile fra questi tre àmbiti, assai rilevante soprattutto per la vita delle persone con disabilità. Se a scuola, infatti, non si realizza una vera educazione comunitaria, la conseguenza sarà creare sin da subito soggetti “disabilitati” da ogni futura partecipazione al lavoro e alla vita civile, come dimostra del resto il costante aumento dell’istituzionalizzazione.

È possibile che, di fronte a questa realtà da tempo davanti agli occhi di tutti, coloro che dovrebbero garantire l’attuazione di quanto previsto dalla Costituzione possano soltanto, ad ogni occasione ufficiale, ripetere formule di rito? Non servirebbero azioni più efficaci che rimuovessero davvero, come prevede la Carta, gli ostacoli di ordine economico e sociale alla realizzazione effettiva di una maggiore dignità, giustizia ed uguaglianza nei rapporti tra le persone?
La situazione attuale, per le persone con disabilità e per le loro famiglie, non è più sostenibile in Italia, per una pluralità di ragioni, in parte indicate in precedenza. Le norme universali, purtroppo, anche quando si pongono al vertice della gerarchia giuridica, non tutelano i diritti delle persone fragili, se non è prima la coscienza politica di un Paese a sentire la loro mancata attuazione come un’inaccettabile lesione della dignità di tutti. Per questo motivo credo sia necessario predisporre un percorso educativo che sappia trasmettere sin da subito i più importanti contenuti civici comunitari, partendo già dalla scuola primaria. Solo, infatti, una scuola in grado di far vivere con normalità ai bambini, ogni giorno, i valori costituzionali, potrà creare cittadini e cittadine capaci, poi, di realizzarli in concreto.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo Perché credo che sui diritti delle persone con disabilità la Costituzione rischi di essere una “tigre di carta” proviene da Superando.

Per un’autentica attività di tutela e promozione dei diritti

Superando -

«Anche chi scrive fa parte di un’importante Associazione, ma tuttavia ritengo sia arrivato il momento di fare autocritica – riflette Daniele Romano – e che da parte delle Associazioni di persone con disabilità serva oggi un’autentica attività di tutela e promozione dei diritti, che rimetta al centro la radicalità dei bisogni, recuperando autorevolezza»

Esiste un paradosso tutto italiano che consuma, silenziosamente, la vita di milioni di persone con disabilità e delle loro famiglie. Da un lato, il panorama del Terzo Settore e dell’associazionismo è formalmente ricchissimo: sigle storiche, federazioni imponenti, tavoli tecnici permanenti e una presenza costante nei palazzi della politica. Dall’altro, c’è la realtà materiale di chi vive la disabilità sulla propria pelle: caregiver lasciati soli dal welfare pubblico, fondi per la non autosufficienza cronicamente insufficienti, barriere architettoniche immutate e un inserimento lavorativo che spesso esiste solo sulla carta.
Anche chi scrive fa parte di un’importante Associazione, ma ritengo sia arrivato il momento di fare autocritica rispetto a ciò che è accaduto negli ultimi mesi, anche alla luce di una serie di articoli pubblicati da Stefano Iannaccone sulla testata «Domani».

Se la distanza tra i proclami istituzionali e la vita quotidiana è diventata un abisso, è giunto il momento di porre una domanda scomoda: l’attuale modello di rappresentanza delle Associazioni è ancora autorevole, o si è trasformato in un ingranaggio del sistema di potere?
Per anni, il grande successo sbandierato dalle principali Federazioni e Associazioni è stato l’ottenimento di un “posto al tavolo”. Trattative con i ministeri, audizioni parlamentari, foto di rito alla firma di protocolli d’intesa. Ma la politica si misura sui risultati, non sulle convocazioni.
Se analizziamo i progressi strutturali dell’ultimo decennio, il bilancio è impietoso. Le riforme organiche si scontrano costantemente con la realtà dei Decreti Attuativi mai emanati o privi di coperture finanziarie adeguate. I sussidi rimangono ancorati a cifre offensive per la dignità umana, costringendo le famiglie a farsi carico interamente del welfare. Le Associazioni, anziché capitalizzare la propria base per pretendere diritti esigibili, sembrano avere accettato una logica puramente difensiva: celebrare piccole concessioni parziali come “vittorie storiche”, mentre il quadro generale rimane drammaticamente deficitario.

La perdita di autorevolezza e di potere contrattuale nasce da una precisa scelta strategica, visibile con diversi colori politici, ma esasperata nelle dinamiche più recenti: la tendenza a schierarsi sistematicamente a favore dell’Esecutivo in carica.
Invece di porsi come controparte ferma, indipendente e intransigente dei governi — custode rigorosa della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità — una parte significativa dei vertici associativi ha preferito la strada del collateralismo. Si assiste così a uno spettacolo singolare: comunicati stampa che sembrano scritti dagli uffici stampa dei ministeri, applausi preventivi a riforme di cui non si conoscono i dettagli economici, e una generale timidezza nel sollevare critiche quando i nodi finanziari vengono al pettine.

Questa vicinanza produce un doppio danno: da una parte il depotenziamento del conflitto sociale, che quando viene espresso nelle forme democratiche, è il motore del cambiamento. Abbandonando la mobilitazione e la critica aperta in cambio di una benevola “concertazione”, le Associazioni si disarmano da sole. Dall’altra parte l’isolamento e la frammentazione: le persone con disabilità e le loro famiglie, non vedendo i propri reali bisogni difesi con vigore, si allontanano dalle sigle storiche. Il risultato è la proliferazione di comitati spontanei, associazioni locali o singoli cittadini che tentano vie legali individuali per vedere riconosciuti i propri diritti, indebolendo il fronte comune.

C’è poi un aspetto strutturale che spiega questa timidezza politica: molte grandi Associazioni si sono trasformate, nel tempo, da enti di pressione politica a veri e propri erogatori di servizi in regime di convenzione con lo Stato e le Regioni. Gestiscono centri diurni, strutture residenziali, servizi di assistenza, progetti di inclusione. Questa transizione, seppur meritoria sul piano pratico per colmare i vuoti del pubblico, crea un evidente conflitto d’interessi politico. Come può un’Associazione criticare aspramente e pubblicamente il Governo o la Giunta Regionale se da quegli stessi enti dipendono i fondi, i bandi e le convenzioni che tengono in vita le sue strutture e i suoi dipendenti? L’autonomia politica viene inevitabilmente barattata con la sopravvivenza gestionale.

Un’Associazione che non spaventa più la politica ha smesso di esercitare il suo ruolo. Se la rappresentanza diventa una passerella per i dirigenti e uno scudo per i Ministri di turno, a rimetterci sono i milioni di cittadini che non hanno voce.
Le Associazioni delle persone con disabilità in Italia devono ritrovare il coraggio dell’indipendenza economica e intellettuale. C’è bisogno di un’autentica attività di advocacy (tutela e promozione dei diritti) che rimetta al centro la radicalità dei bisogni: non più bonus o interventi spot, ma diritti costituzionali esigibili. Solo tornando a essere una controparte scomoda e rigorosa, capace di dire “no” anche ai tavoli governativi quando le risorse non bastano, il mondo dell’associazionismo potrà recuperare quell’autorevolezza che oggi appare pericolosamente sbiadita.

*Sociologo. Come sempre, naturalmente, le pagine di Superando sono aperte a chiunque voglia esprimere altre e diverse opinioni sui temi trattati nel presente contributo.

L'articolo Per un’autentica attività di tutela e promozione dei diritti proviene da Superando.

Perché l’Osservatorio Nazionale deve passare a una funzione molto più incisiva di verifica dell’effettività dei diritti

Superando -

«La proroga per altri tre anni dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità – scrive Raffaele Goretti – può essere letta non tanto come un semplice prolungamento delle attività dell’organismo, ma come un’occasione per verificare se la riforma della disabilità stia davvero passando dalle norme ai diritti concretamente esigibili»

Come componente dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e componente dell’Osservatorio della Regione Umbria, prendendo spunto dal contributo di Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), pubblicato nei giorni scorsi su queste stesse pagine, vorrei aggiungere alcune considerazioni circa la proroga dello stesso Osservatorio Nazionale, portando alcuni suggerimenti per dare forza ad un organismo importantissimo, riflessioni utili anche per i pochi Osservatori Regionali che sono attivi sul territorio nazionale.

La proroga dell’Osservatorio Nazionale per altri tre anni può essere letta non tanto come un semplice prolungamento delle attività dell’organismo, ma come un’occasione per verificare se la riforma della disabilità stia davvero passando dalle norme ai diritti concretamente esigibili.
Il punto di partenza è importante: la Legge 227/21 ha delegato il Governo a riformare profondamente il sistema, e il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto un nuovo paradigma fondato su valutazione di base, accomodamento ragionevole e soprattutto progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.
Cosa dovrebbe fare dunque l’Osservatorio nei prossimi tre anni? A mio avviso, dovrebbe spostare il proprio baricentro da una funzione prevalentemente di monitoraggio e proposta a una funzione molto più incisiva di verifica dell’effettività dei diritti.
Ci sono alcune priorità da approfondire:
1. Misurare il diritto alla vita indipendente e al progetto di vita: quest’ultimo non dovrebbe diventare semplicemente un nuovo documento amministrativo. Deve invece tradursi in sostegni effettivamente disponibili: abitare, lavoro, istruzione, salute, mobilità, relazioni sociali, assistenza personale, partecipazione alla comunità. Il Decreto Legislativo 62/24 prevede infatti una valutazione multidimensionale finalizzata proprio alla costruzione e attuazione del progetto di vita.
2. Definire livelli essenziali realmente esigibili: questo è probabilmente il nodo politico più importante. Se una persona ha diritto a un determinato sostegno, non può dipendere dal fatto che viva in una Regione o in un Comune più o meno attrezzato. L’Osservatorio dovrebbe quindi pubblicare annualmente una sorta di “mappa dell’esigibilità dei diritti”, evidenziando le differenze territoriali e indicando quali prestazioni devono essere garantite ovunque.
3. Monitorare che la valutazione multidimensionale non rimanga sulla carta, come denunciato dall’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità: il nuovo sistema deve coinvolgere la persona e considerare non soltanto la menomazione, ma il rapporto tra persona, ambiente, desideri, bisogni e ostacoli alla partecipazione. La riforma, infatti, mira proprio a superare un sistema frammentato e a mettere la persona al centro.
4. Dare effettività all’accomodamento ragionevole: questa è una delle innovazioni più importanti del Decreto 62/24. L’accomodamento ragionevole dovrebbe diventare uno strumento ordinario per rimuovere gli ostacoli che impediscono alla persona di esercitare concretamente un diritto: nella scuola, nel lavoro, nei servizi pubblici, nella sanità e nella vita sociale. Quindi servirebbe un monitoraggio specifico su quante richieste vengano presentate, quante vengono accolte, quali tempi vengano rispettati e quali siano i motivi dei dinieghi.
5. Verificare la partecipazione effettiva delle persone con disabilità alla definizione del progetto di vita: Niente su di Noi senza di Noi dovrebbe diventare un criterio concreto di funzionamento dell’Osservatorio e di tutta la riforma. Non basta consultare le Associazioni: le persone con disabilità dovrebbero poter incidere sulla definizione degli obiettivi, sugli indicatori e sulla valutazione dei risultati.
6. Collegare i diritti alle risorse: qui c’è una questione decisiva: un diritto, infatti, è realmente esigibile soltanto se esistono responsabilità amministrative, procedure, tempi e risorse per garantirlo. Il Governo indica, nell’attuazione della Delega, 275 milioni di euro annui a regime, sicuramente una cifra non adeguata per dare risposte alla complessa procedura per l’esigibilità di tale diritto; inoltre occorre verificare concretamente come queste risorse si traducano nei servizi e nei sostegni sui territori.
7. Usare i prossimi tre anni per arrivare a un sistema di garanzie: la vera domanda, cioè, dovrebbe essere: “Che cosa può fare una persona con disabilità quando un diritto previsto dalla legge non viene garantito?”. Se la risposta è soltanto “presentare un’altra domanda”, la riforma non è ancora arrivata al risultato. Occorrono procedure semplici di reclamo, tempi certi, responsabilità individuabili e possibilità effettive di ricorso.

Il 2027 sarà quindi un passaggio decisivo e non è casuale che la sperimentazione della riforma sia in corso e che l’INPS indichi il 1° gennaio 2027 come data di entrata a regime nazionale del nuovo sistema. La sperimentazione è partita nel 2025 in nove Province ed è stata successivamente estesa a numerosi altri territori. Per questo, a mio giudizio, la proroga dell’Osservatorio dovrebbe essere accompagnata da un cronoprogramma pubblico 2026-2029, con indicatori verificabili.
Ad esempio:

Obiettivo Cosa misurare Progetto di vita Quanti progetti vengono realmente attivati Partecipazione Quanto la persona partecipa alle decisioni Sostegni Tempi e quantità dei sostegni effettivamente erogati Accomodamento ragionevole Richieste, accoglimenti, dinieghi e tempi Disuguaglianze territoriali Differenze tra Regioni e Comuni Vita indipendente Persone che possono scegliere dove e con chi vivere Inclusione lavorativa Accesso, permanenza e progressione nel lavoro Scuola Inclusione effettiva e continuità dei sostegni Salute Accessibilità dei servizi e appropriatezza dei percorsi Reclami e ricorsi Violazioni segnalate e tempi di risposta

In sostanza: la Legge 227/21 e il Decreto Legislativo 62/24 hanno creato un’architettura normativa molto più avanzata, ma il rischio dei prossimi tre anni è che il “progetto di vita” diventi semplicemente l’ennesima procedura amministrativa, senza cambiare concretamente la vita delle persone. La stessa fase sperimentale è stata concepita per verificare il nuovo modello prima della sua applicazione nazionale. Perciò l’Osservatorio dovrebbe avere una missione molto chiara: non limitarsi a osservare la condizione delle persone con disabilità, ma osservare se lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali stiano rendendo effettivi i diritti riconosciuti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e dalla legislazione italiana.

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

L'articolo Perché l’Osservatorio Nazionale deve passare a una funzione molto più incisiva di verifica dell’effettività dei diritti proviene da Superando.

Approdano a Roma gli “Oscar dell’Inclusione”

Superando -

Ideati dalla Fondazione Diversity, i “Diversity Media Awards”, definibili anche come gli “Oscar dell’Inclusione”, sono il primo riconoscimento europeo rivolto a personaggi, opere e contenuti mediali che si siano distinti per una rappresentazione valorizzante e inclusiva delle persone per temi di genere, età, etnia, disabilità, LGBT+ e aspetto fisico, sui diversi media nazionali. Domani, 15 settembre, a Roma, ne verrà presentata l’undicesima edizione, che approderà per la prima volta nella Capitale il 18 settembre a La Nuvola

Ideati dalla Fondazione Diversity, i Diversity Media Awards, definibili anche come gli “Oscar dell’Inclusione”, sono il primo riconoscimento europeo rivolto a personaggi, opere e contenuti mediali che, nel corso dell’anno precedente, si siano distinti per una rappresentazione valorizzante e inclusiva delle persone per temi di genere, età, etnia, disabilità, LGBT+ e aspetto fisico, sui diversi media nazionali (cinema, televisione, radio, digital, stampa e TG).
Nel corso di una conferenza stampa in programma per domani, 15 settembre, a Roma (Sala C onferenze dell’Associazione Stampa Estera in Italia, Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, ore 11.30), ne verrà presentata l’undicesima edizione, che approderà per la prima volta nella Capitale il 18 settembre a La Nuvola. Quest’ultimo evento, tra l’altro, verrà reso accessibile grazie all’audiodescrizione live scritta dalla dialoghista, audiodescrittrice e insegnante Laura Giordani, apprezzata firma frequente anche di Superando, e speakerata dalla stessa Giordani, insieme all’attrice doppiatrice Raffaella Castelli. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sia sulla conferenza stampa di domani, 15 settembre, sia sull’evento del 18 settembre. Per ulteriori informazioni: csanvito@monginicomunicazione.com (Chiara Sanvito).

L'articolo Approdano a Roma gli “Oscar dell’Inclusione” proviene da Superando.

“Spiaggia Facile Alghero”: il mare è di tutte e tutti

Superando -

Partito con due ombrelloni non proprio in condizioni ottime, il progetto “Spiaggia Facile Alghero”, coordinato da Chiara Rosnati, ha percorso molta strada, diventando non soltanto un servizio per consentire alle persone con disabilità di vivere il mare, ma anche un luogo di incontro, di lavoro e di sperimentazione di nuove forme di accessibilità. Con un principio semplice alla base: il mare non dovrebbe essere un privilegio, ma uno spazio che tutte e tutti devono poter vivere “Spiaggia Facile” ad Alghero

Chiara Rosnati nasce a Roma, in un contesto culturale e familiare che le permette fin da giovane di avvicinarsi al mondo del sociale. Per motivi di lavoro, la famiglia si trasferisce poi in Sardegna, ad Alghero, dove rimane per una decina d’anni. Un’esperienza che lascia tracce profonde nel suo percorso personale e professionale e che si intreccia con i suoi studi in Scienze Naturali e con un interesse sempre più marcato per il rapporto tra ambiente e dimensione sociale. Dopo sedici anni trascorsi di nuovo nella Capitale, Chiara sceglie così di tornare ad Alghero e di mettere nuovamente radici in Sardegna.
Nel suo percorso c’è stata anche una breve esperienza politica. Per sua stessa ammissione, tuttavia, non essendo particolarmente incline al compromesso, dopo appena sei mesi ha lasciato la Giunta Comunale di Alghero. Ciò non le ha impedito di continuare a collaborare con le Amministrazioni Locali su diversi progetti.
Le sue esperienze sono molteplici, ma il filo conduttore rimane il sociale e tra le attività alle quali si è dedicata c’è anche il sostegno a studenti provenienti da aree di conflitto, come l’Afghanistan e la Terra Santa, aiutandoli a raggiungere l’Italia per studiare e, nello stesso tempo, ad allontanarsi da situazioni di grave rischio.

Qualche anno fa è arrivata una nuova sfida. L’Amministrazione Comunale di Alghero l’ha contattata per avviare un progetto dedicato all’accessibilità delle spiagge. «L’inizio – racconta – è stato decisamente modesto: un paio di ombrelloni donati e non proprio in perfette condizioni. Ma da quelle prime attrezzature è cominciato un percorso che, passo dopo passo, è cresciuto fino a diventare ciò che oggi è Spiaggia Facile».
Chiara Rosnati, dunque, è la coordinatrice di tale progetto, realizzato attraverso un processo di co-progettazione tra il Comune di Alghero e la Cooperativa Sociale EcoToni, della quale Rosnati è vicepresidente, nell’àmbito degli interventi destinati alla promozione del turismo accessibile e inclusivo per le persone con disabilità.
L’iniziativa è stata presentata dalla Regione Autonoma della Sardegna e finanziata dalla Presidenza del Consiglio (Dipartimento per le Politiche in favore delle Persone con Disabilità).

Anche il nome della Cooperativa coinvolta racconta qualcosa della filosofia di essa. In ecologia, l’ecotono è la zona di transizione tra due ecosistemi, un ambiente particolarmente ricco di biodiversità. Il concetto è stato trasferito alla dimensione sociale: le persone che spesso vengono confinate ai margini della società possono essere portatrici di esperienze, competenze e risorse preziose per l’intera comunità.
L’idea di spiaggia accessibile sviluppata ad Alghero, infatti, non è quella di uno spazio separato o isolato. Spiaggia Facile è uno spazio dedicato alle persone con disabilità, ma pienamente inserito nella continuità del litorale algherese e, in particolare, della spiaggia del Lido. Vi sono presenti postazioni attrezzate e l’accoglienza viene garantita anche grazie a volontari e tirocinanti coinvolti attraverso differenti percorsi. Si tratta di giovani studenti, persone disoccupate o che non avevano mai avuto precedenti esperienze lavorative. «Tra loro – sottolinea con orgoglio Rosnati – ci sono anche persone con disabilità che proprio grazie a questa esperienza hanno firmato per la prima volta un contratto di lavoro, sperimentando concretamente responsabilità, autonomia e riconoscimento delle proprie capacità».

Spiaggia Facile consente di raggiungere il mare e di entrare in acqua anche utilizzando sedie anfibie. Chi ne ha bisogno può chiedere il supporto degli operatori per arrivare fino al bagnasciuga, fare il bagno e, al termine, essere accompagnato nuovamente alla propria postazione.
Nel tempo, però, attorno al servizio è nato qualcosa che va oltre la semplice accessibilità fisica. Si sono create amicizie e molte famiglie hanno cominciato a frequentare insieme la spiaggia, anche grazie alla possibilità di disporre di spazi vicini alla postazione attrezzata. L’obiettivo, infatti, non è separare la persona con disabilità dai familiari o dagli amici, ma permettere a tutte e tutti di condividere l’esperienza del mare.
A utilizzare il servizio possono essere residenti e turisti, comprese le persone che soggiornano negli alberghi e nelle altre strutture ricettive della zona. Proprio per questo si sta lavorando alla costruzione di una rete territoriale che consenta di conoscere e utilizzare il servizio durante tutta la stagione, coinvolgendo sempre più soggetti del territorio.

Tra le novità più recenti vi è anche la sperimentazione della vela. Grazie infatti a un accordo di collaborazione con la Sezione di Alghero della Lega Navale Italiana, è possibile utilizzare la Malupa, un’imbarcazione che può ospitare fino a cinque persone e sulla quale operano istruttori con esperienza nella vela con persone con disabilità.
La particolarità della barca è stata pensata proprio per facilitare l’accesso: l’imbarcazione può arrivare direttamente a riva e una passerella consente anche alle persone che utilizzano una sedia a rotelle di salire a bordo in autonomia o comunque con un’assistenza ridotta. Un risultato reso possibile anche dal lavoro di chi ha progettato e costruito l’imbarcazione nei cantieri navali.

Da quel primo paio di ombrelloni, dunque, il progetto ha percorso molta strada. Spiaggia Facile è diventata non soltanto un servizio per consentire alle persone con disabilità di vivere il mare, ma anche un luogo di incontro, di lavoro e di sperimentazione di nuove forme di accessibilità. Con un principio semplice alla base: il mare non dovrebbe essere un privilegio, ma uno spazio che tutte e tutti devono poter vivere.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare Chiara Rosnati, vicepresidente della Cooperativa Sociale Ecotoni tramite info@ecotonicoop.it (tel. 345 897 1441), oppure attraverso la pagina Facebook Spiaggia Facile Alghero (a questo link).

L'articolo “Spiaggia Facile Alghero”: il mare è di tutte e tutti proviene da Superando.

Agli insegnanti di sostegno: prima di aprire il libro, aprite gli occhi!

Superando -

«Quando a settembre un insegnante di sostegno entra in una classe – scrive Marco Macrì di Genova inclusiva -, non comincia semplicemente un nuovo incarico. Per una famiglia comincia un anno durante il quale affida alla scuola la persona più cara e più fragile del proprio nucleo. Per quella famigliaè la persona per cui hanno combattuto, pianto, cercato risposte e costruito, giorno dopo giorno, un percorso. Da qui l’appello agli insegnanti: prima di aprire il libro, aprire gli occhi!»

Quando a settembre un insegnante di sostegno entra in una classe, non comincia semplicemente un nuovo incarico. Per una famiglia comincia un anno durante il quale affida alla scuola la persona più cara e più fragile del proprio nucleo: è questo il messaggio che come Genova Inclusiva rivolgiamo agli insegnanti di sostegno in occasione del nuovo anno scolastico.
Dietro un contratto, anche quando è a tempo determinato, non ci sono soltanto ore, programmi e scadenze. C’è un bambino o un ragazzo. C’è la preoccupazione di un padre, l’ansia di una madre e, spesso, anche quella di fratelli e sorelle che vivono quotidianamente le difficoltà e le conquiste del proprio familiare. Immaginiamo un insegnante che entra per la prima volta in quella classe: per lui è un nuovo alunno. Per quella famiglia, invece, è la persona per cui hanno combattuto, pianto, cercato risposte e costruito, giorno dopo giorno, un percorso. Da qui l’appello agli insegnanti: prima di aprire il libro, aprire gli occhi!

Conoscere l’alunno significa capire come comunica, cosa comprende, cosa lo mette in difficoltà, cosa lo tranquillizza, come chiede aiuto e come manifesta un bisogno. Significa parlare con la famiglia, confrontarsi con chi già lo conosce e soprattutto osservare prima di giudicare.
Un comportamento difficile non è necessariamente un capriccio. Può essere l’unico modo che un bambino ha per comunicare: «Non ce la faccio», «Non ho capito», «Ho bisogno di una pausa».
Routine, anticipazione dei cambiamenti, consegne comprensibili, strumenti visivi quando necessari e la possibilità di comunicare bisogni come “aiuto”, “pausa”, “non ho capito” possono trasformare radicalmente l’esperienza scolastica.

Ma c’è un punto che consideriamo fondamentale: essere nella stessa classe non significa essere inclusi! L’inclusione non consiste nel tenere un alunno fisicamente dentro un’aula mentre viene escluso dalle attività o accompagnato fuori ogni volta che manifesta una difficoltà. L’inclusione significa metterlo nelle condizioni di partecipare, comunicare, imparare e diventare progressivamente più autonomo.
Non chiediamo agli insegnanti di fare miracoli, chiediamo loro di ricordare che prima del programma c’è la persona, prima della verifica c’è la comprensione e prima di insegnare bisogna imparare a conoscere chi abbiamo davanti. Perché il contratto, prima o poi, finirà. L’anno scolastico passerà. Ma il modo in cui un insegnante avrà fatto sentire quel bambino potrebbe rimanere molto più a lungo.
Per questo quando un insegnante firma quel contratto, sappia che non sta semplicemente accettando un lavoro. Per un anno, forse per più tempo, gli viene affidata la persona più cara e più fragile di una famiglia.

*Portavoce di Genova Inclusiva e referente nazionale della Rete Caregiver e Disabilità Italia (marcopompierege@gmail.com).

L'articolo Agli insegnanti di sostegno: prima di aprire il libro, aprite gli occhi! proviene da Superando.

Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento

Superando -

In collaborazione con il Forum Europeo sulla Disabilità, il Forum Italiano sulla Disabilità promuoverà per il 24 settembre l’incontro online “Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento”, dedicato al recepimento della Direttiva Europea 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, con l’obiettivo di portare concretamente la prospettiva delle donne e delle ragazze con disabilità nellàmbito del recepimento stesso di tale Direttiva

In collaborazione con l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, il FID (Forum Italiano sulla Disabilità), promuoverà per il pomeriggio del 24 settembre (ore 14-18) l’incontro online denominato Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento, dedicato al recepimento della Direttiva Europea 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.
«L’iniziativa – spiega Francesca Sbianchi , presidente del FID – nasce con l’obiettivo di portare nel processo di recepimento della Direttiva 2024/1385 la prospettiva delle donne e delle ragazze con disabilità, favorendo un confronto tra istituzioni, organizzazioni delle persone con disabilità, mondo accademico e realtà impegnate nella tutela dei diritti delle donne».

A moderare il webinar sarà Susi Ronchi, coordinatrice di GiULiA Sardegna (Giornaliste Unite Libere Autonome) e ad aprire i lavori sarà la stessa Francesca Sbianchi. Detto che all’incontro è stata invitata a partecipare anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, i lavori partiranno con la prima sessione riguardante il quadro europeo e il processo di recepimento della citata Direttiva.
Dal canto suo, Giulia Traversi, responsabile per i Diritti delle Donne dell’EDF, approfondirà i contenuti della normativa europea, gli obblighi previsti per gli Stati Membri, i tempi e le fasi del recepimento e il significato della sua attuazione nella pratica.
Il confronto si allargherà quindi al ruolo della società civile, con la partecipazione di Nazaro Pagano, presidente della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), e il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità, per evidenziare il valore della loro partecipazione nel percorso di attuazione della Direttiva.

La seconda sessione entrerà poi nel merito del recepimento della Direttiva nell’ordinamento italiano, con Irene Pellizzone, delegata della Rettrice alla prevenzione della violenza di genere dell’Università degli Studi di Milano, che si occuperà dell’analisi del quadro normativo nazionale vigente e della situazione attuale del processo di recepimento, mentre Barbara Giovanna Bello dell’Università della Tuscia tratterà dell’impatto che la nuova normativa europea potrà avere sulla legislazione italiana.
Uno spazio specifico sarà poi riservato all’impatto della Direttiva sulle donne e sulle ragazze con disabilità, con Luisella Bosisio Fazzi, componente del Comitato Donne dell’EDF, che analizzerà i punti di forza e le criticità delle disposizioni europee, seguita da Marcella Pirrone di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che porterà il punto di vista delle donne.
Il confronto avrà per altro anche una forte dimensione operativa, con Elisa Marino per il FID che presenterà la progettazione di una griglia di monitoraggio, pensata come strumento per seguire nel tempo il processo di recepimento e valutarne concretamente l’efficacia.

E ancora, la terza sessione sarà dedicata all’attivismo collaborativo e agli strumenti di attuazione, e orientata alla costruzione di un’azione condivisa. Francesca Sbianchi vi presenterà il documento di posizione congiunto, contenente raccomandazioni rivolte al Governo e al Parlamento, mentre Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), presenterà la roadmap nazionale per il recepimento e il monitoraggio della Direttiva Europe.
Un ulteriore momento di confronto sarà dedicato al coordinamento tra le organizzazioni delle persone con disabilità e la rete per i diritti delle donne, con l’obiettivo di consolidare una collaborazione capace di accompagnare il processo di recepimento anche oltre lo stesso incontro del 24 settembre.
«Il recepimento della Direttiva Europea – sottolinea Francesca Sbianchi – rappresenta un’occasione fondamentale per rafforzare la prevenzione e il contrasto alla violenza, ma questo processo non può prescindere dalla partecipazione delle donne con disabilità e delle organizzazioni che le rappresentano. “Niente senza di Noi”, infatti, significa proprio questo, ovvero essere parte delle decisioni, contribuire alla costruzione delle misure e verificarne insieme l’effettiva applicazione».

La sessione conclusiva, infine, affidata a Susi Ronchi e Luisella Bosisio Fazzi, riguarderà la proposta di adozione della griglia di monitoraggio, della roadmap nazionale e all’istituzione di un gruppo di lavoro permanente per il monitoraggio del recepimento della Direttiva. Tre strumenti concreti, questi, attraverso i quali dare continuità al confronto avviato e contribuire affinché il recepimento della Direttiva Europea tenga realmente conto dei diritti e delle esigenze delle donne e delle ragazze con disabilità.

Per garantire la più ampia accessibilità dell’evento, il FID si è avvalso della collaborazione di Accessibility Days, realtà di riferimento sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione digitale e proprio tramite Hub Accessibility Days si potrà partecipare all’evento, accedendo cioè a tale piattaforma e selezionando appunto l’evento Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento, per procedere con l’iscrizione. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: fid.presidenza@gmail.com.

L'articolo Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento proviene da Superando.

Dalla sperimentazione PNRR alla valorizzazione dell’indipendenza co-progettata: un convegno a Udine

Superando -

Come trasformare le esperienze avviate grazie ai finanziamenti straordinari del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) in servizi capaci di continuare nel tempo? Sarà questo il tema al centro del convegno “Tracciare nuove rotte. Dalla sperimentazione PNRR alla V.I.T.A. co-progettata”, in programma per il 17 settembre a Udine, ove con l’acronimo “V.I.T.A.” si intende “Valorizzare l’Indipendenza e Tutelare l’Autonomia”

Come trasformare le esperienze avviate grazie ai finanziamenti straordinari del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) in servizi capaci di continuare nel tempo? È la Comunità Piergiorgio di Udine a segnalare che sarà questo il tema al centro del convegno denominato Tracciare nuove rotte. Dalla sperimentazione PNRR alla V.I.T.A. co-progettata, in programma per la mattinata del 17 settembre allo Spazio Villalta di Udine (Via Gio Batta Bassi, 1, ore 8.30-13).
Nello specifico, con l’acronimo V.I.T.A. si intende “Valorizzare l’Indipendenza e Tutelare l’Autonomia”, obiettivo che riassume al meglio il senso dell’incontro, dedicato sostanzialmente ai percorsi e alle buone pratiche sviluppate sul territorio a favore delle persone con disabilità.

Il convegno sarà un momento di restituzione pubblica, confronto e riflessione sulle esperienze avviate dal Servizio Sociale dei Comuni dell’Ambito Territoriale Friuli Centrale, rivolgendosi a operatori del settore, amministratori locali, realtà del Terzo Settore e famiglie, con un messaggio ben definito, ossia: «Fare rete significa portare benessere». (S.B.).

A questo link è disponibile un approfondimento sui contenuti e il programma del convegno, all’interno del sito della Comunità Piergiorgio.

L'articolo Dalla sperimentazione PNRR alla valorizzazione dell’indipendenza co-progettata: un convegno a Udine proviene da Superando.

Che sia scuola di tutte e tutti per davvero!

Superando -

«Lanciamo un appello alle Istituzioni scolastiche e alla Politica – scrivono dal CoorDown -: chiediamo che siano garantiti i diritti di tutti gli  studenti fragili; è il momento di dare attenzione e vegliare più che mai sulla loro inclusione. Che sia scuola di tutte e tutti per davvero!»

La scuola e i diritti delle e degli studenti con disabilità sono stati, di nuovo, al centro di dibattiti pubblici che pensavamo archiviati per sempre. Tra le forze politiche italiane e europee c’è infatti chi minaccia le fondamenta dell’inclusione scolastica, parlando di classi e scuole separate. Provocazioni, forse, ma che hanno un peso reale nella vita delle famiglie e di ragazze e ragazzi con disabilità e non solo con la sindrome di Down.
Per questo il nostro Coordinamento [CoorDown, N.d.R.] lancia un appello alle Istituzioni scolastiche e alla Politica in questi giorni di apertura del nuovo anno scolastico: non accetteremo mai di tornare indietro, chiediamo che siano garantiti i diritti di tutti gli  studenti fragili; è il momento di dare attenzione e vegliare più che mai sulla loro inclusione.
Chiediamo al Governo, alla Ministra per le Disabilità, al Parlamento, e a tutto il mondo della scuola, al Ministero dell’Istruzione e del Merito, di vigilare affinché il concreto accesso all’apprendimento sia garantito e condiviso da ciascun insegnante, in qualsiasi ruolo e disciplina, anche riconoscendo, dove necessario, di avere la necessità di integrare la propria di formazione.
Come CoorDown siamo accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie, per sostenerle nel percorso scolastico e anche per tutelarle. Siamo convinti infatti che una scuola davvero inclusiva si possa definire solo “scuola per tutti”, dove l’inclusione sia diventata finalmente un concetto talmente connaturato da apparire superfluo.

Grazie alle sue norme, il sistema scolastico italiano è visto come uno tra i più avanzati al mondo nel perseguire la valorizzazione delle competenze di ciascuno e nel permettere lo sviluppo delle singole personalità, capacità e inclinazioni. Ma l’attuazione dei diritti e delle norme passa attraverso la loro comprensione, accettazione e condivisione. È necessario per questo che ci sia la piena consapevolezza che nelle norme che garantiscono il diritto all’apprendimento di ogni studente è compreso e valorizzato il diritto alla realizzazione personale, al perseguimento della personale felicità e della realizzazione delle aspirazioni di tutte e tutti.

Chiediamo dunque che al diritto di imparare corrisponda un sentito impegno di insegnare a ciascuno, e che ciascuno sia visto e riconosciuto come persona di valore cui relazionarsi con rispetto. Perché il diritto allo studio delle persone con disabilità oggi è presidiato attraverso gli strumenti disposti dalla normativa scolastica; ma tali strumenti vanno rispettati e devono dare vita a una concreta attuazione e non diventare uno stigma o un modo per isolare o, peggio, escludere dall’apprendimento.
Inizia la scuola e inizia per tutte e tutti. Che sia scuola di tutte e tutti per davvero!

*Il CoorDown è il Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con sindrome di Down.

L'articolo Che sia scuola di tutte e tutti per davvero! proviene da Superando.

La richiesta di un Fondo Nazionale per i Progetti di Vita, con un miliardo e mezzo di dotazione iniziale

Superando -

La Federazione FISH ha inviato una lettera alla Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti, chiedendo al Governo di istituire un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro Immagine realizzata dall’AISW (Associazione Italiana Sindrome di Williams)

«In questa fase del ciclo di bilancio in cui si prendono le decisioni più rilevanti – come si legge in una nota – individuando le priorità che orienteranno le prossime scelte di finanza pubblica», la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha inviato una lettera alla Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti, chiedendo al Governo di istituire un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro.
«Chiediamo – è l’istanza della Federazione all’Esecutivo – che vengano garantite risorse adeguate all’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 in materia di disabilità. In vista infatti dell’entrata in vigore della riforma stabilita da tale provvedimento su tutto il territorio nazionale, prevista per il 1° gennaio 2027, si registrano ancora sostanziali disomogeneità nell’allocazione dei fondi, complessivamente insufficienti. Il Fondo richiesto dalla nostra Federazione dovrà quindi avere carattere strutturale e pluriennale, crescere in modo progressivo con l’aumentare dei progetti realizzati e non potrà essere finanziato a scapito di altri interventi già destinati alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Senza uno stanziamento nazionale specifico, aggiuntivo e vincolato, infatti, il Progetto di Vita rischia di ridursi a un documento formale o alla semplice ricognizione delle prestazioni già disponibili. Nello specifico, le risorse dovranno finanziare i budget di progetto, rafforzare le unità di valutazione multidimensionale, sostenere le prestazioni non coperte dagli attuali Livelli Essenziali e garantire continuità ai percorsi attivati».

«La riforma – sottolinea il presidente della FISH Vincenzo Falabella – ha generato aspettative profonde e legittime. Ora dobbiamo trasformarle in diritti concretamente esercitabili. Non possiamo consentire infatti che l’effettività del Progetto di Vita dipenda ancora dal luogo di residenza, dalla capacità economica delle famiglie o dalla disponibilità dei bilanci regionali e comunali».

In conclusione, la Federazione conferma «la propria disponibilità a un confronto costruttivo con il Governo e con il Parlamento, affinché siano garantite risorse adeguate, continuità dei Progetti di Vita e pari diritti su tutto il territorio nazionale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

L'articolo La richiesta di un Fondo Nazionale per i Progetti di Vita, con un miliardo e mezzo di dotazione iniziale proviene da Superando.

Per un nuovo welfare, integrato e vicino alle persone

Superando -

Proprio mentre scriviamo, è in corso di svolgimento a Roma, presso la sede del CNEL, il convegno “Nuovo welfare tra servizi e lavoro”, promosso dall’Osservatorio Inclusione e Accessibilità che nello stesso CNEL è presieduto dal consigliere Vincenzo Falabella. È quest’ultimo a presentarne i contenuti, seguito da una testimonianza di Vito Bardascino, ideatore e primo sostenitore a Eboli (Salerno) del progetto e dell’Associazione “Il forno di Vincenzo”, invitato al convegno per parlare di tale esperienza Vincenzo Bardascino, protagonista del progetto “Il Forno di Vincenzo”

Proprio mentre scriviamo, è in corso di svolgimento oggi, 14 settembre, a Roma, presso la sede del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), il convegno denominato Nuovo welfare tra servizi e lavoro, promosso dall’Osservatorio Inclusione e Accessibilità che nello stesso CNEL è presieduto dal consigliere Vincenzo Falabella.
A quest’ultimo cediamo la parola, per parlare dei contenuti di tale appuntamento e a seguire diamo spazio a una testimonianza di Vito Bardascino, ideatore e primo sostenitore a Eboli (Salerno) del progetto e dell’Associazione Il Forno di Vincenzo, iniziativa all’insegna del protagonismo attivo e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità, che ha quale primo protagonista il giovane con disabilità Vincenzo Bardascino. Di tale esperienza si parla appunto presso il convegno al CNEL.

Per un welfare più moderno, integrato e vicino alle persone
Il welfare italiano si trova davanti a una trasformazione profonda. L’invecchiamento della popolazione, le nuove povertà, i fenomeni migratori, il disagio giovanile e la crescente complessità dei bisogni sociali ci impongono di ripensare modelli, strumenti e responsabilità.
Non possiamo limitarci a conservare ciò che esiste. Dobbiamo costruire un welfare più moderno, integrato e vicino alle persone, capace non soltanto di intervenire nelle situazioni di emergenza, ma anche di prevenirle e di accompagnare ciascuno lungo tutto il corso della vita.
In questa prospettiva, la cooperazione sociale rappresenta una componente essenziale del sistema di protezione del nostro Paese. Nel corso degli anni ha sviluppato professionalità, competenze e capacità organizzative importanti, assumendo la gestione di servizi socioassistenziali, sociosanitari ed educativi, nonché di strutture e percorsi di inclusione lavorativa sempre più complessi.
Questa funzione deve essere pienamente riconosciuta e valorizzata. Ma qualità dei servizi e qualità del lavoro sono due facce della stessa medaglia. Non può esistere un welfare realmente efficace se chi vi opera è costretto a lavorare in condizioni di precarietà, con retribuzioni inadeguate oppure senza sufficienti garanzie contrattuali e di sicurezza.
Prestare attenzione alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore non significa occuparsi di una questione distinta dalla qualità del welfare. Tutelarne la professionalità, la dignità e la sicurezza significa proteggere, nello stesso tempo, le persone e le famiglie destinatarie dei servizi. La continuità assistenziale, educativa e sociale dipende anche dalla stabilità e dal riconoscimento di chi, ogni giorno, rende concretamente possibili tali interventi.

I servizi alla persona non sono una merce
Negli appalti pubblici assistiamo ancora troppo spesso a una tensione tra l’obbligo delle cooperative di applicare correttamente i contratti collettivi e la difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, di disporre delle risorse necessarie. Le conseguenze possono essere molto gravi: riduzione degli orari, discontinuità dei servizi, impoverimento della qualità delle prestazioni e compressione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. A pagarne il prezzo sono inevitabilmente anche le persone in situazione di maggiore fragilità e le loro famiglie.
Occorre quindi superare definitivamente la logica del massimo ribasso e riconoscere che i servizi alla persona non sono una merce. Il loro valore non può essere misurato esclusivamente attraverso il costo economico, perché riguarda la dignità, l’autonomia, la partecipazione e la qualità della vita delle persone.
È necessario garantire affidamenti fondati sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla continuità degli interventi, prevedendo risorse coerenti con il costo reale del lavoro e con gli standard che devono essere assicurati. Non possiamo pretendere servizi qualificati e, allo stesso tempo, comprimere le condizioni di chi è chiamato a erogarli.

Una responsabilità condivisa
Per affrontare queste criticità serve una responsabilità condivisa tra Stato, autonomie territoriali, parti sociali e Terzo Settore. Gli strumenti della co-programmazione e della co-progettazione devono diventare pratiche stabili e concrete, fondate sulla trasparenza, sul rispetto reciproco dei ruoli e sulla valorizzazione delle competenze presenti nei territori.
Non si tratta di sostituire o ridimensionare la responsabilità pubblica, ma di renderla più efficace attraverso una collaborazione strutturata. La Pubblica Amministrazione deve garantire indirizzo, risorse, programmazione e controllo; il Terzo Settore deve poter mettere a disposizione la propria conoscenza dei bisogni, la capacità progettuale e il radicamento nelle comunità.
La collaborazione, tuttavia, non può trasformarsi in una delega impropria né essere utilizzata per compensare la carenza di risorse pubbliche. Deve avere come obiettivo l’effettività dei diritti e la costruzione di risposte personalizzate, continuative e verificabili.
In questo quadro, il CNEL, quale sede costituzionale di confronto tra le forze economiche, sociali e civili del Paese, può offrire un contributo importante, promuovendo il dialogo, raccogliendo e valorizzando le esperienze più significative, individuando le criticità e formulando proposte concrete da sottoporre al Parlamento e al Governo.

Di questi temi discutiamo al CNEL, durante il convegno Nuovo welfare tra servizi e lavoro, insieme al presidente Renato Brunetta, alla viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci e ad autorevoli relatori. Un’occasione, questa, per mettere a confronto competenze ed esperienze diverse e individuare possibili soluzioni capaci di coniugare sostenibilità del sistema, qualità dei servizi e dignità del lavoro.
La sfida è costruire un welfare che non lasci indietro nessuno, che riconosca il valore del lavoro sociale e che sappia trasformare i bisogni delle persone in diritti concretamente ed effettivamente esigibili.
Un welfare più giusto, sostenibile, partecipato e vicino alle comunità non rappresenta soltanto un costo. È un investimento nella coesione sociale, nella dignità del lavoro e nel futuro del Paese.
Vincenzo Falabella – Consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in cui è Presidente dell’Osservatorio Inclusione e Accessibilità. Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

“Il forno di Vincenzo”: una storia fatta di persone, di dignità, di lavoro e di futuro.
Ci sono inviti che rappresentano molto più di un appuntamento istituzionale. Sono il riconoscimento di un percorso, di una visione e, soprattutto, di una comunità che ogni giorno sceglie di costruire opportunità.
Essere stati invitati a presentare Il Forno di Vincenzo – Forno Sociale di Comunità, nell’àmbito di un importante panel presso il CNEL, è per noi una grande emozione e un immenso onore. Essere ancora una volta accanto a illustri relatori, in un luogo così significativo per il nostro Paese, ci dà la possibilità di raccontare non soltanto un progetto, ma una storia fatta di persone, di dignità, di lavoro e di futuro.
Il Forno di Vincenzo nasce dalla convinzione che il “Dopo di Noi” non debba essere soltanto una risposta al bisogno, ma possa diventare un percorso verso l’autonomia, la partecipazione e l’inclusione. Dietro ogni attività, ogni impasto, ogni gesto quotidiano ci sono persone che hanno diritto a sentirsi protagoniste della propria vita, a sviluppare competenze, a lavorare, a contribuire e a costruire il proprio domani.
Portare questa esperienza al CNEL significa dare voce a un’idea di welfare che mette al centro la persona e che sa unire servizi e lavoro, cura e autonomia, inclusione e progettualità. È un’emozione grande, ma anche una responsabilità ancora più grande: continuare a dimostrare, attraverso i fatti, che quando alle persone vengono offerte fiducia, opportunità e strumenti adeguati, le fragilità possono trasformarsi in risorse e i sogni possono diventare progetti di vita.
Grazie dunque a chi ha creduto e continua a credere nel Forno di Vincenzo. Il riconoscimento dell’invito a questo convegno lo condividiamo con le famiglie, con i volontari, con i ragazzi e con tutte le persone che ogni giorno rendono possibile questa straordinaria esperienza. Perché il “Dopo di Noi” non è un punto di arrivo. È il diritto di continuare a vivere, scegliere, lavorare e sognare. Insieme.
Vito Bardascino – Ideatore del progetto Il Forno di Vincenzo.

A questo link è disponibile il programma completo del convegno al CNEL, Nuovo welfare tra servizi e lavoro.

L'articolo Per un nuovo welfare, integrato e vicino alle persone proviene da Superando.

Pagine

Abbonamento a Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria aggregatore